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Un sermone per l’Ascensione

Cari amici, oggi si celebra la festività dell’Ascensione, ed ho deciso di offrirvi uno splendido sermone del Reverendo Padre Dom Andrè Poisson, concepito per commemorare questa festa liturgica del 1984. Il testo è alquanto lungo, gradevolissimo e vi consiglio di leggerlo e meditarlo!

Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto ritornerò e vi prenderò con me” (Gv 14,3)

La promessa di Gesù, che annuncia ai discepoli che Lui stesso s’impegna a preparare il posto che essi occuperanno vicino a Lui nei secoli a venire, trova eco nella nostra orazione propria di San Bruno. Rileggiamola attentamente, poiché essa apre delle prospettive molto ricche sullo svolgimento della nostra vita monastica, in piena consonanza con le proposte di Bruno stesso nelle sue lettere. Ecco questa orazione: Dio onnipotente ed eterno, Tu prepari nel cielo un posto per coloro che rinunciano al mondo; nel tuo immenso amore accogli la nostra umile preghiera: per l’intercessione del nostro padre San Bruno donaci di essere fedeli ai nostri impegni e di raggiungere attraverso una via sicura il termine che hai promesso a coloro che ti saranno restati uniti fino alla fine. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

* * * * * * *

Ciò che più colpisce in questa preghiera è il modo accentuato in cui essa è rivolta all’avvenire. Essa considera la nostra vocazione non sotto l’aspetto di una pienezza appagante del momento presente, ma nella prospettiva della durata, in cui il senso profondo non si manifesta che una volta ultimata la corsa. Ciò è vero per ogni vita cristiana, ma in modo assoluto nel caso di una vita monastica nel deserto: non riconoscere ad essa altra giustificazione soddisfacente che il termine che la disorienta. Sotto questa prospettiva diciamo che la nostra vocazione è innanzitutto escatologica: il mondo presente è una via che ci conduce al di là di esso. Viviamo senza aver da costruire nulla di stabile quaggiù. Ma, alla stessa maniera dei compagni di cui ci parla San Bruno in Calabria, noi dobbiamo prendere alla lettera la consegna donata da Gesù stesso: vivere in stato di veglia continuo, nell’attesa ininterrotta del ritorno delle nozze del nostro Maestro (A Raoul 4). Qualunque sia la solidità dei monasteri di pietra nei quali viviamo, alla fine “ non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura” (Eb 13,14). Non è il senso primo della vocazione di San Bruno, quando nel giardino della casa d’Adamo egli fu travolto dallo Spirito Santo? “Infiammato di divino amore, scrive egli molto tempo dopo,… abbiamo deciso di lasciare senza indugio il secolo fugace per metterci alla ricerca delle verità eterne” (A Raoul 13). Una ferita si è formata nel cuore del Maestro di Università di Reims, improvvisamente divenuto ardente d’amore per Dio. Eccolo scavalcare tutte le tappe transitorie di questo mondo mutevole, per partire alla ricerca dell’eternità, il solo dono che potrà fargli il Signore, divenuto ormai l’Unico che conta ai suoi occhi. Tale è la logica alla quale non si può sfuggire se ci si mette alla scuola di Bruno: desiderare d’incontrare Dio è lasciarsi divorare dalla sete d’eternità. Gli Statuti Rinnovati, al seguito del Concilio, sviluppano fino alla fine la portata di questa dimensione escatologica della nostra vocazione: “La nostra vita, essi dicono, mostra che i beni del cielo sono già presenti quaggiù; essa è un segno precursore della resurrezione e come un’anticipazione dell’universo rinnovato” (SR 34.3). Noi abbiamo fatto la scelta, in maniera irrevocabile, d’orientare la nostra vita verso la resurrezione, là dove noi saremo appagati dalla sola pienezza che valga: la contemplazione di Dio stesso. Tutta la nostra esistenza terrestre si trova, così, segnata dal sigillo della contemplazione diretta dal solo Bene e a causa di ciò noi diveniamo testimoni per il mondo a venire, portatori nella nostra esistenza di una realtà che è già un pregustare lo stato di resurrezione. Dio voglia che la testimonianza che ci chiede di dare al mondo, trasformi innanzitutto i nostri propri cuori!

* * * * * * *

L’orazione di San Bruno mette in evidenza una seconda dominante della nostra vita: la fedeltà. E’ una grazia che noi imploriamo umilmente, perfettamente coscienti del fatto di non potervi far fronte con le sole nostre forze. Il testo dell’orazione parla di “fedeltà ai nostri impegni”. Bisognerebbe dare a queste parole un significato giuridico rigoroso e vedervi il pensiero stretto di non mancare alla lettera alla nostra formula di professione o di donazione? Ciò sarebbe, mi sembra, restringere in maniera indebita il senso di una preghiera di cui l’orientamento è tutto spirituale. L’impegno fondamentale che abbiamo preso è quello di seguire San Bruno nella sua scelta di “lasciare il secolo fugace” e di “mettersi alla ricerca delle realtà eterne” ( A Raoul 13). Bruno stesso ci orienta in questa direzione nella lettera ai suoi fratelli della Certosa. Anche se non bisogna forzare il senso dei consigli che a loro dona, mi sembra che egli attiri chiaramente la loro attenzione sulla sollecitudine con la quale essi devono vegliare, al fine di non far decadere la qualità della loro vita religiosa, raggiunta per grazia di Dio e per la loro generosità. La sua intenzione è assai chiara quando egli s’indirizza ai conversi. Egli conclude il paragrafo che è loro destinato con questo avvertimento: “Restate, miei fratelli, là dove siete pervenuti e fuggite come la peste la schiera malsana dei laici incostanti” (Ai suoi figli della Certosa 2.4), i quali potrebbero nuocervi molto se voi vi lasciaste influenzare dai loro esempi. Questi sono, punto per punto, la negazione di ciò che fa la qualità eccezionale dell’obbedienza contemplativa dei conversi della Certosa: un’obbedienza ammirabile, ma portatrice di vero frutto solamente se si renderà capace di essere fedele a sé stessa nel corso degli anni. Diversamente, essa non condurrà i fratelli al luogo che Dio ha loro preparato nel cielo. Si scopre un orientamento analogo alla fine del canto d’azione di grazie indirizzato da Bruno ai suoi figli, avendo raggiunto la tranquillità del porto più nascosto. Che bisogno ha lui di ricordare loro che “nessuno che abbia goduto di questa buona sorte così desiderabile e l’abbia persa… non ne abbia provata una pena continua…” (id.1.4) se non perché li vede esposti al pericolo? La nostra vita nel deserto è bella, è attraente, ma mette a nudo le fragilità del nostro cuore, nella misura in cui mette alla prova le inclinazioni legittime della nostra natura. Gli Statuti lo ricordano: “La santa vocazione che ci hanno trasmesso i nostri Padri ci impegna su una via molto alta: il rischio di mancare è tanto più grande per noi, non tanto forse per errori manifesti, quanto per l’inclinazione naturale dell’abitudine” (SR 33.1). Riconoscere che noi siamo continuamente esposti è una forma di saggezza. Senza di essa ci mancherebbe una visione realista della vita nella quale ci siamo impegnati. Non per crearci delle vane inquietudini, ma per ricevere da Dio, nella fiducia, la fedeltà di cui noi abbiamo bisogno. E perché non considerare questo dono, ininterrottamente rinnovato dal Padre dei cieli, come un anticipo di ciò che ci donerà in cielo?

