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La certosa di Trisulti riapre!

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Carissimi amici, sono lieto di annunciarvi la riapertura della certosa di Trisulti.

Ma facciamo una premessa, la certosa fu abbandonata dai certosini nel 1947, e da quella data fu affidata ai monaci cistercensi della Congregazione di Casamari. Questi fino al 2015 facevano da custodi al complesso monastico prezioso scrigno di tesori architettonici, artistici, storici e religiosi. Ma a causa della penuria di monaci cistercensi, gli ultimi che la abitarono erano ormai vecchi e malati, se ne dispose la chiusura. Dopo varie traversie, nel 2018 fu affidata alla associazione “Dignitatis Humanae Institute”, la quale avrebbe dovuto gestirla per 19 anni con l’intenzione di aprire, nell’antico monastero, una scuola sovranista. Da quel momento, tante sono state le polemiche e le inchieste giornalistiche che hanno rivendicato la certosa come bene comune, al punto che lo scorso 15 marzo è stata revocato l’affidamento, e la certosa è stata riconsegnata il 26 luglio ad una società della Regione Lazio che in soli tre mesi con il sostegno del Ministero della Cultura, proprietario della struttura ha predisposto la riapertura del sito. Dopo i lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria che hanno interessato la struttura nei mesi estivi, infatti, il Ministero della Cultura e la Regione Lazio, hanno presentato il nuovo corso della gestione del bene, definendone anche le modalità di fruizione.

Ciò detto, lo scorso 8 novembre, è stata annunciata dalle autorità presenti, su tutti il Ministro della Cultura ed il presidente della Regione Lazio, la riapertura ufficiale. Inoltre, è stato ribadito che l’ingresso alla certosa sarà libero e gratuito per tutti i giorni della settimana e si potranno tornare a visitare tutti gli ambienti monastici, ovvero l’antica farmacia ed i suoi splendidi giardini, la piazzetta con il belvedere panoramico, la Chiesa, il grande chiostro rettangolare su cui si affacciano le antiche celle dei monaci, il monumentale refettorio interno, e la peschiera.

Di notevole valore la Biblioteca Statale monumentale, che è dislocata nel Palazzo di Innocenzo III e nel Palazzo della Meridiana, e che conta circa 36mila volumi storici e 5mila pergamene, consultabili da tutti coloro interessati ai testi per motivi di ricerca e studio.

In seguito, invece, verranno resi visitabili anche il piccolo chiostro ed il cimitero dei monaci, nonchè la sala capitolare con i suoi dipinti murali e gli altari realizzati alle fine del ‘700, ambienti questi appena restaurati. Un’altra splendida notizia è che con la riapertura della certosa, riprenderanno nella chiesa dedicata a San Bartolomeo, le funzioni religiose (solo nei giorni festivi), restituendo così il ruolo di luogo di culto tanto sentito dal territorio e dalla comunità locale. La Santa Messa verrà celebrata quindi la domenica alle ore 11.

tARGA Orari

Apprendo e diffondo con voi, questa lieta notizia, finalmente dopo tante traversie la splendida Certosa di Trisulti ritorna ad essere un luogo che potrà essere ammirato da tanti turisti che vorranno apprezzarne le bellezze artistiche ed assaporare le tracce della quiete monastica e della spiritualità che questo sito emana.

A seguire un video con gli interventi degli intervenuti.

