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Dom Silvio Badolato

18 Dom Silvio Badolato

Il personaggio che oggi voglio farvi conoscere è un monaco certosino originario di una nobile famiglia. Egli nacque in una data imprecisata, intorno ai primi anni del 1500, a Monteleone, l’attuale Vibo Valentia. Egli fu battezzato con il nome di Scipione, e sin da piccolo si dedicò allo studio nella terra natìa, per poi da ragazzo trasferirsi a Roma per studiare il diritto civile e canonico. Il giovane Scipione, sembrava avviato verso una brillante carriera forense, ma poiché in diverse occasioni era solito fare visita ai suoi conterranei Dom Antonio e Dom Giovanni Mazza, gli illustri fratelli certosini ospiti della certosa napoletana di San Martino.
La frequentazione con questi due religiosi, fece nascere in Scipione l’ispirazione a diventare anch’egli monaco certosino. Fu così che la Provvidenza cambiò il corso della sua esistenza. Nel 1529, entrò nella certosa napoletana prendendo il nome di Silvio. Fin dal principio di questo nuovo percorso, egli si distinse per lo zelo e molteplici virtù, che non passarono inosservate ai suoi superiori. Ben presto egli divenne procuratore della certosa napoletana, per poi essere scelto come priore della certosa di Padula prima e poi di quella di Capri. A seguire divenne priore di Trisulti per ben due volte, di nuovo guidò la certosa di Padula, e due volte a capo della certosa di Serra, poi ancora a Roma, ed infine fu priore della certosa di Firenze e nominato Visitatore della provincia della Tuscia e del Regno.
In questa lunga e variegata “carriera” da priore, fu sempre ben voluto e tenuto in gran stima dalle comunità che diresse, sempre dedito all’osservanza della regola con notevole zelo. Fu dedito nei suoi mandati a dedicarsi con semplicità e rigore alla vita claustrale, mostrandosi sempre come esempio per tutti i confratelli.
Dom Silvio Badolato, nel suo secondo mandato da priore nella certosa di Serra San Bruno, che si svolse dal 1573 al 1577, fece costruire la sala capitolare ed il coro, nonché fece completare il chiostro. In quel periodo ebbe alcune controversie locali, che lo videro prevalere nel rivendicare giusti diritti per il proprio monastero. Ciò gli fece riscuotere enormi consensi tra il popolo, ma soprattutto dal Capitolo Generale dell’Ordine. Dom Silvio Badolato, con la sua saggezza dovette affrontare nel 1576 i pericoli derivanti da una tremenda epidemia di peste sviluppatasi a Messina, la quale arrecava rischio ai territori circostanti la Calabria e quindi della certosa. Ordinò pubbliche preghiere e processioni, per scongiurare il pericoloso morbo, inoltre realizzò una sorta di cordone sanitario sulle spiagge di sua pertinenza per arginare il pericolo. L’anno successivo, nel 1577 fu nuovamente inviato a Padula laddove si dedicò allo studio ed agli scritti, ormai convinto di aver completato il suo percorso e nel 1579 chiese misericordia e ritornò semplicemente a svolgere la vita monastica senza incarichi. Ma nel 1583, i Superiori dell’Ordine lo invitarono a recarsi alla certosa di Roma ad occuparsi come Visitatore della provincia certosina della Tuscia.
Durante questo periodo romano, l’allora pontefice Gregorio XIII, lo tenne in grande considerazione e spesso voleva essere in sua compagnia chiedendogli pareri e consigli. Trascorsero alcuni anni, e Dom Silvio ormai in età avanzata era intenzionato ad abbandonare definitivamente tutti gli incarichi per dedicarsi esclusivamente alla vita contemplativa da semplice monaco e di fare ritorno alla sua casa di professione.
Fu così, che fece ritorno a Napoli, dove in certosa potè dedicarsi esclusivamente alla preghiera ed agli studi. Scrisse alcuni opuscoli ed alcuni commenti sulle Epistole dell’Apostolo Paolo, che per sua estrema umiltà non volle fare stampare. Trascorrendo gli ultimi anni in una quiete assoluta, lentamente come una candela, la sua vita terrena si spense. Ho voluto celebrarlo oggi, poiché morì il 18 febbraio del 1587 dopo cinquantotto anni di vita monastica, ed il giorno 20 fu sepolto nel cimitero della sua certosa. Il Capitolo Generale dell’Ordine gli attribuì il titolo onorifico di “Laudabiliter Vixit” (vissuto lodevolmente /vita esemplare). Senza essere una sorta di canonizzazione, questo titolo è concesso dal Capitolo Generale, all’unanimità dei suoi partecipanti, ai religiosi e alle religiose che si sono particolarmente distinti per le loro virtù e la loro influenza.

Alla sua memoria vadano le nostre preghiere.

Ricordando i “martiri della carità”

strage

Oggi 27 gennaio, in occasione della celebrazione della “Giornata della memoria”, sono lieto di offrirvi questa iniziativa del Servizio Educativo della “mia” certosa di San Martino di Napoli, oggi museo.

Per commemorare questa ricorrenza si è voluto ricordare la strage di Farneta, ovvero il sacrificio di dodici monaci certosini, barbaramente uccisi dai soldati delle S.S. per aver nascosto ed assistito ebrei e partigiani. La comunità certosina, era consapevole dei rischi gravissimi ai quali sarebbero andati incontro, come si evince dal diario di Dom Gabriele Costa in data 15 gennaio del 1944: “Il capo della provincia annuncia sanzioni severe contro coloro che proteggono o aiutano prigionieri nemici o disertori del vecchio esercito italiano”. Ma ciononostante, i religiosi non indietreggiarono e perseverarono nel soccorrere i bisognosi. Nel breve video che segue potrete ascoltare il contenuto di una immaginaria lettera scritta dai certosini di Farneta per informare un confratello di quanto stava accadendo. Essa è opera di fantasia, con la quale si è scelto di raccontare quei tragici fatti realmente accaduti. Per non dimenticare e lasciare una testimonianza alle generazioni future, affinchè certi eventi non accadano mai più. Voglio ringraziare l’amico performer, che in abito certosino ha dato lettura della drammatica missiva.

«Se veniamo uccisi dite che è stato veramente a causa della carità».

(Dom Gabriele Maria Costa, Procuratore della Certosa dal 1942)

“Disconnessioni. Nell’ascolto del silenzio”

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Cari amici di Cartusialover, voglio con questo articolo rendervi partecipe di un’iniziativa che sono riuscito a realizzare nella “mia” certosa, oggi museo: la certosa di San Martino a Napoli.

