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La vita interiore di F. Pollien cap.I

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO I

NECESSITA’ DEL CONCORSO

334. L’accordo necessario. – 335. È Dio che opera. – 336. Con la sua volontà di beneplacito. – 337. In noi. – 338. E il volere. – 339. E il fare.

334. L’accordo necessario. – Nel libro precedente ho visto soprattutto, quantunque alquanto imperfettamente, l’azione di Dio, la sua venuta, il suo cammino, il suo fine, i suoi modi; ma, da parte mia e per la mia corrispondenza, non ho considerato altro che il modo di tenermi aperto ad essa. Insistendo sulle impressioni di gioia o di pena provate al suo contatto, segnalando le deviazioni della negligenza e dell’agitazione, non ho avuto altro fine che di premunirmi contro ciò che mette in pericolo di chiudere la via. Ho dunque appreso come bisogna aprire e tenere aperto. Se egli vuole agire da solo, basta quest’apertura. Quante operazioni assicura già questo lavoro! … Le più misteriose e le più feconde. Ma là ove debbo andare, ove mi è impossibile andare senza di lui, e dove egli vuole essere con me, non basta più la sola apertura di accettazione; occorre il concorso di operazione. Come stabilire questo indispensabile concorso? Come conservarlo? Lo vedremo ora.

335. È Dio che opera. – Chi voglia penetrare un po’ i misteri della vita interiore deve sempre ritornare a san Paolo, il grande teologo ridisceso dal terzo cielo. Quantunque egli si dichiari incapace di rivelarne i segreti (cf. 2Cor 12, 2-4), tuttavia ogni sua parola sembra risuonare come un’eco delle profondità eterne. È Dio, egli dice, che secondo la sua volontà di beneplacito suscita in voi il volere e il fare (cf. Fil 2, 13). È Dio che opera. Queste parole dell’apostolo hanno una profondità di senso infinita. Egli non dice soltanto: È Dio che ci dà i mezzi per volere e per fare; ma con più energia dice: E’ Dio che opera. San Paolo non considera qui semplicemente la grazia, mezzo posto da Dio a mia disposizione, e che vedrò in seguito (nn. 495ss), ma l’operazione stessa di Dio nella sua sorgente essenziale. È Dio che opera, lui stesso. È lui, dice l’apostolo: Deus. Non vi è nulla di vivente, se non ciò che egli penetra e vivifica.

336. Con la sua volontà di beneplacito. – Come opera Dio? Con la sua volontà di beneplacito, dice l’apostolo. La sua bontà, la volontà di far del bene alle sue creature sono la causa determinante delle operazioni vitali ch’egli vuol compiere in esse. Nell’opera creatrice fece ciò che volle, in cielo e in terra, nel mare ed in tutti gli abissi (cf. Sal 134, 6). Nell’opera di provvidenza, con la quale regge ciò che ha creato, e in quella molto intima di santificazione, con cui vivifica le anime, non prende consiglio che dalla sua volontà (cf. Ef 1, 11). Egli ci ha predestinati all’adozione di suoi figliuoli per mezzo di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà (cf. Ef 1, 5). Le svariate operazioni della santità sono tutte attribuite all’unico e medesimo Spirito di Dio, che ripartisce a ciascuno i suoi doni secondo il suo beneplacito (cf. 1Cor 12,11).

337. In noi. – Dove opera Dio? In noi. Si tratta dunque di un’operazione personale. Ciò che Dio opera in me, lo fa per me e non lo fa che in me e con me. Egli vuole costruire l’edificio della mia vita secondo il piano della mia vocazione tracciato da lui. Questo piano è assolutamente personale, perché ciascuno riceve il proprio dono (n. 269). Dio dirige attentamente in ciascuno le operazioni della costruzione eterna, secondo le esigenze e le proporzioni della vita di ognuno. Quest’operazione è intima. È la vita interiore, la vita divina che Dio cerca di edificare. Egli vuole giungere fino alle più intime potenze dell’anima e far circolare la linfa soprannaturale nelle profondità più recondite del mio essere. Gli strumenti di questa azione possono essere esterni. Ho dimostrato (n. 289) infatti che Dio si serve di tutte le creature, spirituali e materiali, come strumenti delle sue operazioni. Comunque sia il suo strumento, l’operazione divina mira sempre all’interno; là essa giunge quando non è ostacolata.

338. E il volere. – Che cosa opera Dio in noi? Due cose, dice san Paolo; e non sono più i due risultati della purificazione e della santificazione, precedentemente definiti (n. 295), ma sono due cose relative all’azione che dovrà condurre ad altri effetti ben più alti. Dio opera prima il volere e poi il fare. Opera il volere; ecco il primo risultato dell’azione preveniente del beneplacito divino, che determina, vivifica e mette in atto le mie potenze. Ciò che san Paolo chiama il volere, è il primo movimento della mia azione. Esso non sarà un moto di vita soprannaturale, né una vera azione della pietà attiva, se non in quanto avrà ricevuto l’impulso dall’azione del beneplacito. Il punto di partenza della vita divina, la prima sorgente della vita soprannaturale si trova dunque nell’azione preveniente di Dio. I veri frutti della pietà attiva cominciano solo col fermentare della linfa divina. Ciò che si produce senza quest’influsso non può essere che un volere umano, sterile, morto.

