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“Meditationes”

copertina

241. Quale donna è così impudente al punto di dire al marito: ” Và e cerca quel tale o un altro perchè io possa dormire con lui; egli mi piace più di te; così potrò trovare riposo”, Tu fai lo stesso nei confronti del tuo Sposo, quando amando un bene di questo mondo più di lui, glielo chiedi per te.

242. Abbandoni lo Sposo, cioè Dio, e ti attacchi al servitore, cioè il mondo. Dunque, quale che sia il male che ti giunge da quest’ultimo, o a causa di lui, non c’è nessuno che tu possa chiamare per avere aiuto.

243. Quando dici a Dio: ” Donami questo o quello”, è come se dicessi. ” Donami quelle cose mediante le quali poterti offendere o esserti infedele”. In effetti quando gli domandi un altro bene che non sia lui stesso, riveli, per la tua sola domanda,la tua colpa e la tua infedeltà nei suoi confronti, e non te ne accorgi neppure.

244. E’ lo stesso tipo di follia, o peggio ancora, quella di piegare le ginocchia davanti alle opere delle tue mani, e quella di abbassare il tuo spirito verso ciò che distruggi, cioè i sapori o le altre cose sensibili.

245. Vedi, tu vendi e prostituisci il tuo amore come si fa in una taverna, e lo distribuisci agli uomini, secondo la misura dei beni che periscono, poichè tu l’hai venduto a forme che sono esse stesse effimere, cioè i corpi, senza mai averne il contraccambio. In questa taverna nessuno riceve nulla, se non dà niente o se non permette qualcosa. E tuttavia, tu non avresti niente da vendere, se non l’avessi ricevuto gratuitamente dall’altro. Tu hai dunque ricevuto il tuo salario (Mt 6, 2). Hai costruito la tua csa come il tarlo (Gb, 27, 18), avendola edificata su fondamenta instabili e necessariamente caduche.

La certosa di Garegnano e Francesco Petrarca

Petrarca

La certosa milanese di Garegnano fu fondata il 19 settembre 1349 da Giovanni Visconti, Vescovo ed al tempo stesso Signore della città, essa ebbe l’onore, nell’estate del 1357, di ospitare anche Francesco Petrarca. Il fecondo poeta soggiornò a Milano fino al 1361 anno in cui, a causa della grande pestilenza, fuggì dal capoluogo lombardo. Come è noto ai lettori di questo blog, in precedenti articoli vi ho illustrato infatti il particolare legame del Petrarca verso l’Ordine certosino, dettato anche dal fatto che suo fratello Gherardo era entrato, nell’aprile del 1343, nella certosa di Montrieux. Tra gli orti e il paesaggio naturale della campagna milanese il Petrarca si dedicò alle opere “Canzoniere” e a scrivere svariate lettere ai familiari, saggi in lingua latina e tante opere pregiate della letteratura italiana, non meno che alle sue celebri Rime.

Ma per meglio comprendere l’impatto che Petrarca ebbe con la certosa di Garegnano vi propongo un suo scritto, abbastanza eloquente.

Mi son recato in un rifugio amenissimo e saluberrimo. Lo chiamano Garegnano, dista 3000 passi, come affermano, dalla stessa città, luogo elevato nella pianura e cinto da ogni parte da fonti modeste e limpide e tanto soavemente intersecanti e fluenti che a fatica si riesce a capire da dove vengono e dove siano dirette: tale è il modo in cui scorrono insieme e divergono e di nuovo s’incontrano in un solo alveo.

Qui abbondano i piaceri della campagna: frutti degli alberi, fiori dei prati, pesciolini nelle fonti, anatroccoli nei ruscelli, uccellini nei nidi, ricci nei campi e poi leprotti, caprioli e piccoli cinghiali, tutti nei modesti vicini di casa. Qui ha sede una Certosa, nuova e bella: avevo stabilito di inserirmi entro la clausura di questo cenobio, se non avessi temuto di offendere essi in qualche modo con la mia presenza; ma pensando di non poter stare senza cavalli, né servi, secondo il tenore della mia vita, ho avuto paura che l’intemperanza e lo schiamazzare dei servi ostacolassero il religioso silenzio. Così ho preferito una dimora vicino a loro per poter partecipare alle loro devozioni e non recare disturbo”.

Certosa garegnano

Una nuova distilleria per la “Chartreuse”

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In questo articolo, ritorno a parlarvi del liquore prodotto dai monaci certosini: la Chartreuse, questa volta per una bella notizia!

