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Un sermone per l’Ascensione

Cari amici, oggi si celebra la festività dell’Ascensione, ed ho deciso di offrirvi uno splendido sermone del Reverendo Padre Dom Andrè Poisson, concepito per commemorare questa festa liturgica del 1984. Il testo è alquanto lungo, gradevolissimo e vi consiglio di leggerlo e meditarlo!

Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto ritornerò e vi prenderò con me” (Gv 14,3)

La promessa di Gesù, che annuncia ai discepoli che Lui stesso s’impegna a preparare il posto che essi occuperanno vicino a Lui nei secoli a venire, trova eco nella nostra orazione propria di San Bruno. Rileggiamola attentamente, poiché essa apre delle prospettive molto ricche sullo svolgimento della nostra vita monastica, in piena consonanza con le proposte di Bruno stesso nelle sue lettere. Ecco questa orazione: Dio onnipotente ed eterno, Tu prepari nel cielo un posto per coloro che rinunciano al mondo; nel tuo immenso amore accogli la nostra umile preghiera: per l’intercessione del nostro padre San Bruno donaci di essere fedeli ai nostri impegni e di raggiungere attraverso una via sicura il termine che hai promesso a coloro che ti saranno restati uniti fino alla fine. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

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Ciò che più colpisce in questa preghiera è il modo accentuato in cui essa è rivolta all’avvenire. Essa considera la nostra vocazione non sotto l’aspetto di una pienezza appagante del momento presente, ma nella prospettiva della durata, in cui il senso profondo non si manifesta che una volta ultimata la corsa. Ciò è vero per ogni vita cristiana, ma in modo assoluto nel caso di una vita monastica nel deserto: non riconoscere ad essa altra giustificazione soddisfacente che il termine che la disorienta. Sotto questa prospettiva diciamo che la nostra vocazione è innanzitutto escatologica: il mondo presente è una via che ci conduce al di là di esso. Viviamo senza aver da costruire nulla di stabile quaggiù. Ma, alla stessa maniera dei compagni di cui ci parla San Bruno in Calabria, noi dobbiamo prendere alla lettera la consegna donata da Gesù stesso: vivere in stato di veglia continuo, nell’attesa ininterrotta del ritorno delle nozze del nostro Maestro (A Raoul 4). Qualunque sia la solidità dei monasteri di pietra nei quali viviamo, alla fine “ non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura” (Eb 13,14). Non è il senso primo della vocazione di San Bruno, quando nel giardino della casa d’Adamo egli fu travolto dallo Spirito Santo? “Infiammato di divino amore, scrive egli molto tempo dopo,… abbiamo deciso di lasciare senza indugio il secolo fugace per metterci alla ricerca delle verità eterne” (A Raoul 13). Una ferita si è formata nel cuore del Maestro di Università di Reims, improvvisamente divenuto ardente d’amore per Dio. Eccolo scavalcare tutte le tappe transitorie di questo mondo mutevole, per partire alla ricerca dell’eternità, il solo dono che potrà fargli il Signore, divenuto ormai l’Unico che conta ai suoi occhi. Tale è la logica alla quale non si può sfuggire se ci si mette alla scuola di Bruno: desiderare d’incontrare Dio è lasciarsi divorare dalla sete d’eternità. Gli Statuti Rinnovati, al seguito del Concilio, sviluppano fino alla fine la portata di questa dimensione escatologica della nostra vocazione: “La nostra vita, essi dicono, mostra che i beni del cielo sono già presenti quaggiù; essa è un segno precursore della resurrezione e come un’anticipazione dell’universo rinnovato” (SR 34.3). Noi abbiamo fatto la scelta, in maniera irrevocabile, d’orientare la nostra vita verso la resurrezione, là dove noi saremo appagati dalla sola pienezza che valga: la contemplazione di Dio stesso. Tutta la nostra esistenza terrestre si trova, così, segnata dal sigillo della contemplazione diretta dal solo Bene e a causa di ciò noi diveniamo testimoni per il mondo a venire, portatori nella nostra esistenza di una realtà che è già un pregustare lo stato di resurrezione. Dio voglia che la testimonianza che ci chiede di dare al mondo, trasformi innanzitutto i nostri propri cuori!

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L’orazione di San Bruno mette in evidenza una seconda dominante della nostra vita: la fedeltà. E’ una grazia che noi imploriamo umilmente, perfettamente coscienti del fatto di non potervi far fronte con le sole nostre forze. Il testo dell’orazione parla di “fedeltà ai nostri impegni”. Bisognerebbe dare a queste parole un significato giuridico rigoroso e vedervi il pensiero stretto di non mancare alla lettera alla nostra formula di professione o di donazione? Ciò sarebbe, mi sembra, restringere in maniera indebita il senso di una preghiera di cui l’orientamento è tutto spirituale. L’impegno fondamentale che abbiamo preso è quello di seguire San Bruno nella sua scelta di “lasciare il secolo fugace” e di “mettersi alla ricerca delle realtà eterne” ( A Raoul 13). Bruno stesso ci orienta in questa direzione nella lettera ai suoi fratelli della Certosa. Anche se non bisogna forzare il senso dei consigli che a loro dona, mi sembra che egli attiri chiaramente la loro attenzione sulla sollecitudine con la quale essi devono vegliare, al fine di non far decadere la qualità della loro vita religiosa, raggiunta per grazia di Dio e per la loro generosità. La sua intenzione è assai chiara quando egli s’indirizza ai conversi. Egli conclude il paragrafo che è loro destinato con questo avvertimento: “Restate, miei fratelli, là dove siete pervenuti e fuggite come la peste la schiera malsana dei laici incostanti” (Ai suoi figli della Certosa 2.4), i quali potrebbero nuocervi molto se voi vi lasciaste influenzare dai loro esempi. Questi sono, punto per punto, la negazione di ciò che fa la qualità eccezionale dell’obbedienza contemplativa dei conversi della Certosa: un’obbedienza ammirabile, ma portatrice di vero frutto solamente se si renderà capace di essere fedele a sé stessa nel corso degli anni. Diversamente, essa non condurrà i fratelli al luogo che Dio ha loro preparato nel cielo. Si scopre un orientamento analogo alla fine del canto d’azione di grazie indirizzato da Bruno ai suoi figli, avendo raggiunto la tranquillità del porto più nascosto. Che bisogno ha lui di ricordare loro che “nessuno che abbia goduto di questa buona sorte così desiderabile e l’abbia persa… non ne abbia provata una pena continua…” (id.1.4) se non perché li vede esposti al pericolo? La nostra vita nel deserto è bella, è attraente, ma mette a nudo le fragilità del nostro cuore, nella misura in cui mette alla prova le inclinazioni legittime della nostra natura. Gli Statuti lo ricordano: “La santa vocazione che ci hanno trasmesso i nostri Padri ci impegna su una via molto alta: il rischio di mancare è tanto più grande per noi, non tanto forse per errori manifesti, quanto per l’inclinazione naturale dell’abitudine” (SR 33.1). Riconoscere che noi siamo continuamente esposti è una forma di saggezza. Senza di essa ci mancherebbe una visione realista della vita nella quale ci siamo impegnati. Non per crearci delle vane inquietudini, ma per ricevere da Dio, nella fiducia, la fedeltà di cui noi abbiamo bisogno. E perché non considerare questo dono, ininterrottamente rinnovato dal Padre dei cieli, come un anticipo di ciò che ci donerà in cielo?

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Rimane, da considerare, un’ultima dimensione della nostra vita. L’orazione di San Bruno la evoca in maniera abbastanza discreta, ma mi sembra utile soffermarci, poiché essa rappresenta una componente importante del nostro equilibrio. L’orazione termina con questa richiesta: “Donaci di raggiungere il premio che Tu hai promesso a coloro che ti saranno rimasti fedeli fino alla fine”. La realtà evocata qui è vicina alla fedeltà di cui abbiamo appena parlato, ma differisce da essa : è la perseveranza, in altre parole, la capacità d’assumere un ritmo di vita umanamente abbastanza piatto, per lunghi periodi, in cui la monotonia della cella e del deserto non è spezzata da nulla d’importante. Generalmente, la vita certosina si dispiega con una cadenza lenta nel corso degli anni, i quali si accumulano senza fare rumore. E’ questa durata che diviene strumento d’incontro con Dio. Il testo latino dell’orazione impiega una formula quasi intraducibile, ma tuttavia eloquente: “perseverantibus in te”: “coloro che restano in te”. Rimanere in Dio senza fare rumore, “rientrare in sé stessi e lì dimorarvi”, dice San Bruno, “la pace che ignora il mondo”, egli riprende un po’ più in là (A Raoul 6). Percepiamo una dimensione preziosa della nostra esistenza e, tuttavia, ci fa male parlarne. Le permanenze nel deserto degli amici che Dio si riserva e di cui la Bibbia ci parla sono solitamente contraddistinte dal numero simbolico 40. Israele dimora 40 anni nel deserto; Mosè 40 giorni nella nuvola sul Sinai; la marcia di Elia nel deserto verso l’Oreb dura 40 giorni. Allo stesso modo Gesù, prima di essere tentato, rimane 40 giorni in preghiera nel deserto. Ciò rappresenta sempre l’idea di una permanenza molto lunga, utile, in cui Dio è l’unico sostegno di colui che egli attira a Sé. Queste lunghe permanenze sono apparentemente vuote. La durata si giustifica da sé stessa: non è importante ciò che si fa, ma ciò che si diviene, la disponibilità che si acquisisce ad incontrare l’Altissimo. Quest’interminabile durata non è, in fondo, la maniera più vera, più radicale di mettere in pratica il progetto di Bruno: “lasciare il secolo fugace”? Lasciarlo, non solamente nei suoi segni esteriori, ma là dove è più solidamente radicato, cioè in noi stessi? Lasciarlo, passando al vaglio del tempo, senza pietà, tutta la sostanza del nostro cuore che, alla fine, si trova sradicata fin nella sua più intima profondità. Potrebbe essere diverso per dei servitori che attendono il ritorno del loro Maestro senza saper né il giorno né l’ora? Essi divengono, poco a poco, pura attesa: essi non son più che “ricerca delle realtà eterne”, ricerca ardente e, tuttavia, certa di non approdar mai a nulla di veramente valido quaggiù, ma sicura d’essere appagata un giorno dall’unico raggio di luce che risplenderà nell’istante in cui il Maestro svelerà il suo volto. Amen.

(Ascensione 1984)

Pasqua 2021

simone_peterzano Resurrezione (certosa Garegnano)

Nell’augurarvi una serena e gioiosa Pasqua, piena di luce e speranza, voglio offrirvi un sermone capitolare concepito dal Priore Generale Dom Andrè Poisson rivolto alla sua comunità nel giorno di Pasqua del 1984. Un testo alquanto lungo, ma davvero delizioso, che è destinato al coincidente rinnovo dei voti di alcuni confratelli. Parole semplici ma edificanti per il nostro spirito.

