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Dom Ambroise Crollet

per priori generali

Oggi voglio portarvi a conoscenza di Dom Ambroise Crollet il Priore Generale che fu in carica per un brevissimo periodo.

Dom Ambroise Crollet, originario di Bourg en Bresse, abbandonò il mondo all’età di ventidue anni ed andò a chiudersi nella solitudine della Grande Certosa dove emise la Professione nel 1886. Il Reverendo Padre Dom Antoine de Montgeffond, che seppe apprezzarne i meriti, lo chiamò, nel 1731, alla carica di scriba o segretario dell’Ordine. Dom Ambroise Crollet esercitava ancora questa funzione quando fu chiamato a succedere al generale defunto, il 6 giugno 1731. Il noto zelo di Dom Ambroise per la disciplina regolare dava l’impressione che avrebbe continuato con fermezza l’opera dei suoi predecessori, ma Dio lo chiamò a sé pochi mesi dopo. La morte del Reverendo Padre Dom Ambroise Crollet è registrata nella Necrologia della Grande Certosa il 21 gennaio 1732. Aveva sessantanove anni e ne aveva passati quarantasette nell’Ordine. Vadano a lui un ricordo ed una prece.

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Dom Antoine Grillet de Montgeffond

per priori generali

Nell’articolo odierno, cari amici lettori, voglio farvi conoscere Dom Antoine Grillet de Montgeffond, Priore Generale dell’Ordine certosino dal 1703 al 1731, successore del grande Dom Innocent Le Masson.