339. E il fare. – Inoltre, l’azione di beneplacito opera il fare fino al perfetto compimento. Questo è infatti il senso della parola di san Paolo: Perficere. L’anima, che è la vita del corpo, si trova tutta intera in tutto il corpo e in ciascuna delle sue parti. Così Dio, che con la sua azione vuol essere la vita dell’anima mia, è tutto intero in tutte le mie azioni ed in ciascuna di esse. Come il corpo e ogni singolo membro hanno vita nella proporzione in cui sono vivificati dall’anima, così tutte le mie azioni e ciascuna di esse ricevono la vita divina solo in quanto l’azione di Dio le investe. La mia azione è regolata, in tutta la sua estensione, dall’azione concorrente di Dio ed è sostenuta, condotta, vivificata, mantenuta, perfezionata da essa. La mia vita in generale, come ogni atto particolare, ha quella misura di perfezione e di vitalità soprannaturale che le viene dall’operazione del beneplacito divino. Per conseguenza, io percorro i cinque gradi di ascesa della pietà, in quanto le operazioni di Dio possono agire in me e vivificarmi per condurmi verso le altezze.

La vita interiore di F. Pollien libro III

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

LIBRO TERZO

CONCORSO DELLE DUE VOLONTA’

333. Sapendo che Dio regola la mia azione mediante le leggi ed i consigli della sua volontà significata, e che io devo compiere i miei atti in conformità ai suoi voleri e desideri; sapendo, inoltre, qual è la sua azione e come io debba sottomettermi ad essa per mezzo dell’accettazione, mi resta da vedere in quale ordine ed in quali condizioni queste due parti, i disegni di Dio e la mia pietà, si debbano unire. Sono anzitutto sicuro che Dio fa incessantemente concordare la parte stabile delle sue determinazioni e la parte sempre mobile delle sue operazioni. Egli è uno e indivisibile. Uno in se stesso e uno in quello che da lui emana. Quanto sarebbe bello contemplare nella loro vivente realtà gli accordi costanti della sua condotta e delle sue leggi! Ma occorrerebbero delle vedute molto estese di applicazione, e io qui debbo limitarmi a meditare solo i principi. Il mio sguardo perciò si accontenterà di ricercare i grandi tratti delle armonie divine. Ma, se Dio è uno, io sono invece composto, per natura e per la corruzione del peccato, e sono costantemente inclinato alla divisione. Il problema di ciò che chiamo: « il concorso delle due volontà » non è dunque da parte di Dio, ma totalmente da parte mia. E poiché le due parti considerate fin qui separatamente, circa la mia corrispondenza verso Dio, sono l’una attiva e l’altra passiva, occorre che io impari a unire indissolubilmente la pietà ttiva e quella passiva allo scopo di comprendere, volere e attuare il cammino della pietà una e totale. Nell’ordine del fine ho visto come l’insubordinazione della mia soddisfazione alla gloria di Dio produca il godimento umano, che dev’essere combattuto e distrutto, e come la sottomissione del mio essere all’Essere di Dio, della mia felicità alla sua, della mia vita alla sua, stabilisca la base della vita cristiana che bisogna edificare. Nell’ordine del lavoro, l’indipendenza della mia azione da quella di Dio produce il movimento umano, che dev’essere anch’esso combattuto e distrutto; la subordinazione invece della mia attività a quella di Dio costituirà il movimento cristiano che bisogna attuare. L’oggetto di questo libro sarà dunque: annientare l’indipendenza e indicare l’accordo.

La vita interiore di F. Pollien cap.X

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO X

FIAT

329. Guardare la prova in faccia. – 330. Masticare l’aloe. – 331. Evitare le supposizioni dell’immaginazione. – 332. Gettare ogni mia preoccupazione in Dio.

329. Guardare la prova in faccia. – Poiché la sofferenza è il più frequente e più potente modo dell’azione divina, è bene considerarla più da vicino. Un’altra pratica, molto utile, per arrivare ad accettarla santamente, è di guardare in faccia il suo lato più spiacevole ed accettarlo in anticipo. Io mi attengo, dice Giuseppe De Maistre, alla mia eterna massima di supporre sempre il male e stupirmi del bene. Quando sono minacciato da qualche prova, lascio che la mia immaginazione si monti, che la mia sensibilità si esasperi nel timore, e sono portato istintivamente a sperare l’esito più favorevole. Mi lascio trasportare dai calcoli della mia soddisfazione, senza pensare a riposarmi nella volontà di Dio, che dovrebbe essere la mia sola regola; se il male che temo mi accade, ne soffro cento volte di più, perché l’ho centuplicato coi timori dai quali mi sono lasciato trasportare. Se sapessi riposarmi nella volontà di Dio, la prova mi troverebbe calmo e forte. Ora, il vero mezzo per riuscire in ciò consiste appunto nell’accettare, in una situazione presente, il lato più spiacevole, se così piace a Dio. Quando, di fronte ad una prova, ho coraggiosamente misurato con lo sguardo il lato più nero; quando, scandagliando il mio cuore giungo a sentire che, con la grazia di Dio, esso è pronto a tutto; quando il mio sacrificio è pienamente compiuto in tutta la larghezza che Dio vorrà mettere nella sua azione; quando costato in me l’energica risoluzione di prendere il calice dalle mani di Dio e berlo interamente fino alla feccia, senza esitazione né riserva; se soprattutto insisto su questa vista del calice, fino a non tremare più, allora posso esser certo che nulla ha più potere su di me. Sento allora veramente che l’amore è forte come la morte (cf. Ct 8, 6). Né il timore né l’inquietudine né il turbamento hanno ormai alcun potere su di me. Io sono, mi mantengo nell’uguaglianza d’animo e in una sicurezza di cuore imperturbabili (n. 222).