Come vi ho spiegato da sempre, chi vi scrive ha avuto il privilegio di coniugare la propria passione con il proprio lavoro avendo la fortuna di lavorare in una certosa, ciò ha sviluppato la mia smodata passione per le tematiche certosine. Nel corso degli anni mi sono sempre impegnato per dare valenza e risalto alla natura primigenia del luogo in cui lavoro, che dal 1867 ospita il Museo Nazionale di San Martino. La doppia anima di questo splendido luogo, pregno di ricchezze architettoniche ed artistiche talvolta sfugge ai visitatori più distratti. Con l’obiettivo di dare risalto all’aspetto spirituale dei residui ambienti monastici, e con la necessità di voler dare risalto all’ascolto del silenzio, in un mondo che si muove a ritmi elevati ed ossessionato dalla connessione al mondo virtuale ed ai frastuoni, ho concepito una visita speciale. Essa si è svolta lo scorso 26 settembre in occasione delle “Giornate Europee del Patrimonio (European Heritage Days), la più estesa e partecipata manifestazione culturale d’Europa. Grazie ad una narrazione, intervallata dall’ascolto del silenzio e di letture di testi antichi e contemporanei di autori certosini, e di testimonianze di giovani aspiranti, io ed i miei colleghi abbiamo condotto il pubblico alla scoperta dei luoghi e dei simboli del complesso monastico, supportati da un talentuoso performer in abito monastico. Ciascun partecipante è stato chiamato a lasciare il mondo fuori ed a connettersi con se stesso.

Ecco a voi le immagini della visita “Disconnessioni. Nell’ascolto del silenzio”, con l’auspicio che possa coinvolgervi emotivamente.

Testimone di un’eruzione

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Cari amici, il titolo dell’articolo odierno fa riferimento ad un’eruzione vulcanica, ma di quale vulcano si tratta? E chi è questo testimone?
Il vulcano in questione è il Vesuvio, ed il testimone un monaco certosino.
Il Vesuvio è noto soprattutto per la sua eruzione nel 79 d.C. che portò alla distruzione delle città romane di Pompei ed Ercolano. Il 16 dicembre 1631, dopo 492 anni, 6 mesi, e 17 giorni , scoppiò di nuovo rimanendo attivo fino al marzo 1632. L’eruzione del 1631 è la seconda eruzione più catastrofica dopo quella del 79, poiché seppellì molti paesi sotto flussi di lava e uccise almeno 4000 persone.
La terribile eruzione del Vesuvio, che avvenne il 16 dicembre del 1631 ebbe un testimone d’eccezione, ovvero un padre certosino della certosa di san Martino a Napoli. Egli da una posizione di osservazione privilegiata, come la sua cella che si affacciava sul golfo ed aveva di fronte il temibile vulcano, ebbe modo di registrare quanto accadde. Ma chi era questo certosino?
Dom Severo Tarfaglioni, nativo di Napoli, fece la professione solenne nella certosa della sua città, per questo motivo talvolta è conosciuto anche come Severo di Napoli. Egli trascorse la sua vita monastica dedicandosi allo studio della storia dell’Ordine, e per questo fu lodato da Dom Benedetto Tromby. Fu trasferito nella certosa francese di Port Sainte Marie, laddove terminò i suoi giorni nel gennaio del 1642.
Egli, come vi dicevo, su richiesta del suo Priore Dom Macario Monno stilò, in un manoscritto, una cronaca dettagliata del terribile evento della eruzione del Vesuvio, risultando essere uno dei testi più importanti ed analitici esistenti. Questo manoscritto è ora conservato tra le carte di Peiresc presso la Bibliothèque Inguimbertine di Carpentras in Francia, dove è incorporato in un volume di manoscritti intitolato “Osservazioni di varie meraviglie naturali. Invenzioni …Istruzioni per curiosità”.
Dom Severo, nella compilazione dimostra tutta la sua erudizione, frutto di studi e ricerche, egli divide il manoscritto in tre sezioni. Nella prima dimostrando la sua profonda conoscenza classica ci offre una storia dettagliata del vulcano e di tutte le sue precedenti eruzioni, richiamando testi antichi. Nella seconda parte vi è una cronaca minuziosa degli accadimenti, giorno per giorno, da martedi 16 dicembre 1631 data dell’eruzione a venerdi 2 gennaio 1632. Dom Severo annota tutto ciò che accade in città relazionando sui comportamenti della popolazione, e cita le processioni, le preghiere e la notoria esibizione del sangue di San Gennaro. Questo diario fornisce anche un resoconto dettagliato degli eventi geologici- terremoti, eruzioni, colate laviche e dei fenomeni meteorologici. L’autore riporta le testimonianze di numerosi testimoni, nonché le sue personali osservazioni dalla certosa di San Martino, da dove aveva una vista incomparabile sul Vesuvio.
Nella terza sezione, in conclusione, egli espose la sua idea sulla causa dell’eruzione, considerando il Vesuvio come una “bocca dell’inferno”. Questa teoria ereditata dal Medioevo, è in contrasto con le idee più moderne di altri studiosi del tempo, in particolare da Peiresc, possessore del manoscritto.
Dom Severo completò il manoscritto il 27 marzo del 1632.
Trasferitosi in Francia, Dom Tarfaglioni, prima di morire, ebbe cura di inviare tutti i suoi fogli manoscritti alla certosa di Napoli, dove aveva fatto la sua professione. Dopo la sua morte, per le sue brillanti doti, gli fu concessa una messa de Beata in tutto l’Ordine. La morte di questo illustre certosino è registrata nel Capitolo del 1643.
Ma che fine fece questo testo?
Nel catalogo della biblioteca di San Martino – dopo che la certosa fu trasformato in museo – non fu trovato nessun testo attribuibile a Dom Tarfaglioni. Il manoscritto, non sappiamo come, entrò in possesso di Nicolas-Claude Fabri, signore di Peiresc [1580–1637] e consigliere nel parlamento di Aix-en-Provence, Peiresc è considerato uno dei grandi studiosi degli inizi del XVII° secolo.
Ma ora voglio inserire in questo articolo, alcuni stralci significativi della cronaca di quei giorni:
14 ottobre 1631 Il preludio

Domenica li 14 di Ottobre fù una gagliarda, e furiosa tramontana che appena si poteua per il claustro caminare facendoci venire le vesti in faccia il vento. La notte s’acquietò il vento. Lunedi li 15 fù il meglior tempo che si hauesse potuto desiderare in staggione d’inverno, tranquillo, e chiaro con lucido sole; et successe la notte simile con lucenti stelle aspettandosi giorno eguale, quando verso le quattr’hore della notte secondo l’horologio d’Italia incominciorno à sentirsi scosse della terra nelle terre, et casali intorno il monte, et in Somma doue sta la nostra Grangia furno numerati 36 terremoti insino alla matina da un’ nostro converso Fra Carlo che iui staua, quanti apunto hò trouati stampati dopò, et nell’ultimo che fù alle 12 hore et mezza fù uno più gagliardo con tre rimbombi quando scoppiò la terra nella falda del monte à basso verso il mare un miglio sopra Resina. Qui nel nostro monastero non si sentì cosa alcuna essendo stato io vegliante insino dopò le 11 hore, se bene in Napoli s’era inteso come un vento scorrere sotto terra, come in alcune relazioni ho letto.
16 dicembre 631 L’eruzione

