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La vita interiore di F. Pollien cap.V

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO V

LA CONDOTTA DIVINA

355. Dio domanda il dovere. – 356. Tutto il dovere. – 357. Solo il dovere. – 358. Vie straordinarie. – 359. Dio fa tutte le nostre opere. – 360. Né fatalista né quietista.

355. Dio domanda il dovere. – Se so abbandonarmi lealmente e generosamente all’azione divina, sono certo di essere sempre, mediante l’operazione del beneplacito sovrano, attratto a fare ed a fare bene, nella misura e nel tempo stabilito, ciò che Dio domanda: dapprima, mediante la significazione della sua volontà; attualmente e di fatto, con le sollecitazioni della sua azione. E che cosa domanda? Il compimento dei doveri della pietà attiva, ossia l’osservanza dei comandamenti e dei consigli nei doveri di stato. Per il sacerdote, la fedeltà alle leggi ecclesiastiche; per il religioso, la conformità alla sua regola; per il laico, l’amore al dovere professionale. Dio domanda il dovere, tutto il dovere, solo il dovere.

Dio domanda il dovere e lo domanda assolutamente. Infatti, egli agisce, non per dispensarmi dall’azione, ma per farmi agire con lui e per mezzo suo.

356. Tutto il dovere. – Dio domanda tutto il dovere, da ciò che è oggetto di un obbligo più stretto e più comune, fino a ciò che raggiunge, alla cima, l’ideale più perfetto (n. 277). Ma non lo impone, né lo sollecita tutto d’un tratto. Il compito dell’azione del suo beneplacito è di dare la misura di ciò che domanda la sua volontà generale. Questa non specifica la misura praticamente possibile del dovere, né il momento preciso in cui dev’essere adempiuto. Segnala, in generale, le cognizioni da acquistarsi, le virtù da praticarsi, le azioni da eseguire, le imperfezioni da evitare secondo le esigenze della vocazione. Così, le rispettive leggi indicano al sacerdote, al religioso, al padre di famiglia ecc., le cognizioni, le virtù e le azioni che per essi sono obbligatorie o consigliabili, ed indica le mancanze biasimevoli.

Ma in qual tempo, modo e misura bisogna acquistare queste cognizioni, praticare queste virtù, esercitare questi atti, fuggire questi depravamenti? Tutto ciò non è precisato dettagliatamente dalla volontà significata, ma viene determinato volta per volta dalla volontà di beneplacito. Disponendo gli avvenimenti, suscitando le occasioni, essa obbliga a vedere, a sapere o ad apprendere tale parte del dovere; mette nella necessità o nella facilítà di praticare tale virtù; conduce a compiere tale azione; dà modo di combattere quel vizio. Al momento propizio essa m’impone o mi suggerisce i distacchi e i sacrifici di cui sono capace e che corrispondono ai disegni di Dio su di me. Se la voglio seguire, mi condurrà progressivamente alle particolarità più perfette ed alle sublimità più chiare del dovere, senza nulla dimenticare, confondere, rimuovere o alterare. Essa basta a tutto; conduce così bene a Dio!

In tal modo, dall’abbandono del peccato mortale fino alla totale consumazione, i gradi della pietà si succedono in un movimento costantemente suscitato e misurato dal beneplacito divino.

357. Solo il dovere. – L’azione di Dio riguarda soltanto l’osservanza dei doveri del proprio stato: delle leggi ecclesiastiche per il sacerdote, della regola per il religioso, del dovere professionale per il laico. Dio allora non domanda altro che la fedeltà ai comandamenti ed ai consigli conforme ai miei doveri di stato? Null’altro. La sua azione, almeno nella via ordinaria, non me ne condurrà fuori; è precisamente questa la sua impronta, il carattere da cui la si riconosce infallibilmente. Un’azione, che mi spinga fuori delle vie della volontà significata, è sospetta. Dio, infatti, non dà una direzione divergente alle due manifestazioni della sua volontà; l’una è fatta per manifestare l’altra. Con i suoi segni più esteriori, stabili, sicuri, rinsaldati dall’autorità infallibile della Chiesa, la volontà significata mi offre il mezzo di verificare, secondo il consiglio di san Giovanni, se le ispirazioni vengono da Dio (cf. 1Gv 4, 1), se gli impulsi che ricevo vengono dal suo beneplacito. Non debbo credere che l’azione incessante di Dio sia sempre sensibile e conosciuta; essa agisce in ogni cosa e per mezzo di tutto, ma il suo impulso è ordinariamente segreto e quasi fuso nel movimento della vita. L’essenziale, per me, non consiste nel discernere l’impulso, spesso impercettibile, ma nel verificare continuamente il mio movimento. E lo verifico puramente e semplicemente, armonizzando la mia disposizione interna col dovere esterno. La volontà significata serve così di controllo, di garanzia, di interpretazione alla volontà di beneplacito. Rientra nell’economia generale del piano divino, nell’organismo della Chiesa, il darmi in ciò che è esteriore: leggi, istituzioni, sacramenti, ecc., il mezzo sensibile, che contiene, controlla e garantisce l’elemento interiore vivente, invisibile. In tal modo questi due lati della volontà divina s’appoggiano e si completano: l’uno coll’apportare l’impulso e la precisione specifica del momento; l’altro col dare la stabile garanzia della direzione. Coloro che separano questi due lati si condannano a perire nel fariseismo, se conservano solo la volontà significata; oppure, a perdersi nelle illusioni dell’illuminismo o nelle altre aberrazioni del senso privato, se pretendono di ascoltare soltanto la volontà di beneplacito.

Io, invece, che vedo questi lati sempre uniti, sono certo di avere unitamente e in ciascuno di essi, l’impulso interiore e la garanzia esterna.

358. Vie straordinarie. – Se a Dio piace chiamarmi per le vie straordinarie, non avrò che da lasciarmi condurre da lui appena sarò certo che è veramente lui che mi conduce. E’ da notare che le vie straordinarie, quelle di Dio s’intende, non sono mai contrarie alle vie ordinarie; sono ad esse superiori e le continuano. Sono un’espansione più alta dello spirito, contenuto nelle vie ordinarie. Dio le rivela soprattutto per dimostrare alle anime che la lettera uccide, dove si trovi il vero spirito che vivifica. Questo spirito, che a lui piace liberare dalle tenebre e dalle pastoie della lettera, lo fa risplendere puro, dilatato, vivificante; lo addita così alle anime che languiscono sedute nelle tenebre e nelle ombre della lettera.

