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La vita interiore di F. Pollien Parte terza

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

PARTE TERZA

I MEZZI

CAPITOLO PRELIMINARE

LE PRATICHE DI PIETA’

385. Necessità dei mezzi. – 386. Gli strumenti di Dio. – 387. I miei strumenti. – 388. In lui abbiamo la vita, il movimento e l’essere. – 389. Ciò che è essenziale e ciò che si trasforma. – 390. Divisione.

385. Necessità dei mezzi. – Conosco il fine, conosco la via; ho un vero desiderio di avanzare su questa via, verso questa meta; che cosa mi manca? I mezzi. Essi mi sono necessari. Io ho bisogno di mangiare il pane di Dio, per seguire la via della sua volontà fino all’avvento del suo regno ed alla santificazione del suo nome (nn. 75ss). Conoscendo la meta e la via e possedendo i mezzi, possederò tutto. Quali sono questi mezzi?

Fin dall’inizio di quest’opera (n. 55), il principio fondamentale mi ha mostrato che, fra Dio e me, ogni essere ed ogni movimento d’essere, venendo a contatto con la mia vita, è destinato a servire da strumento alla mia crescita per la gloria divina. Questo principio avrebbe dovuto essere enunciato fin dagli inizi, per farne scaturire le nozioni del fine e della via. La conoscenza di questo principio, come ho potuto convincermi, è indispensabile per comprendere lo scopo stesso della vita, l’ordine ed il disordine, la pietà e le sue ascese, le regole e le condizioni del mio lavoro, i modi e le mire del lavoro divino. Ma questa nozione generale, se basta per mostrare il piano, non è però sufficiente ad attuarlo. La scienza dell’architetto che traccia il piano e quella dell’impresario che dirige il lavoro, debbono essere completate dall’abilità dell’operaio che adopera gli utensili.

Dopo aver studiato, nella prima Parte, il piano della mia vita e nella seconda Parte le regole del lavoro, debbo in questa terza Parte studiare il modo di eseguirlo e l’uso di quegli strumenti che sono le creature.

386. Gli strumenti di Dio. – Di chi sono strumenti le creature? Sono strumenti dei lavoratori che costruiscono il tempio della gloria divina e della felicità umana. Per conseguenza, sono anzitutto gli strumenti di Dio, che è l’artefice principale, e in secondo luogo sono i miei strumenti, essendo io chiamato ad essere l’operaio secondario.

Dio conosce l’utilità dei suoi strumenti e perciò sa usarli. Non spetta a me controllare l’uso ch’egli ne fa, ma ciò che spetta totalmente a me e che, sotto un certo aspetto mi è necessario, è di vedere il contatto e il risultato in me del loro lavoro. Ora, qualunque sia lo strumento usato da Dio, l’effetto costantemente prodotto è la grazia. Essa è quindi il mezzo divino immediato, unico, costante, ed è quello che m’interessa soprattutto conoscere, affinché in questo punto di contatto arrivi a conformare i miei mezzi a quelli di Dio.

387. I miei strumenti. – È importante conoscere l’utilità e l’uso delle creature, che sono gli strumenti ch’io debbo maneggiare. Qual problema impenetrabile alle mie ricerche è la loro utilità, gli immensi vantaggi ch’essi mi arrecano, gli innumerevoli benefici di cui io sono il centro! Ma non mi è possibile trattarne qui, perché allora mi allontanerei troppo dalla veduta di unità in cui mi circoscrivono le proporzioni del piano adottato.

La questione più importante è quella dell’uso; è necessario soprattutto che le mie facoltà diventino abili ed idonee ad usare le creature. Ora, non è buon operaio chi non possiede quelle attitudini e abilità che, con l’amore al mestiere, producono opere perfette. Per formare il gusto, l’occhio, la destrezza, vi sono, in ogni mestiere, certi procedimenti, certi segreti tecnici. Ve ne sono anche per formare la sovrana attitudine e abilità dell’anima, che si chiama: pietà. Mi resta dunque da considerare, almeno nella loro economia generale, gli accorgimenti e le pratiche adatte a rendere le mie facoltà capaci di far buon uso delle creature. Ho detto: almeno nella loro economia generale, perché, avendo fin qui fermato lo sguardo solo sulle grandi linee del fine e della via, continuerò con lo stesso metodo a trattare dei mezzi.

Quali sono le pratiche che mi metteranno in grado di usare bene delle creature? Non cercherò qui i segreti dell’uso naturale che adatta le cose allo sviluppo fisico, morale e intellettuale del mio essere; questo è l’oggetto delle scienze e delle molteplici arti, che s’ingegnano a trovare ovunque i mezzi migliori, per sviluppare la vita umana sotto tutte le sue forme. Il mio compito è ben più alto; esso mira ad armonizzare tutte le risorse naturali e soprannaturali con l’opera superiore che io sto trattando. Voglio imparare a servirmi dell’intero creato per la mia pietà; voglio cioè imparare la scienza che san Paolo dice che sorpassa ogni conoscenza (cf. Ef 3, 19). Devo dunque trovare le pratiche che mi condurranno a questo fine. So che l’opera della mia crescita divina necessita di una duplice operazione: da un lato l’allontanamento dal creato, dall’altro l’adattamento al divino (n. 295). Di qui due ordini di pratiche pie destinate: le une, a distaccarmi dal basso; le altre, a unirmi all’alto. Mi abituano al distacco le pratiche di penitenza; mi abituano all’incontro divino le pratiche di preghiera. Dovrò allora considerare i principi generali concernenti l’uso delle pratiche di penitenza e di pietà.

388. In lui abbiamo la vita, il movimento e l’essere. – Nella gloria di Dio vi è la pienezza del mio fine essenziale; nella sua volontà vi è la regola suprema del mio movimento; nella sua grazia vi è il mio grande mezzo vitale. Fine, principio, mezzo; Dio è tutto per me. In lui viviamo, poiché egli è il mezzo, il nutrimento della nostra vita. In lui ci muoviamo, poiché egli è il principio e la regola del nostro movimento. In lui siamo, poiché egli è il fine in cui ci riposiamo (cf. At 17, 28). La sua gloria è il fine del mio essere; la sua volontà è la regola del mio movimento; la sua grazia è il mezzo della mia vita. Egli è il fine, il principio, il mezzo; egli è tutto. Mio Dio e mio tutto.

