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Una leggenda sulla nascita di Montalegre

 

certosa di Montalegre

Oggi, cari amici, voglio raccontarvi un particolare episodio, ovvero un antefatto che avrebbe preceduto la fondazione della certosa spagnola di Montalegre. Si tratta di un aneddoto singolare e curioso.

Si narra che due giovani studenti ed amici di nome Juan de Nea e Tommaso Parentuccelli durante un viaggio di ritorno dalla loro sede di studio, si fermarono per una sosta in un luogo molto attraente. Nel rallegrarsi di aver trovato un luogo così ameno per quella pausa, ne ammirarono estasiati la natura incontaminata che li circondava. Uno dei due, Tommaso Parentuccelli promise all’amico che se un giorno fosse diventato Papa avrebbe disposto di far costruire in quel sito una certosa, percependo essere in un luogo ideale per la preghiera e la meditazione. A questa promessa l’amico, stando al gioco controbbattè dicendo che lui sarebbe invece stato un monaco certosino in quella futura certosa. Risero entrambi fragorosamente per quelle ludiche considerazioni.

Con il passare degli anni questi due giovani amici si separarono e si persero di vista e di contatti. Ma la Provvidenza che in quel patto aveva individuato eccellenti intenzioni, rimediò a quell’ allontanamento.

Nel frattempo, difatti,  Juan de Nea era diventato un monaco certosino nella certosa di Porta Coeli a Valencia, ed un giorno ricevette una urgente comunicazione dal Papa che gli ordinava di recarsi immediatamente sul soglio pontificio. Il giovane certosino perplesso e spaventato, fece i preparativi e dopo pochi giorni partì per recarsi a Roma. Giunto nella Città Santa, l’umile monaco fu ricevuto dal Pontefice Niccolò V, e quando lo vide egli si rese conto tra lo stupore e l’incredulità che il pontefice altri non era che il veccho amico Tommaso Parentuccelli che nel periodo in cui si erano persi di vista era stato eletto Papa. Dopo l’iniziale meraviglia i due amici si riabbracciarono ed il Santo Padre spiegò che i motivi per i quali aveva preteso la presenza del certosino a Roma, erano per rispettare la promessa che si erano fatti e che la Provvidenza aveva voluto che si eseguisse. Era dunque giunto il momento di mantenere quella promessa che si erano fatti da giovani. Qualche giorno dopo, Juan de Nea ripartì per la Spagna, nominato Nunzio Apostolico di Sua Santità nel Regno di Aragona, come ambasciatore del Santo Padre e con pieno potere di fondare un monastero certosino a Montalegre, vicino a Barcellona, e con la facoltà di spendere tutto il necessario per reddito apostolico. In quel periodo, a causa dell’assenza di D. Afonso V, il Magnanimo, regnò come reggente la moglie, Donna Maria di Trastámara, la quale facilitò in ogni modo la realizzazione di quella promessa.

Tale parrebbe essere l’origine leggendaria della famosa certosa di Montalegre.

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Dom Luis Maria Nolasco intervistato da Radio Maria

Immagine Radio maria

Cari amici, eccovi oggi un articolo che contempla una traccia audio in lingua spagnola tratta dal programma radiofonico di Radio Maria (Spagna), “Monasterios y conventos”. In questa puntata si parla della vita certosina!

Dopo una breve introduzione, della giornalista, su san Bruno e l’Ordine certosino, il programma radiofonico prosegue, tra canti e quesiti su vari temi.

Si entra, metaforicamente, nella certosa di Santa Maria di Portacoeli, dove si incontra il giovane Padre Priore Dom Luis Maria Nolasco (nato a Lisbona nel 1971) a cui vengono rivolte alcune domande. La passione, la gioia con la quale Dom Luis, certosino dal 1988, risponde alla giornalista ci coinvolgerà emotivamente e ci affascinerà.

Dom Luis Maria Nolasco

Vi propongo, a seguire, la traduzione in italiano della interessantissima intervista.

Domanda: San Bruno è ogni giorno con voi?

Dom Luis

Noi cristiani abbiamo angeli, la Vergine, i santi ma come dice il nome della nostra certosa “Porta coeli” significa anticamera del cielo. La nostra vita è puramente contemplativa, ci dedichiamo totalmente al Signore Cristo è lo sposo della nostra anima, siamo in intimità con Dio come tutti i cattolici battezzati. Ma Dio a noi ci regala una intimità maggiore, speciale, in questa vita spirituale invisibile, ma reale, e san Bruno il nostro Padre fondatore è il canale della Grazia per la quale la nostra vita è totalmente consacrata alla gloria di Dio, all’amore di Dio, ed all’intercessione per tutti gli uomini nostri fratelli

Domanda: Come Priore è difficile definire alle persone la vita di un certosino, il fine è la contemplazione nella solitudine?

