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La vita interiore di F. Pollien cap. VIII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VIII

L’OCCHIATA

467. Sua facilità. – 468. Il suo oggetto. – 469. È la sostanza dell’esame. – 470. La chiavetta.

467. Sua facilità. – Come conoscere questo stato, come cogliere ciò che io chiamerò la fisionomia del mio cuore? In un momento qualunque, allorché voglio sapere a che punto mi trovo e qual è lo stato dell’anima mia, basterà che domandi a me stesso: dov’è il mio cuore? Con questo, cerco unicamente di conoscere quale sia la sua disposizione dominante, quella che ispira, dirige e determina l’orientamento cosciente dei miei atti. Quale inesplorabile labirinto è il cuore umano! Quante impressioni, aspirazioni, sentimenti, intenzioni s’avvicendano in esso! Ma bisogna scandagliare tutto con una rapida occhiata? No, bisognerebbe avere una vista da angelo: ma ciò che è possibile all’angelo non è possibile all’uomo. Si tratta unicamente di cogliere la disposizione, che, tenendo il primo posto, domina in quel momento la direzione e il movimento di ogni atto. Per quanto grande sia il numero e la natura delle nostre disposizioni nascoste o sconosciute, praticamente ve n’è sempre una, buona o cattiva, che ha il sopravvento, ed è questa che dà la nota vera del momento. È dunque semplicemente questa che bisogna cogliere, quando si vuole avere la fisionomia del proprio interno e la chiave della propria anima.

Per coglierla io mi faccio questa semplice domanda: dov’è il mio cuore? Istantaneamente mi giunge la risposta dall’interno. Questa domanda, infatti, mi fa gettare una rapida occhiata al centro di me stesso, ove subito scorgo il punto saliente, percepisco la nota dominante. Il procedimento è intuitivo, istantaneo. Non v’è alcun bisogno di ricerche di ragione, di sforzi di volontà, di esercizio di memoria: intendo, vedo; un’occhiata, in ictu oculi, semplice e rapida. Bisognerebbe che un’anima non avesse idea alcuna del suo interno, alcuna abitudine di rientrare in se stessa, per non costatarlo.

468. Il suo oggetto. – Talvolta costaterò, come disposizione dominante, un bisogno di approvazione, un timore di biasimo; talvolta, l’amarezza nata da una contrarietà, da parole o modi offensivi, da un risentimento sorto per un rimprovero; talvolta, l’amarezza prodotta dal sospetto, il disgusto causato da un’avversione; potrà essere ancora la mollezza ispirata dalla sensualità, lo scoraggiamento causato da difficoltà o da insuccesso, la trascuratezza, frutto della noncuranza, la dissipazione, frutto della curiosità e della gioia vana ecc. Oppure, nel bene, potrà essere l’amor di Dio, il bisogno di sacrificio, il fervore illuminato dal tocco della grazia, la piena sottomissione all’azione divina, la gioia dell’umiltà ecc. Buona o cattiva, è la disposizione principale che bisogna controllare. Trattandosi di conoscere lo stato di coscienza, potrò dire d’averlo conosciuto, se non ne verifico il bene ed il male? Andiamo dunque alla grande molla che mette in moto le varie parti dell’orologio.

Può avvenire che questa grande molla abbia origine da una disposizione persistente da lungo tempo, per esempio, da un’amarezza o da un’avversione. Ma non è difficile che un’impressione momentanea imprima, per un tempo notevole, un movimento caratteristico; l’accettazione generosa di una sofferenza, ad esempio, è cosa di un istante e tuttavia mette in cuore qualche cosa che lo farà agire per uno o più giorni.

469. È la sostanza dell’esame. – Costatata la disposizione dominante, buona o cattiva, l’esame di coscienza è sostanzialmente fatto; sono giunto al punto centrale. Questa disposizione, infatti, subordinando a sé gli altri sentimenti, dirige contemporaneamente l’interno ch’essa domina, e l’esterno in cui si manifesta. Non per nulla è dominante. A rigor di termini, potrò dunque limitarmi a quest’occhiata essenziale, e mediante questa condurre il mio gregge al pascolo o al riposo, ricercare ciò che è perduto, richiamare ciò che è smarrito, medicare ciò che è ferito, rafforzare ciò che è debole, custodire quel che è robusto e forte, pascere, infine, con giustizia (cf. Ez 34, 15-16).

Nel corso della giornata, infatti, per controllare il mio stato, per fare cioè l’esame, mi accontento di quest’unica occhiata, che mi spinge al centro: ove sono? Ed è fatto, io vedo; correggo e raddrizzo, se ve n’è bisogno; mi umilio e ringrazio, se tutto va bene. E questo posso farlo in qualunque istante; la cosa è tanto semplice! Un istantaneo ritorno su me stesso, un’occhiata! …

470. La chiavetta. – Questa semplice occhiata ha degli effetti salutari perché mantiene o ristabilisce nell’unica via e dirige all’unico fine la risultante delle mie forze. Nulla le sfugge poiché coglie nel centro. È forse necessario che mi indugi in tante particolarità? Non devo tagliare i rami all’albero, quando esso è abbattuto; né correre dietro ai ruscelli, quando sto alla sorgente.

Non si stimeranno insensati gli sforzi di un uomo che si diverte a turare, l’uno dopo l’altro, i piccoli fori di un getto potente da cui zampillano abbondanti acque, mentre ha sotto una chiavetta che potrebbe arrestare d’un tratto il getto intero? Fermandosi ai piccoli fori, si espone al pericolo di vederseli via via aprire nuovamente. Chi, nell’esame, s’arresta ai particolari ed alle esteriorità perde tempo come chi si ferma a turare i piccoli fori…; l’occhiata interiore chiude la chiavetta. Arrestarsi ai particolari e all’esterno significa fermarsi alla circonferenza e lavorare superficialmente. Vado invece al centro e posseggo la mia anima intera, quando lancio questa profonda occhiata sulla disposizione dominante.

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La vita interiore di F. Pollien cap. VII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VII

L’ESAME DI COSCIENZA

461. Gli esercizi devono essere unificati. – 462. L’esercizio unificatore e direttivo. – 463. Scopo dell’esame. – 464. Testimonianza dei santi. – 465. Gli atti transitori. – 466. Le corde che bisogna far vibrare.

