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La vita interiore di F. Pollien cap.VIII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VIII

GIOIE E PENE

321. Difficoltà ad accettare bene la consolazione. – 322. Distaccarsene. – 323. Difficoltà nell’accettare bene la sofferenza. – 324. Nulla chiedere, nulla rifiutare.

321. Difficoltà ad accettare bene la consolazione. – Occorre considerare, più da vicino e separatamente, i due modi dell’azione divina, e vedere come l’uno e l’altro debbano essere accettati. Sono ambedue assai difficili a prendersi bene. Non dico: a prendersi; giacché la consolazione si accoglie facilmente. Ho già visto (n. 299) che la natura stessa non ha troppa difficoltà a riconoscere in essa un sorriso di Dio. Ma altro è riconoscere il sorriso, altro comprenderlo, prenderlo bene ed utilizzarlo. Veramente non saprei se sia più facile accettare soprannatu­ralmente una consolazione o una sofferenza. Infatti, allorché Dio manda una dolcezza, non è facile vedere innanzitutto la mano che la dona, amarla come operazione divina e vedere il frutto spirituale che Dio vuole produrre per mezzo di essa. Facilmente sono riconoscente a Dio per la gioia che mi manda; sono sensibile a questa, ne godo e mi riposo in essa. Ma l’azione divina, il disegno di vita di cui questa gioia non è che uno strumento, il frutto di progresso che ne deve risultare, non sono forse misteri troppo elevati per la mia bassezza che non sa sollevare fin là né il suo occhio, né la sua riconoscenza? M’arresto al mezzo e perdo di vista il fine.

Eviterò questo disordine abituandomi a non desiderare tanto la consolazione, poiché essa non è Dio, ma semplicemente, un suo strumento; a non cercarla direttamente, a sopportarne generosamente la privazione, a riceverla con semplicità, a gioirne senza agitazione, a perderla senza rammarico, tenendo lo sguardo sempre fisso all’unico necessario, la gloria santa, a cui ogni consolazione deve tendere.

322. Distaccarsene. – San Giovanni della Croce va oltre. Egli si sforza di convincere che le consolazioni non sono Dio, ma uno strumento nelle sue mani, per produrre le ascensioni misteriose della sua gloria. Più lo strumento passa veloce, più l’effetto spirituale resta solo, puro e completo. Così egli consiglia di rinunziarvi subito, anche quando si è assolutamente certi che vengono da buona sorgente. In tal modo non si correrà mai il rischio di attaccarsi ad esse, anziché a Dio, né di essere ingannati da false attrattive del demonio. Comportarsi così nella consolazione suppone molta energia nella mortificazione. Tuttavia, lasciare a Dio la cura di darmela o di togliermela a suo piacere, secondo il consiglio di san Francesco di Sales, suppone forse altrettanta forza e più umiltà. La forza più calma è ben lungi dall’essere la più facile, poiché deve essere più sostenuta. In questa calma prolungata, l’umiltà deve essere più illuminata, per sventare le seduzioni e le illusioni della ricerca personale in ciò che aggrada alla natura. I due consigli tendono allo stesso fine e la loro differenza caratterizza i due santi. Forse è bene aggiungere che il consiglio d’energia conviene a certe anime, quello di dolcezza a certe altre.

323. Difficoltà nell’accettare bene la speranza. – Se troppo facilmente mi lascio ingannare dalla gioia, con più facilità mi scoraggio e mi irrito e mi lamento nel dolore. Basta spesso un piccolo dispiacere per abbattermi, una leggera amarezza per disgustarmi. Se mi capita una prova più crocifiggente, sono schiacciato. Pianta esile che paventa i colpi del vento e della pioggia, del sole e del freddo! L’abitudine del piacere ha causato all’anima mia un temperamento delicato, incapace a sopportare la minima pena. Per questo, le operazioni purificatrici di Dio, invece di produrre in me frutti di progresso, non servono, per colpa mia, che ad aumentare il mio male.

Oppure, m’inasprisco, mi irrito, insorgo contro il dolore. Se lo subisco, è troppo spesso a malincuore, mormorando, senza riflettere che in tal modo, ricalcitrando, respingo Dio e la sua sollecitudine. Terribile abitudine di vedere tutto coi sensi, di apprezzare tutto alla stregua della mia soddisfazione! Giungo perfino a misconoscere la paternità divina, a respingerla, talora a insultarla, poiché la mormorazione non è forse un insulto all’amore? Oh quanti sforzi di questo amore ho reso sterili finora!… Quante volte l’ho respinto, nel momento in cui veniva a me sotto la sua veste più rigida, ma non meno misericordiosa!… Mio Dio, se vi avessi compreso!… vi comprenderò meglio d’ora innanzi?…

324. Nulla chiedere, nulla rifiutare. – Ogni sofferenza, da qualunque parte arrivi, viene da Dio. Venendo da Dio, ha il compito di purificare, liberare ed elevare. È l’inviata di Dio, perciò debbo accoglierla bene e lasciare compiere l’opera sua. Accettarla è tutto il mio dovere. Non bisogna mai domandarla. Chiedere le prove, è sempre una presunzione, e per conseguenza un pericolo, a meno che si tratti di una particolare ispirazione dello Spirito Santo, la quale raramente è data prima del quinto grado della pietà. « Non domandate né rifiutate alcuna cosa » è la massima favorita di san Francesco di Sales, che ben può servire di motto al cristiano nel suo cammino attraverso le consolazioni e le desolazioni.