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CONFIDARE IN DIO

Se uno è inCristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco, ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio,… E’ stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo” (2Cor 5,17-19)

Era nei vostri desideri che il rinnovamento dei voti avesse luogo lo stesso giorno di Pasqua, come era già accaduto al tempo della vostra prima professione. Così, volete sottolineare quanto il vostro impegno, nella vita monastica, sia una maniera d’assumere, nella vostra esistenza, il mistero pasquale il più pienamente possibile. Il testo che ho appena citato, mostra che per San Paolo, come per tutta la tradizione, la Pasqua del Signore è innanzitutto un dono di Dio: dono ricevuto attraverso Gesù dalle mani del Padre; dono che, a sua volta, ci trasforma nella misura in cui noi ci rendiamo disponibili ad accoglierlo. Io vorrei riflettere con voi su questi temi.

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Le poche parole raccolte dalla bocca di Gesù, durante la Passione, dopo il Getsemani fino al suo ultimo sospiro, ci forniscono dei punti di riferimento sicuri grazie ai quali noi possiamo ritrovare il movimento profondo del suo cuore, mentre Egli si offre in sacrificio. La preghiera nel giardino degli ulivi ci mostra il Signore annientato dalla prospettiva del calice che gli è offerto. La sua prima reazione è quella di domandare di esserne liberato. E’ veramente troppo! Poi, in un secondo tempo si riprende e accetta la volontà del Padre. Niente di stoico o di rigido in questo atteggiamento: si tratta esclusivamente di fiducia nel Padre e di amore per Lui. Nessun dubbio: è il Padre che dona al suo Figlio amato il calice da bere. E’ il Padre che ha inviato il suo Unico sulla terra a bere il calice. Ritroviamo una successione di sentimenti analoghi in Gesù, negli ultimi istanti che precedono la sua morte, ma essi s’esprimono allora con un’intensità spaventosa: “Mio Dio, mio Dio perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46). Poi, al termine di un silenzio drammatico, spirando, Egli gridò a gran voce: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito.” (Lc 23,46). Non siamo noi là, al centro di questo dramma d’amore che è il mistero Pasquale? Gesù è l’Agnello caricato del peccato del mondo: Egli è il Servitore trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità, poiché Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori (cf. Is 53,5 e 4). Ancor di più, per riprendere le parole di San Paolo:” Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore” (2Cor 5,21). Il Figlio dell’Uomo è identificato con il peccato: ciò significa che Egli è stato stabilito nemico di Dio. Osiamo appena dire “il nemico totale di Dio”, poiché la pienezza del peccato del mondo è sopra di Lui. Ma, tuttavia, non è ciò che spiega il grido di angoscia quando si é sentito abbandonato dal Padre? Il Verbo fatto carne é andato fino alla fine della sua corsa: “per mezzo di Lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra”, (Col 1,16) tutto ciò fa totalmente corpo con Lui. E nel silenzio schiacciante, che segue l’appello disperato del Crocifisso, si compie il mistero della salvezza, nel cuore stesso di Dio. Al di là di tutte le iniquità e di tutti i peccati, il Padre ama il Figlio, con la stessa dilezione che era prima della creazione del mondo. Gesù riceve la sicurezza invincibile di potersi abbandonare, in tutta fiducia, nelle braccia del Padre. E in questa certezza Egli spira: Egli consegna il suo Spirito. Tutto si trova ormai “riconciliato da Lui e per mezzo di Lui, sulla terra e nei cieli, poiché Egli ha stabilito la pace con il sangue della sua croce” (Col 1,20). Visto in questa prospettiva, il mistero pasquale è la manifestazione della tenerezza infinita del Padre che si piega spontaneamente verso il suo Figlio Prediletto, oppresso dal peso della morte, che è il peccato del mondo, ma un Figlio di cui il cuore è sempre rimasto trasparente alla Volontà divina. Gesù ha ricevuto, come dono perfettamente gratuito, questa tenerezza eterna, accordata dal Padre in eredità a suo Figlio fatto carne e a tutti coloro che fino alla fine dei tempi erediteranno la pienezza della sua vita.

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Noi tutti qui presenti facciamo parte di coloro che, in maniera ben esplicita, hanno ricevuto l’appello ad ereditare, ogni giorno della loro esistenza terrestre, il mistero della Pasqua del Signore, del suo Passaggio al Padre, ricevuto come un dono della sua tenerezza. Noi dobbiamo viverlo come battezzati, ma ad un titolo più preciso e più completo, come consacrati a Dio attraverso la professione monastica. Ancora oggi voglio ricorrere a San Bruno affinché ci aiuti a comprendere l’appello che ci indirizza lo Spirito Santo e ci aiuti a lasciarci trasformare da Lui. Il pensiero del nostro beato Padre si modella, in effetti, meravigliosamente sulla maniera in cui noi abbiamo contemplato il mistero della Pasqua: è questo mistero che costituisce l’essenziale della nostra vocazione, l’accoglienza dell’Amore del Signore nel silenzio e nella solitudine. I due cantici di rendimento di grazie di Bruno, il quale scrive ai suoi fratelli della Certosa, hanno precisamente per oggetto la proclamazione della sua allegrezza davanti alla bontà del Signore nei loro confronti. “Rallegratevi, miei carissimi fratelli, della vostra beata sorte e dell’abbondanza di grazie che Dio vi ha prodigato” (1.3). E continua spiegando loro che questa beata sorte consiste “nell’essere entrati in possesso del riposo e della sicurezza, poiché essi hanno potuto gettare l’ancora nel porto più nascosto” (id.). E questo appare come un dono puramente gratuito dell’Altissimo, dal momento che tutti coloro che moltiplicano gli sforzi per giungere al medesimo fine “non vi sono ammessi poiché ad ognuno di loro il cielo non l’ha accordato” (1.4). Essere ammessi ad impegnarsi in maniera definitiva a seguire Bruno nel deserto è veramente una generosità gratuita del Signore. E’ allo stesso modo, in un senso rigoroso, un dono pasquale, un passaggio dalla morte alla vita, una liberazione dal peccato per incontrare la tenerezza del Padre. E’ sorprendente, in effetti, veder Bruno riprendere, nella sua lettera a Raoul, i termini che egli impiegava scrivendo ai suoi fratelli: “sfuggire ai flutti agitati del mondo per passare al riposo e alla sicurezza del porto” (cf.1.3 e A Raoul 9). Ciò che egli presenta ai suoi fratelli come l’ideale della loro solitudine è, allo stesso tempo, se si crede alla lettera a Raoul, la liberazione da tutti i pesi del peccato, quando si viene al Signore dolce e umile, affinché ci sollevi da tutti i fardelli. Entrare nella beata solitudine di cui parla Bruno è una conversione del cuore ricevuta da Dio, in maniera tutta gratuita, che ci stabilisce nella pace del suo amore. Sono pressappoco le stesse prospettive che si manifestano quando Bruno dice ai suoi benamati fratelli laici “la sua gioia di veder per essi, che non sanno né leggere né scrivere, Dio l’Onnipotente scrivere nei loro cuori l’amore e la conoscenza della sua legge santa” (cf. 2.2). Ancora si tratta di un dono della tenerezza del Padre che mette per pura bontà, i conversi della Certosa, al riparo dalle molteplici tentazioni alle quali essi potrebbero vedersi esposti e che loro dona la grazia di lasciarsi guidare da Lui in tutta confidenza. Se, dunque, noi vogliamo essere fedeli alla grazia della nostra vocazione, gettiamo innanzitutto gli occhi su Gesù risuscitato, che è il vero modello di ciò che noi dobbiamo essere: al di là di tutta la cattiva semenza gettata nei nostri cuori, accogliamo la tenerezza di Dio grazie alla quale noi lasceremo morire in Lui tutti i nostri desideri troppo umani.

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Voi vi domandate forse: perché insistere su queste verità che non sono poi tanto nuove per noi? Perché? Perché, anche se le conosciamo con la nostra intelligenza, sappiamo quanto ci costa trasferirle nella realtà della nostra vita. Senza dubbio noi non ci troviamo, in generale, nelle circostanze così drammatiche della passione di Gesù, ma tuttavia il nostro cuore ha talvolta l’impressione di dover subire una sorta d’agonia quando gli è domandato di rinunciare a tutta la sicurezza che gli viene da sé stesso o a dei piccoli mezzi, che egli controlla, di abbandono cieco e senza difesa all’amore di un altro, anche se quest’altro è Dio in persona. Lanciarsi senza riserve in questo atteggiamento di fiducia implica, da parte nostra, una conversione talmente radicale, che esitiamo a fare il passo. Nonostante tutte le luci della fede, che noi accettiamo volentieri, il nostro cuore, per esempio, non riesce a consegnarsi senza riserve a Dio, lasciandosi attrarre dal sentimento intimo d’essere amato senza misura. Le esperienze umane ci hanno insegnato così bene la prudenza, una certa diffidenza, il timore dei rischi incontrollati, da non riuscire a liberarci da queste abitudini ormai radicate nei nostri cuori quando ci rivolgiamo al Padre dei cieli. E finiamo, così, con il consegnargli la nostra fiducia col contagocce. Come potrebbe Egli, di ritorno, farci dono totale di Sé stesso, vedendoci incapaci di accoglierlo? Un altro esempio delle deformazioni che ci paralizzano è l’immensa difficoltà che incontriamo di fronte alla prospettiva di dover rinunciare a costruire da soli la nostra vita, con la nostra sola industria e il nostro solo sforzo, per riceverla invece come il Dono di un Amore che implica un impegno totale da parte nostra. Noi tremiamo all’idea di prendere come modello Gesù e di non essere più nient’altro che un accoglimento senza limite di una trasfigurazione in cui tutte le nostre tenebre diventerebbero luce. Sarebbe così bello… ma bisognerebbe donare tutto.

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Per concludere, facciamo un piccolo sforzo di lealtà. Non crediamo di esserci sdebitati con Dio accontentandoci di ammirare gli splendori della sua gloria, nel mistero pasquale. Questa sarebbe una contemplazione puramente sterile se noi non vi scorgessimo un appello a seguir Gesù, sul cammino che Lui ci ha tracciato quando è passato da questo mondo al Padre. Che il dono ricevuto da Lui, in questo giorno, porti frutto nella nostra vita, in modo da poter imparare, anche noi, a dire in tutta verità: Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito. Amen.

Pasqua 1984 (Per un rinnovo dei voti)

Dom Poisson su l’Annunciazione

Annunciazione_-_Jan_van_Eyck_-_1434 certosa Champmol

LA TENEREZZA VERSO DIO

La tenerezza verso Dio, più è giusta, più è utile”. (lettera a Raoul le Vert)

Nel giorno in cui si celebra l’Annunciazione del Signore, vi propongo un’eccellente sermone capitolare di Dom André Poisson concepito il 25 marzo del 1984.

Nell’anno delle celebrazioni del nono centenario della fondazione dell’Ordine, egli operò attraverso diverse omelie a tracciare un preciso profilo di San Bruno e del senso della vita eremitica dei certosini. Un testo corposo e illuminante.

