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  • I.F.S.B.

Si può comprendere Dio?

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Ancora un passo tratto dal libro del cardinale Robert Sarah “La forza del silenzio – Contro la dittatura del rumore”. Una domanda posta a Dom Dysmas de Lassus, il quale risponde con estrema semplicità e con la solita profondità che lo contarddistingue.

Mentre preparavamo questa intervista, dice Nicolas Diat, lei Dom Dysmas mi ha detto… “come succede con qualsiasi argomento importante, quanto più riflettiamo sul silenzio meno capiamo. Chi ha mai capito l’amore?” Si sente di confermare, questa dura osservazione piena di speranza, Eminenza?

Durante il mio noviziato, il Padre maestro mi disse di leggere ” I misteri del cristianesimo” di Matthias Joseph Scheeben. Alla fine di ogni capitolo, il teologo si curava di sottolineare che era poco quello che avevamo compreso, e che la maggior parte era fuori dalla nostra portata. Aveva ragione: quanto più studiamo un mistero, più comprendiamo che non capiamo, ciò accresce la nostra ammirazione. E’ una fortuna che ci scappano tante cose, ci resta un infinito per scoprirle. Le realtà meno conosciute sono piene di mistero. Quanto più la scienza avanza, progredisce, per esempio meno intende la amteria. Soltanto chi non ha riflettuto sul tempo, crede di sapere di cosa si tratta. “Chi può pensare di essere capace di scoprire il significato dell’azione di Dio in questo mondo?”

La contemplazione si alimenta soprattutto di ciò che non capiamo. Nella meditazione prova a comprendere qulcosa del mistero, nella contemplazione si meraviglia e ci si abbandona all’amore di Dio che ci supera. ” Se lo comprendi, non è Dio” scrive s. Agostino (sermone 117), nella fede la mancanza di comprensione è fondamentale; lontano da essere una frustrazione ci permette di sognare. Si apre uno spazio abissale ed il nostro silenzio scivola in quell’attesa.

Ma Dio davvero tace?

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Ancora una domanda rivolta a Dom Dysmas de Lassus, tratta dal libro del cardinale Robert Sarah “La forza del silenzio – Contro la dittatura del rumore”, a cui egli risponde con acume ed una fede vibrante, che sembra rasserenare il genere umano.

Come intende il certosino il mistero insondabile del silenzio di Dio di fronte alle atrocità che si commettono quotidianamente sotto i nostri occhi? In Iraq ed in Siria ci sono bambini mutilati, violentati, venduti, ridotti in schiavitù, crocifissi…E Dio non dice niente? La politica di sterminio dello stato islamico castiga i cristiani di Oriente ed il Dio dell’amore sembra assente.

Dom Dysmas de Lassus: Mi permette di fare una introduzione su questo tema? L’attuale genocidio dei bambini trisomici in occidente non è meno drammatico, e non sono sicuro che non sia meno barbaro: semplicemente è meno visibile. In circostanze come queste che preoccupano tanto ad Oriente che in Occidente, credo che dovremmo meditare il libro di Giobbe. Convinto di stare in suo diritto, Giobbe arriva a chiedere il giudizio di Dio. E che Gli risponde? Si limita a dire a Giobbe che è incapace di comprendere, e anche se, condivide la sua ribellione e gli da ragione. Queste sono le sue parolle che destina ai suoi amici nel finale del libro. “Non hai parlato con rettitudine come il mio servo Giobbe” (Gn 42, 8).

Giobbe non può intendere i piani di Dio perchè non ha ancora ricevuto la chiave essenziale, la vita eterna. Fino a quando il peggio non sarà finito una volta che saremo al lato del Regno di Dio. Guarda gli emigranti: sono disposti ad affrontare rischi inauditi con la flebile speranza di andare incontro ad una vita migliore in Europa per alcuni anni. Dio, nostro Padre, ci tiene riservata una vita infinitamente migliore ed illimitata. Quello che manca all’uomo è poter immaginare l’eternità, la pienezza senza fine che deriva dalla totale comunione con Dio, questa terra dove si incarnerà la giustizia che i profeti hanno provato a descrivere.