Martedi dunque li 16 di Ottobre del 1631 s’aperse la prima bocca del fuoco nel luogo detto, dalla quale non vedendosi fuoco incominciò con gran violenza ad uscire fumo oscuro et denso come di pece, et solfo, il quale con gran impeto alzandosi in alto à globo, e globo veniua à formare un grande, et grosso pino apunto come fù descritto da Plinio giovane, et in breue tempo superò la sommità istessa del monte, fratanto uscì il sole, et essendo tempo chiaro et sereno riflettendo i raggi in quella gran mole fumosa faceva bella vista à riguardarsi. Uscivano dalla voragine col fumo di quando in quando tuoni, e saette che si vedeuano da qua sù come fauille scintillare in una gran fucina con rimbombo come d’Arteglierie, et per la concussione tutte le vitriate, e porte stauano in continuo tremore, che durò insino à notte…
Venuta la notte del martedi la quale sarà sempre memorabile et mai si scorderà da chi la vidde si vedeuano in horrida oscurità lampeggiare tuoni, et sfauillare saette dall’accesa voragine apunto quando cascano dal cielo nelle maggiori tempeste, et simili à lingue lunghe di fuoco come si sogliono pingere le saette che cascano dalle nubbi; ma erano si spesse che pareuano continue coruscationi et non hauendo cosa humana alla quale più viuamente le possi assimigliare, pareua più presto bocca d’inferno che altro…
Per tutta questa notte che fù oscurissima, et piena più d’ogn’altro d’horrore da qua sù non si sentiua altro per la città che suono di campane, strepiti et voci di litanie che si faceuano dalle processioni per ogni parte. Io facendomi forza di volere un poco dormire, ben che con timore che douesse essere l’ultima notte per me, essendomi quanto più meglio seppi raccomandato à Dio, e messomi in letto, non fù possibile per li frequenti terremoti che questi ad ogni quarto d’hora scoteuano la cella, et il letto à modo di culla, pigliar’ un poco di sonno, et dopò le quattr’hore e mezza per la stanchezza serrati un poco gli occhi, alle 5 hore fù un terribile, e lungo terremoto, che all’infretta mi constrinse saltar fuori dal letto, temendo all’hora all’hora mi cascasse adosso la cella, et così me ne andai subito in chiesa, doue mi posi con gl’altri che vi trouai e tra essi il Padre Dom Giuseppe Caudino Priore di Roma il giorno istesso qui arriuato, à fare oratione auanti il S.S.mo Sacramento. Nell’andare che feci alla chiesa si sentiva una puzza di solfo, et era gran vento, et erano cessati di vedersi quelli lampi, et corruscationi uscire dalla voragine del monte. Prima delle 7 hore si cominciò il matutino, il quale si disse con gran divotione, et grauità, che non mi ricordo essersi cantato un’altro simile con tanta compuntione (tanto fà la morte, ò afflizione presente). Dopò il quale ritornando in cella poco prima delle 9 hore si vidde per ogni banda insino alle porte delle celle una couerta di minuta, et quasi impalpabile cenere quanto può essere la grossezza d’un foglio di carta, et era cosi crassa, e tenace che s’attaccò per le colonne, et angoli dei marmi delle porte, che sino ad’hoggi vi stà attaccata, et dalle statue et marmi lauorati, ne per venti, ne per pioggia si è potuta staccare. Mentre si disse il matutino furno tre gagliardi terremoti.

17 dicembre 1631
La processione delle reliquie e la apparizione prodigiosa di san Gennaro

Fatto il giorno di mercoledi li 17 dicembre…. Alle 21 hore si ordinò la Generale processione, la quale uscendo dall’Arciuescouado, e stando per uscire la testa et sangue del glorioso protettore S. Gennaro, essendo il tempo oscuro, et caliginoso, si vidde in un’ subito apparire un’ non sperato, et insolito splendore da quelli che stauano dentro la chiesa, quali rallegrati e molti alzando gl’occhi sopra al soffitto, verso la vitriata sopra la porta maggiore donde spiccaua la luce, viddero corporalmente il Santo martire in habito pontificale che con la destra benediceua il suo deuoto popolo, onde incominciorno à gran voce a gridare miracolo miracolo. Quest’apparitione li hanno testificata molte persone graui, e degne di fede, et alcune con lacrime all’occhi, e stanno disposte à deponerla con giuram[en]to in giuditio sempre che ne saranno richieste. S’inuiò la processione fuora la porta capuana, doue arriuate le sante reliquie à vista aperta del monte, l’Eminentissimo Arciuescouo prese in mano le carrafine del pretioso sangue, et con esse fè più volte il segno della S. Croce verso l’incendio, e quell’infocate nubbi che veniuano sopra la città, et qui si vidde, come molti scriueno, nuouo miracolo che alla vista del sangue, et al segno della croce si squarciorno, et dispersero le nubbi dense et oscure, et comparue il sole che diede con la sua luce dopò tante tenebre consolatione, et allegrezza à tutti; et rischiarandosi appresso il tempo comparue l’arco celeste, ò iride, che haveva un’estremo del mezzo circolo verso la porta Capuana, et l’altro verso il monte, et quando io il viddi mi ricordai di quell’altro che fù dopò il generale diluvio dato in segno di Pace, pigliai gran fiducia che s’era placata l’ira di Dio sopra noi per i meriti del glorioso protettore S. Gennaro.

Potrei continuare nel raccontarvi la affascinante cronistoria di quei tragici giorni, ma ora vi propongo la fine del manoscritto, con le considerazioni ed i ringraziamenti del nostro certosino, che ho voluto ricordare in questa sua splendida opera, caduta nell’oblio.