330. Masticare l’aloe. – Un giovane studente di quindici anni, al quale i compagni avevano fatto il brutto scherzo d’introdurgli dell’aloe in bocca mentre dormiva, ne concepì un tale sdegno che giurò di vendicarsene. Non trovando altra vendetta degna di lui, comprò dell’aloe e si condannò per otto giorni a masticarne costantemente, finché non ne senti più il gusto. Venite ora, disse loro, questo sapore non mi fa più paura. Se sapessi masticare il mio aloe!… ossia, guardare in faccia una pena fino a diventarmi indifferente!… Questo è il più aspro e il più dolce dei rimedi. L’anima che ha masticato il suo aloe, che ha previsto una sofferenza fino a non sentirne più orrore, è pronta a tutto, distaccata da tutto, indifferente a tutto. Credo che nessuno sappia veramente che cosa sia la pace, finché non è passato per questa via. Nessuno conosce così bene qual forza dia all’anima il riposo nella volontà di Dio.

331. Evitare le supposizioni dell’immaginazione. – Ciò fu praticato dai santi. San Giovanni della Croce raccomanda questa pratica. Essa suppone nell’anima una vera energia; tuttavia, non è altro che una conclusione logica del principio meditato in questa seconda Parte, sulla volontà di Dio, regola della mia condotta. Non bisogna però confonderla con un’altra pratica, giustamente biasimata dagli autori spirituali, che consiste nel rappresentarsi mali immaginari, esagerandoli e domandandosi se si potrebbero sopportare, per rendersi conto se veramente si ama Dio più di ogni cosa. Questi non sono che sogni dannosi dell’immaginazione. Nel caso nostro, nulla di simile. Bisogna cominciare col ridurre al silenzio l’immaginazione e la sensibilità, per far appello alla fredda ragione ed alla volontà energica. Non si tratta di supposizioni immaginarie, ma di una situazione attuale che bisogna misurare ad occhi asciutti; di un esito probabile che bisogna accettare con volontà calma. E’ la volontà di Dio che debbo stringere colle due braccia della mia intelligenza e della mia volontà, senza che alcuna cosa possa separarmene. « Chi, esclama san Paolo, ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Proprio come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore » (Rm 8, 35-39). Sono persuaso, dice san Paolo. Come aveva calcolato tutte queste cose a mente fredda!… Com’è calmo e sicuro del suo trionfo!… Il grande apostolo poteva parlare per esperienza, perché aveva attraversato tutti questi ostacoli. Mio Dio! datemi la stabilità della sua certezza.

332. Gettare ogni mia preoccupazione in Dio. – La pietà passiva consiste, dunque, nella viva sottomissione al beneplacito divino. È soprattutto per questa via che si forma in me la pietà integrale, ed è principalmente per essa che incomincio a vedere, ad amare e a ricercare Dio in tutte le cose, poiché in esse vi è l’azione della sua volontà. Se dunque desidero progredire, debbo portare la mia attenzione su questo punto di sottomissione pratica. I miei occhi, dice il salmista, sono sempre rivolti al Signore (cf. Sai 24, 15). « Allora, obietta sant’Agostino, che ne fai dei tuoi piedi, se non guardi innanzi a te? Il Signore, risponde il profeta, trarrà dal laccio i miei piedi ». Mio Dio! quando avrò questa pienezza e questa perfezione di conformità ad ogni vostro volere? Quando saprò abbandonarmi come un fanciullo fra le braccia del beneplacito divino « senza dilettarmi più nel fare e nel volere le cose, ma lasciarle volere e fare da Dio per me, come a lui piacerà, gettando in lui ogni mia preoccupazione, poiché, dice l’apostolo (cf. 1Pt 5, 7), egli stesso avrà cura di me? E notate che egli dice: Ogni nostra preoccupazione, sia quella che abbiamo nell’accettare gli eventi, come quella di volere o di non volere… No, Signore, io non voglio alcun evento perché li lascio scegliere a voi, e vi benedirò per qualunque vostra scelta. O Teotimo, quanto è eccellente questa occupazione della nostra volontà, quando essa abbandona la cura di volere e di scegliere gli effetti del beneplacito divino, per lodare e ringraziare questo stesso beneplacito, di tali effetti! ».

 

La vita interiore di F. Pollien cap.IX

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO IX

GRAZIE

325. Modo di dire il grazie. – 326. Il fiume di gioia. – 327. Il dolore estinto. – 328. Meravigliosa forza di progresso.

325. Modo di dire il grazie. – Come bisogna accettare la sofferenza? Con riconoscenza; non però con gioia poiché questa spesso non dipende da me. Dio la dà come ricompensa, mentre la riconoscenza dipende sempre da me. A prima vista, e per un’anima che vi sia stata abituata dalla fede, può sembrare difficile giungere fino al sentimento di gratitudine sotto la stretta del dolore. In realtà, credo che sia più facile dire un grazie risoluto, anziché pazientare gemendo.