* * * * * * *

Rimane, da considerare, un’ultima dimensione della nostra vita. L’orazione di San Bruno la evoca in maniera abbastanza discreta, ma mi sembra utile soffermarci, poiché essa rappresenta una componente importante del nostro equilibrio. L’orazione termina con questa richiesta: “Donaci di raggiungere il premio che Tu hai promesso a coloro che ti saranno rimasti fedeli fino alla fine”. La realtà evocata qui è vicina alla fedeltà di cui abbiamo appena parlato, ma differisce da essa : è la perseveranza, in altre parole, la capacità d’assumere un ritmo di vita umanamente abbastanza piatto, per lunghi periodi, in cui la monotonia della cella e del deserto non è spezzata da nulla d’importante. Generalmente, la vita certosina si dispiega con una cadenza lenta nel corso degli anni, i quali si accumulano senza fare rumore. E’ questa durata che diviene strumento d’incontro con Dio. Il testo latino dell’orazione impiega una formula quasi intraducibile, ma tuttavia eloquente: “perseverantibus in te”: “coloro che restano in te”. Rimanere in Dio senza fare rumore, “rientrare in sé stessi e lì dimorarvi”, dice San Bruno, “la pace che ignora il mondo”, egli riprende un po’ più in là (A Raoul 6). Percepiamo una dimensione preziosa della nostra esistenza e, tuttavia, ci fa male parlarne. Le permanenze nel deserto degli amici che Dio si riserva e di cui la Bibbia ci parla sono solitamente contraddistinte dal numero simbolico 40. Israele dimora 40 anni nel deserto; Mosè 40 giorni nella nuvola sul Sinai; la marcia di Elia nel deserto verso l’Oreb dura 40 giorni. Allo stesso modo Gesù, prima di essere tentato, rimane 40 giorni in preghiera nel deserto. Ciò rappresenta sempre l’idea di una permanenza molto lunga, utile, in cui Dio è l’unico sostegno di colui che egli attira a Sé. Queste lunghe permanenze sono apparentemente vuote. La durata si giustifica da sé stessa: non è importante ciò che si fa, ma ciò che si diviene, la disponibilità che si acquisisce ad incontrare l’Altissimo. Quest’interminabile durata non è, in fondo, la maniera più vera, più radicale di mettere in pratica il progetto di Bruno: “lasciare il secolo fugace”? Lasciarlo, non solamente nei suoi segni esteriori, ma là dove è più solidamente radicato, cioè in noi stessi? Lasciarlo, passando al vaglio del tempo, senza pietà, tutta la sostanza del nostro cuore che, alla fine, si trova sradicata fin nella sua più intima profondità. Potrebbe essere diverso per dei servitori che attendono il ritorno del loro Maestro senza saper né il giorno né l’ora? Essi divengono, poco a poco, pura attesa: essi non son più che “ricerca delle realtà eterne”, ricerca ardente e, tuttavia, certa di non approdar mai a nulla di veramente valido quaggiù, ma sicura d’essere appagata un giorno dall’unico raggio di luce che risplenderà nell’istante in cui il Maestro svelerà il suo volto. Amen.

(Ascensione 1984)

Il volto dei certosini che salvarono i dipinti di Goya

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Circa dieci anni fà, da questo blog vi parlai della straordinaria intercessione dei certosini di Aula Dei, per evitare la distruzione delle undici pitture a olio realizzate dal grande pittore Francisco Goya. I certosini sono stati da sempre i custodi dei dipinti che Goya realizzò tra il 1772 ed 1774 e che adornano le pareti della chiesa. Le tele dedicate alla vita della Vergine e di Cristo, inizialmente erano undici, attualmente se ne conservano solo sette in parte restaurate, le quattro mancanti furono sostituite nel 1903 da dipinti dei fratelli Paolo ed Amedeo Buffet.

Ma vediamo di chiarire quanto accadde.

I certosini furono allontanati nel 1835 dalla certosa di Aula Dei per la Desamortización di Mendizábal, successivamente vi fecero ritorno nel 1901, in quella occasione si restaurò l’intero complesso e le opere d’arte presenti. Il restauro fu affidato all’architetto francese Pichard che era intenzionato a distruggere ciò che era stato danneggiato per poter ricostruire. Ciò avvenne anche per i quadri e le sculture particolarmente rovinate.

Grazie alla tenacia di due certosini, il Padre Priore Dom Leonard Gorse ed il suo Vicario Dom Anastasio Malasignè, i quali si opposero alla distruzione delle tele particolarmente danneggiate decidendo di rimpiazzare soltanto le quattro più deteriorate, fu possibile salvare i capolavori di Goya, che ancora oggi possiamo ammirare. Va detto, per la precisione, che i religiosi non conoscevano ancora la attribuzione di quei dipinti. Soltanto qualche mese più tardi, infatti, giunse in certosa lo storico tedesco Augusto L. Mayer, che stava scrivendo una biografia d’artista e studiandole, conclamò che quelle tele erano opere di Goya.

Quei certosini di cui conoscevamo il nome, oggi hanno un volto!

La novità sorprendente, è che sono state recentemente ritrovate alcune fotografie scattate nella certosa spagnola, da Aurelio Grasa nel 1917, che permettono di dare un volto ai monaci che hanno impedito la scomparsa dei dipinti di Goya, di cui tra l’altro quest’anno ricorre il 275° anniversario della nascita.

