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La vita interiore di F. Pollien cap.VI

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VI

L’INCOSTANZA

457. L’incostanza dei miei capricci. – 458. Del mio comportamento troppo superficiale. – 459. Della mia debolezza. – 460. Rimedio: sincerità e confidenza.

457. L’incostanza dei miei capricci. – Occorre, inoltre, che l’anima non resti suddivisa e sballottata dall’incostanza di cui porto in me tante cause. Non sono troppo facilmente lo zimbello dei miei capricci? Un giorno fedele, perché la tal cosa mi piace; un altro negligente, perché mi annoia. Nella consolazione mi entusiasmo; nell’aridità abbandono ogni cosa, come la banderuola che gira secondo il vento. La scissione del mio spirito fra il dovere ed il piacere mi rende oscillante, e l’uomo oscillante è instabile in tutte le sue azioni (cf. Gc 1, 8). Svolazzo da un esercizio all’altro, sfiorandoli successivamente, senza posarmi su nessuno. Secondo il paragone di san Francesco di Sales, imito le vespe che « si abbandonano a una costante inquietudine e a una inutile frettolosità. Esse svolazzano, succhiano, cercano il cibo finché durano la loro estate e il loro autunno; ma, quando sopravviene l’inverno, si trovano senza rifugio, senza riserva di viveri e senza vita ». Se, al contrario, cerco, nei fiori dei miei esercizi, il vero miele della vera devozione, imito « le api che escono dall’arnia solo per raccogliere il polline, vivono insieme solo per comporre il miele, si danno da fare solo per questo, compiono un lavoro ordinato, e, nelle loro case e monasteri, si occupano solo del lavoro profumato del miele e della cera. Hanno come unico oggetto della vita, dell’odorato e del gusto la bellezza, la soavità e la dolcezza dei fiori adatti al loro scopo, non solo compiono un lavoro molto nobile, ma hanno un rifugio sicuro e amabile, una riserva di cibo delizioso e una vita allegra in mezzo ai frutti del loro lavoro ». Oh, se sapessi riposarmi sui fiori coltivati per me, servendomi unicamente di essi, per preparare il profumato miele della gloria divina e la cera della mia santificazione, avrei anch’io un amabilissimo raccoglimento nell’anima mia, una provigione gradevolissima e una vita assai soddisfacente.

458. Del mio comportamento troppo superficiale. – Allorché, negli esercizi spirituali, mi comporto come le vespe, non cercando in essi il miele della gloria divina, basta pochissimo per interrompere il mio lavoro. Infatti, siccome non mi attengo a questi esercizi se non dal lato esteriore, basta un’interruzione, un’infedeltà, per spezzare la catena e farmi restare senza niente. Così mi scoraggio presto e sono facilmente sviato; la mia vita spirituale è spesso sconcertata. Se, al contrario, miro soprattutto all’interno, l’abitudine contratta in tal modo, non scompare per uno o più atti tralasciati, e malgrado certe negligenze o infedeltà esteriori, sento che mi rimane sempre la trama, che nulla di essenziale è interrotto ed io non mi scoraggio. Ho una stabilità maggiore. Le mie infedeltà possono ritardare il cammino, ma non mi gettano fuori della strada.

459. Della mia debolezza. – Ecco già due cause d’incostanza: i capricci della mia soddisfazione e gli inganni del mio comportamento troppo superficiale. Ve n’è pure una terza: la mia natura. Ho lasciato, purtroppo, che le mie facoltà si deformassero nelle abitudini perverse; in queste deviazioni ho perduto parte della mia forza (n. 398). Le cattive tendenze m’impongono una tirannia assai gravosa, che sento tanto maggiormente quanto più voglio liberarmene.

La mia natura è, d’altronde, debole per se stessa; le rovine del peccato originale hanno indebolito non poco le mie potenze e la loro energia, e hanno deposto in me tanti germi di disgregazione e di morte. È forse necessario aggiungere che gli allettamenti seduttori sono numerosi e incalzanti?

Per tutte queste cause sono debole ed incostante. « Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo » (Rm 7, 18-24).

460. Rimedio: sincerità e confidenza. – La debolezza della mia miseria si fa sentire e produce l’incostanza in tutta la mia vita, specialmente nell’uso degli esercizi di pietà. Come guarirla? Con la fedeltà ai miei esercizi? Sarebbe un supporre fatto ciò che è da fare. Se posso essere fedele ai miei esercizi, posso esserlo anche agli altri miei doveri. Se l’incostanza non assale più i miei esercizi è segno ch’essa è già guarita.

San Paolo indica un solo rimedio: la grazia di Dio per Gesù Cristo. Che cosa vuol dire la grazia di Dio? Vuol dire che debbo aspettare la forza solo da Dio e che debbo attenderla con sincerità e pazienza. Anzitutto con quella piena sincerità di fede che sa contare su Dio senza esitare (cf. Gc 1, 6). Inoltre, con pazienza, poiché come non si passa in un sol giorno dalla debolezza dell’infanzia alla maturità virile, così pure le infermità dell’anima non scompaiono per un momento di sincerità. Ogni opera vitale si compie mediante un lento e proporzionato progresso. Posso essere profondamente sincero con Dio, e tuttavia cadere ancora in gravi debolezze ed essere sballottato da umilianti incostanze. La debolezza non toglie nulla alla sincerità. È necessario che lo ricordi per non scoraggiarmi. Qualunque sia la mia debolezza e la mia incostanza, non ho bisogno che di sincerità, per aprire in me le vie alla grazia, la quale, entrando in me, fortificherà la mia debolezza e correggerà la mia incostanza. Nessuna debolezza, nessuna incostanza deve scoraggiare la sincerità. Ah! se fossi abbastanza umile da mantenermi nella sincerità della vera contrizione, non avrei a gemere così a lungo sulla mia incostanza. La potenza di una regolarità saggia, sobria, ferma, viva si rafforzerebbe e si manifesterebbe, non solo nei miei esercizi di pietà, ma anche nella mia vita intera.

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La vita interiore di F. Pollien cap.V

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO V

L’ISOLAMENTO

Effetti particolari

451. La meditazione isolata. – 452. L’orazione degli antichi. – 453. La meditazione viva. – 454. Le distrazioni. – 455. L’unità del lavoro e della preghiera. – 456. 1 Salmi.