Da novembre 2017, i pregiati liquori Chartreuse non sono più prodotti in Voiron, ma nel sito Aiguenoire, a soli 12 chilometri dal monastero di Grande Chartreuse. La settima distilleria dei Padri Certosini è stata ufficialmente inaugurata lo scorso 30 agosto, alla presenza di circa un migliaio di persone. L’insediamento è avvenuto in un luogo che apparteneva ai monaci dal 1618, Aiguenoire, infatti, era utilizzato come luogo (grangia) ove esercitare le attività agricole (fienili) e la piscicoltura (stagni). Ormai da anni la produzione a Voiron era arrivata al limite, e quindi o bisognava ridimensionarla oppure, come è stato deciso, espanderla in una nuova struttura. Questa nuova distilleria è stata concepita nel pieno rispetto dell’ambiente e soprattutto progettata da anni. E’ infatti la prima volta che si è creata una nuova distilleria certosina previo progettazione, poichè in passato esse sono nate per necessità impellenti, basti pensare agli eventi violenti come la rivoluzione o la frana di Fourvoire nel 1935. Al centro del progetto, il desiderio di costruire edifici in grado di durare per i prossimi 200 anni. Pertanto, è stata prestata particolare attenzione all’integrazione del paesaggio e alla scelta dei materiali resistenti: legno, pietra, vetro. L’edificio che attualmente ospita la distilleria ricorda il fienile costruito dai monaci alla fine del 16 ° secolo.Il fatturato della diffusione della Chartreuse è di 17 milioni di euro. I liquori sono venduti al 50% in Francia, ed il 50% vengono esportati in tutto il mondo, vi lavorano settanta persone che collaborano con i due monaci certosini distillatori: il Procuratore Dom Benoit ed il Fratello Jean- Jeacques che vi ricordo sono gli unici depositari della ricetta del noto liquore. I laici sono al loro servizio per accompagnarli nei loro compiti.

Alla cerimonia inaugurale era presente anche il Padre Priore Generale Dom Dysmas de Lassus, il quale ha pronunciato un vibrante discorso che potrete leggere di seguito. Le immagini che ho inserito in questo articolo ci mostreranno i momenti salienti di questo evento.

Aiguenoire – 30 Agosto 2018 data ufficiale di apertura della distilleria Grande Chartreuse

Cari amici dell’Ordine e della Certosa,

Quando San Bruno è venuto nel deserto di Certosa, nel 1084, ha segnato la sua presenza nella regione in modo che alcuni vecchi documenti si riferiscono al 1084 anno con la formula: l’anno in cui l’eremita è venuto. Questo potrebbe sorprendere in quanto insediatosi con un pugno di compagni in fondo a una valle unica disponibile al momento, in realtà non c’era nessun rumore. Come poteva impressionare i suoi contemporanei? La stessa questione si pone per un fenomeno recente, il tutto inaspettato successo del film “Il grande silenzio”, un film che avrebbe dovuto spaventare il pubblico come è stato contro tutti i canoni del successo, ma è successo il contrario: molte sono state le testimonianze della qualità di attenzione nelle sale, rivelando che queste immagini hanno toccato qualcosa negli spettatori. Come spiegare questa strana consonanza? La risposta arriva probabilmente in tre parole: l’amore è eterno. Al cuore dell’uomo, nonostante la cultura dell’effimero, una speranza incancellabile esiste: un amore che non ha fine e nessun limite, un mondo in cui regnano la pace e la giustizia, la vita e il rispetto tutti … Al di là delle loro differenze, non tutti i sistemi politici sognano di realizzarlo?