Il racconto dell’Annunciazione del Signore non ci sorprende più, senza dubbio, perché l’abbiamo troppo sentito, letto, meditato. L’abitudine ci ha fatto perdere il riflesso d’ammirazione e di adorazione che noi dovremmo avere in presenza di Dio, il quale, con un solo movimento, ci svela la profondità della sua tenerezza e ci confida tutta l’intimità della sua vita divina, fino ad inserirla nel tessuto della razza umana. La fraternità, così stabilita, tra il Figlio dell’Altissimo e ciascuno di noi è un mistero infinito, ma noi non siamo esposti, nello stesso tempo, a fare il punto di partenza di una familiarità con Dio che dimentichi la rottura totale, la distanza infinita che intercorre tra noi e il Santissimo? Domandiamo a San Bruno di aiutarci a risvegliare in noi l’attitudine del suo cuore, fatta d’ammirazione senza limite, di rispetto e, nello stesso tempo, di sete bruciante di un incontro beatificante, attitudine che deve accendere nei nostri cuori la possibilità d’intimità con Dio che ci è donata nel suo Figlio divenuto nostro fratello. Bruno ci confida tutti questi sentimenti quando, al termine di un lungo sviluppo in cui ha tentato di convincere il suo amico Raoul d’essere fedele ai suoi impegni, egli non può più contenere lo slancio del suo cuore e si lascia sfuggire qualche fiamma di fuoco che lo divora di fronte al Bene senza eguali che è il suo Dio tanto amato. Cerchiamo di ritrovare lo svolgersi del pensiero di Bruno, poi vi vedremo un modello d’adorazione e finalmente scopriremo, per riprendere la parola stessa di Bruno, l’utilità di questa via per gli altri.

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Bruno moltiplica le dimostrazioni per convincere Raoul che il Signore desidera vederlo entrare nella via monastica, come si è un giorno solennemente impegnato a fare. Ed ecco che Bruno si lancia in un ultimo argomento: “Amerei vedere il tuo amore convinto di una cosa, egli dice a Raoul. Monsignore l’arcivescovo ha grande fiducia nei tuoi consigli e volentieri si appoggia ad essi. E’ facile dar dei consigli che non sempre sono giusti o utili e il pensiero dei servizi che tu gli rendi non deve impedirti di donare a Dio la tenerezza che tu gli devi. Questa tenerezza, più è giusta, più è utile” (16). Come non accorgersi che, scrivendo queste righe, Bruno parla per esperienza? Lui stesso, dopo aver solennemente promesso di rivestire l’abito monastico, si è visto alle prese con una scelta temibile: egli era legittimamente eletto arcivescovo di Reims e, conoscendo perfettamente questa chiesa, egli sapeva che poteva apportare molto alle anime di cui facevano parte. Non era un servizio giustissimo e utilissimo al Signore quello di salire sulla sedia episcopale di Reims? Egli non è certo alla leggera che ha rifiutato e le tracce della lotta interiore, impegnata nel suo cuore, vi sono impresse per sempre. L’argomento che ha convinto Bruno è chiaro. Da una parte un servizio autentico, ma esposto al rischio, quasi inevitabile, di non essere sempre perfettamente giusto o utile. Dall’altra, la fedeltà ad un appello di puro amore ricevuto e accettato, di cui è certo che, nel suo slancio profondo, non può essere che giusto e utile. Noi siamo un po’ sconcertati di veder Bruno insistere molto su queste nozioni di giustizia e di utilità. Possiamo noi, in poche parole, circuire ciò che questo rappresentava per lui? Anche se è un po’ rischioso trattare troppo brevemente un soggetto tanto delicato, diciamo che, forse, per Bruno è giusto ciò che è conforme alla natura profonda dell’essere considerato. Un consiglio è giusto se risponde onestamente al senso vero della questione posta. Un po’ più in là egli dirà che è giusto amare il bene poiché ciò è inscritto nella natura dell’uomo. Allo stesso modo, è utile ciò che è proficuo, ciò che fa portare un frutto autentico all’opera considerata. Un consiglio è utile se orienta verso un agire benefico per coloro che ne riceveranno gli effetti. Amare il bene, per l’essere umano, è utile poiché è l’unica vera felicità consona alla sua natura più profonda. Queste due nozioni, soprattutto quella d’utilità, sono fondamentali per Bruno. Egli, dunque, non esita; una sola scelta è possibile, per lui come per Raoul: il massimo del giusto e dell’utile, il dono completo d’amore a Dio. Egli continua: “Sì: cosa c’è di così utile, o in altre parole cosa c’è nella natura umana di così profondamente radicato e di così profondamente consono che d’amare il bene? Ed esiste un essere, oltre a Dio, di una bontà paragonabile alla sua? Cosa dico: esiste altro bene al di fuori di Dio?” . Bruno dà così una giustificazione serrata della sua scelta. Il cuore dell’uomo è, per natura, destinato ad amare il bene. Questo è la sua giustizia fondamentale e la sua utilità massima. Bruno parte da questa affermazione, della quale sa che non può che essere accettata dal suo corrispondente, senza che sia necessario appellarsi alla Parola di Dio o ai filosofi. Bisogna, d’altra parte, concepire il bene di cui parla Bruno come una realtà metafisica astratta? Ciò non sembrerebbe per niente conforme al genio eminentemente pratico e concreto del nostro Beato Padre. I termini che egli impiega, qualche istante più tardi, mostrano che bisognerebbe, senza dubbio, per essere fedele al suo pensiero, considerare maggiormente la bellezza piuttosto che la bontà di Dio. Egli parla in effetti di “l’ineguagliabile fulgore, lo splendore e la bellezza…di questo bene”. E Bruno, in qualche riga, brucia tutte le tappe. Bisogna amare questa bellezza sovrana del bene. Nessun essere può reggere il confronto con Dio, in questo campo. Andiamo fino alla fine: solo Dio è il Bene. Solo Dio è la bellezza. Arrivati a questo punto, la dimostrazione cambia all’improvviso: o piuttosto diviene incandescente poiché non è più che uno slancio del cuore. Le parole di Bruno sono trasparenti. Egli confida: “Davanti a questo bene di cui l’incomparabile fulgore, lo splendore e la bellezza si lasciano presentire, l’anima santa è bruciata dal fuoco dell’amore

“Tutto il mio essere – egli dice – ha sete del Dio forte, del Dio vivente; quando verrò e vedrò il suo volto?”

* * * * * * *

Quale messaggio ci indirizza, così, Bruno? Ciò che egli espone, con tale convinzione, a Raoul non è, in fondo, l’itinerario proposto a chiunque è chiamato a vivere per Dio solo? All’inizio vi è la possibilità di consacrarsi ad una attività, per buona che sia, esposta di certo per natura a delle imperfezioni, ma finalmente legittima. Questa può essere un’attività esteriore, ma allo stesso modo può anche essere un’attività interiore, un orientamento, per esempio, della vita di preghiera verso fini diversi da quelli di rimettersi totalmente all’amore di Dio solo, l’unico Bene; allora un’attrazione profonda del cuore verso quest’ ultima via, manifesta un richiamo non equivoco dello Spirito Santo. Scegliere questo cammino radicale implica, dunque, di rinunciare a tutto ciò che vi è di positivo, di benefico per sé o per gli altri in tutte le cose. Non è presunzione voler volare così alto? Non è tradire i bisogni degli altri rinunciando ad aiutarli per rifugiarsi nel silenzio della pura adorazione? Tale è la questione bruciante posta da Bruno. Egli stesso ha dovuto affrontarla e la risposta non è stata dubbiosa nel suo cuore. La sua scelta – “la più giusta e la più utile,” egli dice – è di lasciarsi sedurre, tanto quanto possibile, da Dio. E, tuttavia, quanto è paradossale la maniera in cui Bruno formula la sua risposta! Alla fine in cosa sbocca “l’anima santa” di cui ci parla? Non in un incontro con il Bene folgorante di cui l’incomparabile fulgore brucia l’anima di fuoco d’amore, ma in una domanda. “Quando verrò e vedrò il suo volto?” La sola meta che egli propone non è un possesso felice, ma una sete intensa, una brama di fronte ad un Bene che la supera infinitamente, un vuoto che, alla fin fine, scava sempre più in profondità colui che lancia il suo appello nel fondo del cuore. Per usare le parole di Bruno, Dio non attira colui che ha sedotto verso ciò che, in termini puramente umani, noi potremmo considerare come la più grande inutilità, un’ingiustizia completa di fronte agli altri e, forse, anche di fronte a noi stessi?

* * * * * * *

Non è la stessa maniera di vedere di Bruno. Ricordiamoci le sue parole: “Questa tenerezza che tu devi a Dio, più è giusta più è utile” e, qualche istante più tardi: “Cosa c’è di così utile e di così giusto che amare il bene?” E’ chiaro che, per Bruno, tutto è questione d’Amore: la tenerezza verso Dio, amare il Bene. E anche questione d’amore reciproco, d’amore condiviso, poiché egli precisa un po’ più in là che si tratta di anelare al Dio vivente, questo Dio di cui il proprio Amore risveglia nel cuore il richiamo che lo mette in movimento. La sete, la brama di cui noi parlavamo sono, dunque, veramente reali, ma sono l’impressione di un amore che si dilata. Inoltre, tutto il contesto di giusto ed utile, nel quale si situano i propositi di Bruno, ci mostra che si tratta di una relazione d’amore che ingloba gli altri. E’ certo che per lui essere bruciato dal fuoco dell’amore del solo Bene è ciò che vi è di più profittevole per coloro di cui noi ci sappiamo responsabili. La preghiera d’intercessione più efficace, ovvero la maniera più utile di sovvenire ai bisogni degli altri, è di abbandonarsi in tutta verità alla sete di Dio, se si è ricevuto questo appello. Questo significa, per Bruno, che noi dobbiamo puramente e semplicemente dimenticare coloro per i quali preghiamo, al fine di essere loro utili? Non penso. Tutto il contesto delle sue lettere ci dice il contrario: lo si sente attento a coloro che ama, nella misura in cui è tutto donato a Dio. Ciò raggiunge l’intenzione profonda del nostro testo di oggi: non sarebbe certamente giusto, per Bruno, pensare che possa essere intermediario tra Dio e i suoi fratelli, scacciando dal suo cuore il ricordo di questi ultimi. Per lui amare implica una presenza vivente, sia essa la tenerezza verso il solo Bene o il servizio affettuoso a coloro che gli sono affidati.

Amen.

(Annunciazione 25 marzo 1984)

L’addio a Dom Marianus Marck

 

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Nel precedente articolo, nel quale vi ho fatto conoscere Dom Marianus Marck, vi ho preannunciato che vi avrei offerto il titolo funebre. Esso fu dedicatogli da Dom Andrè Poisson, che all’epoca della morte di Dom Marianus era Priore generale dell’Ordine dei Certosini, e conosceva molto bene personalmente il compianto confratello.