451. La meditazione isolata. – L’invasione del formalismo isolante, in nulla è più funesta quanto nell’orazione. Com’è esaltato dai santi l’esercizio dell’orazione! e com’è insistentemente consigliato! Per formarsi ad esso, i maestri spirituali raccomandano all’anima di applicarsi ogni giorno, almeno per mezz’ora, alla meditazione. Consiglio salutare, i cui frutti sono incomparabili in coloro che lo sanno praticare in modo vivo. Ma ecco introdursi il difetto paralizzante: l’isolamento, che chiude la meditazione in una mezz’ora formalista. Si farà questo esercizio per giustificarsi dinanzi alla propria coscienza; gli si concederà il tempo prescritto dalla regola; e sarà tutto. Si crederà di aver fatto meditazione, perché si è dato ad essa il tempo stabilito, mentre non avrà che poca o nessuna influenza pratica sul corso della giornata. Si crede che questo piccolo esercizio, troppo esteriore e compiuto tanto superficialmente, sia tutta l’orazione, e non si comprende affatto che cosa sia la vita di orazione.

Formalizzando in tal modo la meditazione, si è giunti ad estinguere la contemplazione. Ai giorni nostri non vi sono più anime veramente contemplative, eccetto alcune, semplici e rette, che senza aver mai saputo meditare formalmente, hanno cercato Dio nella semplicità del loro cuore. Si sono attenute, mediante l’umile fedeltà, alle direttive dello Spirito Santo; e l’azione intima e viva dello Spirito di vita le ha condotte ad intrattenersi con Dio senza sforzo e quasi per un’espansione naturale del loro essere.

452. L’orazione degli antichi. – Una volta si era meno formalisti, meno esclusivisti e più solleciti dell’unità e della circolazione della vita; ciò è attestato dalle regole degli ordini antichi. Si recitava l’ufficio canonico nelle diverse ore della giornata. Era questo il punto principale della devozione, anche per i laici pii. Come devozione privata, si recitavano i Salmi e, senza dubbio, con più gusto ed intelligenza del testo sacro. Si partecipava effettivamente alle funzioni liturgiche. Le cerimonie non erano lettera morta, come lo sono purtroppo ai giorni nostri per un gran numero di anime. In questa recitazione spesso reiterata nel corso della giornata, e in questa partecipazione alle funzioni sacre, l’anima si univa a Dio, viveva in comunicazione con lui e trovava di che alimentare la sua orazione, nelle ore di raccoglimento come in quelle di lavoro.

La regolarità viva e sostanziale di quest’alimentazione liturgica stabiliva una grande corrente di unità. Le idee, i sentimenti, le azioni si nutrivano di una medesima sostanza, si trasformavano, si elevavano. In tal modo l’anima andava a Dio. Che cosa sono infatti le prescrizioni esterne del culto, se non il canale regolatore della preghiera? Come non andrà a Dio un’anima, la quale, stabilitasi in questa corrente liturgica, attinge, da una parte, alla sorgente prima degli insegnamenti e dei sentimenti divini, e dall’altra, si mantiene sottomessa agli impulsi dello Spirito che insegna a pregare? Soltanto le anime fedeli a questa condotta andavano quindi a Dio. Le disposizioni interne, causate da questa frequenza divina, diventavano le disposizioni abituali, praticamente dominanti ed efficacemente direttrici della vita. L’anima viveva di esse; la vita si trasformava continuamente in uno stato meditativo permanente fino a giungere alla contemplazione.

È forse il caso di aggiungere che la liturgia è la forma pubblica ed ufficiale della preghiera della Chiesa, e che l’orazione, cercando in essa le sue sorgenti, è in comunicazione con la vita della Chiesa, ne prende lo spirito, forma il senso cattolico, unisce le anime tra loro, le immedesima alla loro Madre, vivifica questi grandi atti della vita cristiana e concorre potentemente a creare l’unità vivente delle idee e dei sentimenti cattolici? Si tratta di una questione d’immensa portata sociale e individuale.

453. La meditazione viva. – Se ai giorni nostri, la mezz’ora di meditazione fatta da ogni anima sollecita del proprio avanzamento, s’isolasse di meno in un concetto troppo formalista; se invece di essere una semplice parte come le altre, mirasse maggiormente ad essere come il cuore di tutta la giornata, ove il sangue degli altri esercizi e degli altri atti venisse a vivificarvisi; se invece di farla scaturire esclusivamente da un metodo, talora troppo convenzionale, e da libri troppo superficiali e particolareggiati, si cercasse piuttosto di farla scaturire dalle profondità dell’anima e della vita ordinaria; se mettesse in opera la liturgia delle ore, la messa, le preghiere, gli incidenti e le occupazioni della vita, riferendole a Dio; se, per mezzo suo, si imparasse a leggere l’azione di Dio, a vederla nelle sue relazioni viventi con l’anima; se non si confinasse nella sua mezz’ora, e tendesse maggiormente ad estendersi agli altri momenti della giornata, creando nel cuore come un bisogno di rituffarsi, tratto tratto, in colloquio con Dio, allora essa sarebbe ad un tempo più potente e più facile; costerebbe di meno e gioverebbe di più. L’isolamento uccide tutto, ma nulla esso uccide tanto, quanto l’orazione.

454. Le distrazioni. – L’isolamento, infine, mantiene le distrazioni. L’abitudine di non pensare che a me stesso nelle mie occupazioni, di agire da me stesso, senza mettere Dio a parte della mia vita, o meglio in cima a tutto, mi ha condotto a questa idea, del tutto falsa, che, nella preghiera, io debba pensare soltanto a Dio. Determino così due parti distinte: l’una, nella quale vorrei vivere in Cielo tutto in Dio; l’altra, in cui pretendo di vivere sulla terra tutto per me. Mi lusingo, almeno lo tento, di far passare la mia anima dall’una all’altra, in modo che, stando da una parte, non pensi assolutamente all’altra.