389. Ciò che è essenziale e ciò che si trasforma. – Alla gloria di Dio è subordinata la mia felicità. All’azione con cui egli mi anima e mi sostiene dev’essere subordinata la mia azione personale. Alla grazia dovranno anche essere subordinate le mie pratiche di pietà. Così, sia circa il fine, sia circa la via e i mezzi, Dio è dappertutto l’essenziale, il primo, il padrone; io dappertutto il suddito, il secondo, il servo.

Inoltre ho visto come la mia soddisfazione, dapprima sviata lontano da Dio, rientra, si assorbe e si trasforma nell’unità, lasciando nell’annientamento le falsità dell’umano. Ho visto pure come la mia azione, dopo essersi agitata accanto all’azione divina, rientra, si assorbe e si trasforma in quella di Dio, mediante la distruzione dell’indipendenza del movimento umano. Nello stesso modo dovrò ora vedere come la molteplicità delle mie pratiche spirituali, si concentri e si vivifichi nell’unità degli impulsi della grazia. Sotto i tre aspetti del fine, della via e dei mezzi, vi è il medesimo movimento di subordinazione, di trasformazione e di unione; vi è la stessa ascesa verso l’unità.

La gloria di Dio, la volontà di Dio, la grazia di Dio, soprannaturalizzandomi, distruggono progressivamente ed annientano nella mia soddisfazione, nella mia azione, nei miei mezzi, ciò che nasce da me e si allontana da Dio; esse assorbono, trasformano ed uniscono ciò che viene da Dio ed è destinato all’unione eterna. Vedo così le tre nubi della mia mortalità fondersi nella chiarezza del gran sole che si eleva sull’anima mia. La molteplicità scompare davanti all’unità; la creatura aderisce al Creatore. Così, Dio, che al principio era il primo, finisce per trasformare tutto in sé (cf. Col 1, 17). Egli è tutto in tutte le cose (cf. 1Cor 15, 28).

390. Divisione. – Questa Parte sarà divisa in tre libri. Il primo avrà per oggetto le pratiche di penitenza. Il secondo sarà dedicato agli esercizi di pietà. Il terzo tratterà della grazia.

La vita interiore di F. Pollien libro IX

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO IX

IL CONCORSO RISTABILITO

378. La deviazione. – 379. Le conseguenze. – 380. Accettarle. – 381. La contrizione umana. – 382. La detestazione divìna. – 383. La riparazione divina. – 384. Grazie, mio Dio!

378. La deviazione. – Potessi, o mio Maestro, conservarmi in contatto continuo ed in perfetto accordo con voi… Ma, o Signore, quanti errori! Quante volte il movimento o l’inerzia della mia natura mi allontanano da voi! Cesso allora di essere vivificato da voi e cado.

Dopo la colpa che cosa debbo fare? Inquietarmi? No, davvero; sarebbe una nuova stoltezza, un nuovo errore e talora una nuova caduta. Quanto vi è ingiuriosa l’inquietudine, mio Dio! Che farò dunque? Accetterò il più risolutamente ed il più prontamente possibile l’umiliazione della mia colpa, con tutte le sue conseguenze penali. La mia colpa, certo, non è stata voluta da Dio, ma è stata permessa da lui; essa è immediatamente seguita da certe conseguenze vendicative, volute da lui. Spesso Dio permette una colpa, per ricavarne un mezzo di guarigione; vi sono dei mali che non guariscono se non colle cadute. È necessario che avvengano degli scandali (cf. Mt 18, 7).

379. Le conseguenze. – Le conseguenze penali della colpa sono, per esempio, l’umiliazione esterna di fronte agli altri, l’umiliazione interna davanti a me stesso e davanti a Dio, le opere espiatorie, i contraccolpi spesso profondissimi nell’anima, che è scossa, indebolita, intorpidita, le ripercussioni estesissime che una colpa esercita talora sugli avvenimenti esterni ecc. Non so mai fino a quale distanza ed a quale profondità un errore può ripercuotersi. Siffatte conseguenze sono volute da Dio e attestano quanto egli detesti il peccato. Egli non ha voluto la colpa ma ne vuole la punizione. In ciò vi è la sua volontà. La colpa è la mia azione; le conseguenze penali della colpa costituiscono l’azione del beneplacito divino, che vendica subito il disordine avvenuto.

380. Accettarle. – Per correggere le deviazioni della mia azione, non ho che da rientrare in quella di Dio e vi rientro accettandola. Un grazie risoluto, che riconosca l’azione divina, adori la sua volontà, si pieghi gioioso sotto i colpi vendicatori, senza inquietudini, senza calcolare ciò che possono essere, attesta che io non potrei essere più praticamente sottomesso, più sinceramente contrito, più intimamente riconciliato. Qual mezzo potente è un buon grazie di umiliazione, per imparare le vie della giustificazione! (cf. Sal 118, 71).

In questa pratica del grazie energico vi è un pentimento di una forza e di una calma veramente divina. Tutto ciò che potrei dire, chiedere, promettere o fare in certi impeti di dispiacere, non giungerà mai all’altezza di questa semplice accettazione. I miei focosi ardori sono troppo spesso frutto del mio movimento umano e del mio modo di detestare il peccato. E questo modo non è affatto buono, perché io sono più portato a detestare e a dolermi proprio di ciò che dovrei accettare: l’umiliazione. È più difficile aborrire le conseguenze penose del peccato anziché il peccato stesso. La detestazione umana è così fatta, da anteporre sempre la soddisfazione dell’uomo alla gloria di Dio.

381. La contrizione umana. – La pena ch’io provo per le conseguenze del mio peccato, per gli inconvenienti di cui esso è causa, fortificano piuttosto i segreti attaccamenti al mio disordine interno. Ciò vuol dire che in realtà io detesto l’azione vendicatrice di Dio e continuo ad amare la mia azione cattiva. Strana contrizione davvero, che confinerebbe con l’ironia, se non fosse la stoltezza umana a scusare un po’ sì grave abbaglio. Ecco ciò che io chiamo la mia contrizione; essa è purtroppo mia perché non viene affatto da Dio.