Questo sogno impenitente, che nel contesto cristiano chiamiamo speranza, trova uno sperone in questo strano edificio sulla montagna e nella strana vita che lo conduce, apparentemente separato dal mondo di oggi. Apparentemente, perché è chiaro che esiste un collegamento, invisibile, profondo, attraverso canali completamente inusuali, ma difficili da negare. C’è una risonanza e quindi una connivenza tra la nostra vita e ciò che l’uomo ha in lui. Mi piace paragonare il monastero a una stazione di comunicazione su una montagna. Se è così alto, lontano dai soliti disturbi della vita, è meglio assicurarne la trasmissione. Paradossalmente, è comunicare che lei si separa. Apparentemente non fa nulla, non produce nulla, ma sappiamo che lei svolge una missione essenziale: trasmette. Lei non sa cosa sta trasmettendo e non ha la missione di saperlo. Funziona su una tecnica avanzata apparentemente fredda, ma ciò che trasmette è la voce, l’immagine, e quindi la vita, le emozioni, le preoccupazioni, le sofferenze e le gioie, tutto ciò che rende la vita di uomini perché ad entrambi i capi della comunicazione, c’è sempre un uomo o una donna. Nel nostro caso, è a Dio che trasmettiamo, che può sembrare più misterioso. Trasmettiamo la voce e la speranza del mondo a Colui che l’ha creata per amore e per amore. Manteniamo questa connessione, necessaria per la vita del mondo, perché questo mondo non può vivere senza una relazione con Lui che solo può portare alla sua realizzazione. Quindi è ovvio che per adempiere al suo ruolo, la stazione sulla montagna deve essere intima con il mondo e Dio. Il legame con il mondo non presenta difficoltà, perché il Monastero, soprattutto, sono uomini, che condividono con voi tutte le condizioni umane, con i suoi limiti, le sue miserie e le sue mediocrità. Faresti torto a credere che la vita qui sia un paradiso. È nella speranza, perché crediamo nella realizzazione, un giorno, in un mondo nuovo, di comunione in pace, ma questa speranza, il quotidiano, come dappertutto, arriva a metterlo seriamente alla prova. E come tutti gli uomini, dobbiamo vivere, ed è tutt’altro che facile quando abbiamo ereditato un enorme edificio e una grande famiglia di 28 membri, qui a La Grande Chartreuse, e in totale 95 in Francia. A volte è una vita di prova: con una valanga, otto incendi e due sfratti, sappiamo cosa vuol dire tempi duri. Dopo la Rivoluzione, in particolare, la vita alla Grande Certosa era vicina alla miseria. Ed è allora che dopo due secoli di sonno, la ricetta ricevuta nel 1605 dal maresciallo d’Estrées, si diffuse improvvisamente tra i liquori alla crema. Un’epopea stupefacente, un libro che verrà presto pubblicato cercherà di raccontare mantenendosi più vicino alla storia. 130 anni di quasi-sonno a Parigi, dove la produzione era così debole da lasciare solo tracce minuscole. 50 anni di ricerca prima della rivoluzione, con probabilmente 500, al massimo 1000 litri all’anno. Poi l’esplosione del 1850, con una produzione di picco di circa 3 milioni di bottiglie, il tutto senza pubblicità. Non era senza difficoltà: una sanzione negli alti luoghi, un’espulsione e una frana, tutto nello spazio di un secolo. Si può dire che i liquori chartreuse hanno partecipato alle vicissitudini delle vite dei monaci. La nuova distilleria che celebriamo l’inaugurazione, è già la settima. Gli auguro una lunga vita! Si è avvicinato alla sua culla perché la storia delle innumerevoli contraffazioni ha dimostrato che il liquore chartreuse può vivere solo in chartreuse. La sua nuova posizione dà tutta la sua forza all’immagine che ho preso pochi istanti fa: la stazione di comunicazione sulle necessità della montagna,operare, una centrale elettrica, ai piedi della montagna, che viene a dargli l’energia necessaria. La missione di questa pianta gli conferisce uno status speciale. L’obiettivo non è il primo a fare profitto. Deve, ovviamente, essere parte della sua missione ed è una condizione della sua sopravvivenza, ma come un mezzo piuttosto che un fine, o piuttosto un servizio. Senza la stazione, la stazione si ferma. Senza la stazione, la centrale perde il suo significato e rapidamente perderebbe anche la sua esistenza. Il suo funzionamento è diverso da quello della stazione, e Chartreuse Diffusion è una società autonoma che segue le normali regole della professione. La distilleria, ha un lato un po ‘ibrido: monaci e laici sono ovunque, e la modernità e la tradizione si fondono – si pensi agli alambicchi di rame riscaldati a vapore, che corrisponde alla ricetta 1605, accanto ai sistemi di controllo del computer che appartengono al 21 ° secolo. E poi le piante stanza lì, che ha mantenuto il suo lavoro segreto e un po ‘fuori dal tempo che è stato solo moderatamente influenzato dalla modernità: i fratelli continuano a gestire le borse e rendere le piante a mano per miscele. Ciò induce una relazione speciale tra la parte superiore e quella inferiore. E questo mi riporta al mio primo pensiero: Penso che alla fine ci sono molti che, in segreto o anche inconsapevolmente, sono felice per noi per compiere questa missione e silenzioso un piccolo segreto della montagna. Perché la speranza nella vita eterna non muore facilmente nel cuore dell’uomo. Quindi la bambina speranzosa può continuare a sognare, anche quando la ragione disapprova, e lei può continuare a pensare da qualche parte: e infine, se fosse vero comunque? Se fosse vero che questa vita porterà un giorno a un mondo migliore, un mondo che è stato cantato dall’autore dell’Apocalisse: Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il primo cielo e la prima terra se n’erano andati E questa nuova creazione, la paragono a un matrimonio. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e la morte non sarà, e non ci sarà più nessun lutto, nessun grido, nessun dolore, perché le prime cose sono sparite. E credo che da qualche parte nell’uomo, la nostra esistenza aiuti a mantenere in vita ciò che sembra a molti un sogno. E i liquori chartreuse soddisfano anche questa missione imprevista, per ricordare questo sogno. I venditori di Chartreuse potrebbero, credo, testimoniare che molti consumatori non vedono solo Chartreuse come liquore, ma trovano anche un riflesso lontano del resort sulla montagna. Ed è per questo che riprendo la mia domanda: se i pazzi sulla montagna non fossero così pazzi? Se finalmente, finalmente, era vero comunque …