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Ma perchè furono scattate quelle fotografie?

Il 9 settembre 1917, il noto fotografo Aurelio Grasa realizzò alcuni scatti tra i certosini di Aula Dei, su richiesta del governo francese, che voleva essere informato a causa della prima guerra mondiale, dei cittadini francesi presenti in Spagna.

Il 13 maggio 1917 il Priore Dom Gorse scriveva: ′′ Per ordine delle Cortes spagnole, in occasione della guerra europea il console di Francia a Saragozza chiede un ritratto dei religiosi stranieri di questa casa e a tal fine è venuto oggi il giovane signore Aurelio Grasa con suo padre Joaquin, commerciante di Saragozza per scattare le fotografie “.

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Gli inconsapevoli eroi

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Dom Lèonard Victor Gorse, nacque a Tulle nel 1840 e da giovane fece parte della “Société des Missions Etrangères de Paris”, una società missionaria internazionale per la quale fu inviato in Cina. Solo successivamente egli decise di entrare tra i certosini nella Grande Chartreuse facendo professione il 16 febbraio del 1868. In seguito, nel 1872, fu Vicario e Maestro dei novizi nella certosa di Le Reposoir, poi procuratore a Le Glandier nel 1874 ed ancora sotto procuratore alla Grande Chartreuse. Nel 1885, fu nominato Priore nella certosa di Montreuil, e l’anno seguente Convisitatore. Nel 1897 Dom Gorse divenne Priore di Valbonne, successivamente, fu nominato priore della certosa spagnola da restaurare di Aula Dei. Padre Gorse si mise subito al lavoro e ripristinò le dipendenze perché fossero vivibili e una cappella quella della Madonna del Pilar, per svolgere le funzioni religiosi. Lo vediamo quindi protagonista dei fatti che vi ho narrato, Dom Gorse morì il 6 ottobre del 1934 come Antiquior di tutto l’Ordine.

Di Dom Anastasio Malasigné sappiamo che fu anche un valente pittore e fu colui che ha ripristinato le lunette dipinte dal confratello Fra Jusepe Bautista Martinez, che appartenevano alla certosa ma che all’epoca si trovavano depositate al Museo di Saragozza.

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Le tele di Goya, potranno così essere ammirate nella chiesa certosina di Aula Dei per le celebrazioni del 275° anniversario della nascita del più grande pittore spagnolo del suo tempo.

Dom François Grangier, da certosino a parroco

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Cari amici lettori, lo spunto per realizzare l’articolo odierno mi viene offerto da un piccolo libro edito in francese dal titolo “Dom François Grangier, les exils d’un chartreux”. In esso, l’autore Julien Fleury un sacerdote della diocesi di Marsiglia dal 2006 e parroco di Saint-Giniez dal settembre 2015 riesce a descriverci la martoriata vita di questo monaco certosino.

All’origine di questo libro ci sono tre lettere trovate negli archivi della parrocchia di Saint-Giniez, dove Dom François Grangier trascorse i suoi ultimi anni.

Ma cerchiamo di ricostruire i fatti, e di conoscere questo certosino.

François Grangier nacque a Salon de Provence il 18 maggio del 1755, quando ha soli ventuno anni muore suo padre Joseph, ed egli qualche mese dopo decide di abbracciare la vita monastica. Entra nella certosa di Bonpas, pronunciando i suoi primi voti il 28 maggio del 1776. Comincia il suo percorso di vita claustrale fino al 1781 quando pronuncia la sua professione solenne, dopo aver studiato e conseguito il diaconato ed il sacerdozio.

Nel 1791 Dom François Grangier, viene inviato alla certosa di La Verne per assistere il Padre Priore diventandone il Vicario. Sta per cominciare il terribile periodo legato agli avvenimenti della Rivoluzione Francese, ed egli diventerà un testimone di quei tragici tempi, che stravolgeranno la sua vita.

Dovendo abbandonare La Verne, Dom François comincia il suo periplo raggiungendo la certosa di Montrieux, ma dopo poco tempo anche questa comunità viene dispersa. Ritroviamo nel 1792 Dom Grangier in Italia, nella certosa di Bologna dove stette poco, poichè braccato nuovamente dagli eserciti napoleonici, si rifugiò a Montello tra il 1797 e il 1805 con i suoi confratelli.

Dopo l’incoronazione di Bonaparte, avvenuta nel dicembre del 1804, egli spera in un ritorno alla quiete della vita monastica in Provenza e torna a Salon, sua città natale dove rimarrà dal 1805 al 1811. Scoprendo che molti dei suoi confratelli erano stati perseguitati, deportati o giustiziati, divenne vicario parrocchiale e poi parroco. Successivamente lo troviamo ad Arles nel 1811, poi parroco a Saint-Chamas per dieci anni. Infine, il13 novembre del 1822 il certosino ha ricevuto un ultimo nomina a Saint-Giniez vicino Marsiglia. È proprio in quest’ultima parrocchia che Dom Grangier ha lasciato più ricordi. E’ qui che l’autore del libro, Julien Fleury avendo ritrovato tre lettere negli archivi della parrocchia di Saint-Giniez, riesce a ricostruire la vita tormentata ed il suo peregrinare che lo porterà a dover abbandonare la vita monastica che aveva condotto per ben trenta anni. La Provvidenza dopo averlo sottoposto a tante prove lo ha condotto negli ultimi anni della sua vita alla cura pastorale, che svolse con grande impegno. Una vita spesa con Fede e radicata in Cristo.

In una di queste missive, indirizzata al vescovo di Marsiglia, Mons. Fortuné de Mazenod, Dom François ormai parroco settantenne scrisse al suo vescovo per informarlo dei suoi problemi di salute. La parrocchia è enorme, ha una grande estensione territoriale, lamenta che un ginocchio gli fa male, ed è paralizzato dai reumatismi. Espone un suo timore: doversi alzare di notte per portare il viatico a un malato che vive sui ripidi pendii di Notre-Dame de Garde. Pur sapendo che la vita monastica è ripresa alla Grande Chartreuse, a causa della sua età e dalla salute precaria opta nel luglio del 1831 di ritirarsi in campagna nei pressi di Marsiglia, avendo ottenuto dal Vescovo il permesso di potersi ritirare. La vita terrena di Dom François Grangier si concluderà il 24 febbraio del 1832.