Bisogna stupirsi se questa contrizione umana produce così scarsi frutti di conversione divina? In quanti casi questa pretesa contrizione serve di guanciale alla coscienza per dormire nel suo male! Sento in me una certa detestazione, e senza voler troppo esaminare il punto preciso su cui cade, mi tranquillizzo sulle mie disposizioni interne. Rimango così in uno stato d’animo che ha qualche rassomiglianza con quello del ladro che si è lasciato prendere, e che è molto dolente, non di aver rubato, ma di essere stato preso. Dannosa disposizione che, dopo una colpa, tende a rendere sterile la pronta azione di Dio per guarirla.

382. La detestazione divina. – Quando accetto le conseguenze vendicatrici della mia iniquità, allora passa in me la detestazione stessa di Dio per il peccato; se le accetto pienamente, senza riserva, faccio mia tutta la detestazione di Dio per il mio peccato. Lo detesto perciò, non più come posso farlo io stesso, ma come Dio lo detesta, e non semplicemente come Dio aborrisce il peccato in generale, ma come egli detesta ora questa colpa particolare, nella quale sono caduto e nella misura in cui la detesta egli stesso. Dunque, allorquando non ho saputo accettare l’azione di Dio tutte le mie colpe vengono di lì, io non ho che da dire: Grazie, mio Dio, grazie dell’umiliazione. All’istante mi trovo nelle braccia di Dio, unito a lui per la riparazione del disordine che mi ha in un istante separato da lui. Questo atto mette nell’anima tanta tranquillità e forza che si è quasi tentati di cantare con la Chiesa: O felix culpa…

383. La riparazione divina. – Con quest’atto di accettazione, sono unito a Dio, non soltanto per la detestazio­ne della mia colpa ma anche per la riparazione. Il pentimento è divino e lo è pure il buon proposito. Che dico, il buon proposito? Qui non è soltanto il buon proposito di ricostruire in me l’edificio della gloria divina, danneggiato o distrutto dalla mia colpa; ma è effettivamente la costruzione ripresa immediatamente e ristabilita dalla mano di Dio. Egli stesso ripara i danni del peccato, ed allora quale riparazione! Egli conosce il danno avvenuto all’edificio; lo vede, lo misura interamente; nulla sfugge al suo sguardo. Io invece non so mai dove si estendano le rovine, le brecce e le distruzioni. Io lo vedo ancor meno, poiché il primo effetto del peccato è l’accecamento. Dunque, sono incapace di riparare in modo opportuno.

Poiché Dio interviene, non soltanto a punire ma anche a riparare, non ho più né imbarazzo, né inquietudine; devo solo accettare la sua azione, unirmi a lui, seguire il suo lavoro cooperandovi, e subito vedrò rialzarsi l’edificio secondo il vero piano della mia creazione. Prestissimo il male verrà riparato, non solo quello attuale e passeggero del peccato particolare che ho commesso, ma anche il fondo cattivo che l’ha occasionato; poiché Dio sa trarre profitto dagli atti per guarire le abitudini. Egli non si accontenta di intonacare le fessure, ma riprende dalle fondamenta. Non si accontenta, per la sua gloria, di un edificio barcollante, ricoperto di intonaco ingannatore. Ama il solido; ciò che costruisce è fondato sulla roccia, e ciò che è da riparare lo ripara dalle fondamenta… se lo si lascia fare. Mio Dio! quando dunque vi lascerò costruire?… Quando riparare? Quando, con un buon grazie, mi unirò al vostro lavoro di costruzione e di riparazione? Oh, gli effetti veramente riparatori di un buon grazie!

384. Grazie, mio Dio! – Si può forse dire che questa pratica del « grazie », per le conseguenze vendicatrici della mia colpa, comprenda tutta la contrizione, e riassuma tutto ciò che è da farsi per la riparazione dovuta a Dio? No, di certo. Parlando dei mezzi, vedrò nella terza Parte, la necessità del sacramento della penitenza, e la necessità, la natura ed i motivi della costruzione (n. 477). Qui mi preoccupo soltanto di una cosa: ristabilire al più presto possibile la corrispondenza all’azione divina. La colpa l’ha intercettata, ed il grazie, per me, è il proce­dimento più rapido, più semplice e più giusto per ricondurmi al contatto divino.

O grazie, divino grazie! quanto sei grande, fecondo, potente e santo!… Tu contieni tutti i tesori di vita e di forza, di calma e di pace. Tu sei la miniera inesauribile in cui io trovo Dio. Vorrei dirti e spesso ripeterti continuamente, nella gioia e nel dolore, nei miei progressi e nelle mie cadute, sempre e dovunque: grazie… Bonum mihi Domine!… Così, mio Dio, io resterò in voi e voi in me, e porterò finalmente copiosi frutti (cf. Gv 15, 5).

La vita interiore di F. Pollien libro VIII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VIII

LA RISOLUZIONE FONDAMENTALE

373. Una risoluzione madre e maestra. – 374. Quelle che nascono da essa. – 375. Nessuna inquietudine per il presente. -376. Né per l’avvenire. – 377. Preghiera per la confidenza.

373. Una risoluzione madre e maestra. – Poiché cerco ostinatamente l’unità e ho bisogno di progredire in questa via, occorre soprattutto ch’io prenda e mantenga la risoluzione una… madre e maestra… dalla quale debbono nascere… successivamente… a loro tempo… e alla quale debbono appoggiarsi sempre… le risoluzioni particolari… che diventano necessarie secondo l’andamento della vita interiore.

Qual è la risoluzione sempre identica nella sua sostanza, poiché dev’essere unica; anteriore alle altre, poiché dev’essere la madre; superiore, poiché dev’essere la maestra; vivente, poiché deve produrre le altre? La risoluzione unificante, vivificante, da cui tutto dipende nella vita e nel suo svolgersi, è quella di vigilare affinché l’anima si mantenga aperta all’azione divina, corrisponda al suo impulso e sostenga la sua azione mediante l’accettazione. Questa risoluzione appartiene dunque alla pietà passiva e ne è l’espressione pratica.