Dom Luis

Diciamo la solitudine nel silenzio è la condizione nella quale possiamo trovare ed incontrare Dio. La nostra vita è caratterizzata dalla semplicità. Tutti i giorni gli orari sono uguali, nella semplicità ci sono varie occupazioni, come l’ufficio nella cella, l’ufficio nel coro, la Santa Messa, il Mattutino nel cuore della notte, tre ore dedicate all’adorazione del Signore nel segreto e nel silenzio della notte. Durante il giorno alterniamo momenti di adorazione nella Chiesa e soprattutto nella cella, poichè la nostra è una vita essenzialmente eremitica, e contrariamente ai benedettini, ai cistercensi ed ai trappisti, più cenobiti i quali passano maggior tempo in comunione, noi certosini trascorriamo la maggior parte del nostro tempo nella solitudine della nostra cella. E’ qui nella cella che ci dedichiamo allo studio, maggiormente delle Sacre Scritture, la Lectio divina, la meditazione ma ci dedichiamo anche a lavoretti manuali, nella cella inoltre mangiamo e dormiamo. I nostri fratelli conversi, meno eremitici, invece si dedicano maggiormente ai lavori utili alla comunità, si dedicano quattro ore alla dispensa, alla cucina, alla sartoria, alla falegnameria, agli orti, ai giardini, nella lavanderia ed alle altre obbedienze della certosa.

Domanda: E’ nota la vostra profondità culturale, ma come fate nella solitudine di una cella a consolidare le vostre conoscenze culturali?

Dom Luis

Il nostro processo di formazione vocazionale iniziale è molto lungo. Di solito ci vogliono otto anni per poter giungere alla professione solenne, dall’inizio sono dodici anni di studi teologici e studi filosofici. La nostra formazione iniziale è affidata ad un monaco che dirige l’orientamento degli studi. Avendo molto tempo in solitudine siamo in grado di orientare i nostri approfondimenti sulla Teologia ma finalizzata all’arricchimento della nostra vita interiore, spirituale. Il Priore sceglie le letture per i propri monaci, ma essenzialmente ci focalizziamo sugli autori monastici ed i Padri della Chiesa, san Tommaso d’Aquino è alla base dei nostri studi, il tomismo è un nostro punto di riferimento. Cerchiamo una struttura dottrinale che ci permette di ampliare la nostra vita interiore e spirituale, ma non per predicare come fanno i domenicani, ma per alimentare grazie alla fede cattolica la nostra vita interiore ed il nostro spirito cattolico.

Domanda: Voglio narrare un aneddoto di un amico di mia madre nello scorso secolo era un andaluso moplto scanzonato, un bel giorno decise, sorprendendo tutti di voler entrare come certosino nella certosa di Burgos. Tutti erano contrari adducendo le difficoltà relative al freddo al poco cibo. I miei genitori essendone amici lo andavano a trovare un paio di volte l’anno, ed egli non parlava! Di fronte llo stupore egli rispondeva che tutto quello che aveva da dire lo diceva al Signore! Quindi ne deduco che i certosini parlano solo con Dio?

Dom Luis

Si è vero teniamo al lavoro ed alla preghiera unicamente. Ti rispondo si e no, mi spiego La verità e che il nostro carisma, la nostra vocazione non è parlare agli uomini di Dio come fanno i diocesani, con un postulato attivo e diretto. Noi parliamo a Dio degli uomini, ovvero nella tradizione certosina la chiamiamo verginità spirituale, cioè a dire, il nostro cuore tende a verginizzarsi a focalizzarsi unicamente verso Dio. Di dice che san Bruno stava “Captus ab Uno“, totalmente catturato dall’Unico che è Dio. Una nostra attrazione di cuore e di pensiero unicamente rivolta a Dio. Subiamo gradualmente una trasformazione che ci porta per mezzo dell’essere eremiti, e consacrati alla solitudine ed al silenzio che persistono ai giorni nostri all’interno delle certose. A tal proposito voglio ricordare che, “Cartusia nunquam reformata quia nunquam deformata” una espressione che si riferisce alla immutata regola certosina nel corso dei nove secoli di storia. Per la Grazia di Dio!

Siamo una comunità di solitari, che usciamo una sola volta allla settimana dalla certosa, una sola ora la domenica, paasseggiamo e ci raccontiamo e scambiamo opinioni sulla vita interiore, condividiamo reciprocamente le letture spirituali che facciamo. Il lunedi invece usciamo per una passeggita nei dintorni della certosa, ma sempre in luoghi isolati,Portacoeli ha una condizione eccezionale per questo, vi sono strade di montagna e sentieri lontano dai centri abitati, Valencia è infatti situata a trenta chilometri di distanza.In queste quattro ore passeggiamo in coppia alternandoci e parlando tra di noi, è questa una forma di condivisione della nostra vita in solitudine. Quindi si parliamo con gli uomini….Solo due volte l’anno riceviamo la visita dei nostri parenti e familiari, ma il nostro obiettivo primario è stare in solitudine per poter parlare unicamente con Dio.

Di san Domenico di Guzman si diceva che o parlava di Dio o parlava con Dio, parafrasando ciò noi certosini parliamo a Dio per parlare solo con Dio.

Domanda: Nella solitudine l’uomo si purifica, la solitudine è l’aspetto predominante nella certosa. Tutto ciò è scritto nei vostri Statuti, che non furono scritti da san Bruno ma bensì da Guigo il quinto Priore.