D’altronde, vi è un tratto molto lungo da percorrere prima di giungere all’accettazione totale, amorosa, riconoscente, di tutto ciò che Dio manda, senza mai nulla rifiutare (n. 315). Non sono io ordinariamente occupato nell’allontanare tutte le sofferenze? Non è forse questa una delle grandi cure della mia vita? Quante precauzioni e quanti mezzi adopero per fuggire il dolore! In nessun’altra cosa mi mostro così abile e premuroso. Non dico che sia male risparmiarsi certe sofferenze. Adoperare per questo i mezzi che Dio ha stabilito a tale fine, può anche essere un atto di virtù (n. 87). Per quanto sta da me, debbo preservare il mio essere da lesioni funeste; la cura della mia salute fisica e spirituale è un dovere. È bene anche rimuovere certe sofferenze, le quali, pur senza recarmi grave danno, sono tuttavia un vero ostacolo, per lo stordimento che possono causare alle mie migliori facoltà. Vi sono dunque sofferenze contro le quali posso e debbo premunirmi. Se però desidero soffrire, ho migliaia di occasioni, anche senza nulla chiedere a Dio. Quando ricordo san Francesco di Sales che non si accostava mai al fuoco, per sentire il freddo come Dio glielo mandava, oppure lasciava che le mosche insanguinassero la sua fronte calva, senza scacciarle; e san Benedetto Labre, che conservava gl’insetti parassiti, ecc., comprendo qual campo infinito sia aperto all’accettazione pura e semplice delle sofferenze di ogni giorno. È bene tuttavia ricordare che l’amore alla sofferenza è proporzionato al grado di elevazione dell’anima, e che, salvo casi eccezionali, solo le anime giunte alla santità sono capaci di affrontare le sofferenze eroiche.

La vita interiore di F. Pollien cap.VII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VII

L’ATTENZIONE A DIO

317. Quanto occorra conoscere l’azione divina. – 318. Evitare la curiosità. – 319. Attenzione e sottomissione. – 320. Il direttore spirituale.

317. Quanto occorra conoscere l’azione divina. – Prima di piantare qualcosa, il giardiniere pensa a preparare il suo terreno mediante una coltura generale, che lo renderà atto a ricevere le varie sementi. Allo stesso modo, nella vita spirituale il terreno dell’anima dev’essere preparato a ricevere la semente che il celeste giardiniere vorrà far fruttificare in esso. Questa preparazione di fondo è compiuta dall’attenzione generale a ricevere ogni azione di Dio, senza la preoccupazione di sapere quale sarà, quali germi voglia spargere, quali mezzi usare, quali modi seguire. Ed effettivamente Dio compie molte delle sue operazioni, senza domandarmi altra cosa fuori di questa disposizione fondamentale di ricezione, che gli lascia libertà e facilità di coltivarmi a suo piacere. Ma la sua azione diviene talvolta più insistente. Certi colpi vibrati sull’anima, ancora poco stabilita nella pietà passiva, corrono il rischio di essere misconosciuti, allontanati, distrutti, per così dire, dalla resistenza, o rivolti alla propria soddisfazione a detrimento della gloria di Dio. È perciò necessario qualche volta conoscere più espressamente alcune particolarità di quest’azione, per imparare almeno a non misconoscerla. Quando ciò è necessario, Dio lo manifesta. Egli sa parlare e, quando parla, sa farsi comprendere. Parli per mezzo di attrattive o di rimorsi, di avvenimenti o di impressioni, con la voce dei superiori o con quella della sofferenza, la sua parola è sempre assai chiara per essere afferrata da un cuore docile agli insegnamenti divini. Dio agisce sempre e la sua azione richiede una semplicissima apertura di sottomissione. Egli parla meno sovente e quando parla, basta, per intenderlo, l’attenzione che produce nell’anima il desiderio del suo avanzamento.

318. Evitare la curiosità. – Per intendere Dio bisogna evitare la curiosità; anzitutto una certa curiosità sospettosa od orgogliosa che pretenderebbe controllare la sua opera; e poi una curiosità vana e sensuale che cerca di pascere ed accontentare se stessa. Dio non si rivela né all’orgoglio né alla sensualità; non ama di essere guardato con sospetto, né permette che i suoi segreti siano abbandonati in pasto alla stoltezza. Del resto, ha le sue ragioni ed i suoi momenti per rivelare i suoi misteri; occorre saper rispettare il suo silenzio ed attendere la sua luce.

Non cercare quello che è al disopra di te, e quello che è al disopra delle tue forze non lo indagare; ma pensa sempre a quello che Dio ti ha comandato e non essere curioso scrutatore delle molteplici opere di lui; perché non è necessario per te vedere coi tuoi occhi le cose astruse. Non ti lambiccare il cervello in cose superflue e non essere curioso scrutatore delle molteplici opere di Dio; perché a te sono state mostrate molte cose che sorpassano l’intelligenza dell’uomo. Molti sono stati tratti in inganno dalle loro opinioni e ritenuti nell’errore dai loro sensi (cf. Sir 3, 22-24).

319. Attenzione e sottomissione. – Mio Dio! mi sembra di avere un sincero desiderio di vivere secondo le esigenze del vostro beneplacito. Fate dunque, vi prego, che il mio desiderio sia conforme al vostro. Fate che io conosca e che mi sottometta quanto lo esige la vostra volontà. Voi volete che io conosca, in una certa misura, la vostra azione e mi sottometta interamente ad essa. Datemi la sincerità dell’attenzione e la semplicità della sottomissione. Sinceramente attento, non ignorerò nulla di ciò che voi desiderate manifestarmi; sottomesso con semplicità, non cercherò nulla di ciò che volete tenermi nascosto. L’attenzione manterrà il mio occhio aperto alla vostra luce; la sottomissione manterrà la mia azione in accordo con la vostra. Mediante l’attenzione acquisterò ciò che tanto mi manca, ossia il senso divino degli avvenimenti. Mediante la sottomissione, arriverò alla tranquilla sicurezza del riposo nella confidenza. La sincerità dell’attenzione mi farà evitare gli sviamenti delle sbadataggini e delle negligenze. La semplicità della sottomissione mi preserverà dalle curiosità indiscrete e dai turbamenti. Mio Dio, fate che vi comprenda e vi segua!