Il 19 settembre 1997, all’indomani della sua morte nel momento della sepoltura nel cimitero della certosa della Trasfigurazione, Dom Poisson lesse questo splendido discorso.

“Dom Marianus era per me un vecchio amico, eravamo insieme in noviziato tanti anni fa e siamo rimasti in contatto quasi fino a quando non è arrivato qui alla Certosa della Trasfigurazione, ma sono convinto che la nostra amicizia fosse viva nonostante ciò con il silenzio che siamo stati costretti a mantenere a causa della distanza.
Lo ricordo in quel tempo lontano come una persona sorridente che ha imparato il francese con qualche difficoltà ma sempre con senso dell’umorismo.
Eravamo insieme sotto la responsabilità di un imponente maestro dei novizi che fu felicissimo di accogliere Dom Marianus, ma con il chiaro intento di dargli una vera formazione cartusiana, nonostante la sua precedente formazione benedettina in un monastero bavarese.
Ciò significava una inesorabile aggressività da parte del maestro dei novizi contro ogni forma di spirito benedettino. Dom Marianus probabilmente soffrì di questi attacchi, ma non perse mai il suo sorriso e le sue maniere aperte con il suo maestro dei novizi. Per quanto ricordo, ha sempre avuto fiducia e amicizia con lui.
Dopo la professione solenne, il primo incarico affidato a Dom Marianus fu a Parkminster, dove trascorse molto tempo imparando e praticando intensamente la contabilità, insieme ad alcune menti brillanti come il nostro attuale Procuratore Generale. Entrambi sapevano come mantenere il sorriso e la pace in questo lavoro.
Ma forse la cosa più importante di Dom Marianus è il fatto che all’epoca imparò l’inglese e un buon senso dell’umorismo.
In tutta onestà, devo ammettere che non ricordo affatto perché e come ho deciso di mandarlo alla Trasfigurazione, ma ricordo molto chiaramente quanto sia stato difficile per lui accettare per mesi e forse anni prima, rimanere qui perché sentiva una forte attrazione dalla spiritualità orientale.
Non posso dubitare della sua lealtà, ma ho sempre pensato che non fosse preparato per questa prova e, per quanto posso ricordare, Dom Raphael condivideva questo punto di vista.
Alla fine, ha accettato di cuore di essere il Procuratore della Trasfigurazione e ha mantenuto quella posizione per 20 anni per la gioia della comunità. Alla fine, quando divenne vecchio, fu nominato vicario.
Ad un altro livello divenne un prezioso confessore, pieno di discernimento e saggezza, con i monaci del monastero.
In generale, era una vita monastica meravigliosa, ma gli scopi del Signore erano più profondi. Mancava qualcosa a questa carriera monastica: un’esperienza umile e dolorosa della croce.
Lentamente Dom Marianus si accorse delle sconosciute deficienze psicologiche nell’equilibrio nelle sue reazioni, nel suo contatto con la realtà.
I medici non potevano aiutarlo: il suo contatto esterno è diminuito. Come sappiamo, i suoi ultimi anni quaggiù sono stati per lui una vera esperienza della Via Crucis: capite tutti cosa intendo.

In conclusione, vorrei ringraziare Marianus per il messaggio finale che ha dato al procuratore ed a me durante le brevi ore in cui eravamo con lui quando stava morendo. Di certo non si rendeva conto di quello che stava succedendo: avevamo davanti solo un povero corpo umano, sofferente in coma profondo fino al punto in cui il suo cuore si fermò, esausto.
E sapevamo interiormente che sarebbe poi entrato gradualmente in cielo davanti ai nostri occhi attraverso la Via Crucis, perché è amato da Dio”.

Amen.

immaginetta1

Gesù manda me!

Gesù, mio Signore e Signore, lo so

ogni individuo deve portare la tua luce dentro

cosicché irradia sulla patria e sul mondo.

Ecco perché sono responsabile anche per il futuro

della patria e della terra.

Gesù, mio Re, hai bisogno di uno in più tra i tanti individui

attraverso il quale vuoi espandere il tuo regno?

Quindi guardami: sono pronto!

Mi chiederai se ti amo

Ti amo.

Mi chiederai se voglio seguirti?

Voglio seguirti!

Mi chiederai se posso bere la tazza che hai bevuto?

Signore, per questo devi rafforzarmi.

Ti prego, prepariami per il tuo servizio sulla terra.

Voglio confessarti e onorarti attraverso l’azione e la vita.

immaginetta 2

Oh dio, aiuto.

Sei, oh Dio, il Signore dei mondi.

Sei l’unico obiettivo di tutte le nostre azioni.

Lascia che qualunque cosa accada conti come tua grazia

Siamo felici, soffriamo.

Aiutaci a gestire fedelmente il tuo feudo,

Stai fermamente con te, vero e chiaro.

Il tuo regno nella tempesta delle forze sataniche.

Vieni da noi, vieni dalla tua banda di soldati!

Festività di San Bruno

Dies Natalis Bruno

Siamo giunti anche quest’anno al 6 ottobre, giorno dedicato alla celebrazione di San Bruno, cari amici ho scelto per voi un sermone capitolare di Dom Andrè Poisson. Il testo, un pò lungo ma molto ricco, fa un eccellente ritratto di Bruno.

Il mio spirito esulta nel Signore”

Il Capitolo Generale ci presenta San Bruno come il canale attraverso il quale, ancora oggi, ci arriva la grazia della nostra vocazione. Questa immagine ci porta a scorgere l’irraggiamento diretto che emana dalla sua persona, il quale ci trasmette il dono di Dio e nello stesso tempo ci rievoca una questione nella quale noi incappiamo ogni tanto: perché lo Spirito Santo non ha ispirato il nostro Padre, nella vita nel deserto, a donarci un insegnamento al quale noi potremmo ricorrere per guidare il nostro cammino?

Il vecchio teologo di Reims, l’uomo che per anni ha commentato la parola di Dio, quest’uomo di cui la grazia prima fu d’insegnare, non ha lasciato ai suoi figli che una corta lettera. Questo è tutto. Dobbiamo constatarlo con disappunto o non sarebbe forse meglio, per il nostro cuore, cercare in questo una volontà di Dio ricca di luce per meglio comprendere e vivere la nostra vocazione?

Cerchiamo, dunque, di vedere se la lettera di Bruno, ai suoi figli della Certosa, ci aiuta a comprendere perché non aveva insegnamenti da donarci sulla via contemplativa.

* * *

La prima constatazione sulla quale vorrei soffermarmi è che questa lettera s’indirizza proprio a noi. Se la confrontiamo con la lettera a Raoul le Verd, che appare più seducente in ragione della densità del pensiero che in essa ci si trova, come non essere colpiti dalla differenza di tono che implica un coinvolgimento totalmente differente del cuore di Bruno, in uno e nell’altro caso.

Il messaggio a Raoul è l’espressione di un’amicizia profonda, di lunga data, provata. La lettera ai suoi fratelli è la scottatura diretta di un amore scaturito dal fondo del cuore di Bruno. La differenza di tono salta agli occhi: per parlare a Raoul occorre essere formale, evitare di offenderlo se ci sono cose dure a dirsi, lo stile è accurato, la composizione è elaborata. Con i suoi fratelli – anche se probabilmente non li conosce tutti – è sufficiente comprendersi a mezze parole. Il cuore parla liberamente, poiché sa di essere in accordo con quello dei suoi corrispondenti.

La lettera a Raoul lascia trasparire una nota d’inquietudine, se non di angoscia, al pensiero che l’amico dei giorni antichi potrebbe, per la sua infedeltà, perdersi definitivamente. Per Bruno è un dovere di coscienza ricordarglielo. Con i suoi fratelli, al contrario, anche se ogni tanto deve raddrizzare qualche deviazione, non è che un’esplosione di gioia, d’allegria: con loro è in famiglia. Egli parla di ciò che vive in comunione con loro.

In breve, Bruno, pur lasciandoci percepire che egli pensa agli uomini molto concreti che vivevano allora nel deserto della Certosa, ci consegna il suo cuore in ciò che ha d’eterno, potremmo dire nel rispetto di chiunque conduce l’esistenza di cui ha gettato il primo seme qualche anno prima sotto l’egida di Sant’Ugo. La sua lettera è dunque proprio destinata a noi.

* * *

Quale aspetto di Bruno essa ci mostra in primo luogo? Egli è un uomo all’ascolto. In qualche modo egli scompare per divenire nient’altro che disponibilità, accoglienza profonda nei confronti dei suoi figli. Tutto ciò che scrive è espressione di questa attenzione intensa agli altri e della reazione immediata di gioia o d’amore che essa risveglia in lui.

Bruno si lascia informare da Landuino: non solamente riceve da lui qualche notizia dei monaci che ha lasciato nelle montagne della Certosa, ma più ancora egli è impressionato dai sentimenti di fierezza, di felicità, d’affetto che il suo successore prova nei confronti dei suoi fratelli. Dal primo momento egli ha percepito il tono di confidenza che regna alla Certosa ed egli comunica in maniera del tutto naturale, poiché è in perfetta sintonia con i suoi fratelli.

Egli si mette dunque all’ascolto di ciò che vivono gli uni, nella loro solitudine stretta, gli altri, nella semplicità della loro obbedienza. Egli li vede, con gioia, restar fedeli al loro ideale, il medesimo ideale che lui stesso aveva fatto loro scoprire. “Ho appreso, – egli dice -; ho inteso Landuino dirmi; odo parlar di voi dal vostro priore e padre amorevolissimo”. (1.1 e 2.1). Bruno si lascia invadere dalla presenza dei suoi figli.

E immediatamente lo si sente all’ascolto di ciò che Dio ha fatto in loro: con più lucidità, senza dubbio, dei suoi stessi figli egli coglie quanto le loro opere buone o degne d’elogio vengono finalmente dal Signore che le ha compiute in loro. E Bruno insegna ai loro figli a mettersi, al proprio turno, all’ascolto dell’Onnipotente, al fine di scoprirlo nelle loro vie. Essi sono amati da Lui: è questa la loro vera ricchezza e non l’inflessibile rigore della loro osservanza, poiché questa viene dalla loro sola buona volontà. “Rallegratevi … della vostra beata sorte e dell’abbondanza di grazie che Dio vi ha prodigato” (1.3).

Bruno, pervenuto alla piena maturità della sua via contemplativa, è un uomo all’ascolto dei suoi fratelli e di Dio, al fine di entrare nel movimento dell’amore.

* * *

L’altro versante di questa piena disponibilità di cuore di Bruno è una tendenza spontanea all’azione di grazia. Scoprendo nei suoi fratelli le meraviglie di Dio egli esulta e, in due riprese, sono le parole del Magnificat che egli prende a prestito per esprimere i trasporti d’allegria da cui è ghermito. Solo l’umiliazione, che egli prova constatando la sua propria miseria, sembra inaridire il suo slancio trionfatore per lodare il Signore.

