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  • Memini, volat irreparabile tempus

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Dom Porion sulla Candelora

Biagio Belotti (certosa garegnano)

Oggi 2 febbraio ricorre la “Candelora” cioè la festività che celebra la Presentazione al Tempio di Gesù, raccontata nel Vangelo secondo Luca. La “Purificazione di Maria Vergine” avvenne quaranta giorni dopo la nascita di Gesù, dunque il 2 febbraio, Giuseppe e Maria portarono il Bambino al Tempio di Gerusalemme. Durante questa visita, Giuseppe e Maria incontrarono Simeone, che predisse loro che Gesù sarebbe stato la “luce per illuminare le genti”. Durante la festività i credenti, prendendo ispirazione da queste parole di Simeone, portano in chiesa delle candele per farle benedire. Per questa ricorrenza ho scelto per voi, cari lettori, una omelia di Dom Jean-Baptiste Porion, rivolta alla comunità certosina di cui era priore. E’ un testo alquanto lungo, che non ho voluto dividere poichè leggerlo e meditarlo, tutto d’un fiato, riesce ad infondere una condizione di serena beatitudine.

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Nel giorno stesso della Purificazione siete stati incoraggiati a meditare questo mistero, ma mi sembra che possiamo farlo ancora. Era l’umiltà di Maria che ti veniva detto allora, e si poteva vedere anche nella Purificazione la festa della luce, mostrando il rapporto che la Chiesa voleva stabilire tra le parole di Simeone e la benedizione del fuoco. – Oggi vogliamo ricordare un mistero più profondo e vedere nella Purificazione la festa del sacerdozio della Beata Vergine. Consideriamo prima ciò che sappiamo dalle Scritture delle azioni di Maria quel giorno. Arriva davanti al Tempio, giovanissima madre di forse sedici anni, avvolta nei suoi veli sotto i quali nasconde Gesù Bambino. San Giuseppe, suo sposo e custode, l’accompagna portando le due colombe in una gabbia e le cinque monete d’argento in una borsa. Possiamo dunque imitare la sua meditazione e indovinare i suoi pensieri! Davanti alla piazza del Tempio, porge una colomba al sacerdote, viene aspersa di acqua lustrale. Poi avanza sui gradini per offrire le cinque monete d’argento e la seconda colomba. Infine, entra nel Tempio, ed eccola alla presenza del Padre, verso il quale tende il suo Figlio, il Figlio di Dio e suo Figlio. E in questo piccolo essere sa che è racchiusa tutta l’umanità: tutte le fatiche, tutte le sofferenze e tutte le gioie dei cristiani sono già nel cuore di Gesù, e Maria offre al Padre tutti i figli che avrà. Probabilmente ci pensa, sa che il suo gesto ha un valore, una portata infinita. Già in quel momento ci amava nel suo cuore verginale, ci offriva al Padre. Tutta la nostra vita, in verità, deve consistere nel prepararci ad essere così offerti. Tutte le nostre azioni ed i nostri pensieri devono essere tali che la Beata Vergine possa presentarli a Dio. La prima condizione per arrivare a questa sublime offerta è dunque quella di condurre una vita pura e retta. Per noi certosini la rettitudine è ovviamente nel modo tracciato dalla regola. È un grande vantaggio condurre una vita molto semplice come la nostra, dove non hanno posto quegli imbarazzi, gli intrighi e le ambizioni che turbano il cuore delle persone nel mondo. La nostra vita è come pane azzimo, tutto puro e tutto bianco, che il sacerdote consacrerà. Un certosino che fa semplicemente il suo dovere è ben disposto a questa offerta ed a questa consacrazione. La seconda condizione è la solitudine del cuore. Il nostro cuore è un tempio più grande di quello di Gerusalemme. Dobbiamo essere soli in questo tempio con Dio e con la Beata Vergine: perché Lei non turba la nostra solitudine con Dio, ma ce la assicura. Là deve regnare un grande silenzio e una grande calma: nessun rumore, soprattutto nessuna discussione. Se siamo insoddisfatti dei nostri superiori e colleghi, se diamo loro giudizi, e se siamo interiormente occupati a lamentarci, a confrontare situazioni e persone, allora il tempio del nostro cuore non è quieto, l’offerta di ciò che facciamo e di ciò che siamo non può aver luogo. Nessuna curiosità o impazienza. Non solo il nostro cuore non dovrebbe essere occupato dalla preoccupazione per gli altri, ma non deve essere occupato dalla preoccupazione per noi stessi. Certo, dobbiamo pentirci dei nostri peccati, e soprattutto fare del nostro meglio per migliorare ogni giorno, ma il pensiero delle nostre imperfezioni non deve in alcun modo preoccuparci: è a Dio che dobbiamo pensare, e non a noi stessi. Rallegrarci di essere qui, preoccuparci di esserlo: finché queste cose ci occupano, Maria non può esercitare in noi il suo sacerdozio verginale. La solitudine del cuore così intesa è molto vicina all’abbandono, terza condizione perché l’anima diventi offerta gradita a Dio nelle mani di Maria. Dobbiamo darle il dono delle nostre cure, affidarci a lei per tutto, raggiungere la spensieratezza di un bambino. Il Vangelo ce lo intima con tale forza da far sembrare timide tutte le parole umane in questo. Non preoccuparti per il domani, dice Nostro Signore (Matteo 6:25), né per il tuo cibo, né per il tuo vestito, né per la tua salute. (Matteo 6, 28 e 31; Luca 12, 22) Siate come gli uccelli ei fiori, che sono lasciati solo alla mano di Dio e che portano alla perfezione. (Matteo 6, 28) Non voltarti neanche indietro, non perdere tempo a considerare le tue azioni passate. (Luca 9, 62) Lascia che la tua destra ignori ciò che sta facendo la tua sinistra. (Matteo 6, 3) Infine san Pietro, nel capitolo 