Uno slancio di generosità, poiché questo non si fa bene se non in un impeto del cuore: Mio Dio, grazie! e basta. Non v’è alcun bisogno di insistere, di ripetersi, quasi si dubitasse di sé e di lui. Le parole che sgorgano dal cuore si ripetono tanto meno quanto più sono sincere. Se la vostra amicizia mi rende qualche servizio, un semplice le grazie, che testimoni la mia riconoscenza per la vostra generosità, non basterà, alla vostra beneficenza ed alla mia riconoscenza? Quante cose dice una sola parola del cuore tra amici! Lo stesso avviene tra l’anima e Dio, quando egli la previene coi suoi doni di dolcezza e più ancora di dolore. Mio Dio, grazie! Quanto è eloquente questo grido del cuore! esso dice pienamente al mio Signore, che ho riconosciuto la sua azione ed ho compreso la sua intenzione.

326. Il fiume di gioia. – Non è necessario ripetere questo grido del cuore, quasi a volerne far scaturire, a viva forza e d’un tratto, uno stato di gioiosa riconoscenza. Un po’ di calma gli darà modo, e meglio ancora, di produrre i suoi effetti. E quali effetti! Esso, sgorgando, fa un’apertura in profondità tali, che mai avrei creduto a tanta immensità del mio essere. I sensi, qui, non hanno parte alcuna. Da queste profondità finora sconosciute, e che il grazie mi rivela, sento scaturire da una fessura misteriosa una sorgente anch’essa sconosciuta, che, or con un solo getto e ora lentamente, riempie le mie più intime capacità. L’anima è inondata di un’acqua così saporosa, di una gioia sì dolce, sì penetrante, sì calma da non potersi paragonare a nessuna gioia esteriore.Chiunque beve l’acqua delle gioie esteriori avrà ancora sete; mentre, chi berrà l’acqua delle profondità non avrà mai sete. Ma l’acqua data da Dio, diventerà, in chi la beve, una fontana zampillante fino alla vita eterna (cf. Gv 4, 13). E’ il grazie che la fa scaturire. « Chi ha sete venga a me e beva. Chi crede in me, come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno » (Gv 7, 38). Niente è da paragonarsi a questa dolcezza; dopo averla gustata, si comprenderà bene l’ebbrezza dei santi nelle tribolazioni (cf. 2Cor 7, 4). In essi vi erano i torrenti d’acqua viva. Bevevano al torrente; per questo erano così trionfanti (cf. Sal 109, 7). Il primo grazie non farà certo scorrere questo fiume di gioia, ma ciò che in principio è solo un impercettibile filo, non tarderà a diventare ruscello, torrente, fiume. « O voi tutti assetati venite all’acqua » (Is 55, 1).

327. Il dolore estinto. – Un altro effetto di questo grazie è di rendere l’anima invulnerabile al dolore così accettato. Il corpo continua a soffrire, se il dolore è fisico, ma l’anima gode. L’acqua che l’inonda la eleva al disopra della regione in cui soffrono i sensi. L’anima ha ricuperato come una parte del dono primitivo dell’impassibilità. Se il dolore è puramente interno, come un affronto, una calunnia, un’umiliazione, ecc., il sentimento della sofferenza è come soppresso. Se resta un’amarezza, questa è gradevole perché è proprio essa che reca la gioia.Il grazie è come il legno che Dio mostrò a Mosè e che, gettato nelle acque amare, le cambiò in dolci (cf. Es 15, 25). Ecco che io sono in pace nella mia amarezza. L’amarezza mi è dolce fin dall’istante in cui essa mi apre la fonte sigillata, le cui acque fanno germogliare in me come un paradiso di delizie (cf. Ct 4, 12). Si forma così un non so qual meraviglioso miscuglio di amarezza e di dolcezza, di gioia e di sofferenza, in cui l’amarezza dà origine alla dolcezza e questa si conserva nell’amarezza. Questa gioia è la sola vera, perché ogni gioia che non nasce e non si conserva nell’amarezza è poco durevole, mentre questa è forte e vivificante e fa scorrere la vita fino al midollo delle mie ossa. Mai si corrompe, mai corrompe; essa è forza e vita. Il mio dovere diventa allora la mia gioia, e l’accettazione riconoscente della sofferenza diventa così il vero mezzo per non soffrire. Godere della sofferenza è il grande segreto dei santi (n. 207).

328. Meravigliosa forza di progresso. – Niente è forse tanto efficace per il progresso spirituale dell’anima mia quanto questo grazie. Niente reca la vita con tanta abbondanza ed impetuosità, fino alle più recondite profondità, e apre pienamente la via a Dio quanto il grazie. Questa pratica sola basterebbe a santificarmi in breve tempo; sarebbe la garanzia delle virtù e la condizione del loro progresso. Se sapessi!… se volessi!… Ma quanto è abile il demonio a eccitare la sensibilità… Come sa bene esagerare le esigenze della natura!… Arriva così a inaridire, con un solo colpo, la sorgente delle gioie più sostanziali, dei progressi più rapidi e dei meriti più preziosi. Crudele malfattore! col pretesto di risparmiarmi le pene della strada, mi spoglia, mi crivella di ferite e mi lascia mezzo morto sulla via (cf. Lc 10, 30). Ecco ciò che guadagno a voler fuggire la sofferenza. Oh, i tesori di un buon grazie! …

La vita interiore di F. Pollien cap.II

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO II

SUO SCOPO

291. Conoscere il mistero di Dio. – 292. La sua idea. – 293. Il suo desiderio. – 294. La sua azione.

291. Conoscere il mistero di Dio. – Quanto è ignorato questo mistero dell’azione divina, che, ovunque presente ed operante, ci avvolge e ci penetra più che la luce del sole, poiché non conosce tramonto! Certamente, non v’è anima cristiana, che non riconosca l’intervento della Provvidenza, almeno in certi avvenimenti; v’è dunque già qualche cognizione del dono di Dio. Ma questa conoscenza sommaria basta al disegno di Dio sulle anime che vogliono elevarsi? L’esperienza di quelle che si perfezionano testimonia che tutte intuiscono quest’azione misteriosa. Poiché io voglio elevarmi, devo cercare di illuminarmi per salire, e salire per illuminarmi.

