• Translate

  • Memini, volat irreparabile tempus

    gennaio: 2018
    L M M G V S D
    « Dic    
    1234567
    891011121314
    15161718192021
    22232425262728
    293031  
  • Guarda il film online

  • Articoli Recenti

  • Pagine

  • Archivi

  • Visita di Benedetto XVI 9 /10 /2011

  • “I solitari di Dio” di Enzo Romeo

  • “Oltre il muro del silenzio”

  • “Mille anni di silenzio”

  • Live from Grande Chartreuse

  • Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi e-mail.

    Segui assieme ad altri 411 follower

  • Disclaimer

    Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge N°62 del 07/03/2001. Rare immagini sono tratte da internet, ma se il loro uso violasse diritti d'autore, lo si comunichi all'autore del blog che provvederà alla loro pronta rimozione. L'autore dichiara di non essere responsabile dei commenti lasciati nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, il cui contenuto fosse ritenuto non idoneo alla pubblicazione verranno insindacabilmente rimossi.


Fratello Francisco Justo

Fratello Francisco Justo

Professo della certosa di Porta Coeli

fratello pastore

 

Proprio come il suo nome, era infatti anche lui “giusto“. Egli nacque in Spagna. I suoi genitori erano poveri coltivatori, privi di doni di fortuna, ma ricchi di beni dal cielo. Dio, che si diletta nell’ esaltare gli umili, lancia una predilezione su di lui. Docile agli insegnamenti ed agli esempi della sua famiglia, il piccolo è stato notato per la sua modestia e la sua pietà. Impegnato a portare i greggi, trascorreva, sin da piccolo, i suoi giorni nei campi e si dava alla preghiera prima di conoscerne i segreti. Cosa curiosa, la certosa di Porta Coeli, situata ad una giornata di viaggio da lì, ha parlato al suo cuore. Ogni volta che pensava o sentì il suo nome pronunciato, sentiva un movimento indifendibile. Guidato dalla curiosità o, per dire di più, con un tocco di grazia, diresse il suo bestiame in quella direzione, senza preoccuparsi molto dell’angoscia che avrebbe provocato nei suoi genitori. Arrivò alle prime ore del mattino, vicino le mura del monastero. Il suono della campana lo incantò e lo attrasse Dopo aver affidato il suo gregge a un compagno, chiamò il fratello portinaio. “Lasciami”, dice, “lasciami entrare”. “Cosa ti porta a questa ora?” “Voglio vedere, voglio capire cosa sta succedendo qui”. Il giovane pastore partecipò all’ufficio e si ritrovò trasformato!

Pochi giorni dopo, vi fece ritorno, chiedendo lil santo abito. Gli fu prontamente dato e subito i monaci potettero vedere che il buon fratello Francisco apparteneva alla razza di quelle anime semplici che vanno a Dio e non si ritirano indietro in presenza del dovere. Sempre ultimo, non si lamentava mai, trovava invece che la sua povera persona era oggetto di una troppa attenzione. Svolgeva alla perfezione qualsiasi obbedienza, passava da un lavoro all’altro, al minimo segno dei superiori, egli si applica ovunque con lo stesso entusiasmo. Divenne molto qualificato come fabbro, avrebbe dovuto costarlo più di una volta per cambiare questa obbedienza da parte di un’altra per cui non sentiva né attitudine né gusto. La forgia, il giardino, il lavoro della terra, ecc., Tutto era indifferente a lui. Quanto meno l’umile conteggio per se stessi, più Dio si prende cura di loro e trovandoli morbidi e malleabili, morti a tutti, fa grandi cose con loro. A seguito di una imprudenza per il troppo zelo, il buon fratello contrasse una grave malattia che lo condusse prematuramente al riposo eterno. La sua morte avvenne il 4 settembre del 1528. Una prece per questa anima santa.

Annunci

Fratello Manuel della Purificazione

Fratello Manuel della Purificazione

Donato di Paular

vede

Oggi vi propongo un’altra storia di vite esemplari di fratelli certosini, quella di oggi riguarda un “donato“. Una storia affascinante!

I genitori di Manuel della Purificazione erano semplici coltivatori di abitudini profondamente cristiane. Quando raggiunse l’età per poter essere utile, suo padre lo portò ai lavori nel campo. Questa vita così austera e modesta sorrideva all’anima candida e risplendente del bambino. Molto presto sentì nascere una potente attrazione alla solitudine; la sua vocazione si disegnava nel corso degli anni.

E fu proprio per trovare un modo più favorevole a questa sua necessità interiore, che il giovane Manuel entrò come un “famiglio” nella Certosa di Paular. Presentivano, osservando l’inizio della sua vita in Certosa, che non si sarebbe fermato in questa così bella strada. Il Priore, dopo un attento esame, scoprì in lui i segni indubbi di uno appello della grazia e gli offrì l’abito religioso. Il fratello accettò la proposta, ma alla condizione che la donazione fosse il suo primo e ultimo passo. «Salire più in alto, disse lui, fare professione, mai lo consentirò. Se sapessi come sono indegno di questo favore eccezionale!». Il Priore evitò, prudentemente, di insistere.