Dom Silvio Badolato

18 Dom Silvio Badolato

Il personaggio che oggi voglio farvi conoscere è un monaco certosino originario di una nobile famiglia. Egli nacque in una data imprecisata, intorno ai primi anni del 1500, a Monteleone, l’attuale Vibo Valentia. Egli fu battezzato con il nome di Scipione, e sin da piccolo si dedicò allo studio nella terra natìa, per poi da ragazzo trasferirsi a Roma per studiare il diritto civile e canonico. Il giovane Scipione, sembrava avviato verso una brillante carriera forense, ma poiché in diverse occasioni era solito fare visita ai suoi conterranei Dom Antonio e Dom Giovanni Mazza, gli illustri fratelli certosini ospiti della certosa napoletana di San Martino.
La frequentazione con questi due religiosi, fece nascere in Scipione l’ispirazione a diventare anch’egli monaco certosino. Fu così che la Provvidenza cambiò il corso della sua esistenza. Nel 1529, entrò nella certosa napoletana prendendo il nome di Silvio. Fin dal principio di questo nuovo percorso, egli si distinse per lo zelo e molteplici virtù, che non passarono inosservate ai suoi superiori. Ben presto egli divenne procuratore della certosa napoletana, per poi essere scelto come priore della certosa di Padula prima e poi di quella di Capri. A seguire divenne priore di Trisulti per ben due volte, di nuovo guidò la certosa di Padula, e due volte a capo della certosa di Serra, poi ancora a Roma, ed infine fu priore della certosa di Firenze e nominato Visitatore della provincia della Tuscia e del Regno.
In questa lunga e variegata “carriera” da priore, fu sempre ben voluto e tenuto in gran stima dalle comunità che diresse, sempre dedito all’osservanza della regola con notevole zelo. Fu dedito nei suoi mandati a dedicarsi con semplicità e rigore alla vita claustrale, mostrandosi sempre come esempio per tutti i confratelli.
Dom Silvio Badolato, nel suo secondo mandato da priore nella certosa di Serra San Bruno, che si svolse dal 1573 al 1577, fece costruire la sala capitolare ed il coro, nonché fece completare il chiostro. In quel periodo ebbe alcune controversie locali, che lo videro prevalere nel rivendicare giusti diritti per il proprio monastero. Ciò gli fece riscuotere enormi consensi tra il popolo, ma soprattutto dal Capitolo Generale dell’Ordine. Dom Silvio Badolato, con la sua saggezza dovette affrontare nel 1576 i pericoli derivanti da una tremenda epidemia di peste sviluppatasi a Messina, la quale arrecava rischio ai territori circostanti la Calabria e quindi della certosa. Ordinò pubbliche preghiere e processioni, per scongiurare il pericoloso morbo, inoltre realizzò una sorta di cordone sanitario sulle spiagge di sua pertinenza per arginare il pericolo. L’anno successivo, nel 1577 fu nuovamente inviato a Padula laddove si dedicò allo studio ed agli scritti, ormai convinto di aver completato il suo percorso e nel 1579 chiese misericordia e ritornò semplicemente a svolgere la vita monastica senza incarichi. Ma nel 1583, i Superiori dell’Ordine lo invitarono a recarsi alla certosa di Roma ad occuparsi come Visitatore della provincia certosina della Tuscia.
Durante questo periodo romano, l’allora pontefice Gregorio XIII, lo tenne in grande considerazione e spesso voleva essere in sua compagnia chiedendogli pareri e consigli. Trascorsero alcuni anni, e Dom Silvio ormai in età avanzata era intenzionato ad abbandonare definitivamente tutti gli incarichi per dedicarsi esclusivamente alla vita contemplativa da semplice monaco e di fare ritorno alla sua casa di professione.
Fu così, che fece ritorno a Napoli, dove in certosa potè dedicarsi esclusivamente alla preghiera ed agli studi. Scrisse alcuni opuscoli ed alcuni commenti sulle Epistole dell’Apostolo Paolo, che per sua estrema umiltà non volle fare stampare. Trascorrendo gli ultimi anni in una quiete assoluta, lentamente come una candela, la sua vita terrena si spense. Ho voluto celebrarlo oggi, poiché morì il 18 febbraio del 1587 dopo cinquantotto anni di vita monastica, ed il giorno 20 fu sepolto nel cimitero della sua certosa. Il Capitolo Generale dell’Ordine gli attribuì il titolo onorifico di “Laudabiliter Vixit” (vissuto lodevolmente /vita esemplare). Senza essere una sorta di canonizzazione, questo titolo è concesso dal Capitolo Generale, all’unanimità dei suoi partecipanti, ai religiosi e alle religiose che si sono particolarmente distinti per le loro virtù e la loro influenza.

Alla sua memoria vadano le nostre preghiere.

La Grangia di Tecchiena

Tecchiena

Torno oggi a parlarvi di una grangia, etimologicamente deriverebbe dal francese arcaico “granche”, che a sua volta verrebbe dal latino volgare “granica”, ed indicherebbe il luogo dove si conserva il grano (granarium).

Furono vere e proprie tenute agricole in cui fratelli conversi e donati lavoravano sotto la direzione di un Magister Grangiae, essi oltre a lavorare in loco dormivano, mangiavano e pregavano. Si resero indispensabili quindi la costruzioni di un dormitorio, un refettorio ed una cappella (oratorio).

Quella di cui oggi vi parlerò, è la Grangia di Tecchiena di proprietà dei certosini di Trisulti.