Dom Luis

Si san Bruno ha avuto il carisma ed è riconosciuto come nostro fondatore, ma il quinto Priore della Grande Chartreuse Dom Guigo si decise a scrivere tutte le usanze ed il modo in cui viveva san Bruno ed i suoi seguaci

Domanda: In questo mondo nel quale non si ascolta niente, dato l’isolamento, proviamo ad essere con voi nel coro ascoltando un po dei vostri canti……

Domanda: La vostra vita è caratterizzata dall’austerità

Come dicono i certosini una vita austera non porta tristezza o malinconia, anzi è una fonte di pace e di gioia. Questa era una condizione essenziale raggiunta, caratterizzata da un forte equilibrio, altrimenti sarebbe stata difficile la vita certosina. Ora chiedo a Dom Luis, ma quanti giovani vi contattano e cercano di entrare in certosa, ma hanno problemi psicologici e fragilità o angustie personali ed emotive?

Dom Luis

Grazie a Dio molti ragazzi vengono afare esperienze vocazionali, non solo a Portacoeli ma anche nelle altre certose, ma è vero nonostante noi siamo una comunità composta da diciassette monaci. Noi siamo in grado di constatare che molti giovani che arrivano hanno si un desiderio di Dio, per la vita consacrata, ma realmente la solitudine nella società attuale dove la Fede cattolica è un po perduta, notiamo che vengono molti giovani con gravi carenze affettive, esaurimenti profondi che difficilmente sono idonei per perseverare nella vocazione certosina.e’ per noi essenziale che i giovani che si avvicinano ed entrano nella nostra casa, siano persone equilibrate ed in salute psichica, ci vuole un grande equilibrio, non basta unicamente amare Dio, ma bisogna sapersi relazionare con gli altri. La vita in certosa non può rappresentare soltanto una fuga dal mondo, preciso non la Fuga Mundi monastica che attribuisce al mondo una distrazione per l’anima, ma in sintesi non si deve immaginare che un soggetto che non ha qualità può rintanarsi in certosa come una sorta di fuga, nell’accezione peggiore del concetto. Vi è comunque una selezione tra i giovani che arrivano da noi, e quindi ci esprimiamo sui motivi per i quali non si può proseguire in questo cammino. Oltre alla chiamata del Signore ci vogliono qualità come il sano giudizio, l’equilibrio psicofisico ed avere la capacità di relazionarsi con gli altri. Non si può pretendere la perfezione, ma l’doneità per un percorso di discernimento nel quale se sono difficoltà superficiali si possono correggere. Di fronte a paranoie o schizofrenie dobbiamo arrenderci…non è una discriminazione ma l’accettazione di tali soggetti porterebbe disequilibrio in certosa. L’equilibrio conduce alla gioia, di nostro Padre san Bruno si dice che egli aveva sempre il volto sorridente e l’animo gioioso. Allegria, pace e gioia, frutto di una vita monastica eremitica, austera, penitenziale ma ciò non ci arreca tristezza anzi al contrario. Chi viene da fuori nota l’allegria interiore e la gioia che noi abbiamo. I monaci della nostra comunità vanno dai venticinque anni ai novantasette anni, ed è impressionante la allegria e la serenità spirituale, la tranquillità di cuore che si irradia da chi è qui in certosa da più di sessantacinque anni. Davvero impressionante!!!

Domanda: Mi ha fatto impressione ciò che disse lo scorso pontefice Benedetto XVI, che era molto affezionato ai certosini. Nella visita che tenne nella certosa di Serra san Bruno egli fece riferimento che in questa società di relatà virtuale, molti giovani avendo paura del silenzio si riempiono di rumori e messaggi audiovisivi. Questa paura del silenzio di quando un giovane deve staccarsi dal telefono cellulare o comunque disconnettersi…penso e voi come fate che non avete cellulare.

Dom Luis

Sorridendo Dom Luis risponde…Noi non abbiamo cellulare, televisione, internet e niente di tutto ciò. Io dico che i giovani che vengono a fare una esperienza da noi sono consapevoli che ovviamente devono fare a meno del cellulare, e ciò lo vivono bene, ma ovviamente per una settimana magari per un mese, vivere tutta una vita è altra cosa. Quello che affermava Benedetto XVI, è una verità assoluta, la generazione dei giovani attuali vive immersa in un mondo fatto di immagini e rumore, e mi rendo conto che venire in certosa dove non ci sono immagini, suoni, ma bensì tutto è silenzio perchè è in questo silenzio che Dio ci parla, noi non cerchiamo il silenzio per la solitudine o la solitudine per il silenzio ma come mezzo per trovare un incontro con Dio. La nostra vocazione è finalizzata ad un incontro d’amore, se non ci relazioniamo con le persone esternamente è per relazionarci unicamente con Dio, se entriamo in questo silenzio è per ascoltare Dio che ci parla nel silenzio. La nostra vita è essenzialmente in Dio, una vita prevalentemente Teocentrica, ma chiaramente non cìè dubbio che i giovani che giungono da noi se hanno per Grazia di dio una forte vocazione riescono ad integrarsi ed a superare ogni piccolo problema e trasformando interiormente la necessità di rumori, immagini nella ricerca ed attrazione per il silenzio interiore. Meno eloquente ma più tangibile.