Il silenzio di Dio non può essere compreso senza la prospettiva della vita eterna. Il tempo di Dio è diverso dal nostro: per Lui “un giorno è come mille anni” (2p 3, 8). Ci lascia soffrire brevemente prima di salvarci per tutta una vita. Chi si lamenterebbe di quel chirurgo che, con una dolorosa operazione di due ore, cureà un malato per sempre? Avrebbe lo studio affollato!

Prima di entrare nel Carmelo, Santa Teresa del Bambino Gesù lesse le conferenze sulla vita eterna dell’abate Arminjon. E incontrò alcune parole che la commossero. Diceva l’abate che, una volta che l’anima lascerà questa vita, il Signore gli dirà: ” Ora tocca a me! Durante la tua vita terrena mi hai dato quanto hai potuto per amore, ora tocca a me dare, infinitamente e per tutta l’eternità”. Questo ha detto Gesù: ” In verità vi dico che nessuno è uscito di casa, fratelli o sorelle, madri o padri, o figli o poderi per amor mio e del Vangelo, che non riceva il centuplo ora, in questo tempo, in case, fratelli, sorelle, madre, figli e poderi, insieme a persecuzioni e, nel secolo a venire, la vita eterna (Mc 10 29,30).

Così dobbiamo comprendere il silenzio di Dio, che non ha un significato definitivo. Per alcune ore guarda in silenzio e lascia il mondo nelle nostre mani. Ma verrà il giorno in cui farà “nuove tutte le cose” (Ap 21 ,5). Anche dal male, Dio è capace di ottenere i maggiori beni. Tutto quello che Egli permette ha un senso. Questa è la domanda che pose Gesù alla mistica Giuliana di Norwich a chi tanto piaceva parlare della cortesia, amabilità, semplicità la modestia di Dio, e che una notte ebbe quindici visioni che non ha mai smesso di meditare: Quale è il peccato maggiore che si ami esistito in questo mondo se non quello di Adamo?” E aggiunse queste straordinarie parole “Dal momento che ho scambiato in bene il peggiore dei mali, è mia volontà che sappi che trasformerò in bene tutto il male minore di quello”. Per consolarla le disse: “Tu stessa vedrai che tutto finirà bene”. L’eremita così concluse: “Con queste parole nostro Signore voleva intendere. “Accettalo ora con fede e fiducia, ed alla fine lo vedrai con la pienezza dell’allegria”.

In definitiva, noi siamo come Giobbe. Sappiamo che la vita eterna esiste, ma non abbiamo esperienza in essa, e continuiamo rivoltandoci nei mali di questa terra. Come fece Pascal, dobbiamo scommettere sull’eternità. Gesù non disse troppe cose, che possano consentirci di immaginare la vita eterna, ma possiamo contare su una certezza: “Quanto c’è di vero, di onorevole, di giusto, di integro, di amabile, e di encomiabile tutto quello che virtuoso e degno di lode (Flp 4, 8), ed anche tutto ciò che è bello giungerà al suo compimento e raggiungerà la pienezza e non sarà distrutto.

Una nuova distilleria per la “Chartreuse”

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In questo articolo, ritorno a parlarvi del liquore prodotto dai monaci certosini: la Chartreuse, questa volta per una bella notizia!

Da novembre 2017, i pregiati liquori Chartreuse non sono più prodotti in Voiron, ma nel sito Aiguenoire, a soli 12 chilometri dal monastero di Grande Chartreuse. La settima distilleria dei Padri Certosini è stata ufficialmente inaugurata lo scorso 30 agosto, alla presenza di circa un migliaio di persone. L’insediamento è avvenuto in un luogo che apparteneva ai monaci dal 1618, Aiguenoire, infatti, era utilizzato come luogo (grangia) ove esercitare le attività agricole (fienili) e la piscicoltura (stagni). Ormai da anni la produzione a Voiron era arrivata al limite, e quindi o bisognava ridimensionarla oppure, come è stato deciso, espanderla in una nuova struttura. Questa nuova distilleria è stata concepita nel pieno rispetto dell’ambiente e soprattutto progettata da anni. E’ infatti la prima volta che si è creata una nuova distilleria certosina previo progettazione, poichè in passato esse sono nate per necessità impellenti, basti pensare agli eventi violenti come la rivoluzione o la frana di Fourvoire nel 1935. Al centro del progetto, il desiderio di costruire edifici in grado di durare per i prossimi 200 anni. Pertanto, è stata prestata particolare attenzione all’integrazione del paesaggio e alla scelta dei materiali resistenti: legno, pietra, vetro. L’edificio che attualmente ospita la distilleria ricorda il fienile costruito dai monaci alla fine del 16 ° secolo.Il fatturato della diffusione della Chartreuse è di 17 milioni di euro. I liquori sono venduti al 50% in Francia, ed il 50% vengono esportati in tutto il mondo, vi lavorano settanta persone che collaborano con i due monaci certosini distillatori: il Procuratore Dom Benoit ed il Fratello Jean- Jeacques che vi ricordo sono gli unici depositari della ricetta del noto liquore. I laici sono al loro servizio per accompagnarli nei loro compiti.