Confesso che, quando mi trovo nelle mie occupazioni perdo troppo facilmente il ricordo di Dio. Ma quando sono in preghiera!… Vi sono io mai, o mio Dio?… Le distrazioni abbondano… mi assalgono… mi opprimono… Il mio spirito vi ricade continuamente, ed i miei sforzi più energici non riescono a raccogliermi totalmente in Dio. Ciò sarebbe contro la natura. L’anima non cambia affatto le abitudini, come il corpo cambia gli abiti. Se bisognasse soltanto lasciare gli abiti da lavoro e indossare quelli da festa, la preghiera sarebbe cosa agevole; ma non avviene così per le mie potenze. Le abitudini sono permanenti e l’anima le porta ovunque con sé. Se ho l’abitudine di pensare a me, senza pensare a Dio; di pensare al mio lavoro e a tutte le vicende della vita all’infuori di Dio, porterò quest’abitudine nella preghiera; e l’unico rimedio per non portarvela sarebbe quello di cambiarla.

455. L’unità del lavoro e della preghiera. – Come cambiare questa abitudine? Unificando la mia vita, sopprimendo quella stolta suddivisione in scompartimenti, che spezza e guasta tutto. Certo, la mia vita ha bisogno di un regolamento, come è necessaria una scorza all’albero e un corpo all’anima. Il regolamento è come la scorza e il corpo. Ma se è necessaria una scorza all’albero e il corpo all’anima, ci vuole inoltre la linfa per la scorza e un’anima per il corpo. È dunque necessario uno spirito al regolamento. Qual è questo spirito che circola dappertutto e vivifica tutte le parti del corpo? Non ho che da richiamare alla mente il grande principio: Tutto, nella mia vita, dev’essere diretto alla gloria di Dio, animato da Dio, retto da lui. Dovrei abituarmi a vedere e a consultare Dio, nel mio lavoro come nei miei esercizi di pietà; a trattare i miei affari con lui, facendoli come pregando; e a vivere con lui nel lavoro come nella preghiera.

La vera religione consiste nell’unione di me stesso con Dio. Debbo vivere con lui, per mezzo di lui, in lui. Il mio lavoro non dev’essere più umano della mia preghiera, né questa più divina del mio lavoro. Debbo lavorare con Dio, come parlo con lui; attendere da lui la direzione del mio lavoro, come l’ispirazione della mia preghiera; nel mio lavoro, rivolgere a lui il mio pensiero; e nella mia preghiera, parlargli del mio lavoro.

456. I Salmi. – Non è forse la lezione ricavata dai Salmi, quella che la Chiesa predilige al punto da farne il centro quotidiano della sua preghiera ufficiale? Quasi senza transizione e con una unione ammirevole, il salmista si occupa alternativamente della gloria di Dio e dei suoi interessi personali. Canta le lodi sacre e innalza il grido della sua miseria; tutto ciò si unisce, si alterna, si lega formando un solo cantico. L’anima sale dalla terra al cielo; ritorna dal cielo sulla terra; ed è in continuo colloquio con Dio. Ai più sublimi slanci d’amore e di lode, il profeta unisce la litania delle sue angosce e dei suoi pericoli, senza neppure pensare che una cosa sia meno degna di un’altra, alle orecchie di Dio. Ecco la sua preghiera; come si nota bene il suo tenore sempre uguale! Il Signore e lui formano una cosa sola; gli interessi dell’uomo sono mescolati agli interessi di Dio; la sua vita è una.

Perché la Chiesa invita tanto insistentemente a recitare questi Salmi, se non per dire: « Ecco il tuo modello, unifica così la tua vita e la tua preghiera »? Oh, se ne fossi capace!… Trattare ogni cosa con Dio, confidargli tutto, affidargli la direzione di tutto! Vedrei allora tutte le cose nella sua luce; le cose viste in tal modo non mi causerebbero distrazioni, perché non mi allontanerebbero mai da lui. Le mie azioni e le mie preghiere costituirebbero una sola e medesima corrente, un solo e medesimo stato soprannaturale; vi sarebbe allora la pietà, la vera pietà. Fiat! Fiat!…

La vita interiore di F. Pollien cap.IV

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO IV

L’ISOLAMENTO

Effetti generali

447. Definizione. – 448. I cassetti. – 449. La svogliatezza. – 450. La sterilità.

447. Definizione. – I difetti che pervertono la concezione stessa della vita e ne falsificano lo scopo sono di loro natura i più perniciosi, perché lo scopo domina tutto. Gli altri, che contrastano l’unità della vita e nuocciono al suo ordinamento, sono ugualmente dannosi, perché l’unità è necessaria alla vita e l’ordinamento è necessario all’unità. Segnaliamo, tra gli altri, l’isolamento che altera l’ordine e spezza l’unità degli esercizi, e l’incostanza che è la mancanza di legame e di continuità nei movimenti dell’anima. L’uno causa la sconnessione delle pratiche, l’altro la sconnessione delle facoltà.

Innanzitutto vediamo l’isolamento. Chiamo isolamento l’abitudine di ripartire la propria giornata in parti sconnesse, separate, destinate ciascuna ad un’occupazione distinta, senza che tra esse vi sia corrispondenza né influenza né legame vitale. Non si tratta qui della santissima, utilissima e necessaria abitudine di una regolarità armonica e vivente, che stabilisce ad ogni azione il suo posto e il suo momento, secondo le esigenze del dovere e degli avvenimenti. La regolarità è una grande e indispensabile qualità. Chi vuol vivere per Dio deve vivere secondo una regola. Ho già trattato a sufficienza, nel capitolo precedente (n. 444), la necessità che ciascuno ha di conformarsi alle regole del proprio stato.

Nessun vocabolario dà, come sinonimi, questi due termini: regolarità ed isolamento; sarebbe come dire che salute e malattia sono sinonimi. L’isolamento, infatti, è la malattia e la morte della regolarità. Isolare, confinare, chiudere, significa arrestare la circolazione della vita, stabilire una separazione mortale che produce l’effetto di una fasciatura o quello dell’amputazione di un membro. Bisogna svincolare la regolarità dal suo isolamento, per renderla libera e feconda.