Ho fatto quanto ho possuto, et saputo in descriuere se bene rozzamente quello che Vostra Paternita m’ha imposto, dove se non trouà quell’eloquenza, et doctrina, che desidera, mi tenghi per scusato, che io volentieri mi sarrei ritirato da tal impresa che eccedeua il mio ingegno, ma per non saper venire meno alle supplicate sue instanze mi son posto à scrivere queste cassature. Mi perdoni se non sono come s’aspettaua, et facendoli riuerenza, et pregandoli dal cielo ogni suo vero consenso, con la buona futura Pasca finisco.
Da San Martino, li 27 di marzo 1632.
Di V. P. M. V( “Vostra Paternità Molto Venerabile”).
Affettuosissimo servo nel Signore
Dom Severo di Napoli Certosino

Fra Bonaventura Presti, l’architetto certosino

3 Leggio monumentale manufatto di B. Presti

Leggio monumentale manufatto di B. Presti

Cari amici, nell’articolo odierno voglio parlarvi di un personaggio poco noto, ma molto attivo in attività esterne alla vita claustrale, un fratello certosino distintosi per le sue spiccate virtù di artigiano. Voglio parlarvi di Fratello Bonaventura Presti, a molti di voi questo nome non dirà nulla, perciò proverò a farvelo conoscere. Della sua biografia non si conosce molto, si sa che nacque a Bologna ed in quella città ebbe la sua formazione, imparando l’arte della falegnameria. Successivamente, cominciamo ad avere notizie certe sulla sua vita, poichè è documentata la sua presenza a Napoli all’interno della certosa di San Martino, appunto come fratello converso. In questa città si svolge la sua vita, dall’aprile del 1650 fino alla data della registrazione della sua morte, avvenuta il 9 settembre del 1685. A Napoli il suo status di converso gli permise contatti con il mondo esterno alla clausura, consentendogli di sviluppare una prolifica carriera come architetto ed ingegnere. Le opere realizzate dal Presti furono notevoli e numerose. Ma proviamo a contestualizzare il suo operato, per comprendere meglio la sua alacre attività esterna alla vita claustrale. Fra’ Bonaventura, in quel tempo, rappresentò nella politica culturale dei certosini napoletani, uno ‘strumento di persuasione’, nell’accezione barocca del termine, da proporre ai potenti dell’epoca pronti a legittimare la loro magnificenza personale per poter passare alla memoria dei posteri. Il periodo era quello nel quale l’aspetto della stessa certosa era in trasformazione, oramai improntata allo splendore post-conciliare teorizzato dai principi della Chiesa che in funzione antiprotestante incoraggiarono il recupero della magnificenza delle basiliche, delle cattedrali e delle chiese. A questa imponente trasformazione contribuì Fra’ Bonaventura Presti, che nel 1656, a seguito delle controversie sorte tra i monaci ed il grande Cosimo Fanzago, il quale decise di abbandonare tutti i lavori in corso, assunse un ruolo essenziale nella conduzione dei lavori, curandone il prosieguo ed il completamento. Tra questi, vi ricordo i dispersi arredi lignei per lo studiolo del Priore e la realizzazione del leggio monumentale del coro, oltre al completamento del pavimento della chiesa, e forse la realizzazione del vano ellittico sottostante l’aula del coro per realizzare la famigerata “cassa armonica”. A ciò si aggiunge l’esecuzione di un disperso modello ligneo per l’altare maggiore e altri interventi inerenti l’arredo del Quarto del Priore e della Foresteria. Fin qui gli interventi e le opere realizzate per la propria certosa, ma come vi dicevo egli a queste, sovrappose attività legate alla committenza fatta dal Cardinale Ascanio Filomarino dal 1655 a seguire. Da quest’ultimo fu incaricato dell’ampliamento e ammodernamento del palazzo arcivescovile e della residenza avita a largo San Giovanni Maggiore. Nel 1659 Fra Bonaventura progetta a Soriano Calabro, dopo un devastante sisma, il convento di San Domenico che verrà nuovamente distrutto dal terremoto del 1783. Negli stessi anni a Casoria completa la chiesa di San Mauro. Creazioni di notevole livello scultoreo progettate dall’architetto furono i soffitti lignei delle chiese di San Pietro a Majella e del Carmine (quest’ultimo andato distrutto durante la seconda guerra mondiale e sostituito da una riproduzione moderna), entrambe realizzati sul finire degli anni cinquanta del Seicento. Il Vicerè il 2 ottobre 1666, rilasciò al nostro certosino la patente di “Regio ingegnere e architetto” in base alla “expereniencia que haves mostrado”, riferendosi agli interventi effettuati in città.

Pianta Baratta particolare della Darsena

Pianta Baratta. particolare della Darsena

A seguito di ciò, venne incaricato di quella che sarà la sua opera ingegneristica più importante ovvero la darsena, realizzata tra il 1667 e il 1668. Come vi avevo premesso, l’ascesa di Fra’ Bonaventura al rango di regio ingegnere è strettamente connessa all’influenza dei certosini di San Martino. Data la sua notorietà acquisita, l’architetto certosino fu incaricato di fare e dirigere il progetto della darsena, ma senza alcuna conoscenza di ingegneria, purtroppo durante lo scavo dell’opera si aprì una sorgente d’acqua sotterranea ed il certosino non riuscì nell’impresa, venne quindi sostituito da architetti ed ingegneri i quali trovarono il rimedio per prosciugare lo scavo. Dal 1668 lo si vede attivo nella vicina Aversa, nel cantiere della Chiesa della Santissima Annunziata. Contemporaneamente venne incaricato di realizzare laVilla Carafa di Belvedere al Vomero, voluta da Ferdinando Vandeneynden e realizzata tra il 1671 ed il 1673. Il certosino ottenne anche la nomina di ingegnere ordinario del Pio Monte della Misericordia a Napoli nel 1678, e tra il 1673 e il 1685 Presti è autore del rifacimento della chiesa di San Domenico Soriano e del relativo chiostro che sarà poi completato molto più tardi. Queste che che vi ho citato sono solo le principali opere ed interventi, tra le numerosissime che egli realizzò.

Dalle cronache, sappiamo che Bonaventura Presti, dopo aver convissuto negli ultimi anni con una malattia che interessò le vie urinarie lentamente si spense nella sua certosa, il 9 settembre del 1685 a causa di un blocco renale. Come accennatovi, Presti fu soprattutto un abile falegname e dotato di un notevole talento come intagliatore e disegnatore, ebbe indiscutibili capacità creative pertinenti alla figura dell’architetto piuttosto che quella dell’ingegnere, la sua ascesa come abbiamo visto fu dettata però non solo dalle sue doti, ma anche da motivi politico religiosi. Restano oggi tutti i suoi meravigliosi manufatti, che ci testimoniano il suo innegabile talento, che ho voluto farvi conoscere. A seguire immagini di alcune delle sue opere.