5 della sua prima Lettera, riassume questo insegnamento in un ordine: Getta a Dio tutte le tue preoccupazioni, e il verbo che usa qui è quello che designa propriamente l’azione di gettare in mare ciò che ingombra una nave minacciata di naufragio. Mettiamoci, ad occhi chiusi, nelle mani della Beata Vergine perché si prenda cura di noi e ci offra a Dio. Siamo in gioia e dolci spirituale, chiudiamo gli occhi, fingiamo nel nostro comportamento di ignorarlo; siamo nella tristezza e nell’abbandono, richiudiamoli e sappiamo abbandonarci. Non meravigliarti se siamo apprezzati, ciò non riguarda l’anima ad occhi lucidamente chiusi; non giudichiamo la perfezione o l’imperfezione dei nostri fratelli: è comunque una cosa che faremmo meglio a lasciare a Maria. – O miei cari Fratelli, chi si abbandona così, posso assicurarvi che la Beata Vergine non tarda a prenderlo tra le sue braccia, ad elevarlo al Padre. Tutta l’arte di passare da questo mondo a Dio è saper chiudere gli occhi e affidare a Maria la propria condotta. Non si deve credere, inoltre, che l’abbandono sia contrario alla generosità. Chi è sinceramente abbandonato è docile alle ispirazioni della grazia. Possiede ciò che l’abate de Saint-Cyran chiama flessibilità nelle mani di Dio: è un dono dell’infanzia. Il bambino è facilmente guidato da sua madre. Le tre condizioni del sacrificio mariano che abbiamo enumerato: raccoglimento, abbandono, generosità, vanno sempre insieme e sono inseparabili nella verità. Questo dunque saremo, per prepararci ad essere offerti da Maria nel Tempio: fedeli, tranquilli, semplici e fiduciosi, ciechi come si diventa in un eccesso di luce. Poi ci prenderà. Ogni nostra azione offerta da Lei al Padre avrà un valore infinito. Non ci sono più piccole cose per un’anima così abbandonata: tagliare il pane, sbucciare le mele, spazzare le scale, cantare un cantico, tutto questo è immenso, perché è nelle mani di Maria. Possiamo anche dire, senza contraddirci, che per un’anima abbandonata non ci sono più cose grandi: ciò che sembra una montagna, un enorme ostacolo a chi si dirige e si prende cura di sé, è un accidente insignificante. anima abbandonata. Che non mi stimino, che mi riconoscano un povero, o che mi prendano per un mascalzone: l’uomo che si possiede è completamente sconvolto, come può giustificarsi? Un nuovo zelo per la giustizia e la verità – o la menzogna – lo strinse miseramente a questa notizia. Il figlio di Maria se ne accorge appena. Non sono affari suoi: tiene gli occhi chiusi e la mano nella mano di sua madre, si lascia condurre dove vuole – Poiché, inoltre, presto ci solleva tra le sue braccia, non vediamo più ciò che sembra così terribile per gli altri . Siamo davvero intrappolati nel fuoco incrociato. Conoscete questa espressione, presa dal linguaggio militare, che designa la situazione di un esercito attaccato sia alle spalle che davanti. Ma per noi è il fuoco dell’amore che ci assedia da tutte le parti: davanti a noi il volto del Padre, la Santissima Trinità che ci attende, e dietro di noi l’amore verginale di Maria che ci offre a Dio. La vita spirituale consiste proprio nell’essere condotto, sollevato e portato via da queste mani materne per essere presentato all’Altissimo. È cosa dolce sentirsi abbandonati in mani pure: siccome si è certi di non smarrirsi, che sicurezza dà questa stessa purezza! E queste mani hanno anche il potere di purificarci. Abbiamo già proposto questa interpretazione della solennità di cui celebriamo l’ottava: è la celebrazione della purificazione dell’umanità. Maria non aveva bisogno di essere purificata, ma ne avevamo bisogno tutti per accogliere Gesù, la luce del Padre. Solo un cristallo puro, infatti, lascia penetrare la chiarezza. Così Maria è andata al Tempio, non per se stessa, ma al posto nostro, a nome nostro, per comunicarci la sua purezza verginale e perché noi accogliamo Gesù. Per questo l’Immacolata è stata vista inginocchiata umilmente davanti al Tempio; e il prete che l’asperse d’acqua lustrale fu senza dubbio sorpreso di questa madre, quasi bambina, il cui volto era più chiaro, più puro dell’aurora. Deve essersi fermato, esitante, forse intuendo che quell’acqua non era destinata a Maria, ma zampillava sull’umanità intera, prostrata nell’ombra, assetata di perdono. Così Maria ha voluto comunicarci qualcosa della sua grazia e far riverberare su di noi le onde del suo cuore immacolato. Finalmente ci solleva tra le sue braccia, ed eccoci faccia a faccia con il Padre. Ci osserva costantemente e noi lo osserviamo. Questo faccia a faccia è la forma più alta della vita interiore; così san Paolo definisce il Cielo: non lo vedremo più, dice, nello specchio delle creature, ma faccia a faccia. (1 Corinzi 13:12) Quando viviamo sotto il suo sguardo, tutto ciò che facciamo è illuminato, tutto diventa più chiaro e trasparente. Appena ci viene in mente un cattivo pensiero, di rabbia, per esempio, di risentimento, di vendetta, si diffonde un’ombra, non siamo più sotto lo sguardo di Dio. La Scrittura usa spesso questa espressione: Ambulavit coram Deo: camminava sempre sotto gli occhi dell’Altissimo, per rendere la chiarezza e la bellezza di una vita veramente offerta a Dio. Ma anche noi lo guardiamo: ci svela il suo vero volto, che è quello dell’amore. Non abbiamo più paura, non siamo più obbligati a distogliere lo sguardo, come facevamo prima che la Beata Vergine ci purificasse dalla paura e ci fissasse nella fiducia. Guardiamo Dio in faccia. Lo sguardo di Dio e lo sguardo dell’anima si intersecano e si fondono nell’Unità eterna.