359. Dio fa tutte le nostre opere. – Ecco dunque in che consiste l’unione delle due volontà. La volontà significata mi traccia, in modo stabile e generico, la via da seguire, il dovere da compiere. La volontà di beneplacito mi conduce su questa via, mi mette in cammino, fa molto senza di me, e col suo movimento mi eccita a fare quel poco che devo e ch’essa mi determina e mi misura ogni volta. Come comprendo le parole del profeta: Siete voi, mio Dio, che date successo a tutte le nostre imprese (cf. Is 26, 12). Dio mi prende, mi conduce, mi traccia la via, mi sostiene, mi dà la forza e la vita. Finché rimango nel suo beneplacito sono certo di progredire.

Ecco come la passività produce l’attività, come la ricettività dell’azione divina è la condizione vitale della mia azione, come infine si compie l’unità del movimento, che è il punto supremo della mia unione con Dio. Debbo infatti arrivare a quel termine finale dell’unità, in cui il suo movimento ed il mio non sono che uno solo. L’unità! (n. 346).

360. Né fatalista né quietista. – Qual distanza dunque fra l’accettazione cristiana del beneplacito divino e la rassegnazione inerte dei fatalisti! L’effetto dell’accettazione, per essi, è morte; per me, è vita. Essi, nella loro rassegnazione, si abbattono; io, nella mia accettazione, mi elevo. Il colpo ricevuto li rende inerti; l’impulso divino produce in me l’energia vitale del dovere. Essi cedono alla brutalità dei fatti; io mi unisco alla vitalità dell’azione provvidenziale con la quale Dio mi conduce.

Qual distanza, inoltre, fra l’accettazione cristiana e la quiete sterile di certi eretici! Essi contano su Dio per non fare nulla; io conto su Dio per avere la forza di fare ogni cosa per mezzo suo. Essi attendono da lui, non un impulso ma un assorbimento; io, dal Signore attendo l’unione della mia attività alla sua azione, per poter giungere all’unione della mia vita con la sua. Il loro modo di concepire il tutto di Dio diminuisce ed annienta quello che essi sono e quello che hanno ricevuto da lui; io concepisco il tutto di Dio come la sorgente della mia esaltazione, la perfezione del mio essere, la causa della mia felicità.

 

La vita interiore di F. Pollien cap.IV

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO IV

AZIONE DIVINA E AZIONE UMANA

351. L’azione divina, giusta ed eterna. – 352. L’azione umana, falsa e mortale. – 353. Nonne homines estis? – 354. L’azione cristiana.

351. L’azione divina, giusta ed eterna. – L’azione divina è sempre pienamente, adeguatamente vera, perché è del tutto conforme alle idee di Dio che sono veraci. E poiché è sempre conforme a queste idee, è anche giusta. Essa concorda su tutti i punti con i bisogni dell’anima e con le condizioni esterne. Nell’azione di Dio, non vi è nulla di imperfetto, di indeciso, di incompleto; nessun tentennamento, né incoerenza, né contraddizione. Tutto si collega e si richiama, tutto si continua e si sostiene. Inoltre, le idee di Dio sono eterne, e tutto ciò che è conforme ad esse, partecipa della loro eternità. L’azione di Dio è dunque eterna; ciò che egli fa non è da rifare né da ritoccare, ma resta per l’eternità (cf. Sal 116, 2).

352. L’azione umana, falsa e mortale. – Le idee dell’uomo sono false. L’uomo, come tale, non vede che il creato, l’umano, l’inferiore, l’utilità momentanea, il falso interesse. Ogni uomo è inganno (cf. Sal 115, 2); Dio solo è verace (cf. Gv 17, 3).

L’azione dell’uomo, finché resta conforme alle idee dell’uomo, è falsa e vana; non è mai completamente giusta e adeguata, ma sempre difettosa da qualche lato, anzi da molti lati. Se pare adattarsi in un senso, storna spesso in tutti gli altri.

Le idee false dell’uomo sono necessariamente caduche; verrà immancabilmente il giorno in cui periranno tutte (cf. Sal 145, 4), assieme alle azioni da esse prodotte e ad esse conformi; poiché, le azioni trasmettono alle idee la loro infermità. Per conseguenza, finché resto uomo, sono condannato alla caducità dalla falsità. Idee ed azioni, tutto ciò che è dell’uomo, deve perire. Tutto passa, nulla resta.

353. Nonne homines estis? – Non debbo forse essere uomo? No, mi risponde san Paolo. Egli rimproverava i Corinzi di essere uomini. Infatti dice: « Siete ancora carnali: dal momento che c’è tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera tutta umana? Quando uno dice: Io sono di Paolo, e un altro: Io sono di Apollo, non vi dimostrate semplicemente uomini? » (1 Cor 3, 3-4). « Che dunque? dice sant’Agostino. Che voleva farne di questi uomini a cui rimprovera di essere tali? Che cosa voleva farne? desiderate saperlo? Ascoltate il salmista: Io dissi: voi siete dèi e figli dell’Altissimo. E’ a questo che Dio ci chiama, a non essere più uomini. Ma non possiamo elevarci a tale condizione superiore, se non riconosciamo di essere uomini. Mediante l’umiltà saliremo a questa altezza, poiché, se crediamo di essere qualche cosa mentre siamo nulla, non solo non riceveremo ciò che non siamo, ma perderemo ancora ciò che siamo »’.

Bisogna che io cessi di essere uomo, di isolarmi e intristirmi nell’umano. Le mie idee, i miei sentimenti, le mie azioni non devono più essere idee, sentimenti e azioni di uomo, ma è necessario che si sottomettano e si conformino all’idea, al desiderio ed all’azione divina. In che modo? Con l’accettazione. La pietà passiva è la porta della vita.

354. L’azione cristiana. – Non appena la vita entra da questa porta, la mia azione si trova pervasa e diretta dall’azione divina. Io non determino e non dirigo più in me un movimento puramente umano. Io cesso di essere uomo e divento cristiano. Il cristiano è l’uomo unito a Dio. Quando tutta l’attività umana è sottomessa al movimento divino che la dirige, allora l’uomo è perfettamente cristiano e può dire con san Paolo: « Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me » (Gal 2, 20).

L’ideale è dunque di lasciarmi penetrare dall’azione divina, a tal punto che le mie potenze siano totalmente possedute, dirette e condotte da Dio ad operare nella pienezza della loro attività.

Le mie cognizioni non saranno più delle vedute semplicemente umane, basse e false, ma rischiarate dal raggio divino, diventeranno sempre più le vere e sublimi intuizioni della vita. Le mie virtù non saranno più misere qualità naturali e interessate, ma penetrate dal calore eterno, si trasformeranno in copiosi frutti di santità. Le mie azioni non si succederanno più a caso, ma, pervase tutte dall’azione soprannaturale, avranno un significato ed un valore infinito.