Alla cerimonia inaugurale era presente anche il Padre Priore Generale Dom Dysmas de Lassus, il quale ha pronunciato un vibrante discorso che potrete leggere di seguito. Le immagini che ho inserito in questo articolo ci mostreranno i momenti salienti di questo evento.

Aiguenoire – 30 Agosto 2018 data ufficiale di apertura della distilleria Grande Chartreuse

Cari amici dell’Ordine e della Certosa,

Quando San Bruno è venuto nel deserto di Certosa, nel 1084, ha segnato la sua presenza nella regione in modo che alcuni vecchi documenti si riferiscono al 1084 anno con la formula: l’anno in cui l’eremita è venuto. Questo potrebbe sorprendere in quanto insediatosi con un pugno di compagni in fondo a una valle unica disponibile al momento, in realtà non c’era nessun rumore. Come poteva impressionare i suoi contemporanei? La stessa questione si pone per un fenomeno recente, il tutto inaspettato successo del film “Il grande silenzio”, un film che avrebbe dovuto spaventare il pubblico come è stato contro tutti i canoni del successo, ma è successo il contrario: molte sono state le testimonianze della qualità di attenzione nelle sale, rivelando che queste immagini hanno toccato qualcosa negli spettatori. Come spiegare questa strana consonanza? La risposta arriva probabilmente in tre parole: l’amore è eterno. Al cuore dell’uomo, nonostante la cultura dell’effimero, una speranza incancellabile esiste: un amore che non ha fine e nessun limite, un mondo in cui regnano la pace e la giustizia, la vita e il rispetto tutti … Al di là delle loro differenze, non tutti i sistemi politici sognano di realizzarlo?