Castello grangia Tecchiena

La storia

In zona di confine tra Alatri e Ferentino, in provincia di Frosinone, sorge un castello di pianura, il cosiddetto Castello o Grangia di Tecchiena. Il Castello di Tecchiena, sorse intorno all’anno Mille, nel corso dei secoli fu più volte distrutto e ricostruito. Venne fortificato con una poderosa torre di guardia, un muro di cinta ed un leggendario cunicolo segreto, utilizzato in caso di pericolo dalla popolazione circostante per potersi rifugiare al suo interno. Papa Innocenzo IV nel 1245 incamerò il castello come feudo del papato. Nel 1395 fu deciso di cederlo ai certosini di Trisulti che lo trasformarono in una grangia, ovvero un importante centro agricolo, che i monaci gestirono fino agli inizi del Novecento. Grazie alla alacre presenza dei certosini, il castello prosperò e così tutta la comunità di Tecchiena godette di tanti benefici, furono redatti infatti degli Statuti che ne regolavano la vita sociale, lavorativa e religiosa. I certosini, con questa Grangia oltre a soddisfare il fabbisogno alimentare della certosa di Trisulti, mantennero in quei luoghi condizioni di pace per cinque secoli, elessero anche un castellano, a cui era affidato il compito di fare osservare gli Statuti. I certosini furono impegnati a Tecchiena come agricoltori, allevatori di bestiame ed artigiani. Essi si curavano delle necessità delle popolazioni circostanti, sostenendo soprattutto i poveri. Ma dopo tanto benessere, sopraggiunse il tempo delle soppressioni degli ordini monastici. La prima avvenne nel 1789, la seconda nel 1810 e la terza nel 1849, durante questi tragici eventi la grangia fu selvaggiamente saccheggiata, mentre i certosini furono allontanati e reintegrati. Il periodo buio continuò fino all’ultima soppressione avvenuta nel 1873, quando il Demanio prese possesso dei possedimenti monastici. L’Ordine certosino, resosi conto che la certosa di Trisulti non poteva fare a meno dei possedimenti di Tecchiena, operò uno sforzo economico per riacquistare dallo Stato nel 1874 la Grangia. Essendo formalmente ancora soppresso, l’Ordine non poteva intestarsi nulla, ragion per cui escogitarono di intestare a due soggetti la proprietà. I monaci Dom Michele Duca, il Priore, e don Benedetto Giovannangeli benedettino di Fossanova, divennero proprietari a nome dell’Ordine, ed in nove anni di incessanti mediazioni finanziarie venne ristabilita la quiete. Ma purtroppo, nell’arco di otto mesi, tra il febbraio e l’ottobre del 1887, morirono. Finalmente, dopo un ventennio di estenuanti vicende giudiziarie, i monaci riebbero di diritto la loro Grangia. Ma l’annosa vertenza per la tenuta ed il ridotto numero di monaci agricoltori, artigiani ed allevatori di bestiame si era notevolmente assottigliato, e quindi ciò indusse i certosini di Trisulti a svendere malvolentieri la Grangia di Tecchiena. Il 2 marzo 1918, l’ acquirente Arturo Pisa, un mercante ebreo, entrò in possesso del castello e della tenuta, di ben 969 ettari e «di ricche suppellettili e di attrezzi e di macchinari e di scorte». Si concluse così la presenza certosina che perdurava da oltre cinque secoli, Vari proprietari si susseguirono nel corso dei decenni successivi, nei quali la fisionomia della superba grangia svanì lentamente.

grangia tecchiena

La struttura

Il complesso della Grangia di Tecchiena, è ancora oggi costituito dal castello, dalla chiesa di San Bartolomeo e dai granai. Nei pressi del complesso, che rappresenta il più bell’esempio di architettura settecentesca presente in quei territori, sono visibili anche alcune antiche rovine di quello che doveva essere il borgo dei contadini. Il Castello Grangia di Tecchiena è oggi una proprietà privata, e l’imponente struttura appare come una dimora abbandonata, mentre la sola parte che dà sul piazzale interno è ancora ben tenuta e sembra pulita. Sul monumentale portone esterno che immette all’interno della Grangia, alzando gli occhi, si scorge ancora intatto, uno stemma con il monogramma certosini CAR di «Cartusia» All’interno dovrebbe essere ancora presente quella che era la primitiva chiesa del castello, già intitolata a San Silvestro. Le poche immagini che vi offro sono solamente dell’esterno, poichè nessuno può accedervi, e ciò è un vero peccato poichè si potrebbe prevedere di consentirne l’accesso per visitarlo, essendo un monumento testimonianza di un passato glorioso, e pregno di storia.