Questo mistero ha dapprima il suo lato esteriore nei fatti e nelle cose di cui Dio si serve per operare. Tale lato è essenzialmente vario e transitorio. Esteriormente, la vita è una successione ininterrotta di fatti sempre vari, sempre rinnovati, nei quali si ricrea la sapienza, che pone le sue delizie tra i figli degli uomini (cf. Pro 8, 31). Anche interiormente, certi impulsi hanno la rapidità del baleno e quelli che si prolungano hanno tuttavia un termine.

Mi devo forse adattare e legare ad essi? Adattarmi si, legarmi no. Mi ci devo adattare, poiché questi sono i modi ed i mezzi scelti da Dio per la sua azione. Non occorre forse che l’opera sia alla portata dello strumento? Mi ci devo adattare, poiché la scienza più pratica della vita è quella di saper prendere persone, cose, avvenimenti come sono disposti da Dio ed utilizzarli a vantaggio del dovere.

A questo punto, giustamente vengono a coincidere i precetti ed i consigli della volontà significata con le operazioni della volontà di beneplacito. Vedrò, nel libro seguente, come i precetti ed i consigli diano la regola fissa di questo adattamento mutabile (cf. nn. 356, 357, 373).

Ma io non debbo attaccarmi a questo; ciò che è passeggero deve passare. Se io mi ci debbo adattare, debbo farlo come di passaggio. Presto vedrò in che modo e perché (n. 300).

292. La sua idea. – Sotto il lato temporale si cela il lato eterno. Questa azione di Dio, che nei suoi mezzi passa come il tempo, porta in sé e vuole deporre in me una linfa di vita eterna, elemento della mia crescita nel Cristo. Ecco qui il senso e lo scopo dell’operazione, dei modi e dei mezzi ch’essa sceglie. Lì dunque è anche il segreto del mistero da penetrarsi; lì il punto al quale conviene unicamente e sommamente aderire.

Ora, questo senso e questo scopo corrispondono a un’idea e ad un desiderio di colui che opera tutto in tutte le cose (cf. 1Cor 12, 6). Egli agisce spinto dal desiderio di realizzare un’idea. Non ci si può iniziare al segreto dell’azione, se non si conosce il desiderio che la suscita; né si può conoscere il desiderio, se non si penetra l’idea che l’ispira. L’anima che non sarà iniziata al segreto dell’azione correrà sempre il pericolo di attaccarsi falsamente a qualche forma o mezzo transitorio, anziché aderire alla sostanza dell’azione. Di qui la necessità di una capacità di vedere molto semplice e molto penetrante, che, al di sopra del variabile, tenga l’occhio ed il cuore fissi nell’idea e nel desiderio di Dio.

L’idea è eterna; è quella stessa che ha presieduto alla mia creazione e di cui ho intravisto il disegno, almeno nelle sue linee generali, descritte nella prima Parte. L’idea del mio Dio è ch’io viva per lui, di lui, in lui; che cresca, mi edifichi e fruttifichi sino alla pienezza della cognizione, dell’amore, dell’operazione e dell’essere per cui egli mi ha creato, e secondo cui vuole che lo glorifichi nel corpo degli eletti, e che sia beatificato. Ecco la sua idea piena, invariabile, eterna, che contiene il piano totale della mia vita, dirige la sua azione, coordina gli avvenimenti, ispira la scelta dei mezzi. Dio non se ne allontana mai. Così, per mezzo di essa, io sono costantemente sotto il suo sguardo. Essa è il principio delle sue vie in. me (cf. Pro 8, 22), il principio della mia unità in lui.

293. Il suo desiderio. – Da questa idea eterna nasce il suo desiderio, quello che chiamerei del momento e che corrisponde istante per istante a ciascun passo della mia vita. Qual è questo desiderio? Quello di mettere nell’edificio la pietra adatta al momento, richiesta dal piano secondo lo stato attuale della costruzione. Vedendo il piano nella sua idea eterna, il suo occhio vede bene anche a qual punto sia l’opera di edificazione, sa com’è, quel che manca, ciò che si può e si deve fare. E sente il desiderio, il bisogno, il tormento, dicono i santi, di rendere perfetta l’opera sua; desiderio, dunque, di porvi, in ciascun istante, l’elemento richiesto.

Qual è questo elemento? Quello che richiede lo sviluppo vitale nel corpo o nell’anima. Ciò sarà, ad esempio: nella mente, un’intenzione da creare, da raddrizzare o da completare; nel cuore, un vizio da correggere, da sradicare, una virtù da fortificare o da acquistare; nei sensi, una purificazione o un vigore da realizzare, ecc., ecc. I particolari della costruzione di una vita umana in Dio sono innumerevoli.