Le varie risoluzioni che nascono da essa e vivono di essa appartengono alla pietà attiva e ne sono l’applicazione attuale.

La risoluzione principale dà il fondamento di unità e il contatto vitale; le risoluzioni secondarie armonizzano con le divergenze e s’accomodano alle contingenze. L’una riguarda Dio, le altre il creato; l’una si tiene in contatto con l’alto, le altre con il basso. Il loro mutuo accordo assicura l’unione del divino con l’umano ed il collegamento della diversità con l’unità. Così sono sempre in relazione vivente con l’influsso soprannaturale e le realtà naturali.

Ecco come si afferma e si orienta il vero cammino della pietà.

374. Quelle che nascono da essa. – Quando la risoluzione principale mi mantiene in relazione con Dio e dà libero accesso alla sua azione di grazia, si stabilisce in me una corrente di luce, di ardore e di forza in cui io sono spinto a prendere, a tempo e nella misura voluta, le risoluzioni particolari richieste dal dovere. Così, nate da Dio e non da me, appoggiate su Dio e non su di me, queste risoluzioni particolari avranno la sobrietà e la verità che loro conviene (n. 370). Eviterò in tal modo l’eccesso, la molteplicità e l’illusione. Avrò più probabilità di conservare, con l’aiuto di Dio, ciò che avrò intrapreso sotto il suo impulso. Occorre che nelle mie risoluzioni non vi sia nulla di me e per me solo, nulla del mio movimento separato, della mia immaginazione sviata, della mia volontà. Ciò che è dell’uomo non ha consistenza; soltanto ciò che è di Dio è forte e durevole (n. 351).

375. Nessuna inquietudine per il presente. – Ora, per lo stato attuale dell’anima mia, vedrò come debba correggere due difetti che sono due inquietudini: l’inquietu­dine del presente e quella dell’avvenire.

Per il presente, la mia buona volontà si lascia facilmente dominare da una trepida ansietà, la quale tende perfidamente a persuadermi che non potrò arrivare all’altezza del mio dovere. Temo di essere troppo distratto o troppo fiacco o troppo debole. Ah, certamente! distratto, fiacco, debole, da me stesso lo sarò sempre. Giammai sarò troppo diffidente di me, né abbastanza convinto che il dovere è al disopra di me. Ma è forse questo un motivo per essere inquieto? La diffidenza di sé non è l’inquietudine, anzi ne è l’opposto. La diffidenza di sé porta alla confidenza in Dio e questa non dà mai adito all’inquietudine.

Che cosa significa inquietudine? Significa che l’anima, vacillando sulle sue basi, si sente mancare un sufficiente punto d’appoggio. Donde proviene l’inquietudine? Nasce l’incorreggibile smania di confidare più in se stessi che in Dio. Si cerca in se stessi la luce, il movimento e la forza necessaria all’adempimento del dovere e non trovandoli ci si inquieta e si dubita. Quando sarò retto? Quando saprò ricorrere a Dio e confidare in lui?… Si fa sempre abbastanza quando ci si tiene stretti alla mano di Dio… poiché la mano di Dio dà sempre in sovrabbondanza quanto è necessario al dovere presente.

376. Né per l’avvenire. – L’inquietante preoccupazione di guardare in avanti sulla via, di fare supposizioni e prendere ansiose disposizioni è anch’essa mancanza di fede. « Non affannatevi per il domani, dice il Signore, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena » (Mt 6, 34). Il segreto per avere la luce della vita e per non camminare nelle tenebre sta nel seguire il Maestro (cf. Gv 8, 12). Anziché appoggiarti alla tua prudenza, metti tutta la tua fiducia nel Signore; pensa a lui in tutte le tue vie ed egli dirigerà i tuoi passi (Pro 3, 5). Ecco la sola preoccupazione che debbo avere; se questa si può chiamare così, poiché san Paolo mi raccomanda di non averne alcuna (cf. Fil 4, 6). E san Pietro vuole che ogni preoccupazione si abbandoni in Dio (n. 332). Conviene dunque ch’io sia sollecito di stringere la mano che mi conduce e di adempiere così il mio dovere; allora la vita s’illuminerà. Non v’è altro da fare che vivere ciò che si sa, per sapere ciò che si vivrà. « Voi mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete » (Gv 14, 19), ha detto il Salvatore agli apostoli. Vedete che è la vita che porta a conoscere la vita? L’oggi ben vissuto sarà la luce di domani, mentre l’inquietudine per l’avvenire sarà il turbamento dell’oggi e l’oscurità del domani.

377. Preghiera per la confidenza. – O mio Maestro, datemi la grazia di saper attendere, comprendere e seguire il vostro movimento; di saper restare in voi, al fine di agire per voi e con voi. Datemi la sincerità e la docilità necessarie per corrispondere alla vostra azione. Datemi il riposo della confidenza per avere la sicurezza del lavoro. Concedetemi di vivere di voi, per voi, in voi, e di evitare i due grandi scogli, che consistono nell’agitarmi fuori di voi e nel riposarmi lontano da voi. Oh no, mio Dio! non l’agitazione dell’orgoglio presuntuoso, né il riposo della pigrizia incurante, ma la sincera e viva corrispondenza della mia azione alla vostra. Allontanate da me gli sbalzi costanti del naturalismo e l’indolenza negligente del quietismo e datemi l’unione vitale del cristianesimo genuino.

 

La vita interiore di F. Pollien libro VII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO VII

LE RISOLUZIONI CRISTIANE

367. La facilità del cammino cristiano. – 368. Il giogo divino. – 369. La confidenza in Dio. – 370. Sobrietà nelle risoluzioni. – 371. Unità. – 372. A proposito.

