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La vita interiore di F. Pollien Libro secondo

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

LIBRO SECONDO

GLI ESERCIZI DI PIETA’

435. Compresa in tutta la sua grandezza, la pietà è l’unità totale della mia vita. Queste parole racchiudono in se stesse la duplice idea di unità e di vita, che finora fu l’oggetto delle mie considerazioni. Secondo quanto accennai nell’Introduzione (n. 15), non mi preoccupai, nella prima Parte, di considerare successivamente le diverse disposizioni o abitudini che concorrono alla costruzione del mio essere spirituale. Non ho trattato alcuna virtù in particolare, né nella sua sostanza, né nella sua pratica. Così, nella seconda Parte, non ho studiato, nei suoi particolari, alcuna regola della mia azione, né alcuna operazione di Dio. Il mio scopo qui, non è di analizzare le parti, ma di considerare il tutto nella sua unità e nella sua vita. Perciò, contemplando il fine, i miei sguardi si sono concentrati unicamente ed esclusivamente sulla disposizione che è l’unità e la vita di tutte le disposizioni. Considerando la via, non ho visto che l’economia generale delle leggi e delle operazioni di Dio. Chi potrà forse pensare che io, concentrando il mio sguardo su tutto, abbia negato le parti che non ho voluto considerare? L’occhio dell’uomo non è universale; esso non vede bene, che fissandosi; e non si fissa che su un oggetto determinato.

Anche qui considererò gli esercizi di pietà, non nei loro particolari, ma unicamente secondo l’economia del piano seguito finora. Li vedrò nel loro insieme e nel loro nesso; non parlerò del tale o tal altro esercizio, se non secondo le necessità dell’unità e della vita. L’unità e la vita sono precisamente l’oggetto di questo secondo libro. Si vorrà forse dire che la considerazione dell’insieme, sia la negazione dei metodi e dei consigli particolari, che si riscontrano così utili e mirabili in tanti eccellenti libri spirituali? Da quando in qua, l’affermazione del tutto è la negazione delle parti? Lo dico e lo ripeto: i metodi e le pratiche approvate dalla santa Chiesa sono venerabili e nessuna può essere, per sé, incompatibile con l’unità e la vita, qui affermate. Le indicazioni generali, che voglio ora meditare, serviranno a farmi usare opportunamente sapienti pratiche, giusti metodi e buoni consigli che assicureranno la loro efficacia.

Questo secondo libro indicherà brevemente lo scopo e la scelta degli esercizi, i maggiori difetti che si oppongono alla vita, quelli che sono più contrari all’unità e, finalmente, insisterà sul mezzo di unità vitale.

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La vita interiore di F. Pollien cap.VIII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO VIII

L’UMILTA’

Sua grandezza

431. Tutto e nulla. – 432. La vera grandezza. – 433. L’umiltà dei santi. – 434. Nudità e liberazione.

431. Tutto e nulla. – E’ così che si perfeziona questa grande virtù, sulla quale tutto riposa e dalla quale tutto ha inizio. Nulla per me, nulla secondo me, nulla da me; tutto per Dio, tutto secondo Dio, tutto da Dio. A misura che esco da me stesso, Dio entra in me e mi trasforma in lui. A misura che mi spoglio di me stesso, mi rivesto di Dio. A misura che egli diventa per me tutto in tutte le cose, io divento nulla in tutte le cose. La mia umiltà aumenta col crescere dei doni di Dio. Io scompaio per far posto a Dio; bisogna che egli cresca ed io diminuisca (cf. Gv 3, 30), fino al giorno in cui l’umiltà e lo spogliamento siano perfetti, e nulla di me stesso sia in me, ma tutto di Dio e per Dio. Solo allora sarò consumato con lui in quella felice unità che Gesù Cristo, nella sua preghiera, ha domandato per me al Padre suo (cf. Gv 17, 23), e che è il sommo coronamento dell’umiltà e lo scopo supremo di ogni vita umana.

432. La vera grandezza. – Com’è vero che l’umiltà è la mia sola grandezza, mentre l’orgoglio è la mia sola piccolezza! L’umiltà trasferisce tutto l’uomo in Dio. Non è forse meglio dire: tutto Dio nell’uomo? Essa dilata le mie capacità e mi rende suscettibile dei doni divini. Che dico? di Dio stesso. Essa mi fa partecipe della natura divina (cf. 2Pt 1, 4), come ha fatto Dio partecipe della natura umana: exinanivit semetipsum (Fil 2, 7).

L’orgoglio deprime l’uomo, lo isola in se stesso, chiude il suo spirito a ciò che non è lui e allontana i doni che potrebbero ingrandirlo. È pur tanto vera quella sentenza del Salvatore: « Chiunque si esalta sarà umiliato » (Lc 14,11).