entrata Grangia con Car

Cart

«La tenuta dei Certosini chiamata Ticchiena è uno dei più ricchi possedimenti della Campagna. Mille coloni la coltivano, agricoltori che pagano l’affitto dei campi in natura o col proprio lavoro. Sei frati laici amministrano la tenuta e di quando in quando abitano la fattoria. Grano, olio, vino e frutta vi si raccolgono in quantità. La rendita è impiegata ai diversi scopi del monastero, fra i quali primeggia la beneficenza. Il nome della Certosa di Trisulti è benedetto e lodato in tutta la contrada»
(Ferdinand Gregorovius, “Passeggiate per l’Italia”)

L’orologio di Flora

L’orologio di Flora

Giardino della farmacia della certosa di Trisulti

Prima di porvi l’argomento in oggetto all’articolo odierno, occorre che faccia una premessa. Nel 1745, il medico e naturalista Carlo Linneo, durante i suoi studi per la classificazione delle specie viventi, osservò per primo che i fiori avevano la peculiarità di schiudersi ad orari diversi nel corso della giornata. A seguito di ciò ebbe l’idea di realizzare un “orologio“, sistemando in un aiuola circolare, il quadrante, ed in ogni settore rappresentante una distinta ora la specie floreale che si schiudeva. Con 24 specie di piante, si ottenne “l’orologio di Flora”, un sistema per misurare il tempo in maniera assolutamente naturale. Una così sensazionale scoperta, non tardò a raggiungere  i certosini che, come vi ho detto, erano fortemente appassionati conoscitori della misurazione del tempo. Fatte le dovute considerazioni al riguardo del funzionamento di tale orologio, subordinato a fattori legati alla latitudine, alla luminosità ed al clima, decisero di realizzarne uno per le necessità della vita claustrale. Apprendiamo ciò da un antico manoscritto ritrovato nella certosa di Trisulti, che ci introduce alla realizzazione di un orologio di Flora che fu realizzato dal botanico certosino che resta anonimo, come il suo scritto. Esso recita testualmente:

L’orologio di Flora”
“L’assiduo studio, onde l’immortal
Linneo intese ad investigare la meravigliosa
natura dei vegetali, gli fece avvertire che alcuni
fiori dalla Primavera all’Autunno si aprivano e
chiudevano a certe ore determinate del giorno,
e questo fenomeno chiamò vigilia e sonno
delle piante. Siccome cosa nasce da cosa, e
da pensier nuovo pensier rampolla, questo
ripetersi dello stesso effetto a giro d’ore,
suggerì l’idea di un orologio, che forse non fu
ignoto agli stessi antichi, del quale l’asta del
fiore fosse l’indice e l’aiuola il quadrante.
Cercherebbe cosa impossibile chi volesse
trovare l’esattezza matematica in
quest’orologio, il quale riceve necessarie
variazioni e dalla diversità dei climi e dalla
incostanza delle stagioni.
Avrà però di che pienamente soddisfare alla sua curiosità, chi
ama divertire l’anima all’innocente diletto di
osservare i miracoli della natura, che tanto si
mostra portentosa nella leggiadra famiglia dei
fiori. Se a determinare la misura del tempo i
solitari della Tebaide si giovarono della polvere
del deserto, se l’affaticato villanello dell’Asia
guardava l’ombra delle piante per indovinare le
ore del giorno, noi, per invidiabile ventura, sotto
al ridente cielo d’Italia, assai più lietamente
prenderemo partito d’occuparci della piacevole
coltivazione dei fiori…Tu che leggi queste
carte, amatore di pure delizie, fa di essere
cortese a questa fatica e segna coi fiori i giorni
felici della tua vita, che ti auguro fiorente e lieta
come la bella Primavera che vide l’italico cielo.
Addio”.

A seguire il certosino riporta le specie dei fiori che sbocciano alle varie ore del giorno (con riportata, di seguito alla classificazione botanica e alle caratteristiche, anche la denominazione in lingua francese):

ore7

Ore 7

Ore 7 italiane: Il Dente di Leone (Leontondon   
Taraxacum). Appartiene alla Classe
Syngenesia, all’Ordine polygamia aequalis.
Mette fiori giallastri; è chiamato dai Francesi:
Pissalint officinal.

ore 8

Ore 8

Ore 8 italiane: Lattugaccio (Arnopogon 

dalechampii). Appartiene alla Classe
Syngenesia, all’Ordine polymagia aequalis. I
suoi fiori dosno di un bel color giallo, racchiude
semi piumati cui disperde il vento, e reca
altrove a germogliare; viene detto dai Francesi:
Salsifis dalechamp.

ore 9

Ore 9

Ore 9 italiane: Il Vilucchio delle siepi

(Convolvulus sepium). Appartiene alla Classe
Pentandria, all’Ordine monogynia. Mette fiori
bianchissimi, s’attorciglia alle siepi e ama
l’ombra; è detto dai Francesi: Grand liserom
blanc.