294. La sua azione. – Come dall’idea nasce il desiderio, così dal desiderio nasce l’azione. Spinto da questo desiderio, Dio agisce in ogni avvenimento e in ogni momento. Ma, non arrestiamoci né agli avvenimenti né ai momenti, perché sono ancora transitori; vediamo, invece, l’azione stessa nel suo risultato. Il salmista dice: « Manifesta al Signore la tua via, confida in lui: compirà la sua opera » (Sal 36, 5). Compirà: questo verbo assoluto, senza una clausola che ne limiti la portata e ne restringa l’applicazione, definisce molto bene l’estensione di quest’azione. Egli farà, non questo o quello, non in un momento o nell’altro, ma farà tutto e sempre.

Tutto: poiché lui solo ci ha creato; non siamo noi che ci siamo fatti (cf. Sal 99, 3). Noi cooperiamo; lui opera.

Sempre: perché la sua azione non si interrompe mai.

Incominciata all’inizio della mia vita mortale, non cesserà che alle soglie dell’eternità.

Egli compirà dunque la sua opera da sé, quell’opera che non può essere che sua: la vita. La compirà nella sua pienezza; questo almeno è il suo desiderio e la sua idea.

Lui stesso la compirà: Ipse. Lui stesso se ne occuperà; l’ha incominciata, la dirigerà e la terminerà. E’ così grande la sua opera, così alta la sua idea e così insistente il suo desiderio! Gli sta tanto a cuore portarla a termine! E allora, quante operazioni e quanti avanzamenti nelle anime in cui i suoi disegni non trovano opposizione! I santi ne sono una prova.

E in me?… Oh, se fosse sempre libero di agire, e se potesse seguire e compiere tutti i suoi progetti in me! Ma posso confidare; ho motivo di pensare che, colui che ha iniziato in me l’opera di bene, la perfezionerà sino al giorno di Cristo Gesù (Fil 1, 6) se io saprò adattarmi alle sue vie e conformarmi ai suoi voleri.

La vita interiore di F. Pollien cap.I

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO I

L’AZIONE DIVINA

286. Nelle braccia di Dio. I miei piccoli passi. – 287. Le premure di Dio. – 288. L’affresco. – 289. Tutto concorre al bene degli eletti. – 290. Meravigliosa opportunità.

286. Nelle braccia di Dio. I miei piccoli passi. – « Noi, o Teotimo, come figliolini del Padre celeste, possiamo seguire il Signore in due modi. Anzitutto colla nostra volontà, che conformiamo alla sua, tenendo sempre con la mano della nostra obbedienza quella della sua intenzione divina e seguendola ovunque ci conduca: questo è ciò che Dio richiede da noi con la sua volontà significata… Ma possiamo anche seguire Nostro Signore lasciandoci semplicemente portare dal suo divino beneplacito, come un bambino fra le braccia di sua madre ».

« Nostro Signore, nel corso di questa misera vita, ci conduce in questi due modi: o prendendoci per mano e facendoci camminare con lui, o portandoci fra le braccia della sua Provvidenza. Egli ci prende per mano quando ci fa camminare nell’esercizio delle virtù. La sua divina bontà vuole certamente condurci e tenerci per mano nella nostra via, ma vuole che anche noi facciamo i nostri piccoli passi, ossia poniamo il nostro contributo coll’aiuto della sua grazia. Tuttavia, dopo averci condotti per mano… ci porta poi fra le sue braccia, compiendo in noi opere alle quali non ci sembra di aver cooperato ».

Così san Francesco di Sales. Studiando la volontà di Dio significata, ho considerato il modo con cui Dio « vuole che io faccia i miei piccoli passi ». Adesso, nello studio della sua volontà di beneplacito, vedrò come « egli mi porta fra le sue braccia ».

287. Le premure di Dio. – Dio mi porta fra le sue braccia; queste parole le troviamo nella Sacra Scrittura: Sarete portati in braccio e accarezzati sulle ginocchia. Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò (cf. Is 66, 12). « Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio del suo seno? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai » (Is 49, 15). Mi poteva presentare, con un’immagine più espressiva, l’amorosa tenerezza della sua volontà interamente dedicata alla mia santificazione? E quante altre immagini egli presenta nei libri sacri, per farmi sentire le sollecitudini che ha per me! Quella di piccoli passeri, cinque dei quali non valgono più di due soldi, e tuttavia neppure uno di essi è dimenticato da lui. Che deve allora temere un’anima che vale più di molti passeri? (cf. Lc 12, 6-7). Quella della chioccia che raduna sotto le sue ali i suoi pulcini (cf. Mt 23, 37). Quella del pastore che prodiga le sue attenzioni e dà la sua vita per le sue pecore (cf. Gv 10, 11). Inoltre, i rimproveri, i pianti e le minacce contro le prevaricazioni del peccato, anch’essi manifestazione della sollecitudine di Dio, sono ripetute nella S. Scrittura poco più delle attestazioni di paterna bontà verso i suoi figli. E, nonostante tutto, le infedeltà e le resistenze alla sua azione sono ben più numerose che non la sottomissione e la fedeltà, anche tra i privilegiati delle sue tenerezze.

288. L’affresco. – Queste premure di Dio a mio riguardo non sono un semplice fatto di volontà e di benevolenza, bensì di azione incessante. Egli non s’accontenta di volere la mia santificazione ma la compie. La mia anima è affidata solo a Dio. E, come per la creazione, egli stesso mi ha fatto uomo, così, per la sua operazione, mi rende giusto.

Un affresco, opera di un grande pittore, era stato ricoperto con calce da persone ignare. Un giorno, per la caduta fortuita dei calcinacci, riapparve nella bellezza delle sue grandi linee. Ma quante macchie e deterioramenti! Chi ridarà al capolavoro l’integrità delle sue linee e dei suoi colori? Solo una mano abile quanto quella del­l’autore.