Questo sogno impenitente, che nel contesto cristiano chiamiamo speranza, trova uno sperone in questo strano edificio sulla montagna e nella strana vita che lo conduce, apparentemente separato dal mondo di oggi. Apparentemente, perché è chiaro che esiste un collegamento, invisibile, profondo, attraverso canali completamente inusuali, ma difficili da negare. C’è una risonanza e quindi una connivenza tra la nostra vita e ciò che l’uomo ha in lui. Mi piace paragonare il monastero a una stazione di comunicazione su una montagna. Se è così alto, lontano dai soliti disturbi della vita, è meglio assicurarne la trasmissione. Paradossalmente, è comunicare che lei si separa. Apparentemente non fa nulla, non produce nulla, ma sappiamo che lei svolge una missione essenziale: trasmette. Lei non sa cosa sta trasmettendo e non ha la missione di saperlo. Funziona su una tecnica avanzata apparentemente fredda, ma ciò che trasmette è la voce, l’immagine, e quindi la vita, le emozioni, le preoccupazioni, le sofferenze e le gioie, tutto ciò che rende la vita di uomini perché ad entrambi i capi della comunicazione, c’è sempre un uomo o una donna. Nel nostro caso, è a Dio che trasmettiamo, che può sembrare più misterioso. Trasmettiamo la voce e la speranza del mondo a Colui che l’ha creata per amore e per amore. Manteniamo questa connessione, necessaria per la vita del mondo, perché questo mondo non può vivere senza una relazione con Lui che solo può portare alla sua realizzazione. Quindi è ovvio che per adempiere al suo ruolo, la stazione sulla montagna deve essere intima con il mondo e Dio. Il legame con il mondo non presenta difficoltà, perché il Monastero, soprattutto, sono uomini, che condividono con voi tutte le condizioni umane, con i suoi limiti, le sue miserie e le sue mediocrità. Faresti torto a credere che la vita qui sia un paradiso. È nella speranza, perché crediamo nella realizzazione, un giorno, in un mondo nuovo, di comunione in pace, ma questa speranza, il quotidiano, come dappertutto, arriva a metterlo seriamente alla prova. E come tutti gli uomini, dobbiamo vivere, ed è tutt’altro che facile quando abbiamo ereditato un enorme edificio e una grande famiglia di 28 membri, qui a La Grande Chartreuse, e in totale 95 in Francia. A volte è una vita di prova: con una valanga, otto incendi e due sfratti, sappiamo cosa vuol dire tempi duri. Dopo la Rivoluzione, in particolare, la vita alla Grande Certosa era vicina alla miseria. Ed è allora che dopo due secoli di sonno, la ricetta ricevuta nel 1605 dal maresciallo d’Estrées, si diffuse improvvisamente tra i liquori alla crema. Un’epopea stupefacente, un libro che verrà presto pubblicato cercherà di raccontare mantenendosi più vicino alla storia. 130 anni di quasi-sonno a Parigi, dove la produzione era così debole da lasciare solo tracce minuscole. 50 anni di ricerca prima della rivoluzione, con probabilmente 500, al massimo 1000 litri all’anno. Poi l’esplosione del 1850, con una produzione di picco di circa 3 milioni di bottiglie, il tutto senza pubblicità. Non era senza difficoltà: una sanzione negli alti luoghi, un’espulsione e una frana, tutto nello spazio di un secolo. Si può dire che i liquori chartreuse hanno partecipato alle vicissitudini delle vite dei monaci. La nuova distilleria che celebriamo l’inaugurazione, è già la settima. Gli auguro una lunga vita! Si è avvicinato alla sua culla perché la storia delle innumerevoli contraffazioni ha dimostrato che il liquore chartreuse può vivere solo in chartreuse. La sua nuova posizione dà tutta la sua forza all’immagine che ho preso pochi istanti fa: la stazione di comunicazione sulle necessità della montagna,operare, una centrale elettrica, ai piedi della montagna, che viene a dargli l’energia necessaria. La missione di questa pianta gli conferisce uno status speciale. L’obiettivo non è il primo a fare profitto. Deve, ovviamente, essere parte della sua missione ed è una condizione della sua sopravvivenza, ma come un mezzo piuttosto che un fine, o piuttosto un servizio. Senza la stazione, la stazione si ferma. Senza la stazione, la centrale perde il suo significato e rapidamente perderebbe anche la sua esistenza. Il suo funzionamento è diverso da quello della stazione, e Chartreuse Diffusion è una società autonoma che segue le normali regole della professione. La distilleria, ha un lato un po ‘ibrido: monaci e laici sono ovunque, e la modernità e la tradizione si fondono – si pensi agli alambicchi di rame riscaldati a vapore, che corrisponde alla ricetta 1605, accanto ai sistemi di controllo del computer che appartengono al 21 ° secolo. E poi le piante stanza lì, che ha mantenuto il suo lavoro segreto e un po ‘fuori dal tempo che è stato solo moderatamente influenzato dalla modernità: i fratelli continuano a gestire le borse e rendere le piante a mano per miscele. Ciò induce una relazione speciale tra la parte superiore e quella inferiore. E questo mi riporta al mio primo pensiero: Penso che alla fine ci sono molti che, in segreto o anche inconsapevolmente, sono felice per noi per compiere questa missione e silenzioso un piccolo segreto della montagna. Perché la speranza nella vita eterna non muore facilmente nel cuore dell’uomo. Quindi la bambina speranzosa può continuare a sognare, anche quando la ragione disapprova, e lei può continuare a pensare da qualche parte: e infine, se fosse vero comunque? Se fosse vero che questa vita porterà un giorno a un mondo migliore, un mondo che è stato cantato dall’autore dell’Apocalisse: Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il primo cielo e la prima terra se n’erano andati E questa nuova creazione, la paragono a un matrimonio. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e la morte non sarà, e non ci sarà più nessun lutto, nessun grido, nessun dolore, perché le prime cose sono sparite. E credo che da qualche parte nell’uomo, la nostra esistenza aiuti a mantenere in vita ciò che sembra a molti un sogno. E i liquori chartreuse soddisfano anche questa missione imprevista, per ricordare questo sogno. I venditori di Chartreuse potrebbero, credo, testimoniare che molti consumatori non vedono solo Chartreuse come liquore, ma trovano anche un riflesso lontano del resort sulla montagna. Ed è per questo che riprendo la mia domanda: se i pazzi sulla montagna non fossero così pazzi? Se finalmente, finalmente, era vero comunque …

Video 1

Video 2

 

Deus absconditus?