461. Gli esercizi devono essere unificati. – Abbiamo visto i difetti; cerchiamo ora i mezzi di unità. Gli esercizi di pietà essendo, per l’anima, gli strumenti speciali della sua formazione divina, fallirebbero nella loro missione, se non riuscissero a concentrare le potenze di essa nella vista, nell’amore e nella ricerca del suo fine unico, e ad orientarle sicuramente sulla via dei voleri divini. Il loro scopo specifico è dunque di unificare i movimenti dell’anima fino alla consumazione nell’unità, indicatami nella prima Parte, e di mantenerli e dirigerli sulla via che m’è stata chiarita nella seconda Parte.

Ma come potranno formare all’unità se essi stessi non sono uniti? Come potranno correggere la dispersione e distruggere la molteplicità, se essi stessi sono incoerenti e divisi in tante parti? La divisione non potrà creare l’unione, né la divergenza produrre l’unità. È dunque necessario che abbiano tra loro una viva coesione, un legame comune ed un centro unico.

Come riusciranno, poi, a mantenere e a dirigere altri sulla via, se mancano essi stessi di luce e di direzione? Le aberrazioni delle false devozioni testimoniano come ci si può esercitare in pratiche estranee alla via. Di qui la necessità di un esercizio regolatore e direttivo.

462. L’esercizio unificatore e direttivo. – Nella molteplice varietà delle pratiche pie, ve n’è una che presenti i requisiti per espletare, al tempo stesso, la funzione centrale e direttrice? Anzitutto, qual’è l’esercizio centrale, unificatore di tutti, in rapporto al fine? Un carattere distintivo me lo farà indubbiamente riconoscere. Se ve n’è uno in cui non si possa infiltrare il male che allontana dal fine, ossia la ricerca di sé, questo sarà l’esercizio centrale. E lo sarà sicuramente e completamente solo se questo male ne è escluso per la natura stessa dell’esercizio. Se, infatti, in esso penetrasse un poco la ricerca di me stesso, io sarei allontanato dallo scopo, proprio dall’esercizio destinato a condurmici. Ma ve n’è uno in cui non possa nutrire la mia vana soddisfazione? Nella preghiera, nella meditazione, nella messa, nella comunione, ecc., posso facilmente cercare, per interesse umano, le dolcezze e le consolazioni; di conseguenza, nessuno di essi è l’esercizio cercato. Ma quale soddisfazione troverò nell’esame di coscienza?… Ecco dunque l’esercizio centrale.

In rapporto alla via, poi, quale sarà l’esercizio direttivo e regolatore degli altri? Per non uscire dalla via e progredire, la prima condizione è di vedere dove si è, dove si cammina, dove si va, quali ostacoli s’incontrano, quali pericoli si presentano, quali mezzi sono necessari.

Ora, che cosa può chiarire più praticamente e più sicuramente questi diversi punti, se non l’esame? Dunque, esso è pure l’esercizio regolatore e direttivo.

463. Scopo dell’esame. – Vedrò ora in qual modo l’esame sia il mezzo che assicura la direzione e attua l’unità degli esercizi; assicura, per conseguenza, la direzione e attua l’unità della pietà. Qui soprattutto non debbo lasciarmi dominare da un’idea di un metodo speciale e nuovo. Lo scopo di queste riflessioni non è né un metodo, né una particolarità, né una novità, ma la direzione da dare e l’unità da procurare (n. 18).

Quanto all’esame, ch’io segua l’ordine dei comandamenti o quello dei miei doveri verso Dio, verso il prossimo e verso me stesso; ch’io compia questi o quegli atti, sentimenti o riflessioni; che lo inizi o lo termini con tali preghiere, invocazioni o ringraziamenti ecc., sono tutte particolarità di applicazione che trovo assai bene indicate in molti ed eccellenti libri. Tra questi metodi e consigli, sono libero di seguire quelli che veramente rispondono al bisogno ed all’attrattiva dell’anima mia.

Qui considererò soltanto un aspetto più generale dell’esame: il suo influsso sull’unità degli esercizi. Il modo particolare di praticarlo può variare, ma ciò che non deve affatto variare è l’influsso direttivo e unificatore. Mi studierò di vedere il modo di mantenere questo influsso al disopra e in favore dei procedimenti particolari.

464. Testimonianza dei santi. – I santi lo riconoscono che l’esame ha un’importanza capitale di direzione e di concentrazione vitale. Così lo stimò sant’Ignazio, che nella direzione dei suoi compagni adoperò per molto tempo soltanto l’esercizio dell’esame e l’uso frequente dei sacramenti. Nelle costituzioni del suo ordine, l’esame ha un’importanza tale, che nulla può dispensare da ciò. La malattia od altre necessità gravi potranno esentare dall’orazione e dagli altri esercizi, non mai dall’esame. La ragione ne aveva già dimostrato l’importanza a Pitagora, che lo raccomandava ai suoi discepoli come il vero mezzo per acquistare la sapienza. San Giovanni Crisostomo lo stimava tanto da asserire che, se fatto bene, anche per un solo mese, basterebbe per stabilirci in una perfetta abitudine di virtù. San Basilio, nelle sue costituzioni, dice che, per preservarsi dal male e fare qualche progresso nel bene, bisogna mettere questo esercizio come sentinella, all’inizio di tutti i nostri pensieri, affinché col suo occhio li trattenga e li diriga. Gli autori spirituali sono unanimi nell’attribuire all’esame quest’importanza capitale.

465. Gli atti transitori. – È necessario però saperlo fare. Spesso ci si perde nei particolari; si fa molta fatica, per progredire pochissimo. Così, ci si scoraggia facilmente e si arriva a trascurare, o anche ad abbandonare questo esercizio, che è il più importante di tutti. Se voglio giungere a riconoscere la sua vera utilità direttiva ed unificante, debbo ricordare alcuni princìpi teologici.

La teologia, d’accordo con la filosofia, m’insegna che l’atto è di sua natura transitorio, mentre l’abitudine è permanente. L’atto passa, l’abitudine resta. Se si tratta di colpe veniali, so che, nello stato di grazia, vengono cancellate da un atto di virtù soprannaturale che le segue.