320. Il direttore spirituale. – Per togliere ogni oggetto d’inquietudine e d’illusione, Dio ha stabilito gli interpreti ufficiali della sua parola. Il direttore spirituale ha la missione di riconoscere e d’interpretare le ispirazioni divine. Se non voglio misconoscerne alcuna, non ho che da sorvegliare, con calma diligenza, il mio interno e renderne conto al direttore, il quale mi dirà ciò che dovrò fare. Quando Nostro Signore atterrò Saulo sulla via di Damasco per farne un san Paolo, gli diede un segno straordinario della sua speciale volontà a suo riguardo. Il lupo rapace, atterrato, lo comprese: Signore, che volete ch’io faccia? Va’ a trovare Anania: egli ti dirà quel che devi fare (cf. At 22, 6-10). Dio non gli manifesta direttamente la sua volontà, ma lo invia all’uomo che ha la missione di manifestargliela. Ho già conosciuto l’importanza del ministero della direzione circa i doveri di stato (n. 260). La riconosco anche qui circa i segreti del beneplacito divino. Che v’è di sorprendente in ciò, dato che le due parti della pietà sono indissolubilmente corrispondenti?

La vita interiore di F. Pollien cap.VI

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO VI

L’ATTESA DI DIO

313. Calma nel risveglio. – 314. Attesa premurosa. – 315. Alla scuola di Dio. – 316. L’attesa del Messia.

313. Calma nel risveglio. – « In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel “regno dei cieli » (Mt 18, 3). Mio Dio! se mi sono inoltrato così poco nel vostro regno, non è forse perché, troppo preso dalle agitazioni, o troppo assopito nelle mie negligenze, non ho saputo restare aperto alla vostra azione? Purtroppo è così difficile, all’indipendenza orgogliosa o indolente, ritornare con voi alla confidenza del fanciullo verso la madre, confidenza così calma nella sua semplicità, così interrogativa anche nella sua attività, che riposa e risveglia nello stesso tempo tutto il suo essere! Ed ecco la calma nel risveglio, in cui l’anima mia dovrebbe costantemente mantenersi davanti a Dio per ricevere le operazioni del suo beneplacito.

«Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese, siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli » (Lc 12, 35-37). Duplice preparazione, dunque: di raccoglimento in se stessi e di attesa del padrone, affinché il servo non sia colto all’improvviso, né il padrone trattenuto alla porta.

314. Attesa premurosa. – Dio continua a compiere, ad ogni istante e con tutti i mezzi, le sue operazioni vitali nell’anima mia, e io devo tenerla costantemente in grande semplicità e in tranquilla avidità, sempre aperta all’azione divina. I miei occhi siano rivolti verso colui che abita nei cieli. « Come gli occhi dei servi alla mano dei loro padroni, come gli occhi della schiava alla mano della sua padrona, così i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio, finché abbia pietà di noi » (Sal 122, 2). In questa preparazione fondamentale non devo fare preferenze od esclusioni, ma devo esser disposto a ricevere indifferentemente tutto da Dio.

Ecco come san Francesco di Sales parla del grado supremo dell’indifferenza e dell’abbandono al divin beneplacito: « Mi pare, dice, che l’anima che si trova in questa indifferenza e che non ha alcun desiderio, ma lascia agire Dio secondo il suo volere, debba mantenere la sua volontà in una semplice e generale attesa; in quanto che, attendere non significa agire, ma restare disposto a qualche avvenimento. E, se ben si considera, l’attesa dell’anima è veramente volontaria; tuttavia, non è azione, ma una semplice disposizione a ricevere quel che verrà. Alorché gli avvenimenti sono giunti e ricevuti, l’attesa si muta in consenso o acquiescenza; ma prima della loro venuta l’anima è in una semplice attesa, indifferente a tutto ciò che alla divina volontà piacerà disporre ».

315. Alla scuola di Dio. – Non riuscirò certamente a raggiungere d’un tratto questa perfezione. Un primo sguardo ed un orientamento parziale e momentaneo dell’attenzione possono essere compiuti in un attimo; ma l’educazione di questa attitudine dell’anima, la sua chiaroveggenza, la sua stabilità sono necessariamente frutto di lungo esercizio, e tanto più lungo quanto più io debbo giungervi da lontano. Mi sono smarrito nelle vie della mia volontà, della mia agitazione, delle mie distrazioni, delle mie negligenze; non ho saputo ascoltare la voce di Dio, prestargli attenzione, interrogarlo; ed egli mi ha abbandonato ai desideri del mio cuore, mi ha lasciato seguire le vie della mia immaginazione (cf. Sal 80, 12-13). È di là ch’io devo giungere. Come si arriverà a questa tranquilla attenzione? Per gradi. La pietà incomincia lentamente, con la fuga del peccato, per elevarsi fino alla consumazione. Poiché la volontà di Dio è la via che conduce alla pietà, è chiaro che la via è in rapporto con il fine. Se vi sono dei gradi all’arrivo, è perché ve ne sono nella via. Dunque, all’inizio, potrò ricevere molto imperfettamente l’azione divina. La mente, il cuore e i sensi sono troppo abituati a vedere solo la creatura in sé, e non possono perciò elevarsi subito a comprendere, gustare e raggiungere il sacramento universale dell’operazione divina. Ho qui un lungo e paziente tirocinio soprannaturale da intraprendere e da proseguire con una serena sincerità. E, per essere sicuro di riuscirvi, occorre che, da docile allievo, mi metta alla scuola di colui che è il mio unico Maestro.

316. L’attesa del Messia. – E’ necessario venire a questa scuola senza il preconcetto di voler essere diretto e di apprendere a modo mio, di interrogare i miei desideri anziché quelli del Maestro. Chi più del popolo eletto fu alla scuola di Dio? Eppure, dopo tanti secoli d’insegnamento, non seppe riconoscere colui che gli era stato indicato e che attendeva. Il Messia venne in casa sua ed i suoi non lo ricevettero (Gv 1, 11). Non lo ricevettero perché non lo riconobbero; non lo riconobbero perché, legati ai loro concetti ed alle loro ambizioni, l’attendevano diverso e diversamente dal come venne. Ecco il pericolo e la disgrazia. Quantunque circondato da tanti ammaestramenti divini, posso anch’io misconoscere, nella sua azione, la venuta di colui che fa di tutto per farsi conoscere ed accogliere. Quanto è vero, allora, che non bisogna legarsi a modi o a mezzi particolari, ma al di là di ogni mezzo o modo, occorre aderire all’azione purissima, che è distinta e che bisogna distinguere da ciò che ne è soltanto il veicolo!