367. La facilità del cammino cristiano. – Mio Dio! com’è più facile e più semplice la vera pietà! Il mio giogo è dolce ed il mio peso leggero, dice a tutti il Maestro della pietà. Debbo cominciare con l’accettare l’azione divina, perché la mia sia animata da essa. Debbo procurare di rifiutarmi il meno possibile, nella mia sottomissione, per esser capace di corrispondergli, quanto più è possibile nell’azione; vigilare per lasciarmi sempre prendere e dirigere da lui, per agire per mezzo di lui, con lui e per lui. Com’è semplice e forte questa disposizione! Come si progredisce quando ci si lascia portare sulle braccia di Dio come un bambino! Quale facilità, quale sicurezza, quale energia nei miei piccoli passi della pietà attiva, quando mi stringo alla mano di Dio mediante l’accettazione della pietà passiva! Come è pienamente adempito il dovere della volontà significata, quando vi sono condotto dalla volontà di beneplacito! Com’è viva la mia azione, quando è animata da quella di Dio!

368. Il giogo divino. – È a questa unione e a questa cooperazione che il Salvatore mi invita. O tu, mi dice, che hai tante fatiche e pesi, vieni a me. Perché rimani isolato nella tua agitazione, spossato dagli sforzi di un lavoro che supera le tue forze, schiacciato sotto un peso che eccede le tue possibilità? Vieni a me, non restare in te; unisciti a me, non rimanere solo nella pena e sotto il peso. Lascia il giogo, o meglio, la catena del lavoro che ti imponi da te stesso nella tua presunzione. Quello è duro, ti schianta e ti opprime, perché sei solo a portarlo e non è proporzionato alle tue forze e alla tua vocazione. Prendi su di te il mio giogo, il mio, dico, quello che ho preparato per te, che ho adattato alla tua costituzione, proporzionato alle tue forze ed alla tua vocazione (n. 262).

È un giogo e non una catena; voglio portarlo con te; voglio che ti appoggi costantemente a me e nello stesso tempo a te, ma molto più a me che a te. Voglio essere sempre con te nella pena e non mi sgraverò affatto su di te mentre tu potrai sgravarti su di me. Prendi il mio giogo, lavoreremo insieme e vedrai come questo lavoro in comune è facile e dolce. Quale riposo troverai per la tua anima! Quanto è facile, con questo giogo, sollevare i pesi che io stesso ti ho preparati! Poiché, se tu porti il mio giogo, prenderai anche i miei pesi e cesserai d’importene dei troppo gravosi. Io so ciò che tu puoi e devi fare, e proporziono sempre il lavoro alle tue forze e alle esigenze della tua vocazione. Fanne l’esperienza e sentirai quanto il mio giogo è dolce ed il mio carico leggero (cf. Mt 11, 30).

Mio Dio! sono tutto vostro, siate voi l’autore della mia salvezza! Anima mia, sii dunque finalmente sottomessa a Dio. Egli è il mio Dio e il mio Salvatore. Egli è il mio sostegno ed io non mi allontanerò da lui. In lui è la mia salvezza, la mia gloria, il mio soccorso e la mia speranza (cf. Sal 61, 6-8).

369. La confidenza in Dio. – O mio Maestro, voglio star vicino a voi, appoggiarmi a voi, per ricevere da voi la vita. Voglio contare su voi, aver fede in voi, e la mia confidenza sarà viva e pratica. Non sarà già un sentimento vago, generico, indefinito, senza punto d’appoggio, ma una realtà concreta, un appoggio reale, effettivo della mia vita sulla vostra, della mia azione sulla vostra. Avrò fede nell’abitazione e nell’operazione del vostro Spirito Santo in me, e nell’amore che avete per me, perché lo conoscerò (cf. 1Gv 4, 16); fede in questa carità che vi farà vivere in me ed io in voi.

Con questo punto d’appoggio, quale sicurezza avranno le mie risoluzioni all’inizio, quale fermezza nel loro procedere! Illuminate da questa luce, con quale esattezza risponderanno alle necessità dell’anima mia e con quale precisione si conformeranno al piano divino! Animate da questo movimento, quale slancio nel decidere e quale forza nell’eseguire! Sostenute da questa forza, quale energia nel resistere, quale costanza nel persistere! Comunicando con questa sorgente di vita, quali frutti porteranno di santificazione per il tempo, di glorificazione per l’eternità!

370. Sobrietà nelle risoluzioni. – Ma, in pratica, quali risoluzioni prenderò, dal momento che bisogna prenderne? Senza una risoluzione stabile, il dovere corre grave rischio di restare nell’incerto o nell’oblio. Sono necessarie delle risoluzioni, ma quali? In generale ce ne vogliono poche, e queste poche debbono essere opportune.

Ce ne vogliono poche. Vi sono anime che andranno sempre a Dio con i piccoli particolari successivi, circostanziati, corrispondenti meglio alla portata del loro spirito. Esse non debbono lasciare questa via che per loro è buona. Camminino così semplicemente e arriveranno dolcemente. Non debbono però né sovraccaricarsi, né moltiplicarsi per non esaurirsi. La sobrietà è la madre della salute.

371. Unità. – Altre anime hanno specialmente bisogno di unità. Nella costante varietà dei casi provvidenziali e dei doveri professionali, è loro necessaria un’idea direttiva, sintetica, con l’aiuto della quale si orientino e della quale vivano. I particolari le uccidono, l’unità dà loro vita. Esse non sanno camminare nella foresta; amano invece le vette per spaziar meglio lo sguardo. Hanno bisogno anch’esse di precisare le linee del dovere pratico, nei suoi particolari e nelle sue applicazioni; hanno bisogno di vederlo, di amarlo e di seguirlo nei minimi particolari.

Ma la loro visione si compie mediante l’unità. In questa luce esse vedono; fuori di questa, la loro vista è offuscata e imperfetta. A queste anime si rivolge la presente opera. E’ evidentissimo che le risoluzioni loro debbono arrivare a semplificarsi e ad unificarsi sempre più. Poiché esse non sanno cogliere bene il valore dei particolari, se non contemplandoli nel loro ordine e nel collegamento delle loro funzioni, è necessario si procurino tale unità di veduta. Il capitolo seguente mostrerà, specialmente per queste anime, come si attui il movimento verso l’unità.