Noi non viviamo grazie eccezionali come la levitazione, apparizioni, visioni, ma la Grazia dello Spirito Santo ci fa apparire Dio in modo non tangibile ma come dice Mosè nelle sacre scritture riusciamo a vedere l’invisibile. E’ per noi la dimostrazione dell’esistenza di Dio, diversamente saremmo totalmente pazzi, o disgraziati.

Noi viviamo la nostra vita in certosa, fin da giovani lasciamo le cose del mondo, come quei giovaniche vengono da noi che lasciano una importante carriera universitaria rinunciando ad una luminosa carriera, perchè hanno scoperto Dio che entra nel proprio cuore saziandoci. La vita è un percorso per giungere alla meta che è il cielo, è Dio. L’esempio di una coppia che si dedica con amore l’uno all’altro, nella pienezza dell’amore, amore con la a maiuscola, noi in certosa siamo appagati nel rapporto con Dio. Oltre la vocazione divina per la vita certosina, il Papa dice che non vi è condizione di vita migliore da vivere. Ciò è la fonte della nostra allegria e gioia. Non abbiamo rinunciato a tutto, ma abbiamo trasformato tutto per Dio. Per noi Dio messo su una bilancia rappresenta più di tutto quello che il mondo potrebbe darci! Viviamo questa vita contemplativa in attesa della Risurrezione.

Domanda: Nella solitudine della cella si trascorre il giorno, arriva la sera, ci si addormenta in attesa di risvegliarsi per andare nel cuore della notte in chiesa per officiare il Mattutino, ma vi è anche la tradizione del piccolo officio, ovvero di offrire fiori alla Vergine Maria.

Era una tradizione difffusa anticamente, ma che abbiamo conservato qui in certosa, l’officio piccolo per la Santissima Vergine Maria. Nel De Beata alla vergini inseriamo una orazione alla Vergine. Il rito certosino è caratterizzato da un momento di preghiera a maria prima di officiare le ore liturgiche. Come Maria noi teniamo le cose nel nostro cuore e le meditiamo.Questo piccolo officio è un tributo di devozione alla vergine Maria. Una supplica filiale alla Santissima vergine nella quale chiediamo che si Ella a vivere in noi. Maria è per noi la porta d’ingresso al mistero di Dio. In ogni certosa vi è un altare con la Cocifissione in cui vi è la figura di Giovanni, l’apostolo contemplativo, la Maddalena (seconda compatrona) e Maria a i piedi della croce di Cristo. E’ nel Calvario che Gesù affida a sua madre a san Giovanni.

Domanda:La Madre singolare dei certosini,Maria, la protetrice dell’Ordine, è rappresentata nelle Sacre scritture come una donna che tiene il silenzio, continuamente si ripete che guardava il suo cuore restando in silenzio. I certosini da sempre hanno manifestato questa enorme devozione verso la Vegine. Dom Le Masson, famoso Priore Generale scrisse che maria, la madre di Dio è il modello sul quale san Bruno ha orientato la nostra vita, Essa è un modello incomparabile perchè si dedica ll’Unico necessario, ovvero l’obiettivo della niostra vita contemplativa. La presenza della Vergine addolcisce la vostra vita austera.

Dom Luis

Noi non possiamo concepire la vita nel deserto senza questa presenza della vergine Maria, senza la presenza di una madre. La dolcezza come cantiamo ogni giorno nel Salve Regina, ci dona speranza ed allegria. Maria è con noi nei momenti difficili, di sofferenza, di buio in questo deserto. Sappiamo che Maria non ci abbandonerà mai stando sempre con noi, e sarà la porta del cielo che ci guiderà, quando verrà il momento di lasciare questa vita terrena, a ritornare alla casa del Padre. La vita di Maria è tutta dedita a Dio. Ripeto è impossibile vivere nel deserto, in certosa senza la presenza essenziale di Maria. E’ una antica tradizione che ha radici lontanissime nel nostro Ordine, Essa risale a quando san Bruno dovette andare a Roma sul soglio pontificio, ed i certosini che rimasero in Francia senza la loro guida sembravano smarriti ed intenzionati ad abbandonare quella vita eremitica. Fu così che apparve loro la Santissima Vergine che li tranquillizzò, invitandoli a recitare l’officio breve ogni giorno in cambio della totale protezione, li convinse così a continuare a svolgere la vita certosina anche senza la loro guida san Bruno. E’ diffusa nel nostro Ordine, la convinzione che ogni soggetto che diventa certosino ha ricevuto l’approvazione della Vergine e di san Bruno. Ovviamente sono tradizioni in cui credere o non credere….

Domanda: Ora due domande un po difficili, a cui tengo molto. Avete una liturgia peculiare, appunto la liturgia certosina, ovvero adattata alla vostra esigenza di silenzio, come anche il canto è molto sobrio, semplice e ricordiamo senza l’uso di nessuno strumento. Se non sbaglio un canto gregoriano, ma semplificato cioè con un minor numero di note? Meno varietà di note, senza polifonia, per mantenere la vostra totale austerità.

Poi, siamo in novembre, il mese dedicato ai defunti. Voi avete un particolare officio per i defunti tutte le settimane?

Dom Luis

Tutto vero e giusto. Noi cantiamo interamente l’officio in latino e cantiamo in gregoriano. Una liturgia propria in totale silenzio

Domanda: La Messa la celebrate tutti insieme?