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Apertura Anno Giubilare per il Beato Oddone

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Cari amici, come vi avevo già annunciato, lo scorso sabato 14 gennaio, nella città di Tagliacozzo si è svolta la solenne celebrazione di apertura dell’Anno Giubilare, concesso da Papa Francesco con decreto della Penitenzieria Apostolica in occasione degli 825 anni dalla morte del Beato certosino Oddone da Novara, morto nella città marsicana il 14 gennaio del 1198 e sepolto dal 1139 nella chiesa Madre dei Ss. Cosma e Damiano. E come vi avevo promesso, voglio raccontarvi questa giornata memorabile presieduta da Sua Ecc.za Rev.ma Mons. Giovanni Massaro, Vescovo dei Marsi. Presenti alla cerimonia il Parroco don Ennio Grossi, a cui vanno i miei ringraziamenti per avermi offerto il materiale per realizzare questo articolo, e tra gli altri don Luigi Incerto, Parroco delle Comunità di Aielli, don Renato Ceccarelli, Parroco emerito della chiesa dei Ss. Cosma e Damiano, la Rev.da Madre Abbadessa, Maria Donatella Di Marzio, insieme a tutta la Comunità monastica Benedettina, il Sindaco della Città, Vincenzo Giovagnorio.

In un’atmosfera suggestiva, alle ore 17:00, nel cortile monastico antistante la chiesa, il Vescovo ha presieduto il rito di apertura della porta. Dopo la lettura del decreto della Penitenzieria Apostolica da parte di don Luigi Incerto, la porta della chiesa è stata spalancata ed il Vescovo ha varcato la soglia della chiesa con l’Evangeliario. Quindi la processione ha fatto il suo ingresso nella chiesa alla presenza dei fedeli giunti per venerare il Beato Monaco Certosino.

Nell’omelia il Vescovo ha tratteggiato la figura del Servo presentato nella Liturgia della Parola della II domenica del Tempo Ordinario applicandola all’esempio di Vita del beato Oddone: “Dio ha fiducia nell’uomo e vi si affida – mio servo sei tu Israele sul quale manifesterò la mia gloria – Dio non costruisce la propria gloria da solo ma insieme all’uomo. Dio è colui che si fida dell’uomo e compito dell’uomo è quello di abbandonarsi alle mani di Dio. Ciò che ha caratterizzato la figura del beato Oddo da Novara è proprio il suo amore per Dio, il suo abbandono in Dio. Prima di morire le ultime parole del beato Monaco furono: ‘Aspettami Signore! Ecco io vengo a Te’. Il beato Oddo da Novara si è proprio distinto per questo atto di fiducia totale in Dio”.

Durante la Celebrazione, il Sindaco, Vincenzo Giovagnorio, ha rinnovato l’offerta del cero votivo che durante tutto l’anno arderà davanti alle spoglie del beato: “Reverendissimo Padre, i Cittadini di Tagliacozzo, seguendo l’esempio dei loro avi e volendo riprendere una significativa tradizione, in occasione della solennità liturgica del Beato Oddo da Novara, Sacerdote dell’Ordine dei Certosini e Compatrono di questa Città, offrono questo cero votivo che le chiedono di benedire affinché arda, presso l’urna che contiene le venerate Spoglie, come segno di fede e di speranza e riaccenda la carità dei cuori sull’esempio del santo Uomo di Dio”. La tradizione del cero nasce per ricordare che nel passato l’Amministrazione Comunale sosteneva per intero, il 14 gennaio di ogni anno, le spese dell’organizzazione della festa in onore del beato Oddo.

Prima della Benedizione finale il Parroco, ha ringraziato Mons. Massaro e un particolare ringraziamento alla Comunità Monastica Benedettina: “Se il beato Oddo da Novara è rimasto qui in questa nostra terra – ha detto don Ennio rivolgendosi ai presenti – è stato grazie alla lungimiranza e all’insistenza delle Monache che, sperimentando la santità di questo monaco, vollero che egli rimanesse come loro confessore e guida spirituale. Se questo culto è giunto fino a noi è stato grazie alle Monache che nei secoli fino ad oggi, con affetto e devozione grande lo hanno portato avanti e alimentato”.

Don Ennio ha poi dato Lettura del messaggio inviato dal Procuratore generale dell’Ordine Certosino, Rev.mo P. Jacques Dupont: “In quanto Procuratore Generale dell’Ordine dei Certosini presso la Santa Sede, mi rivolgo a voi per porvi il saluto dei monaci certosini e delle monache certosine, assicurando la loro vicinanza particolare in questo Anno Giubilare. Non smettiamo oggi di ricorrere alla preghiera di Oddone, in primo luogo voi cittadini e cittadine di Tagliacozzo, per poter affrontare le varie insidie che troviamo sul nostro cammino di vita e più ancora di fede. Guardiamo al Beato Oddone come esempio di santità, affinché impariamo da lui a dare a Dio il posto primordiale che deve avere in tutto ciò che facciamo. Sappiamo anche come lui rinunciare ai nostri progetti quando vengono contrariati, perché sempre ci dedichiamo al servizio degli altri, soprattutto dei più bisognosi. La preghiera dei monaci certosini e delle monache certosine vi accompagna in questo Anno Giubilare, affinché si moltiplichino i frutti di grazia in speranza, amore, pace”.

Per l’occasione l’antica tela settecentesca, raffigurante il beato, è stata ricollocata nel suo altare e sotto di essa è stata esposta l’urna contenente le sue spoglie mortali.