 

Tragopogon pratensis ssp. orientalis

Ore 10

Ore 10 italiane: La barba di becco

(Tragopogon pratense). Appartiene alla Classe
Syngenesia, all’Ordine polygamia aequalis.
Mette calice squamoso, foglie dentellate,
medicinali rinfrescanti, i suoi fiori sono
giallastri, la radice nutritiva; viene chiamato dai
Francesi: Salsifis de pres.

                                 

ore 11

Ore 11

Ore 11 italiane: Crespigno e Cicerbita
(Sonchus oleraceus). Appartiene alla Classe
Syngenesia, all’Ordine polygamia aequalis.
Mette fiori giallastri, le sue foglie sono verdi
oscure frastagliate, stilla un umore lattiginoso,
ama i luoghi aridi; i Francesi la chiamano:
Laitron epineux.

             

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Ore 12

  Ore 12 italiane: Pulmonaria gallica rotundifolia
(Hyeracium murorum). Appartiene alla Classe
Syngenesia, all’Ordine polygamia aequalis. I
suoi fiori sono di color ceruleo purpureo, le
foglie ovate, lanceolate; è chiamato dai
Francesi: Pulmolnaire.

ore13

Ore 13

Ore 13 italiane: Pilosella (Hyeracium pilosella).
Appartiene alla Classe Syngenesia, polygamia
aequalis. Cresce nei luoghi sterili, mette fiori
gialli, dicesi salubre per gli uomini, micidiale
per le pecore. I Francesi la chiamano: Oreille
de souris.

ore14

Ore 14

Ore 14 italiane: Erba cristallina
(Mesembryantheum crystallinum). Appartiene
alla Classe Icosandria, all’Ordine pentagynia,
mette fiori radiati porporini bellissimi, foglie
ovate ondate; è chiamata dai Francesi: la
glaciale.

ore15

Ore 15

Ore 15 italiane: Bello di giorno (Convovulus
tricolor). Appartiene alla Classe Pentandria,
all’Ordine monogynia. I suoi fiori sono screziati
di bianco, giallo e turchino; è chiamato dai
Francesi Belle de jour.

ore16

Ore 16

Ore 16 italiane: Porcellana del meriggio
(Portulaca meridiana). Appartiene alla Classe
Dodecandria, all’Ordine monogynia. I suoi fiori
sono di un bel colore giallo; è detta dai
Francesi Pourpier sauvage.

Romulea bulbocodium

Ore 17

Ore 17 italiane: Fior di cucculo, ossia amoretto
pratense (Ixia bulbocodium o Romulea).
Appartiene alla Classe Triandria, all’Ordine
monogynia. Mette fiori gialli rigati cerulei,
cresce nelle praterie, ha breve durata. I
francesi la chiamano Ixia.

ore18

Ore 18

Ore 18 italiane: Radicchiella selvatica
(Rhagadiolus stellatus). Appartiene alla Classe
syngenesia, all’Ordine polygamia aequalis.
Mette fiori gialli a stella, foglie dimesse in forma
di lira. Viene detta dai Francesi: Lampsana
etoilée.

Ho voluto inserire l’immagine delle singole specie botaniche, inoltre voglio puntualizzare, per la precisione, che contrariamente all’orologio di Linneo, qui a Trisulti venne concepito un orologio con il sistema ad “ore italiche”. Questo sistema era presente anche in un altro orologio nella stessa certosa, e pertanto in uso presso i certosini di Trisulti, prima di adottare il sistema orario alla “francese” ovvero quello di uso comune (dalle 0 alle 24). Vi ho offerto questa ghiotta curiosità, a dimostrazione della sensibilità certosina, nei confronti di ogni scoperta scientifica e nella quale ovviamente con animo di profonda religiosità percepivano la presenza e l’opera del Creatore.

Ancora sulla “cella di rigore”

Ancora sulla “cella di rigore”

monaco penitente

Al termine del recentissimo articolo riguardante la “cella di rigore” presente all’interno delle certose, avevo rivolto un appello a tutti coloro in grado di fornire ulteriori informazioni al riguardo. Le vostre interazioni, non si sono fatte attendere. Ed è mio piacere fare un altro articolo su quanto da voi fornitomi, sempre al fine di arricchire la conoscenza su questo tema.