372. A proposito. – Sia che si cammini per via di particolari o per via di unità, bisogna che le risoluzioni siano veramente pratiche e corrispondenti a quella parte attualmente necessaria del dovere. Se la mia risoluzione non resta troppo lontana dal dovere, per inerzia, e se non lo oltrepassa, per esagerazione, sarà buona ed efficace. Sia dunque proporzionata, da una parte alle mie forze, e dall’altra ai miei doveri; consideri, ad un tempo, ciò che posso e ciò che debbo fare ora, al presente, delle mie risorse vitali e dei miei impegni di fronte a Dio.

Il modo pratico di prendere, rinnovare o confermare questa risoluzione di circostanza e di applicazione, variabile secondo lo stato dell’anima ed i fatti contingenti, sarà riveduta nella Parte terza (n. 480). Qui occorre trattare soprattutto quello che deve essere invariabile e che deve assicurare la corrispondenza della mia volontà alla volontà divina.

La vita interiore di F. Pollien capitolo VI

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO VI

LE RISOLUZIONI UMANE

361. Le risoluzioni fallite. – 362. Le rovine. – 363. L’esempio di san Pietro. – 364. Dio sa benissimo ciò che mi è necessario. – 365. Lo so così poco! – 366. La negligenza.

361. Le risoluzioni fallite. – Ed ora un’occhiata alla mia vita passata ed al mio stato attuale. Nel passato, quante risoluzioni sterili! Quante prove finite male perché iniziate male! Quante volte, elevato, all’inizio, da veri impulsi divini, mi sono in seguito smarrito nello sterile trambusto dell’agitazione umana! In un ritiro, per esempio, in una festa, in una circostanza particolare, qualche impulso speciale di Dio ha fatto vibrare il mio cuore. Se avessi saputo corrispondergli con semplicità, con fedeltà, con quella calma confidente della sincerità che mi avrebbe mantenuto conforme a Dio, appoggiato a lui, guidato da lui!

Ma il movimento umano mi ha trascinato così presto!… Mi ha lanciato in risoluzioni, regolamenti, preghiere, mortificazioni in cui la fretta gareggiava con la molteplicità, ed io accumulavo indiscrezioni e imprudenze. Queste risoluzioni impulsive avevano due gravissimi torti, poiché la loro agitazione significava che, prima di tutto, questo falso movimento, soppiantando il primo, che era buono e vero, nasceva da me e cessava di avere la sua sorgente in Dio. Contavo su di me e confidavo nelle mie risoluzioni, per determinare (n. 340) la corrente del bene, come se il minimo movimento di vita divina non dovesse essere creato in me dalle prevenienze della misericordia vivificatrice. La loro agitazione, poi, significava che tale movimento, nato da me, continuava a voler vivere di me. Contavo su di me e mi appoggiavo alle mie risoluzioni per misurare e sostenere l’azione divina, come se non fosse stata questa azione a sostenere, contenere e misurare la mia.

Così, il movimento ingannatore della natura mi ha indotto a confidare doppiamente in me stesso. Il mio punto di partenza e di appoggio furono trasportati in me invece di restare in Dio: ecco la duplice infermità di tali risoluzioni.

362. Le rovine. – Non dovrò più prendere risoluzioni? Bisognerà prenderne certamente, ma non di quel genere. Poiché è un fatto che, finora, queste risoluzioni non hanno avuto per risultato che quello di gettarmi nella molteplicità e nella divisione, nell’imbarazzo e nell’agitazione, e di abbandonarmi alla mia azione personale ostacolando l’azione divina. Ed è anche un fatto che pochissime di queste risoluzioni hanno attecchito, recando frutti pressoché nulli. Hanno tuttavia lasciato un frutto, che è malsano: l’abitudine cioè di mancare alla parola data a Dio. Quante promesse fatte e reiterate con proteste di fedeltà, con impegno di onore, nelle circostanze più solenni!… E di tutto questo che cosa resta? Soltanto rovine! rovine delle mie promesse, della mia parola, del mio onore! Quando il volere non è da Dio, il fare che viene dall’uomo è degno dell’uomo.

E’ meglio non far un voto, che farlo e poi non mantenerlo (Qo 5, 4).

L’abitudine a mancare facilmente di parola danneggia l’anima, perverte la rettitudine delle sue vedute, dei suoi affetti e delle sue azioni, affievolisce i sentimenti elevati e la costante energia, distrugge la delicatezza della virtù, toglie il rispetto verso Dio, le cose sacre e se stessi; per questo sentiero si giunge alla insensibilità, che prende con leggerezza i doveri, le ispirazioni, il fine e i mezzi. Non è raro trovare in certe anime, pur totalmente lontane dalla religione, un fondo di rettitudine, un’energia di risoluzione, una delicatezza di onore, in cui la verità compie delle meraviglie, allorché viene a manifestarsi. Essa non produrrà giammai questi effetti nelle anime ugualmente pronte a promettere quanto incostanti a mantenere. Questa è la lezione data dalla fede del centurione, estraneo alle credenze giudaiche, a riguardo della quale Gesù, stupito, esclamò: « In verità vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande. Ora vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti » (Mt 8, 1012).

363. L’esempio di san Pietro. – Come sono insensato! Dal momento che Dio si riserva di indicarmi il cammino e di condurmi, quale stoltezza voler agire da me stesso, prima di lui, senza di lui, svincolarmi dalle sue braccia, pretendere di fargli rimostranze, di precederlo e di dirigerlo! Tale fu il torto di san Pietro nel fatto precedentemente ricordato (n. 151). Egli, spinto dal suo affetto umano, osò riprendere il Maestro. Il movimento umano fu fatale per lui, che pur era l’uomo dalla sincerità priva di calcolo e dalla generosità che non esita. Questo movimento lo condurrà, più tardi, fino al rinnegamento del suo Maestro e gli meriterà l’acerbo rimprovero: « Lungi da me, satana! tu mi sei di scandalo » (Mt 16, 23). Severo rimprovero, parole dure, che indicano quanto l’Uomo-Dio detesti il movimento umano. Rimprovero, questo, che Dio rivolge ad ogni anima, che, volendo camminare da se stessa e prevenire la sua azione, diventa invece di ostacolo ad essa. Quante volte ho io meritato questo rimprovero?