Antoine Grillet de Montgeffond nasce il 2 novembre 1659 al castello di Montgef fond, in un piccolo villaggio del Giura, chiamato Vosbles. Cresciuto da una madre cristiana e pia, il giovane di Montgeffond ha voluto presto consacrarsi a Dio. All’età di diciannove anni, terminati gli studi, decise di ritirarsi nel deserto della Certosa e vi emise la Professione il 6 ottobre 1679. Ben presto i suoi superiori lo nominarono per ricoprire vari incarichi nella Casa e assolse le sue funzioni con generale soddisfazione. Dom Innocent Le Masson che seppe riconoscere gli uomini di merito, lo scelse come segretario e ricoprì tale incarico per dieci anni, quando alla morte dell’illustre Generale, il 12 maggio 1703 fu nominato a sostituirlo. Dom de Montgefford, cresciuto alla scuola del predecessore, governò con fermezza, ma seppe sempre coniugare la prudenza con l’energia. La sua gentilezza e mansuetudine gli valse l’affetto dei suoi religiosi, nonostante gli atti di rigore che dovette esercitare nelle difficili circostanze in cui si trovò. Appena nominato Generale, convocò eccezionalmente il Capitolo Generale per il 7 ottobre. A maggio i Priori dovettero lasciare la Grande Certosa senza potersi riunire in Capitolo a causa dell’imminente morte di Dom Le Masson. Questa circostanza permise, per la prima e unica volta, ai Priori delle diverse Case dell’Ordine di solennizzare insieme, alla Grande Certosa, la festa del loro beato fondatore. Il nuovo generale concentrò tutta la sua attenzione sul giansenismo, le cui dottrine sconvolsero tutte le menti in Francia. Nel 1710, a causa del libro di padre Quesnel, il Capitolo generale ordinò “di controllare i libri moderni, di esaminare attentamente se non fossero contaminati dal giansenismo. Prescrisse, regolamenti “per timore che quella buona semplicità e candore che sono la sorte abituale dei Solitari, venga esposta alle seduzioni dell’eresia”. « Dom Antoine, per rendersi conto dello stato d’animo, ordinò ai suoi Religiosi, nel 1710, di firmare il Modulo di Alessandro VII. Nessun certosino si rifiutò di farlo, e il Capitolo dell’anno successivo poté dire in tutta verità questo: fin qui il giansenismo non si è insinuato tra noi. Tuttavia, riteneva suo dovere, per prudenza, vietare di “ammettere ai voti chiunque non avesse precedentemente firmato il Modulo”. Alcuni anni dopo, nonostante le cure, le precauzioni e gli avvertimenti di Dom de Montgeffon, alcuni certosini sembrarono essersi lasciati sorprendere. Sarebbe potuto essere altrimenti, quando gli stessi vescovi prestarono le loro mani all’eresia e patrocinarono la setta? Quando nel 1713 apparve la Costituzione Unigenitus che condannava centouno proposizioni tratte dalle Riflessioni morali di padre Quesnel, dell’Oratorio, la Francia si trovò divisa in due campi. I giansenisti si appellarono prima dal Papa al Papa più informato e poi dal Papa al futuro Concilio. Avendo alcuni Certosini aderito alle dottrine censurate, il Capitolo Generale del 1723, sotto l’ispirazione del Reverendo Padre, emanò l’Ordinanza Quo/elo, [speciale per le sette Province della Francia. Vi si diceva: “nessun novizio sarà ammesso, nessun religioso riceverà gli Ordini Sacri e sarà chiamato a dirigere le anime, se non avrà prima sottoscritto la Forma di Alessandro VII e non sarà sottoposto con bocca e cuore alle Costituzioni dei Sommi Pontefici. Se un Priore – aggiunge la stessa decisione – un ufficiale, o un membro dell’Ordine osa attaccarli o appellarli, sarà trattato come un ribelle, un disturbatore della Chiesa e del riposo pubblico. L’anno successivo, il Capitolo confermò l’Ordinanza Quo/elo {eh, e la Carta reca: «Informiamo tutti che, non solo i Definitori, ma tutti i Priori e il Convento della Certosa, hanno aderito all’unanimità e senza qualsiasi reclamo. » Nel racconto di questi tristi avvenimenti prendiamo come guida l’autore de La Grande Chartreuse; questo studioso religioso riassume i fatti secondo le Ordinanze dei Capitoli Generali. «Tutti i certosini francesi – scriveva – furono messi in guardia per decidere a favore o contro la costituzione Uni genitus. Piene di rispetto per la suprema autorità del Capitolo generale, sei Province hanno aderito al Modulo e hanno aderito pienamente o alla Bolla Vineam Domini o alla Costituzione di Clemente XI, non è stato così nella Provincia di Francia sulla Senna dove ha incontrato molti reclami, in una direzione o nell’altra; il teatro della lotta si circoscrive allora nettamente: c’è una sola provincia da affrontare. Questo fece si che il Reverendo Padre Dom Antoine de Montgeffond, come nel 1710, volle conoscere esattamente il vero pensiero di ciascuno, per questo a nome suo e in nome del Capitolo fece la seguente Ordinanza: In tutte le Case di Francia sulla Senna, nei giorni in cui, secondo lo Statuto, si legge la Carta del Capitolo Generale dopo nessuno, il Priore chiederà pubblicamente a ciascun Religioso se aderisce all’Ordinanza Quo di firmare le Bolle pontificie, ha dichiarato il Capitolo sospesi e interdetti, con minaccia di scomunica se non fossero giunti al pentimento; quattordici fecero ricorso a un appello scismatico, il Capitolo li scomunica per nome; dieci avevano anche ritirato la firma che avevano apposto al Modulo molto tempo prima, il Capitolo li colpisce con la scomunica nominale e li priva della società dei loro fratelli. Tuttavia, per punire solo all’ultima estremità, il Capitolo concesse a tutti tre mesi di riflessione; trascorso questo tempo, incorrerebbero ipso facto nella loro pena. “Per un certo numero di questi sfortunati, la riflessione non ha portato alcun cambiamento; trenta andarono in Olanda piuttosto che sottomettersi, e, sostenuti dai sussidi dei giansenisti di Francia, stabilirono vicino a Utrecht una specie di Certosa mitigata di cui abbiamo letto i regolamenti; la prima cura di questi monaci che, seguendo l’esempio di tutti i giansenisti, non cessarono di insorgere contro la moralità lassista, era stata di diminuire notevolmente le austerità della vita certosina! Il martedì successivo alla Settimana Santa dell’anno successivo, 16 aprile 1726, il reverendo padre Dom Antoine de Montgefford scrisse loro la lettera più commovente per riportarli, ma non ebbe alcun effetto; il Capitolo Generale pronunciò nuovamente la scomunica contro questi latitanti, concedendo loro un altro anno prima di separarli dall’Ordine; alcuni tornarono, la maggior parte ebbe la disgrazia di restare in Olanda; poi, nel 1727, il Capitolo li scomunicò definitivamente e ogni legame tra loro ei loro ex confratelli si ruppe per sempre. Queste energiche misure produssero così buoni risultati che quello stesso anno, 1727, il Capitolo permise alla Provincia di Francia sulla Senna di riaprire i suoi noviziati, saggiamente chiusi da diversi anni: Lo spirito della Provincia era abbastanza buono che non c’era nulla più da temere. «Per riassumere, c’erano in Francia, al tempo di cui parliamo, sessantotto Certose: che rappresentano un totale di ottocento Religiosi; di questo numero, cinquanta si lasciarono trasportare dagli errori di Giansenio, e una trentina si rifiutarono di sottomettersi; su seicento Conversi o Donati ci fu un solo giansenista, Dominique Blasel, e tra i nostri Religiosi non uno solo! ” Uno dei certosini refrattari in pensione a Utrecht, Dom Jean-Baptiste Cadri, pubblicò delle scuse per giustificare la loro rivolta e spiegare la loro fuga. “Volevano – dicevano – vivere in pensione, dormire sulla paglia, praticare il digiuno e l’astinenza. Ma, come fa giustamente notare il giornalista di Verdun che riporta questo fatto: Dom Antoine Grillet de Mongeffond morì il 31 maggio 1731, circondato dai rimpianti e dall’affetto dei suoi Religiosi. Durante la sua Casa Generalizia aveva mantenuto energicamente la regolarità monastica e il rispetto dovuto alla Santa Sede. Il suo governo era durato ventotto anni; aveva cinquantatré anni da certosino. La Necrologia della Grande Chartreuse elogia questo Generale, in questi termini: “Il reverendo padre Dom Antoine de Montgeffond era il più mite e amabile degli uomini: era amato da Dio e amato dai suoi fratelli. Ci ha governato con immancabile saggezza e prudenza religiosa, e con perfetta conoscenza del cuore umano; la sua gentilezza, la sua gentilezza erano veramente quelle di un padre; fu nostro Generale per ventotto anni, tra il grande applauso di coloro che lo conoscevano e che ancora lo riempiono di lodi. »