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Ancora un estratto del libro del cardinale R. Sarah, “La Forza del silenzio”.

Alla domanda di Nicholas Diat così formulata: Il Dio cristiano è un Dio Occulto, Questo è uno dei grandi misteri del modo in cui la Provvidenza governa il mondo. Nonostante, questo “Deus absconditus” (Dio nascosto) e uno degli aspetti della vita in questa terra che impedisce credere, seguirà la risposta di Dom Dysmas de Lassus.

 

A tal proposito conviene citare la frase di San Paolo: ” L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio”. (Rm 8,19) Anche se ignoriamo quello che siamo, e quello che saremo.

Nel cammino quotidiano del mondo, il silenzio di Dio è un fenomeno emozionante. Come si può comprendere il senso di questa assenza? Senza dubbio, è più facile comprenderlo nella nostra vita personale.

L’uomo in quanto creatura, è segnato da un egocentrismo ontologico. Solo il bambino appena nato ha coscienza di se stesso. Inizialmente percepisce la madre come una estensione del proprio corpo. Tutti, quando abbiamo iniziato siamo stati solipsisti!

Progressivamente, delusione dopo delusione, il bambino finisce con il comprendere che sua madre è un altra persona. Diverse fasi ed il trascorrere degli anni finiranno per guidarlo prima ad un amore interessato e ben integrato.

Parallelamente, nell’ ordine della vita spirituale abbiamo una lunga strada da percorrere. Bisogna passare dall’egocentrismo assoluto all’amore oblativo, totalmente decentralizzato da uno solo, a somiglianza dell’immenso amore di Dio. Questo è lil tragitto della creatura più piccola fino all’infinito del Cielo… Una evoluzione simile richiederebbe anche molto tempo. Però è come se Dio avesse fretta. Per questo, non dovremmo sorprenderci che questa rotta accellerata sia qualcosa di grezzo.

La vita è molto breve ed il viaggio considerevole!

Visto dall’eternità. La nostra vita è solo un istante. Questo non impedisce la sensazione che il tempo si allunga, soprattutto quando si soffre. Non perdiamo di vista questa differenza, che ci aiuterà a comprendere. Quando siamo al fianco di Dio, il nostro sguardo sarà lo stesso che il suo. Così lo spiega Gesù: La donna, quando partorisce, è triste perchè è giunto il momento. Ma una volta che ha dato alla luce il suo bambino, non ricorda più la sofferenza, per la gioia di aver dato alla luce una nuova vita. (Gv 16, 21)

In questo mondo noi abbiamo un opportunità unica di amare Dio, anche quando sfugge ai nostri occhi ed alle nostre orecchie.

La fede non si manifesta nella luce, perchè il bagliore si manifesta nell’eternità.

Ma viene il tempo in cui Egli si rivela pienamente, la nostra allegria sarà eterna per averlo amato senza vederlo. Gesù disse ai suoi discepoli: “Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove;e io preparo per voi un regno, come il Padre l’ha preparato per me,perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno e siederete in trono a giudicare le dodici tribù di Israele”. (Lc 22, 28-30) E in quanto a se stesso: “Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?» (Lc,24-26) Lo stesso occorre con gli uomini invitati a prendere la sua Croce.

Questa croce può essere pesante e terribile, ma San Paolo ci ricorda che ” fedele è Dio che non permetterà che siate tentati al di là delle vostre forze”(1Co 10,13)

Siamo umili quando parliamo della sofferenza aliena. Solo chi ha sofferto veramente a diritto di parlare. In “Le heurtoir”. Paul Claudel scrisse: “Dio non è venuto per evitarci le sofferenze e nemmeno a spiegarcelo. E’ venuto a riempirlo della Sua presenza.” Vorrei aggiungere: è venuto per condividerlo e questo mistero registrato nel corpo resuscitato di Gesù, mai smetterà di essere una fonte di allegria e stupore. Come dice il salmo 116: Come potrò ricambiare al Signore per tutto il bene che mi ha dato ?