Queste colpe non lasciano dunque tracce in un’anima, che, nel corso della giornata, produce necessariamente innumerevoli atti soprannaturalmente buoni, supposto che si trovi in stato di grazia. A che serve allora l’insistere sull’esame di tali colpe di cui non resta nulla? Qual conoscenza della mia anima potrà darmi la rassegna di questi particolari? La Chiesa m’insegna che non sono obbligato a confessarli; perché dunque occuparmene a lungo facendo di essi il centro del mio esame?

Quanto si è detto è da applicarsi agli atti completamente transitori, che non hanno alcun legame intimo ed essenziale con un’abitudine interna. Quanto a quelli che dipendono da un’abitudine, essi non possono essere cancellati se non da un atto che interrompa l’abitudine e intercetti l’influsso da essa esercitato sull’atto. Vedremo ora il modo di esaminare anche questi.

Se si tratta di colpe mortali, l’atto non è più cancellato da una virtù qualsiasi; solo la carità perfetta ha questo potere. Tuttavia, questo peccato cancellato dalla carità, resta soggetto al potere della Chiesa e bisogna perciò esaminarlo. Ma, grazie a Dio, i peccati mortali non abbondano in un’anima che pensa alla perfezione, e la loro traccia è talmente notevole da non offrire alcuna difficoltà per l’esame.

466. Le corde che bisogna far vibrare. – La sola revisione degli atti non potrà mai darmi una profonda conoscenza della mia anima. Soltanto con essa non arriverò mai a fare, nel senso profondo della parola, un vero esame di coscienza. La cognizione degli atti può essere utile; talora è necessaria. Ma bisogna penetrare più addentro. La coscienza è ciò che vi è di più intimo e di più segreto in me; è il santuario del tempio. Per fare veramente l’esame di coscienza, bisogna penetrare in questa segreta intimità e visitare questo santuario. In esso si trovano le abitudini e le disposizioni dell’anima. Dalla conoscenza di queste apprenderò lo stato dell’anima mia e non altrimenti. Chi vuol progredire, deve portare lì le investigazioni del suo esame.

« Bisogna, dice san Francesco di Sales, ridurre l’esame alla ricerca delle nostre passioni; poiché l’esame dei peccati è richiesto per la confessione di coloro che non cercano affatto di progredire. Quali affetti legano il nostro cuore? Quali passioni lo dominano e da che cosa è specialmente turbato? Se si vuole, infatti, conoscere lo stato dell’anima, occorre analizzare una per una le sue passioni. Come un suonatore di liuto, facendo vibrare tutte le corde, cerca di accordare quelle che non lo sono, tendendole o allentandole, così, se dopo aver fatto vibrare la corda dell’odio, dell’amore, del desiderio, del timore, della speranza, della tristezza e della gioia dell’anima nostra, ci accorgiamo che queste passioni sono mal accordate per il motivo che vogliamo suonare, cioè per la gloria di Dio, possiamo allora accordarle mediante la sua grazia ed il soccorso del nostro padre spirituale ».

L’importante è che le corde del mio cuore siano accordate per l’aria che voglio suonare, che è la gloria di Dio. Ora, l’esame ha per fine essenziale di mostrarmi se queste corde suonano bene quest’aria. Le corde del mio cuore sono le mie disposizioni interne. Queste dunque bisogna far vibrare, per sapere che suono diano. Cantano la gloria di Dio oppure la mia soddisfazione? Quando conoscerò il loro suono, allora avrò veramente fatto il mio esame di coscienza.

La vita interiore di F. Pollien cap.VI

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VI

L’INCOSTANZA

457. L’incostanza dei miei capricci. – 458. Del mio comportamento troppo superficiale. – 459. Della mia debolezza. – 460. Rimedio: sincerità e confidenza.

457. L’incostanza dei miei capricci. – Occorre, inoltre, che l’anima non resti suddivisa e sballottata dall’incostanza di cui porto in me tante cause. Non sono troppo facilmente lo zimbello dei miei capricci? Un giorno fedele, perché la tal cosa mi piace; un altro negligente, perché mi annoia. Nella consolazione mi entusiasmo; nell’aridità abbandono ogni cosa, come la banderuola che gira secondo il vento. La scissione del mio spirito fra il dovere ed il piacere mi rende oscillante, e l’uomo oscillante è instabile in tutte le sue azioni (cf. Gc 1, 8). Svolazzo da un esercizio all’altro, sfiorandoli successivamente, senza posarmi su nessuno. Secondo il paragone di san Francesco di Sales, imito le vespe che « si abbandonano a una costante inquietudine e a una inutile frettolosità. Esse svolazzano, succhiano, cercano il cibo finché durano la loro estate e il loro autunno; ma, quando sopravviene l’inverno, si trovano senza rifugio, senza riserva di viveri e senza vita ». Se, al contrario, cerco, nei fiori dei miei esercizi, il vero miele della vera devozione, imito « le api che escono dall’arnia solo per raccogliere il polline, vivono insieme solo per comporre il miele, si danno da fare solo per questo, compiono un lavoro ordinato, e, nelle loro case e monasteri, si occupano solo del lavoro profumato del miele e della cera. Hanno come unico oggetto della vita, dell’odorato e del gusto la bellezza, la soavità e la dolcezza dei fiori adatti al loro scopo, non solo compiono un lavoro molto nobile, ma hanno un rifugio sicuro e amabile, una riserva di cibo delizioso e una vita allegra in mezzo ai frutti del loro lavoro ». Oh, se sapessi riposarmi sui fiori coltivati per me, servendomi unicamente di essi, per preparare il profumato miele della gloria divina e la cera della mia santificazione, avrei anch’io un amabilissimo raccoglimento nell’anima mia, una provigione gradevolissima e una vita assai soddisfacente.

458. Del mio comportamento troppo superficiale. – Allorché, negli esercizi spirituali, mi comporto come le vespe, non cercando in essi il miele della gloria divina, basta pochissimo per interrompere il mio lavoro. Infatti, siccome non mi attengo a questi esercizi se non dal lato esteriore, basta un’interruzione, un’infedeltà, per spezzare la catena e farmi restare senza niente. Così mi scoraggio presto e sono facilmente sviato; la mia vita spirituale è spesso sconcertata. Se, al contrario, miro soprattutto all’interno, l’abitudine contratta in tal modo, non scompare per uno o più atti tralasciati, e malgrado certe negligenze o infedeltà esteriori, sento che mi rimane sempre la trama, che nulla di essenziale è interrotto ed io non mi scoraggio. Ho una stabilità maggiore. Le mie infedeltà possono ritardare il cammino, ma non mi gettano fuori della strada.