 Pavimento Navata certosa

Pavimento Navata certosa

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Particolare commesso marmoreo pavimento 1664-67

Grata nel pavimento del coro della certosa (cassa armonica)

Grata nel pavimento del coro della certosa (cassa armonica)

3 Leggio monumentale manufatto di B. Presti

 

Sulle tracce della Grangia dell’Orsolone

10 Orsolone visione satellite

Orsolone visione satellite

Cari amici lettori di Cartusialover, voglio oggi raccontarvi la storia di una importante grangia di proprietà della certosa di san Martino a Napoli. Vi premetto, purtroppo, che, ahimè, ormai di quello che vi descriverò non vi è più nessuna traccia, ma sono sicuro interesserà a molti la mia narrazione che ai più risulterà poco nota. Imponenti erano le proprietà e le relative gestioni delle realtà agricole da parte della certosa di san Martino tra il XVI ed il XVIII secolo, mi soffermerò in questo articolo sulla Grangia dell’Orsolone.

Proviamo dapprima a localizzarla.

Non essendovi più traccia tangibile, dobbiamo indicare l’area dove sorgeva la grangia e che oggi ne ha conservato il solo nome: Orsolona. Essa è una zona di Napoli, antichissima proprietà Cartusiana” … solitaria e boschereccia”, situata in alto sulla collina dei Camaldoli, poco più sopra della attuale piazza nota come Cappella Cangiani. L’enorme estensione boschiva, di proprietà certosina, si estendeva fino all’attuale area dove oggi sorge il poderoso complesso ospedaliero Monaldi, già Sanatorio Principe di Piemonte. Esso fu concepito nel 1938, ed appunto situato nel punto più solatio e salubre di Napoli in una fitta vegetazione e destinato alla sola cura di malattie polmonari. La costruzione di questo sanatorio fu realizzata nell’area un tempo proprietà certosina. Ma vediamo le tracce documentate di questi possedimenti.

Le prime notizie pervenuteci di tale realtà agricola monastica si rifanno ad un documento del notaio Giovanni Battista Bassi del 1575, nel quale si evince l’acquisto della masseria nova in Orsolone. Da questa epoca in poi avviene la trasformazione in grangia.

La mappa del Duca di Noja (certosa e Museo di san Martino)

La mappa del Duca di Noja 1775 (certosa e Museo di san Martino)

Grangia nella mappa del duca di Noja

Particolare della Grangia

Una dettagliata descrizione, che ci fa avere idea del fasto di questa azienda agricola monastica, la desumiamo da un inventario redatto. La proprietà dell’Orsolone alla Real Certosa di S. Martino è certificata dall’ «Inventario di tutte le scritture dell’archivio della Real Certosa di S. Martino per le grance di Pianura, Campana, Orsolone e Marano» compilato da Dottor Don Vincenzo Pirozzi, e terminato nell’anno 1769. Le proprietà della Real Certosa nel territorio limitrofo all’Orsolone o poco distante erano varie come ci viene sempre indicato dall’Inventario: la selva e masserie alla Conocchia di S. Croce, il molino della Grancia d’Orsolone, il territorio in Orsolone detto Masseria nuova, e la selva detta la Conca e molte altre. Una perizia estremamente descrittiva ci fa comprendere l’aspetto di tale proprietà. Si fa riferimento ad una cisterna posta davanti alla struttura, sul quale, era inciso lo stemma dei monaci, consistente nel monogramma, C.A.R., tutto sormontato da una T, stante ad indicare il termine, Cartusia. I terreni antistanti l’edificio avevano coltivazioni di uva che consentiva la produzione di un buon vino rosso oltre a numerosi alberi da frutto, e tra questi i rinomati gelsi, fichi e castagni di pregevole qualità. Numerose erano le querce che affiancavano gli edifici. Essi erano caratterizzati, come tutte le grange certosine, in vari ambienti. Una chiesetta, un salone per gli incontri, che il notaio Giuseppe Paradiso descrive come un’ambiente molto grande e di pianta quadrata con raffinate decorazioni alle pareti. Ma il manufatto di maggiore valore, che ci fa comprendere la sontuosità di questa grangia, è la presenza di una “sala della meridiana”.

Un gran salone, dunque, con una lunga meridiana a “camera oscura”incisa a terra sul pavimento, realizzata da Rocco Bovi a somiglianza di quella già presente nella certosa di san Martino e commissionata dal Priore Dom Martino Cianci (1794-1804) così come risultava essere descritto sulla lamina di ferro posta dentro ad una piccola nicchietta a muro tra i segni dello zodiaco, posti alla fine del pavimento laddove terminava la meridiana nel pavimento. Con non poca fatica il Paradiso riuscii a decifrare l’iscrizione che riporta:

ROCHUS. BOVIO/DOMO. SCILLA./EX IUSSU. MARTINI. CIANCI. CARTUSIENSIS./VIRI. ELEGANTISSIMI./MERIDIANAM. ANC. LINEAM. IN./PAVIMENTO. CONSIGNAVIT. QUO. SOLIS. SPECIES./IN. ILLAM. PROIECTA. PRAETER. MERIDIEM./ET. ALTITUDINEM. SOLAREM. SINGULOS. MENSIS./CUIUSQUE. DIES. QUAM. EXLIPTICAE. GRADUS./OSTENTERET. AD HAEC NE. FERREA. LAMINA./AD. LAEVAM. DEXTERAMQUE. DELECTARET./NEVE. SURSUM. DEORSUMVE. LUXARITUR./MARMOREOS. LAPIDES. SOLO. HINC. INSERENDOS./INFINGENDOSQUE. CURAVIT./. RS.

Dom Martino Cianci 1

Dom Martino Cianci

Meridiana a camera oscura di Rocco Bovi (certosa san Martino)

Meridiana a camera oscura di Rocco Bovi (certosa san Martino)

Per quanto riguarda la sua chiesa interna si sa che questa misurava 4,00 metri per soli 5,00, piuttosto piccola, una sorta di cappella, affrescata alle pareti ed alla volta anche se al momento della descrizione l’autore del documento dichiara di averla trovata tutta quanta imbiancata di fresco. La volta della cappellina o che chiesa dir si voglia, per vecchiezza dovette crollare, pur mostrando evidente il disegno architettonico di una volta a sesto di botte delle specie legnosa del Settecento. Al centro, ancora in essere, al momento del racconto, parte di un dipinto su tela, assai deturpato dall’umidità e che pareva ritrarre una Trasfigurazione. Agli angoli della mutata chiesa nel racconto del Paradiso dovettero esserci stati avanzi di fronti di colonne e l’altare molto antico era in legno dipinto, conservato molto male, al di qua e al di là di due finestrelle molto allungate sormontate da teste di angeli con funzione di candelabri per illuminare l’ambiente attorno alla mensa, che misurava due metri ed il suo paliotto si apriva a due battenti mostrando scaffalature interne per la sistemazione e conservazione degli arredi sacri necessari all’ufficio di culto.