Perciò egli non può impedirsi d’invitare i suoi figli a rallegrarsi, a proprio turno, davanti alla loro beata sorte. E’ una vera litania di “Rallegratevi” che a loro indirizza. Poi egli compara la loro situazione privilegiata, puro dono gratuito del Cielo, a quella di numerose anime di buona volontà che hanno tentato in tutte le maniere di raggiungere lo stesso “porto nascosto”, senza successo, poiché ciò non era stato loro accordato dall’alto (cf. 1.3).

Il modo in cui egli addestra i suoi benamati fratelli laici a riconoscersi come dei privilegiati del Padre dei Cieli è ancora più delicato e persuasivo. Per coloro “che non sanno né leggere né scrivere, il dito potente di Dio scrive nei loro cuori, non solo l’amore, ma anche la conoscenza della sua legge” (2.2). L’obbedienza autentica che essi praticano con una piena generosità costituisce il frutto di questa divina scrittura deposta sulla loro anima ed essa ne garantisce la verità. Come non si sentirebbero portati anche loro a rendere grazie all’autore di tali doni?

* * *

Una constatazione s’impone davanti a queste reazioni di Bruno. Il suo cuore, che non cessa di volgersi verso Dio per ogni cosa, non sembra che pensare ai suoi fratelli. Il passaggio più impressionante della lettera, a questo riguardo, è la conclusione. Ci si aspetterebbe una sorta di esortazione all’interno della quale egli inviterebbe i suoi fratelli a volgersi verso Dio con più fervore. Niente di tutto questo. Bruno si accontenta di insistere con delicatezza, ma con forza, sulla carità che i fratelli della Certosa debbano manifestare, negli atti, al loro priore malato (cf.3.2-4).

Veramente il cuore di Bruno è tanto infiammato dell’amore di Dio quanto dell’amore per i suoi fratelli. Egli non si sente distratto da uno di questi amori a spese dell’altro. E’ chiaro che il primo e il secondo comandamento non sono che uno in Bruno.

E questo amore non è solamente un sentimento interiore: esso sente l’urgente bisogno di incarnarsi nel concreto della vita. Sia a livello della solitudine che a quello dell’obbedienza, egli riconduce i suoi fratelli all’essenziale della loro vita. E quando si tratta di manifestare amore a Landuino malato, i dettagli pratici non fanno difetto.

Bruno ha incontrato Dio una volta per tutte e la sua relazione d’amore con Lui s’incarna nel vissuto reale. Non si ha assolutamente l’impressione di un uomo che si dispera in un agire esteriore a se stesso. Egli dimora in una comunione d’amore con l’unica sorgente di tutto il bene, fino nei dettagli concreti.

* * *

All’inizio di queste riflessioni ci domandavamo se la lettera di San Bruno ai suoi fratelli della Certosa, nella sua brevità, fosse sufficiente a trasmetterci il solo insegnamento esplicito che da lui potessimo avere. Ora cosa possiamo dire in proposito?

Questa lettera ci è indirizzata. Essa colloca davanti a noi una figura di monaco dai tratti possenti e dal cuore immenso. Egli è innamorato di Dio e dei suoi fratelli senza limite, al punto di dimenticarsi di sé stesso. Il suo amore per il Signore lo rinvia ai suoi fratelli. La sua tenerezza per i fratelli gli fa scoprire, in essi, un altro viso del Signore.

La sua via contemplativa – puramente contemplativa – non si sente appesantita dalla presenza viva e vivace dei suoi fratelli nel suo cuore. Egli non si accontenta di dire che gli è sufficiente amare Dio e che in Lui egli ama il mondo intero. I suoi fratelli sono degli esseri concreti che hanno un posto nella sua interiorità senza disturbare l’attenzione all’Altissimo. Al contrario, essi sono rivelatori del grande Amore di Dio per il solitario: tutta la sua vita contemplativa è fondata sull’armonia interiore ed esteriore, tra solitudine e vita fraterna.

In un secondo tempo, la stessa lettera ci manifesta la convinzione intimamente ancorata al cuore di Bruno: la via che egli ha tracciato nel cuore dei suoi fratelli associa in maniera radicale il dono puramente gratuito che il Signore loro elargisce di una vita di notevole pace, di silenzio e d’obbedienza e, nello stesso tempo, un’osservanza che deve essere austera, fedele, perseverante, stabile contro tutte le seduzioni esteriori.

Bruno non domanda niente di più ai suoi discepoli. Tutto il resto è questione di vocazione personale, chiamata a svilupparsi all’interno di un quadro saldo e ampio che egli stesso ha disegnato.

Senza dubbio la descrizione di questo quadro richiede un po’ di parole. Era necessario che Bruno ne dicesse di più? Non credo. Egli lascia a Dio la sua libertà e all’obbedienza il compito di far fronte alle necessità contingenti. Tutto il resto ci verrà da Bruno attraverso il canale segreto della sua santità.

Nostro Padre San Bruno, insegnaci nel segreto a rallegrarci sempre più della nostra beata sorte e dell’abbondanza dei benefici che Dio ci prodiga grazie a te. Amen.

6 ottobre 1983

La tenerezza di Dio (parte seconda)

3

E come promesso, ecco la seconda parte dell’omelia di Dom Poisson.

* * *

Eccoci ora a piè d’opera per scoprire la pedagogia di Bruno di fronte al lavoro, incessantemente rinnovato, della conversione monastica.

Chiunque, un giorno, ha seriosamente scelto di divenire monaco ha dapprima incontrato una misteriosa Sunammita. Essa ha infiammato il suo cuore d’amore divino e tutte le seduzioni del mondo si sono “trovate senza sforzo rigettate”. L’ideale verso il quale tende il monaco è divenuto molto chiaro ai suoi occhi e con fermezza vi si è vincolato. Ma quanto lontana, nello scorrere dei giorni, diviene la bella Sunammita di fronte alla realtà concreta del quotidiano. L’amore del mondo, che si era rifugiato nei recessi segreti del cuore, compare di nuovo e un segno ben chiaro manifesta la sua presenza: il disordine che esso mantiene nell’animo.

Inquietudini, tenebre, disgusto, tutto ciò riflette che “l’amore del Padre non regna in lui” esclusivamente. Sovente non è la volontà cosciente che provoca ciò che Bruno chiama “impareggiabile manifestazione di uno spirito sregolato e decaduto”, ma delle tensioni scaturite dalla zona oscura del cuore dove regnano ancora gli amori per la creatura che non sono stati purificati. Situazione dolorosa e che a volte sembrerebbe senza uscita, poiché non si arriva ad individuare la radice del male.

Cosa fare allora, o amatissimo, dice Bruno, cosa fare se non credere ai consigli divini, credere alla Verità che non può sbagliare? Essa dona in effetti questo avvertimento a tutti: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi ed io vi ristorerò”. Tale è la grande risposta quando l’opera di conversione supera le nostre forze: non cercare, in primo luogo, di purificarsi, ma cominciare ad andare a Gesù poiché Egli ha promesso di ristorarci. Venire a Lui, caricati del suo pesante fardello e depositarlo semplicemente tra le sue mani.

Noi vediamo qui all’opera la tenerezza di Dio nostro Salvatore. Che noi siamo giovani novizi o anziani veterani, non abbiamo altra salvezza a nostra disposizione che Colui che viene in questa Tenerezza incarnata, Colui il quale ha portato e continua a portare, fino alla fine dei tempi, tutte le nostre infermità. Così, grazie a Lui, lasciamo la regione pericolosa delle tempeste e degli uragani per penetrare nel “riposo e sicurezza del porto”.

Ma occorre, malgrado tutto, fare il passo grazie al quale noi supereremo l’ostacolo sul quale abbiamo inciampato, questo amore segreto per il mondo che si opponeva nel nostro cuore all’amore leale del Padre. Bruno parla allora di rinunciare a tutto ciò che si ha per divenire il discepolo della Saggezza. La lotta che abbiamo conosciuto veniva dal fatto che noi contavamo sui nostri propri beni, le nostre piccole luci, la sicurezza tutta umana di ciò che noi immaginavamo aver ben compreso. Con tutto questo, di cui noi eravamo divenuti proprietari, noi speravamo volare con le nostre proprie ali verso il Signore. E la Saggezza eterna, attraverso la voce di Bruno, ci dice tutto il contrario. “Ti conviene rinunciare a ciò che tu credi avere, restare alla scuola di questa Saggezza divina, sotto la guida del Santo Spirito e apprendervi la filosofia di Dio”. Occorre che il tuo sia un cuore di discepolo, un cuore che apprende. “Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me” (Gv 6,43), dice Gesù stesso nel Vangelo di Giovanni. Utile e bell’insegnamento, dice Bruno, che è il frutto della sofferenza portata e finalmente affidata alla tenerezza di Dio.

* * *

Bruno cambia, allora, bruscamente di registro. Ci sono giorni, sembra egli dire, in cui la situazione si presenta completamente diversa. Sono le scelte fondamentali di fronte a Dio che bisogna saper riassumere, un po’ come se ripartissimo da zero. Alla fin fine, il cammino percorso fino allora non era che una tappa preparatoria a questo nuovo incontro con la Gloria e la Bellezza di Dio. Lo stato di dialogo profondo tra Dio e il monaco si trova messo a nudo, in piena luce. Io mi sono impegnato di fronte all’Altissimo: Egli si è impegnato di fronte a me (cf.12). Dove sono io nei confronti di questa scelta? Il mio cuore ha seguito il dritto cammino implicato nel dono primo che Egli ha fatto di sé stesso?

Bruno impiega, allora, un vocabolario che ci urta, forse nella misura in cui egli sembra consegnarci senza difese alla vendetta di Dio. In realtà, sotto queste parole vigorose è evocata la distanza infinita che si è formata tra ciò che noi avremmo dovuto donare, di noi stessi, a Dio e ciò che, parsimoniosamente, per leggerezza o inconseguenza, ci siamo accontentati di donare.

Viene il momento in cui è bene rendersi conto che essere amati da Dio e aver da rispondere al suo amore non è un gioco o una sorta di contrattazione dalla quale ci si può ritirare a buon mercato. Agli occhi di Dio il nostro amore ha grande valore, ha valore infinito, poiché è la risposta al suo proprio amore. Come potrebbe Egli non aprirci gli occhi, un giorno, su ciò che noi rappresentiamo per Lui? Forse ci ritroveremo brutalmente scrollati dalla scoperta che ci è così imposta. Ma non è l’unica via di salvezza per noi, quella di rimetterci sul giusto cammino?

* * *

Bruno segnala, allora, a Raoul un’ultima maniera di cercare di crearsi dei falsi pretesti per evitare di donarsi puramente e semplicemente all’amore di Dio. Ci siamo esposti, anche noi, nel silenzio della nostra cella o proprio nel segreto del nostro cuore: non ci sono tutte le buone ragioni di pensare che si potrebbe mostrare utile e generoso rendere dei servizi che non ci sono richiesti, intraprendendo dei lavori che non nascono dall’obbedienza?