459. Della mia debolezza. – Ecco già due cause d’incostanza: i capricci della mia soddisfazione e gli inganni del mio comportamento troppo superficiale. Ve n’è pure una terza: la mia natura. Ho lasciato, purtroppo, che le mie facoltà si deformassero nelle abitudini perverse; in queste deviazioni ho perduto parte della mia forza (n. 398). Le cattive tendenze m’impongono una tirannia assai gravosa, che sento tanto maggiormente quanto più voglio liberarmene.

La mia natura è, d’altronde, debole per se stessa; le rovine del peccato originale hanno indebolito non poco le mie potenze e la loro energia, e hanno deposto in me tanti germi di disgregazione e di morte. È forse necessario aggiungere che gli allettamenti seduttori sono numerosi e incalzanti?

Per tutte queste cause sono debole ed incostante. « Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo » (Rm 7, 18-24).

460. Rimedio: sincerità e confidenza. – La debolezza della mia miseria si fa sentire e produce l’incostanza in tutta la mia vita, specialmente nell’uso degli esercizi di pietà. Come guarirla? Con la fedeltà ai miei esercizi? Sarebbe un supporre fatto ciò che è da fare. Se posso essere fedele ai miei esercizi, posso esserlo anche agli altri miei doveri. Se l’incostanza non assale più i miei esercizi è segno ch’essa è già guarita.

San Paolo indica un solo rimedio: la grazia di Dio per Gesù Cristo. Che cosa vuol dire la grazia di Dio? Vuol dire che debbo aspettare la forza solo da Dio e che debbo attenderla con sincerità e pazienza. Anzitutto con quella piena sincerità di fede che sa contare su Dio senza esitare (cf. Gc 1, 6). Inoltre, con pazienza, poiché come non si passa in un sol giorno dalla debolezza dell’infanzia alla maturità virile, così pure le infermità dell’anima non scompaiono per un momento di sincerità. Ogni opera vitale si compie mediante un lento e proporzionato progresso. Posso essere profondamente sincero con Dio, e tuttavia cadere ancora in gravi debolezze ed essere sballottato da umilianti incostanze. La debolezza non toglie nulla alla sincerità. È necessario che lo ricordi per non scoraggiarmi. Qualunque sia la mia debolezza e la mia incostanza, non ho bisogno che di sincerità, per aprire in me le vie alla grazia, la quale, entrando in me, fortificherà la mia debolezza e correggerà la mia incostanza. Nessuna debolezza, nessuna incostanza deve scoraggiare la sincerità. Ah! se fossi abbastanza umile da mantenermi nella sincerità della vera contrizione, non avrei a gemere così a lungo sulla mia incostanza. La potenza di una regolarità saggia, sobria, ferma, viva si rafforzerebbe e si manifesterebbe, non solo nei miei esercizi di pietà, ma anche nella mia vita intera.

La vita interiore di F. Pollien cap.V

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO V

L’ISOLAMENTO

Effetti particolari

451. La meditazione isolata. – 452. L’orazione degli antichi. – 453. La meditazione viva. – 454. Le distrazioni. – 455. L’unità del lavoro e della preghiera. – 456. 1 Salmi.

451. La meditazione isolata. – L’invasione del formalismo isolante, in nulla è più funesta quanto nell’orazione. Com’è esaltato dai santi l’esercizio dell’orazione! e com’è insistentemente consigliato! Per formarsi ad esso, i maestri spirituali raccomandano all’anima di applicarsi ogni giorno, almeno per mezz’ora, alla meditazione. Consiglio salutare, i cui frutti sono incomparabili in coloro che lo sanno praticare in modo vivo. Ma ecco introdursi il difetto paralizzante: l’isolamento, che chiude la meditazione in una mezz’ora formalista. Si farà questo esercizio per giustificarsi dinanzi alla propria coscienza; gli si concederà il tempo prescritto dalla regola; e sarà tutto. Si crederà di aver fatto meditazione, perché si è dato ad essa il tempo stabilito, mentre non avrà che poca o nessuna influenza pratica sul corso della giornata. Si crede che questo piccolo esercizio, troppo esteriore e compiuto tanto superficialmente, sia tutta l’orazione, e non si comprende affatto che cosa sia la vita di orazione.

Formalizzando in tal modo la meditazione, si è giunti ad estinguere la contemplazione. Ai giorni nostri non vi sono più anime veramente contemplative, eccetto alcune, semplici e rette, che senza aver mai saputo meditare formalmente, hanno cercato Dio nella semplicità del loro cuore. Si sono attenute, mediante l’umile fedeltà, alle direttive dello Spirito Santo; e l’azione intima e viva dello Spirito di vita le ha condotte ad intrattenersi con Dio senza sforzo e quasi per un’espansione naturale del loro essere.

452. L’orazione degli antichi. – Una volta si era meno formalisti, meno esclusivisti e più solleciti dell’unità e della circolazione della vita; ciò è attestato dalle regole degli ordini antichi. Si recitava l’ufficio canonico nelle diverse ore della giornata. Era questo il punto principale della devozione, anche per i laici pii. Come devozione privata, si recitavano i Salmi e, senza dubbio, con più gusto ed intelligenza del testo sacro. Si partecipava effettivamente alle funzioni liturgiche. Le cerimonie non erano lettera morta, come lo sono purtroppo ai giorni nostri per un gran numero di anime. In questa recitazione spesso reiterata nel corso della giornata, e in questa partecipazione alle funzioni sacre, l’anima si univa a Dio, viveva in comunicazione con lui e trovava di che alimentare la sua orazione, nelle ore di raccoglimento come in quelle di lavoro.

La regolarità viva e sostanziale di quest’alimentazione liturgica stabiliva una grande corrente di unità. Le idee, i sentimenti, le azioni si nutrivano di una medesima sostanza, si trasformavano, si elevavano. In tal modo l’anima andava a Dio. Che cosa sono infatti le prescrizioni esterne del culto, se non il canale regolatore della preghiera? Come non andrà a Dio un’anima, la quale, stabilitasi in questa corrente liturgica, attinge, da una parte, alla sorgente prima degli insegnamenti e dei sentimenti divini, e dall’altra, si mantiene sottomessa agli impulsi dello Spirito che insegna a pregare? Soltanto le anime fedeli a questa condotta andavano quindi a Dio. Le disposizioni interne, causate da questa frequenza divina, diventavano le disposizioni abituali, praticamente dominanti ed efficacemente direttrici della vita. L’anima viveva di esse; la vita si trasformava continuamente in uno stato meditativo permanente fino a giungere alla contemplazione.