L’amico lettore Giulio Armani sotto forma di commento mi ha inviato la sua preziosa testimonianza circa la certosa di Calci, eccola:

Riguardo alla cella di rigore, ricordo che nella certosa di Calci ne esiste una, la visitai, accompagnato da uno degli ultimi monaci residenti in quella casa, all’inizio degli anni settanta. Rimasi molto colpito dell’esistenza di tale “carcere”. L’ingresso sembrava quello di una comune cella come tutte le altre nel chiostro grande. Si salì una scala e arrivammo al primo piano, c’era una piccola stanza con una finestra dalla quale si vedeva solo il cielo, affianco un’ altra stanza, quasi un corridoio, che per mezzo di una finestrella comunicava con la cella, alla parte una croce o, non ricordo bene, un piccolo altare.Mi fu detto che li veniva celebrata la Messa per il recluso. Tutto era disadorno e abbandonato. Chiesi se recentemente fosse stata “abitata”, il monaco mi rispose che l’ultimo ospite risaliva alla metà del milleottocento e la colpa per meritarsi tale trattamento era quella di aver mangiato carne durante un viaggio!”

Successivamente ho registrato la testimonianza dell’amico Fabrizio Girolami, il quale oltre a fornirmi la sua personale esperienza, legata ad un sopralluogo effettuato alla certosa di Trisulti, per verificare l’esistenza della suddetta “cella di rigore”, mi allegava due foto dimostrative. Egli era stato stimolato a tale ricerca da un articolo pubblicato nel 1916 su “Civiltà Cattolica”, nel quale si parla della cella di rigore situata nell’area dell’antico chiostro (sul quale è stato poi sopraelevato quello attuale del 1700). Dalle foto che vi allego si evince chiaramente una piccola celletta contigua ad una cappellina della stessa misura, quest’ultima con un piccolo altare che si può osservare di fronte alla grata dall’interno della cella stessa.

interno cella di rigore Trisulti Foto F. Girolami

 Certosa di Trisulti Interno “cella di rigore” foto di Fabrizio Girolami

cella di rigore trisulti fot Fabrizio Girolami

Certosa di Trisulti grata che consente la visuale dell’altare contiguo

Come vedete cari amici lettori il vostro contributo è stato essenziale per confermare la presenza nelle certose di questa singolare cella,

Una petizione a papa Francesco

Una petizione a papa Francesco

Appello per mantenere una comunità monastica a Trisulti

La certosa di Trisulti

Cari amici di Cartusialover, mi rivolgo a tutti voi amanti dell’universo certosino per sostenere una lodevole iniziativa promossa dal gruppo “Amici della certosa di Trisulti”.  Si tratta di una petizione rivolta all’attenzione del Santo Padre, per mantenere una comunità monastica nell’antica certosa di Trisulti in modo da assicurare così la custodia e la manutenzione del convento, dopo la recente decisione di allontanare i monaci cistercensi ultrasettantenni e malati che ancora la abitano. La certosa oltre ad avere un immenso patrimonio storico artistico, ha rappresentato nei secoli un punto di riferimento per la spiritualità cristiana. Mi rimetto quindi al vostro amore per questo luogo incantevole, affinché possa rimanere preservato nella sua aura di sacralità nei tempi che verranno!

GRAZIE

Il form per apporre la firma per la petizione lo si potrà trovare qui, per maggiori informazioni consultate questo sito, che parla ampiamente di questa iniziativa.

Le pitture di Balbi nella certosa di Trisulti

Le pitture di Balbi nella certosa di Trisulti

balbi

Parlare del pittore napoletano Filippo Balbi è davvero cosa complessa, egli infatti fu un personaggio alquanto enigmatico che entrò in contatto con i monaci certosini nella seconda metà dell’ottocento. Proverò a farvi conoscere la sua personalità eccentrica attraverso le principali opere conservate nella certosa di Trisulti, dove lavorò tra il 1856 e il 1865. Le immagini ed una breve descrizione ci aiuteranno a comprendere o meglio, a percepire ciò che egli in maniera criptica esprimeva.

Cominciamo la carrellata partendo da un dipinto murale posto sulla lunetta del secondo portale d’ingresso. In esso sono disposte simmetricamente, al vertice, le figure della Madonna con il Bambino Gesù  che regge un pezzo di pane che porge ai monaci ed agli angeli. Entrambi posti più in basso, a sinistra ed a destra, ed impegnati a dispensare pane e pesci a poveri fanciulli , i quali ricevono dai religiosi anche assistenza medica, come viene simbolicamente espresso dal monaco con un bicchiere con un infuso medicamentoso.