 

 

Una spirale di silenzio

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Ancora uno splendido pezzo di Dom Dysmas de Lassus, tratto dal libro del cardinale Robert Sarah “La forza del silenzio – Contro la dittatura del rumore”.

I monasteri, e le certose in particolare sono strade di accesso silenziose e privilegiate per giungere a Dio. Si può dunque parlare di una spirale di silenzio?

Dom Dysmas de Lassus: L’uomo può percepire queste spirali in ogni relazione amorosa che si va consolidando. Inizialmente trionfa la parola, c’è molto da scoprire nell’altro. Con il tempo conquista terreno la presenza silenziosa. E’ sufficiente stare uniti, gli sguardi uniti valgono più delle parole. Nella relazione con Dio troviamo questo medesimo processo: come tutte le relazioni possiede la sua storia ed il suo sviluppo. Nel testo che ho già citato, Isacco di Ninive lo esprime così: “Poco a poco qualcosa ci attrae ad un silenzio maggiore”, ciò implica una nuova forma di relazione. Accade lo stesso con un libro: per scoprire la pagina seguente, devi tornare indietro, devi nascondere e, in nessun modo, abbandonare la precedente.

Con Dio questo movimento non ha fine, perchè Egli è l’infinito.

Poco a poco, l’intimità divina che ci colmava inizia a cedere terreno alla insoddisfazione: ascoltiamo come una chiamata ad allontanarci, pur ignorando in quale direzione. E’ come se il signore non andasse all’appuntamento, o per essere più precisi , siamo noi che non andiamo all’appuntamento: noi siamo rimasti nello stesso punto, mentre Dio è avanzato. In questo preciso momento, dobbiamo abbandonare qualcosa per cercare di cogliere i segnali che Egli ci offre, a simiglianza del bambino che si perde nel bosco che ascolta in assoluto silenzio per poter percepire una voce che gli indichi la strada da prendere. In un delizioso testo sulla preghiera del cuore, Dom Andrè Poisson racconta come, prima di entrare nella certosa, aveva incontrato ” una piccola fonte che creava tra il mio cuore e Dio un vincolo infinitamente profondo e reale”. Un bel giorno, molto tempo dopo, lo assalirono i dubbi e se quella piccola fonte a cui ho dato conto non era Dio, giacchè solo di Egli aveva sete. Dom Andrè comprese che doveva abbandonare quella fonte che tanto apprezzava per trovare il mezzo, l’attitudine del cuore che mi permetterà di aprire la porta direttamente a Colui che da tanto tempo stava chiamando a sè invano, perchè nella mia preghiera centravo essenzialmente in me stesso”. La piccola fonte di Dom Andrè era senza dubbio qualcosa di buono e prezioso, ma solo temporaneamente: non doveva rimanere in egli. Così’ come un viaggiatore che scopre uno splendido paesaggio, e si ferma per godere di esso lentamente: ma ciononostante, arriva il momento in cui bisogna riprendere il cammino, in attesa di incontrare nove sorprese ancora più belle. Questa è la ragione delle alternanze che si presentano come una spirale. Per scoprire una nuova relazione, un nuovo linguaggio, il quale ci risulta conosciuto dobbiamo tacere. C’è bisogno di molto silenzioe molta attenzione per scoprire una nuova musica alla quale non siamo abituati. Il maggiore ostacolo di solito vive nella nostra tendenza di rimanere fermi in un sistema che funziona. Al nostro cuore, abituato ad una determinata relazione con Dio, risulta riluttante al cambiamento per creare una nuova relazione; il Signore, tuttavia, è desideroso di andare avanti. Si va avanti per obbligarci a riprendere la marcia.

Il silenzio…un cammino privilegiato.

copertina italiano

Ritorna in questo articolo odierno un estratto del libro del cardinale R. Sarah.