448. I cassetti. – Questa previsione materialistica della regolarità, questo regolamento meccanico, fa della vita un mobile a scompartimenti. Al mattino apro un cassetto: meditazione. Mezz’ora dopo lo chiudo; ciò basta per quel giorno. Più tardi ne apro un altro: ufficio divino; tre quarti d’ora ed è richiuso. Così per le altre pratiche ed occupazioni; ognuna ha il suo cassetto. Gli esercizi di pietà sono, in tal modo, confinati in un angolo della giornata, separati dalla corrente vitale e non esercitano sull’anima che l’influenza del momento, se pure la esercitano… L’insieme della mia vita è sconnesso, privo di unità.

Il pensiero di Dio è rinchiuso in alcuni cassetti di esercizi, e non esce che ad intervalli fissi. Talora esso appare, ma non come abitudine dell’anima, bensì come atto transitorio. È un ricordo della memoria, o una scintilla dell’immaginazione, ma non un principio vitale. Esso non compenetra l’essere, non ispira i pensieri, non alimenta l’amore, non dirige le azioni. Dovrebbe essere la vita della mia vita; invece non è che un accessorio; dovrebbe unificare l’anima, le sue azioni, i suoi affetti, le sue idee, la sua vita intera e farne un tutto compatto, coerente; invece io vivo troppo fuori di esso. La mia vita, i miei esercizi diventano così una successione abbastanza disordinata di particolari spesso in lotta gli uni contro gli altri.

449. La svogliatezza. – Gli esercizi di pietà sono allora compiuti molto male. Non orientando la mia vita, perché non ne sono l’anima, mi riescono di peso. Essi stonano troppo nell’insieme delle mie occupazioni e preoccupazioni. L’anima mia, dovendo farsi violenza per arrestare il corso delle sue disposizioni abituali ed elevarsi ai sentimenti richiesti per questi esercizi, ha fretta di sbarazzarsi di questo costringimento e farla finita con essi. Sono un peso che mi addosso con pena, che lascio con piacere e da cui mi esento quanto più mi è possibile. Io soccombo così alla precipitazione e alla svogliatezza, conclusione affatto naturale di questo triste modo di isolare gli esercizi di pietà. Se non arrivo sempre a questo punto, i miei esercizi non hanno però alcuna espansione; concedo loro il tempo strettamente richiesto, li faccio approssimativamente, ma non progredisco.

450. La sterilità. – Isolando i miei esercizi, li sterilizzo e li annullo. « La religione vera e viva, dice il Solov’èv, non è una specialità, un dominio separato, un angolo a parte nell’esistenza umana. Rivelazione diretta dell’assoluto, la religione non può essere qualche cosa; essa è tutto o nulla ». Ciò che Solov’ev dice della religione, io lo dico degli esercizi di pietà, che ne sono l’applicazione alla vita pratica (n. 229). Se essi non penetrano interamente la vita, sono nulla.

L’esperienza m’insegna questa triste verità. Perché i miei esercizi si trascinano penosamente a guisa di moribondi? Perché, non formando il tutto della mia vita, ma solo un angolo separato, non sono altro che agonizzanti, pronti ad emettere l’ultimo gemito, ed ai quali riesco a stento mantenere un soffio di vita. Tutto li uccide, ed essi si uccidono a vicenda, perché sconnessi, distaccati, urtano in tutto e cozzano tra loro. Questi urti sono mortali. Vedrò più avanti (n. 462) come si possano evitare e come gli esercizi possano rivivere e diventare nuovamente il tutto della mia vita.

La vita interiore di F. Pollien cap.III

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO III

DIFETTI CONTRARI ALLA VITA

443. Fariseismo. – 444. Formalismo. – 445. Vanità. – 446. Sentimentalismo.

443. Fariseismo. – Gli esercizi non sono che mezzi di vita nei doveri del proprio stato. Hanno perciò valore solo in quanto servono allo sviluppo della vita soprannaturale ed al compimento del dovere, nello stato stabilito dalla Provvidenza. Tale è la pura e completa nozione del loro compito. Nozione fondamentale per guidare nella scelta, e altrettanto importante per guidare nella condotta. Se la perdo di vista, scelgo male e conservo male ciò che ho scelto. Si può dire che tutti i difetti commessi, sia nella scelta che nella custodia di ciò che scelgo, hanno la loro sorgente nella perdita di vista di questo punto fondamentale. Per convincersene, basta esaminare i difetti principali. Gli uni sono più nettamente contrari alla vita, gli altri più visibilmente opposti alla sua unità. Che cosa è innanzitutto il fariseismo, se non la perversione del senso religioso? Esso fu aspramente flagellato dall’indignazione del Salvatore. Dimentico del fine, pone l’apice della sua perfezione nella fedeltà meccanica alle pratiche esteriori, ritiene e considera gli esercizi come base e sostanza della pietà, si imprigiona in un angusto formalismo, filtra il moscerino ed inghiotte il cammello (cf. Mt 23, 24), ha una cura meticolosa di correggere ciò che appare agli occhi degli uomini e trascura ciò che solo Dio può vedere. Sotto l’esteriore impeccabilità nasconde la putredine del sepolcro (cf. Mt 23, 27) e si affida alla vanità delle sue molteplici osservanze (cf. Lc 18, 12). Questa illusione si ripartisce in gradi molto vari; ma, sia essa grave o leggera, è sempre l’esterno che è coltivato a detrimento dell’interno; è il mezzo preso per fine.

444. Formalismo. – A questo fariseismo dell’orgoglio se ne può paragonare un altro, che, come questo, fa consistere la sua pietà nel compimento di vuote formalità. E’ il fariseismo della pigrizia, volgarmente chiamato: formalismo. Noncuranza dell’anima che si abitua al più facile, che non ama la fatica, che teme lo sforzo, e giunge a persuadersi che basta curare l’esterno, che può fermarsi lì, e far uso degli esercizi solo quanto basti ad acquietarsi e ad addormentare la coscienza, nella supposizione che il suo dovere è sufficientemente adempiuto. Il primo è esagerato nella sua pretesa esattezza, quanto questo è rilassato nella fedeltà; sotto forme diverse, ma per una causa identica, ambedue vegetano senza espansione, senz’aria e senza vita.

Se occorre ripetere all’uno che la regolarità è indispensabile, e all’altro che essa non basta da sola, occorre ripetere ad ambedue, che la fedeltà esteriore vale in proporzione al risultato di glorificazione divina, di intima trasformazione e di grazia a cui essa contribuisce; che la sapienza consiste nel saper custodire ciò che è necessario e mutare ciò che non lo è, in modo da adattare tutto alle necessità, ai doveri ed ai progressi dell’anima, come nel pasto si regola l’ordine di preparazione secondo quanto conviene alla salute.