Il nostro aspirante fece la sua donazione il 2 febbraio 1644 e fu donato per tutta la sua vita. Che bella anima era nascosta sotto questa corteccia rude! La sua pietà, più illuminata del solito tra le persone in questa condizione, prendeva le forme più diverse, senza perdere il suo profumo. La preghiera e la mortificazione erano le due ali che lo avevano elevato sopra la terra; questo luogo dove molto spesso restano inerti i religiosi in contatto forzato con le persone e le cose dall’esterno. Per quanto riguarda l’obbedienza egli era indifferente e passava da una all’altra senza mostrare la minima ripugnanza. Un lavoratore infaticabile, non lo avrebbero mai trovato senza occupazione. E vedendolo trascorrere tutta la giornata, si potrebbe dire che solo sognava con il rumore degli affari. Schiavo dell’obbedienza, lui non sapeva cosa era ragionare. Con un ordine o solo con un segno dei suoi superiori, si sarebbe lanciato ciecamente nelle braccia della morte.

Il segreto di ciò che viene chiamato ‘il modo giusto’, il caro Fratello lo trovava ai piedi del tabernacolo. Era lì che lui si ritirava appena aveva un momento libero. Cosa succedeva, allora, fra quest’anima dritta e Colui che dichiarò deliziarsi particolarmente con i semplici? Non proveremo a dirlo.

Sappiamo che i donati non sono soggetti all’astinenza di cibi grassi. Se, oggi, tutti la mantengono, è perché tutti vivono nella clausura. Ma prima non era così. I pasti dei fratelli donati con carne, erano preparati al di fuori, in un appartamento privato, dove loro andavano al tempo regolamentato. Il nostro buon Fratello, come si può ben pensare, apparteneva al piccolo numero di coloro che preferivano seguire sempre il regime della comunità.

Tuttavia, giunse il momento in cui le infermità premature, paralizzando le sue forze, costrinsero il servo di Dio a rassegnarsi a soffrire. Lui soffrì molto, ma con una pazienza ammirevole che causò l’ammirazione di tutti. Morì l’11 gennaio 1668, con la sicurezza tranquilla e la fede serena di un vero religioso.

 

L’abito dei certosini

L’abito dei certosini

Oggi voglio argomentare sull’abito indossato dai monaci certosini, esso si differenzia per i Padri (sacerdoti) e per i Fratelli (laici) conversi, vedremo inoltre attraverso delle immagini queste differenze. Cominciamo col dire, che l’origine dell’abito certosino è strettamente correlato all’origine dell’Ordine, ovvero esso fu concepito  ispirandosi agli indumenti indossati dai pastori e dai montanari della zona di Chartreuse, equipaggiati per il clima rigidissimo. Una delle prime descrizioni, fu fatta da Pietro il Venerabile, che raccontando dei suoi amici certosini, ebbe a dire: « Essi sono i più poveri di tutti i monaci, la loro sola vista spaventa, indossano vestiti poverissimi e portano un ruvido cilicio, ed affliggono la loro carne con digiuni continui…». L’abito grezzo era molto modesto, era costituito sulla nuda carne da un corto cilicio, su petto e schiena, ruvidissimo in segno di penitenza ed all’epoca non era prevista alcuna biancheria intima. Al di sopra la tunica di lana grezza non tinta (perciò erano detti anche monaci bianchi) che era ricoperta da una pelliccia aderente ed inoltre lo scapolare diviso in due parti, unite da due fasce strette, ed una cintura di canapa che stringeva l’abito sotto lo scapolare. Indossavano lunghe calze di lana ed ai piedi scarponi robusti per ripararsi dal gelo. I Fratelli conversi avevano all’inizio, un abito molto simile ma non indossavano il cilicio e per meglio poter svolgere lavori manuali, infilavano dei guanti. Con il passare dei secoli, questa prima concezione di abito monastico si è via via leggermente raffinata, ma non di molto.Vi è oggi, comunque una netta differenza tra l’abito indossato dai Padri e quello dei Conversi. I primi, sono vestiti con una lunga tunica bianca, stretta in vita da una cintura di cuoio bianca, e di una lunga “cocolla”, ovvero uno scapolare con cappuccio che prevede due bande laterali che ne uniscono la parte anteriore con quella posteriore. La cocolla pare assumere così, la forma della croce di Nostro Signore, come scrisse Sutor un antico scrittore dell’Ordine. Mentre i Fratelli conversi ed i novizi, invece sulla medesima tunica bianca indossano una cocolla differente, senza bande laterali e di dimensioni più ridotte, essa è corta fino alle ginocchia e ricorda il mantello di pelliccia che usavano i pastori del massiccio di Chartreuse. Durante le funzioni conventuali, i novizi portano una cappa nera con cappuccio, abito provvisorio in attesa della professione, durante la quale verranno simbolicamente svestiti del vecchio abito, e riceveranno la cocolla lunga con bande laterali. Va in questa sede ricordato,inoltre, che i Fratelli sono di due categorie: i Fratelli conversi e i Fratelli donati. I primi svolgono lavori manuali, le cosiddette “obbedienze”, e quindi hanno minor tempo a disposizione per lo studio e l’orazione personale, ma emettono gli stessi voti dei padri. I donati, invece erano inizialmente semplici operai aggregati al monastero e tenuti ad alcune preghiere, in seguito diventarono dei monaci con l’abito e con una vita simile a quella dei conversi. Essi non pronunciano voti ma, come dice il loro nome, si “donano” all’Ordine. I donati hanno proprie regole, meno vincolanti di quelle dei conversi, ad esempio, non sono tenuti a partecipare alle preghiere notturne, ed il loro abito prevede cocolla e cappuccio di color “lionato o bigio”. A conclusione di questa breve descrizione, spero chiarificatrice, va ricordato che in occasione delle rare uscite dal monastero, essenzialmente nello spaziamento, i Padri indossano sopra all’abito una cappa nera con cappuccio nero, mentre i conversi invece indossano una cappa di color bigio. Adesso grazie alle immagini che seguiranno, ciò detto sarà più chiaro.