Spero vogliate apprezzare l’avervi portato a conoscenza un’accenno della storia esposta in questo libro su questo personaggio, che avrebbe voluto vivere la sua vita all’interno delle mura monastiche, in quiete e solitudine.

Dom Lanspergio e la Madre Buona

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Eccoci giunti al mese di maggio, il mese dedicato alla Madonna. Una devozione speciale, che ha spinto molti monaci certosini a dedicare a Maria, meditazioni, testi e orazioni.

Oggi vi propongo una deliziosa preghiera concepita da Dom Giovanni Giusto Lanspergio. L’autore, era un grande amante della Madonna, che vedeva come madre.

A seguire un delizioso video con l’audio del suggestivo canto Ave Maris Stella.

“O Maria, permettimi di guardarti, riverire e amare come mia Madre Buona”:

 

Tante quante sono le gocce d’acqua nel mare, le stelle nel cielo, gli spiriti benedetti tra gli innumerevoli eserciti di angeli, le foglie in tutti gli alberi, i fili d’erba sulla terra; tante volte dal profondo del mio cuore, ti saluto, o nobilissima, preziosissima, bellissima, gloriosissima e molto dignitosa Madre di Dio, potentissima Regina del cielo, molto amabile e dolcissima Maria, Sovrana Signora dell’ universo, e ti saluto in unione dell’Amore e per il Cuore del tuo diletto Figlio e di tutti coloro che Ti amano; e in onore di questo amore incomparabile per cui il Figlio di Dio ti ha scelto, amato e onorato come sua degna Madre e si è donato a te per essere il tuo unigenito Figlio, permettimi di guardarti, riverire e amare come mia Buona madre, e di offrirmi e di dare a Te per essere nel rango dei tuoi figli, sebbene infinitamente indegni. Ti prego, Santissima Madre di Dio, di accogliermi in questa veste e di assicurare davanti a Dio che sono tutto tuo, mia dolcissima e fedelissima Madre, mia Gioia e mia Corona ”.

Così sia.

 

Buon mese mariano!

Ave Maris Stella

«Ave maris stella,
Dei Mater alma
atque semper virgo
felix coeli porta.

Sumens illud ave
Gabrielis ore
funda nos in pace
mutans Evae nomen.

Solve vincla reis,
profer lumen caecis,
mala nostra pelle,
bona cuncta posce.

Monstra te esse matrem,
sumat per te preces
qui pro nobis natus
tulit esse tuus.

Virgo singularis
inter omnes mitis,
nos culpis solutos
mites fac et castos.

Vitam praesta puram,
iter para tutum
ut videntes Jesum
semper collaetemur.

Sit laus Deo Patri,
summo Christo decus,
Spiritui Sancto
tribus honor unus.

Amen

Il “medico dei poveri” è beato!

testata

Cari amici è con il cuore colmo di gioia che voglio comunicarvi che il “medico dei poveri”, è stato proclamato beato!

Da questo blog, nel lontano 2014, vi proposi un’articolo volto a farvi conoscere l’insigne Dr.José Gregório Hernández, il medico venezuelano con un trascorso da certosino. Il suo operato al servizio degli umili portò quest’uomo ad offrirsi a Dio anche se in maniera diversa da come egli avrebbe voluto. Nel 1949, dopo trent’anni dalla sua morte, a seguito di diverse grazie documentate, ebbe inizio il processo di canonizzazione. In seguito Josè Gregorio è stato dichiarato venerabile da papa Giovanni Paolo II il 16 gennaio 1986, e da quel momento l’intero popolo venezuelano e non solo ne attendeva la beatificazione. Il 9 gennaio 2020 la Commissione Medica della Congregazione per le Cause dei Santi ha approvato il miracolo attribuito alla sua intercessione, lo stesso è accaduto il 27 aprile 2020 con la Commissione Teologica. Il 19 giugno 2020, la Congregazione per le Cause dei Santi ha promulgato il decreto con l’autorizzazione di Papa Francesco per la beatificazione del Venerabile Dott.José Gregório Hernández, quarto Beato del Venezuela. La beatificazione è l’ultimo passo prima della canonizzazione come santo. Fino ad ora nessun venezuelano è stato dichiarato santo dalla Chiesa cattolica.

Ebbene questo giorno tanto atteso è arrivato!

Lo scorso venerdi 30 aprile, lo stadio dell’Università Centrale del Venezuela è stata la sede della beatificazione del “Dottore dei Poveri”, in una cerimonia presieduta dal cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, ex nunzio in Venezuela, svoltasi insieme a tutti i vescovi ed al popolo venezuelano.

La cerimonia purtroppo si è svolta con una capienza limitata a causa della pandemia di coronavirus.

Sabato 1 maggio, invece a Isnotú (Stato di Trujillo), città natale del nuovo beato, si terrà la Messa di Ringraziamento presieduta dal Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, Cardinale Marcello Semeraro.

In una Lettera Apostolica firmata da Papa Francisco egli ha fissato come data per la celebrazione liturgica del Dr José Gregorio Hernández il 26 ottobre di ogni anno, che coincide con la data della sua nascita e che “è già per i venezuelani una tradizione celebrare quel giorno”. Il Santo Padre come riportato, ha accolto “con grande affetto” la notizia di questa beatificazione. Ha aggiunto che durante gli anni trascorsi in America Latina ha notato “il grande affetto del popolo del Venezuela” per il dottor José Gregório Hernández. “È stata una grande impressione, pochi santi sono così amati. Sono impressionato di vedere in questa persona un grande scienziato e grande insegnante e, d’altra parte, grande servizio e sollecitudine per i poveri ”.

In questo terribile momento, nel quale l’intero pianeta si trova a dover affrontare la crisi sanitaria ed economica che sta flagellando milioni di persone, possa l’intercessione di questo nuovo beato, che tanto ha fatto per i più deboli e sofferenti, concederci la viva speranza che presto tutto possa terminare.

Beato José Gregorio Hernández

ora pro nobis

immaginetta

Una triste ricorrenza

Quel triste 23 aprile 1903

Oggi 29 aprile, in occasione della ricorrenza di un ignobile anniversario che riguarda l’espulsione subita dai certosini della Grande Chartreuse in questo triste giorno del 1903, voglio proporvi un documento eccezionale.

Ma prima una premessa, cosa accadde nelle settimane precedenti quel mercoledì 29 aprile?

La Camera dei Deputati, nonostante qualche velata opposizione, il 26 marzo si era opposta alla richiesta di autorizzazione a continuare a svolgere vita monastica fattagli pervenire dalle autorità dell’Ordine, con una lettera del Priore Generale Dom Michel Baglin.