445. Vanità. – Posso però misconoscere la vita anche in un altro modo e, pur senza prendere i mezzi per il fine, assegnare agli esercizi un fine che non è il loro, cercando in essi il nutrimento umano, anziché quello divino; cercando insomma me stesso, pur mostrando di cercarci Dio.

Illusione! Ci vuol così poco a ripiegarsi su se stessi! e quanta fatica, invece, per elevarsi a Dio! Illusione dell’orgoglio che credendo di attingere di là idee, affetti ed energie divine, sviluppa in realtà soltanto le sue vedute personali, i suoi sentimenti e gli allettamenti della natura, e si stabilisce così bene in se stesso, credendo di unirsi a Dio. In questa illusione, l’anima trarrà motivo di vanità dai suoi supposti progressi nella perfezione, si stimerà molto elevata, quasi uguale ai santi di cui ambisce perfino i doni. I lumi e gli ardori della sua vita la seducono così bene, da non rilevare i suoi difetti; e quando qualche mancanza più notevole la costringe a costatare ciò che non vorrebbe, si rassicura attribuendo la cosa alle miserie della natura. E’ la forma più sottile della vanità.

Un’altra forma più volgare è quella di cercare, nelle pratiche pie, la stima degli uomini, la lode o la venerazione, certi privilegi o preferenze. Una terza, ancor più bassa e meno incosciente, è quella di cercare la fedeltà esteriore, solo per salvaguardare le convenienze e le apparenze, e nascondere sistematicamente certi difetti, per non apparire inferiore agli altri.

Di qualsiasi cosa si componga l’umano che essa ricopre, e il mantello con cui lo ricopre, la vanità negli esercizi è uno dei più fatali sconvolgimenti dell’ordine. Vi è orgoglio peggiore di quello che si nutre di alimenti spirituali? Cambiare gli alimenti divini in veleno dell’anima, servirsi di Dio per la ricerca personale, coprirsi di lui per conservare il proprio io: ecco la falsa devozione, molto falsa in verità, poiché è la negazione della devozione.

446. Sentimentalismo. – Non è solo lo spirito ad utilizzare falsamente le pratiche di pietà; la sensibilità causa dei danni ancor più frequenti. La manìa di cercare le consolazioni di Dio anziché il Dio delle consolazioni, secondo il detto di san Francesco di Sales, è una delle più seducenti e tenaci. Il sentimentalismo, aderendo alle dolcezze esterne che adorna dei più brillanti fiori di misticismo, cullandosi negli inquietanti vapori dei sensi, impedisce che l’anima penetri nelle profondità, le cela l’opera che dovrebbe compiere nel suo interno. Là è il lavoro, la lotta; lavoro su se stessa, lotta contro se stessa. Il lavoro è rude e le gioie sembrano rare. Vi sono sì, gioie, più vere, anzi, più piene di prima; i sensi però non le conoscono. Certe anime vedono le spine del cammino, le fatiche della salita, e si spaventano. È così facile illudersi quando, da una parte, s’incontrano senza grandi difficoltà gioie che si credono purissime e, dall’altra, fatiche che non si credono necessarie! Così, i pretesti abbondano, per preferire le dolcezze immediate e facili della superficie alle pene del combattimento. È così piacevole l’essere soddisfatti di Dio… e di sé! E quando si sta così bene su questo Tabor, perché non farvi tre tende? (cf. Mt 17, 4). Sì, ma là non faranno sosta né Cristo, né Mosè, né Elia; al contrario, in compagnia della pietà sensibile, alloggeranno la sensualità e l’orgoglio. Lo scopo degli esercizi di pietà non è certamente quello di preparare ed adornare una dimora per tali ospiti.

La vita interiore di F. Pollien cap.II

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO II

LA LORO SCELTA

440. I fiori del giardino della Chiesa. – 441. Pratiche obbligatorie. – 442. Pratiche di consiglio e facoltative.

440. I fiori del giardino della Chiesa. – Nella Chiesa, giardino chiuso dello Sposo celeste, si trova una meravigliosa varietà di fiori, cioè di pratiche pie, rispondenti ai molteplici bisogni delle anime. Tutti questi fiori, ossia queste pratiche, quando appartengono veramente al giardino dello Sposo, cioè quando sono approvate dalla Chiesa, sono frutti di gloria e di ricchezza. Emanazioni dello Spirito di Dio e fruttificazione dell’anima della Chiesa, o efflorescenze olezzanti del cuore dei santi, esse spandono il buon odor di Gesù Cristo e profumano le anime di santità. Oh, quanto è bene coglierli!

Ma non tutti gli esercizi di pietà convengono a tutti. A che giova una sì ricca varietà, se non a soddisfare le molteplici necessità delle anime? Fra questa moltitudine di fiori, ognuno può scegliere, secondo il proprio desiderio e gusto, sempre sicuro di trovare pieno appagamento. Occorre scegliere, poiché prendere tutto sarebbe opprimente ed impossibile, e rifiutar tutto sarebbe far sfiorire la pietà. E’ necessario comporre un mazzo; ciascuno il proprio. La scelta dei fiori e la loro disposizione dipende dallo stato dell’anima, poiché un esercizio può essere utile ad uno e non ad un altro. Un insieme di esercizi molto atti per uno stato, diventerebbe ridicolo per uno stato diverso.

Come farò questo mazzo? Quali fiori sceglierò? Come li disporrò? Per riuscirvi, debbo anzitutto fissare i miei sguardi sul fine supremo e non perderlo di vista, poiché ogni fiore è utile solo in quanto serve a questo fine. In secondo luogo, debbo interrogare i bisogni dell’anima mia, le sue debolezze, le sue attitudini, il suo stato attuale per fare la scelta e la disposizione occorrente. In terzo luogo, consulterò il mio direttore, poiché senza di lui raccoglierei spesso un mazzo abbastanza meschino. Se osserverò queste tre condizioni, farò certamente una buona scelta di esercizi, un buon ordinamento di vita. Il mio mazzo di fiori spirituali mi gioverà, mi attirerà, ed io correrò all’odore dei suoi profumi (Ct 1, 3).