La risposta di Bruno è appassionata e tanto più tagliente quanto più è appassionata : “Niente di più giusto e di più utile che amare il bene, l’unico Bene”, egli dice. Là è il nostro posto e non altrove. La giustizia o l’utilità di tutto l’agire impallidisce di fronte a quest’abbandono totale in Dio. Bruno ci riporta così alla fonte ultima di tutto l’amore di Dio. Lui solo è buono, interamente, senza riserva, senza equivoco. Lui ci ha creati per trovarlo e mai il nostro cuore si quieterà fintanto che non l’avrà pienamente incontrato.

* * *

L’ultimo paragrafo della lettera, in cui Bruno termina di perorare la causa di Raoul, abbiamo notato che è pieno d’una dolcezza e di un calore umano che si dovrebbe ritrovare presso tutti coloro che camminano sulle tracce del nostro beato Padre. Tutto ciò che Bruno ha potuto dire fino allora, delle vie previste da Dio per attenderlo nel silenzio della solitudine, è bello, ma vi è un’altra via semplice, modesta, quanto vera ed efficace: quella di camminare verso Dio a fianco dei nostri fratelli di cui l’amore ci sostiene, ci accompagna, ci incoraggia. Aver la certezza che le nostre lotte sono supportate dalla loro preghiera e dalla loro amicizia, che le nostre prove pesano sul loro proprio cuore e che le nostre gioie li illuminano tanto quanto noi, tutto ciò e già un incontro con la tenerezza di Dio nostro Signore.

Veramente è buono e dolce per dei fratelli restare nell’unità, quella dell’amore che viene dal Padre.

Amen.

La tenerezza di Dio (parte prima)

1

In questa vigilia del Santo Natale, cari amici eccovi un testo su cui meditare.

Vi offro una omelia letta da Dom Andrè Poisson, priore generale dell’ordine certosino ( 1967-2005) alla sua comunità nel Natale del 1983. A causa della sua lunghezza ho preferito dividerla in due parti, dopodomani seguirà la parte conclusiva.

La tenerezza di Dio

Natale 1983

La tenerezza di Dio nostro Salvatore si è manifestata per noi uomini”

(cf. Tit 3,4-6)

La liturgia dei giorni di Natale ci porta a leggere, a più riprese, queste parole in cui San Paolo lascia trasparire la sua meraviglia davanti ad una realtà che oltrepassa sempre la nostra attenzione, ogni volta che noi la contempliamo: l’amore infinito dell’Altissimo per le sue creature, nascosto ai secoli eterni, è divenuto la tenerezza di Dio nostro Salvatore. Essa si è manifestata. Essa è ora vicina a noi. Essa ha aderito al reale di ciò che noi viviamo. Questa tenerezza del Padre è il piccolo bambino che ci è donato; ma essa è opera di salvezza ed è per questo che fin dal primo istante il neonato si trova sfidato dalla durezza dell’umanità concreta. Non vi è posto per accogliere i poveri viaggiatori che sono i suoi genitori. La sola culla disponibile è una mangiatoia degli animali. Il re ha paura di perdere il suo trono e reagisce di conseguenza. In breve, Gesù non ha nemmeno il tempo di apparire quaggiù che il peccato dell’uomo, nostra debolezza congenita, si getta su di Lui. E’ quella la vera tenerezza di Dio: una bontà che va a ricongiungersi con coloro che lo amano, laddove essi sono realmente.

* * *

Amerei meditare un po’, in questa prospettiva, sulla nostra vita monastica ispirandomi a dei passaggi della lettera a Raoul le Verd, nei quali San Bruno lascia al suo cuore tutta la libertà di esprimersi per scuotere il suo vecchio amico ed aiutarlo a prendere, infine, la decisione di essere fedele al suo voto.

A dire il vero, le avventure di Raoul non ci toccherebbero affatto se questo personaggio non fosse stato così prossimo a Bruno, in circostanze così eccezionali. Ciò che ci interessa in lui è che egli è stato, in qualche modo, lo specchio nel quale si sono riflessi i sentimenti profondi del nostro primo Padre di fronte alla decisione, che tutti a qualsiasi età siamo chiamati a prendere, di consacrare la vita interamente al Signore: perché siamo così lenti, così reticenti, così fiacchi a donarci per qualcosa di buono?

Bruno, il santo Maestro Bruno stesso, nelle sue due lettere si lascia sfuggire dei gemiti quando pensa a tutto ciò che gli fa difetto, in confronto a ciò che egli vorrebbe donare a Dio: ”Veramente io attendo in preghiera un gesto della divina misericordia affinché guarisca tutte le mie miserie interiori e appaghi il mio desiderio”.

Forse lo dimentichiamo troppo facilmente: la vita monastica è una via di perpetua conversione, vale a dire un incontro continuamente rinnovato tra “la tenerezza di Dio nostro Salvatore che si manifesta per noi”, poveri monaci, e le condizioni così difettose di accoglienza che noi gli offriamo. La grazia di Natale, così come noi ora cerchiamo di considerarla, s’identifica realmente con il nostro voto di conversione dei costumi.

* * *

Veniamo dunque alla lettera di Bruno a Raoul. Un ultimo dubbio deve essere affrontato, prima di poterci mettere senza reticenze alla sua scuola. E’ legittimo prendere come guida di vita monastica un testo di circostanza, indirizzato ad un uomo vivente nel mondo? Quale ispirazione ha guidato Bruno nello scriverlo?

La sua intenzione non crea dubbi. Egli s’indirizza ad un uomo che, contemporaneamente a lui, si è impegnato davanti a Dio. “Tu ti ricordi che io ti amo. Noi eravamo un giorno entrambi in compagnia di Fulcoie le Borgne… Infiammati di divino amore noi abbiamo deciso di lasciare senza indugio il secolo fugace per metterci alla ricerca delle realtà eterne e di ricevere l’abito monastico”. Agli occhi di Bruno, Raoul è già legato davanti a Dio dalla sua decisione. E’ già vincolato alla vita monastica.

Raoul è sottomesso alla tentazione, una tentazione da principiante. Ma c’è una differenza essenziale tra la prova di un esordiente e quella che dei vecchi monaci conoscono molti anni dopo? Si tratta sempre, anche se le modalità di dettaglio evolvono, di scelte fondamentali di cui le conseguenze vanno dispiegandosi fino al fondo dell’intimo del nostro cuore: amare Dio o amare il mondo. Tale è la questione posta da Bruno, senza equivoci e che ciascuno di noi deve affrontare ogni volta che una nuova manifestazione di “Dio nostro Salvatore” gli mostra che il mondo regna ancora sovrano in un angolo del suo cuore. Bruno, d’altronde, non lascia posto ad alcun dubbio; anche i servizi esteriori legittimamente esercitati per l’utilità della Chiesa impallidiscono davanti alla suprema utilità e alla suprema giustizia: amare esclusivamente l’unico bene. Noi siamo veramente in presenza della scelta monastica in tutta la sua purezza.

* * *

Cominciamo a ritrovare, brevemente, il filo del pensiero di San Bruno mentre espone al suo amico la lotta dei due amori di cui il suo cuore è in balìa e che dovrebbe risolversi in una sete esclusiva per il Dio forte e vivente.

Dopo aver cantato “quanto la solitudine e il silenzio del deserto apportino agli innamorati utilità e piacere divino” , Bruno viene alla bella Sunammita, la vergine che simboleggia per lui tutta la forza d’attrazione dell’incontro con Dio nel deserto e scrive: “Se mai la tenerezza per lei nascesse nel tuo animo, allo stesso modo la seducente e carezzevole ingannatrice, che è la gloria del mondo, tu disgusteresti” .

Ecco posto il dilemma. Ma ahimé oggi Raoul è amico del mondo e dunque si è fatto nemico di Dio. Eccolo coinvolto nel peggiore dei disordini, calato in una situazione contro ogni ragione.

Che cosa gli resta da fare, se non ascoltare il richiamo della Verità: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi ed io vi ristorerò”. E’ l’unica via che si apre a Raoul per uscire “dalla tempesta di questo mondo e passare al riposo e alla sicurezza del porto”. Allora egli potrà divenire il discepolo della divina Saggezza, restare alla sua scuola e lì apprendervi la filosofia di Dio che sola rende veramente felici.

Bruscamente il tono cambia e Bruno pone il suo amico in faccia a Dio, di fronte alla santità di Dio, o piuttosto di fronte alla gloria dell’Altissimo che non può accettare di essere oltraggiato dal rifiuto di Raoul di adempiere al suo voto; poi di fronte alla bellezza, allo splendore del solo vero bene, Dio stesso, che attira con il suo infinito potere di seduzione, qualsiasi siano i servizi umani che Raoul potrebbe rendere nella sua carica di prevosto della chiesa di Reims.

E per finire, ecco un ultimo argomento, chiaro rivelatore del cuore di Bruno. Dopo tutti i grandi motivi teologici, pensa a me, egli dice al suo amico, pensa al mio amore per te: “che cessi nella mia anima il tormento delle inquietudini, delle preoccupazioni e della paura che essa prova per te”.

Continua dopodomani….

Celebrazione di Ognissanti

Icona Bruno

Oggi 1 novembre si celebra il giorno di tutti i Santi, noto popolarmente anche come Ognissanti. Per questa occasione vi propongo un lungo ma gradevole sermone di Dom Andrè Poisson dal titolo:

“Che sete nella mia anima per il Dio forte e vivente!” (Bruno a Raoul)

In questa festa di Ognissanti, in un anno più specialmente consacrato a metterci alla scuola di San Bruno, mi è parsa interessante l’idea di cercare ciò che il nostro stesso Beato Padre lascia cogliere della sua santità, soprattutto nella lettera a Raoul le Verd. Perché preferibilmente in questa lettera? Perché Bruno, desideroso di toccare il cuore del suo vecchio amico, vi lascia parlare il suo cuore. La lettera è composta sotto il segno di una sottile alternanza tra il richiamo alle esigenze spietate della giustizia dell’Onnipotente e l’esposizione di ciò che vi è di seducente, in una vita tutta consacrata a Dio. Quando si lancia su questo secondo tema è evidente che Bruno non fa della retorica: in termini appena velati egli dice ciò che ha vissuto, ciò che vive ancora nell’istante in cui scrive.

Anche se il desiderare di convincere Raoul può indurire alcune affermazioni di Bruno, non sembra imprudente cercare di ritrovare il movimento profondo e sincero della sua anima in ciò che dice con tanto ardore di fiamma, per la bellezza della vita che conduce.

* * *

E’ facile ascoltare, così, Bruno confidarci il segreto della sua santità, poiché ciò è contenuto in tre paragrafi di una rimarchevole unità, ciascuno secondo una propria linea.