L’attesa allora è serena, perché sta al disopra e al di fuori di ogni contingenza; ed è veramente un riposo ristoratore dell’anima. Inoltre, perpetuamente saziata dal torrente dell’azione divina, sempre avida di quest’azione, che segue e di cui è sicura, l’anima non conosce né le angosce d’un vuoto presente, né le ansietà d’una privazione futura. Dio le basta ora e per sempre.

La vita interiore di F. Pollien cap.V

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO V

LA PIETA’ PASSIVA

306. Tenere aperto. – 307. Accettare. – 308. Riconoscere, accogliere, subire. – 309. Semplice accettazione. – 310. Con pace e tranquillità. – 311. Il riposo in Dio. – 312. Definizione della pietà passiva.

306. Tenere aperto. – Che cosa si deve fare per corrispondere alle operazioni del divin beneplacito? La corrispondenza diretta e immediata non consiste qui nell’azione, ma nell’accettazione. Alla volontà significata devo corrispondere direttamente e formalmente facendo i piccoli passi della pietà attiva. La volontà di beneplacito richiede, come corrispondenza propria e speciale, ch’io mi lasci portare nelle braccia di Dio. « Esponi al Signore il tuo stato, spera in lui: Egli provvederà » (n. 294). Affinché l’azione divina possa agire nell’anima, è necessario che entri in essa e che l’anima si apra a tale azione. E poiché questa azione è di tutti gli istanti, richiede un’apertura costante. Come assicurarle questa costante apertura? Come tenerle la via aperta? Col fare quel che Dio mi domanda per mezzo della sua volontà significata; coll’apportare questa parte d’azione che egli attende da me; col fare con lui i piccoli passi che costituiscono la pietà attiva. È chiaro che, se non faccio quanto Dio mi domanda, mi chiudo alla sua azione, poiché sono in lotta contro di lui. Al contrario, è evidente che nei momenti in cui eseguisco la sua volontà significata, la corrispondenza tra la mia anima e lui è stabilita. Di conseguenza, uno dei risultati della pietà attiva, il suo effetto più santificante è di tener l’anima accessibile alle influenze divine, di dare libero ingresso ai movimenti ispiratori e vivificatori della grazia. Ma questa apertura è già il seguito di un movimento divino:

307. Accettare. – Come, infine, sarà a lungo spiegato nel libro seguente, la mia azione non può precedere quella di Dio. La prima e principale apertura non è dunque eseguita dalla mia azione, ma dalla mia accettazione. Accettare il beneplacito divino, sottomettermi a ciò che Dio compie in me e per me, è il modo con cui, prima di tutto e soprattutto, apro la via a Dio, e dò libero corso alle sue operazioni. Il mio compito qui è dunque passivo; si limita ad accettare, a lasciar fare, a lasciarmi portare, ad adorare e ringraziare. Dio mi porta fra le sue braccia ed io mi ci abbandono. Lasciar libera la via a Dio, accettare la sua azione, non rifiutargli nulla è ciò che chiamo pietà passiva o parte passiva della pietà. La disposizione unica, essenziale, qui, è la sottomissione amorosa, senza riserva, senza inquietudine, senza curiosità, senza mormorazione, all’azione di Dio, alla sua volontà di beneplacito.

308. Riconoscere, accogliere, subire. – Ma come avviene questa accettazione? In che cosa consiste questa sottomissione? In questo: che la mente riconosca, il cuore accolga, i sensi subiscano in ogni avvenimento di beneplacito, l’operazione di Dio. Avvenimento, operazione: sono le due parti dell’azione divina, precedentemente distinte (n. 291). Occorre riconoscere, accogliere, subire l’uno e l’altra; ma l’uno in modo diverso dall’altra; l’uno a causa dell’altra; l’avvenimento, in vista dell’operazione, adattandosi e passando oltre; l’operazione, per se stessa, unendovisi in modo da custodirne gli effetti.

Quanto è importante non fare confusioni! Il capitolo precedente mi ha dimostrato come l’aderire o l’arrestarsi al mezzo divengano ostacolo all’azione (n. 305). Ricevere, ad esempio, la consolazione per la consolazione, significa indebolirmi nel trastullo; subire la prova per la prova, significa condannarmi ad uno schiacciamento. Ma accettare la consolazione o la prova quali operazioni divine, o piuttosto, accettare nella consolazione e nella prova l’operazione divina, significa ricevere la libertà e lo slancio del mio progresso. La sapienza dell’accettazione consiste, dunque, nell’adattarsi al fatto provvidenziale e nell’unirsi in tutti gli avvenimenti all’azione divina; riconoscere, accettare, subire gli avvenimenti come operazioni divine. Felice l’anima, che, senza più arrestarsi alle sue impressioni naturali di gioia o di dolore, incomincia a sentire, a gustare ed a comprendere il bisogno che Dio ha di operare in essa! A mano a mano che si diventa meno sensibili all’umano, ci si rende più sensibili al divino. Quando lo spirito impara ad uscire dal creato, giunge a vedere o ad intravedere, nei suoi incontri quotidiani, l’idea del suo Creatore. Il cuore che vuole allontanarsi dagli affetti naturali giunge a gustare, negli avvenimenti il desiderio del suo Dio. I sensi stessi, allorché diventano indifferenti alla gioia e al dolore, si sentono inondare dall’operazione purificatrice e vivificatrice. Oh, i grandi segreti della vita! Quanto è bella l’esistenza, vista, gustata e sentita in questo irraggiamento celeste!

309. Semplice accettazione. – Non mi è però necessario, né sempre possibile, avere la chiara percezione delle intenzioni di Dio e rendermi conto dei suoi modi di agire (n. 290). Talvolta egli preferirà svelarmele, ma agirà anche senza dire i suoi motivi. A me allora basterà sapere che agisce secondo il suo desiderio e la sua idea, basterà che mi pieghi puramente e semplicemente alla sua azione in quanto tale, per conformarmi al suo desiderio e realizzare la sua idea. Faccia pure quel che a lui piace; sia egli libero di modificare il suo lavoro su di me, secondo il suo desiderio attuale e la sua idea eterna, senza che la mia adesione a tale gioia, o la mia ripulsione per tale pena vengano ad ostacolarlo. Devo adorare sempre i suoi disegni, aderire alla sua intenzione, baciare la sua mano e ricevere ogni sua azione, unicamente perché viene da lui e a lui conduce. Qui è la vera e perfetta accettazione.