441. Pratiche obbligatorie. – Nel mio mazzo, non tutti i fiori avranno la stessa importanza, ma gli uni avranno. maggior splendore, profumo, efficacia e utilità degli altri. Certi esercizi di pietà sono obbligatori ed hanno sempre la precedenza sugli altri. Ad essi, fedeltà assoluta, amore costante e adesione di tutte le forze dell’anima. Essi mi sono imposti: sono dunque l’alimento necessario della mia pietà. Senza questo cibo cadrei nell’inedia e non potrei mai avanzare sulla via che debbo percorrere. Nella mia estimazione nulla dev’essere anteposto a questi esercizi. Essi debbono occupare il posto principale nella disposizione della mia giornata. Se sono sacerdote, la messa e la liturgia delle ore avranno le mie prime e migliori cure, poiché in essi voglio cercare il mio alimento sostanziale. Da essi la mia orazione deve attingere le ricche sostanze che la Chiesa ha preparato per i suoi sacerdoti. L’orazione del sacerdote, infatti, difficilmente avrà la sua forma ed il suo valore sacerdotale, se egli non attinge soprattutto dalla santa messa e dall’ufficio divino (n. 271).

442. Pratiche di consiglio e facoltative. – Vi sono pratiche pie che servono all’osservanza dei comandamenti e dei consigli e fanno parte di essi. Come dunque non v’è da scegliere tra i comandamenti, che devono essere tutti ugualmente osservati (n. 245), così non v’è scelta tra le pratiche obbligatorie. E come si impone la scelta per i consigli (n. 246), così pure quella per le pratiche corrispondenti. Sia che tale scelta sia fatta, per me, da una regola o dalle indicazioni della Chiesa, sia che la faccia io stesso con le precauzioni testè suggerite (n. 440), una volta fatta, la mia pietà vi si deve attenere con fedeltà costante, quanto lo permetterà la debolezza della mia natura. Dopo gli esercizi di obbligo, vengono le pratiche di consiglio. E qui devo far attenzione a non fermarmi troppo a pratiche di mia scelta, con pregiudizio di quelli, ben sapendo, per l’autorità stessa del consiglio che me le traccia o indica, che esse sono pure ricche per il nutrimento dell’anima mia.

Nelle refezioni spirituali, gli esercizi obbligatori sono i piatti sostanziosi, mentre le pratiche di consiglio sono i piatti di contorno. Vengono infine gli accessori, rappresentati dalle pratiche interamente facoltative. Alcune di queste possono essere utili, ma ne occorrono poche e ben scelte (nn. 371, 372). Un pasto serio non dev’essere fatto di inezie. Chi si nutre solo di queste mostra che la sua salute è malferma. Accetterò dunque le pratiche facoltative solo in quanto mi saranno di giovamento per sostenere ed incoraggiare la mia fedeltà alle pratiche più sostanziose.

Inoltre, in ciò che è facoltativo, saprò conservare una certa libertà e non mi legherò irrevocabilmente a nessuna pratica. Siccome le necessità dell’anima variano secondo le sue ascensioni, le pratiche utili per un periodo, possono essere nocive in un altro, e certe pratiche che non convengono all’inizio diventano in seguito necessarie.

La vita interiore di F. Pollien cap.I

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO I

IL LORO SCOPO

436. Triplice scopo. – 437. Mezzi di formazione. – 438. Il desiderio di Dio. – 439. Varietà.

436. Triplice scopo. – Per chi cerca Dio solo, tutto è esercizio di pietà; per chi cerca se stesso, nulla lo è; così avevamo detto precedentemente (cf. n. 229). Nella vita non c’è alcun atto o mezzo, che non debba essere esercizio di pietà. Essendo essa il tutto, non deve ogni cosa servire a formare il tutto? Ma prendiamo ancora questa espressione nel senso speciale che le è attribuito, e diamole tutta l’ampiezza di significato di cui è capace. Comprenderemo in essa tutte le pratiche pubbliche e private, che nelle loro comunicazioni con Dio sono contemporaneamente, per l’anima, espressione del suo culto, strumenti della sua educazione divina e canali di grazia. Si può dire che tutte le cose abbiano questo triplice scopo di culto da rendere, di educazione spirituale da formare e di grazia da comunicare. In alcune, senza dubbio, lo scopo della grazia è più rilevante, come ad esempio nei sacramenti; ma questi sono anche, e l’eucaristia soprattutto, gli atti più sublimi del culto. Ora, dallo svolgimento dei loro riti, vengono impartiti insegnamenti per la mente, il cuore e i sensi. Se la preghiera è implorazione del soccorso divino, è più ancora omaggio reso al Signore; e quanti segreti, abitudini, impressioni celesti sgorgano da essa! Quelle che comunemente vengono chiamate pratiche spirituali: meditazione, lettura, esame, ritiro, ecc., tendendo più direttamente alla formazione interiore, sono anche testimonianza di culto e sorgente di grazia. Ovunque, perciò, io posso onorare Dio, trasformarmi e nutrirmi di grazia.

Con queste pratiche, occorre comprendere anche gli oggetti, le forme e i metodi che entrano nel loro ordinamento, ossia tutta l’economia tradizionale del culto cristiano. Quanti oggetti da studiare, e quante lezioni, per la pietà e per la sua fecondità! Limitiamoci, tuttavia, ad uno sguardo più succinto.

Queste pratiche, il loro oggetto, i loro riti, che cosa sono nei riguardi della pietà? Strumenti della vita. Non sono la vita e, come dice san Giovanni, non sono la luce, ma rendono testimonianza alla luce (cf. Gv 1, 8). Essi rendono, per l’appunto, questa triplice testimonianza: portano alla vita la perfezione dei suoi atti più sublimi, nel culto reso a Dio; sviluppano il suo progresso interiore; le comunicano, nella grazia, la forza di animazione. Questo triplice servizio è immenso. Tuttavia, il più utile, praticamente, è quello della formazione. Ed eccone il perché. Se la mia anima si forma e trasforma mediante i suoi esercizi, diventa più capace di grazia e, con più capacità e più grazia, arriverà sicuramente a comprendere ed a compiere meglio le sue grandi pratiche di culto. È dunque sugli esercizi di formazione, ch’io debbo appoggiarmi di preferenza; questo sarà l’argomento del secondo libro.