La descrizione prosegue: “La pala ha un dipinto del Settecento d’ignoto autore e pare rappresenti la Madonna delle Grazie (…). Ai due lati delle pareti sono due pitture in cornici di legno entro incastrature di stucco: una raffigurante la Fuga in Egitto, l’altra la Nativita. (…) Ai lati e sopra la porta d’ingresso, pure in cornice, vi sono tre figurazioni che a me sembrano episodi della vita di san Martino”.

Tutto ciò, è quello che rimane delle tracce di questa sontuosa grangia certosina dell’Orsolona. Per completezza vi aggiungo due aneddoti ad essa legata. I monaci emisero un “Banno per li territori di San Martino“. Si tratta di una prammatica emessa dai certosini durante l’esercizio temporale dei propri diritti immobiliari in forza del possesso del manufatto, di questo e di altri ancora sul territorio. La prescrizione vietava “il passaggio per queste terre a tutti quelli che si sarebbero dovuti portare giù all’Arenella, a Santa Croce all’Orsolone, e in tutte le masserie e le selve del monastero, né a piedi, né a cavallo, né per tagliare legna, né per strappare frutti agli alberi, né pascolare o far pascolare qualsiasi tipo di bestia, né per andare a caccia, a ritiro, ” … a pernottare, acquare, farvi travi, guastare siepi, scavar fossi, cogliere herbe meravigliose e non far altri danni nei quali si incorre alla pena di ducati cento ed in qualche caso pure la carcerazione ipso facto.”

Altro intrigante aneddoto narrato dalle cronache….

«Nel giorno 2 settembre 1777, il Regnante Ferdinando IV volle visitare i Padri dell’Eremo dei Camaldoli, posto in una collina deliziosa; se non che le selve di quei contorni la rendevano alquanto solitaria e boschereccia. Luogo per altro che, quantunque remoto dal commercio della città, pure viene giornalmente frequentato dai Napoletani, o per devozione che ispira il devoto orrore di quella solitudine, o per godere delle deliziose vedute delle nostre campagne, della città di Pozzuoli, ed in lontananza poi della città di Gaeta e di tutta la provincia di Terra di Lavoro. Portossi dunque la M.S.(Maestà Sovrana) per visitarlo ed assaggiare la minestra degli orticelli di quei buoni Padri, facendo portare seco altre vivande e rinfrescamenti, e tutto il bisognevole. Vi si trattenne sino al tardi del giorno. E poi, nel calarsene, fu nel Monistero di San Martino dei P.P. Certosini (chiaro riferimento alla grangia dell’Orsolone) in dove assaggiò dei famosi meloni offertigli da quei Monaci». Quindi il monastero martiniano citato dal Florio altro non può essere che l’Orsolone. Ancora il notaio Paradiso ci ricorda quale doveva essere la suggestione ambientale di tale area irrimediabilmente perduta: «Uscendo da questo palazzo – un tempo monastero – ci troviamo nel sito più caratteristico della contrada, dove la città si trasforma in villaggio, le strade in viottoli o cupe il gas in lampioni ad olio. Seguono più in sopra una serie di villaggetti accessibili a pacifici cittadini pedestri o a dorso di somaro, perchè qui la civiltà non si e ancora affermata con alcun moderno mezzo di comunicazione. Il cittadino che, sfidando il caldo e la polvere nell’estate, il fango e la neve nell’inverno, si rivolge verso i paesetti in questione, deve nutrire la maggior fiducia nelle sue gambe, od in quelle di un orecchiuta cavalcatura; cioè bisogna affidarsi all’intelligenza di un asino il quale conosce i siti e si avanza con mirabile sicurezza»

Come avrete capito cari amici attraverso la ricostruzione di poche tracce di un’antica e fastosa grangia, ho voluto liberare dall’oblio le origini della Zona dell’Orsolone, nota oggi solo per essere una area di un quartiere della città di Napoli. 

News: Riapre la “chiesa delle donne” della certosa di San Martino

Cari amici lettori di Cartusialover, è con grande entusiasmo che vi comunico una lieta, e per me emozionante, notizia riguardante la “mia”certosa.

Dopo 40 anni ha riaperto al pubblico la seicentesca “chiesa delle donne” della certosa e Museo di San Martino, lo scorso 13 dicembre, infatti, si è tenuta la cerimonia di inaugurazione. A seguito di un importante restauro, che ha interessato la parte decorativa e quella architettonica dell’edificio, posto nel piazzale antistante la certosa napoletana, sono stati ripristinati i vividi colori degli affreschi del presbiterio, databili alla prima fase di edificazione di questa cappella esterna, e realizzati con ogni probabilità da Giuseppe Cesari, il Cavalier d’Arpino. È stata, inoltre, riscoperta la doppia pavimentazione originaria, databile al primo quarto del XVIII° sec , nella navata si può ora notare il pavimento in cotto arricchito da una greca maiolicata mentre nella zona del presbiterio nella pavimentazione sono inseriti elementi decorativi.

Detto ciò, va precisato che la presenza di una cappella esterna in ogni certosa, deriva dalla necessità venutasi a creare per il divieto assoluto, imposto dalla regola dell’Ordine certosino, di ingresso al complesso monastico per le donne. Tale proibizione fu confermata nei secoli da varie Bolle papali, emesse da Papa Giulio II, nel 1506 ribadita sia da Papa San Pio V, sia nel 1566-1572 con la Controriforma, sia da Gregorio XIII che da Papa Benedetto XIV nel 1757. La eventuale non osservanza prevedeva la pena di scomunica riservata dalla Santa Sede, vi ricorderete, che della unica eccezione vi ho parlato in un precedente articolo.

Alla certosa di san Martino, la edificazione di una chiesa esterna, con annesso giardinetto, piccola oasi di ristoro per quelle dame che si inerpicavano sulla impervia collina fu realizzata intorno al 1590, negli anni del Priore Severo Turboli, a cui si deve il forte impulso innovatore che avrebbe trasformato l’intero complesso monastico napoletano.