È forse il caso di aggiungere che la liturgia è la forma pubblica ed ufficiale della preghiera della Chiesa, e che l’orazione, cercando in essa le sue sorgenti, è in comunicazione con la vita della Chiesa, ne prende lo spirito, forma il senso cattolico, unisce le anime tra loro, le immedesima alla loro Madre, vivifica questi grandi atti della vita cristiana e concorre potentemente a creare l’unità vivente delle idee e dei sentimenti cattolici? Si tratta di una questione d’immensa portata sociale e individuale.

453. La meditazione viva. – Se ai giorni nostri, la mezz’ora di meditazione fatta da ogni anima sollecita del proprio avanzamento, s’isolasse di meno in un concetto troppo formalista; se invece di essere una semplice parte come le altre, mirasse maggiormente ad essere come il cuore di tutta la giornata, ove il sangue degli altri esercizi e degli altri atti venisse a vivificarvisi; se invece di farla scaturire esclusivamente da un metodo, talora troppo convenzionale, e da libri troppo superficiali e particolareggiati, si cercasse piuttosto di farla scaturire dalle profondità dell’anima e della vita ordinaria; se mettesse in opera la liturgia delle ore, la messa, le preghiere, gli incidenti e le occupazioni della vita, riferendole a Dio; se, per mezzo suo, si imparasse a leggere l’azione di Dio, a vederla nelle sue relazioni viventi con l’anima; se non si confinasse nella sua mezz’ora, e tendesse maggiormente ad estendersi agli altri momenti della giornata, creando nel cuore come un bisogno di rituffarsi, tratto tratto, in colloquio con Dio, allora essa sarebbe ad un tempo più potente e più facile; costerebbe di meno e gioverebbe di più. L’isolamento uccide tutto, ma nulla esso uccide tanto, quanto l’orazione.

454. Le distrazioni. – L’isolamento, infine, mantiene le distrazioni. L’abitudine di non pensare che a me stesso nelle mie occupazioni, di agire da me stesso, senza mettere Dio a parte della mia vita, o meglio in cima a tutto, mi ha condotto a questa idea, del tutto falsa, che, nella preghiera, io debba pensare soltanto a Dio. Determino così due parti distinte: l’una, nella quale vorrei vivere in Cielo tutto in Dio; l’altra, in cui pretendo di vivere sulla terra tutto per me. Mi lusingo, almeno lo tento, di far passare la mia anima dall’una all’altra, in modo che, stando da una parte, non pensi assolutamente all’altra.

Confesso che, quando mi trovo nelle mie occupazioni perdo troppo facilmente il ricordo di Dio. Ma quando sono in preghiera!… Vi sono io mai, o mio Dio?… Le distrazioni abbondano… mi assalgono… mi opprimono… Il mio spirito vi ricade continuamente, ed i miei sforzi più energici non riescono a raccogliermi totalmente in Dio. Ciò sarebbe contro la natura. L’anima non cambia affatto le abitudini, come il corpo cambia gli abiti. Se bisognasse soltanto lasciare gli abiti da lavoro e indossare quelli da festa, la preghiera sarebbe cosa agevole; ma non avviene così per le mie potenze. Le abitudini sono permanenti e l’anima le porta ovunque con sé. Se ho l’abitudine di pensare a me, senza pensare a Dio; di pensare al mio lavoro e a tutte le vicende della vita all’infuori di Dio, porterò quest’abitudine nella preghiera; e l’unico rimedio per non portarvela sarebbe quello di cambiarla.

455. L’unità del lavoro e della preghiera. – Come cambiare questa abitudine? Unificando la mia vita, sopprimendo quella stolta suddivisione in scompartimenti, che spezza e guasta tutto. Certo, la mia vita ha bisogno di un regolamento, come è necessaria una scorza all’albero e un corpo all’anima. Il regolamento è come la scorza e il corpo. Ma se è necessaria una scorza all’albero e il corpo all’anima, ci vuole inoltre la linfa per la scorza e un’anima per il corpo. È dunque necessario uno spirito al regolamento. Qual è questo spirito che circola dappertutto e vivifica tutte le parti del corpo? Non ho che da richiamare alla mente il grande principio: Tutto, nella mia vita, dev’essere diretto alla gloria di Dio, animato da Dio, retto da lui. Dovrei abituarmi a vedere e a consultare Dio, nel mio lavoro come nei miei esercizi di pietà; a trattare i miei affari con lui, facendoli come pregando; e a vivere con lui nel lavoro come nella preghiera.

La vera religione consiste nell’unione di me stesso con Dio. Debbo vivere con lui, per mezzo di lui, in lui. Il mio lavoro non dev’essere più umano della mia preghiera, né questa più divina del mio lavoro. Debbo lavorare con Dio, come parlo con lui; attendere da lui la direzione del mio lavoro, come l’ispirazione della mia preghiera; nel mio lavoro, rivolgere a lui il mio pensiero; e nella mia preghiera, parlargli del mio lavoro.

456. I Salmi. – Non è forse la lezione ricavata dai Salmi, quella che la Chiesa predilige al punto da farne il centro quotidiano della sua preghiera ufficiale? Quasi senza transizione e con una unione ammirevole, il salmista si occupa alternativamente della gloria di Dio e dei suoi interessi personali. Canta le lodi sacre e innalza il grido della sua miseria; tutto ciò si unisce, si alterna, si lega formando un solo cantico. L’anima sale dalla terra al cielo; ritorna dal cielo sulla terra; ed è in continuo colloquio con Dio. Ai più sublimi slanci d’amore e di lode, il profeta unisce la litania delle sue angosce e dei suoi pericoli, senza neppure pensare che una cosa sia meno degna di un’altra, alle orecchie di Dio. Ecco la sua preghiera; come si nota bene il suo tenore sempre uguale! Il Signore e lui formano una cosa sola; gli interessi dell’uomo sono mescolati agli interessi di Dio; la sua vita è una.