364. Dio sa benissimo ciò che mi è necessario. – Non vi è follia più grande di questa: sapere che Dio è la mia luce, la mia forza, la mia vita; che egli è mio Padre, sollecito del mio progresso e della mia santificazione, desideroso di portarmi fra le sue braccia; che egli regola la sua azione secondo lo stato attuale dell’anima mia; che non permetterà mai che io sia tentato al di là delle mie forze; che non permetterà la tentazione se non per favorire per mezzo suo il vero profitto dell’anima mia (cf. 1Cor 10, 13); che egli è infinitamente sapiente, vede infinitamente meglio di me il mio stato interiore, i miei bisogni, il modo di condurmi, i mezzi opportuni, i pericoli da evitare, lo scopo da raggiungere; che egli desidera la mia perfezione immensamente più di me, che è questo il tormento del suo amore; sapere tutto ciò… ed essere tanto imprudente, tanto insensato da abbandonare la sua mano e voler camminare da solo!… Per andare a Dio, svincolarsi dalle sue braccia!…

365. Lo so così poco! – Che ne so io dei veri bisogni della mia vita soprannaturale, dei rimedi che le sono necessari, degli alimenti che le sono utili? La mia anima, le sue malattie, le sue debolezze, i suoi obblighi, le sue attitudini, quali misteri per me!… Quando pretendo di guarirla da me stesso, di curarla, di fortificarla, di elevarla, accumulo imprudenze, errori e cadute. Dio conosce così bene l’anima mia; l’ama tanto!… le sue premure e la sua azione sono sempre proporzionate allo stato di essa. « Incapace, dice san Giovanni della Croce, di elevarsi con le sole sue forze all’altezza del soprannaturale, l’anima vi è portata e stabilita unicamente da Dio, quando gli dà il suo pieno consenso. Lo ripetiamo: agire da se stessi è porre ostacolo alla comunicazione di Dio, cioè del suo Spirito; è arrestarsi alla propria azione, opposta e immensamente inferiore all’opera dell’Onnipotente; è infine ciò che a buon diritto si chiama estinguere lo Spirito ».

366. La negligenza. – L’altra stoltezza, anch’essa del tutto umana e che bisogna evitare prontamente, è la negligenza nel prendere nessuna o poche risoluzioni. Sono questi i due eccessi dell’uomo: voler fare senza Dio o non voler far nulla con Dio. Se non mi è permesso misconoscere l’azione del beneplacito divino nell’adempimento della volontà significata, non è neppure giusto lasciar da parte la volontà significata, col pretesto di sottomettermi alla volontà di beneplacito. L’una non dev’essere disgiunta dall’altra. Io non mi salverò senza Dio, ma egli non mi salverà senza di me. Dal momento che mi manifesta i suoi voleri, è evidente che esige il mio concorso; debbo dunque essere risoluto a darglielo. Se non è bene voler prevenire Dio, non è neppur bene restare indietro. Egli mi chiede di seguirlo. Seguire non vuol dire precedere, e nemmeno star fermo, bensì agire, ma in dipendenza ed in conformità ad un’azione che precede e regola la mia. Se sapessi seguire Dio!… Se infine le due oscillazioni opposte della mia natura – verso l’agitazione dell’orgoglio, che vuol camminare senza Dio, e verso il sonno della pigrizia, che lascia andar Dio senza di me – potessero risolversi in un unico movimento vitale che si chiama seguire Dio!… Vivere di Dio, per mezzo di Dio, in Dio e per Dio!… È il caso di ripetere ancora le parole del Salvatore: « Se uno mi vuole servire mi segua; e dove sono io, là sarà pure il mio servo » (Gv 12, 26).

La vita interiore di F. Pollien cap.I

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO I

NECESSITA’ DEL CONCORSO

334. L’accordo necessario. – 335. È Dio che opera. – 336. Con la sua volontà di beneplacito. – 337. In noi. – 338. E il volere. – 339. E il fare.

334. L’accordo necessario. – Nel libro precedente ho visto soprattutto, quantunque alquanto imperfettamente, l’azione di Dio, la sua venuta, il suo cammino, il suo fine, i suoi modi; ma, da parte mia e per la mia corrispondenza, non ho considerato altro che il modo di tenermi aperto ad essa. Insistendo sulle impressioni di gioia o di pena provate al suo contatto, segnalando le deviazioni della negligenza e dell’agitazione, non ho avuto altro fine che di premunirmi contro ciò che mette in pericolo di chiudere la via. Ho dunque appreso come bisogna aprire e tenere aperto. Se egli vuole agire da solo, basta quest’apertura. Quante operazioni assicura già questo lavoro! … Le più misteriose e le più feconde. Ma là ove debbo andare, ove mi è impossibile andare senza di lui, e dove egli vuole essere con me, non basta più la sola apertura di accettazione; occorre il concorso di operazione. Come stabilire questo indispensabile concorso? Come conservarlo? Lo vedremo ora.

335. È Dio che opera. – Chi voglia penetrare un po’ i misteri della vita interiore deve sempre ritornare a san Paolo, il grande teologo ridisceso dal terzo cielo. Quantunque egli si dichiari incapace di rivelarne i segreti (cf. 2Cor 12, 2-4), tuttavia ogni sua parola sembra risuonare come un’eco delle profondità eterne. È Dio, egli dice, che secondo la sua volontà di beneplacito suscita in voi il volere e il fare (cf. Fil 2, 13). È Dio che opera. Queste parole dell’apostolo hanno una profondità di senso infinita. Egli non dice soltanto: È Dio che ci dà i mezzi per volere e per fare; ma con più energia dice: E’ Dio che opera. San Paolo non considera qui semplicemente la grazia, mezzo posto da Dio a mia disposizione, e che vedrò in seguito (nn. 495ss), ma l’operazione stessa di Dio nella sua sorgente essenziale. È Dio che opera, lui stesso. È lui, dice l’apostolo: Deus. Non vi è nulla di vivente, se non ciò che egli penetra e vivifica.