Il primo forma ciò che si può chiamare l’inno alla solitudine. Bruno, in termini non equivoci, ci racconta ciò che vive nel suo deserto della Calabria; a quattro riprese egli comincia la sua frase: Qui gli uomini ardenti … Qui si ricerca quest’occhio puro… Non è un’esposizione astratta che egli ci dona sui frutti spirituali della vita nel deserto. Sono considerazioni concrete, poi evocazioni rapide, quasi folgoranti, delle figure bibliche che sono per lui le illustrazioni più convincenti della luce che lo abita (cf. A Raoul 6).

Il secondo paragrafo – il più apertamente autobiografico – è il racconto della conversione di Bruno, nel giardino della casa d’Adam, in compagnia di Raoul e di Foulcoie le Borgne. I fatti sono ancora vivi nel cuore di Bruno come se li avesse appena vissuti. Egli ha ricevuto là un’impronta di Dio stesso che mai scomparirà (cf. 13).

Il terzo passaggio chiave, a nostro proposito, è quello in cui Bruno lascia intravedere la scottatura del suo cuore, fronte all’unico bene: “ Esiste un bene comparabile a Dio? Esiste un altro bene all’infuori di Dio?… Davanti allo splendore incomparabile di questo bene l’anima è accesa d’amore” (16). Come dubitare che Bruno, scrivendo queste parole, ci confidi qualche cosa del suo segreto?

* * *

La prima impressione che si prova, leggendo questi testi, è quella di trovarsi alla presenza di un’anima ardente e traboccante di sensibilità spirituale. Già l’insieme della lettera ce lo mostra animato di una tenerezza inesauribile per l’amico dei vecchi tempi, a dispetto degli anni e delle distanze.

Ma quando incomincia a parlare delle cose di Dio, egli non può contenere la sua emozione.

Si è anche colpiti di vedere il vecchio monaco, formato dalla rude disciplina del deserto, utilizzare liberamente il vocabolario dell’amore umano: quando vuole dire “quanto la solitudine e il silenzio del deserto donano ai loro innamorati utilità e godimento divino “, “Qui, continua, si ricerca quest’occhio puro e limpido di cui il chiarore guarda ferito d’amore lo sposo.” (6).

E non sono che delle figure femminili piene di tenerezza che egli evoca per illustrare, dalla Bibbia, il suo entusiasmo: Rachele la preferita, anche se ha poco dell’innocenza infantile; Maria di Betania, appassionatamente silenziosa ai piedi di Gesù; la bella Sunammita, che ha saputo riaccendere il cuore di Davide. Sole queste immagini sembrano, a Bruno, capaci d’esprimere la profondità dell’incontro con il Signore che egli esperimenta in solitudine.

E’ lo stesso uomo che si ritrova nel giardino d’Adam. La grazia lo colpisce all’improvviso nel corso di una conversazione sulla futilità dell’esistenza mondana ed eccolo, in un sol colpo, stravolto per sempre. Egli si dona totalmente e mai tornerà indietro, a differenza dei suoi compagni.

* * *

Pertanto Bruno non è un sentimentale che si lascia guidare da impressioni a fior di pelle. Altri hanno già notato quanto per lui la nozione di utilità sia importante. Non certo nel senso di un rendimento umano da conquistare, ma nel senso di una vita che deve portare autentici frutti divini.

Bruno è un uomo pratico. Per lui la via contemplativa non consiste nel nutrire flutti d’idee sublimi: si tratta di prendere i mezzi efficaci per giungere a Dio. Egli è perfettamente cosciente che la sua solitudine è il luogo dove “si abbandona ad un ozio assai occupato e ad una attività completamente rilassata. Qui, egli dice, in premio dello sforzo nella battaglia, Dio dona ai suoi valorosi la ricompensa attesa: la pace che il mondo ignora e la gioia nello Spirito Santo.”

Allo stesso modo, dall’istante in cui la grazia della conversione ha trafitto la sua anima, egli non tergiversa. Le decisioni concrete seguono immediatamente: lasciare il mondo, prendere l’abito monastico, mettersi alla ricerca delle verità eterne. La scelta è fatta: egli si lega con un voto.

Non è un eco di questo movimento radicale verso l’assoluto che si trova nel crescendo così rapido del suo esposto sul desiderio dell’unico bene? Presentarsi davanti al volto di Dio, non vi è che quello di veramente utile (cf.16).

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Un’altra dominante del movimento interiore di Bruno è l’evidenza che lo abita della vanità di tutte le ricchezze terrestri, di tutti gli effetti in cui il successo umano fronteggia la pienezza traboccante che si trova in Dio. La sua vocazione, egli dice, consiste nel “ lasciare il secolo fugace per mettersi alla ricerca delle realtà eterne” (13).

Tutta la lettera indirizzata a Raoul è costruita secondo questo schema di pensiero. Spontaneamente Bruno vi è ritornato, non solamente poiché considera l’argomento adatto a convincere il suo interlocutore, ma molto più, forse, poiché egli non vive che di ciò, dal giorno in cui egli stesso ha ricevuto la chiamata. Questo stesso itinerario è da lui descritto quando evoca le sue occupazioni in solitudine: “Qui agli uomini ardenti è permesso, tanto quanto desiderino, di rientrare in sé stessi, di dimorarvi, di coltivare senza riposo i germogli delle virtù e di nutrirsi con gioia dei frutti del paradiso” (6). Bruno è stato definitivamente sedotto dalla bellezza, dalla bontà divina nella quale egli trova grande pace e non può comprendere la situazione di lacerazione interiore del suo amico: “Non è una pena orribile e inutile essere tormentati dai propri desideri, straziarsi d’affanni e d’angoscia senza posa, nel timore e nel dolore che generano questi desideri?…Fuggi dunque, o mio fratello, fuggi tutti questi turbamenti e queste inquietudini e passa dalla tempesta di questo mondo al riposo e alla sicurezza del porto” (9). Anche tenuto conto dell’esagerazione letteraria di queste affermazioni, è certo che Bruno si considera come privilegiato d’aver trovato il suo riposo nel segreto del volto di Dio.

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Fermiamoci, infine, ad un ultimo aspetto dell’attitudine interiore di Bruno. Di fronte alla realtà incomparabile di Dio egli non pensa più a se stesso. Per tutto il corso della sua lettera, egli rimane preoccupato per i pericoli spirituali incorsi dal suo amico, ma lascia sgorgare il suo entusiasmo di fronte alla pienezza infinita dell’Onnipotente. Ad eccezione di una corta frase per deplorare le sue miserie interiori, sembra che Bruno si sia totalmente dimenticato (cf.3). Egli non è più in nulla centrato su sé stesso.

La contemplazione di Bruno è pura; essa è rivolta verso la realtà di Dio e non sulle opere, pur le più meravigliose che egli potrebbe compiere nella sua anima. Troppo sovente, in noi goffi debuttanti, la preghiera è un modo distratto di occuparci di noi stessi: sotto il pretesto di essere attenti a progredire verso la perfezione, Dio rischia di essere soprattutto il benefico fattore che plasmerà la nostra santità personale. Non vi è traccia di questa debolezza in Bruno.

Per lui non vi è niente di così giusto e di così utile che d’amar il bene, l’unico Bene (cf.16).

* * *

Possiamo, al termine di questa breve lettura della lettera a Raoul, farci un’idea della fisionomia di San Bruno? E’ un uomo “afferrato dall’Unico”, come dirà uno dei suoi amici dopo la sua morte. Con tutta la fiamma del suo cuore egli vuole fare opera utile, vale a dire cercare il volto di Dio, acquisire lo sguardo puro e semplice al quale si rivela l’Altissimo. Egli lo fa in un movimento di grande amore per i suoi fratelli, ma nel desiderio vigoroso di liberarsi di tutte le costrizioni di questa terra che non sono ordinate a questo scopo.

Anche se questi tratti ci permettono di abbozzare un volto molto caratteristico del nostro Padre, riconosciamo pure che grandi zone della sua fisionomia restano evanescenti. Che sappiamo, per esempio, del posto di Cristo, della sua morte e della sua Pasqua nella preghiera di Bruno?

Molte altre questioni analoghe potrebbero sorgere, alle quali, gli scritti lasciati da San Bruno stesso, non recano risposta.

E’ dunque una sorta d’icona stilizzata del nostro Beato Padre che la Provvidenza ha voluto esporre al nostro amore e alla nostra devozione. Tutto il resto lo si attinge nel patrimonio generale e non costituisce parte essenziale dell’apporto di Bruno, figlio obbedientissimo della Chiesa. Lasciamoci, dunque, semplicemente modellare da questa icona che è portatrice del senso perpetuo del nostro posto nel Corpo di Cristo.

Amen.

Ognissanti 1983

Sessanta anni di vita certosina

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Il cimitero con le croci di pietra riservato ai Priori Generali (Grande Chartreuse)

Cari amici oggi torno a parlarvi di Dom Andrè Poisson ,che è stato Ministro Generale dell’Ordine certosino e priore della Grande Chartreuse dal 1967 al 1997. Egli riuscirà a svolgere questa duplice importante funzione per ben trenta anni esercitandola brillantemente. Nel 1997 Dom André si dimise dalla funzione di generale dell’Ordine, diventando per due anni priore della certosa statunitense del Vermont, e per i successivi due anni cappellano della certosa femminile di Vedana. Nel 2001 egli si ritirò nella Grande Chartreuse dove morì il 20 aprile del 2005. Egli morì solo, durante l’ufficio notturno, purtroppo era affetto dal morbo di Alzheimer ed anche da un cancro. Dom Andrè, nonostante ciò non ha mai sofferto ed i suoi confratelli non lo hanno mai sentito lamentarsi, sembrava controllare i suoi mali.

Per una bizzarra coincidenza, o per un preciso disegno della Divina Provvidenza è accaduto che egli spirasse due giorni dopo l’inizio del Capitolo Generale, e quindi per quel motivo tutti i priori di tutte le certose erano riuniti. Ciò permise loro di rendere omaggio ed ossequio alla salma del pio Dom Poisson.

Si narra che qualche mese prima della sua dipartita, alcuni novizi erano andati a salutarlo ed uno di loro gli aveva chiesto da quanto tempo aveva abbracciato la vita certosina.

Egli rispose: ” da sessant’anni” poi dopo una breve pausa aggiunse ” sessant’anni passati molto velocemente!”

Aveva da giovane deciso di rinunciare ad una brillante carriera professionale per entrare nella Grande Chartreuse. In un sermone pronunciato in occasione del nono centenario dell’arrivo di san Bruno a Cartusia, ebbe modo di descrivere il carattere del santo fondatore dell’Ordine certosino. In esso traspare una similitudine con il suo carattere: “Bruno non fu un sentimentale che si lasciò guidare da sensazioni a pelle, ma bensì dall’importanza dell’utilità. Non per un appagamento personale ma per una scelta di vita che porti ad autentici frutti divini. Bruno è un uomo pratico, per lui la vita contemplativa non consiste nell’alimentare flussi di idee sublimi, ma viceversa è trovare i mezzi efficaci per raggiungere Dio. Egli è perfettamente cosciente che la solitudine è il luogo dove ci si concede ad un’ozio indaffarato e ad un’attività rilassata. Questo egli disse, per il prezzo dello sforzo nella battaglia, Dio dona ai suoi lottatori la ricompensa attesa: la pace che il mondo ignora e la gioia nello Spirito Santo. Nello stesso momento in cui la grazia della conversione ha trafitto la sua anima, egli non esita. Le decisioni concrete seguono immediatamente: lasciare il mondo, prendere l’abito monastico per cercare la realtà eterna. La scelta è fatta: ci si è legati ad un voto”.