Alla cosiddetta chiesa delle donne lavorò anche l’architetto toscano Giovanni Antonio Dosio, la cui maniera è ben visibile nella bicromia bianco/grigio cara al Rinascimento fiorentino. Sulla facciata esterna di suddetta chiesa vi è un bassorilievo settecentesco in stucco, raffigurante san Bruno in preghiera nel deserto di Chartreuse a cui appare la Vergine. Sullo sfondo, il paesaggio aspro della Grande Chartreuse ed in un angolo un monaco in meditazione nel desertum. Terminato il restauro, il riallestimento interno è risultato estremamente difficile. Complessa è stata la ricerca dei dipinti che dovevano essere collocati sull’altare e sulle pareti laterali della navata, soprattutto a causa delle direttive reali che nel 1806, all’inizio del “decennio francese” (1806-1815), portarono alla requisizione di centinaia di dipinti della certosa. Attenti studi hanno permesso di ripristinare il nucleo di tre opere, come risulta da documenti e fonti del secolo XIX°. Si è così collocato sull’altare “La Madonna con Bambino che appare a San Bruno”, riferibile a Paolo Finoglio Il quale prende spunto dal ciclo disegnato da Giovanni Lanfranco e inciso da Theodor Krüger. Mentre sulle pareti laterali San Bruno eremita, una copia da Massimo Stanzione di Tommaso De Vivo datata 1822 probabilmente concepita nell’ ottocento per l’altare. Dall’altra parete una tela raffigurante Santa Barbara, che a seguito del recente restauro ne ha fatto scoprire la datazione, ovvero 1583.(consegnata dal Real Museo Borbonico ai certosini insieme ad alcune delle opere requisite in epoca francese e originariamente sita nella Cappella Palatina di Castel Nuovo).

A seguire, un reportage fotografico di quanto vi ho esposto ed un video con intervista alla direttrice della certosa e museo nazionale di san Martino, che ci spiegherà quanto fatto. Plauso a chi è riuscito a riconsegnare al territorio cittadino questa chiesa, piccolo tesoro, la cui memoria rimaneva in quei pochissimi fortunati che ricorderanno l’ultima messa celebratasi nel 1978. Il sottoscritto spera vivamente che molto presto la chiesa delle donne della certosa di san Martino possa riprendere vita con celebrazioni liturgiche, e diventare un punto di riferimento religioso, che vada ad integrarsi con la nota fama internazionale di attrattore turistico e culturale, del museo in esso presente.

Video intervista

Cartusiae vintage: certosa di san Martino

la certosa da Piazza municipio

Cari amici per questo ultimo appuntamento della rubrica “Cartusiae vintage”, ho il piacere di mostrarvi antiche cartoline con immagini della presenza dei monaci nella “mia” certosa, ovvero la certosa di san Martino a Napoli. La soppressione definitiva della certosa napoletana avvenne nel 1866, anno in cui una legge del neo Stato Italiano soppresse gli ordini religiosi. Fu così che diventando un complesso monumentale nacque il “Museo Nazionale di San Martino”. Si narra che alcuni monaci, in cattive condizioni di salute, permasero ancora per qualche decennio, conducendo una vita grama ed emarginata, fino alla loro morte. Le immagini che vedremo riguardano la fine dell’ottocento ed i primissimi anni del nuovo secolo. I certosini sembrano mettersi in posa, quasi consapevoli di poter rappresentare, in futuro, una straordinaria testimonianza della memoria del loro passaggio a san Martino.

Largo alle immagini!

Recensioni dal passato

certosa-di-san-martino

Oggi, nella nostra epoca molte attività si svolgono sul web, tra le tante, una molto diffusa ed utile è quella di rilasciare opinioni, commenti su luoghi di notevole interesse visitati. Su tutti, il noto portale TripAdvisor, svolge un impareggiabile servizio, pubblicando le recensioni degli utenti riguardo hotel, ristoranti, città, musei ed ogni attrazione turistica.
Vi starete chiedendo che attinenza ci sia tra ciò ed i certosini.
Ebbene, sin dagli albori dell’attuale turismo di massa cominciato con il Grand Tour, i viaggiatori erano soliti esprimere le proprie impressioni di viaggio, magari annotandole su appositi appunti al fine di tramandare le proprie sensazioni.
Il Grand Tour in particolare era un lungo viaggio nell’Europa continentale effettuato dai ricchi giovani dell’aristocrazia europea a partire dal XVII secolo e destinato a perfezionare ed arricchire il loro sapere.
Spesso le certose erano tappe obbligate in questi itinerari, sia per la loro ubicazione privilegiata, sia per le ricchezze artistiche in esse custodite e sia per la curiosità nutrita nei confronti dei contemplativi monaci certosini.
Allora, concedetemi questo simpatico anacronismo.
E se ci fosse stato TripAdvisor nel XVII° secolo?

Queste sarebbero state alcune tra le più autorevoli recensioni, che ho raccolto per voi amici lettori, sulla bellezza e ricchezza della Certosa di san Martino.
Voglia essere questo un omaggio alla “mia certosa”. Seguiranno immagini dell’attuale immutato splendore.

“Di tutti i chiostri che ho visto quello dei certosini di san Martino, è il più splendido e magnifico. Possiede un vasto cortile quadrato circondato dal più bel perystilium o chiostro che abbia mai visto: tutte colonne e l’intero pavimento (del portico) sono di marmo policromo ben rifinito, lucidato ed intarsiato e tenuto così pulito ed elegante che è impossibile vedere qualcosa di più piacevole di questo genere. Devo confessare che ne sono rimasto molto colpito.” (John Ray 1665)

 

” Vi sono in certosa opere di grande interesse; annoto nella mia agenda che il più bello tra tutti è il dipinto dello Spagnoletto (Ribera), in fondo alla sacrestia; è la migliore opera di questo artista. Ma se volete un quadro ben più stupendo di tutti questi, affacciatevi alla finestra, e ditemi cosa pensate della visione.
Ebbene? Mi dispiace ancora la fatica che ho affrontato portandomi ad arrampicare sopra le rocce di questa dannata certosa, dove mi pareva che non sarei arrivato?” (Charles De Brosses 1740)

 

” Ciascun religioso ha la sua piccola abitazione composta di un gabinetto, di una biblioteca e di un piccolo giardino, tenuto con grandissima pulizia, ma l’abitazione del Priore può infatti gareggiare con l’appartamento di un principe. Viene la medesima adornata di gallerie e logge coperte e discoperte, con vaghe pitture a fresco, magnifici colonnati, scalinate di marmo, belle stanze lastricate di finti marmi di vari colori; il tutto fornito di statue, busti, bassorilievi, vasi antichi, con deliziosi giardini pensili abbelliti dei più rari fiori e di parecchie curiose fontane. Nelle mentovate stanze trovasi inoltre una copiosa raccolta di eccellenti pitture dei migliori Maestri, e tale che può dirsi una compiuta galleria….Delle fin qui descritte cose si può abbastanza comprendere la bellezza e magnificenza di questo luogo, che forse non ha il simile in tutta l’europa. (Thomas Salmon 1761)

 

“La superbe Chartreuse de Saint Martin dans une des plus belles situations de l’univers!