336. Con la sua volontà di beneplacito. – Come opera Dio? Con la sua volontà di beneplacito, dice l’apostolo. La sua bontà, la volontà di far del bene alle sue creature sono la causa determinante delle operazioni vitali ch’egli vuol compiere in esse. Nell’opera creatrice fece ciò che volle, in cielo e in terra, nel mare ed in tutti gli abissi (cf. Sal 134, 6). Nell’opera di provvidenza, con la quale regge ciò che ha creato, e in quella molto intima di santificazione, con cui vivifica le anime, non prende consiglio che dalla sua volontà (cf. Ef 1, 11). Egli ci ha predestinati all’adozione di suoi figliuoli per mezzo di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà (cf. Ef 1, 5). Le svariate operazioni della santità sono tutte attribuite all’unico e medesimo Spirito di Dio, che ripartisce a ciascuno i suoi doni secondo il suo beneplacito (cf. 1Cor 12,11).

337. In noi. – Dove opera Dio? In noi. Si tratta dunque di un’operazione personale. Ciò che Dio opera in me, lo fa per me e non lo fa che in me e con me. Egli vuole costruire l’edificio della mia vita secondo il piano della mia vocazione tracciato da lui. Questo piano è assolutamente personale, perché ciascuno riceve il proprio dono (n. 269). Dio dirige attentamente in ciascuno le operazioni della costruzione eterna, secondo le esigenze e le proporzioni della vita di ognuno. Quest’operazione è intima. È la vita interiore, la vita divina che Dio cerca di edificare. Egli vuole giungere fino alle più intime potenze dell’anima e far circolare la linfa soprannaturale nelle profondità più recondite del mio essere. Gli strumenti di questa azione possono essere esterni. Ho dimostrato (n. 289) infatti che Dio si serve di tutte le creature, spirituali e materiali, come strumenti delle sue operazioni. Comunque sia il suo strumento, l’operazione divina mira sempre all’interno; là essa giunge quando non è ostacolata.

338. E il volere. – Che cosa opera Dio in noi? Due cose, dice san Paolo; e non sono più i due risultati della purificazione e della santificazione, precedentemente definiti (n. 295), ma sono due cose relative all’azione che dovrà condurre ad altri effetti ben più alti. Dio opera prima il volere e poi il fare. Opera il volere; ecco il primo risultato dell’azione preveniente del beneplacito divino, che determina, vivifica e mette in atto le mie potenze. Ciò che san Paolo chiama il volere, è il primo movimento della mia azione. Esso non sarà un moto di vita soprannaturale, né una vera azione della pietà attiva, se non in quanto avrà ricevuto l’impulso dall’azione del beneplacito. Il punto di partenza della vita divina, la prima sorgente della vita soprannaturale si trova dunque nell’azione preveniente di Dio. I veri frutti della pietà attiva cominciano solo col fermentare della linfa divina. Ciò che si produce senza quest’influsso non può essere che un volere umano, sterile, morto.

339. E il fare. – Inoltre, l’azione di beneplacito opera il fare fino al perfetto compimento. Questo è infatti il senso della parola di san Paolo: Perficere. L’anima, che è la vita del corpo, si trova tutta intera in tutto il corpo e in ciascuna delle sue parti. Così Dio, che con la sua azione vuol essere la vita dell’anima mia, è tutto intero in tutte le mie azioni ed in ciascuna di esse. Come il corpo e ogni singolo membro hanno vita nella proporzione in cui sono vivificati dall’anima, così tutte le mie azioni e ciascuna di esse ricevono la vita divina solo in quanto l’azione di Dio le investe. La mia azione è regolata, in tutta la sua estensione, dall’azione concorrente di Dio ed è sostenuta, condotta, vivificata, mantenuta, perfezionata da essa. La mia vita in generale, come ogni atto particolare, ha quella misura di perfezione e di vitalità soprannaturale che le viene dall’operazione del beneplacito divino. Per conseguenza, io percorro i cinque gradi di ascesa della pietà, in quanto le operazioni di Dio possono agire in me e vivificarmi per condurmi verso le altezze.

La vita interiore di F. Pollien libro III

LA VITA INTERIORE

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LIBRO TERZO

CONCORSO DELLE DUE VOLONTA’

333. Sapendo che Dio regola la mia azione mediante le leggi ed i consigli della sua volontà significata, e che io devo compiere i miei atti in conformità ai suoi voleri e desideri; sapendo, inoltre, qual è la sua azione e come io debba sottomettermi ad essa per mezzo dell’accettazione, mi resta da vedere in quale ordine ed in quali condizioni queste due parti, i disegni di Dio e la mia pietà, si debbano unire. Sono anzitutto sicuro che Dio fa incessantemente concordare la parte stabile delle sue determinazioni e la parte sempre mobile delle sue operazioni. Egli è uno e indivisibile. Uno in se stesso e uno in quello che da lui emana. Quanto sarebbe bello contemplare nella loro vivente realtà gli accordi costanti della sua condotta e delle sue leggi! Ma occorrerebbero delle vedute molto estese di applicazione, e io qui debbo limitarmi a meditare solo i principi. Il mio sguardo perciò si accontenterà di ricercare i grandi tratti delle armonie divine. Ma, se Dio è uno, io sono invece composto, per natura e per la corruzione del peccato, e sono costantemente inclinato alla divisione. Il problema di ciò che chiamo: « il concorso delle due volontà » non è dunque da parte di Dio, ma totalmente da parte mia. E poiché le due parti considerate fin qui separatamente, circa la mia corrispondenza verso Dio, sono l’una attiva e l’altra passiva, occorre che io impari a unire indissolubilmente la pietà ttiva e quella passiva allo scopo di comprendere, volere e attuare il cammino della pietà una e totale. Nell’ordine del fine ho visto come l’insubordinazione della mia soddisfazione alla gloria di Dio produca il godimento umano, che dev’essere combattuto e distrutto, e come la sottomissione del mio essere all’Essere di Dio, della mia felicità alla sua, della mia vita alla sua, stabilisca la base della vita cristiana che bisogna edificare. Nell’ordine del lavoro, l’indipendenza della mia azione da quella di Dio produce il movimento umano, che dev’essere anch’esso combattuto e distrutto; la subordinazione invece della mia attività a quella di Dio costituirà il movimento cristiano che bisogna attuare. L’oggetto di questo libro sarà dunque: annientare l’indipendenza e indicare l’accordo.