E di conseguenza, dal 31 marzo fu deciso di inviare in Inghilterra il Noviziato presente nella Grande Chartreuse. Successivamente gli anziani e gli ammalati furono distribuiti tra le varie case all’estero. La produzione del liquore fu spostata a Tarragona, in Spagna. Dodici Padri e dieci Fratelli decisero di rimanere nella Grande Chartreuse fino alla fine.

Lo stesso 31 marzo, la prima camera del tribunale civile di Grenoble nominò il signor Henri Lecouturier, arbitro commerciale a Parigi, liquidatore dei beni dei certosini. Il giorno seguente, mercoledì primo aprile fu notificato al RP Generale, il primo diniego di autorizzazione, in secondo luogo fu indicato il tempo di quindici giorni concesso alla comunità per sciogliersi e lasciare i locali. L’11, dopo la deliberazione, i certosini, in piena conformità con le risoluzioni del Capitolo generale decisero: sarebbero rimasti e avrebbero ceduto solo alla violenza!

Ma ecco il documento di cui vi parlavo, una lettera dal tono vibrante del Reverendo Padre Dom Michel Baglin destinata al Primo Ministro Emile Combes.

Il 14 aprile, alle quattro del pomeriggio, padre Dom Michel, priore della Grande Chartreuse e Generale dell’Ordine, ha così consegnato al signor Urbain Poncet, avvocato presso la Corte d’appello di Grenoble, la lettera da lui inviata a Emile Combes.

Questa lettera fu pubblicata la sera seguente e la mattina seguente dai giornali:

Signor Presidente del Consiglio, scadranno i termini che gli agenti della sua amministrazione credevano di poter fissare per la nostra permanenza alla Grande Chartreuse. Ora, primo, hai il diritto di sapere che non abbandoneremo il posto di penitenza e intercessione dove è piaciuto alla Provvidenza di collocarci. La nostra missione qui è soffrire e pregare per il nostro caro Paese: solo la violenza fermerà la preghiera sulle nostre labbra.

Purtroppo, nei giorni difficili in cui regna l’arbitrio, è necessario prevedere le contingenze più tristi; e poiché, nonostante la giustizia delle nostre richieste, è possibile che un colpo di forza improvvisamente ci disperda e addirittura ci butti fuori dalla nostra patria, vorrei dirti oggi che ti perdono, a nome mio personalmente e in il nome dei miei colleghi, le varie procedure, così poco degne di un capo di governo, che avete impiegato nei nostri confronti. In altri tempi, l’ostracismo non disdegnava, come fa oggi, armi apparentemente leali.

Tuttavia, crederei che sto venendo meno al dovere della carità cristiana se, al perdono che ti concedo, non aggiungessi un consiglio salutare insieme a un avvertimento serio. Il mio doppio carattere di sacerdote e religioso mi autorizza indiscutibilmente a rivolgermi a entrambi, per fermarvi, se avete ancora qualche traccia di cautela, nell’odiosa e inutile guerra che state conducendo contro la Chiesa di Dio.

Così, su vostro urgente invito e sulla produzione di un documento di cui non dovreste, a quanto pare, ignorare la manifesta falsità, una Camera francese ha condannato l’Ordine di cui Nostro Signore mi ha stabilito come Capo. Non posso accettare questa frase ingiusta; Non lo accetto; e, nonostante il mio sincero perdono, chiedo la revisione, secondo il mio diritto e mio dovere, da parte dell’infallibile Tribunale di Colui che è costituito nostro Giudice Sovrano. Pertanto, – presti particolare attenzione alle mie parole, signor Presidente del Consiglio, e non abbiate fretta né di sorriderle, né di considerarmi un fantasma di un’altra epoca, – di conseguenza verrete con me davanti a questo Tribunale di Dio. Là, niente più ricatti, niente più artifici di eloquenza, niente più effetti tribunali o manovre parlamentari niente più documenti falsi o una maggioranza compiacente; ma un giudice calmo, giusto e potente, e una sentenza senza appello, contro la quale né tu né io possiamo protestare.

A presto, Signor Presidente del Consiglio!

Non sono più giovane e tu hai un piede nella tomba. Preparati, perché il confronto che ti sto annunciando ti riserverà emozioni inaspettate. E, per quest’ora solenne, conta più su una sincera conversione e una seria penitenza che sulle capacità e sui sofismi che risparmiano i tuoi fugaci trionfi.

E poiché il mio dovere è restituire il bene per il male, pregherò, o, per dirla meglio, noi certosini, di cui avete decretato la morte, continueremo a pregare il Dio delle misericordie, che perseguitate così stranamente nei suoi servi , affinché ti conceda il pentimento e la grazia di salutari riparazioni.

 Signor presidente del Consiglio, sono il vostro umilissimo servitore.

Fratello Michel Baglin, Priore della Grande Chartreuse.

Dom Michel Baglin

Quello che accadde il 29 aprile del 1903 resta una pagina tristissima della storia dell’Ordine certosino.

Ma cosa accadde poi ai protagonisti principali di questa vicenda?

Combes Dom Baglin

                       Emile Combes                                                          Dom Michel Baglin

Ebbene, Emile Combes morì il 25 maggio del 1921, mentre Dom Miche Baglin terminò i suoi giorni terreni piamente il 20 gennaio del 1922. Ebbe dunque tutto il tempo di pregare per l’anima dello sfortunato uomo che lo aveva preceduto nell’aldilà ed al quale, come abbiamo visto nella lettera che vi ho proposto, aveva preso appuntamento davanti alla Corte del Sovrano Giudice. Entrambi in breve tempo sono apparsi davanti a Dio, il persecutore e la sua vittima.

Possa Dio averli ammessi per l’eternità a godere della Sua Luce.

Il canto dei certosini VIII

coro dei fratelli

coro dei fratelli

Prosegue oggi l’approfondimento sul canto certosino, estratto dal testo scritto da Dom Benoit du Moustier Lambres, quindi fonte fedele, ed esplicativo sul canto dei certosini.

Ecco a voi l’ottavo capitolo….

LE CHANT DES CHARTREUX

Dom BENOIT-M. LAMBRES, O. Cart. (certosa di La Valsainte)

VIII

LA VERSIONE CERTOSINA ATTRAVERSO GLI ANNI

La versione certosina del cosiddetto canto “gregoriano” è stata mutuata, nel I secolo, da quella donataci dal Mss. del ramo Aquitania della tradizione universale, ed è più particolarmente legato al mss. a seconda delle due metropoli di Lione e Vienne.