Perché la Chiesa invita tanto insistentemente a recitare questi Salmi, se non per dire: « Ecco il tuo modello, unifica così la tua vita e la tua preghiera »? Oh, se ne fossi capace!… Trattare ogni cosa con Dio, confidargli tutto, affidargli la direzione di tutto! Vedrei allora tutte le cose nella sua luce; le cose viste in tal modo non mi causerebbero distrazioni, perché non mi allontanerebbero mai da lui. Le mie azioni e le mie preghiere costituirebbero una sola e medesima corrente, un solo e medesimo stato soprannaturale; vi sarebbe allora la pietà, la vera pietà. Fiat! Fiat!…

La vita interiore di F. Pollien cap.IV

LA VITA INTERIORE

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CAPITOLO IV

L’ISOLAMENTO

Effetti generali

447. Definizione. – 448. I cassetti. – 449. La svogliatezza. – 450. La sterilità.

447. Definizione. – I difetti che pervertono la concezione stessa della vita e ne falsificano lo scopo sono di loro natura i più perniciosi, perché lo scopo domina tutto. Gli altri, che contrastano l’unità della vita e nuocciono al suo ordinamento, sono ugualmente dannosi, perché l’unità è necessaria alla vita e l’ordinamento è necessario all’unità. Segnaliamo, tra gli altri, l’isolamento che altera l’ordine e spezza l’unità degli esercizi, e l’incostanza che è la mancanza di legame e di continuità nei movimenti dell’anima. L’uno causa la sconnessione delle pratiche, l’altro la sconnessione delle facoltà.

Innanzitutto vediamo l’isolamento. Chiamo isolamento l’abitudine di ripartire la propria giornata in parti sconnesse, separate, destinate ciascuna ad un’occupazione distinta, senza che tra esse vi sia corrispondenza né influenza né legame vitale. Non si tratta qui della santissima, utilissima e necessaria abitudine di una regolarità armonica e vivente, che stabilisce ad ogni azione il suo posto e il suo momento, secondo le esigenze del dovere e degli avvenimenti. La regolarità è una grande e indispensabile qualità. Chi vuol vivere per Dio deve vivere secondo una regola. Ho già trattato a sufficienza, nel capitolo precedente (n. 444), la necessità che ciascuno ha di conformarsi alle regole del proprio stato.

Nessun vocabolario dà, come sinonimi, questi due termini: regolarità ed isolamento; sarebbe come dire che salute e malattia sono sinonimi. L’isolamento, infatti, è la malattia e la morte della regolarità. Isolare, confinare, chiudere, significa arrestare la circolazione della vita, stabilire una separazione mortale che produce l’effetto di una fasciatura o quello dell’amputazione di un membro. Bisogna svincolare la regolarità dal suo isolamento, per renderla libera e feconda.

448. I cassetti. – Questa previsione materialistica della regolarità, questo regolamento meccanico, fa della vita un mobile a scompartimenti. Al mattino apro un cassetto: meditazione. Mezz’ora dopo lo chiudo; ciò basta per quel giorno. Più tardi ne apro un altro: ufficio divino; tre quarti d’ora ed è richiuso. Così per le altre pratiche ed occupazioni; ognuna ha il suo cassetto. Gli esercizi di pietà sono, in tal modo, confinati in un angolo della giornata, separati dalla corrente vitale e non esercitano sull’anima che l’influenza del momento, se pure la esercitano… L’insieme della mia vita è sconnesso, privo di unità.

Il pensiero di Dio è rinchiuso in alcuni cassetti di esercizi, e non esce che ad intervalli fissi. Talora esso appare, ma non come abitudine dell’anima, bensì come atto transitorio. È un ricordo della memoria, o una scintilla dell’immaginazione, ma non un principio vitale. Esso non compenetra l’essere, non ispira i pensieri, non alimenta l’amore, non dirige le azioni. Dovrebbe essere la vita della mia vita; invece non è che un accessorio; dovrebbe unificare l’anima, le sue azioni, i suoi affetti, le sue idee, la sua vita intera e farne un tutto compatto, coerente; invece io vivo troppo fuori di esso. La mia vita, i miei esercizi diventano così una successione abbastanza disordinata di particolari spesso in lotta gli uni contro gli altri.

449. La svogliatezza. – Gli esercizi di pietà sono allora compiuti molto male. Non orientando la mia vita, perché non ne sono l’anima, mi riescono di peso. Essi stonano troppo nell’insieme delle mie occupazioni e preoccupazioni. L’anima mia, dovendo farsi violenza per arrestare il corso delle sue disposizioni abituali ed elevarsi ai sentimenti richiesti per questi esercizi, ha fretta di sbarazzarsi di questo costringimento e farla finita con essi. Sono un peso che mi addosso con pena, che lascio con piacere e da cui mi esento quanto più mi è possibile. Io soccombo così alla precipitazione e alla svogliatezza, conclusione affatto naturale di questo triste modo di isolare gli esercizi di pietà. Se non arrivo sempre a questo punto, i miei esercizi non hanno però alcuna espansione; concedo loro il tempo strettamente richiesto, li faccio approssimativamente, ma non progredisco.

450. La sterilità. – Isolando i miei esercizi, li sterilizzo e li annullo. « La religione vera e viva, dice il Solov’èv, non è una specialità, un dominio separato, un angolo a parte nell’esistenza umana. Rivelazione diretta dell’assoluto, la religione non può essere qualche cosa; essa è tutto o nulla ». Ciò che Solov’ev dice della religione, io lo dico degli esercizi di pietà, che ne sono l’applicazione alla vita pratica (n. 229). Se essi non penetrano interamente la vita, sono nulla.

L’esperienza m’insegna questa triste verità. Perché i miei esercizi si trascinano penosamente a guisa di moribondi? Perché, non formando il tutto della mia vita, ma solo un angolo separato, non sono altro che agonizzanti, pronti ad emettere l’ultimo gemito, ed ai quali riesco a stento mantenere un soffio di vita. Tutto li uccide, ed essi si uccidono a vicenda, perché sconnessi, distaccati, urtano in tutto e cozzano tra loro. Questi urti sono mortali. Vedrò più avanti (n. 462) come si possano evitare e come gli esercizi possano rivivere e diventare nuovamente il tutto della mia vita.