Dom Luis

Vi è la Messa conventuale ma non concelebrata. Un sacerdote celebra la Messa a cui tutti partecipiamo. Ma subito dopo ogni certosino, sacerdote, celebra la propria Messa ognuno in una cappella in totale solitudine. Qualcosa di davvero sublime!!!

Chi ha avuto la fortuna di partecipare ad una celebrazione con il rito romano, la nostra è molto simile. La nostra liturgia è quella che si celebrava molto anticamente a Lione. All’epoca non vi era una liturgia romana centralizzata, ed i nostri Padri usarono il rito che si celebrava lì ( Arcidiocesi di Lione nella quale rientrava la Grande Chartreuse). Conserviamo questa liturgia, poichè in essa tutto è concentrato sulla adorazione, sul mistero, sull’interiorità. Mi rendo conto che se in una qualsiasi parrocchia si celebrasse con rito certosino, molte persone si distrarrebbero, ma per noi che la viviamo in silenzio e solitudine è veramente fondamentale.

Tutto l’officio è cantato in gregoriano molto sobrio, senza strumenti nè organo, cantiamo con la sola voce. Certamente non sarà eccellente come la musicalità dei benedettini, ma il nostro canto è rivolto essenzialmente all’orazione. Insomma, la nostra è una liturgia semplice ed austera. In certosa tutto è semplicita e austerità, una vita sensibile perchè in funzione dell’interiorità e di Dio.

Sull’officio dei defunti, è una tradizione molto antica che purtroppo sta un pà andando in disuso nella Chiesa. Noi tutte le settimane dopo l’officio canonico della Vergine Maria. Un insieme di salmi, letture ed orazioni che offriamo in maniera particolare a tutti i defunti, per tutte le anime del Purgatorio. Nella tradizione antica pare che ogni preghiera per le anime dei defunti in Purgatorio, liberi tre anime…..ovviamente a questo si può credere o non credere….

Noi crediamo che questa particolare orazione sia impostante come intercessione verso Dio.

Anche la nostra vita penitenziale può sembrare dal di fuori come una rinuncia, un ritiro egoistico dalle preoccupazioni del mondo. A tal proposito nei nostri Statuti viene espresso chiaramente che noi certosini «Separati da tutti, siamo uniti a tutti, per stare a nome di tutti al cospetto del Dio vivente»

La nostra è una vita di croce, dove la dimensione verticale è una vita di adorazione, e quella orizzontale vissuta come intercessione. Siamo adoratori di Dio ed intercessori per i nostri fratelli!

L’officio dei defunti è per noi una Grazia molto grande, intercedere con le nostre preghiere per la liberazione delle anime dei defunti.

La nostra vita è come la funzione delle arterie nel corpo umano. Le arterie pur non vedendosi portano il sangue a tutti gli organi per consentire la vita. Conduciamo il sangue vivificante nella Grazia di Dio.

A questo punto Dom Luis la ringrazio a nome di tutti per offrire la vostra vita per tutti noi. Ringraziandola per tutto la saluto e speriamo di poterci risentire presto….

Spero abbiate gradito!

 

Fratello Tiago Lazaro

Fratello Tiago Lazaro

Donato di Porta Coeli

donato abito antico

 Donato (Abito antico)

In questo articolo, ancora una vita esemplare di un fratello donato.

Tiago Lázaro è venuto al mondo in un villaggio nel regno di Valencia, a Penáguila. Suo padre e sua madre furono forniti molto modestamente di beni della terra. Ma a questi apparenti rigori la Provvidenza ha mescolato inestimabili compensazioni: il timore di Dio e la pietà, con le rispettive benedizioni di cui sono la causa.