L’eglise seule peut etre regardee comme une superbe galerie des plus beaux tableaux et ornèe de tout ce qu’il est possible d’immaginer en pierres prècieuses, en stucs, dorures et marbres les plus rares, il y sont rèpandus avec profusion et cependant avec beaucoup de goût”. (Abbé de Saint-Non 1781)

 

“La tonaca bianca dei monaci dà loro un aspetto amichevole; e in realtà essi sono ancora più amichevoli; Accolgono lo straniero con la massima benevolenza e cordialità. Nessuno può associare ai certosini la tipica figura del rigido anacoreta, che non pensa ad altro che a prepararsi la tomba,e non pronuncia sillaba che non sia un memento mori. I certosini di San Martino non sono così tetri;sorridono e ridono, abitano spaziose stanze molto ben arredate, e molti ne hanno addirittura tre, dormono sotto le coperte, si divertono a guardare con il cannocchiale dai balconi lo spettacolo della gente di Napoli e offrono il caffè agli stranieri…..Nel Refettorio vidi un gran numero di tavole apparecchiate…la cucina era un bello spettacolo, degno di attenzione del visitatore. Era spaziosissima con un pozzo al centro in cui un Tritone versava acqua dal corno….La Farmacia è degna della cucina. Il vecchio monaco che vi presiede ha grandi conoscenze di medicina, e sa come comporre panacee”. ( August Von Kotzebue 1804)

 

n_a
Potrei continuare citandovi i giudizi di De Sade, De Moratin, Stendhal, Dumas, Melville, Taine, Twain eccetera, ma non intendo tediarvi, pertanto vi lascio gustare le immagini che si commentano da sole.

priore in meditazione certosa di San Martino

La misurazione del tempo nella certosa di san Martino

La misurazione del tempo nella certosa di san Martino

certosa

Lo scorso 21 dicembre, giorno del solstizio d’inverno, nella certosa di san Martino a Napoli oggi sede dell’omonimo museo, si è svolta una interessante giornata di studio. Essa è stata dedicata ai rarissimi esemplari di orologi solari sei-settecenteschi presenti nel complesso monastico certosino. Come sapete cari amici, lo scorrere del tempo ed il relativo studio per la misurazione dello stesso, è stato da sempre un elemento essenziale dei padri certosini. Essi infatti dedicavano molto tempo alla scienza della gnomonica, al fine di realizzare strumenti che consentissero loro di misurare il tempo con la luce del sole. In passato vi ho proposto vari esempi di meridiane ed altri orologi solari in altre certose, oggi grazie a questo evento svoltosi di recente approfondirò il tema degli orologi presenti nella “mia” certosa. Essi per la precisione sono quattro:

  1. la meridiana settecentesca di Rocco Bovi (oggetto della prova)

  2. l’orologio a quadrante multiplo sul parapetto del terrazzino del Quarto del Priore

  3. l’orologio verticale del Chiostro Grande

  4. l’orologio meccanico ad ore italiche presente nel Chiostro Grande

L’incontro di studi ha avuto l’intento di realizzare un progetto volto a provvedere al ripristino della funzionalità dei summenzionati orologi. In presenza di un folto pubblico dopo l’esposizione in conferenza dei propositi, si è svolta alle ore 12 la dimostrazione dell’andamento della macula luminosa della meridiana realizzata da Rocco Bovi tra il 1771 ed il 1772, situata negli ambienti della biblioteca del Quarto del Priore. Allo scoccare del mezzogiorno con una precisione impressionante il sole attraverso il foro ha toccato l’apice della verga in bronzo, posta sul pavimento maiolicato su cui sono decorate alla perfezione le costellazioni, tra l’emozione del pubblico intervenuto che ha applaudito fragorosamente.

La meridiana in questione, trattasi di un esempio di meridiana a camera oscura, ovvero un particolare orologio solare che si usava costruire in ambienti chiusi, costituito da un foro su una delle pareti esterne, in direzione sud, e da una linea tracciata sul pavimento, in direzione nord-sud e possibilmente graduata. Questo orologio solare, realizzato per scopi astronomico, calendariali e liturgici, un tempo adornava la ricca e celeberrima biblioteca del Quarto del Priore, essa fa parte del, complesso costituito dagli ambienti destinati alla massima autorità della comunità certosina. La decorazione risale ai primi anni del Settecento, quando nella certosa furono ripresi i lavori per un adeguamento alle nuove tendenze del gusto di quel periodo. Nelle due piccole volte Crescenzo Gamba, affrescò San Martino in gloria e San Bruno che riceve la regola dell’ordine dalla Vergine col Bambino. Di grande pregio artistico è il pavimento, realizzato da Leonardo Chiaiese nel 1771, sulle cui riggiole in cotto maiolicato è illustrata una complessa simbologia con la rappresentazione delle costellazioni, attraversata dal tracciato della verga in bronzo della lunga meridiana solare di Rocco Bovi che funzionava grazie al raggio di sole che filtrava dal forellino posto in alto.

Durante la giornata studi è stato mostrato il ripristino estemporaneo del prezioso orologio marmoreo a quadrante multiplo, situato sul parapetto di in terrazzino del Quarto delPriore, del quale si prevede un successivo intervento di conservazione ed il progetto del restauro dell’orologio verticale del Chiostro Grande con il ridisegno del reticulum temporis..

Sempre nel Chiostro Grande, sulla facciata del campanile vi è un altro orologio, con quadrante alla romana. Le ore “italiche” erano una misurazione bizzarra del tempo, che fu in uso dalla metà del XIV° secolo e perdurò fino al periodo napoleonico quando venne introdotta l’attuale misurazione. L’orologio disponeva di una sola lancetta che si muoveva su di un quadrante che indicava sei ore Esso segnava le cosiddette ore “italiche”, secondo un antico sistema di misurazione del tempo che partiva, anziché dalla mezzanotte come ora, dal momento del tramonto. Il sistema meccanico interno faceva girare una sola lancetta, la quale percorreva quattro giri completi del quadrante nell’arco di ogni giornata. ( http://cartusialover.altervista.org/Curiosando.htm ) Speriamo che al più presto si realizzi la rifunzionalizzazione degli orologi presenti nella certosa napoletana di san Martino, affinchè possano ritornare a funzionare con la medesima precisione dell’epoca in cui vennero concepiti con certosina meticolosità dai monaci.

Mpannelli esplicativi del progetto

Pannelli esplicativi del progetto

M foro eluce

Prova del raggio solare in camera oscura

mezzogiorno

Macula solare

2016-01-09

Costellazioni nel pavimento maiolicato

orologio a quadrante multiplo

Il video che vi offro è stato realizzato qualche anno fa in occasione di un’altro progetto realizzativo, che spero possa portarvi a conoscere meglio visivamente quello che vi ho descritto in questo articolo.