 

La vita interiore di F. Pollien cap.III

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO III

PARENTADO DIVINO

345. Sollecitazione e unione. – 346. L’unione va compiendosi e perfezionandosi. – 347. Nisi Dominus. – 348. Surgite postquam sederitis. – 349. Naturalismo, quietismo, cristianesimo. – 350. La vita della mia vita.

345. Sollecitazione e unione. – Tra la mia volontà e quella di Dio si compie un vero matrimonio. Per un primo atto del suo beneplacito, Dio sollecita il mio consenso. Dato il consenso, si contrae l’unione, la quale si consuma nell’azione. Da questa mutua azione delle due volontà unite nascono i frutti, che sono gli atti della pietà.

346. L’unione va compiendosi e perfezionandosi. – Questo matrimonio però non è perfetto fin dal suo inizio, perché le mie facoltà, le loro attitudini e disposizioni si abbandonano in Dio solo gradatamente, per parti. Vi è tutto un lungo lavoro di trasfusione della mia vita in lui. L’unione va perciò estendendosi e perfezionandosi a ciascun sollecitamento di Dio ed a ciascuna accettazione da parte mia. Così, l’uomo abbandona se stesso ogni giorno, fino a che la sua volontà, assorbita nella volontà divina, cambi l’azione propria in quella di Dio, come la sposa cambia il suo nome in quello dello sposo. Allorché la volontà di Dio, mediante azioni successive, è giunta ad assorbire e trasformare interamente la mia volontà, si consuma definitivamente e si celebra quello che i santi chiamano il matrimonio mistico, lo stato d’unità (n. 302). Per il matrimonio umano, due vivono in una sola carne; per il matrimonio mistico, vivono due in un solo spirito. Qui si può richiamare il passo di san Giovanni: « A quanti l’hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati » (Gv 1, 12-13).

347. Nisi Dominus. – Il matrimonio della volontà umana con quella divina, la loro mutua collaborazione, i frutti della loro unione, non sono ciò che, con occhio profetico più universale, ha cantato il salmista nel Salmo 126, in cui direttamente parla delle fatiche della costruzione del tempio; della custodia di Gerusalemme e della sussistenza degli abitanti? Non sappiamo che le realtà materiali della storia sacra erano figura delle future nostre realtà spirituali? (cf. 1Cor 10, 11). Il tempio di Dio rappresenta tutto ciò che è, in noi e fra noi, interesse od ordinamento di interessi divini. Gerusalemme rappresenta ciò che è interesse di ordinamento sociale; il lavoro per il sostentamento quotidiano rappresenta ciò che è preoccupazione di mantenimento, di progresso e di profitto personale.

Al centro del suo canto v’è una parola, prima della quale tutto è tenebre e vanità, ma dopo è luce e fecondità. Prima c’è l’uomo fuori di Dio, senza Dio; dopo c’è l’uomo in Dio, con Dio.

Prima. – Inutilità del lavoro attorno al tempio se il Signore non lo costruisce; senza Dio l’uomo non farà nulla a sua gloria. Inutilità di vegliare alla custodia della città se il Signore non ne è il custode; senza Dio l’uomo non avrà alcuna sicurezza dei suoi interessi sociali. Inutilità di levarsi prima dello spuntar del giorno per mangiare un pane di sudore; se l’uomo si antepone a Dio, per i suoi interessi, non raccoglie che vuoto e sofferenza. È dunque completamente inutile la fatica umana di costruzione divina, di conservazione sociale, di profitto individuale, se vuole escludere o sorpassare Dio.

Ecco ora la parola che è il nodo della vitalità e della fecondità. Prima di levarsi per uno qualsiasi di questi tre motivi riposatevi nel sonno che l’amore dà all’amore, che l’amore deve prendere nell’amore. Questo sonno non è altro che il mistero del riposo divino (n. 310), in cui, nella benevolenza di Dio e nella confidenza dell’uomo, si allaccia l’unione dell’attività umana all’azione divina; in cui le forze della creatura, riconfortate alla sorgente del Creatore, ricevono da lui una virtù novella di feconda vitalità. È dunque l’atto e l’attitudine di accettazione, che apre ed abbandona l’essere umano alle influenze ed alle operazioni rinnovatrici dell’amore riparatore e vivificatore.

Dopo. – Allorché riposerete in Dio, allorquando i vostri voleri umani si saranno annientati in questo sonno in cui si estingue la loro falsa attività; allorquando la vostra pura volontà si solleverà, forte del vigore di cui l’avrà penetrata colui che fa e rifà la vita, allora nasceranno dalla divina alleanza dei rampolli santi, legittimi eredi di Dio, di cui posseggono le ricchezze; ricompensa dell’accettazione che vi ha unito a lui, frutti anche del vostro seno di cui contengono la vitalità. Questi sono gli atti pieni di vita e di forza della vera pietà.

Tali atti, figli del vostro spogliamento umano e del vostro rinnovamento divino, saranno potenti come frecce nelle mani di un eroe. Beati voi se ne saprete riempire la vostra faretra! Nessun nemico accanto a voi potrà mettere la confusione nel vostro lavoro di costruzione divina, di preservazione sociale e di profitto personale.

348. Surgite postquam sederitis. – Ecco dunque il segreto fondamentale della mia pietà nel suo lavoro. Prima di levarsi per la propria azione occorre riposarsi nell’accettazione; dopo esserci fortificati nell’abbandono della pietà passiva occorre slanciarci alle azioni della pietà attiva. Surgite postquam sederitis. Queste tre parole quanto caratterizzano bene, nel campo del lavoro, la verità cristiana e le due falsità che le si oppongono! Il naturalismo dice « Surgite, levatevi » e sopprime ciò che segue. Il quietismo dice « Sederitis, restate seduti » ed omette ciò che precede. Il cristianesimo dice « Surgite postquam sederitis, alzatevi dopo che avrete riposato »; non omette e non capovolge alcunché. Il naturalismo nega l’azione di Dio; il quietismo esclude l’azione dell’uomo; il cristianesimo reclama l’alleanza e la sottomissione dell’azione dell’uomo all’azione di Dio. E, cosa ammirabile, questo riposo dell’appoggio in Dio e questa azione con Dio si uniscono sempre, per costituire in me la vita divina, fatta essenzialmente di riposo e di. azione. Ogni vita non è un’attività riposata?