 

433. L’umiltà dei santi. – Chi non comprende la santità, si domanda come mai possa essere umile il santo, così ricco dei doni di Dio, così risplendente di gemme divine. La verità è che lui solo può essere perfettamente umile, e che Maria, la più grande ed incomparabile creatura, è stata la più umile. Che cos’è infatti l’orgoglio se non l’abitudine di vivere da sé e per sé? E che cosa è l’umiltà se non l’abitudine di vivere da Dio e per Dio? L’orgoglio pretende tutto da sé e tutto riferisce a sé; l’umiltà riceve tutto da Dio e riferisce tutto a Dio. Per conseguenza, più essa riceve e più è grande, perché può riferire maggiormente a Dio. Io ho pochi doni di Dio perché, ripiegato e isolato dall’orgoglio, non so né chiedere, né ricevere. Inoltre, il poco che ho, non so riferirlo a Dio, ma una larga parte la riferisco alla mia soddisfazione; ed è in questo che io sono maggiormente orgoglioso.

È proprio della santità ricevere tutto in Dio, nulla in se stesso, e tutto riferirgli senza nulla serbare per sé. Chi più riceve riferisce di più a Dio; ecco perché il più gran santo è necessariamente il più umile degli uomini. Non ha nulla da sé e nulla per sé; tutto ciò che ha è da Dio e per Dio. Egli non nega nessun dono di Dio, non ne misconosce alcuno; sa ciò che ha ricevuto, conosce la grandezza dei tesori che sono in lui; ma sa pure che essi non sono per il suo godimento egoista e teme di distoglierne anche uno solo dal suo fine.

434. Nudità e liberazione. – L’umiltà, infine, compie lo spogliamento totale dello spirito, liberandolo da ogni benché minimo ripiegamento su se stesso. Essa spegne le luci egoiste e non permette più che, dall’interno dell’uomo, nascano idee o giudizi che siano da lui o per lui.

Quando i sensi si sono svincolati dagli ostacoli della materia, mediante la mortificazione; quando il cuore si è liberato dall’attaccamento alle creature mediante l’abnegazione; quando la mente si è liberata dai suoi modi particolari di vedere mediante l’umiltà, allora la vita, alleggerita da tante pesantezze, libera da tante oppressioni, alleviata da tanti incubi, ha infine infranto la triplice cinta della sua prigione.

Essa è perciò libera; e questo è già un beneficio immenso; ma è spoglia; e questo è un aspro tormento. « In realtà, dice san Paolo, quanti siamo in questo corpo, sospiriamo come sotto un peso, non volendo venire spogliati ma sopravvestiti, perché ciò che è mortale venga assorbito dalla vita » (2Cor 5, 4). Ecco perché le pratiche di penitenza, che ci spogliano dell’uomo vecchio, non possono andare disgiunte dalle pratiche spirituali, che ci rivestono dell’uomo nuovo; di esse dobbiamo trattare.

La vita interiore di F. Pollien cap.VII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO VII

L’UMILTA’

Sua pratica

427. Niente da me. – 428. Tutto da Dio. – 429. Niente per me. – 430. Tutto per Dio.

427. Niente da me. – Le pratiche di umiltà liberano la mente; quelle di abnegazione liberano il cuore, e quelle di mortificazione liberano i sensi. La mia mente è fatta per vedere Dio; io invece vedo sempre me stesso. L’umiltà corregge la sua vista. Prima di tutto mi dice che non ho nulla da me; non dice che non ho nulla, ma che non ho nulla da me. Io non esisto da me stesso, e niente di ciò che ho viene da me. Né l’esistenza né alcuno dei suoi doni sono in me per merito mio. Da me ho il nulla, il peccato, la tendenza al male, la debolezza, l’imperfezione, tutte le miserie delle quali porto i segni.

L’umiltà, che è verità, mi fa vedere e riconoscere il mio nulla. Essa non batte ciglio di fronte alle lezioni del suo niente, date all’uomo in tante circostanze e sotto vari aspetti. Riconoscere le proprie colpe ed i propri errori, non ostinarsi nelle vedute personali, riconoscere le proprie imperfezioni e mancanze, accettare le umiliazioni interne ed esterne, concludere di preferenza contro se stessi ed in favore degli altri ecc., ecco quanto suggerisce l’umiltà.

L’orgoglio non ama riconoscere i propri difetti, s’indispettisce delle sue colpe, cerca ragioni contro ogni ragione, per persuadersi che agisce bene. L’orgoglio m’induce a mentire a me stesso e ad amare anche gli altri, che mentono, facendomi complimenti.

L’umiltà è sincera, di quella sincerità inflessibile, che non ama la menzogna e che non vuole mai mentire né a sé né agli altri né a Dio; ha in orrore le scuse e i sotterfugi, i pretesti e le ragioni colorate, l’ipocrisia e la menzogna. Per essa ciò che è, è; ciò che non è, non è (cf. Mt 5, 37); vuole vedere le cose come sono e le guarda con occhio freddo, netto, imparziale. Non mira che alla verità; il suo unico bisogno è di conoscerla anche quando non piace.