Diverse le iniziative che in questo anno si terranno: il 14 di ogni mese un momento celebrativo in comunione con il Monastero benedettino; una mostra dedicata alla vita e al culto del Monaco certosino e un oratorio musicale, sulla figura del beato, pensato dal Parroco, musicato dal maestro Luca Bischetti ed eseguito dai Cori della città.

Le immagini che seguono faranno rivivere a tutti noi l’emozionante rito dell’apertura di questo Anno Giubilare, facendoci partecipare con il cuore e la preghiera in pia devozione del Beato Oddone.

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PREGHIERA

Signore, concedi a tutti coloro che celebrano la festa del Beato Odone, che hanno fisso lo sguardo dell’anima nella contemplazione della tua gloria, e che ,dopo aver perseverato nella fede in questa vita, risplenda in noi la luce della tua presenza nella patria celeste

Dom Nicolas Albergati de Geoffroy

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Cari amici di Cartusialover, prosegue l’approfondimento sui Priori Generali dell’Ordine certosino. Oggi vi parlerò di Dom Nicolas Albergati de Geoffroy, in carica dal 1791 al 1801.

Dom Nicolas Albergati de Geoffroy ha lasciato il mondo, ancora giovane, per consacrarsi a Dio. Entrato nella Certosa di Villeneuve les-Avignon, vi emise la Professione ed edificò i suoi fratelli con la sua pietà e le sue virtù. I suoi Superiori, dopo averlo destinato a vari uffici che svolse con soddisfazione di tutti, lo nominarono Priore della Certosa di Saint-Julien, presso Rouen, e poco dopo Convisitatore, poi Visitatore della Provincia di Francia-sulla Senna. Alla morte di Dom Hilarion Robinet, gli elettori di Chartreuse, Currières e Chalais lo elessero generale all’unanimità il 10 maggio 1791. Nella terribile crisi che stava attraversando l’Ordine dei Certosini, l’onore che veniva fatto a Dom Nicolas era un fardello molto pesante; ma il nuovo Generale tuttavia l’accettò con coraggio, e seppe sempre mostrarsi all’altezza delle difficili circostanze in cui si trovava. Il 12 agosto dello stesso anno, Dom Nicolas Albergati pregò il Sommo Pontefice Pio VI di rinnovargli la facoltà già concessa al suo predecessore, di stabilirne la permanenza all’estero e di riunirvi il Capitolo Generale, che gli fu concesso. I possedimenti della Chartreuse erano stati messi in vendita come bene nazionale; l’obbedienza del deserto, dove talvolta i Generali si ritiravano a meditare in completa solitudine, era stata venduta il giorno stesso della morte del Reverendo Padre Dom Hilarion Robinet. Nello stesso anno 1791, in virtù del decreto del 20 marzo 1790 e della legge del 14 ottobre 1790, i Religiosi di Certosa furono interrogati due volte per sapere se fossero disposti ad avvalersi della libertà concessa loro dalla nazione. La risposta di tutti i religiosi è stata che il loro desiderio era di perseverare nella loro vocazione e di rimanere nel loro monastero. Nel mese di aprile 1792, Dom Albergati de Geoffroy ed i suoi monaci furono accusati di avere corrispondenza con i nemici della nazione e di fare preparativi per ricevere le truppe sarde che, si diceva, progettassero un’invasione attraverso i monti della Certosa. Con il pretesto di custodire questa frontiera, il convento fu presidiato. “La nostra Casa – scriveva un testimone oculare – era diventata una vera e propria caserma e la nostra posizione era così penosa che sarebbe stata insopportabile se Dio non ci avesse sostenuto con la sua grazia, a perseverare nel nostro stato”. Il successivo 21 maggio, i commissari si presentarono alla Grande Chartreuse, e comunicarono al Reverendo Padre e ai Religiosi l’ordine di sgomberare il Monastero che dicevano necessario per alloggiare le truppe. Assegnarono come nuova residenza, alla Comunità, la Certosa di Sylve-Bénite, presso il lago Paladru, e quella di Durbon, nei pressi di Gap. Dom Albergati, sgomento per questa notizia, mandò subito a Grenoble Dom Burdet e Dom Palluis, i quali riuscirono ad ottenere la revoca di quest’ordine. La posizione dei religiosi, in mezzo ai soldati che comandavano da padroni, era diventata intollerabile, quando l’Assemblea Nazionale decise, con decreto del 16 agosto 1792, che tutte le case religiose dovevano essere evacuate il 1° ottobre. Il distretto fece notificare questo decreto al Reverendo Padre il 13 settembre, ma l’esecuzione non ebbe luogo fino al 14 ottobre e nei giorni successivi; a quel tempo, la Comunità, compresi Currières e Chaláis, comprendeva trentotto Padri, diciotto Conversi e trentasei Donati. Nel Convento rimasero solo dodici Fratelli e gli Ufficiali della Casa: Dom Ambroise Burdet, Procuratore; Dom Sébastien Palluis, Procuratore dell’Obbedienza di Meylan; Dom Emmanuel Nivière, Coadiutore; e Dom Thaddée Forestier, Vicario. Questi Religiosi dovevano custodire la Casa e curare i fienili ei prati che, non potendo essere venduti, erano stati loro dati in affitto. Il Reverendo Padre Dom Nicolas Albergati de Geoffroy lasciò il Monastero mercoledì 17 ottobre 1792. La maggior parte dei suoi religiosi varcò il confine e chiese asilo ai confratelli in Germania e in Svizzera. Altri si diressero verso l’Italia, tra questi Dom Albergati che, dopo molte peripezie, riuscì a rifugiarsi a Bologna, dove giunse il 7 dicembre. Nel 1793 fu convocato in questa città, in tempi ordinari, il Capitolo Generale; vi si presentarono quattordici Priori. In questa assemblea fu risolta l’importante questione dell’elezione del Generale dell’Ordine. Il Capitolo ordinò che “se il Reverendo Padre dovesse morire nel corso dell’anno, al Padre Scriba sarebbe stato affidato il governo di tutto l’Ordine e godrebbe della stessa autorità del Reverendo Padre, fino al Capitolo Generale gli sarebbe richiesto convocare nel tempo ordinario. Se egli stesso morisse prima di aver potuto riunire un Capitolo, il Religioso scelto per Scriba avrebbe avuto la stessa autorità e gli stessi doveri”. Tale Ordinanza fu confermata dal Capitolo dell’anno successivo e approvata con breve di Pio VI, datato 14 luglio 1794. Dom Nicolas Albergati poté convocare nuovamente il Capitolo Generale nel 1795. la relazione del referendario Dom Ignace Tricot, Priore di Valbonne, il Capitolo tornò di nuovo sull’elezione del futuro Generale e dichiarò che, secondo il suo parere, l’elezione del Reverendo Padre dovesse spettare ai Capi del Capitolo, finché la Casa di Certosa sarebbe rimasta dispersa; inoltre determinò le formalità da espletare per l’elezione. Questa Ordinanza non fu mai applicata, non potendo riunirsi il Capitolo Generale durante la Rivoluzione e l’Impero. All’inizio dell’anno 1797, il Generale dei Certosini fu costretto a fuggire da Bologna, all’arrivo delle armate francesi nella provincia. Si rifugiò, col permesso del Sommo Pontefice, nella Certosa di Roma. Dom Nicolas Albergati de Geoffroy trascorse alcuni anni nella Città Eterna, e si preparò alla morte tra gli esercizi di penitenza. Si addormentò nella pace del Signore, il 22 dicembre 1801.