349. Naturalismo, quietismo, cristianesimo. – Il naturalismo e il quietismo non erano soltanto semplici errori circa la via, ma anche circa il fine e i mezzi. Non è inutile aprire qui una breve parentesi per caratterizzare, nel loro insieme, questi due errori, che riassumono le tendenze divergenti della falsità umana.

Quanto al fine, il naturalismo sopprime o tende a sopprimere la gloria di Dio, non lasciando sussistere che l’interesse umano. Quanto alla via, sopprime o tende a sopprimere l’azione divina, non contando che sull’azione umana. Quanto ai mezzi, sopprime o tende a sopprimere la grazia, non confidando che nell’industria umana. Dio, più o meno allontanato dalla via, dall’azione e dai mezzi dell’uomo: ecco il naturalismo e le teorie che ad esso si collegano.

Il quietismo, invece, sopprime o tende a sopprimere la cooperazione dell’uomo circa la speranza della sua salute, per non lasciar sussistere che la gloria di Dio come fine. Sopprime o tende a sopprimere l’azione umana per far posto soltanto all’azione divina come via. Sopprime o tende a sopprimere gli esercizi e i mezzi spirituali per non lasciare operare che la grazia come mezzo. L’uomo sminuito, minorato nel suo fine, nella sua attività e nei suoi mezzi: ecco il quietismo e tutte le tendenze che ad esso si ricollegano.

L’idea specifica del cristianesimo è l’unione inalterabile, ma subordinata, dell’umano al divino. Beatitudine dell’uomo, unita e subordinata alla gloria di Dio come fine; azione dell’uomo, unita e sottomessa all’azione di Dio come via; pratiche di pietà dell’uomo, unite e subordinate alla grazia di Dio, come mezzi: ecco il cristianesimo. La coordinazione e subordinazione dell’umano al divino costituisce l’oggetto delle tre Parti di quest’opera.

350. La vita della mia vita. – La mia azione deve dunque unirsi a quella di Dio. Come l’anima, unita al corpo, senza assorbirlo né alterarlo, gli comunica la propria perfezione animandolo e governandolo, così Dio vuol diventare l’anima della mia anima, la vita della mia vita. Egli vuole, con la sua azione, animare e dirigere la mia, per unirla intimamente alla sua, come nella mia vita naturale l’attività del mio corpo è legata a quella della mia anima. Donde viene al corpo la sua attività? Dall’anima. Esso agisce nella misura in cui riceve il suo influsso. Così accade fra Dio e me. La mia pietà attiva è viva e operante in quanto è retta e animata dall’azione del beneplacito divino, mediante l’accettazione della pietà passiva.

La grande parola dell’accettazione è il grazie. Ho già detto prima come il grazie apra la sorgente delle grandi gioie (n. 326) e delle grandi azioni (n. 328). Esso è dunque, in realtà, la vera chiave che apre la via della pietà. Infatti, se io accetto pienamente, l’azione di Dio ha il suo pieno effetto, e la mia azione può avere il suo. Se non accetto che in parte, l’azione di Dio è in parte ostacolata e la mia vien diminuita di almeno altrettanto, anzi, ordinariamente, ancor di più; poiché, se la mia accettazione non risponde a tutta l’azione di Dio, la mia azione corrisponderà difficilmente a tutta la mia accettazione. Infine, se non accetto affatto, l’azione di Dio è del tutto ostacolata e la mia non c’è affatto; io ricado nel vuoto della mia vanità.

La vita interiore di F. Pollien cap.II

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO II

NATURA DEL CONCORSO

340. Sorgente e misura della mia azione. – 341. L’entrata. – 342. L’unione. – 343. L’elettricità. – 344. Il contatto divino.

340. Sorgente e misura della mia azione. – Fin dall’inizio della prima Parte abbiamo affermato l’anteriorità e la superiorità del divino sull’umano (n. 37). L’anteriorità caratterizza specialmente le relazioni del divino con l’umano nell’ordine del fine; la superiorità spiega piuttosto il rapporto pratico nell’ordine dell’azione. Tuttavia anche qui si affermerà l’anteriorità, perché Dio non ha soltanto il diritto di dirigere il mio movimento e di dominarlo con le regole della sua volontà significata, come ho visto nel primo libro di questa seconda Parte; non ha soltanto il diritto di esercitare su di me l’azione di beneplacito, che ho seguita nel secondo libro, ed alla quale mi devo sottomettere. Egli ha anche il diritto di anteporre la sua azione alla mia e, in questo diritto, il privilegio di vivificare soprannaturalmente la mia azione. Da ciò risulta che l’azione divina, dovendo precedere, dirigere e possedere la mia, questa ha la sua sorgente vitale e la sua misura in quella.

Ha lì la sua sorgente, perché nessun atto soprannaturale può nascere se non sotto l’impulso divino, che determina, anima e mette in movimento le mie facoltà.

Ha lì la sua misura. La mia azione è conservata, sostenuta, diretta e misurata da quella di Dio. Io non posso né precedere né eccedere né abbandonare il movimento divino, senza ricadere, completamente o in parte, nel vuoto d’una agitazione puramente umana e naturale.

Nel cammino della pietà, la mia parte d’azione l’ho chiamata pietà attiva; la parte dell’azione divina, o piuttosto, la corrispondenza all’azione di Dio, l’ho chiamata pietà passiva. Di qui la rigorosa conclusione: la pietà attiva ha la sua sorgente e la sua misura nella pietà passiva. Questa dà a quella il suo primo impulso, determina il suo primo movimento; poi sostiene, conserva, misura e dirige il movimento creato da se stessa.

Così, queste due parti della pietà si uniscono e non possono mai essere separate. La separazione segnerebbe la morte e nella morte non v’è alcuna pietà. L’unione forma la vita, e la pietà è una vita. Non v’è dunque vita né pietà senza l’unione della pietà attiva alla pietà passiva; e l’unione suppone che la pietà passiva animi la pietà attiva, come l’anima vivifica il corpo.

341. L’entrata. – Lo sviluppo di questa unione procede così: Dio mi previene, agisce con qualche atto del suo beneplacito, atto interno od esterno, consolante o crocifiggente; ad esempio un’ispirazione o una disgrazia, una parola o un incontro, ecc.; in sostanza, con qualcuno di questi atti provvidenziali che si esercitano ininterrottamente. Ma che cosa produce l’azione che si compie su di me, quantunque inizialmente senza di me, che mi previene e che in certo modo si impone a me? È come un incitamento, un invito, una sollecitazione. Essa suggerisce un’idea, un sentimento o un’azione. Questa prima scossa, frutto dell’impulso divino, è propriamente la grazia attuale preveniente. E che vuole da me? Che io l’accetti, ossia: che la mia mente sappia riconoscerla; che il mio cuore desideri accoglierla; che i miei sensi si pieghino a subirla quale operazione divina (n. 308). Poco importa che l’accesso fino alla dimora interiore le sia dato mediante un atto presente o uno stato generale che favorisce il suo ingresso in me.