La vita interiore di F. Pollien cap.III

LA VITA INTERIORE

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CAPITOLO III

DIFETTI CONTRARI ALLA VITA

443. Fariseismo. – 444. Formalismo. – 445. Vanità. – 446. Sentimentalismo.

443. Fariseismo. – Gli esercizi non sono che mezzi di vita nei doveri del proprio stato. Hanno perciò valore solo in quanto servono allo sviluppo della vita soprannaturale ed al compimento del dovere, nello stato stabilito dalla Provvidenza. Tale è la pura e completa nozione del loro compito. Nozione fondamentale per guidare nella scelta, e altrettanto importante per guidare nella condotta. Se la perdo di vista, scelgo male e conservo male ciò che ho scelto. Si può dire che tutti i difetti commessi, sia nella scelta che nella custodia di ciò che scelgo, hanno la loro sorgente nella perdita di vista di questo punto fondamentale. Per convincersene, basta esaminare i difetti principali. Gli uni sono più nettamente contrari alla vita, gli altri più visibilmente opposti alla sua unità. Che cosa è innanzitutto il fariseismo, se non la perversione del senso religioso? Esso fu aspramente flagellato dall’indignazione del Salvatore. Dimentico del fine, pone l’apice della sua perfezione nella fedeltà meccanica alle pratiche esteriori, ritiene e considera gli esercizi come base e sostanza della pietà, si imprigiona in un angusto formalismo, filtra il moscerino ed inghiotte il cammello (cf. Mt 23, 24), ha una cura meticolosa di correggere ciò che appare agli occhi degli uomini e trascura ciò che solo Dio può vedere. Sotto l’esteriore impeccabilità nasconde la putredine del sepolcro (cf. Mt 23, 27) e si affida alla vanità delle sue molteplici osservanze (cf. Lc 18, 12). Questa illusione si ripartisce in gradi molto vari; ma, sia essa grave o leggera, è sempre l’esterno che è coltivato a detrimento dell’interno; è il mezzo preso per fine.

444. Formalismo. – A questo fariseismo dell’orgoglio se ne può paragonare un altro, che, come questo, fa consistere la sua pietà nel compimento di vuote formalità. E’ il fariseismo della pigrizia, volgarmente chiamato: formalismo. Noncuranza dell’anima che si abitua al più facile, che non ama la fatica, che teme lo sforzo, e giunge a persuadersi che basta curare l’esterno, che può fermarsi lì, e far uso degli esercizi solo quanto basti ad acquietarsi e ad addormentare la coscienza, nella supposizione che il suo dovere è sufficientemente adempiuto. Il primo è esagerato nella sua pretesa esattezza, quanto questo è rilassato nella fedeltà; sotto forme diverse, ma per una causa identica, ambedue vegetano senza espansione, senz’aria e senza vita.

Se occorre ripetere all’uno che la regolarità è indispensabile, e all’altro che essa non basta da sola, occorre ripetere ad ambedue, che la fedeltà esteriore vale in proporzione al risultato di glorificazione divina, di intima trasformazione e di grazia a cui essa contribuisce; che la sapienza consiste nel saper custodire ciò che è necessario e mutare ciò che non lo è, in modo da adattare tutto alle necessità, ai doveri ed ai progressi dell’anima, come nel pasto si regola l’ordine di preparazione secondo quanto conviene alla salute.

445. Vanità. – Posso però misconoscere la vita anche in un altro modo e, pur senza prendere i mezzi per il fine, assegnare agli esercizi un fine che non è il loro, cercando in essi il nutrimento umano, anziché quello divino; cercando insomma me stesso, pur mostrando di cercarci Dio.

Illusione! Ci vuol così poco a ripiegarsi su se stessi! e quanta fatica, invece, per elevarsi a Dio! Illusione dell’orgoglio che credendo di attingere di là idee, affetti ed energie divine, sviluppa in realtà soltanto le sue vedute personali, i suoi sentimenti e gli allettamenti della natura, e si stabilisce così bene in se stesso, credendo di unirsi a Dio. In questa illusione, l’anima trarrà motivo di vanità dai suoi supposti progressi nella perfezione, si stimerà molto elevata, quasi uguale ai santi di cui ambisce perfino i doni. I lumi e gli ardori della sua vita la seducono così bene, da non rilevare i suoi difetti; e quando qualche mancanza più notevole la costringe a costatare ciò che non vorrebbe, si rassicura attribuendo la cosa alle miserie della natura. E’ la forma più sottile della vanità.

Un’altra forma più volgare è quella di cercare, nelle pratiche pie, la stima degli uomini, la lode o la venerazione, certi privilegi o preferenze. Una terza, ancor più bassa e meno incosciente, è quella di cercare la fedeltà esteriore, solo per salvaguardare le convenienze e le apparenze, e nascondere sistematicamente certi difetti, per non apparire inferiore agli altri.

Di qualsiasi cosa si componga l’umano che essa ricopre, e il mantello con cui lo ricopre, la vanità negli esercizi è uno dei più fatali sconvolgimenti dell’ordine. Vi è orgoglio peggiore di quello che si nutre di alimenti spirituali? Cambiare gli alimenti divini in veleno dell’anima, servirsi di Dio per la ricerca personale, coprirsi di lui per conservare il proprio io: ecco la falsa devozione, molto falsa in verità, poiché è la negazione della devozione.

446. Sentimentalismo. – Non è solo lo spirito ad utilizzare falsamente le pratiche di pietà; la sensibilità causa dei danni ancor più frequenti. La manìa di cercare le consolazioni di Dio anziché il Dio delle consolazioni, secondo il detto di san Francesco di Sales, è una delle più seducenti e tenaci. Il sentimentalismo, aderendo alle dolcezze esterne che adorna dei più brillanti fiori di misticismo, cullandosi negli inquietanti vapori dei sensi, impedisce che l’anima penetri nelle profondità, le cela l’opera che dovrebbe compiere nel suo interno. Là è il lavoro, la lotta; lavoro su se stessa, lotta contro se stessa. Il lavoro è rude e le gioie sembrano rare. Vi sono sì, gioie, più vere, anzi, più piene di prima; i sensi però non le conoscono. Certe anime vedono le spine del cammino, le fatiche della salita, e si spaventano. È così facile illudersi quando, da una parte, s’incontrano senza grandi difficoltà gioie che si credono purissime e, dall’altra, fatiche che non si credono necessarie! Così, i pretesti abbondano, per preferire le dolcezze immediate e facili della superficie alle pene del combattimento. È così piacevole l’essere soddisfatti di Dio… e di sé! E quando si sta così bene su questo Tabor, perché non farvi tre tende? (cf. Mt 17, 4). Sì, ma là non faranno sosta né Cristo, né Mosè, né Elia; al contrario, in compagnia della pietà sensibile, alloggeranno la sensualità e l’orgoglio. Lo scopo degli esercizi di pietà non è certamente quello di preparare ed adornare una dimora per tali ospiti.