La Grangia di Boffalora

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Cari amici, voglio oggi proporvi un approfondimento su di una grangia certosina.

Etimologicamente la parola grangia deriverebbe dal francese arcaico “granche”, che a sua volta verrebbe dal latino volgare “granica”, ed indicherebbe il luogo dove si conserva il grano (granarium).

Furono vere e proprie tenute agricole in cui fratelli conversi e donati lavoravano sotto la direzione di un Magister Grangiae, essi oltre a lavorare in loco dormivano, mangiavano e pregavano. Si resero indispensabili quindi la costruzioni di un dormitorio, un refettorio ed una cappella (oratorio).

Questa volta vi parlerò della grangia di Boffalora, in Lombardia e di proprietà della certosa di Pavia.

L’origine di questa Grangia si deve all’atto di donazione, datato 15 aprile 1396 dei vasti possedimenti appartenenti a Gian Galeazzo Visconti a favore dei monaci certosini, quale rendita destinata alla fabbrica di un monastero ed alla relativa dotazione. Da questo atto nascerà la certosa delle Grazie, comunemente nota come certosa di Pavia. Contestualmente all’erezione della certosa, i monaci pavesi avviarono i lavori della grandiosa Grangia di Boffalora, iniziando dai fabbricati dei portici con eleganti volte a crociera con il classico mattone, appoggiate su pilastri di granito i cui capitelli delle colonne, ripropongono l’ordine architettonico di tipo scudato, in tutto simili a quelli della certosa. I monaci, si insediarono in questa struttura dedicandosi alla coltivazione dei fertili campi di loro proprietà, inoltre data la posizione particolare, ovvero sulle sponde del fiume Ticino, il borgo di Boffalora, grazie alla presenza monastica, divenne ben presto fiorente e molto attivo grazie al porto sul Ticino e al Naviglio, via abituale per tutte le merci da e per Milano, mentre il fiume serviva come via di collegamento con Pavia, da dove poi le merci erano dirette al mare. I certosini non solo si dedicarono alla coltivazione dei campi e alla produzione dei beni di prima necessità, ma favorirono anche la bonifica di terreni un tempo inutilizzati, attraverso un sofisticato sistema di irrigazione che garantì un miglior utilizzo del suolo. La produzione principale furono i cereali assieme al fieno che si ricavava dal taglio stagionale dei prati, vi era anche una sparuta presenza di vigneti. Evolvendosi l’insediamento dei certosini portò anche allo sviluppo di un’osteria con alloggio (divenuta poi stazione di posta) che nell’Ottocento venne utilizzata come dogana dal governo austriaco per il punto strategico di passaggio nei pressi del ponte sul Naviglio Grande.

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Lo sviluppo economico della zona si deve alla alacre attività dei monaci, che nel 1778 richiesero la costruzione di una tra le prime filande impiantate in Lombardia.

Nel 1782 l’imperatore Giuseppe II decreta la soppressione di conventi e monasteri, tra cui la certosa di Pavia, incamerandone tutti i beni. A Boffalora i monaci pavesi possedevano 2000 pertiche di terreni, le due osterie con relative camere adibite a Stazione di Posta, la casa di propria abitazione (Ospizio), un prestino con forno, due case con quattro botteghe ciascuna, quattro case da massaro, una folla di carta (cartiera), un mulino e una pila di riso (opificio per la pulitura del riso).

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Tutti gli ambienti della Grangia certosina di Boffalora, oggi corrispondono all’attuale struttura del Municipio e collegati, i quali vennero ristrutturati negli anni ‘60 del novecento. Prima della ristrutturazione vi erano significativi elementi caratteristici della presenza della Grangia. Sul portale d’ingresso, situato allora sul fronte del Naviglio, e sulla pavimentazione di un ampio porticato sorretto da colonne, che sostenevano un loggiato con elegante parapetto in legno, era scolpita a grandi lettere la famosa sigla della certosa di Pavia: GRA-CAR (Gratiarum Cartusia – Certosa delle Grazie) quasi a ricordare l’origine di Boffalora e il legame vitale con la certosa pavese.

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Dialogo con San Bruno 9

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Ancora domanda e risposta tra GC (il giornalista certosino) ed il nostro amato San Bruno (SB), nella originale intervista edita nel libro “Dialogo con San Bruno

Riferimento all’amore che ci incombe.