Immagine 1

Il Balbi dipinse anche la grande Immacolata Concezione che ci accoglie sulla parete centrale del portico antistante la farmacia.

affresco esterno farmacia (F.Balbi)

Ma entriamo negli ambienti destinati alla spezieria,in essi, il pittore napoletano sviluppò tutto il suo estro, difatti gli affreschi presentano curiose scene allegoriche di attraente efficacia. Tra queste il trompe l’oeil di Fra Benedetto Ricciardi, il monaco addetto alla spezieria ed amico del Balbi. La testuale descrizione del pittore dell’ambiente da lui dipinto: :” A destra di chi entra trovasi un salottino, un vero gioiello di arte. Ivi, quando vedi, è opera mia:intagli della suppellettile, ornati, disegni, dipinti, tutto. Ti raccomando poi di non levarti il cappello, com’è avvenuto a tanti altri, innanzi a quel dipinto in fondo al salottino, e che ti viene incontro sorridendo come persona viva. Egli si chiamava Fra Benedetto Ricciardi”. Effettivamente l’anziano certosino con la barba bianca sembra che esca realmente dalla porta! Una vera magia prospettica.

Fra Benedetto Ricciardi trompe l'oeil

A conferma delle doti pittoriche di ritrattista, Balbi esegue un ritratto al fratello dispensiere da lui conosciuto nel periodo della sua permanenza in certosa. Fra Michelangelo, questo era il suo nome, appare nel dipinto con un volto rubicondo contornato da una barba bruna, mentre sorregge una brocca di rame chiaro riferimento alla sua attività nella comunità monastica.

Fra Michelangelo

Degli altri affreschi fortemente simbolici, e riguardanti aspetti esoterici legati alle conoscenze alchemiche dei farmacisti certosini, con i quali Filippo Balbi strinse amicizia e dai quali, presumibilmente, apprese nozioni segrete, su tutti spicca il “quadrato magico”.

Di questo vi avevo già parlato nel sito a cui vi rimando, esso serva da stimolo per le vostre ulteriori ricerche ed approfondimenti sull’argomento.

satiro o fauno sul quadrato magico

satiro o fauno sul quadrato magico

il quadrato magico

Nell’immagine iniziale abbiamo visto il pittore davanti ad una tela, mentre dipinge un’altra sua opera enigmatica: “la testa anatomica”, realizzata nel 1854 ed esposta nel 1855 all’Esposizione Universale di Parigi, oggi conservata nel Museo di Storia della Medicina dell’Università La Sapienza di Roma. Essa è la raffigurazione di un volto umano, realizzato grazie all’intreccio di corpi umani. Un vero capolavoro.

testa anatomica Balbi

Concludo ricordando che Filippo Balbi è anche l’autore della cosiddetta finta porta (trompel’oeil) realizzato nel chiostro della certosa di Roma, con la raffigurazione di Fra Fercoldo, in una perfetta sintesi della vita certosina attraverso raffigurazioni simboliche,che, come sa chi segue questo blog è diventata un pò un icona dello stesso.

Questo articolo è solo uno spunto per ulteriori ricerche su questo artista e le sue opere, avvolte da sempre da un affascinante e misterioso alone di magia. Nel contempo vuole essere un ringraziamento ad un pittore che con passione ha realizzato importanti opere nella splendida certosa di Trisulti, e che ha saputo cogliere l’essenza della vita certosina respirandone l’atmosfera e la spiritualità in essa contenuta.

Certose storiche: La certosa di Trisulti

Certose storiche: La certosa di Trisulti

Panoramica

Il nostro viaggio nelle certose storiche continua, facendo tappa in Italia e più precisamente nel Lazio, a Trisulti ove sorge la certosa di San Bartolomeo. In un preesistente monastero benedettino nel 1204, papa Benedetto III affidò ad una comunità certosina il compito di insediarsi, essa risultò così la prima fondazione dell’Ordine certosino nello Stato Pontificio. La permanenza dei certosini perdurò per circa otto secoli, essi svolsero nella quiete la vita claustrale fino al 1947. Da quel momento ed a tutt’oggi questo monumentale e splendido complesso monastico fu affidato ai cistercensi della vicina Abbazia di Casamari, che da allora provvedono alla cura ed alla manutenzione di questo insigne monumento.