Alla domanda di Nicholas Diat così formulata: “Come imparano i monaci certosini a domare il silenzio, a superare il frastuono di fronte ad un silenzio che si fa impossibile e, in definitiva, a non averne paura?” seguirà la risposta di Dom Dysmas de Lassus, estratta dal libro “La forza del silenzio”.

Dom Dysmas de Lassus: Cominciando dall’ultima parte della sua domanda, io direi che chi teme il silenzio non rimarrà molto tempo con noi. L’inquietudine non nasce dal silenzio in sè, se non da quello che rivela. Chi si ritira in certosa per incontrarsi con Dio, si incontra con qualcuno di inaspettato: egli stesso. La sorpresa non è molto gradita.

Supponiamo che la propria stanza è alquanto oscura e che egli non è particolarmente appassionato all’ordine ed alla pulizia. Poichè si vede poco, la cosa non risulta troppo molesta. Improvvisamente un ospite ha la nefasta idea di accendere un fuoco molto vigoroso. Allora lo spettacolo che si vede risulta alquanto vergognoso…Quando un aspirante viene in ritiro, vengono alla luce molti ricordi. Erano da molto tempo dentro di se stessi, coperti dai rumori della vita. Quando si fermano questi movimenti, non si può scappare dai propri ricordi; e si comprende che il silenzio e la solitudine della cella, che potevano sembrare uno spazio di riposo, sono anche uno spazio di prova, laddove dover confrontarsi con il combattimento più difficile: la battaglia contro se stessi.

Si tratta di domare la casa delle bestie che abitano in noi se vogliamo che queste finiscano con il lasciarci qualche giorno in silenzio. Il silenzio esterno, quello della propria casa e delle labbra, fa parte del percorso. Si trova sancito nei nostri Statuti. La sola esperienza silenziosa suona una corda invisibile dentro di noi. Il fatto di stare in silenzio insieme contiene una dimensione molto ricca, l’espressione sensibile che tutti vogliamo preservare il dialogo con Dio. Devi rispettare il silenzio dell’altro. L’apprendimento di questo aspetto esteriore si effettua con il tempo. Apprendiamo a conferire significato al silenzio.

Senza dubbio, il più difficile è il silenzio interiore. I grandi rumori dell’anima possono scoppiare nella cella, nella orazione. I giochi mentali, i pensieri e le emozioni compaiono allegramente per distrarci dallla nostra orazione: il significato etimologico della parola allude ad un rumore che ci divide e ci separa. Quali sono queste distrazioni? Se le osserviamo da vicino ci accorgiamo che è sempre un dialogo immaginario. Parliamo con altre persone della tal cosa o di altro…

Il silenzio delle labbra esige la volontà; prestare una attenzione interna, nel silenzio, a ciò che abita in noi, richiede un grande sforzo, una vera domesticazione, per riprendere l’espressione che lei ha utilizzato nella domanda.

L’apprendimento del silenzio esige il permanere in presenza del Signore. Non consiste nel lottare contro i nostri pensieri interiori, ma nel tornare incessantemente a Dio. Le distrazioni sono temibili, perchè non le vediamo arrivare, e prima che ce ne rendiamo conto ci hanno trascinato con esse. Il movimento di ritorno a Dio in quanto constatiamo che ci siamo allontanati rivela che la nostra intenzione, di stare con Lui, non è cambiata.Vi è una componente nello sforzo che si ripete nel lasciarsi attrarre. Ma ciò che è essenziale è il Signore.

Noi lavoriamo una parte del giardino, ma i bocciuoli li da Dio.

Le parole di Isacco di Ninive sono molto eloquenti: ” Dio ha condotto il suo servo nel deserto per parlare al suo cuore; ma solo quando egli rimane all’ascolto nel silenzio percepirà il soffio della lieve brezza nella quale si manifesterà il Signore. Inizialmente bisogna sforzarsi per restare in silenzio; ma se siamo fedeli, dal nostro silenzio nasce qualcosa che poco a poco ci attrae verso un silenzio maggiore” Sappiamo che questo qualcosa, che non saprei definire, è Qualcuno che ci trascina ogni volta più vicino al suo mistero.

Quando il monaco si raccoglie nella profondità della solitudine, e il suo desiderio di stare con Dio è sufficientemente intenso, il silenzio si converte realmente in un cammino privilegiato.