La mia libertà, infatti, può essere un impedimento, quando la dissipazione esterna, l’apatia interna, od ogni altro stato di peccato e d’imperfezione mi tiene estraneo all’impulso divino. È d’impedimento quando, troppo sensibile all’impressione naturale, io mi scoraggio nella prova o abuso di una consolazione, o mi lascio dominare da qualche altro sentimento naturale. In questo caso non v’è corrispondenza all’azione di Dio, ed io resto freddo, vuoto, senza animazione spirituale, facilmente smemorato, svogliato o incapace al mio dovere. Resto nella menzogna, nella vanità e nella schiavitù della mia inerzia e del mio movimento umano; i miei pensieri, sentimenti ed azioni non sono penetrati dall’influenza divina alla quale io sono chiuso.

Non v’è né pietà passiva né pietà attiva; essendo mancata la sottomissione, viene a mancare anche il dovere.

342. L’unione. – Se uno stato abituale o un atto di sincera accettazione tiene aperto o mi apre alla sollecitazione divina, mi metto in comunicazione effettiva con l’autore della vita. L’operazione con la quale Dio mi ha prevenuto continuerà in me, mi accompagnerà, mi sosterrà e mi fortificherà fino al completo adempimento del dovere per cui mi è dato questo soccorso divino. Il dovere, visto così nella luce di Dio, amato nel movimento di Dio, eseguito nella forza di Dio, ha una perfezione consumata, purché io mi mantenga in questa corrispondenza, che permette al concorso divino di seguire il suo corso e di produrre il suo effetto. Questi effetti di luce, di calore e di forza costituiscono la grazia attuale concorrente. Questi eccitamenti divini si rinnovano continuamente, si moltiplicano e si proporzionano ai miei doveri, in modo che nessuno di questi rimanga senza l’aiuto preveniente e il concorso dell’operazione soprannaturale.

Quando l’aiuto preveniente ed il concorso divino mi hanno condotto abbastanza presso Dio, in modo da poter attuare le condizioni della giustificazione, allora la corrente di animazione santa circola in me, depone come una linfa divina, che trasforma interiormente il mio essere comunicandogli la vita soprannaturale. Ecco la grazia santificante. Per essa sono trasformati i miei atti, i miei sentimenti, le mie idee. Per essa la mia attività si trova veramente come fusa nell’attività divina; per essa le mie facoltà sono abilitate, adattate, elevate all’altezza soprannaturale del dovere cristiano della vita interiore. Ma, come ho detto, non è ancora il momento d’apprezzare qui, nella loro intima natura, questi mezzi del tutto divini, che sono la grazia preveniente o concorrente e la grazia santificante. Di questo si tratterà nella terza Parte (nn. 497, 498).

Ecco dunque in qual modo sono condotto alla sottomissione vitale della mia mente ai desideri di Dio, della mia volontà a quella divina, della mia azione alla sua azione, della mia vita alla sua vita.

Si compie così l’unione della pietà attiva alla pietà passiva. La mia pietà è allora una sola, unica, vivissima operazione di cui Dio è il movente ed io il cooperatore. E’ la vita di Dio in me ed è la mia vita in lui. Egli è in me con la sua azione ed io sono in lui con la mia azione; abbondano allora in me i frutti della pietà (cf. Gv 15, 5).

343. L’elettricità. – Sebbene Dio sia presente in ogni luogo con la sua potenza, con la sua scienza e con il suo essere, tuttavia, nell’attuazione della mia unione vitale con lui, egli non mi è accessibile che in un solo punto, quello della sua azione presente in me e del mio dovere per lui (n. 278). « Nessuno può venire a me, disse il Salvatore, se non lo attira il Padre che mi ha mandato » (Gv 6, 44). Bisogna andare a Dio; è il dovere della pietà attiva. Ma, per andarci, è necessario essere attratti; è questo il compito della pietà passiva. Essere attratto e andare è la pietà completa. Per essere attratto, è però necessario: 1) che Dio agisca; 2) che io mi metta in contatto con questa azione divina. Come agisce Dio? Col suo beneplacito. In che modo mi metto in contatto con l’azione divina? Prima di tutto con l’accettazione. Ora, nel medesimo istante in cui avviene il contatto, si stabilisce la comunicazione, e l’elettricità divina circola in me.

Elettrizzato da Dio, sono elevato e trascinato all’esecuzione del dovere presente. Qualunque sia l’operazione divina, prova o gioia, appena l’accetto, sento circolare in me l’energia vitale soprannaturalmente necessaria e corrispondente agli obblighi del dovere attuale.

La corrente divina non sarà interrotta, se non per una mia deviazione che interrompa il contatto con Dio, e sarà ristabilita allorché una nuova accettazione mi rimetterà in contatto con essa.

344. Il contatto divino. – Questo contatto è stabilito, nella sua piena perfezione, dal grazie dell’accettazione; grazie (n. 325) penetrante che sa discernere, nella gioia e nel dolore, l’operazione divina, e che, non lasciandosi dominare né dal fascino del piacere né dalle apprensioni del dolore, aderisce direttamente all’azione di Dio e al risultato da lui voluto. Quanto più il grazie attraversa il sensibile per penetrare direttamente ed unicamente fino all’operazione, al desiderio ed all’idea di Dio, tanto più il contatto è intimo. Quale attività allora!

Finora mi sono lasciato troppo stoltamente cullare dalle consolazioni, troppo vilmente opprimere dalle desolazioni; perché? Perché, essendo troppo preoccupato di me stesso, non ho avuto l’intelligenza dell’azione di Dio, e così non ho saputo mettermi in contatto con lui. Il piacere mi ha perciò infiacchito e la sofferenza scoraggiato.

Allorché ho saputo dire nella gioia un grazie più intelligente, quale slancio ho provato verso il mio dovere! quale luce per conoscerlo! quale ardore per amarlo! quale facilità per adempierlo! In quei momenti di entusiasmo, pare che nessun dovere costi; lo si vede, lo si ama e lo si compie così bene! L’elettricità divina eleva l’anima.