Dom Jean Pégon

per priori generali

Oggi voglio portarvi a conoscenza di Dom Jean Pegon il Priore Generale che fu in carica dal 1649 al 1675 e che precedette Dom Innocent Le Masson.

Chi era costui?

Jean Pégon appartenente ad una onorevole famiglia dell’Alvernia, nacque in una piccola frazione del comune di Langeac nel 1590. Da giovanissimo, diede addio al mondo volendosi ritirarsi nella solitudine di un chiostro,

Dopo essersi presentato, nel 1611, alla Grande Chartreuse il Reverendo Padre Dom Bruno d’Affringues, pur sapendo apprezzare gli uomini con vocazione, dopo averlo esaminato, ritenne prudente opporsi alla sua ammissione, perché non lo trovò né sufficientemente istruito, né abbastanza robusto. Tuttavia, mosso dal dolore manifestato dal giovane postulante Jean , e commosso dal suo ardente desiderio di consacrare la sua vita a Dio, tra i figli di san Bruno, gli disse: “Potresti, forse, avere qualcosa”.se ti rechi alla Chartreuse de Beaune; “Essa è stata assalita dai protestanti, e sette dei” suoi religiosi sono stati massacrati, la Certosa è appena emersa dalle sue rovine ed è priva di soggetti, “Non sarà difficile… Vai a vedere.» Così licenziato Jean Pégon si presentò e fu accolto in questo monastero. Trentotto anni dopo, dopo aver occupato i più importanti incarichi dell’Ordine, e lasciata ovunque la fama di amministratore fuori dal comune l’ex Postulante, licenziato dalla Grande Chartreuse perché poco capace, vi tornò con il titolo di Generale. A Beaune, egli fece la professione solenne l’11 giugno del 1612, fu poi sacrista e poi procuratore nel 1619. Pochi anni dopo, Dom Pégon fu nominato Priore di questa Casa, che diresse per qualche tempo con la massima saggezza; ma, nonostante il suo desiderio di rimanere in questo monastero dove stava facendo del bene, dovette sottomettersi alla volontà dei suoi superiori. Il Capitolo Generale, che aveva bisogno di amministratori prudenti e di personaggi di riconosciuta santità, per far fiorire la disciplina in alcuni monasteri, lo mandò a dirigere successivamente le Certose di Troyes prima come rettore, nel 1629, e poi come priore nel 1630, priore a Val-Saint Pierre nel 1632, e priore a Digione nel 1639, lo nominò poi Visitatore delle Province di Francia e Piccardia. Alla morte del Reverendo Padre Dom Léon Tixier, i Religiosi della Grande Chartreuse, pieni di stima per i suoi meriti e le sue virtù, lo scelsero come Generale dell’Ordine, verso la fine dell’anno 1649. Dom Jean Pégon seppe con la bontà e la sua dolcezza conquistare l’affetto dei suoi Religiosi. Dedito al bene spirituale del suo Ordine, riuscì a ristabilire la disciplina certosina in un certo numero di Case che sembravano abbandonarsi al rilassamento. Il suo ideale era la perfezione religiosa. Amico delle belle lettere, ha unito una vasta erudizione con una purezza e un’eleganza di stile che hanno dato un valore reale ai suoi discorsi ed ai suoi scritti, fu noto per la sua eloquenza. A lui si deve la magnifica Mappa dei Generali dell’Ordine, incisa nel 1649.