428. Tutto da Dio. – La vera umiltà non misconosce, non nega, non diminuisce nessun dono di Dio. Conosce troppo bene la responsabilità dei talenti ricevuti; riconosce i doni naturali e soprannaturali; sa donde vengono; e allorché questi doni, da essa riconosciuti e utilizzati, danno i loro frutti, li attribuisce all’Autore di ogni dono. Sa benissimo di non possedere nulla che non abbia ricevuto, e si guarda dal gloriarsene, come se non l’avesse ricevuto (cf. 1Cor 4, 7). L’umiltà che spinge ad ignorare o a negare i doni divini è un’indegna infingardaggine, che conduce a sep­pellire il talento ricevuto: umiltà che soffoca e addormenta, capace solo di atrofizzare le facoltà, appesantire l’anima, indebolire il movimento, diminuire la vita.

Naturalmente, il dono ch’io ignoro non è utilizzato; non vedendolo, non posso conoscere la responsabilità che lo accompagna. Ignoro il vantaggio che mi reca, e i doveri che m’impone. Il seme santo non è perciò coltivato e non fruttifica. Bisogna dunque riconoscere il dono di Dio. Se lo conoscessi!

Riconoscere il dono di Dio non vuol dire esporlo in pubblico. Vi sono opere che debbono far risplendere la nostra luce davanti agli uomini, affinché il nostro Padre celeste ne sia glorificato (cf. Mt 5, 16); queste non possono essere occultate. Ma ve ne sono altre, come la preghiera, il digiuno, l’elemosina, che il Maestro dal cuore mite ed umile raccomanda di fare, per quanto è possibile, nel segreto, sotto lo sguardo di Dio (cf. Mt 6, 1-18).

L’umiltà sa operare con semplicità, in pubblico, ciò che deve apparire, ed in segreto ciò che deve restare nascosto, non cercando che di agire unicamente sotto lo sguardo di Dio. La sincerità le fa riconoscere il nulla dell’uomo, come pure i doni di Dio.

429. Niente per me. – L’umiltà, che sa utilizzare i talenti ricevuti, non si limita mai alla gioia egoista e interessata. È forse a me che debbo attribuire l’ammirazione, la stima, la lode altrui? No, dice l’umiltà. È forse verso di me che debbo far convergere i piaceri e i servizi delle creature a me soggette? No, dice l’umiltà. È in me che debbo arrestare il mio sguardo, le mie cognizioni per godere di me stesso in me? No, dice ancora l’umiltà, no. Nulla deve arrestarsi a me, al mio interesse egoista, alla mia soddisfazione. L’orgoglio non sa vedere che il suo interesse dappertutto. L’umiltà vede l’interesse di Dio al disopra di tutto, l’interesse del prossimo più del suo ed il suo interesse in quello di Dio. Essa non vuole onori, che nella misura dell’onore di Dio; quanto al resto, preferisce le avversità e le privazioni. Ogni veduta che termina nell’uomo, le sembra corta e bassa, meschina e spregevole; non le piace quella posizione curva dell’anima che si ripiega su se stessa; essa ha bisogno di elevazione.

430. Tutto per Dio. – L’umiltà è la grande scienza dell’oblio di sé, ed è anche l’alta preparazione alla visione di Dio. A misura che vedo meno me stesso, divento più atto a veder Dio. Il mio sguardo, meno oscurato dalla nebbia dell’interesse personale, si apre puro alla luce celeste. Così illuminato, riferisco me stesso e tutte le cose a Dio; vedo il fine, la via e i mezzi; cammino ed arrivo. Le pratiche di umiltà sono i veri strumenti che liberano l’occhio dalle sue falsità e lo preparano alla visione della verità, elemento superiore della pietà.

La vita interiore di F. Pollien cap.VI

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO VI

L’ABNEGAZIONE

Sua pratica

423. Il dovere. – 424. La regola. – 425. Il regolamento personale. – 426. Il distacco.

423. Il dovere. – La vera prudente abnegazione si forma, in pratica, nella fedeltà al dovere. Esso impone o suggerisce, nella giusta misura, le rinunzie e i distacchi necessari o utili. È nel limite del dovere, che debbo saper sacrificare la mia indipendenza e i miei affetti. Ad esso bisogna piegarsi, assoggettarsi, sottomettere la propria persona, il tempo e le proprie risorse. Esso esige l’oblio degli agi, la vittoria sui capricci, sui gusti e sui disgusti, il sacrificio delle preferenze o ripugnanze. Quale scuola di rinuncia è la santa e nobile schiavitù del dovere! Sarò l’uomo del mio dovere, amato in quanto tale, abbracciato come volontà di Dio, coi suoi obblighi e coercizioni, con le sue noie e le sue pene, coi suoi pesi e i suoi inconvenienti. Ecco una risoluzione che servirà specialmente a reprimere le deviazioni del cuore.

424. La regola. – Per dominare ancor più praticamente le recriminazioni della natura, i lamenti della viltà, le incostanze dell’umore, non vi è nulla di più utile che una regola. Il religioso ne ha una le cui minute prescrizioni legano e assoggettano la sua volontà alle generosità del dovere. Garantita dal voto di obbedienza, la regola doma bene gli sviamenti della volontà che si assoggetta ad essa. Qual sicurezza e pienezza di abnegazione, per il religioso che acconsente a lasciarsi condurre!