310. Con pace e tranquillità. – Ma ecco una questione importante: Dio agisce costantemente; occorre dunque ch’io ripeta continuamente atti di accettazione? No. Sarebbe anzitutto impossibile perché, se volessi rispondere positivamente, con atto di sottomissione, a ciascun particolare dell’azione del divin beneplacito, non basterebbe ogni mio respiro. Non bisogna qui, a causa dell’accettazione, ricadere nell’agitazione umana in cui non v’è Dio (cf. 1Re- 19, 11). Il luogo dell’azione divina è la pace; qui essa si compie; qui, di conseguenza, si riceve, si attinge, si gusta. Quest’azione giungerà all’anima solo nella misura in cui l’intelligenza e il cuore saranno custoditi in Cristo Gesù, mediante la pace che è elevata, che eleva al disopra di tutto ciò che è sensibile (cf. Fil 4, 7).

In questa pace, in questa unità, l’anima s’addormenta e si riposa nella confidenza assoluta nella quale è confermata dal Signore (cf. Sal 4, 9). Ma questa dolce confidenza è uno dei segreti che l’uomo difficilmente sa trovare, poiché egli è sempre incline ad agitarsi. Nel tempo stesso in cui gli si domanda la tranquillità egli fa degli sforzi per riuscire ad averla. Il solo mezzo sicuro per riposarsi è quello di incominciare a non agitarsi. Il bimbo che è portato sul seno materno ha bisogno di dimenarsi, per restare sulle braccia che lo sostengono? È precisamente ciò che richiede l’accettazione: riposarsi, addormentarsi nel divino beneplacito, allontanando ogni inquietudine e agitazione esteriore e interiore. Ecco il significato di questo riposo e di questo sonno. Oh! il riposo nella volontà di Dio! il sonno misterioso della confidenza in cui si ritempra la vita (n. 347), la serena tranquillità della pace al disopra dei turbini creati, la beatitudine dell’unità in cui l’anima è tutta stabilita in Dio!

311. Il riposo in Dio. – Questo è il riposo in Dio, nell’azione di Dio, nella vita di Dio. Non è il riposo incurante, pigro, egoista, gaudente, il riposo in me stesso e nel creato, quel riposo che ha bisogno di non far nulla, che ha in orrore l’attività, che è disordine (n. 115) ed è la seconda forma della malattia umana. Questo non è riposo, ma la perdita della vita; mentre il riposo in Dio è la prima condizione della vita, che è composta essenzialmente di riposo e di movimento. Quando infatti l’anima si apre a Dio, si fida di lui, egli la invade, la penetra, la vivifica col suo soffio, la riempie della sua vita, le mette in azione tutte le energie, la conduce, la sostiene, le fa compiere veri atti di santità.

Chi rimane in Gesù Cristo deve comportarsi come lui (cf. 1Gv 2, 6). Se so rimanere in lui, nel riposo della vera accettazione, egli resterà in me colla sua azione e mi farà produrre molti frutti (cf. Gv 15, 5). Quando comprendo e pratico il vero riposo in Dio, la mia anima è come la locomotiva la cui chiavetta è totalmente aperta; il vapore può entrare, circolare e mettere tutto in movimento. Ma quando mi agito e mi riposo fuori di Dio, la chiavetta è chiusa. Dio resta alla porta dell’anima mia, la sua azione non mi penetra, il suo desiderio e la sua idea non si attuano.

312. Definizione della pietà passiva. – L’apertura d’anima con Dio è la prima condizione della vita; e tale apertura si chiama pietà passiva. Essa è il lato recettivo, la parte passiva della pietà cristiana. Cos’è la pietà passiva? È una disposizione recettiva dell’anima che si mantiene accessibile alle influenze divine, per essere animata e condotta dalle operazioni del divin beneplacito alle opere proprie della vita soprannaturale. Vedrò più per esteso, nel libro seguente, come questa passività conduca alla vera attività, e come l’una e l’altra formino una sola pietà.

Ma posso fin d’ora intravedere come l’apertura di recettività, mantenuta nell’anima da un’attitudine fedele di pietà passiva, tenga l’anima in condizione di riposo davanti a Dio e in contatto vitale con lui. Posso pure intravedere come l’azione di Dio, potendo entrare ininterrottamente dal punto di contatto sempre aperto, comunichi incessantemente il movimento di vita divina alle mie potenze, per l’esecuzione soprannaturale del dovere. Cosicché, l’anima, stabile in questo stato di accettazione, è nel medesimo tempo mutata in proporzione alla sua stabilità in Dio e compie le sue opere con un’intensità proporzionata a questa stabilità. Essa è contemporaneamente passiva ed attiva; ed è tanto più attiva quanto più è passiva; più riceve e più agisce; se non ricevesse nulla, non farebbe nulla.

La vita interiore di F. Pollien cap.IV

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO IV

IL SUO CAMMINO

300. L’ago e il filo. – 301. Triplice spogliamento esteriore. – 302. Spogliamento interiore. – 303. Il perché dell’unione delle potenze. – 304. Concordanza con i cinque gradi della pietà. – 305. 1 doni di Dio che diventano ostacoli.

300. L’ago e il filo. – Per comprendere meglio i risultati purificatori, cerchiamo di seguire l’azione divina nel suo alternarsi di gioie e di dolori. Nessuno forse ce ne ha dato un quadro più completo e più conciso di quello di p. Antonio del SS. Sacramento, nel suo Ritiro dei dieci giorni-. Senza dubbio, la sua esposizione, come tutto ciò che è sintesi umana, presenta più rigore metodico di quanto ve ne sia nella realtà. Le vie di Dio, infatti, sono varie quanto le esistenze. Tuttavia, gli avvenimenti osservati nelle anime rivelano una certa economia generale, le cui grandi linee sono ben definite nella sintesi del p. Antonio. A chi cerca vedute di unità, le indicazioni rivelatrici non sono date per mezzo delle varietà accidentali, ma per mezzo dei tratti più salienti in cui si dichiara la somiglianza dei procedimenti divini.