Creata in origine ad immagine e somiglianza di Dio (cf. Gn 1, 26), quadro incomparabile in cui egli aveva dipinto i suoi tratti e infuso la sua vita, l’anima umana, macchiata dal peccato originale prima, e dai peccati personali dopo, perdette i tratti della somiglianza divina. Chi glieli ridarà? – Lo stesso che glieli aveva dati; lui solo sa e può ridarle la vita, perché è lui la sua vita.

Così Dio lavora l’anima con un’assiduità costante. « Non si addormenta, non prende sonno il custode d’Israele » (Sal 120, 4). Ha tracciato il piano della mia vita e ne persegue l’esecuzione; attua il suo progetto senza interruzione, cercando di rinnovare, liberare, purificare e dilatare, senza che nulla lo arresti, eccetto la mia incorrispondenza. Egli vuole che con lui faccia i miei piccoli passi nella pietà attiva. Piccoli davvero, e che servono piuttosto a rendermi atto e ad unirmi a lui, anziché a progredire. Il fattore che trionfa dei progressi eterni è l’azione divina. Qui Dio fa i suoi grandi passi in me e mi porta molto più di quanto io cammini.

289. Tutto concorre al bene degli eletti. – Quale profusione di strumenti posti in azione dalla sua mano! « Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo beneplacito » (Rm 8, 28). Tutto! Vi concorre l’intera Chiesa celeste e terrestre, di cui egli mi fa membro e dalla quale ricevo incalcolabili tesori di grazie, di lumi, di forze e di soccorsi d’ogni genere. La sua provvidenza, che governa il mondo, pone in rapporto con la mia vita moltitudini di esseri, di movimenti e di influssi di cui io suppongo appena l’ordinamento; in tutto egli è presente, ovunque mette in atto la sua opera per me. Angeli buoni o cattivi, uomini amici o nemici, qualsiasi cosa grande o piccola, fatti di qualsiasi ordine fisico, morale, intellettuale o spirituale non agiranno sul mio corpo o sulla mia anima, senza il suo volere o il suo permesso. Sulla mia vita non vi può essere che la sua volontà e la mia; tutte le altre volontà dipendono dalla sua. Fin dove si estendono queste disposizioni della Provvidenza? Il Salvatore stesso me lo dice: Non cadrà neppure un capello della vostra testa (cf. Lc 21, 18), perché anche i capelli della vostra testa sono contati (cf. Mt 10, 30). I capelli: la cosa più accéssoria tra gli elementi del corpo; il loro numero: ciò che vi è di più insignificante come costitutivo; la caduta di uno solo: ciò che vi è di più inosservato come avvenimento! Ecco fino a qual punto arriva la cura del mio Padre celeste. V’è dunque qualche oggetto, disposizione o avvenimento che sfugga alla sua attenzione?

290. Meravigliosa opportunità. – E, meraviglia più sorprendente ancora, con quale arte infinita la sapienza divina unisce il soprannaturale al naturale, incorpora la sua grazia persino negli avvenimenti di ordine temporale, prende le vie, sceglie i mezzi, coglie i momenti! Con quale delicatezza sa conformarsi ai vari stati dell’anima, moderare e misurare la sua azione, giungere al punto e all’istante adatto, affrettare e moltiplicare i suoi stimoli allorché sono accettati, variarli, pazientare, ritirarsi se sono rifiutati, cambiare modo di procedere, usare dolcezza o rigore ecc.!… Quali meraviglie avrò da contemplare quando lassù egli mi svelerà i segreti accorgimenti della sua azione! … Sarà questo una delle estasi del cielo, uno dei soggetti della lode eterna.

Quaggiù Dio manifesta pochissimo il suo modo di agire. Il disegno di cui egli persegue l’esecuzione, la mano nascosta che muove e che dirige, l’operazione che di­spone e conduce tutto al bene degli eletti, i risultati di santificazione, queste profondità misteriose in cui egli vela agli occhi nostri il cammino della sua sapienza, le conosciamo noi? Io non riesco che a penetrare le apparenze esterne che m’ingannano, che mi sembrano incoerenti perché non ne conosco la sorgente, né l’ordine, né lo scopo. Quale estasi, allorché mi saranno rivelati, nel meriggio eterno, i particolari, la verità, lo splendore, di queste parole: tutto, tutto concorre al bene di coloro che la volontà di Dio chiama secondo il suo beneplacito!

Se la pienezza della luce è riservata al giorno delle grandi manifestazioni, è altrettanto vero che Dio si compiace di svelare, fin dal presente, secondo le esigenze del mio progresso, qualcuno dei misteri della sua azione. Vuole ch’io li veda, affinché vi corrisponda. Ed io posso vederli, e devo rendermi attento a riconoscerli, nella misura in cui a lui piace svelarmeli e con l’intenzione di conformare la mia opera alla sua.

La vita interiore di F. Pollien cap.VII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VII

PIETA’ SACERDOTALE

268. Le vocazioni. – 269. La forma delle vocazioni. – 270. Forma della pietà sacerdotale. – 271. Il buon sacerdote. – 272. Lo spirito liturgico e canonico.