Ma, soprattutto, quando all’urto di una prova risponde un grazie profondo, oh allora!… Altrove ho parlato (n. 326) della gioia che zampilla; ora bisogna invece parlare della forza che solleva, dell’ardore che trascina, della luce che inonda, della forza che rende i martiri trionfanti nei loro supplizi, dell’ardore che trasporta gli apostoli nel loro zelo, dei lumi che rendono così profonde le intuizioni delle anime che hanno sofferto. Tutti gli eroismi del dovere, quelli calmi e nascosti, come quelli entusiasti e strepitosi, sono figli di questo grande grazie pronunciato nella sofferenza; perché in nessun punto il contatto con Dio è così intimo e potente e nessun’altra cosa apre così pienamente l’anima alla circolazione della vita divina. Tutte le sublimità del sacrificio sono accessibili alle anime che sanno fare questa apertura e mantenersi in questo contatto. Ah, Signore, se l’uomo sapesse! Questo è ciò che i santi chiamano corrispondenza a Dio e che raccomandano in tanti modi.

Questa corrispondenza non conduce ad ogni istante alle sublimità, poiché le sublimità non sono di tutti gli istanti; ma conduce sempre però alla perfezione delle azioni, poiché la perfezione conviene a tutte le azioni cristiane.

 

La vita interiore di F. Pollien cap.VIII

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CAPITOLO VIII

GIOIE E PENE

321. Difficoltà ad accettare bene la consolazione. – 322. Distaccarsene. – 323. Difficoltà nell’accettare bene la sofferenza. – 324. Nulla chiedere, nulla rifiutare.

321. Difficoltà ad accettare bene la consolazione. – Occorre considerare, più da vicino e separatamente, i due modi dell’azione divina, e vedere come l’uno e l’altro debbano essere accettati. Sono ambedue assai difficili a prendersi bene. Non dico: a prendersi; giacché la consolazione si accoglie facilmente. Ho già visto (n. 299) che la natura stessa non ha troppa difficoltà a riconoscere in essa un sorriso di Dio. Ma altro è riconoscere il sorriso, altro comprenderlo, prenderlo bene ed utilizzarlo. Veramente non saprei se sia più facile accettare soprannatu­ralmente una consolazione o una sofferenza. Infatti, allorché Dio manda una dolcezza, non è facile vedere innanzitutto la mano che la dona, amarla come operazione divina e vedere il frutto spirituale che Dio vuole produrre per mezzo di essa. Facilmente sono riconoscente a Dio per la gioia che mi manda; sono sensibile a questa, ne godo e mi riposo in essa. Ma l’azione divina, il disegno di vita di cui questa gioia non è che uno strumento, il frutto di progresso che ne deve risultare, non sono forse misteri troppo elevati per la mia bassezza che non sa sollevare fin là né il suo occhio, né la sua riconoscenza? M’arresto al mezzo e perdo di vista il fine.

Eviterò questo disordine abituandomi a non desiderare tanto la consolazione, poiché essa non è Dio, ma semplicemente, un suo strumento; a non cercarla direttamente, a sopportarne generosamente la privazione, a riceverla con semplicità, a gioirne senza agitazione, a perderla senza rammarico, tenendo lo sguardo sempre fisso all’unico necessario, la gloria santa, a cui ogni consolazione deve tendere.

322. Distaccarsene. – San Giovanni della Croce va oltre. Egli si sforza di convincere che le consolazioni non sono Dio, ma uno strumento nelle sue mani, per produrre le ascensioni misteriose della sua gloria. Più lo strumento passa veloce, più l’effetto spirituale resta solo, puro e completo. Così egli consiglia di rinunziarvi subito, anche quando si è assolutamente certi che vengono da buona sorgente. In tal modo non si correrà mai il rischio di attaccarsi ad esse, anziché a Dio, né di essere ingannati da false attrattive del demonio. Comportarsi così nella consolazione suppone molta energia nella mortificazione. Tuttavia, lasciare a Dio la cura di darmela o di togliermela a suo piacere, secondo il consiglio di san Francesco di Sales, suppone forse altrettanta forza e più umiltà. La forza più calma è ben lungi dall’essere la più facile, poiché deve essere più sostenuta. In questa calma prolungata, l’umiltà deve essere più illuminata, per sventare le seduzioni e le illusioni della ricerca personale in ciò che aggrada alla natura. I due consigli tendono allo stesso fine e la loro differenza caratterizza i due santi. Forse è bene aggiungere che il consiglio d’energia conviene a certe anime, quello di dolcezza a certe altre.

323. Difficoltà nell’accettare bene la speranza. – Se troppo facilmente mi lascio ingannare dalla gioia, con più facilità mi scoraggio e mi irrito e mi lamento nel dolore. Basta spesso un piccolo dispiacere per abbattermi, una leggera amarezza per disgustarmi. Se mi capita una prova più crocifiggente, sono schiacciato. Pianta esile che paventa i colpi del vento e della pioggia, del sole e del freddo! L’abitudine del piacere ha causato all’anima mia un temperamento delicato, incapace a sopportare la minima pena. Per questo, le operazioni purificatrici di Dio, invece di produrre in me frutti di progresso, non servono, per colpa mia, che ad aumentare il mio male.

Oppure, m’inasprisco, mi irrito, insorgo contro il dolore. Se lo subisco, è troppo spesso a malincuore, mormorando, senza riflettere che in tal modo, ricalcitrando, respingo Dio e la sua sollecitudine. Terribile abitudine di vedere tutto coi sensi, di apprezzare tutto alla stregua della mia soddisfazione! Giungo perfino a misconoscere la paternità divina, a respingerla, talora a insultarla, poiché la mormorazione non è forse un insulto all’amore? Oh quanti sforzi di questo amore ho reso sterili finora!… Quante volte l’ho respinto, nel momento in cui veniva a me sotto la sua veste più rigida, ma non meno misericordiosa!… Mio Dio, se vi avessi compreso!… vi comprenderò meglio d’ora innanzi?…

324. Nulla chiedere, nulla rifiutare. – Ogni sofferenza, da qualunque parte arrivi, viene da Dio. Venendo da Dio, ha il compito di purificare, liberare ed elevare. È l’inviata di Dio, perciò debbo accoglierla bene e lasciare compiere l’opera sua. Accettarla è tutto il mio dovere. Non bisogna mai domandarla. Chiedere le prove, è sempre una presunzione, e per conseguenza un pericolo, a meno che si tratti di una particolare ispirazione dello Spirito Santo, la quale raramente è data prima del quinto grado della pietà. « Non domandate né rifiutate alcuna cosa » è la massima favorita di san Francesco di Sales, che ben può servire di motto al cristiano nel suo cammino attraverso le consolazioni e le desolazioni.