Il sacerdote ha pure le sue regole, meno strette, senza dubbio, di quelle del religioso, ma quanto mai pregne, secondo l’espressione di san Francesco di Sales, purché vi si voglia davvero conformare. Quanta abnegazione occorre per applicarsi a studiarle e ad osservarle!

Le regole e i regolamenti del dovere professionale, soprattutto in certe carriere, impongono ai laici considerevoli rinunce. L’uomo, che con larghezza e lealtà convenienti piega cristianamente la sua volontà a queste esigenze, si formerà ad un’abnegazione che può arrivare all’eroismo. Quanti bei caratteri si formano mediante questa fedeltà coscienziosa! Lo studente, il professore, il militare e tanti altri sono sottoposti a rigori spesso molesti. Felici coloro, che, invece di soffocare nel malcontento, sanno subirli con l’energia spontanea di una volontà generosa! Come nobilita, la spontaneità! E come opprime, la coercizione!

425. Il regolamento personale. – Molte anime provano il bisogno di completare le regole del loro stato mediante un regolamento del tutto personale, più conforme ai loro bisogni. E’ un mezzo assai raccomandato e veramente lodevole, purché il vestito sia ben proporzionato alle membra per cui è fatto. Un fanciullino non può indossare l’abito di suo padre, né l’operaio che va al lavoro si ricopre come l’ammalato che batte i denti per la febbre. Ciò dimostra come un regolamento personale debba essere sobrio, giusto, pratico, adatto alla situazione interna ed esterna. Stabilito con queste condizioni, ed approvato dal direttore spirituale, esso è un potente strumento di abnegazione e, per conseguenza, di libertà di spirito.

426. Il distacco. – Vedrò come si combatte la falsa indipendenza dell’amor proprio. Come si distruggono i falsi affetti? Tre sorte di legami appesantiscono il cuore: l’attaccamento alle cose, alle persone, a se stessi.

L’affetto disordinato alle cose è spezzato dal voto di povertà, per il religioso; per gli altri, mediante l’elemosina e la pratica di ciò che san Paolo consiglia: « Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo! » (1Cor 7, 29-31).

L’affetto sregolato alle persone è corretto, dal religioso e dal sacerdote, con la rottura più o meno completa dei vincoli familiari, giacché l’altezza della loro vocazione li chiama ad una libertà più perfetta. Per le persone che Dio chiama a vivere nell’ambiente familiare, gli esercizi di abnegazione non mancano affatto. Vicendevole sopportamento; abitudine a dimenticare se stessi per pensare agli altri; scegliere per sé il più penoso e noioso, per lasciare agli altri il facile ed il gradevole; attenzione a non lagnarsi e a non dare occasione a lagnanze; pazienza, gioia, bontà, uguaglianza di umore in ogni circostanza; compassione per le miserie, indulgenza per le colpe, perdono per le offese, ecc. Quale scuola di abnegazione e quale purificazione per gli affetti!

Infine, per distruggere l’attaccamento a se stessi, i rovesci e le miserie, le contrarietà e le avversità scuotono sovente il cuore, sicché colui che vuole dominare gli entusiasmi e gli scoraggiamenti ne ha frequenti occasioni. Se si fosse molto attenti a trarre profitto da questa economia divina!

La vita interiore di F. Pollien cap.V

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO V

L’ABNEGAZIONE

Suo compito

419. Necessità. – 420. Il male da rimuovere. – 421. La misura da osservare. – 422. Il bene da procurare.

419. Necessità. – Il cuore ha, ad un tempo, la potenza di affetto, mediante la quale tende a stabilirsi e a riposarsi nel suo fine, e la potenza di determinazione, per cui si muove verso il luogo del suo riposo che è Dio, scopo dei suoi affetti, al quale deve sommamente e unicamente aderire mediante la carità (n. 86). La via delle sue determinazioni è nella volontà di Dio, di cui esse debbono, in continua sottomissione e conformità, seguire le regole stabili e l’azione mobile. La corrispondenza tra l’uomo e Dio deve diventare talmente intima da esservi fra loro unità di azione (n. 359). È questo l’ideale assoluto della via e del fine.

Il suo male, lo so pure, è l’amore proprio, il quale fa sì che la sua potenza di affetto si arresti e aderisca al creato, e che la sua potenza di determinazione non concordi con l’azione divina, sviandosi nell’indipendenza della sua agitazione e della sua inerzia. Né il movimento della sua vita, né il riposo del suo fine sono pienamente in Dio: ecco il suo male.

Giacché la pienezza del suo movimento e del suo riposo dev’essere in Dio, il cuore ha bisogno di pratiche le quali lo ritraggano dal male e lo riconducano al bene. Quali sono queste pratiche? Sono le pratiche di abnegazione.