Il bambino è cresciuto e ha vissuto fino all’età di trentacinque anni queste condizioni modeste, alternativamente occupati nel custodire greggi e il lavoro nei campi, applicando il suo cuore alla preghiera e la propria intelligenza per studiare le meraviglie della natura. Chi gli ha fatto conoscere il latino? Chi gli ha inculcato i suoi rudimenti? Non possiamo dirlo. La verità è che ha facilmente tradotto il testo della Bibbia. Molto pio, molto regolare, sapeva come combinare una grande pietà, una gentilezza squisita. I suoi compagni lo stimavano molto; lo amavano ancora di più. Per questo motivo furono solo parzialmente sorpresi quando appresero della sua partenza per la certosa di Porta Coeli. Il priore gli diede l’abito dell’ordine, sentendo che questa abito sarebbe l’avrebbe indossato nobilmente. Ma il caro fratello, considerato indegno di abbracciare lo stato di converso, rimase nella condizione di donato per tutta la vita, cioè fino all’età di novantaquattro anni. Non era uno di quei lavoratori dell’undicesima ora che non portavano al chiostro ma i resti di un’esistenza travagliata o fallita. Non una mancanza mortale aveva oscurato la freschezza della sua innocenza. Il suo confessore era in grado di chiedere se il buon fratello sarebbe stato colpevole di un solo peccato veniale. Creato nella scortese scuola della miseria, Tiago Lázaro amava appassionatamente la povertà. Ha trovato negli utensili della sua cella nella quale ha vissuto per oltre quarantacinque anni. Lungi dal lamentarsi del cibo, disse che valeva venti volte in termini di qualità e quantità, quello di Penaguila. Liberato dalla giovanissima età alla fatica, inteso come nessuno in agricoltura, non è mai stato disoccupato e si occupava di tutti gli interessi della certosa. Quando non era impegnato nell’obbedienza, quando passava da un lavoro all’altro, lo incontravano sempre con il rosario in mano. Dire quante volte ha pronunciato l’Ave Maria, dalla sua prima infanzia fino alla sua estrema vecchiaia, è impossibile. Dotato di modestia angelica, il fratello Lázaro si è mostrato in tutte le occasioni di una riservatezza estrema che molti hanno definito crudeltà. Testimone ne è il seguente fatto: uno dei suoi nipoti, una orfana, si presentò un giorno nella certosa per vedere lui e un altro zio, fratello Juan, converso nella stessa casa. Il donato chiese al priore di evitargli questa visita. Insistè. Il fratello protesta. E la povera e desolata nipote rispose: “Oh! se mi fosse permesso almeno di vederlo, anche a sua insaputa. “Il Priore insistette ed ordinò al donato di uscire. All’improvviso Lazaro fu colpito da un tremore nervoso. Un sudore freddo gli bagnò la faccia; diventando pallido come un cadavere. “Ecco perché non ne vale la pena, mio caro fratello. Vacci piano. Congederò tua nipote. “Poco dopo il santo tornò in sé confuso, ma benedicendo Dio per questa vittoria. L’atleta coraggioso ha resistito bene fino alla fine. Aveva conservato tutti i denti, camminava senza sostegno, lavorava come se avesse quarant’anni, sempre allegro, sorridente, disponibile, affabile sia in relazione alle persone che alle cose. Sette settimane prima di morire, sentiva che stava arrivando alla fine. Per più di un mese, non bevve che un po ‘d’acqua zuccherata. Ha ricevuto gli ultimi sacramenti con una perfetta lucidità di spirito e la pietà che noi conosciamo. Poi fu placidamente estinto, pieno di giorni e meriti, alla vigilia dell’Annunciazione (1551). Che Dio lo abbia sempre in gloria!

Fratello Francisco Justo

Fratello Francisco Justo

Professo della certosa di Porta Coeli

fratello pastore

 

Proprio come il suo nome, era infatti anche lui “giusto“. Egli nacque in Spagna. I suoi genitori erano poveri coltivatori, privi di doni di fortuna, ma ricchi di beni dal cielo. Dio, che si diletta nell’ esaltare gli umili, lancia una predilezione su di lui. Docile agli insegnamenti ed agli esempi della sua famiglia, il piccolo è stato notato per la sua modestia e la sua pietà. Impegnato a portare i greggi, trascorreva, sin da piccolo, i suoi giorni nei campi e si dava alla preghiera prima di conoscerne i segreti. Cosa curiosa, la certosa di Porta Coeli, situata ad una giornata di viaggio da lì, ha parlato al suo cuore. Ogni volta che pensava o sentì il suo nome pronunciato, sentiva un movimento indifendibile. Guidato dalla curiosità o, per dire di più, con un tocco di grazia, diresse il suo bestiame in quella direzione, senza preoccuparsi molto dell’angoscia che avrebbe provocato nei suoi genitori. Arrivò alle prime ore del mattino, vicino le mura del monastero. Il suono della campana lo incantò e lo attrasse Dopo aver affidato il suo gregge a un compagno, chiamò il fratello portinaio. “Lasciami”, dice, “lasciami entrare”. “Cosa ti porta a questa ora?” “Voglio vedere, voglio capire cosa sta succedendo qui”. Il giovane pastore partecipò all’ufficio e si ritrovò trasformato!

Pochi giorni dopo, vi fece ritorno, chiedendo lil santo abito. Gli fu prontamente dato e subito i monaci potettero vedere che il buon fratello Francisco apparteneva alla razza di quelle anime semplici che vanno a Dio e non si ritirano indietro in presenza del dovere. Sempre ultimo, non si lamentava mai, trovava invece che la sua povera persona era oggetto di una troppa attenzione. Svolgeva alla perfezione qualsiasi obbedienza, passava da un lavoro all’altro, al minimo segno dei superiori, egli si applica ovunque con lo stesso entusiasmo. Divenne molto qualificato come fabbro, avrebbe dovuto costarlo più di una volta per cambiare questa obbedienza da parte di un’altra per cui non sentiva né attitudine né gusto. La forgia, il giardino, il lavoro della terra, ecc., Tutto era indifferente a lui. Quanto meno l’umile conteggio per se stessi, più Dio si prende cura di loro e trovandoli morbidi e malleabili, morti a tutti, fa grandi cose con loro. A seguito di una imprudenza per il troppo zelo, il buon fratello contrasse una grave malattia che lo condusse prematuramente al riposo eterno. La sua morte avvenne il 4 settembre del 1528. Una prece per questa anima santa.