437. Mezzi di formazione. – Sotto questo aspetto si addice il loro nome; ma il loro nome ne indica bene il compito? Esercizi di pietà, come se si dicesse: manovre spirituali mediante le quali l’anima si esercita a formare, a sviluppare e a perfezionare in sé, la disposizione di unità che si chiama pietà. Sono dunque mezzi; mezzi vari, di un risultato sicurissimo; vari, secondo la necessità della dispersione da cui si deve uscire; congiunti, nella loro varietà, per condurre all’unità.

Se sono mezzi, non sono fine; se non sono fine, non sono la pietà; poiché, come ho già visto (n. 89), essa consiste essenzialmente nel fine, visto, amato, ricercato. Non hanno, dunque, né possono avere valore se non come mezzi; e sono un bene per me, nella misura in cui mi servono a raggiungere il mio fine. Di conseguenza, non li posso considerare, amare o adoperare né capricciosamente per me, né sistematicamente per se stessi; ma soltanto per l’opera di cui sono strumenti.

438. Il desiderio di Dio. – Gli esercizi di pietà devono nutrire l’anima quali mezzi di formazione soprannaturale e alimenti della sua crescita divina. Come per il nutrimento del corpo, il loro profitto dipende anzitutto dall’appetito che ne avrò. Poiché io voglio vivere della vita di Dio, la fame di lui è l’appetito, il quale verrà, ad un tempo, calmato e stimolato dal nutrimento degli esercizi. È questo bisogno di Dio, questo desiderio di nutrimento divino, che bisogna sorvegliare, poiché il vero contrassegno della salute spirituale consiste nel sentire, nel proprio interno, la brama soprannaturale di Dio, come un forte appetito è l’indizio più sicuro di salute del corpo.

Se sento questa appetenza divina, se la soddisfo nutrendomi degli esercizi di pietà, se la sento aumentare, Dio sia benedetto! la salute dell’anima è buona; non ho che da proseguire nella mia vita. La mia sete, ininterrottamente calmata ed eccitata dai miei esercizi, andrà aumentando, fino al giorno in cui non potrà più essere saziata che dalla visione della gloria di Dio. Ma il suo affievolimento sarebbe un cattivo segno; occorrerebbe allora risvegliarla ed eccitarla con ogni mezzo. Se poi è scomparsa, io sono morto o lo sarò ben presto; gli alimenti degli esercizi non mi gioveranno più di quanto giovino ad un morente o ad un cadavere a meno che, animato dal desiderio di ritrovare questa vita soprannaturale, non li usi sinceramente all’opera della mia risurrezione spirituale, perché, così impiegati, hanno anche il potere di risuscitare i morti. « Io sono la risurrezione e la vita, dice il Salvatore. Chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno » (Gv 11, 25-26). Gli esercizi di pietà partecipano di questo potere di risurrezione e di vita che nostro Signore comunica loro. Se sono ben praticati, possono rendere la vita ai morti e conservare i vivi fino alla vita eterna.

439. Varietà. – Il cibo spirituale abbonda nella Chiesa, ove gli esercizi di pietà sono molto vari. Lo sono ordinatamente, secondo che predomina lo scopo di culto, di formazione o di grazia. Le pratiche sono numerose e possono soddisfare ai bisogni ed ai più svariati gusti delle anime. Sono soprattutto adatte quelle di formazione, secondo le facoltà cui si dirigono. Essendo la pietà opera della mente, del cuore e dei sensi, occorrono, come per la penitenza (n. 391), delle pratiche adatte a questi tre generi di facoltà, e che siano capaci di condurle a Dio. La mente ha le sue, per formarsi alla contemplazione di Dio. Tali sono, ad esempio: le prediche, le letture, le meditazioni, gli esami, ecc. Il cuore ha le sue, per formarsi all’amor di Dio; per esempio: l’orazione, le giaculatorie, le esortazioni, le pratiche di devozione, ecc. I sensi hanno le loro, per formarsi al servizio di Dio; ad esempio: le cerimonie, i canti, le devozioni, ecc.

Infine, gli esercizi sono diversi secondo che sono obbligatori, di consiglio o facoltativi. Ve ne sono alcuni obbligatori, per legge stabilita dalla Chiesa; ad esempio: la recezione dei sacramenti, nelle condizioni da essa determinate; la santificazione delle domeniche e delle feste di precetto, la liturgia delle ore per i sacerdoti, ecc. Altri possono divenire obbligatori per un voto pubblico, come i punti essenziali della regola per il religioso, o per un voto privato personale. Altri ancora possono esserlo in certe necessità dell’anima, per evitare gravi mancanze.

Vi sono degli esercizi di consiglio, sia per istituzione e raccomandazione della Chiesa, come la comunione frequente, le cerimonie pubbliche, i punti ordinari della regola per il religioso; sia per l’esperienza dei santi e l’insegnamento dei maestri della vita spirituale.

Quelli che sono puramente facoltativi dipendono totalmente dalla buona volontà personale, dai bisogni e dalle aspirazioni dell’anima e dagli impulsi dello Spirito Santo.

La varietà è grande; più grande ancora la ricchezza; vi è un influsso di tesori incalcolabili ed inesauribili. In tutti vi è la virtù di Dio. Nulla mi mancherà per i singoli bisogni dell’anima; a me il saperne approfittare.

La vita interiore di F. Pollien capitolo I

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO I

LA PENITENZA

392. La giustizia. – 393. La pena. – 394. La misericordia. – 395. La loro unione. – 396. La Redenzione. – 397. Adimpleo quae desunt.

392. La giustizia. – Secondo la già citata osservazione di sant’Agostino, la beatitudine dell’ordine è tale che la bruttezza della colpa non può sussistere un istante senza la bellezza della riparazione (n. 124).

La giustizia suprema ha i suoi diritti che sono imprescrittibili. Essa ripara continuamente e non può stare senza conciliare, con l’ordine eterno, l’azione delle creature libere. Se faccio il bene, essa risponde immediatamente alla mia azione con la ricompensa del merito. A misura che glorifico Dio, partecipo delle beatitudini del tempo e dell’eternità. Se, facendo il male, privo Dio della gloria che gli debbo, la giustizia, sull’istante, vendica su di me l’ordine violato, assoggettandomi alla pena, nella misura in cui mi sono reso suddito dell’iniquità. La giustizia dunque m’impone la penitenza come espiazione del disordine della mia vita.