420. Il male da rimuovere. – Qual è dunque il compito preciso delle pratiche di abnegazione? Rimuovere il male dal mio cuore e promuovere il bene. Allontanare il male è il compito primo, diretto. Per conseguenza: combattere, diminuire, distruggere le adesioni al creato; perseguitare, cancellare, annientare gli sviamenti causati dall’indipendenza, dai capricci dell’agitazione e dall’incuranza dell’inedia; in una parola, soffocar l’amor proprio, è ciò a cui debbono mirare i loro colpi. Là debbono dirigersi e non altrove. Non è loro permesso né indebolire né ledere né impacciare l’energia delle mie potenze affettive; al contrario, debbono liberarla dalle falsità nelle quali si consuma e si esaurisce la sua forza. Quanta energia si consuma nell’agitazione o s’intorpidisce nell’inazione! I falsi affetti, come fanno degenerare i migliori istinti del cuore! che felice liberazione è quella che mi svincola da tutte queste cause di debolezza e d’impotenza!

421. La misura da osservare. – Anche qui bisogna usare discrezione. E’ più facile reprimere imprudentemente il movimento, che dirigerlo. Accade facilmente che si atrofizzi la potenza affettiva col pretesto del distacco.

Certi procedimenti di sorveglianza sospettosa o di costringimento brutale, insegnano benissimo, coi loro risultati spiacevoli, come su questo terreno si cammini per una falsa strada. Reprimere non basta, perché ogni repressione è ben lungi dall’essere vitale. Vi sono repressioni che sostengono e sono buone; ve ne sono altre che soffocano e non valgono nulla.

Il distaccare non è tutto. Spezzare i legami che avvinghiano, è bene; ma spezzare i legami vitali è un funestissimo errore. Il chirurgo, che maneggia il suo bisturi nelle carni vive, ha bisogno di una profonda conoscenza dei tessuti. La minima deviazione basterebbe a fargli troncare in un attimo un organo essenziale. In tali operazioni la vita è vicina alla morte: se egli taglia nel punto opportuno, è salva la vita; se sbaglia, dà la morte.

Così è un po’ dappertutto, allorché si ha da tagliare sul vivo. Non tutte le situazioni sono egualmente delicate e pericolose, ma l’esattezza dei colpi è sempre richiesta. In questa chirurgia morale che si chiama abnegazione, la precisione dei colpi è necessaria al progresso vitale.

Se sono trattenuto opportunamente da pratiche che impediscono le deviazioni dei miei capricci; se sono eccitato da mezzi che scuotono l’atonia della mia pigrizia; se sono distaccato e sollevato da disposizioni che dirigono i miei affetti verso Dio, il mio cuore acquisterà gradatamente il pieno sviluppo della sua energia e della sua vitalità.

422. Il bene da procurare. – Sviluppare l’energia morale è il secondo scopo dell’abnegazione. Vi è un vigore e una virilità che fanno bene al cuore. La forza deve infondersi nella dolcezza dei suoi affetti e nella calma delle sue risoluzioni, ed è soprattutto attraverso il canale dell’abnegazione che essa s’infiltra. L’uomo che sa rinunziare a se stesso, ai suoi capricci, alla sua sensibilità, diventa necessariamente un uomo di carattere fermo e di zelo poderoso. I grandi cuori sono temprati nell’abnegazione e sono di tempra tanto più forte quanto più sanno immergersi, con l’intelligenza, in questo bagno. Qual potente strumento è un cuore preparato alla carità nella tempra dell’abnegazione! Ecco un cuore che sa amare Dio, il prossimo e se stesso. Non desidero anch’io elevarmi a questa valorosa carità, centro vitale di tutta la pietà? Debbo dunque usare quelle pratiche di abnegazione che preparano il mio cuore a tali ascese.

La vita interiore di F. Pollien cap.IV

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO IV

LA MORTIFICAZIONE

Regole speciali

412. Le tre classi di mortificazioni. – 413. Le mortificazioni del dovere. – 414. Le penitenze causate dal dovere. – 415. Le penitenze provvidenziali. – 416. L’accettazione della morte. – 417. Le penitenze volontarie. – 418. La penitenza per gli altri.

 

412. Le tre classi di mortificazioni. – È bene cercare qualche regola più pratica. Quali sono le mortificazioni da farsi di preferenza? Ve ne sono di tre sorte; tutte e tre divine, e non pericolose. Vi sono anzitutto quelle imposte dal dovere, indi quelle richieste dall’azione provvidenziale, ed infine quelle ispirate dallo Spirito di Dio.

413. Le mortificazioni del dovere. – Nel dovere vi sono due specie di penitenze: quelle che esso impone direttamente e quelle che occasiona.

Anzitutto vediamo quelle che il dovere impone direttamente. Da quanti piaceri debbo astenermi perché proibiti! La legge di Dio proibisce tutto ciò che corrompe e snerva, tutto ciò che è nocivo a me ed agli altri. Qualunque capriccio possa avere, non sarò mai autorizzato a soddisfarlo, se esso è tale da recar pregiudizio alla mia vita o agli interessi del mio prossimo. Debbo perciò astenermene.