Il mantenimento e la prosperità della Grande Chartreuse furono, per il nuovo Generale, oggetto di cure speciali. Un testimone oculare, in appunti manoscritti sull’origine e la situazione delle Case dell’Ordine, ci dice che “dopo tante disgrazie, la Grande Chartreuse è ora in così buone condizioni che solo il ricordo delle sue perdite rimane senza alcun segno dei suoi incendi e gli incidenti del passato, soprattutto per le belle riparazioni che il Reverendo Padre Dom Jean Pégon, ora saggiamente e felicemente governando l’Ordine, ha fatto lì e si preoccupa ogni giorno di aumentare, avendo adornato la chiesa con il quadro che vediamo lì e comprò i quattro grandi candelieri che stanno davanti all’altare maggiore. Fece realizzare anche i ricchi abbellimenti all’ingresso del cancello del cimitero; infine in parecchi altri luoghi lascia ai posteri testimonianze storiche della sublimità del suo genio e dello zelo che ha e per il bene universale dell’Ordine e per l’utilità di questa Casa di Certosa; Dio lo preserva e gli dà gli anni che merita. Dom Pégon amava molto la solitudine; per questo, nel desiderio di ottenere di volta in volta qualche giorno di ritiro, fece costruire, intorno al 1660, nella solitaria valle di Tenaison, una cappella in onore di San Giovanni Battista e una casetta dove si ritirava ogni anno per trascorrere alcuni giorni in preghiera e meditazione. Là dimenticò le tante faccende dell’Ordine e pensò solo a Dio e alla salvezza della sua anima. Nonostante la sua veneranda età, Dom Jean Pégon ha sempre voluto essere vincolato dalle austerità della Regola e dagli obblighi del suo ufficio. Il giorno prima di morire scriveva ancora la sua corrispondenza da solo e non depose la penna, per così dire, finché non spirò. Morì, rimpianto dai suoi religiosi, il 15 ottobre nell’anno 1675. La Carta del Capitolo Generale del 1676 traccia in poche righe il ritratto di questo eminente Generale. “Abbiamo appena perso il reverendo padre Dom Jean Pégon, priore di Chartreuse; sempre colmo del più tenero amore per Nostro Signore, visse sessantacinque anni in mezzo a noi, famoso per le sue virtù di ogni genere, soprattutto per la sua notevole prudenza e dolcezza; caro, al di là di ogni espressione a Dio ed a chiunque lo abbia conosciuto: per ventisette anni ha sostenuto il mondo certosino con le sue instancabili opere; infine, dopo una serie di punizioni subite per il suo Ordine, tenendo, come un altro Mose, gli occhi alzati al cielo per due ore, morì all’età di ottantacinque anni, il più anziano di tutti i certosini di questo tempo”.

Un video del 1991

Cattura

Voglio concludere questo mese di agosto con una vera chicca che giunge dal passato. Si tratta di un brevissimo video estratto dal programma televisivo francese “Autrement dit” andato in onda sabato 6 luglio 1991. Risulta essere una gradevole testimonianza della vita quotidiana dei monaci certosini della Grande Chartreuse, con immagini inedite accompagnate da interviste in lingua francese.

“Che tu creda in Dio o no, non importa, ogni persona ha un valore fondamentale di se stessa”.

Buona visione!

Dom François Maresme

BenQ Digital Camera

Nell’articolo odierno voglio farvi conoscere la figura di uno dei Priori Generali dell’Ordine certosino, il valenciano Dom François Maresmes.