Video 1

Video 2

 

“Meditationes”

copertina

236. Il nome di Cristo è Gesù. Quando, allora, per una qualsiasi ragione perdi la volontà di salvare qualsiasi uomo, tu ti separi dalle membra di Cristo, cioè dal salvatore (Mt 1, 21)

237. Perchè non vuoi accogliere quel fratello? Perchè egli è pieno di collera e di tutti i vizi. Che Dio agisca allo stesso modo conte! Con la tua stessa bocca hai affermato che non devi abbandonarlo. “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati” (Mt. 9, 12). Se chiedessi a una madre perchè ha abbandonato suo figlio, e lei ti rispondesse: ” Perchè è debole e malato”, domandale se ella vorrebbe che il figlio facesse altrettanto con lei. Quando, poi, ella ti avrà risposto: “No”, continua: “Tu, dunque, hai odiato per una causa cattiva”. Lo stesso vale per il medico.

238. Noi desideriamo che i santi ci dispensino la preghiera, l’insegnamento, l’esempio. Anche noi dobbiamo procurare agli altri gli stessi beni, con zelo e bontà.Non aver voluto essere utile, significa aver arrecato danno, poichè il Signore ha detto: ” Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mt 19, 19). Tutti appartengono dunque a ciascuno, e ciascuno appartiene a tutti. Di conseguenza, chi non mi ama, commette un furto nei miei riguardi, poichè mi priva di ciò che Dio mi ha donato: il suo amore.

239. Altro è amare qualcuno perchè se ne ha bisogno per essere buoni e felici, ed è amare Dio; altro è amare qualcuno perchè si è buoni, e non per il bisogno che se ne ha, ed è amare il prossimo. Noi, in effetti, amiamo gli altri augurando loro ogni bene. Ora, chi non è buono con gli altri, non è pienamente buono o felice. L’infelicità ci rende cattivi nei confronti degli altri, ed essa nasce per il fattoche ci allontaniamo da Dio e amiamo questo poema effimero che è il mondo.

240. Ciò che per noi è più piacevole tra le realtà transitorie, è anche ciò che per noi è più morale.

Celebrazione di Ognissanti

Icona Bruno

Oggi 1 novembre si celebra il giorno di tutti i Santi, noto popolarmente anche come Ognissanti. Per questa occasione vi propongo un lungo ma gradevole sermone di Dom Andrè Poisson dal titolo:

“Che sete nella mia anima per il Dio forte e vivente!” (Bruno a Raoul)

In questa festa di Ognissanti, in un anno più specialmente consacrato a metterci alla scuola di San Bruno, mi è parsa interessante l’idea di cercare ciò che il nostro stesso Beato Padre lascia cogliere della sua santità, soprattutto nella lettera a Raoul le Verd. Perché preferibilmente in questa lettera? Perché Bruno, desideroso di toccare il cuore del suo vecchio amico, vi lascia parlare il suo cuore. La lettera è composta sotto il segno di una sottile alternanza tra il richiamo alle esigenze spietate della giustizia dell’Onnipotente e l’esposizione di ciò che vi è di seducente, in una vita tutta consacrata a Dio. Quando si lancia su questo secondo tema è evidente che Bruno non fa della retorica: in termini appena velati egli dice ciò che ha vissuto, ciò che vive ancora nell’istante in cui scrive.

Anche se il desiderare di convincere Raoul può indurire alcune affermazioni di Bruno, non sembra imprudente cercare di ritrovare il movimento profondo e sincero della sua anima in ciò che dice con tanto ardore di fiamma, per la bellezza della vita che conduce.

* * *

E’ facile ascoltare, così, Bruno confidarci il segreto della sua santità, poiché ciò è contenuto in tre paragrafi di una rimarchevole unità, ciascuno secondo una propria linea.

Il primo forma ciò che si può chiamare l’inno alla solitudine. Bruno, in termini non equivoci, ci racconta ciò che vive nel suo deserto della Calabria; a quattro riprese egli comincia la sua frase: Qui gli uomini ardenti … Qui si ricerca quest’occhio puro… Non è un’esposizione astratta che egli ci dona sui frutti spirituali della vita nel deserto. Sono considerazioni concrete, poi evocazioni rapide, quasi folgoranti, delle figure bibliche che sono per lui le illustrazioni più convincenti della luce che lo abita (cf. A Raoul 6).