Dio solo è Dio; nessuno dei suoi doni è lui, eccetto, in qualche modo, la grazia santificante, che è la sua vita in noi, con le trasformazioni che opera in noi e che sono la nostra vita in lui. Gli altri doni di Dio non sono che gli strumenti delle sue operazioni. Anche quei doni del tutto spirituali, che penetrano nel più intimo dell’anima, sono soltanto una preparazione della sua dimora in noi. Non sono perciò destinati a fermarsi, bensì ad operare e passare, altrimenti ritarderebbero o impedirebbero la azione della grazia. Ciò è chiarito dal grazioso paragone di san Francesco di Sales, circa l’ago il quale, se si ferma nel tessuto, non lascia passare il filo. E, come nella cucitura o nel ricamo, i punti si succedono e si aggiungono secondo l’attività del passaggio dell’ago, così nell’anima si susseguono i doni e gli avanzamenti divini.

Rallentare il passaggio di un dono vuol dire diminuire la purezza e la rapidità dell’operazione e, di conseguenza, ritardare l’arrivo di un altro dono. « Se io non me ne vado – dice il Salvatore – non verrà a voi il Consolatore » (Gv 16, 7). Affinché Dio cresca occorre che chi è precursore si eclissi (cf. Gv 3, 30).

301. Triplice spogliamento esteriore. – I primi doni che esercitano la loro azione sono, abitualmente, le consolazioni sensibili, le quali affluiscono nella parte inferiore dell’anima per allontanarla dalle seduzioni dei sensi e unirla a Dio. Esse durano il tempo necessario ad ottenere il loro effetto, poi scompaiono seguite dall’aridità, il cui compito sarà di purificare la sensibilità dalle sue false compiacenze nelle dolcezze sensibili.

Allorché l’aridità ha compiuto la sua opera, Dio invia un dono migliore, quello dei lumi, che purificheranno l’intelligenza dalle sue vedute terrene e l’inizieranno ai misteri di Dio e del suo Cristo. Nel firmamento dello spirito si aprono magnifiche vedute sulle cose, disegni, parole, operazioni di Dio, sulle sue perfezioni e sulla sua vita. E quando lo sguardo è sufficientemente retto, fortificato ed elevato, i lumi s’eclissano, si fa notte. La mente si spoglia allora delle adesioni alle false luci.

Terminata la sua missione, questo periodo di tenebre aprirà la porta a nuove infusioni divine. Desideri santi, infuocati ardori s’impossesseranno della volontà e la trascineranno ad immensi sacrifici per Dio, per la santa Chiesa, per le anime. Il calore inebriante continuerà in grado bastevole a cattivarsi la generosità del cuore e, a sua volta ancora, esso si estinguerà in un disgusto ed in un’impotenza che dovranno svincolare gli affetti dai loro attaccamenti egoistici a questi doni così penetranti.

Terminato questo nuovo spogliamento, l’anima ritroverà una forza più pura per agire, una facilità più vigorosa per operare per Dio e secondo Dio. Ecco dove la conduce la triplice fase dei doni e degli annientamenti che operano sui sensi, sulla mente e sul cuore in vista del loro spogliamento esteriore.

302. Spogliamento interiore. – Ma non è tutto finito. L’anima è ormai distaccata all’esterno, ma non ancora nell’interno; è distaccata dal creato, ma non da se stessa. Le sue potenze conservano dei segreti e sottilissimi legami alle loro impressioni, vedute ed affetti. Queste alterazioni non possono sussistere con la vita divina; saranno perciò espulse da nuove operazioni più crocifiggenti, poiché staccheranno l’anima da se stessa. Qui gli spogliamenti si susseguono senza grandi intramezzi di periodi di consolazioni, senza altre soste che quelle che esige un cammino lungo e penoso. Questo stato viene chiamato dai santi la traversata del grande deserto.

A tutta prima, la parte inferiore sarà agitata da spaventose tentazioni di impurità, di collera, d’impazienza, ecc.; tutto è sconvolto dalle passioni.

A loro volta, l’intelligenza e la volontà saranno scosse e desolate da tentazioni terribili di dubbi, disperazioni, bestemmie, angosce, tenebre, rinunzie, abbandono di Dio, oppressioni, ecc.

L’opera di annientamento va oltre. Ecco che Dio toglie all’anima la virtù attiva, cioè quella facilità di agire che era stata rispettata dalle ultime tempeste. L’impotenza diviene tale che le forze non hanno più altro potere che quello di ricevere e soffrire.

Infine, quest’ultimo residuo della loro attività naturale, questa virtù passiva si va anch’essa paralizzando al punto da non poter compiere da sola il minimo movimento. La parte umana non fornisce più neppure l’energia per l’accettazione; di là non viene più nulla, né un pensiero, né un sentimento, né un atto. Più nessun movimento umano; tutto è tolto, distrutto, annientato. La vita puramente naturale dell’anima non è capace di nulla; è la morte mistica, l’ultimo passaggio dalla morte alla vita.

In questa fase di aridità e di annientamento interiore, l’anima è fissata in Dio, non più come nel periodo degli spogliamenti esteriori, da parte della sua attività e delle sue facoltà in cui tutto sembrava in disordine, ma dal suo centro e senza che ella stessa se ne renda sempre conto. Infatti, assorbita dallo sconvolgimento delle sue potenze, essa si crede spesso abbandonata e perduta. Solo in qualche sprazzo di luce confortevole può costatare come Dio la custodisca.

303. Il perché dell’unione delle potenze. – Qual è il motivo e la necessità di questo totale annientamento della virtù attiva e passiva, questa unione delle potenze in ogni movimento di azione e di passione? Dal fatto che l’anima deve perdere tutto il modo di vedere, di volere, di agire e di ricevere umanamente per sé, fuori di Dio. Le sue facoltà sono bandite solo per impedirle ogni minimo movimento umano. Questa specie di paralisi transitoria è la via per arrivare al grado di spogliamento, precedentemente indicato da san Francesco di Sales (n. 188), e rallegrarsi infine nella trasformazione. « Bisogna, diceva san Paolo, che quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro. Cosicché ormai noi non conosciamo più nessuno secondo la carne, e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così. Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco, ne sono nate di nuove » (2Cor 5, 15-17).