D’altronde, vi è un tratto molto lungo da percorrere prima di giungere all’accettazione totale, amorosa, riconoscente, di tutto ciò che Dio manda, senza mai nulla rifiutare (n. 315). Non sono io ordinariamente occupato nell’allontanare tutte le sofferenze? Non è forse questa una delle grandi cure della mia vita? Quante precauzioni e quanti mezzi adopero per fuggire il dolore! In nessun’altra cosa mi mostro così abile e premuroso. Non dico che sia male risparmiarsi certe sofferenze. Adoperare per questo i mezzi che Dio ha stabilito a tale fine, può anche essere un atto di virtù (n. 87). Per quanto sta da me, debbo preservare il mio essere da lesioni funeste; la cura della mia salute fisica e spirituale è un dovere. È bene anche rimuovere certe sofferenze, le quali, pur senza recarmi grave danno, sono tuttavia un vero ostacolo, per lo stordimento che possono causare alle mie migliori facoltà. Vi sono dunque sofferenze contro le quali posso e debbo premunirmi. Se però desidero soffrire, ho migliaia di occasioni, anche senza nulla chiedere a Dio. Quando ricordo san Francesco di Sales che non si accostava mai al fuoco, per sentire il freddo come Dio glielo mandava, oppure lasciava che le mosche insanguinassero la sua fronte calva, senza scacciarle; e san Benedetto Labre, che conservava gl’insetti parassiti, ecc., comprendo qual campo infinito sia aperto all’accettazione pura e semplice delle sofferenze di ogni giorno. È bene tuttavia ricordare che l’amore alla sofferenza è proporzionato al grado di elevazione dell’anima, e che, salvo casi eccezionali, solo le anime giunte alla santità sono capaci di affrontare le sofferenze eroiche.

La vita interiore di F. Pollien cap.VII

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CAPITOLO VII

L’ATTENZIONE A DIO

317. Quanto occorra conoscere l’azione divina. – 318. Evitare la curiosità. – 319. Attenzione e sottomissione. – 320. Il direttore spirituale.

317. Quanto occorra conoscere l’azione divina. – Prima di piantare qualcosa, il giardiniere pensa a preparare il suo terreno mediante una coltura generale, che lo renderà atto a ricevere le varie sementi. Allo stesso modo, nella vita spirituale il terreno dell’anima dev’essere preparato a ricevere la semente che il celeste giardiniere vorrà far fruttificare in esso. Questa preparazione di fondo è compiuta dall’attenzione generale a ricevere ogni azione di Dio, senza la preoccupazione di sapere quale sarà, quali germi voglia spargere, quali mezzi usare, quali modi seguire. Ed effettivamente Dio compie molte delle sue operazioni, senza domandarmi altra cosa fuori di questa disposizione fondamentale di ricezione, che gli lascia libertà e facilità di coltivarmi a suo piacere. Ma la sua azione diviene talvolta più insistente. Certi colpi vibrati sull’anima, ancora poco stabilita nella pietà passiva, corrono il rischio di essere misconosciuti, allontanati, distrutti, per così dire, dalla resistenza, o rivolti alla propria soddisfazione a detrimento della gloria di Dio. È perciò necessario qualche volta conoscere più espressamente alcune particolarità di quest’azione, per imparare almeno a non misconoscerla. Quando ciò è necessario, Dio lo manifesta. Egli sa parlare e, quando parla, sa farsi comprendere. Parli per mezzo di attrattive o di rimorsi, di avvenimenti o di impressioni, con la voce dei superiori o con quella della sofferenza, la sua parola è sempre assai chiara per essere afferrata da un cuore docile agli insegnamenti divini. Dio agisce sempre e la sua azione richiede una semplicissima apertura di sottomissione. Egli parla meno sovente e quando parla, basta, per intenderlo, l’attenzione che produce nell’anima il desiderio del suo avanzamento.

318. Evitare la curiosità. – Per intendere Dio bisogna evitare la curiosità; anzitutto una certa curiosità sospettosa od orgogliosa che pretenderebbe controllare la sua opera; e poi una curiosità vana e sensuale che cerca di pascere ed accontentare se stessa. Dio non si rivela né all’orgoglio né alla sensualità; non ama di essere guardato con sospetto, né permette che i suoi segreti siano abbandonati in pasto alla stoltezza. Del resto, ha le sue ragioni ed i suoi momenti per rivelare i suoi misteri; occorre saper rispettare il suo silenzio ed attendere la sua luce.

Non cercare quello che è al disopra di te, e quello che è al disopra delle tue forze non lo indagare; ma pensa sempre a quello che Dio ti ha comandato e non essere curioso scrutatore delle molteplici opere di lui; perché non è necessario per te vedere coi tuoi occhi le cose astruse. Non ti lambiccare il cervello in cose superflue e non essere curioso scrutatore delle molteplici opere di Dio; perché a te sono state mostrate molte cose che sorpassano l’intelligenza dell’uomo. Molti sono stati tratti in inganno dalle loro opinioni e ritenuti nell’errore dai loro sensi (cf. Sir 3, 22-24).

319. Attenzione e sottomissione. – Mio Dio! mi sembra di avere un sincero desiderio di vivere secondo le esigenze del vostro beneplacito. Fate dunque, vi prego, che il mio desiderio sia conforme al vostro. Fate che io conosca e che mi sottometta quanto lo esige la vostra volontà. Voi volete che io conosca, in una certa misura, la vostra azione e mi sottometta interamente ad essa. Datemi la sincerità dell’attenzione e la semplicità della sottomissione. Sinceramente attento, non ignorerò nulla di ciò che voi desiderate manifestarmi; sottomesso con semplicità, non cercherò nulla di ciò che volete tenermi nascosto. L’attenzione manterrà il mio occhio aperto alla vostra luce; la sottomissione manterrà la mia azione in accordo con la vostra. Mediante l’attenzione acquisterò ciò che tanto mi manca, ossia il senso divino degli avvenimenti. Mediante la sottomissione, arriverò alla tranquilla sicurezza del riposo nella confidenza. La sincerità dell’attenzione mi farà evitare gli sviamenti delle sbadataggini e delle negligenze. La semplicità della sottomissione mi preserverà dalle curiosità indiscrete e dai turbamenti. Mio Dio, fate che vi comprenda e vi segua!