CG – Padre, vuoi indicarmi dei punti di riferimento di questo amore personale che ci incombe?

SB – Non è raro che, all’inizio della nostra conversione, sentiamo il nostro cuore ardere di un fuoco insolito e sconosciuto, che ci spinge a prendere sul serio la chiamata di Dio, la nostra rinuncia al mondo e il nostro ingresso in monastero per donarci interamente al Signore. Ma capita anche spesso che l’ideale contemplato come meta della vita e verso la cui conquista il monaco si gettò con tutto l’ardore di un nuovo amore si offuschi, si nasconda e ci sembri lontanissimo. Questo è causato dalla realtà di ogni giorno, così uguale, così monotona, così poco importante per i sensi che sono sempre desiderosi di “novità”, di stimoli. È chiaro che, di fronte a questa realtà concreta e ordinaria della vita monastica, può sorgere sulla superficie dell’anima un certo disordine, che prima i recessi profondi del cuore nascondevano sotto forma di amore per il mondo, di attaccamento a certe creature su cui abbiamo fatto affidamento, di inquietudine, insoddisfazione, stanchezza…

È la prova, figlio mio, che l’amore per il Padre non regna ancora in te con dominio indiscutibile e indisturbato; è una manifestazione di uno spirito fuorviato o di uno stato di spirito degenerato; è segno che il tuo amore non è completamente purificato dalle creature; è una dimostrazione che la radice del male non è stata estirpata, in quanto non è stata ancora individuata. Non ignoro che questa situazione può darti tensioni, dolore, sofferenza, scoraggiamento. Cosa fare? Ti dico ciò che ho detto anche a Raul, e con maggior ragione che a lui: «Seguite il consiglio divino, credete nella verità che non può ingannare e che manda a tutti questo salutare invito: «”Venite a Me, voi tutti che siete stanchi e oppressi ed io vi darò riposo”» (Mt 11. 26. Lettera a Raul).

Sì, figlio caro, questa è la migliore risposta e il miglior consiglio per quando ti senti “stanco di lottare durante la notte” della tua conversione e non ne vedi i frutti immediati, senti la fatica del compito e, di fronte a esso, hai l’esperienza della tua impotenza o della tua debolezza. Perché, di fronte alle esigenze della tua conversione, non si tratta più di ogni persona che si purifichi, ma di andare a Gesù, sorgente di ogni purezza, perché ci ama, perché ha promesso di aiutarci e vuole rendere il nostro lavoro più leggero. Se il tuo fardello è pesante per te, vai da Lui e metti il tuo fardello nelle sue mani con la semplicità di un cuore di bambino, di un cuore filiale. Se lo fai, avrai l’esperienza di sentire la tenerezza del suo amore e della sua attenzione su di te. Siate novizi, giovani, anziani che hanno imbiancato il capo al servizio del Signore Gesù, solo da Gesù può venire la vostra salvezza. Di questo Gesù che, nonostante tutti i dolori che ti affliggono, continua a vivere in te e ti spinge verso la fine, di questo Gesù che ti incoraggia nella tua resa e cammina con te, portando il tuo peso. Solo con questo aiuto potrai uscire incolume e vittorioso da questa tentazione, da questo turbine di onde impetuose che cercano di impedirti di raggiungere “il porto nascosto, sicuro e pacifico” che ti aspetta.

Permettimi infine di ricordarti una cosa che conosci molto bene, ma che non dovresti mai dimenticare: l’opera di conversione, l’esperienza del tuo amore, il raggiungimento di quella purezza di cuore di cui abbiamo parlato, è opera di Dio, certo sì, ma è anche, allo stesso tempo, opera tua.

CG – Cosa intendi con questo?

SB – Semplicemente che devi impegnarti il più possibile, non risparmiarti gli sforzi per superare gli ostacoli che ti mettono in pericolo e superare tutti gli ostacoli che ti fanno inciampare. La parte di Dio non viene mai meno! Possa non essere la tua parte che fallisce.

NEWS: Anno Giubilare dedicato al Beato Oddone

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Cari amici lettori, straordinariamente, oggi in concomitanza con il terzo giorno della Novena dedicata alla santa certosina Rosellina, pubblico un secondo articolo per farvi un’annuncio importante. Vi comunico infatti, con grande gioia, che a seguito di una richiesta inoltrata dal Vescovo dei Marsi, Mons. Giovanni Massaro, per il tramite della Penitenziaria Apostolica, il Santo Padre, Papa Francesco ha concesso alla Comunità di Tagliacozzo (AQ), di poter celebrare l’Anno Giubilare, in occasione degli 825 anni dalla morte del Beato monaco certosino Oddone da Novara.

La ricorrenza della memoria liturgica, che si celebra il 14 gennaio, quest’anno avrà una particolare solennità, poichè vi sarà l’apertura dell’Anno Giubilare che durerà dal 14 gennaio 2023 al 14 gennaio 2024. Durante questo periodo verrà concesso il dono speciale dell’Indulgenza Plenaria a quanti visiteranno la Chiesa Madre dei Ss. Cosma e Damiano e a quanti devotamente pregheranno davanti alle reliquie del Beato Oddone.

Vi ricordo che beato monaco certosino qui morì e qui fu sepolto.

Fervono i preparativi per la cerimonia inaugurale! Ho voluto farvi per ora questo lieto annuncio, in attesa di potervi relazionare su quanto accadrà sabato prossimo, 14 gennaio.

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Addio Benedetto XVI

Benedetto XVI ci saluta

Cari amici di Cartusialover, non potevo non realizzare un articolo per dedicare il mio addio al Papa emerito Benedetto XVI. Ho atteso che si smorzassero gli echi mediatici sulla morte e sul funerale di Papa Ratzinger per non contribuire all’infodemia sull’argomento.