Il silenzio di Dio è in noi?

Forza silenzio 6

A questa domanda risponde Dom Dysmas de Lassus, nel libro del cardinale Robert Sarah “La forza del silenzio – Contro la dittatura del rumore”.

Si, per sempre, perchè stiamo parlando di un silenzio di comunione. Io unirei queste due dimensioni complementarie: Dio in noi e noi in Dio giacchè Gesù dice: “Voi siete in me ed io in voi” (Gv 14, 20). “Padre tu sei in me ed io in te” (Gv 17,21). Sono due facce della stessa realtà. Possiamo essere più sensibili ad una che ad un’altra, ma credo che non si possa separere del tutto.

Nel battesimo la Trinità viene a fare di noi la sua dimora. Secondo san Paolo, siamo templi dello Spirito Santo. Lo stesso battesimo ci fa figli di Dio. Ah se solo fossimo capaci di intendere realmente queste semplici parole! Un mistero insondabile che nasce nella sublime semplicità del sacramento; l’acqua e la parola per significare una realtà inimmaginabile. Ricordo le parole di un poeta bizantino in riferimento alla teofania del Sinai: ” Tuono, fulmine, tremore della terra. Ma, quando scendesti al seno di una Vergine, il tuo passo non fece nessun rumore”. Se la entrata di Dio in noi avviene in silenzio, è logico che la comunione con Lui è contrassegnata dallo stesso timbro.

I nostri Statuti citano Basilio di Ancira: ” Sia, quindi, l’anima del monaco, in solitudine, come un lago tranquillo le cui acque, germogliando dalla purissima fonte dello spirito, e non turbati da rumore alcuno introdotto dall’esterno, come un nitido specchio riproducono la sola immagine di Cristo”

Dio in noi! Quale perplessità ci può lasciare questa espressione! E, tuttavia, è una realtà: ” Se qualcuno mi ama – dice Gesù – ascolterà la mia parola, e mio Padre le amerà, e verremo in lui e faremo dimora in lui” (Gv 14, 23). Questa verità della fede ci apre hic et nunc alla intimità più profonda con Dio. E’ il faro della nostra vita. Sono pienamente convinto che, se i cristiani fossero più coscienti di questa realtà, la propria vita si vedrebbe trasformata, e con essa anche il mondo.

Un silenzio vivo, eloquente, abitato. Un’attesa tremante con la speranza riposta nel giorno del grande incontro, faccia a faccia.

Se è fondamentale vivere in intimità con Dio e nella sua straordinaria semplicità – nella sua familiarità con noi, direbbe – , lo è anche il comprendere il senso della trascendenza, questa immensità che ci supera e ci reclama in uno stesso movimento. Solo questo equilibrio può fornirci di tutta la sua profondità nella relazione con Dio, perchè la meraviglia ineffabile della intimità divinanasce esattamente da questa trascendenza. Come può l’infinito non solo salire al nostro incontro, impegnandosi in una relazione intima con il finito, sua creatura?

Mi sembra molto importante guardare l’equilibrio tra la vicinanza e la trascendenza di Dio. Nelle sue Confession, sant’Agostino impiega una celebre frase per spiegare questo tema: Intimior intimo meo et superior summo meo. Appoggiarsi ad una escludendo l’altra può condurre ad una infermità spirituale: da una parte, ad una eccessiva familiarità con un Dio troppo fatto ai nostri bisogni e che non è realmente Dio; dall’altra ad una distanza perturbatrice, quasi giansenista.

Il mistero non è altro che la relazione divina che ci viene offerta. Se potessimo comprenderlo! Se potessimo viverlo meglio! Nulla sarebbe capace di renderci inquieti. Le difficoltà della nostra vita non cambierebbero, ma non potranno danneggiare il nucleo della nostra vita.

Dice san Paolo “Colui che non perdonò il suo proprio figlio, ma lo ha donato a tutti noi, come non ci darà tutte le cose?2 ( Rm 8, 32)

Se so di aver ricevuto tutto, niente può mancarmi. Stiamo parlando del silenzio: la profonda pace dell’anima che conosce se stessa ed ama più dei propri sogni, la calma inalterabile che abita in essa.

Non è questo il silenzio interiore?