Il secondo paragrafo – il più apertamente autobiografico – è il racconto della conversione di Bruno, nel giardino della casa d’Adam, in compagnia di Raoul e di Foulcoie le Borgne. I fatti sono ancora vivi nel cuore di Bruno come se li avesse appena vissuti. Egli ha ricevuto là un’impronta di Dio stesso che mai scomparirà (cf. 13).

Il terzo passaggio chiave, a nostro proposito, è quello in cui Bruno lascia intravedere la scottatura del suo cuore, fronte all’unico bene: “ Esiste un bene comparabile a Dio? Esiste un altro bene all’infuori di Dio?… Davanti allo splendore incomparabile di questo bene l’anima è accesa d’amore” (16). Come dubitare che Bruno, scrivendo queste parole, ci confidi qualche cosa del suo segreto?

* * *

La prima impressione che si prova, leggendo questi testi, è quella di trovarsi alla presenza di un’anima ardente e traboccante di sensibilità spirituale. Già l’insieme della lettera ce lo mostra animato di una tenerezza inesauribile per l’amico dei vecchi tempi, a dispetto degli anni e delle distanze.

Ma quando incomincia a parlare delle cose di Dio, egli non può contenere la sua emozione.

Si è anche colpiti di vedere il vecchio monaco, formato dalla rude disciplina del deserto, utilizzare liberamente il vocabolario dell’amore umano: quando vuole dire “quanto la solitudine e il silenzio del deserto donano ai loro innamorati utilità e godimento divino “, “Qui, continua, si ricerca quest’occhio puro e limpido di cui il chiarore guarda ferito d’amore lo sposo.” (6).

E non sono che delle figure femminili piene di tenerezza che egli evoca per illustrare, dalla Bibbia, il suo entusiasmo: Rachele la preferita, anche se ha poco dell’innocenza infantile; Maria di Betania, appassionatamente silenziosa ai piedi di Gesù; la bella Sunammita, che ha saputo riaccendere il cuore di Davide. Sole queste immagini sembrano, a Bruno, capaci d’esprimere la profondità dell’incontro con il Signore che egli esperimenta in solitudine.

E’ lo stesso uomo che si ritrova nel giardino d’Adam. La grazia lo colpisce all’improvviso nel corso di una conversazione sulla futilità dell’esistenza mondana ed eccolo, in un sol colpo, stravolto per sempre. Egli si dona totalmente e mai tornerà indietro, a differenza dei suoi compagni.

* * *

Pertanto Bruno non è un sentimentale che si lascia guidare da impressioni a fior di pelle. Altri hanno già notato quanto per lui la nozione di utilità sia importante. Non certo nel senso di un rendimento umano da conquistare, ma nel senso di una vita che deve portare autentici frutti divini.

Bruno è un uomo pratico. Per lui la via contemplativa non consiste nel nutrire flutti d’idee sublimi: si tratta di prendere i mezzi efficaci per giungere a Dio. Egli è perfettamente cosciente che la sua solitudine è il luogo dove “si abbandona ad un ozio assai occupato e ad una attività completamente rilassata. Qui, egli dice, in premio dello sforzo nella battaglia, Dio dona ai suoi valorosi la ricompensa attesa: la pace che il mondo ignora e la gioia nello Spirito Santo.”

Allo stesso modo, dall’istante in cui la grazia della conversione ha trafitto la sua anima, egli non tergiversa. Le decisioni concrete seguono immediatamente: lasciare il mondo, prendere l’abito monastico, mettersi alla ricerca delle verità eterne. La scelta è fatta: egli si lega con un voto.

Non è un eco di questo movimento radicale verso l’assoluto che si trova nel crescendo così rapido del suo esposto sul desiderio dell’unico bene? Presentarsi davanti al volto di Dio, non vi è che quello di veramente utile (cf.16).

* * *

Un’altra dominante del movimento interiore di Bruno è l’evidenza che lo abita della vanità di tutte le ricchezze terrestri, di tutti gli effetti in cui il successo umano fronteggia la pienezza traboccante che si trova in Dio. La sua vocazione, egli dice, consiste nel “ lasciare il secolo fugace per mettersi alla ricerca delle realtà eterne” (13).