Inoltre la legge della Chiesa mi impone, in certi giorni, l’obbligo dell’astinenza e del digiuno, mortificazione anch’essa obbligatoria. Questa legge, senza dubbio, ammette dispensa, ma solo secondo le necessità della vita, poiché si è dispensati dal digiuno o dall’astinenza, solo nella misura in cui la loro osservanza pregiudicherebbe la salute o l’adempimento del dovere professionale.

Infine la regola impone al religioso il voto di castità, con tutte le conseguenze di clausura, di sobrietà, di austerità nelle veglie, nei digiuni, nella disciplina, nel cibo, nel vestito, nel riposo, ecc. Tutte queste pene o privazioni s’impongono con la medesima gravità del dovere stesso e non è mai permesso prenderle o lasciarle a piacere.

414. Le penitenze causate dal dovere. – Il serio adempimento dei doveri del proprio stato raramente va disgiunto da qualche angustia o fatica. Bisogna spesso sacrificare le proprie comodità o il sonno; spesso contrariare i propri gusti e dimenticare la propria tranquillità; talora esporre la propria salute o la vita. Sono gli incomodi del dovere e si devono prendere tali e quali, senza che la coscienza possa permettersi di falsare il dovere, cercando indebitamente o di attenuarli o esagerarli.

La sorgente delle mortificazioni, grandi o piccole, imposte dal dovere, scorre sempre abbondante, tanto da fornire un primo e sufficiente ristoro alla sete di sacrificio delle anime generose. Amare il dovere, col suo seguito di pene obbligatorie, è dunque la prima parte delle pratiche di mortificazione.

 

415. Le penitenze provvidenziali. – Questa prima parte è assai spesso accompagnata dalle prove suscitate dagli avvenimenti. Intemperie, disgrazie, malattie, contrarietà, ecc. seminano così spesso la loro amarezza nella vita!… È la mano di Dio che dirige questi avvenimenti e distribuisce queste prove, secondo i disegni della sua giustizia e della sua misericordia. Ho già visto (n. 325) come bisogna saper dire « grazie » in tali circostanze.

Non già che lo spirito di penitenza consista nel subire l’avversità, come l’animale al macello si piega sotto il colpo che l’uccide; no, lo spirito di penitenza consiste, soprattutto, nella gioia coraggiosa che si prova nel soffrire qualcosa per Dio; nella fermezza per mantenersi, in questo tempo, fedele al dovere; nell’energia della lotta che bisogna spesso organizzare per combattere la malattia, vincere la difficoltà, superare l’ostacolo; nello sforzo fatto per superare la prova e perfezionarsi. Ecco la vera penitenza, che non mormora né s’impazientisce, che sa, ad un tempo, subire e sopportare gli inconvenienti, che sa allontanare ciò che è nocivo e serbare ciò che è utile, che infine sa trovare il quotidiano rinnovamento dell’essere interiore, perfino nelle disposizioni della giustizia, dalle quali l’essere esterno è progressivamente condotto alla dissoluzione. Il peso così leggero e così passeggero della tribolazione presente produce in tal modo il peso eterno di una somma ed immensa gloria.

416. L’accettazione della morte. – Fra tutte le prove provvidenziali, la più terribile è quella finale: la morte. Questo passaggio del mio essere attraverso la dissoluzione, quanto ripugna agli istinti della mia vita! La fede m’insegna che ciò è un passaggio, e che, per il merito della morte e della risurrezione del Salvatore, arriverò con lui al trionfo finale di una vita immortale della mia anima e del mio corpo glorificati. La morte conserva tuttavia il suo orrore. Essa resta una pena, la grande pena del peccato. Giacché questa pena dev’essere subita, non è forse utile e necessario accettarla? Se so elevarmi all’altezza di un’accettazione calma, fidente, cieca, che abbracci tutta la estensione dei decreti di Dio su di me, io pratico una delle penitenze più salutari e più meritorie. Quanto è bene familiarizzarsi con l’idea della morte!.

Potessi anch’io, sull’esempio dei santi, arrivare fino alla gioia, che faceva loro desiderare di pagare alla giustizia questo tributo finale, per trovarsi poi riuniti in Dio!

417. Le penitenze volontarie. – Vi è infine, per le anime generose, la terza classe di mortificazioni del tutto volontarie. Felici di sopportare le pene del dovere; più felice ancora di dir « grazie » nelle sofferenze provvidenziali, l’anima diventa ogni giorno più attenta ai piccoli atti di rinunzia: atteggiamento più umile nella preghiera, uso più sobrio e più austero nel cibo, semplicità più severa nel vestito, cilizi ecc. La fame e la sete d’immolazione le fanno ricercare ciò che può aiutarla a meglio offrire il suo corpo quale sacrificio vivente, santo, gradito a Dio, mantenendosi nei limiti ragionevoli di un culto essenzialmente spirituale. Come sono ingegnose, varie, abili, le industrie nascoste delle anime sante, nel frenare gli appetiti disordinati dei sensi!