Lo scorso 31 dicembre 2022, come sapete, si è spento all’età di 95 anni Benedetto XVI, al secolo Joseph Aloisius Ratzinger. Era salito al soglio pontificio il 19 aprile 2005 per poi discenderne il 28 febbraio 2013 come Papa emerito, il primo della secolare storia della Chiesa cattolica. Ho letto e visto molteplici dichiarazioni che hanno esaltato la figura di questo sommo teologo, ma credo che la più attendibile è quella che di seguito vi allego, e che è stata rilasciata da Monsignor Georg Gänswein. In essa egli descrive dettagliatamente gli ultimi minuti del compianto Pontefice, ed il ricordo commosso dei tanti anni trascorsi al suo fianco.

Vi ricordo che questo blog nel 2013, aveva narrato un particolare aneddoto su Padre Gänswein, a cui vi rimando.

Vogliate ora ascoltare il mio personale ricordo del Papa emerito scomparso.

Il legame indiretto tra Benedetto XVI ed il mondo certosino, e quindi Cartusialover, ebbe inizio quando nell’ottobre del 2010 appresi che sua Santità si sarebbe recato in visita alla certosa di Serra San Bruno. A distanza di 27 anni dalla memorabile visita pastorale di Giovanni Paolo II, un altro pontefice voleva fare visita alla comunità certosina calabrese!

Poche settimane dopo, esattamente il 3 novembre 2010, nel corso di un’udienza generale tenutasi nell’aula Paolo VI in Vaticano, Papa Ratzinger parlò a lungo della certosina Margherita d’Oingt, dimostrando la sua particolare attenzione alla profonda spiritualità espressa dal mondo certosino.

Si giunse poi ai giorni che precedettero la agognata visita alla certosa di Serra, vissuti da me febbrilmente. In quei giorni provai a diffondere tutti i momenti salienti di quella splendida visita con articoli e contributi video che furono molto seguiti da voi fedeli lettori di questo blog. Il video integrale di quella storica visita è ancora sulla home page, e chi vorrà potrà sempre rivederlo. Le parole dell’Omelia del Pontefice resta una vera pietra miliare, soprattutto la citazione del “Fugitiva relinquere et aeterna captare“, espressione cara al nostro amato San Bruno, e che ha contraddistinto l’esistenza di Benedetto XVI quando decise di dimettersi il 28 febbraio del 2013. Vi rimando alle considerazioni che feci in quella circostanza.

Con la consapevolezza della perdita di un pontefice monaco, e con l’auspicio che Egli venga proclamato presto “Dottore della Chiesa”, resto addolorato per la sua scomparsa ma la mia tristezza è poi alleviata dal testamento spirituale che egli ha voluto lasciarci, e che spero sia anche per tutti voi amici lettori una saggia indicazione per il resto dei nostri giorni. Addio Benedetto XVI

addio

Monaci certosini come Re Magi

epifania e certosini dipinto

In occasione della celebrazione della festività dell’Epifania del Signore, voglio mostrarvi un dipinto particolare. Trattasi di una tela conservata in una chiesa di Bamberg, una città nel nord della Baviera, in Germania. Con molta probabilità essa apparteneva all’arredo della vicina certosa di Tückelhausen.

La particolarità di questo dipinto è data dalla curiosa raffigurazione della scena in esso istoriata. Tre monaci certosini, o più precisamente due monaci ed una monaca rendono omaggio al Bambino Gesù, il quale è sulle ginocchia di Maria che lo regge amorevolmente. Gli insoliti Re Magi sono intenti ad omaggiare Gesù in un insolito contesto, infatti non vi è raffigurata la solita mangiatoia ma bensì l’ingresso di un monumentale edificio con un sontuoso colonnato. Il primo monaco, che sembra donare l’oro al Bambino Gesù sembra essere San Bruno, dietro di lui un monaco barbuto, forse un Priore di Tückelhausen? L’altra figura è una monaca certosina, questi ultimi due portano gli altri doni, incenso e mirra. Tutti i doni sono messi in relazione con le virtù della obbedienza, della povertà e della castità, come recita l’iscrizione apposta dal pittore.

Ho voluto segnalarvi questa rappresentazione pittorica decisamente inusuale, che ci mostra i certosini come Re Magi.

Ed ora una splendida meditazione tratta da “Vita Christi” di Ludolfo di Sassonia, per questa solenne festività.

“State anche voi con loro al presepe. Rallegratevi con il bambino Gesù, perché da Lui nascono la virtù e il potere. Ogni anima fedele, specialmente quella religiosa, visiti almeno una volta al giorno, da Natale alla Purificazione, la Madonna presso il presepe, venerando Gesù e sua Madre, meditando affettuosamente sulla loro povertà, umiltà e benignità. La Vergine Santissima con il Bambino Gesù e San Giuseppe rimasero pazientemente nella stalla per molti giorni. Seguendo il loro esempio, non dovrebbe essere per noi un peso rimanere isolati e nascosti nel nostro monastero”.

Libro 1. Cap. 11, nº 20

Vivere nella speranza

A 2023

Carissimi amici lettori, comincia un anno nuovo, giungano a voi i miei più fervidi auguri, e come primo articolo del 2023 ho scelto per voi il testo di un certosino sulla speranza. La fiducia verso il futuro è strettamente legata alla Fede. Meditiamo amici su questo testo edificante abbandonandoci a Dio.

VIVERE NELLA SPERANZA

Tuttavia, se permetti alla fede di svilupparsi nel tuo cuore, un giorno scoprirai che la speranza sta agendo in te. Lei era già attiva fin dall’inizio nella misura in cui la tua fede si basa sulla certezza che Dio ti vuole. Questa certezza è già un aspetto della speranza dal momento in cui non si tratta più solo di accedere alla realtà del mondo divino, ma di percepire chiaramente fino a che punto anche tu esisti per Dio. Tu hai valore ai suoi occhi e lui è disposto a regalare interi universi solo per te.