Tutta la lettera indirizzata a Raoul è costruita secondo questo schema di pensiero. Spontaneamente Bruno vi è ritornato, non solamente poiché considera l’argomento adatto a convincere il suo interlocutore, ma molto più, forse, poiché egli non vive che di ciò, dal giorno in cui egli stesso ha ricevuto la chiamata. Questo stesso itinerario è da lui descritto quando evoca le sue occupazioni in solitudine: “Qui agli uomini ardenti è permesso, tanto quanto desiderino, di rientrare in sé stessi, di dimorarvi, di coltivare senza riposo i germogli delle virtù e di nutrirsi con gioia dei frutti del paradiso” (6). Bruno è stato definitivamente sedotto dalla bellezza, dalla bontà divina nella quale egli trova grande pace e non può comprendere la situazione di lacerazione interiore del suo amico: “Non è una pena orribile e inutile essere tormentati dai propri desideri, straziarsi d’affanni e d’angoscia senza posa, nel timore e nel dolore che generano questi desideri?…Fuggi dunque, o mio fratello, fuggi tutti questi turbamenti e queste inquietudini e passa dalla tempesta di questo mondo al riposo e alla sicurezza del porto” (9). Anche tenuto conto dell’esagerazione letteraria di queste affermazioni, è certo che Bruno si considera come privilegiato d’aver trovato il suo riposo nel segreto del volto di Dio.

* * *

Fermiamoci, infine, ad un ultimo aspetto dell’attitudine interiore di Bruno. Di fronte alla realtà incomparabile di Dio egli non pensa più a se stesso. Per tutto il corso della sua lettera, egli rimane preoccupato per i pericoli spirituali incorsi dal suo amico, ma lascia sgorgare il suo entusiasmo di fronte alla pienezza infinita dell’Onnipotente. Ad eccezione di una corta frase per deplorare le sue miserie interiori, sembra che Bruno si sia totalmente dimenticato (cf.3). Egli non è più in nulla centrato su sé stesso.

La contemplazione di Bruno è pura; essa è rivolta verso la realtà di Dio e non sulle opere, pur le più meravigliose che egli potrebbe compiere nella sua anima. Troppo sovente, in noi goffi debuttanti, la preghiera è un modo distratto di occuparci di noi stessi: sotto il pretesto di essere attenti a progredire verso la perfezione, Dio rischia di essere soprattutto il benefico fattore che plasmerà la nostra santità personale. Non vi è traccia di questa debolezza in Bruno.

Per lui non vi è niente di così giusto e di così utile che d’amar il bene, l’unico Bene (cf.16).

* * *

Possiamo, al termine di questa breve lettura della lettera a Raoul, farci un’idea della fisionomia di San Bruno? E’ un uomo “afferrato dall’Unico”, come dirà uno dei suoi amici dopo la sua morte. Con tutta la fiamma del suo cuore egli vuole fare opera utile, vale a dire cercare il volto di Dio, acquisire lo sguardo puro e semplice al quale si rivela l’Altissimo. Egli lo fa in un movimento di grande amore per i suoi fratelli, ma nel desiderio vigoroso di liberarsi di tutte le costrizioni di questa terra che non sono ordinate a questo scopo.

Anche se questi tratti ci permettono di abbozzare un volto molto caratteristico del nostro Padre, riconosciamo pure che grandi zone della sua fisionomia restano evanescenti. Che sappiamo, per esempio, del posto di Cristo, della sua morte e della sua Pasqua nella preghiera di Bruno?

Molte altre questioni analoghe potrebbero sorgere, alle quali, gli scritti lasciati da San Bruno stesso, non recano risposta.

E’ dunque una sorta d’icona stilizzata del nostro Beato Padre che la Provvidenza ha voluto esporre al nostro amore e alla nostra devozione. Tutto il resto lo si attinge nel patrimonio generale e non costituisce parte essenziale dell’apporto di Bruno, figlio obbedientissimo della Chiesa. Lasciamoci, dunque, semplicemente modellare da questa icona che è portatrice del senso perpetuo del nostro posto nel Corpo di Cristo.

Amen.

Ognissanti 1983

Una conferenza per San Bruno

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Cari amici lettori, questo articolo vuole informarvi di una recente manifestazione svoltasi in Portogallo alla gloria di San Bruno e dell’ordine monastico da lui fondato.

Lo scorso 6 e 7 ottobre in occasione della celebrazione di San Bruno, si è svolta nella ex certosa portoghese di Laveiras, oggi parrocchia, una conferenza. La lodevole iniziativa, voluta fortemente dal gruppo “Juntos pela Cartuxa” ha avuto un notevole successo di pubblico, grazie all’intento dei promotori, ovvero” rivivere il passato, celebrando il presente e guardando al futuro della cerosa di Laveiras”. L’incontro della durata di due giorni, si è svolto all’interno della chiesa dell’antica certosa, e si è concluso con la celebrazione della Santa Messa concelebrata dal priore Dom Antao Lopes della Certosa di Santa Maria Scala Coeli, a Évora, l’unica in Portogallo.