E’ lo Spirito di Dio che suggerisce queste industrie, che ne dà il desiderio, che ne regola la pratica. Lui solo l’anima deve ascoltare e seguire in questa via, per evitare gli smarrimenti. Per essere sicura di seguire lo Spirito di Dio, essa deve far sempre approvare le sue penitenze più segrete dal direttore spirituale (n. 260). Le regole religiose, che se ne intendono in fatto di mortificazioni e che sanno come sia necessario discernere le disposizioni per sapere se sono da Dio, non permettono nessuna pratica straordinaria di penitenza senza l’approvazione dei superiori.

 

418. La penitenza per gli altri. – A misura che l’anima generosa si esercita nella via della sofferenza e vi progredisce, si sente libera dalla molteplice tirannia delle creature sensibili e prova il bisogno di liberare altre anime che la muovono a pietà. Sa che la grazia del sacrificio può estendersi agli altri, e che è avvalorata dalle sofferenze del Salvatore e dei santi. Riconoscente, vorrebbe rendere un po’ di ciò che ha ricevuto, comprendendo che vi è più gioia nel dare che nel ricevere (cf. At 20, 35). Allora essa espia, ripara, soffre, prima di tutto per coloro che le sono cari e le sono più vicini; indi, il suo zelo si estende, e vorrebbe soffrire per la conversione dei peccatori, per le missioni, per la Chiesa intera. Essa è lieta di unire il suo sacrificio a quello del Salvatore e, con san Paolo, sente il bisogno di compiere nella sua carne ciò che manca ai patimenti di Cristo, per la Chiesa e per il suo corpo (cf. Col 1, 24). Meraviglioso entusiasmo del sacrificio! Santa follia della croce! Inestimabile sorgente di riparazione! Quante anime, nel segreto della loro penitenza, sono le redentrici delle nostre colpe, i parafulmini della divina giustizia, la salvaguardia delle nostre vite!

La vita interiore di F. Pollien cap.III

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO III

LA MORTIFICAZIONE

Regole generali

405. L’amore distruttore e l’odio conservatore. – 406. Non molle sentimentalità. – 407. L’agente liberatore. – 408. Non crudeltà dannosa. – 409. La crudeltà necessaria. – 410. Il rimedio. – 411. Volere la guarigione.

 

405. L’amore distruttore e l’odio conservatore. – Io non posso legittimamente consentire a nessun danno della mia vita. Ora, io posso recarmi danno, sia per eccesso di severità, come per eccesso di sensualità. Né in un senso né nell’altro gli eccessi mi sono permessi. Per conseguenza, nell’uso delle mortificazioni, debbo tenermi a uguale distanza dalla sentimentalità snervata e dalla crudeltà dannosa. « Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita, in questo mondo, la conserverà per la vita eterna » (Gv 12, 25). Vi è, dunque, come ci attesta il Salvatore, un amore che demolisce ed un odio che conserva la vita. L’amore distruttore è la mollezza sensuale; l’odio conservatore è la saggia e prudente austerità. Perciò: non l’amore snervante, né l’odio crudele. Se avrò il sentimento della giustizia, saprò energicamente superare il timore della pena, avrò l’istinto della misericordia e saprò evitare i colpi devastatori.

406. Non molle sentimentalità. – La ribellione dei sensi contro lo spirito esige che essi siano ridotti all’obbedienza col trattamento degli schiavi. « Pane, castigo e lavoro per lo schiavo, dice il Siracide. Per lo schiavo cattivo torture e castighi… Se hai uno schiavo, sia come te stesso, trattalo come fratello » (Sir 33, 25-31). Sobrietà di cibo, austerità di disciplina, continuità di lavoro, castigo per le infedeltà, affetto sano e premuroso nelle fedeltà, è il miglior modo di conservare i sensi, di renderli forti e resistenti, sani e vigorosi, pieghevoli e vigili. L’esperienza quotidiana non dimostra forse come la vita si sciupa nel disordine delle passioni o si squilibra negli acciacchi e nelle malattie, quando l’eccessivo alimento accumula gli umori, quando la mollezza del regime suscita gli snervamenti e il lavoro cessa di assorbire le energie vitali? L’uomo è sempre punito dal suo stesso peccato. Le mollezze frivole sono la sorgente dei più grandi flagelli corporali, mentre le prudenti austerità sono la garanzia del vigore solido e del vero benessere.

407. L’agente liberatore. – La mortificazione non solo è un rimedio per rendere o conservare il vigore, ma è anche un agente liberatore. Restituendo o conservando la sobrietà dei gusti, diminuisce i bisogni, e con essi la schiavitù. Se saprò praticarla in modo opportuno riuscirò a non soccombere a nessun bisogno fittizio, a non crearmene dei nuovi, a diminuire, per quanto è possibile, quelli ai quali sono soggetto. Saprò, allora come san Paolo, contentarmi di ciò che avrò; saprò vivere nella povertà e nell’abbondanza. Come uomo che è pronto a tutto, saprò affrontare la sazietà come la fame, la ricchezza come la privazione (cf. Fil 4, 11-12). Per orientarmi nell’uso serio e moderato delle mortificazioni, debbo, inoltre, mirare a non essere schiavo né di ciò che prendo, né di ciò che lascio; a non lasciarmi indebolire né dal piacere né dalla pena; a saper usare della gioia e sopportare la privazione; ed infine, ad essere libero, quanto più è possibile, nell’uso di tutte le cose.