268. Le vocazioni. – Nella Chiesa, corpo mistico di Cristo, vi sono molteplici funzioni da esercitare, secondo le varie necessità del corpo. Come nel nostro corpo si trovano svariati organi per sopperire alle varie esigenze della vita, così nella Chiesa vi sono diverse vocazioni, che assegnano a ciascuno la parte speciale di azione che gli è dovuta per l’utilità generale del corpo.

Ciascuno, dunque, ha la sua vocazione ed è chiamato, nella sua vita, a un fine speciale, fine utile per il tutto. Dio non creò gli uomini a caso. Nel tempo e nello spazio vi è un meraviglioso concatenamento fra le anime e le vocazioni. Secondo quanto si è visto prima (n. 246), nel capitolo secondo, le vocazioni si dividono in tre classi generali. La prima è formata da coloro che hanno la comune vocazione, da esplicare nella cerchia familiare; ed è la più numerosa. Le occupazioni sono in essa molto varie, ma, in generale, la cura degli interessi umani ne è l’oggetto universale.

La seconda è composta da coloro che hanno la vocazione al sacerdozio. I suoi membri diventano i rappresentanti degli interessi divini. La terza è formata dai religiosi, i quali sono come i profeti dell’unione di Dio con l’uomo.

269. La forma delle vocazioni. – Ad ogni vocazione deve corrispondere una forma speciale. Non ogni strumento è atto a qualsiasi lavoro. L’anima deve perciò ricevere una formazione adeguata alla sua missione. Ora, le leggi proprie di ciascuno stato dànno questa formazione. Esse, non solo insegnano ciò che bisogna praticare nella vita per Dio, ma adattano l’anima a questo lavoro. Se mi è caro non sbagliar strada e non rendere inutile la mia esistenza, non ho che da seguire le leggi del mio stato, come ho già visto (n. 259). Esse mi formeranno e mi adatteranno a tutte le esigenze della mia vocazione. Che cos’è dunque la vocazione? – E’ la forma speciale nella quale Dio vuole che ognuno si sviluppi e lavori per glorificarlo nel corpo degli eletti. Ognuno ha la propria fisionomia e tutti sono uniti.

270. Forma della pietà sacerdotale. – Il sacerdote veramente pio prova una grande gioia nel conoscere e approfondire le leggi del proprio stato. Le leggi liturgiche e disciplinari, non sono forse tutto per lui? (n. 247). Ricerca di Dio, oblio di sé: ecco tutta la pietà. La ricerca di Dio non è forse per lui mirabilmente regolata dalle leggi liturgiche? E l’oblio di sé, dalle leggi disciplinari? Qui dunque si trova la forma della sua pietà. Ciò ch’egli cerca fuori di questo è falso e ingannevole. Ogni altra forma di pietà non è la sacerdotale. Si chiamerà pietà mondana, o con altro epiteto più triste, atto a profanare questo bel nome, ma che non sarà mai abbastanza energico per frustare la triste mania di cercare la pietà dov’essa non è. La pietà sacerdotale è costituita dall’osservanza delle leggi liturgiche e disciplinari.

271. Il buon sacerdote. – Egli sa qual tesoro contengono per lui queste mirabili leggi della Chiesa sua madre, perciò ne fa l’oggetto preferito delle sue meditazioni, delle sue letture, dei suoi studi silenziosi, attingendovi forza e lumi fecondi. I libri della Chiesa sono quelli da lui preferiti e costituiscono l’alimento della sua intelligenza. Dove troverebbe qualcosa di più bello e di più sano? Ma, soprattutto, dove troverebbe meglio espressa la voce del suo Dio e la sua volontà?

Com’è bella, grande e forte la pietà sacerdotale! … E di quanto sorpassa la « pietà tisica » di coloro che vanno elemosinando le loro ispirazioni dai mille libercoli del giorno, tanto vuoti quanto brillanti! O sacerdoti, voi avete la sorgente della vita; bevete dunque a larghi sorsi! … Perché abbandonare la fontana d’acqua viva, per scavare cisterne screpolate, incapaci di contenere le acque? (cf. Ger 2, 13). Ah! se la vostra vita fosse conformata alle leggi ecclesiastiche! Se non permetteste ad alcuna idea o abitudine estranea di deformarla, quale sarebbe la vostra grandezza! Trascurare le leggi del vostro stato è la vostra più grande debolezza e il vostro più terribile castigo. Tutto ciò che non è secondo le suddette leggi, non è alla vostra altezza e v’impicciolisce.

272. Lo spirito liturgico e canonico. – Il sacerdote deve talmente far penetrare la liturgia nelle sue relazioni divine e il diritto canonico nelle sue relazioni umane, da arrivare a contrarne lo spirito. È lo spirito che vivifica, poiché la lettera è morta. La liturgia e il diritto canonico non sono forme solo esteriori e aride. Sotto questa scorza, circola una potente linfa. Quale consolazione per il presente e quale speranza per l’avvenire, vedere i sacerdoti, e soprattutto le associazioni sacerdotali, applicarsi a far rivivere in se stessi l’integrità di questa scorza e la fecondità di questa linfa! La liturgia e il diritto canonico, osservati nella loro lettera e nel loro spirito, costituiscono la vita sacerdotale nella pienezza delle sue forme e pongono il sacerdote al disopra dell’uomo e vicino a Dio; fantio uscire il ministro delle cose sante dalla condizione inferiore dell’umanità, e lo costituiscono nella regione delle cose divine (cf. Eb 5, l); in una parola, stabiliscono il sacerdote nella piena verità e nella onnipotenza della sua vocazione.