Allorché si sono cancellate le ultime tracce della vetustà del vecchio uomo, Dio entra nel pieno possesso dell’anima, e l’anima nell’unica possessione del suo Dio per mezzo del matrimonio mistico, in cui si consuma lo stato di unità. In questo stato, l’anima non ha più altro movimento che in quello di Dio; nessun impulso della natura determina le sue azioni, che sono determinate dalla volontà di Dio, unico e sovrano motore delle sue facoltà. Dio compie in essa tutte le sue opere. Le sue potenze, svincolate dalla tirannia delle creature e dalla propria indipendenza, sono ora pienamente libere, sovranamente operanti, sotto lo stimolo della volontà di Dio.

304. Concordanza con i cinque gradi della pietà. – Queste diverse operazioni fanno successivamente salire l’anima attraverso i cinque gradi della pietà. Le consolazioni giungono all’inizio della vita spirituale e corrispondono d’ordinario ai due gradi della fuga del peccato. I lumi accompagnano sovente il terzo grado della rettitudine. I grandi desideri e la facilità d’agire sono stati dati al quarto grado. Le altre operazioni, talvolta incominciate in questo grado, si compiono, nella maggior parte, solo nel quinto grado.

È bene considerare questa via della santità fino alle sue più alte vette. Comprendo così un poco quel che sono i santi, vedo meglio quale distanza mi separa da essi e mi animo a nutrirmi del pane nutriente della rinunzia, che mi darà la forza di giungere, sulle loro orme, al monte di Dio (cf. 1Re 19, 7-8). E non soltanto vedo meglio l’altezza del monte, ma scorgo più chiaramente la purezza immacolata del suo vertice. Più luminosa mi appare la distinzione tra i doni che passano e la glorificazione del nome che resta; più viva la consapevolezza che il mio unico bene consiste nell’aderire a Dio solo; più chiara la certezza che soltanto le operazioni divine sono capaci di condurre le anime sulle sue vette; più puro, di conseguenza, il bisogno di vedere, amare e cercare soltanto Dio in ogni cosa; più ferma, infine, la confidenza che poggia unicamente in lui. E così, col salmista, io canto dal più profondo del cuore: « Il mio bene è stare vicino a Dio: nel Signore Dio ho posto il mio rifugio » (Sal 72, 28).

305. I doni di Dio che diventano ostacoli. – Debbo considerare una lezione, forse ancor più immediatamente pratica, atta a dissipare tante e non lievi illusioni. Non v’è nulla che possa aprire gli occhi quanto il vedere i doni stessi di Dio, non soltanto quelli di ordine materiale e temporale, ma anche i doni più spirituali, quelli destinati più direttamente al progresso della mia anima, ossia le consolazioni di Dio, i suoi lumi, i suoi ardori, divenire, per l’anima che si attacca ad essi, un ostacolo all’azione divina. Tanto è rigoroso il principio fondamentale dell’ordine essenziale!… (nn. 70-73), vasto di disordine dell’adesione al creato, pericolosa l’aberrazione di non comprendere che Dio solo è Dio, elevata e pura la sorte dell’uomo che deve vivere soltanto di Dio, da Dio e per Dio! Ah, se il mio occhio sapesse restare in questa luce, il mio cuore in questo irraggiamento, la mia vita in questa verità! Quanti annientamenti penosi Dio è obbligato ad operare, a causa degli ostacoli che io pongo alla sua azione! E quanto essi avverrebbero più agevolmente e più sollecitamente se io vigilassi per non attaccarmi alla falsità e non indugiare nel basso!

La vita interiore di F. Pollien cap.III

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO III

I SUOI MODI

295. Spogliare e rivestire. – 296. Consolazioni e prove. – 297. L’intenzione di Dio. – 298. Effetti divini della gioia e del dolore. – 299. Divina testimonianza d’amore.

295. Spogliare e rivestire. – Essendo intimamente penetrato dall’idea e dal desiderio di Dio, mi resta solo da iniziarmi, più praticamente, ai suoi vari modi di procedere. Le ammirabili delicatezze che vi scoprirò mi uniranno maggiormente al suo desiderio e alla sua idea, e mi adatteranno meglio alla sua azione in me e ai mezzi di cui si serve. E saprò ancora poco, purché apprenda però ciò che mi è possibile e necessario. Infatti, mi è possibile e indispensabile conoscere almeno qualcuna delle grandi linee dell’opera dell’artista supremo.

Ora, come ho già visto (nn. 212, 273), per effettuare il mio perfezionamento, Dio ha due operazioni da compiere simultaneamente, fino al termine della sua opera: spogliarmi dell’umano e rivestirmi del divino. E non mi può rivestire senza spogliarmi. Allorché i congegni sono insudiciati o deteriorati, occorre pulire e riparare la macchina. Dopo averle ridato capacità e precisione, occorre lubrificarla e rimetterla in moto. Così, l’azione divina deve dunque togliere le macchie della mia anima, ridarle l’integrità, affinché abbia nuovamente la facilità del movimento e la potenza dell’avanzamento.

Le due operazioni devono essere compiute, in tutte le mie facoltà, fino al totale compimento e alla perfetta realizzazione del disegno divino.

296. Consolazioni e prove. – Per questo duplice lavoro, Dio adopera i suoi mezzi. Le creature che hanno relazione con me sono adoperate da lui per il compimento di quest’opera. Ciò avviene spessissimo e in vari modi, poiché i procedimenti divini si diversificano senza misura, secondo le anime e gli stati dell’anima. Come gli impulsi dell’artista eterno e i colpi dei suoi strumenti hanno il duplice scopo di liberare e di elevare, così le diverse impressioni dell’anima lavorata da Dio si riducono quasi universalmente a due: la sofferenza e la consolazione. È in questi due modi che io posso classificare e considerare tutti i procedimenti dell’azione divina. Dio si serve di certe creature per provarmi, distaccandomene, e di certe altre per incoraggiarmi.