Il cardinale cappuccino in certosa

Cardinale O'Malley

Nell’articolo odierno vi propongo un breve video, testimonianza della visita del cardinale Sean Patrick O’Malley alla certosa valenciana di Porta Coeli. Nello scorso luglio infatti il cardinale statunitense ha fatto visita alla comunità certosina spagnola, la quale, come si vede dal video che segue, lo ha accolto cantando una splendida Salve Regina. Il simpatico cardinale, arcivescovo metropolita di Boston, che come consuetudine indossa il saio da cappuccino assiste alla inusuale performance dei monaci certosini con estrema beatitudine.

A voi il video…

Fratello Domingos Mínguez

Fratello Domingos Míngues

Professo di Porta Coeli

Abito Fratello Converso

Proveniente da una famiglia di contadini, poveri di beni di questo mondo e nascosti agli occhi degli uomini, Domingos Mínguez raggiunse una grande perfezione, attraverso i sentieri di una condizione modesta. Suo padre gli affidò la guardia delle greggi. Il bambino crebbe nella campagna e nei boschi, senza sapere chi fosse Dio, ma ruminando in sé le meraviglie della creazione e chiedendosi: Chi ha fatto tutto questo?

Lo Spirito Santo parlava al suo cuore. Con un’attrazione viva allo stato religioso, non ci volle molto tempo a coronare i suoi anni passati, lontano dal mondo nell’innocenza e nella povertà. Il giovane Mínguez rispose ingenuamente a questa prima spinta del Cielo, senza sapere dove sarebbe arrivato, lasciando alla bontà di Dio, la cura d’imprimergli una direzione. La Grazia fece lentamente la sua opera. Appena il giovane raggiunse l’età di rendersi autonomo finanziariamente, i suoi genitori lo mandarono come servo alla Certosa di Porta Coeli. «Non è la strada che porta alla ricchezza, loro dissero, ma è quella che porta sicuramente al paradiso. Nostro figlio sarà là, in mani sicure ed in una buona scuola.» Ed il giovane pastore prese un posto tra i servi della casa. Inoltre, era un ragazzo robusto, di grande statura, resistente alla fatica, non ritirandosi mai davanti al lavoro. Tutto questo con una semplicità infantile, con un’obbedienza cieca, una pietà semplice e discreta.

Il seme della vocazione depositato in così buona terra si sviluppò velocemente. Docile alla voce del cielo che diventa ogni giorno più distinta, Mínguez chiese timidamente il favore di essere ammesso alla prova come postulante. Questo favore, non si può in buona fede rifiutare. Tutto parla in lui: il suo esterno ben composto, il suo linguaggio pieno di bontà, il suo spirito eccellente, il candore del suo viso. Puro, innocente, lo fu durante tutta la vita. Il suo confessore lo dirà più tardi. Il Priore, felice di avere un ragazzo così consigliato, gli diede il santo abito alla vigilia dell’Immacolata Concezione (1572).
Come un lavoratore, Fra Domingos rimase quello che era. Impossibile, in questo aspetto, richiedere di più. Abbastanza consapevole delle questioni agricole, egli migliorò la proprietà e coltivò le piantagioni di olivo, che gli rese bei benefici. Non parleremo della sua competenza per quanto riguarda il bestiame. In questo campo era diventato un vero maestro da molto tempo.

Una caratteristica lo distingueva moralmente: aveva una benevolenza, quella bontà nell’anima, senza concorrente; una pietà che si estendeva anche agli animali. Scontentare un confratello, maltrattare un servo, disturbare un povero animale…non lo faceva mai!

Inoltre, egli godeva di una meritata reputazione per la dolcezza e la pazienza nella religione. Religiosi, conversi, servi, lavoratori, tutti lo veneravano profondamente, così bene che, per distinguerlo da un altro fratello con lo stesso nome, lo chiamavano: Domingos “il santo”. Il Priore, anche un grande ammiratore di questa eccellente persona, disse un giorno: «Quando la morte porterà via il buon Fratello Mínguez, perderemo una delle colonne della casa.»
Anche se ogni figlio di San Bruno è istintivamente devoto servitore di Maria, noi ci saremmo censurati, se avessimo lasciato all’ombra la tenerezza filiale del nostro Fratello per l’augusta Madre di Dio. Come egli era felice di appartenere a un ordine in cui il culto della Regina del cielo è particolarmente esaltato! E che unzione a recitare quella lunga serie di Ave Maria, che compongono l’Ufficio dei nostri fratelli!!Maria non mancava con il caro Domingos, gli apparve diverse volte. C’era tra di loro un’effusione di amore difficile da descrivere. Certamente il santo uomo mai parlò di questo rapporto intimo con il cielo. Ma un giorno, essendo distratto al punto di dare di capire che la sua cella era spesso inondata di chiarezze straordinarie, un confratello lo incalzò con domande così insinuanti, che lo portarano a fare il seguente racconto: «Una notte, ero in una desolazione deprimente. Quasi in preda alla disperazione, supplico alla Beata Vergine di avere pietà di me. Un po’ più tardi, quando ero nell’oratorio, senza luce, mi ritrovo circondato da fuochi celesti. Si direbbe una bellissima alba. Maria appare all’improvviso, il volto sorridente, lo sguardo rivolto teneramente al suo indegno servo. Nello stesso momento, le nubi di tristezza si evaporano, il mio cuore si apre alla gioia e la mia povera anima serena rende grazie alla sua insigne benefattrice.» Confuso, soffocato, bagnato di lacrime, il povero fratello interrompe venti volte il suo racconto commovente. «E soprattutto, aggiunge con una vivacità penetrante, e soprattutto non dire questo a nessuno, Io non te lo permetterò.»