A seguire un reportage di foto e video della riuscita manifestazione, ed il testo del discorso del Padre Priore.

                                       Video conferenza                                                                                  

 Video Santa Messa

Discorso di Dom Antao

Cari Amici dell’Ordine Certosino e, pertanto, dei Certosini

L’apostolo Paolo chiamava “santi” i cristiani di Efeso, Corinto e Roma. Considero santi i parrocchiani di Laveiras. Ammiro il loro fervore. Soprattutto di coloro che si definiscono “Juntos pela Cartuxa” (Insieme per la Certosa). Uno dei suoi fondatori mi ha detto che, in pellegrinaggio ad Assisi, ha ricordato il recupero della Porziuncola di San Francesco e ha avuto l’ispirazione per recuperare l’antica Certosa di Lisbona.

Si sono organizzati “Insieme per la Certosa” e dopo diversi passi riusciti, siamo arrivati a questa celebrazione della festa di San Bruno. Il Santo sembra offrirci un futuro migliore per queste rovine. Un futuro che riposa nel passato.

Nel 2007 è stato pubblicato un libro con il titolo “A Cartuxa de Lisboa” ed il sottotitolo “Legado de Contemplação”. Questa è la migliore definizione di questi resti, chiesa, chiostro…Sono un passato, una storia, che diventano un’eredità.

Da tempo questa chiesa accoglie le celebrazioni della Messa, ma in un sistema molto scomodo. Grazie agli amici che sono insieme per la Certosa, questo può migliorare. La Parrocchia di Laveiras, potrà contare su questo luogo santo come supporto per il suo servizio pastorale al popolo di Dio di questo quartiere.

Quindi la parrocchia sarà in grado di specializzare questa cappella in una propria missione. E non solo la chiesa, ma i chiostri. E questa missione sarà la conservazione e la diffusione dell’eredità che queste pietre ospitano. Questi archi parlano, hanno e trasmettono un messaggio. Hanno una vita speciale composta dal marchio e dal sigillo lasciati per due secoli e mezzo dai monaci bianchi che vivevano qua.

Gli Amici “Insieme per la Certosa” intendono celebrare ed onorare il Fondatore dell’Ordine ogni anno durante la sua festa, come stiamo facendo. Approfitteranno di queste altre occasioni per raccogliere e convocare tanti altri amici che abbiamo.

In questi incontri si potrà e dovrà parlare della vita passata della Certosa della Valle della Misericordia. In questo potrà consistere il recupero di cui ha parlato e ha sognato il saggio Juan Mayo. Gli abiti bianchi dei monaci non saranno mai più qui. La mia straordinaria presenza è sufficiente, e sarà molto rara nel corpo ma costante nello spirito. Proprio perché ieri è stata la festa del nostro Fondatore, non potevo mancare nella mia Casa.

Ma oggi è la festa del Rosario, una devozione che è stata inventata dai certosini e quindi mi piace celebrare con voi. Come rappresentante dell’Ordine, ringrazio le prime autorità che hanno ascoltato e risposto all’appello dei nostri amici, il Ministero della Giustizia e la Camera di Oeiras. L’Ordine di San Bruno sosterrà con la sua consulenza, con i suoi documenti o materiale grafico, con i suoi archivi ed esperienze, tutti gli scopi, progetti e piani, le opere e gli studi, gli atti e gli incontri, che questa benedetta Parrocchia di Laveiras organizzerà ed anche coloro che si dedicheranno più strettamente al recupero sognato della Valle della Misericordia.

Il primo e principale aspetto di questa presenza dei vecchi monaci dovrà essere la liturgia, il culto divino. L’Ordine Certosino fu fondato per dare gloria a Dio. La preghiera è la nostra fine, la nostra occupazione e, soprattutto, la preghiera liturgica. Dicono che gli altri monaci cantano meglio, perché la convivenza permette loro di provare i canti. Ma i certosini sono i monaci che cantano di più, che trascorrono più tempo in chiesa. La Parrocchia di Laveiras può ricordare questo per prendersi particolarmente cura delle Messe che celebreranno in questa chiesa, la cui consacrazione celebra ogni anno l’anniversario, consapevole che i secoli pesano. Bene, stiamo vedendo come questa cappella può e deve essere meglio curata: tuttavia le persone che la adornano sono seguaci di tanti monaci sacrestani che per due secoli e mezzo hanno mostrato il loro amore a Gesù nel Santissimo Sacramento. I canti degli attuali fedeli, ora in portoghese, possono essere ascoltati come echi del canto diurno e soprattutto notturno di quegli antichi certosini che cantavano in latino.