Questo è il punto iniziale della speranza: sapere che Dio ti ama in modo irripetibile. Nessuno riuscirà a prendere il tuo posto nel suo cuore. Ha dato suo figlio per te e continua a consegnarlo ogni giorno nella celebrazione eucaristica. Appoggiato da questa certezza puoi chiedere tutto a tuo Padre, senza sosta e senza esitazione, finché preghi nel nome di Gesù. Puoi essere sicuro che ti ascolterà e che i frutti che otterrai dalla tua preghiera saranno migliori di quanto speravi.

La speranza ha un altro aspetto che mette a dura prova la nostra povera insicurezza umana. Dal momento in cui so che Dio mi ama in modo unico e di conseguenza si è preso cura della mia esistenza, tutto è diverso. Mi manda per strade sconosciute in cui io dipendo esclusivamente dalla sua luce, dalla sua forza, dal suo amore. Poi mi chiede, nel senso più banale della parola, di fidarmi di lui. Spesso al buio, nell’incertezza, ma alla fine nella pace, sempre e quando non mi allontani dalla sua mano e dal suo cuore.

«Beati i pacifici perché si chiameranno figli di Dio». Al di sopra di tutte le preoccupazioni – tue o degli altri – il Padre ti chiede di aiutarlo a regnare la pace nel tuo cuore per l’unica ragione, più solida di qualsiasi ragione umana, che lui ti ama senza sosta e veglia su di te. Quante tempeste vorrebbe calmare, se tu ascoltassi la sua chiamata e ti fidassi di lui. Allora ti chiamerai figlio di Dio e lo sarai davvero (cfr. 1 Gv 3-1).

Questa speranza vale non solo per te ma per tutti i tuoi cari, se intercedi per loro, ti identifichi con i loro bisogni e anche con la realtà dell’amore che risvegliano nel cuore di Dio. Più fiducia hai in questo doppio amore del Signore per te e per coloro che ami, migliore accoglienza avrai.

Proprio come la fede, la speranza non è una capacità naturale del cuore. È tua ma è un dono gratuito, è in te fin dal battesimo e ha bisogno di crescere e diventare «operativa» sotto l’azione dello Spirito Santo e grazie alle occasioni che ti si presentano, per allenarla e ammorbidirla, affinché ti mantenga disponibile e in allerta nelle mani del Signore. Ma non dimenticare che devi allenarti, farla lavorare duramente per arrivare a questo. In cambio, che gioia sapere che il Signore trova in te la sua felicità.

Un certosino

“Non avere niente, ma possedere tutto”

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Questo piccolo estratto dallo scritto di un certosino è venuto come un acuto promemoria della natura dello stretto sentiero verso il Regno – che, pur non permettendo illusioni su noi stessi e sulla nostra povertà, ci conduce al Padre,

Afflitti, ma sempre lieti; poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto! Come afflitti, eppure sempre allegri; come poveri, eppure arricchendo molti; come non avendo nulla, eppure possedendo ogni cosa!

2 Corinzi 6 10

«Le prove provvidenziali ci rendono sempre più consapevoli della nostra debolezza. Alla fine, comprendiamo che non siamo niente, ma che Dio ci ama nonostante tutto, che si è fatto uomo per entrare in comunione con noi, che la grazia opera in noi e attraverso di noi, la grazia è tutto, non abbiamo diritto di rivendicare come nostro il bene che facciamo, non abbiamo nemmeno la certezza assoluta di credere in Dio, di amare lui o i nostri fratelli. Ogni mattina dobbiamo ricevere tutto di nuovo nella fede. Dio ci crea veramente in ogni momento. Affidiamo il passato alla sua misericordia, dobbiamo svuotare la nostra memoria delle sue presunte ricchezze per trasformarla in un puro movimento verso Dio stesso al di là dei suoi doni. Questo movimento è vissuto in modo unico nella realtà del momento presente, nel nostro conformarci alla volontà del Signore per noi, qui e ora, nella nostra comunione d’amore e nella nostra stretta attenzione a Lui. Qui povertà e semplicità diventano una cosa sola. Per il futuro, ci affidiamo a Dio. Non abbiamo, per così dire, un conto in qualche banca celeste; tutto ciò che abbiamo è la nostra fede nell’amore del Signore, la nostra speranza e il nostro desiderio di amare. Non dobbiamo essere ansiosi di fronte alle esigenze della vera povertà spirituale. Non siamo mai così benestanti come quando non abbiamo niente. Siamo liberi e disponibili per qualsiasi cosa. Il nostro ego, debole com’è, vorrebbe ricoprire la sua nudità con pellicce fatte di cose materiali, beni intellettuali e spirituali. La luce oscura della fede è davvero una luce, e chi vi si abituerà non la abbandonerà per tutta la dolcezza e le consolazioni di un tempo. Che Dio ci protegga dalle nostre virtù! La nostra fede ci permette di scartare questa copertura ingannevole per camminare nella verità lungo la via che non è una via, che conduce al Padre nell’Amore, cioè nello Spirito di Cristo. L’uomo povero trova aperte le porte della morte e passa liberamente nel regno di Dio. Perché se ci spogliamo, è per riscoprire nel nostro cuore l’innocente nudità dell’immagine di Dio e rivestirci così di Cristo. La nostra povertà è la povertà dei figli di Dio, che «non avendo nulla, eppure possiedono tutto» nella speranza e nella fede. Abbiamo ricevuto ‘uno spirito di adozione a figli, in virtù del quale gridiamo: ‘Abbà! Padre!'” Qui c’è abbastanza su cui meditare per mesi…e nutrire sempre la speranza! Un messaggio edificante per la fine di quest’anno ed un’auspicio per il prossimo anno che verrà.