Egli alterna e combina questi due modi di agire, mescolando il dolore alla gioia, prolungando un piacere o una sofferenza, alternando l’uno all’altra, come nell’ordine materiale fa succedere la pioggia al sole, la calma alla bufera. Nel capitolo seguente vedremo in qual modo le operazioni divine siano, quasi di continuo, un alternarsi di doni che consolano, illuminano e riscaldano, e di prove che dèsolano, accecano e rendono impotenti. Ma il mistero più stupendo di tali operazioni è la dolcezza che nasce dall’amarezza, è il favo di miele nella bocca del leone (cf. Gdc 14, 14). Si vedrà, in seguito (n. 326), come il fiume di gioia può scaturire dalle acque amare.

297. L’intenzione di Dio. – Perché gli strumenti usati da Dio producono gli uni il dolore, gli altri la gioia? Qual è il motivo delle gioie e delle prove? Certo, Dio non mi manda la consolazione allo scopo puerile di divertirmi, né mi invia la sofferenza allo scopo crudele di torturarmi. Dio non agisce né da bambino, né da carnefice, ma da padre. La sua condotta a mio riguardo è sempre grave e paterna. A lui sta essenzialmente a cuore uno scopo dal quale la sua paternità non gli permette di deflettere: vuole essermi padre in tutto, ossia, vuole darmi la sua vita. Per questo gli sta a cuore di liberarmi e incoraggiarmi. Liberarmi: è il grande motivo delle sofferenze. Incoraggiarmi: è il grande motivo delle consolazioni. Nell’intenzione di Dio, le creature non mi recano dolore, se non nella misura del distacco, dell’espiazione e della riparazione che mi è necessaria; e non mi apportano gioia, se non nella misura dello slancio del quale ho bisogno. Le sofferenze distaccano dalle creature; le consolazioni uniscono a Dio; ecco la sua intenzione.

298. Effetti divini della gioia e del dolore. – Ah, gli effetti della gioia santa!… gli effetti della sofferenza santa!… in un’anima in cui l’operazione divina non incontra troppi ostacoli volontari!… Quanto slancio e vigore comunica la gioia, quanta vivacità e zelo per il bene! Essa stabilisce correnti di generosità e di dedizione, stimoli di ascesa e di perfezione. È il sole della vita, che penetra fino alle ossa e al midollo, e porta ovunque il benessere e la fecondità (cf. Sal 50, 10).

Il dolore ha forse meno potere? Come sa esso penetrare fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i pensieri e le intenzioni del cuore. Esso è onnipotente nel recidere i legami, purificare le sozzure, far cadere le scorie e recare all’anima la santa libertà dello spogliamento, la robusta energia dell’abnegazione, l’eroismo virile del sacrificio. Quanto sono belli, grandi e preziosi i frutti della prova, soprattutto quelli ch’essa mi reca da parte di Dio!

299. Divina testimonianza d’amore. – Non è troppo difficile alla natura umana, riconoscere nella gioia un sorriso di Dio (n. 321). All’anima consolata da Dio sembra che egli sia contento di lei; anche lei è contenta di lui. È incontestabile che la consolazione sia una prova del suo amore. Ma nella sofferenza!… La sofferenza sotto tutte le forme: interna ed esterna, dello spirito, del cuore e dei sensi! Vi è quaggiù testimonianza più divina dell’amore di colui che ci ama tanto? Tra amici, effettivamente, la prova più forte di amore, il punto più elevato dell’amicizia non consiste nel rendere all’amico, per devozione di fedeltà, un servizio che gli sarà doloroso ma necessario? Far piacere, dir parole gradite, non oltrepassa in nulla la capacità degli affetti più tenui. Ma dire una verità penosa, annunziare una notizia desolante, dare un avvertimento spiacevole, domandare un sacrificio straziante…, fare questo all’amico, e perché l’amicizia ne dà non soltanto il diritto, ma anche la forza: questo è il sommo atto dell’amicizia. Così agisce il Padre mio con me. Per amore, egli si rassegna a farmi soffrire; la sua carità ve lo spinge, ve lo costringe. Questa operazione è necessaria alla mia purificazione e alla dilatazione della mia vita; ma la sua Paternità non gli permetterà giammai di lasciarmi intristire lontano da sé, senza impiegare i mezzi per farmi vivere in lui; tanto è grande il suo amore per me. Mio Dio! quanto poco comprendo il vostro amore!

La vita interiore di F. Pollien Libro secondo

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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LIBRO SECONDO

LA VOLONTA DI BENEPLACITO

285. Conosco le rotaie della via che conduce a Dio; occorre ora conoscere il vapore. Il treno non può avanzare sulle rotaie senza il vapore che gli dà il movimento. Perciò, dopo aver considerato la volontà significata, che fissa e conserva le regole della mia azione, bisogna considerare la volontà di beneplacito, che comunica l’impulso divino.

Riguardo alla volontà significata ho visto: 1) come si manifesta; 2) come vi devo corrispondere. Anche per la volontà di beneplacito terremo questa divisione che ci mostra: 1) in qual modo Dio la manifesta; 2) in qual modo l’uomo vi corrisponde.

La manifestazione divina non avviene più per indicazione di precetti o di consigli, ma per il beneplacito d’operazione; la corrispondenza umana, a sua volta, non è più direttamente nell’azione ma nell’accettazione. Come la volontà di Dio mi è parsa più passiva nel mantenere fisse le leggi significate e quella dell’uomo più attiva nell’esecuzione di esse, qui, al contrario, la volontà di Dio mi appare più attiva nelle operazioni e quella dell’uomo più passiva nell’accettazione del beneplacito supremo. Vi è come uno scambio di parti tra Dio e l’uomo.

Qual è dunque, su me e in me, l’azione vivificatrice di Dio? Come devo ricevere questa azione? Tali questioni sono riassunte in questo secondo libro.

È necessario ripetere (n. 238) che la pietà passiva è soltanto una parte della pietà e non è affatto uno stato

superiore o successivo a quello della pietà attiva; ma l’una e l’altra sono simultaneamente unite, e si combinano e si collegano costantemente nel cammino della vita cristiana? La loro unione sarà chiaramente dimostrata nel libro seguente.