Il mss. Gli stessi certosini accusano, sin dall’inizio, solo lievi differenze tra loro. Tuttavia, questi risultano essere significativi e consentono di classificare i mss. A33, Mi e un graduale senza dimensione, proveniente dalla vecchia Chartreuse de Portes e risalente alla prima metà del XIV sec. (e forse anche il graduale di Loches ms. 16) come formazione di una famiglia la cui origine sembra essere collocata nella Certosa di Portes.

Verso la fine del XII sec., Il mss. denotano un certo numero di correzioni tendenti ad una più assoluta unificazione della versione certosina. Non ci è stato dato di trovare il ms. essendo servito da prototipo per il textus receptus così sviluppato. Le correzioni, anche se generalmente non molto radicali, non erano sempre migliorative, e le versioni primitive, spesso visibili sotto i graffi del ms. A33, S, Ma e altri, sono spesso più vicini ai migliori mss. precartusiani. Il textus receptus , dalla sua fissazione intorno al 1200, fu copiato e successivamente stampato, con forse ineguagliabile accuratezza. Le edizioni attualmente in uso – risalgono all’ultimo quarto del XIX secolo. – riprodurlo ancora con sorprendente accuratezza. Così sentiamo affermare a Solesmes che, se conosciamo un manoscritto di un canto certosino, li conosciamo tutti.

Fanno eccezione, però, le “correzioni” che, verso la fine del XVII secolo, furono introdotte dallo zelo smodato dei certosini dell’epoca per adeguare i loro testi liturgici alla Vulgata. Queste correzioni del testo hanno portato abbastanza spesso ad alterazioni melodiche, generalmente non molto gravi. Queste modifiche testimoniano talvolta nei loro autori di un significato “gregoriano” sorprendente per questo periodo. I due cambiamenti veramente radicali sono stati effettuati con notevole senso musicale e ritmico.

La prima riguarda l’Offertorio Confortamini, che, in rito certosino, compare il venerdì del IV tempo di Avvento, e, in quello romano, il mercoledì.

La parte Ecce enim Deus noster retribuet judicium: ipse veniet et salvos nos faciet è diventata nei nostri libri: Ecce Deus vester ultionem adducet retributionis: ipse veniet et salvabit vos, con un adattamento di grande successo della melodia primitiva . Il secondo cambiamento radicale riguarda il Deus Introit, dum egredereris, il mercoledì di Pentecoste. I “correttori” del XVII secolo. ha ritenuto necessario completare il testo aggiungendo: terra mota est, caeli distillaverunt, che ha richiesto uno spostamento dell’Alleluia e una creazione metodica per le parole aggiunte, il tutto eseguito con gusto.

Nello stesso periodo compare per la prima volta un libro di cori certosino, in esso si abbandona il vecchio raggruppamento di note in figure neumatiche: è il Salterio del 1673, seguito nel 1674 da un Graduale nella stessa notazione. D’ora in poi, fino alle edizioni di Montreuil attualmente in uso comprese, le note saranno sempre taglienti e sommate tra loro senza distinzione di neumi.

Il grande colpevole delle innovazioni sembra essere stato il generale dell’Ordine Dom Innocent Le Masson (I675-I703). Non comprendendo nulla della composizione e del ritmo gregoriano, intraprese una radicale revisione del canto certosino per allinearlo alle idee del suo tempo sulla quantità nella lingua latina. Riuscì a far stampare alla Correrie de la Maison-Mere un Antiphonarium Diurnum (I689), il cui Monitum annunciava queste correzioni volte a “non ferire le orecchie degli stranieri che frequentavano gli Uffici”! Nelle intonazioni e nei finali, le penultime note (e anche i antepenultime) sono stampate come doppie note; Inoltre, la quantità di note è stata spostata per abbinare lo sviluppo melodico alle sillabe lunghe e accentate. Nel graduale del 170I si trovano alterazioni dello stesso tipo.

Fortunatamente, il senso della tradizione era più forte tra i Priori ceh componevano il Capitolo Generale che solo nel Generale dell’Ordine: alle innovazioni musicali di Dom Le Masson non è stato permesso di sopravvivere a lui. Dopo la sua morte, furono stampati quaderni contenenti la vecchia versione di tutti i passaggi “corretti”, con l’ordine di ritagliarli e incollarli sulle sfortunate innovazioni.

Il Collegio ha sempre professato avversione per i nuovi Uffici, e, se ha ammesso nuove feste, ha generalmente provveduto a conferire loro il corrispondente Ufficio del Comune. Così anche san Bruno dovette accontentarsi della Messa e dell’Ufficio dei Confessori Comuni, compresi gli inni. Questo gli assicurava canzoni di ogni bellezza e puro sapore gregoriano; inoltre, i testi venerabili di questo Ufficio si rivelano alle anime meditative come mirabilmente adatti al Santo Fondatore.

Gli unici uffici (e messe) relativamente recenti nel repertorio certosino sono quelli dell’Immacolata Concezione (I864), del Santissimo Nome di Gesù (I597), della Santissima Trinità (Messa II70 / 80, Ufficio 1582), del Sacro Cuore di Gesù (1783) e la Trasfigurazione (I582). Si noti che la Messa e l’Ufficio del Santo Nome di Gesù erano composti interamente da brani del repertorio antico. Le Messe del Sacro Cuore e dell’Immacolata Concezione contengono spesso adattamenti ben fatti di antiche melodie. Gli adattamenti della Messa della Trasfigurazione avrebbero un disperato bisogno di raffinamento. La stessa osservazione vale per gli adattamenti di antiche melodie ai testi delle Messe votive introdotti nel secolo scorso. Le revisioni ad codicum fidem, supportate da una seria documentazione, sono in corso dall’inizio di questo secolo. I loro risultati stanno iniziando a tradursi in pratica corale.