Il servo di Dio aveva 45 anni di professione quando una febbre forte lo incollò al letto. Aveva solo 63 anni, ma il lavoro e le austerità avevano prematuramente minato la sua costituzione robusta. Sentendo la diminuzione delle forze e vedendo che arrivava la sua fine, chiese gli ultimi sacramenti e li ricevé con un fervore ammirevole. Dettaglio edificante che sottolinea la delicatezza della sua coscienza. Durante la cerimonia, chiamò il procuratore e borbottò qualche parola a bassa voce: senza dubbio, un’ultima confessione privata. Egli si ritenne gravemente colpevole, perché la sera prima, in un attacco di febbre, cadde e ruppe con il suo piede un bicchiere pieno d’acqua che avevano messo al culmine del suo letto. Pieno di rimorso, egli non voleva entrare nell’eternità con l’anima caricata di questo peso.

Poi il pensiero di Dio e del cielo, lo assorbì totalmente. Con lo sguardo sul crocifisso, rimase stordito in profonda contemplazione; si avrebbe detto che intravide come un raggio di luci celesti. Iniziò l’agonia; il moribondo si consegnò alle ultime preghiere. E fu pronunciando i due nomi di Gesù e Maria, che egli si addormentò nella pace del Signore. Era il nono giorno del mese di settembre dell’anno 1609.

La notizia della sua morte provocò un’esplosione di condoglianze e manifestazioni pubbliche di venerazione. Tutti proclamavano la sua santità e condividevano le sue vesti come veri reliquie.

I prodigi di Fra João Fontana

I prodigi di Fra João Fontana

genuflesso in devozione

Fratello João Fontana

Professo di Porta Coeli

João Fontana, di origine spagnola, entrò nell’anno 1419 nella Certosa di Porta Coeli, nella diocesi di Valencia, per indossare l’abito di converso.

Era un uomo semplice, stimolato da una pietà solida, guidato da un notevole spirito di fede. Una preghiera, in particolare il Padre Nostro, che compone con l’Ave Maria l’Ufficio dei nostri Fratelli, lo metteva in uno stato d’animo vicino all’estasi. Appena pronunciava la prima parola della preghiera di domenica, immediatamente si fermava. Era il rispetto dovuto alla presenza della maestà divina che paralizzava le sue labbra? La sua anima si scioglieva di amore e di fiducia con questa sola parola: Padre Nostro, Padre mio? Il sant’uomo sempre ripeteva a sazietà: Padre Nostro che sei nei cieli. Poi, premuto per tempo, continuava senza interruzioni, in modo che aveva tutto il tempo del mondo per recitare i suoi Padre Nostro e Ave Maria.

I superiori, apprezzando le eccellenti qualità del fratello João, gli affidarono un’ obbedienza delicata: andare ai fornitori della Città. Lui prese questo compito con cura, senza mai separarsi della serietà che spetta ai religiosi. Lungi dall’essere distratto, il rumore e la confusione della strada ravvivava la sua pietà, lo faceva stimare ancora di più il prezzo della sua vocazione. Se si fermava davanti a una Chiesa, lui entrava ad adorare l’ospite dei Tabernacoli. Ma questo sempre fugacemente maiper un tempo prolungato, perché altrimenti avrebbe dovuto rimproverare se stesso per aver sacrificato il dovere per le attrazioni della devozione.

Una volta, però dimenticò se stesso nel convento di Roqueta, situato in un quartiere lontano da Valencia. Sopraffatto dalla stanchezza, sentì che non sarebbe arrivato in Certosa prima di sera. Ed eccolo in preda alla disperazione. Che inquietudini causate da questo ritardo! Che impressione sgradevole produrrà nella comunità questo reato così grave? (Il primo di cui era consapevole). Ed il povero Fratello cominciò ad urlare ad alta voce: «Oh buon Gesù! Abbi pietà del tuo servo. È in tuo potere guidarmi a casa prima del momento del grande silenzio. Non rifiutarmi questa grazia.» E poi subito, prodigiosamente, fu trasportato, come senza sapere, alla porta del monastero.

João Fontana, anche se era in buona salute, ebbe la sensazione che la sua fine era vicina. Aveva l’abitudine, quando andava in città, di fermarsi alla casa delle Suore di San Giuliano, la cui madre superiora era una sua parente. Un giorno, contro la sua abitudine, proseguì. La sorella portinaia lo vide per caso, giudicò che aveva qualche dimenticanza da parte sua. «Mio buono fratello, lei gli disse, non entrerà nel salotto? – No, mia sorella, rispose. Saluta per me la sua buona Madre e dille, per favore, che non ci torneremo a vedere più in questo mondo». Appena arrivò in Certosa, il caro Fratello si ammalò gravemente, e dopo qualche settimana si addormentò nel sonno del giusto (1 Feb 1464). Egli ha vissuto questa santa vita per ben 45 anni nell’Ordine!