La vita interiore di F. Pollien cap.II

LA VITA INTERIORE

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CAPITOLO II

LA LORO SCELTA

440. I fiori del giardino della Chiesa. – 441. Pratiche obbligatorie. – 442. Pratiche di consiglio e facoltative.

440. I fiori del giardino della Chiesa. – Nella Chiesa, giardino chiuso dello Sposo celeste, si trova una meravigliosa varietà di fiori, cioè di pratiche pie, rispondenti ai molteplici bisogni delle anime. Tutti questi fiori, ossia queste pratiche, quando appartengono veramente al giardino dello Sposo, cioè quando sono approvate dalla Chiesa, sono frutti di gloria e di ricchezza. Emanazioni dello Spirito di Dio e fruttificazione dell’anima della Chiesa, o efflorescenze olezzanti del cuore dei santi, esse spandono il buon odor di Gesù Cristo e profumano le anime di santità. Oh, quanto è bene coglierli!

Ma non tutti gli esercizi di pietà convengono a tutti. A che giova una sì ricca varietà, se non a soddisfare le molteplici necessità delle anime? Fra questa moltitudine di fiori, ognuno può scegliere, secondo il proprio desiderio e gusto, sempre sicuro di trovare pieno appagamento. Occorre scegliere, poiché prendere tutto sarebbe opprimente ed impossibile, e rifiutar tutto sarebbe far sfiorire la pietà. E’ necessario comporre un mazzo; ciascuno il proprio. La scelta dei fiori e la loro disposizione dipende dallo stato dell’anima, poiché un esercizio può essere utile ad uno e non ad un altro. Un insieme di esercizi molto atti per uno stato, diventerebbe ridicolo per uno stato diverso.

Come farò questo mazzo? Quali fiori sceglierò? Come li disporrò? Per riuscirvi, debbo anzitutto fissare i miei sguardi sul fine supremo e non perderlo di vista, poiché ogni fiore è utile solo in quanto serve a questo fine. In secondo luogo, debbo interrogare i bisogni dell’anima mia, le sue debolezze, le sue attitudini, il suo stato attuale per fare la scelta e la disposizione occorrente. In terzo luogo, consulterò il mio direttore, poiché senza di lui raccoglierei spesso un mazzo abbastanza meschino. Se osserverò queste tre condizioni, farò certamente una buona scelta di esercizi, un buon ordinamento di vita. Il mio mazzo di fiori spirituali mi gioverà, mi attirerà, ed io correrò all’odore dei suoi profumi (Ct 1, 3).

441. Pratiche obbligatorie. – Nel mio mazzo, non tutti i fiori avranno la stessa importanza, ma gli uni avranno. maggior splendore, profumo, efficacia e utilità degli altri. Certi esercizi di pietà sono obbligatori ed hanno sempre la precedenza sugli altri. Ad essi, fedeltà assoluta, amore costante e adesione di tutte le forze dell’anima. Essi mi sono imposti: sono dunque l’alimento necessario della mia pietà. Senza questo cibo cadrei nell’inedia e non potrei mai avanzare sulla via che debbo percorrere. Nella mia estimazione nulla dev’essere anteposto a questi esercizi. Essi debbono occupare il posto principale nella disposizione della mia giornata. Se sono sacerdote, la messa e la liturgia delle ore avranno le mie prime e migliori cure, poiché in essi voglio cercare il mio alimento sostanziale. Da essi la mia orazione deve attingere le ricche sostanze che la Chiesa ha preparato per i suoi sacerdoti. L’orazione del sacerdote, infatti, difficilmente avrà la sua forma ed il suo valore sacerdotale, se egli non attinge soprattutto dalla santa messa e dall’ufficio divino (n. 271).

442. Pratiche di consiglio e facoltative. – Vi sono pratiche pie che servono all’osservanza dei comandamenti e dei consigli e fanno parte di essi. Come dunque non v’è da scegliere tra i comandamenti, che devono essere tutti ugualmente osservati (n. 245), così non v’è scelta tra le pratiche obbligatorie. E come si impone la scelta per i consigli (n. 246), così pure quella per le pratiche corrispondenti. Sia che tale scelta sia fatta, per me, da una regola o dalle indicazioni della Chiesa, sia che la faccia io stesso con le precauzioni testè suggerite (n. 440), una volta fatta, la mia pietà vi si deve attenere con fedeltà costante, quanto lo permetterà la debolezza della mia natura. Dopo gli esercizi di obbligo, vengono le pratiche di consiglio. E qui devo far attenzione a non fermarmi troppo a pratiche di mia scelta, con pregiudizio di quelli, ben sapendo, per l’autorità stessa del consiglio che me le traccia o indica, che esse sono pure ricche per il nutrimento dell’anima mia.

Nelle refezioni spirituali, gli esercizi obbligatori sono i piatti sostanziosi, mentre le pratiche di consiglio sono i piatti di contorno. Vengono infine gli accessori, rappresentati dalle pratiche interamente facoltative. Alcune di queste possono essere utili, ma ne occorrono poche e ben scelte (nn. 371, 372). Un pasto serio non dev’essere fatto di inezie. Chi si nutre solo di queste mostra che la sua salute è malferma. Accetterò dunque le pratiche facoltative solo in quanto mi saranno di giovamento per sostenere ed incoraggiare la mia fedeltà alle pratiche più sostanziose.

Inoltre, in ciò che è facoltativo, saprò conservare una certa libertà e non mi legherò irrevocabilmente a nessuna pratica. Siccome le necessità dell’anima variano secondo le sue ascensioni, le pratiche utili per un periodo, possono essere nocive in un altro, e certe pratiche che non convengono all’inizio diventano in seguito necessarie.