“Parole dal silenzio” Santa Rosellina di Villeneuve

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Cari amici voglio oggi proporvi la quinta puntata della trasmissione “Parole dal silenzio”, andata in onda lo scorso venerdi 23 marzo in diretta streaming su vari canali socialmedia. Ormai è un appuntamento fisso, questa rubrica dedicata alla spiritualità certosina ed alle figure di Santi e Beati della famiglia monastica di San Bruno. Questa puntata sarà incentrata sulla prima santa certosina, ovvero Santa Rosellina di Villeneuve. Biografia, aneddoti, miracoli attribuitigli, ed interpretazione della sua caratteristica iconografia sono stati al centro di questo approfondimento. Ma è stata anche fatta una preziosa premessa circa la descrizione del ramo femminile dell’Ordine certosino. Oltre al sottoscritto ed all’amico Marco Primerano, è stato presente anche Antonio Zaffino, entrambi hanno gradevolmente arricchito la puntata con i loro interventi.
Per tutti coloro che non hanno visto la trasmissione in diretta streaming, ecco il video della quinta puntata.

Da non perdere!!!

Buona visione

Il “giuramento della Pallacorda” ed il certosino

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Oggi, cari amici, voglio proporvi l’analisi di un disegno preparatorio per un dipinto, nel quale è raffigurato un monaco certosino tra una moltitudine di persone. Come potrete notare è uno scenario alquanto insolito per un monaco dedito alla vita eremitica di clausura, ed allora come mai il pittore ha inserito nel suo disegno due elementi così dicotomici tra loro, come un certosino e la folla. Cerchiamo di fare chiarezza. Va detto che questo quadro sarebbe dovuto essere celebrativo, ovvero raffigurante un avvenimento realmente accaduto, ma vediamo di cosa si tratta.

L’evento da celebrare

Il 20 giugno 1789 Luigi XVI compì un grave errore: chiuse la sala dell’Hôtel des Menus-Plaisirs a Versailles, dove per quarantacinque giorni si era riunita l’Assemblea Nazionale, col pretesto di eseguirvi dei lavori di manutenzione. Il deputato Joseph-Ignace Guillotin, l’inventore della ghigliottina, propose di trasferirsi in una sala vicina, adibita al gioco della pallacorda. Qui, su proposta di Jean Joseph Mounier, i deputati prestarono giuramento di restare uniti fino a compimento della Costituzione Francese. Poco dopo, insieme ad alcuni rappresentanti del basso clero e alcuno nobili liberali, venne autoproclamata l’Assemblea Nazionale Costituente. Questo evento avrebbe reso irreversibile il processo che portò alla Rivoluzione Francese ed alla caduta definitiva della monarchia. Fu deciso che questo momento decisivo, doveva essere immortalato in un’opera impegnativa, teatrale e quasi solenne da un noto artista dell’epoca.

L’autore e l’opera

L’autore dell’opera in oggetto, è il francese Jacques-Louis David (1748-1825), un pittore francese che nel 1790 cominciò a eseguire i disegno preparatorio per il “Giuramento della Pallacorda”( Serment du Jeu de Paume ). Il progetto prevedeva un dipinto di enormi dimensioni, che, infatti, una volta terminato avrebbe dovuto misurare dieci metri per sette. Il pittore prevedeva di raffigurare i 630 membri dell’Assemblea Costituente: al centro Jean Sylvain Bailly, il primo sindaco di Parigi dal 1798 al 1791, e sulla finestra di destra Jean Paul Marat e tra la folla in primo piano Maximillien de Robespierre.

Quando arrivò il momento di iniziare la tela era il 1791. Il parlamento era diviso, fra moderati e giacobini cresceva tra loro il dissenso e l’utopia di unità e fratellanza già vacillava. A David, appartenente al Club dei giacobini, non gli vennero concessi i finanziamenti ed il progetto venne abbandonato. Ed è così che oggi restano il solo disegno preparatorio a inchiostro ed acquerello, che misura 66 x 101 cm, conservato al Musée National du Château di Versailles, ed un piccolo quadretto a olio, 65 x 88 cm, conservato presso il Musée Carnavalet, di Parigi.

Schema

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Il certosino diventato difensore della Rivoluzione

Ma al centro, l’artista inserì al di sotto di Jean Sylvain Bailly tre personaggi che tra loro si abbracciano fraternamente. E più precisamente l’abate Gregoire rappresentante il clero secolare che cinge con le sue braccia il certosino Dom Gerle in rappresentanza del clero regolare e Rabaut Saint-Étienne, figlio del pastore protestante Paul Rabaut. Simboleggiando così idealmente l’avvento di una nuova era di pace e riconciliazione dei religiosi durante la Rivoluzione.

Ma chi era questo certosino e perchè è raffigurato in questo dipinto?

Dom Antoine Christophe Gerle, nacque a Riom (Puy de Dôme) il 23 ottobre 1736, egli fece la professione solenne nella certosa di Port Sainte Marie il 6 ottobre 1757. Dom Gerle fu vicario nel 1767, a seguire fu eletto priore di Vauclaire nel 1768, di Moulins nel 1780 fu nominato convisitatore d’Aquitaine e nel 1781, visitatore poi, nel 1785, priore di Valdieu lo stesso anno, nel 1788, di Port Sainte Marie, la sua certosa.

Venne raffigurato nel bozzetto del dipinto poichè fu eletto deputato della Assemblea Costituente, egli fu poi anche uno degli organizzatore della cosiddetta Chiesa costituzionale. Ovvero la Chiesa istituita e organizzata dalla Costituzione civile del Clero (1790) e composta da vescovi, sacerdoti, diaconi e chierici che prestarono il giuramento richiesto. Nel 1791 fu anche eletto vescovo di Meaux, ma rifiutò questo vescovato. Nel Novembre 1793, abiura il sacerdozio restando poi coinvolto in diversi casi di scandali esoterici.

Si riversò nell’Illuminismo, fu arrestato il 17 maggio1794 durante il Terrore, ma venne salvato da Robespierre, poi si sposò e morì a Parigi il 17 novembre del 1801.

Dom Gerle busto

Pare che comunque in questa raffigurazione vi siano delle imprecisioni storiche, che il pittore ha volutamente ignorato per realizzare una sorta di manifesto simbolico. Difatti delle tre figure di religiosi che si abbracciano, il monaco certosino Dom Gerle, non era presente fisicamente quel giorno del giuramento, poichè divenne deputato di Riom soltanto alla fine di dicembre del 1789. Ma come vi ho detto, l’autore intendeva rappresentare con questo simpatico trio la nuova Chiesa costituzionale, nel 1791, speranza di riconciliazione. A questo si contrappone la scena, dal contenuto allegorico, che si intavede attraverso una finestra in alto a sinistra, laddove si vede la cappella di Versailles simbolo della Chiesa dell’Ancien Régime, colpita da un fulmine!