320. Il direttore spirituale. – Per togliere ogni oggetto d’inquietudine e d’illusione, Dio ha stabilito gli interpreti ufficiali della sua parola. Il direttore spirituale ha la missione di riconoscere e d’interpretare le ispirazioni divine. Se non voglio misconoscerne alcuna, non ho che da sorvegliare, con calma diligenza, il mio interno e renderne conto al direttore, il quale mi dirà ciò che dovrò fare. Quando Nostro Signore atterrò Saulo sulla via di Damasco per farne un san Paolo, gli diede un segno straordinario della sua speciale volontà a suo riguardo. Il lupo rapace, atterrato, lo comprese: Signore, che volete ch’io faccia? Va’ a trovare Anania: egli ti dirà quel che devi fare (cf. At 22, 6-10). Dio non gli manifesta direttamente la sua volontà, ma lo invia all’uomo che ha la missione di manifestargliela. Ho già conosciuto l’importanza del ministero della direzione circa i doveri di stato (n. 260). La riconosco anche qui circa i segreti del beneplacito divino. Che v’è di sorprendente in ciò, dato che le due parti della pietà sono indissolubilmente corrispondenti?

La vita interiore di F. Pollien cap.VI

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CAPITOLO VI

L’ATTESA DI DIO

313. Calma nel risveglio. – 314. Attesa premurosa. – 315. Alla scuola di Dio. – 316. L’attesa del Messia.

313. Calma nel risveglio. – « In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel “regno dei cieli » (Mt 18, 3). Mio Dio! se mi sono inoltrato così poco nel vostro regno, non è forse perché, troppo preso dalle agitazioni, o troppo assopito nelle mie negligenze, non ho saputo restare aperto alla vostra azione? Purtroppo è così difficile, all’indipendenza orgogliosa o indolente, ritornare con voi alla confidenza del fanciullo verso la madre, confidenza così calma nella sua semplicità, così interrogativa anche nella sua attività, che riposa e risveglia nello stesso tempo tutto il suo essere! Ed ecco la calma nel risveglio, in cui l’anima mia dovrebbe costantemente mantenersi davanti a Dio per ricevere le operazioni del suo beneplacito.

«Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese, siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli » (Lc 12, 35-37). Duplice preparazione, dunque: di raccoglimento in se stessi e di attesa del padrone, affinché il servo non sia colto all’improvviso, né il padrone trattenuto alla porta.

314. Attesa premurosa. – Dio continua a compiere, ad ogni istante e con tutti i mezzi, le sue operazioni vitali nell’anima mia, e io devo tenerla costantemente in grande semplicità e in tranquilla avidità, sempre aperta all’azione divina. I miei occhi siano rivolti verso colui che abita nei cieli. « Come gli occhi dei servi alla mano dei loro padroni, come gli occhi della schiava alla mano della sua padrona, così i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio, finché abbia pietà di noi » (Sal 122, 2). In questa preparazione fondamentale non devo fare preferenze od esclusioni, ma devo esser disposto a ricevere indifferentemente tutto da Dio.

Ecco come san Francesco di Sales parla del grado supremo dell’indifferenza e dell’abbandono al divin beneplacito: « Mi pare, dice, che l’anima che si trova in questa indifferenza e che non ha alcun desiderio, ma lascia agire Dio secondo il suo volere, debba mantenere la sua volontà in una semplice e generale attesa; in quanto che, attendere non significa agire, ma restare disposto a qualche avvenimento. E, se ben si considera, l’attesa dell’anima è veramente volontaria; tuttavia, non è azione, ma una semplice disposizione a ricevere quel che verrà. Alorché gli avvenimenti sono giunti e ricevuti, l’attesa si muta in consenso o acquiescenza; ma prima della loro venuta l’anima è in una semplice attesa, indifferente a tutto ciò che alla divina volontà piacerà disporre ».

315. Alla scuola di Dio. – Non riuscirò certamente a raggiungere d’un tratto questa perfezione. Un primo sguardo ed un orientamento parziale e momentaneo dell’attenzione possono essere compiuti in un attimo; ma l’educazione di questa attitudine dell’anima, la sua chiaroveggenza, la sua stabilità sono necessariamente frutto di lungo esercizio, e tanto più lungo quanto più io debbo giungervi da lontano. Mi sono smarrito nelle vie della mia volontà, della mia agitazione, delle mie distrazioni, delle mie negligenze; non ho saputo ascoltare la voce di Dio, prestargli attenzione, interrogarlo; ed egli mi ha abbandonato ai desideri del mio cuore, mi ha lasciato seguire le vie della mia immaginazione (cf. Sal 80, 12-13). È di là ch’io devo giungere. Come si arriverà a questa tranquilla attenzione? Per gradi. La pietà incomincia lentamente, con la fuga del peccato, per elevarsi fino alla consumazione. Poiché la volontà di Dio è la via che conduce alla pietà, è chiaro che la via è in rapporto con il fine. Se vi sono dei gradi all’arrivo, è perché ve ne sono nella via. Dunque, all’inizio, potrò ricevere molto imperfettamente l’azione divina. La mente, il cuore e i sensi sono troppo abituati a vedere solo la creatura in sé, e non possono perciò elevarsi subito a comprendere, gustare e raggiungere il sacramento universale dell’operazione divina. Ho qui un lungo e paziente tirocinio soprannaturale da intraprendere e da proseguire con una serena sincerità. E, per essere sicuro di riuscirvi, occorre che, da docile allievo, mi metta alla scuola di colui che è il mio unico Maestro.

316. L’attesa del Messia. – E’ necessario venire a questa scuola senza il preconcetto di voler essere diretto e di apprendere a modo mio, di interrogare i miei desideri anziché quelli del Maestro. Chi più del popolo eletto fu alla scuola di Dio? Eppure, dopo tanti secoli d’insegnamento, non seppe riconoscere colui che gli era stato indicato e che attendeva. Il Messia venne in casa sua ed i suoi non lo ricevettero (Gv 1, 11). Non lo ricevettero perché non lo riconobbero; non lo riconobbero perché, legati ai loro concetti ed alle loro ambizioni, l’attendevano diverso e diversamente dal come venne. Ecco il pericolo e la disgrazia. Quantunque circondato da tanti ammaestramenti divini, posso anch’io misconoscere, nella sua azione, la venuta di colui che fa di tutto per farsi conoscere ed accogliere. Quanto è vero, allora, che non bisogna legarsi a modi o a mezzi particolari, ma al di là di ogni mezzo o modo, occorre aderire all’azione purissima, che è distinta e che bisogna distinguere da ciò che ne è soltanto il veicolo!

L’attesa allora è serena, perché sta al disopra e al di fuori di ogni contingenza; ed è veramente un riposo ristoratore dell’anima. Inoltre, perpetuamente saziata dal torrente dell’azione divina, sempre avida di quest’azione, che segue e di cui è sicura, l’anima non conosce né le angosce d’un vuoto presente, né le ansietà d’una privazione futura. Dio le basta ora e per sempre.