Ma tornando a quell’ultimo giorno di Dom Andrè sulla terra, egli sentendo prodigiosamente l’approssimarsi della morte, disse ai suoi confratelli, in maniera inconsueta, ” ecco è l’ora..vi lascio..” Dieci minuti più tardi fu trovato esanime su di una scala che conduce al Chiostro, scelse dunque di morire in solitudine come aveva scelto di vivere in solitudine.

A lui va il nostro ricordo ed una prece.

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“La solitudine secondo Bruno”

In attesa della imminente ricorrenza della festività della Immacolata Concezione, voglio offrirvi la lettura di un sermone composto per tale celebrazione da Dom Andrè Poisson nel 1983, quando ricopriva l’incarico di Reverendo Padre.

1statua di san Bruno fuori la certosa di Serra

Sermoni del Reverendo Padre

Dom André Poisson

“La solitudine secondo Bruno”

Immacolata Concezione 1983

“Il rigore della clausura

diventerebbe un’osservanza farisaica

se non fosse il segno di questa

purezza di cuore a chi solo è

promesso di vedere Dio”.

(SR6.4)

Maria Immacolata, puro specchio dell’Altissimo, accoglienza perfettamente limpida del Verbo di Dio, permane per l’eternità il modello mai eguagliato di tutta la via contemplativa. In lei si adempie, per sempre, la beatitudine dei cuori puri e, di lei, i nostri Statuti dicono che è la sola fiamma segreta che dona senso alla nostra solitudine. In questa luce verginale della Madre di Dio io vorrei, ancora oggi, che ci mettessimo all’ascolto di San Bruno. Lasciamo che egli ci parli e che ci dica ciò che era per lui la solitudine, di cui lo Spirito Santo gli aveva insegnato la profondità.

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Innanzitutto, sottolineiamo che Bruno, nelle sue lettere, non sembra fermarsi per nulla alla solitudine materiale, anche se è evidente che essa costituisce le fondamenta di tutto ciò che scrive. Parlando a Raoul della vita che egli conduce in Calabria, si accontenta di dire: “Io abito in un deserto separato, in ogni suo lato, da tutte le abitazioni”, senza insistere di più sulla lontananza dal mondo. Scrivendo ai suoi figli della Certosa, non gli viene in mente di affrontare il tema della solitudine del luogo della Certosa, tanto la cosa è chiara. Egli ci ha vissuto. Ha sperimentato il taglio radicale che vi si effettua nei confronti delle regioni abitate circostanti. Cosa potrebbe egli aggiungere che non conoscano e non vivano già i suoi fratelli? Forse vi è un richiamo discreto di tutto ciò, quando egli dice ai: “suoi figli amatissimi in Cristo… : Io ho imparato l’inflessibile rigore della vostra osservanza saggia e veramente degna di elogi” Ma alla fine sentiamo bene che il cuore di Bruno pensa ad altro e non a parlare della salvaguardia del deserto. Per contro, noi lo sentiamo molto vicino al testo degli Statuti col quale abbiamo incominciato, quando prosegue nella medesima lettera: “Io ho sentito il nostro felicissimo fratello Landuino dirmi il vostro santo amore e il vostro zelo instancabile per la purezza del cuore e della virtù”. Bruno è un maestro in materia di solitudine, ma la sua inclinazione è di scrutarne la dimensione indugiare nell’osservanza esteriore che essa implica, con evidenza, ai suoi occhi. Il primo sentimento che sgorga sotto la penna di Bruno è che la solitudine vera, la solitudine stabile e profonda è un dono totalmente gratuito di Dio: “Rallegratevi, miei cari fratelli, della vostra beata sorte e dell’abbondanza delle grazie che Dio vi ha prodigato… Rallegratevi di essere entrati in possesso del riposo e della sicurezza, avendo potuto gettare l’ancora nel porto più nascosto”.   La solitudine è una grazia da ricevere con riconoscenza. Essa non è l’opera della nostra volontà, per perseverante che sia. Essa non è il frutto d’una tecnica umana. Come non avere desta attenzione per l’insistenza con la quale Bruno rammenta questa verità che noi corriamo il rischio di dimenticare in eterno? “Molti vorrebbero arrivarci; molti vi si sforzano senza mai riuscirci; molti infine, dopo esserci giunti, non vi sono ammessi, poiché ad ognuno di loro il cielo non l’ha accordato“.

E Bruno non esita a concludere: temiamo di “perdere questa beatitudine così desiderabile per una ragione o per l’altra” se non vogliamo “provare pena continua”. La solitudine, soprattutto la solitudine interiore, quella in cui si gioisce nella pace del riposo e della sicurezza, questa solitudine si può perdere. Che il Signore ci conservi un cuore riconoscente alla sua grazia.

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Fermiamoci su di un altro aspetto della vita solitaria, tale la si percepisce sotto la penna di Bruno. Essa è austera, aspra, esigente. Senza dubbio egli non ha sviluppi speciali consacrati a questo tema, ma lo si percepisce in filigrana lungo tutto il corso delle lettere. E’ una realtà normalissima agli occhi di Bruno e lui ne parla soprattutto a proposito delle conseguenze pratiche di questo “inflessibile rigore” dell’osservanza solitaria. Egli menziona a Raoul, per esempio, “le fatiche dello spirito troppo fragile” che gli sono imposte dal “rigore della disciplina regolare e dagli esercizi spirituali “. Più significativo ancora è il piccolo incidente sopravvenuto nella comunità della Certosa, il quale obbliga Bruno ad aprire gli occhi dei monaci sul loro dovere di fronte alla santità vacillante del loro padre e priore. Certo, essi lo amano molto profondamente, ma per fedeltà al rigore della loro vita essi non osano intervenire e procurargli addolcimento, di cui è tuttavia evidente che egli abbisogna. Da parte sua, Landuino, temendo di correre il rischio d’incitare al rilassamento l’uno o l’altro dei suoi fratelli, forse “preferisce mettere la sua vita in pericolo piuttosto che mancare in qualche cosa al rigore dell’osservanza”. Di fronte a questo eccesso, Bruno reagisce con prontezza. “Ciò è inaccettabile!”, poiché è sicuro che non vi è alcuna possibilità di trascuratezza fra i compagni di Landuino. Eccoci dunque immersi in un mondo monastico in cui è di rigore una grande austerità. Bruno, tuttavia, non teme di dire che essa è “saggia e degna di elogi”. E la migliore prova è l’atmosfera di gioia che essa irradia. Bisognerebbe moltiplicare le citazioni che fanno percepire la gioia permanente di Bruno, quella alla quale egli invita i suoi fratelli, quella che egli promette a Raoul se, a suo turno, verrà nel deserto. Poiché si tratta veramente di una grazia del cielo che fiorisce in solitudine: “Qui, in premio dello sforzo del combattimento, Dio dona ai suoi valorosi la ricompensa attesa: la pace che il mondo ignora e la gioia nello Spirito Santo”.

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Diciamo una parola, infine, della straordinaria tenerezza che irradia dalle parole di Bruno, poiché si tratta della sua propria confessione, di una dimensione essenziale della vita solitaria, tale egli la vive e tale egli la desidera condividere con coloro che ama. Tenerezza per Dio, ma ugualmente tenerezza per gli uomini. Cominciamo da quest’ultima. L’abbiamo già notato: nulla ci porta a credere che per Bruno la solitudine sia un rifiuto degli altri, un muro alzato tra lui e i suoi fratelli. Al contrario, lo si sente attento a tutte le dimensioni di un’autentica carità. La sola parola un po’ dura riguarda i “laici oziosi e girovaghi “ che, in prossimità della Certosa, rischierebbero di contaminare i fratelli conversi se essi non “li fuggissero come la peste”. Per esser brevi, fermiamoci ad un solo passaggio poiché è senza dubbio il più significativo: quello in cui Bruno domanda ai suoi fratelli della Certosa di meglio vigilare sulla santità di Landuino. In termini appena velati, Bruno fa sentire loro che essi sono prigionieri di un’osservanza troppo materiale, così come il loro priore senza dubbio. E tuttavia che testimonianza di tenerezza fraterna Bruno offre agli uni e agli altri!: “Ho voluto custodire vicino a me il fratello Landuino a causa delle sue gravi e numerose malattie. Ma per lui è fuori questione di ritrovare lontano da voi la santità, la gioia, la vita, né altro che valga ed ha opposto un rifiuto. Le sue lacrime abbondanti per voi, i suoi sospiri ripetuti testimoniano apertamente quanto voi contate per lui e di quale amore senza macchia egli vi ami tutti. Io, pure, non ho voluto forzarlo al fine di non ferire alcuno: né lui, né voi che mi siete così cari in ragione delle vostre virtù”. Il cuore di Bruno si lascia vincere senza resistenza dall’amore di Landuino per i suoi fratelli. Non è indifferente, in effetti, al priore della Certosa di essere in cella a mille miglia dai suoi fratelli o vicinissimo a loro. La sua solitudine, per essere autentica, deve essere una comunione d’amore vissuta ogni giorno con loro, in mezzo a loro.

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La tenerezza divina che dischiude nel cuore di Bruno la vita nel deserto, si trova soprattutto cantata in ciò che io chiamavo l’Inno alla solitudine (A Raoul, 6 e 7). Al di fuori di tutte le teorie, Bruno lascia semplicemente parlare l’esperienza che sta vivendo. Si esita a cominciare o a parafrasare questo racconto dell’incontro segreto tra Dio e il nostro beato Padre. Non sarebbe meglio dire che noi dobbiamo soprattutto sforzarci di seguirlo? Noi siamo veramente vicino alla sorgente nascosta che scaturisce dal fondo del deserto. Che noi sappiamo percorrere tutte le tappe necessarie per giungervi e attingervi sull’esempio di Bruno. Egli ci ha confidato il suo segreto. Egli ci dice, così, che cosa sia la solitudine per lui. Egli non la vede come un luogo di orrore e di spoliazione inumano, ma gli dona i tratti di queste donne della Bibbia, di cui la tenerezza misteriosa e nascosta gli è sembrata più significativa. La solitudine è la bella Rachele poco feconda, è la bella Sunammita che deve infuocare il nostro cuore, è la migliore parte attribuita da Gesù a Maria di Betania. Che la Vergine Immacolata ci aiuti a scoprire questa solitudine, luogo d’incontro con Dio. Maria, madre di Gesù: non è lei, più di chiunque altro, questa solitudine bene piena di grazia dello Spirito Santo?

Amen.