Totalmente immersa nel verde di foreste secolari questa certosa, oggi monumento nazionale, custodisce una imponente ed antica biblioteca con circa 36000 volumi, negli ambienti un tempo destinati alla foresteria. Vi è inoltre la Chiesa con marmi pregevoli, policromie di pietre dure, dipinti ed affreschi di valore, ed una antica farmacia (XVII sec.),  con caratteristico arredo e con gli scaffali contenenti rare ampolle dove un tempo erano conservate svariate sostanze. Senza dimenticare gli affreschi, i curiosi trompe-l’oeil ed altre opere con forti simbologie esoteriche  eseguti dal pittore Giacomo Manco e da  Filippo Balbi (1700). Da ricordare anche il busto di san Bartolomeo, posto sul portale d’ingresso, scolpito da Jacopo Lo Duca allievo del grande Michelangelo.

Il fascino che esercita questa certosa incastonata in un luogo meraviglioso è amplificato dalle suggestive e misteriose atmosfere derivanti da tanti piccoli particolari segreti. Una elegante meridiana, un “quadrato magico”, il pilastro sormontato da una pietra squadrata decorata con quattro simboli ed altri arcani elementi. Vi ho incuriosito abbastanza?

Adesso non mi resta che lasciarvi alle consuete foto dei particolari finora descritti, ma c’è di più stavolta, vi allego due documenti filmati interessantissimi che vi consiglio di vedere con attenzione!!! Saranno una analitica visita guidata alla certosa di Trisulti.

A sua Immagine

Tratto dalla trasmissione televisiva della RAI “A Sua Immagine” del 06 agosto 2011

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Le “Spezierie” delle certose

Le “Spezierie” delle certose

Come abbiamo appreso in un recente articolo, sulle origini del liquore la “chartreuse”, i monaci certosini avevano fama di essere eccellenti conoscitori dell’arte galenica. Erano infatti, note a tutte le “spezierie” delle certose, veri e propri laboratori, concepiti inizialmente, per garantire assistenza terapeutica ai monaci, ma che ben presto divennero dispensari farmaceutici degli abitanti limitrofi ai monasteri, di pellegrini e poveri. Le “spezierie” conventuali, di fatto rappresenteranno, nel corso dei secoli, il più alto riferimento della scienza medica e farmacologia. In ogni certosa la “spezieria”, occupava uno spazio considerevole, fatto di diversi ambienti per le varie fasi di trasformazione delle erbe officinali. Queste ultime provenienti dall’attiguo Hortus Simplicium, o giardino dei semplici, ovvero il luogo ove essi coltivavano erbe e piante medicinali allo stato grezzo. «Semplici» erano i principi curativi, ottenuti direttamente dalla natura, mentre «Compositi» erano i farmaci ottenuti miscelando e trattando sostanze diverse. Il monaco speziale ed i suoi assistenti erbolai, dopo una accurata selezione e classificazione delle erbe, provvedevano ad effettuare su di esse vari trattamenti. Principalmente i processi derivanti dalla farmacopea classica, che prevedevano, la pulitura, la macerazione, la spremitura, l’essiccazione e la decozione. A queste, talvolta, facevano seguito delicate e complesse tecniche estrattive, derivanti dalla medicina araba, come la distillazione e la porfirizzazione. Grazie all’alchimia ed alla chimica, gli speziali lavoravano e studiavano alacremente tra alambicchi e mortai, bilance e fornelli per ottenere tinture, distillati, decotti, unguenti, tisane, cataplasmi sciroppi ed elisir. Una volta ottenuti i prodotti finiti il problema era assicurare ai medicamenti ottenuti un ottima conservazione. Fu all’uopo concepito, un “Armarium  Pigmentariorum”, ovvero un armadio dove erano gelosamente custoditi sottochiave, i principi medicinali, compresi i veleni. Ogni singolo preparato veniva collocato al suo interno in appositi contenitori, vasi, ampolle ed i più specifici albarelli, artisticamente decorati. Grazie a questa laboriosità, i certosini, ma più in generale tutti i monaci che si dedicarono a questa attività, sono da considerarsi gli antesignani della Farmacopea moderna. Adesso voglio offrirvi una serie di immagini, provenienti da alcune delle più belle spezierie certosine, rimaste in un buono stato di conservazione, che ci testimoniano a distanza di secoli il fascino che quegli ambienti ancora riescono ad emanare.

Spezieria della certosa di Calci

Armarium Pigmentariorum

Spezieria della certosa del Galluzzo, Firenze

Spezieria della certosa di Valdemossa, Maiorca

Speziale

Giardino dei Semplici, certosa di Trisulti

Spezieria certosa di Trisulti

Albarello raffigurante San Bruno

Affresco nella Spezieria della certosa di San Martino, Napoli

“San Bruno intercede presso la vergine per l’umanità sofferente”

Paolo De Matteis 1702