408. Non crudeltà dannosa. – Tutte le volte che il meccanismo interno ha bisogno dell’olio della gioia per camminare meglio, bisogna darglielo (n. 61). Qual profondo significato contengono queste parole essenzialmente cristiane di ricreazione, refezione, riposo!… ricreare, rifare, rimettere a posto!… questo è, infatti, lo scopo per cui si deve prendere il sollievo, il nutrimento, il sonno, ecc… La vita ha bisogno di essere rinnovata, perché gli organi si logorano nell’esercizio della loro attività; per questo debbo prendere i mezzi per rinnovarla. Ecco perché, nelle vie ordinarie, sono tenuto a prendere i mezzi riparatori, nella misura in cui sono necessari al buon funzionamento dei miei organi. Il divertimento come il sonno, il nutrimento come le medicine, rivestono allora la gravità, la dignità e il valore degli elementi costruttori della vita. Tutto è bello quando sappiamo conformarci all’idea di Dio. Ciò che sembra solo perdita di tempo, e di fatto lo è per la maggioranza, è invece per le anime serie un aumento di vita. Là dove gli insensati demoliscono, i saggi costruiscono. Quanto giova la nozione delle vie della vita! (cf. Sal 15, 11).

409. La crudeltà necessaria. – L’odio di sé deve essere il custode della vita; tale è lo spirito del Salvatore. Non commetterò dunque mai imprudenze spiacevoli né indiscrezioni nocive. Se, tuttavia, il mio occhio, la mia mano o il mio piede mi sono di scandalo, ossia sono di ostacolo alla mia vita, saprò, secondo il precetto del divin Maestro, tagliarli e gettarli lungi da me (cf. Mt 5, 29). Si sacrifica un membro, per salvare gli altri; si sacrifica la vita del corpo, per salvare quella dell’anima; si sacrifica la merce, per salvare la nave. E’ una crudeltà, ma saggia, mentre la paura e la negligenza in questi sacrifici necessari sarebbero una terribile crudeltà. Ogni crudeltà è legittima ed è lodata dal Salvatore, quando serve a custo­dire la vita.

410. Il rimedio. – La mortificazione è un rimedio e, come tale, dev’essere dosata, misurata secondo la specie del male da guarire e secondo la capacità dell’anima e del corpo al quale dev’essere applicata. Non ogni mortificazione conviene ad ogni persona, come non ogni rimedio si applica a tutte le malattie; ci vuole discrezione nell’uso. Leggendo le vite dei santi, è un errore credere di potere e doverli imitare in tutte le loro penitenze (n. 191). Se Dio mi concedesse di seguirli nella via regia della croce, sarebbe per me certamente una grazia insigne. Ma io non sono affatto capace a sopportare l’energia dei rimedi, così salutari a queste grandi anime.

E poiché non ho la capacità, che debbo fare? E’ necessario che mi abitui a sopportare, poco per volta, l’amarezza; che cominci dalle mortificazioni necessarie; che cerchi di superare il mio orrore per la sofferenza; che mi ingegni di conservare un po’ di gioia nelle piccole pene che mi s’impongono; e che, infine, acquisti la generosità nei sacrifici che mi sono richiesti, soprattutto dalle esigenze del dovere e dalle circostanze provvidenziali. In tal modo si forma ordinariamente lo spirito di penitenza e si ritrova il vigore. Poco per volta, i sensi, per la libertà che loro è resa, si agitano meno nel timore del dolore, s’induriscono, si fortificano, si agguerriscono. Lo Spirito di Dio potrà allora dominare l’istinto della carne, ed io, nel mio piccolo, potrò seguire da lontano l’esempio dei santi.

411. Volere la guarigione. – Nulla sprona maggiormente a prendere i rimedi necessari, quanto l’avere a cuore la guarigione. Chi si preoccupa più di evitare la sofferenza che di ottenere la salute, non amerà se non i rimedi insignificanti e i narcotici. Se voglio veramente, energicamente, unicamente la liberazione dal male, non debbo aver troppa ripugnanza per le pozioni amare. Il punto capitale è anche qui la sincerità. Bisogna che io sappia ciò che voglio: se intendo trastullarmi o se voglio vivere; se voglio godere per me o se voglio lavorare per Dio; se la mia legge è il piacere o il dovere. Ah, quando si possiede il senso della vita, come si è più forti per sottrarsi alle piccole gioie e per affrontare le pene e le privazioni benefiche! Come si è più intelligenti nell’evitare gli eccessi imprudenti! Mio Dio! datemi la grazia di saper camminare nella via regia della croce e di andare alla vita per il sentiero della prova. Quanto desidero non amare la vita in modo da perderla, ma odiarla al fine di salvarla!