Lo stesso Marat, non poteva essere presente perché in quella data non era ancora deputato, ma solo un influente scrittore di pamphlet. Queste le principali incoerenze che si sommano ad altri simboli destinati ad essere interpretati.

Più che una rappresentazione precisa dei partecipanti alla seduta del 20 giugno 1789, David mette in scena le figure dell’Assemblea Costituente il cui ruolo è confermato dalla portata dei cambiamenti in atto e dagli uomini che furono particolarmente impegnati.

trio

cappella Versailles e fulmine

Una vita molto semplice

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Ecco per voi, oggi una interessante intervista rilasciata qualche settimana fà dal Padre Priore della certosa di Miraflores ad una rivista della città di Burgos.

Egli chiarisce all’intervistatore molti aspetti della vita certosina, affermando che per lui:

la vita in certosa è molto semplice.

Dom Pedro María Iglesias de Paul definisce la certosa come ” una totalità di silenzio con Dio in preghiera”, dove la regola e lo stesso complesso monastico “si basano sul carisma contemplativo, che vuole essere il più rigido possibile”. «Tutto è orientato in modo che il certosino sia concentrato tutto il giorno nella preghiera. Tant’è che la prima opera di carità di un certosino è rispettare la solitudine del fratello.

«È una vita super regolare, senza sorprese. Le uniche sorprese sono quelle che scopri nella preghiera e nella liturgia. Di giorno in giorno è una routine brutale, io lo chiamo “il rullo”, asserisce il Padre Priore. “È quello che mi è costato di più, perché conducevo una vita a modo mio e ora obbedisco solo ad una campana”, commenta questo monaco di Cadice, che è entrato a Miraflores quarant’anni fa all’improvviso e quasi senza discernimento ” per uno schiaffone di Dio “.«Se fosse stato per la mia mentalità e il mio stile di vita non sarei venuto; la mia ragione mi diceva che era impossibile, che non stavo qui … Ma andava bene, era l’unico posto dove andava bene ». Infatti, assicura che la routine e la monotonia “gli hanno dato la libertà, perché ora non ho a che fare con nient’altro che Dio. Quel ritmo ti dà una base di buon senso e pace nel profondo della tua anima che non cambi per niente ». «Qui ho scoperto che mi sono rimaste molte cose; Qui il Signore mi ha detto: “Svuotati di tutto e resta con me nel mio cuore e con tutta la Chiesa”. È un percorso molto arduo ma ne vale la pena, ti dà un’enorme libertà “, dice. Inoltre: “Se iniziamo a mettere cose non necessarie nella cella, questa è così fragile che si rompe facilmente”.

Questo ritmo di vita austero è stato forse la causa dell’ “idealizzazione” della vocazione certosina, uno stile di vita che sembra difficile da realizzare per chi vive fuori dal monastero. “Questo non è un percorso ad ostacoli”, dice il priore. “Quello che facciamo qui sembra essere tra i primati del Guinness, ma no. Può sopportarlo solo chi ha una vocazione… ». Afferma infatti che non esiste un prototipo certosino a Miraflores o che chi si ferma lì è “perché è raro e gli piace isolarsi”. “Qui succede come in ogni altra vocazione, ci sono certosini molto aperti e altri più taciturni”, sottolinea, “ma in tutto ci deve essere un equilibrio tra l’affettivo e il personale”. “Inoltre, chi viene qui in fuga dal mondo non si cozza”, dice.

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Il priore, infatti, sostiene che un certosino “porta nel cuore tutta la Chiesa”. «Prego sempre per l’umanità, per il mondo intero… Quando sentiamo una notizia mi rendo conto che proprio in quel momento ero unito all’umanità, chiediamo sempre; Non posso non pregare per te. Qui dentro il sentimento della Chiesa è totale, siamo uniti a tutta l’umanità ”, insiste. Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, c’è una «grande sintonia» tra i problemi del mondo e le preoccupazioni del certosino e differenze che sembrano insormontabili diventano legami importanti: «Non ho incontrato nessuno con cui non mi sia connesso dal mio punto di vista certosino; Mi sintonizzo con la paura con il mondo “, dice.

«La certosa ti offre una visione diversa del mondo, con più prospettiva, e ti rendi conto che ha valori fondamentali; il male si vede sempre di più, ma ciò che c’è là fuori ha enormi possibilità. È nella punta di Dio ». Inoltre, assicura che anche i desideri e le intuizioni del mondo lo aiutano e lo stimolano, “poiché Gesù fu sorpreso dalla fede del cananeo o del centurione romano”.

La certosa di Miraflores è anche fortemente legata al mondo esterno non solo attraverso le tante persone che vi si recano per pregare e implorare benedizioni, ma anche attraverso le opere caritative che svolge. Lo stile di vita austero della comunità certosina, fa sì che il reddito che ricevono dalle visite, dalla vendita dei loro rosari e prodotti artigianali è sufficiente per loro e le eccedenze possono essere dedicate ai più poveri, come conferma il Padre Priore.

“La certosa è sempre stata molto mendicante e continua ad esserlo ancora.” Molti, infatti, ricordano ancora l’immagine dei frati che distribuivano il brodo da una pentolone alla porta di Miraflores mentre decine di poveri aspettavano la loro crosta di pane. Oggi, invece, la beneficenza viene distribuita con abbondanti donazioni alla Caritas, al Seminario, alle missioni e anche, “perché no, alle Ong non cristiane”, rivela Dom Pedro María Iglesias de Paul.

Il percorso di vita austera e rigida condotta dai certosini, non è esente da inevitabili momenti di difficoltà che devono attraversare nel loro cammino vocazionale.

«Se sei venuto qui fuggendo dal dolore della vita, stai certo che lo troverai anche qui. E, inoltre, tra quattro pareti, che risultano essere una cassa di risonanza esso è moltiplicato per dieci ». Conformarsi a quello stile di vita solitario e ascetico è un cammino arduo, dove le crisi “come quelle là fuori” sono anche compagne di strada o “lacune d’amore”, come le chiama il priore: “Dio ti apre sempre più campi, puoi sempre amare di più, in modo più puro e più profondo … Dio non si dimostra, lo stesso amore fa maturare le persone. L’amore ha ritardi e Dio vuole attirarti con nuovi legami, e questo costa. E costa per la vita. Ma se vai povero con Gesù, devi vivere la povertà di Gesù »…

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