393. La pena. – Perché la giustizia ricorre alla sofferenza per fare espiare la colpa? Il movimento che mi allontana da Dio è un movimento falso verso il piacere creato. Ora, è appunto per questo godimento indebito, che merito di essere richiamato all’ordine col castigo. Il male è corretto dal suo contrario. Quanto più mi abbandono alla vanagloria, ai piaceri sregolati, tanto più dovrò sottostare ai tormenti (cf. Ap 18, 7); è la legge del tempo e dell’eternità. Così richiede la giustizia, che bilancia esattamente i piaceri della colpa con le torture del castigo, in modo che la gloria divina, lesa dal godimento, è risarcita dalla sofferenza. L’uomo rende sempre a Dio ciò che gli deve, dice sant’Agostino. Se non lo rende facendo ciò che deve, lo rende soffrendo ciò che deve. Il debito si paga sia in un modo che nell’altro. La giustizia non condonerà nemmeno il più piccolo spicciolo (cf. Mt 5, 26). Essa non può sopprimere una pena più di quanto possa sopprimere un merito. La sua inesorabile funzione è quella di bilanciare, ed essa lo fa sempre, sia per i meriti, sia per i demeriti.

394. La misericordia. – Ma Dio non ha solo una mano. Tutte le vie di Dio sono misericordia e verità (cf. Sal 24, 10). Se egli ha la mano rigorosa della giustizia, che è inflessibile nei bilanci, ha pure la dolce mano della misericordia, che è sommamente delicata nelle sue premure. Se la giustizia ha l’ufficio di riparare l’ordine essenziale della gloria divina, la misericordia ha quello di riabilitare l’anima stessa. Il suo compito è di rialzare ciò che è caduto, di rifare ciò che è stato distrutto, di restituire ciò che è stato perduto. Dio ha voluto usare misericordia all’uomo, mentre con l’angelo usò solo giustizia.

Egli non riparò per gli angeli, ma riparò per gli uomini. Per questa restaurazione, la misericordia ha segreti di prevenienza, di delicatezza, di sollecitudine; ha ritrovati dí bontà infinitamente adorabílí. Se nulla ínganna la giustizia, nulla stanca la misericordia. Questa è talmente tenace nella sua benevolenza, quanto quella nella sua esattezza.

395. La loro unione. – Le due mani di Dio, secondo i disegni divini sull’umanità, sono destinate a incrociarsi continuamente sul capo del colpevole. Le benedizioni della misericordia si accordano con i rigori della giustizia. Dio desidera che in me avvenga sempre l’incontro della misericordia e della verità, l’amplesso della giustizia e della pace (cf. Sal 84, 11). Ed è proprio sul terreno della penitenza che si attuano l’incontro e l’abbraccio. La giustizia non mitigherà la più piccola delle sue pene, mentre la misericordia, impossessandosi di queste pene, le renderà riparatrici della mia vita e meritorie di una vita migliore. Nel medesimo tempo che io pago i miei debiti, elevo il mio essere verso le altezze dalle quali ero caduto.

Ogni colpa richiama dunque una pena; e ogni pena è anzitutto vendicativa, come esige la giustizia; ma è pure medicinale, almeno secondo i disegni della misericordia. Io non posso sottrarmi alle esigenze della giustizia, ma posso non corrispondere ai disegni della misericordia. E se, come un condannato, subisco mio malgrado la pena della giustizia, la mia penitenza è sterile, poiché non ripara i regressi. Quando, al contrario, mediante un libero concorso, mi conformo ai disegni redentori, la mia penitenza diventa ad un tempo espiatrice e riparatrice, soddisfa Dio e purifica il mio essere, toglie il male e fa il bene, paga i debiti e crea i meriti.

Non è forse un punto di supremo interesse, sapermi conformare all’opera riparatrice, affinché le esigenze vendicatrici non siano mai disgiunte dai benefici rinnovamenti? Mio Dio! quanto desidero non espiare da reprobo, ma riparare da predestinato!

396. La Redenzione. – Per facilitare l’incontro e l’abbraccio della giustizia con la misericordia, ci voleva ancora un intervento d’amore ineffabile. Il prodigio si è operato nella persona del Redentore e si è compiuto sulla croce. Dio si è fatto uomo ed è venuto a subire, nella sua carne umana, le prove della vita e i tormenti della morte, santificando entrambi, conferendo loro, per il merito della sua divinità, un valore infinito di espiazione e di riparazione. Egli prese su di sé le nostre sofferenze e portò i nostri dolori. Fu percosso per i nostri peccati, schiacciato per le nostre iniquità, castigato per darci la pace, ferito per renderci la salvezza (cf. Is 53, 4-5). La sua croce conferisce alla pena il suo vero valore espiatorio e il suo potere riparatore.

Egli accumulò un tesoro infinito, il quale, dal punto di vista della sua applicazione, fu ancora accresciuto dai meriti della Vergine Addolorata, dei martiri e dei santi.

Per tutti i secoli, e per tutte le anime, vi è di che soddisfare la giustizia e far trionfare la misericordia.

397. Adimpleo quae desunt. – Come potrò riparare da predestinato? Unendomi alle riparazioni del Redentore. In qual modo mi unirò? Completando nella mia carne ciò che manca ai patimenti di Cristo (cf. Col 1, 24). I suoi meriti sono come una bevanda che debbo assimilare mediante le pratiche personali di penitenza. Quando arriverò a prendere e ad accettare le prove purificatrici, in unione ed in conformità ai disegni del Salvatore e alle idee di Dio, completerò in me l’opera redentrice iniziata da lui per me, ma non compiuta senza di me.

Quest’opera posso completarla, non solo in me e per me, ma anche per gli altri. Infatti, san Paolo, dopo aver detto che completa nella sua carne le sofferenze di Cristo, aggiunge che lo fa per il corpo intero della Chiesa. Anch’io potrò avere la consolazione di fare una penitenza efficace per me e per tutti.