I monaci, questi e tutti, hanno l’intenzione di essere santi. Alcuni, come abbiamo ascoltato dal Professore Mayo, sono entrati rossi nel cielo, con il loro stesso sangue. La cosa normale è entrare con il colore bianco, che è nella Bibbia, nella gloriosa Apocalisse, il colore dei predestinati. Anche nelle parrocchie deve esserci e c’è il desiderio di santità. Di recente, il nostro caro Santo Padre Francesco, ha ricordato a tutta la Chiesa che questa è la vocazione ed il dovere di tutti i cristiani. Possa il ricordo di questi specialisti della santità, così come degli specialisti del culto divino, che erano gli abitanti della Valle della Misericordia, stimolare questa nuova Parrocchia ed aiutare il suo Pastore ad aspirare alla più grande vicinanza a Dio nella gloria eterna.

Si dice che la Certosa fa santi ma li nasconde nella cella. Metto questo dettaglio come un esempio degli aspetti che questa Parrocchia può imitare dai suoi predecessori qua. Umiltà, discrezione, semplicità. Essere santi senza parere, senza che nessuno lo sappia.

Un’altra caratteristica dei certosini è l’intercessione. Ci preoccupiamo degli altri per chiedere a Dio per loro. Anche i fedeli di questa terra possono cercare di pensare agli altri, di interessarsi per tutti, dai più vicini o più bisognosi. Aiutare pregando per loro.

A prima vista, la gente pensa di imitare i certosini pregando di più e meglio. Ma non deve essere l’unica imitazione. Non tutti sanno che i certosini oltre a pregare per gli altri cercano di fare l’elemosina. È tradizione, è fama. Lo fanno vivendo nella povertà, spendendo il meno possibile, digiunando e lavorando. I fedeli, i parrocchiani, che vivono qui vicino e pregheranno qua, possono essere più generosi verso i poveri, anche a costo di un po’ più di austerità e rinuncia certosina nelle loro vite.

Sto parlando di questa Parrocchia, per opportunità e gratitudine. Ma potete essere consapevoli che ciò che fate per la “vostra” Certosa, e giustamente la considererete come vostra, è un servizio per tutta la Chiesa. “Insieme per la Certosa” non è egoismo, ma piuttosto l’amore per Dio, perché vivendo qua, avete ereditato e possedete un tesoro che non è solo vostro. Per mantenere vivo questo monastero, pur mantenendo viva la sua tradizione, ne beneficiano tutti di Lisbona e di tutto il Portogallo. Sfruttano le anime ed allo stesso tempo le menti. Favorisce la santificazione, ma anche tutto ciò che è storia alimenta la cultura degli uomini di oggi. Continuate, quindi, “Insieme per la Certosa”. La Certosa, anche da lontano, sarà con questa amata parrocchia, città, nazione.

 

“Meditationes”

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231. E’ un vizio occuparsi dei peccati degli altri, ed è ugualmente un vizio non curarsene. L’uno e l’altro, però, diventano una virtù, se vi si aggiunge la volontà di correggere. Togli l’amore e rimarrà il vizio.

232. Occorre impegnarsi,non tanto perchè gli uomini non abbiano più la possibilità di peccare, quanto perchè essi non lo vogliano più. Infatti, degno di lode non è colui che non può peccare, ma colui che non vuole peccare. Ora, se la volontà di peccare è già peccato, nessuno può trattenere l’uomo dal peccare, salvo colui che può fare in modo che l’uomo non voglia più commettere il peccato, cioè Dio solo. Piaccia a Dio che non potessimo più voler peccare, poichè allora non potremmo peccare!

233. Potente impotenza quella di non poter volere il male! Dio è onnipotente, poichè non può volere il male. Impotente potenza quella di poter volere ciò che è nocivo per noi: più noi lo vogliamo e più noi siamo deboli e sottomessi ai nostri nemici.

234. La più grande di tutte le opere dell’uomo è di volere ciò che deve. Più lo vuole e più lo raggiunge. Quanto più lo desidera, tanto più vi riesce. Infatti, volere il bene, significa raggiungerlo. Ora, il vero bene è la giustizia, il vero male l’iniquità.

235. Non condividiamo la gioia o il dolore di coloro che stimiamo felici o infelici. Ora, noi giudichiamo felici, o infelici, quanti godono o meno dei beni che noi reputiamo buoni e degni di essere amati. Così chiunque condivide la gioia di coloro che godono dei beni effimeri, o la pena di quanti ne sono privi, è certamente esente dalla gelosia, ma ritiene degni di essere amati dei beni che sono destinati a perire.