François Maresmes (in valenciano Francesc Maresmes) nacque a Sagunto (Valencia) verso il 1377. Entrò nella certosa di Porta Coeli nel 1402, e ben presto, nel 1406 ricoprì gli incarichi di procuratore e poi di sacrista. Da subito si fece apprezzare per le sue doti, che portarono a ricordarlo come “uomo di misericordia libera, di rinomata prudenza e studioso degno di lode “. Pertanto la comunità lo elesse Priore nel 1414. In questi anni si è in pieno “grande scisma d’occidente“, pertanto in quel caos, come saprete, anche i certosini si trovavano divisi.

Dom François Maresmes, ricoprì un ruolo determinante, difatti nel 1418, partecipò insieme ad un gruppo di monaci che riuscirono a raggiungere un’accordo con la Grande Chartreuse per riottenere la riunificazione dell’Ordine certosino delle sette certose iberiche. Ottenuto questo importante risultato fece ritorno a Porta Coeli l’11 aprile del 1419 per annunciare l’esito positivo della vertenza.

Dom Maresmes fu poi nominato il 15 maggio 1419 dal Capitolo Generale, visitatore della provincia della Catalogna, dove profuse un grande impegno. Si occupò attivamente dei primi sviluppi della certosa di Montalegre. Nel 1425, fu poi nominato priore della certosa di Val de Christo e cercò di riportare sotto l’autorità di Roma gli ultimi sostenitori di Benedetto XIII. Nel 1433 si recò al Concilio di Basilea dove rappresentò i certosini in compagnia di altri priori dell’Ordine, si narra che il pontefice Eugenio IV intendeva nominarlo cardinale, ma egli rifiutò rivendicando la volontà di continuare la severa vita monastica certosina. Abbandonò poi il priorato di Val de Christo e si trasferì come semplice monaco alla Grande Chartreuse, ma dove fu chiamato ad essere coadiutore del vecchio Priore Generale Guillaume III de La Motte. Successivamente, nel 1437, fu eletto Priore della Grande Chartreuse e Generale dell’Ordine, incarico che svolse fino al 23 gennaio del1463, giorno della sua morte.

L’autore del dipinto che ho inserito in questo articolo, e che ritrae Dom Francesc Maresmes, fu un suo confratello certosino di Porta Coeli, tale Dom Ginés Diaz. Questi realizzò molte opere per la sua certosa tra il 1620 ed il 1650, tra questi una serie di tele raffiguranti la vita di San Bruno, che si trovano nella sala capitolare della certosa, ed alcuni ritratti, tra cui quello di Fray Juan de Nea e quello di Francesc Maresmes, entrambi attualmente conservati nel Museo delle Belle Arti di Valencia. Dom Ginès Diaz morì a causa di un’indigestione causata dall’acqua infetta di un pozzo nel 1654 nella certosa di Via Coeli, dove era Vicario. Alla sua morte il Capitolo Generale del 1655, gli accordò dei suffragi particolari!

Oggi a Sagunto, la sua città natale, vi è una strada a lui dedicata ed un monumento con un suo busto eretto a sua memoria in una piazza della cittadina.

Maresme sagunto

Una triste ricorrenza

Quel triste 23 aprile 1903

Oggi 29 aprile, in occasione della ricorrenza di un ignobile anniversario che riguarda l’espulsione subita dai certosini della Grande Chartreuse in questo triste giorno del 1903, voglio proporvi un documento eccezionale.

Ma prima una premessa, cosa accadde nelle settimane precedenti quel mercoledì 29 aprile?

La Camera dei Deputati, nonostante qualche velata opposizione, il 26 marzo si era opposta alla richiesta di autorizzazione a continuare a svolgere vita monastica fattagli pervenire dalle autorità dell’Ordine, con una lettera del Priore Generale Dom Michel Baglin.

E di conseguenza, dal 31 marzo fu deciso di inviare in Inghilterra il Noviziato presente nella Grande Chartreuse. Successivamente gli anziani e gli ammalati furono distribuiti tra le varie case all’estero. La produzione del liquore fu spostata a Tarragona, in Spagna. Dodici Padri e dieci Fratelli decisero di rimanere nella Grande Chartreuse fino alla fine.

Lo stesso 31 marzo, la prima camera del tribunale civile di Grenoble nominò il signor Henri Lecouturier, arbitro commerciale a Parigi, liquidatore dei beni dei certosini. Il giorno seguente, mercoledì primo aprile fu notificato al RP Generale, il primo diniego di autorizzazione, in secondo luogo fu indicato il tempo di quindici giorni concesso alla comunità per sciogliersi e lasciare i locali. L’11, dopo la deliberazione, i certosini, in piena conformità con le risoluzioni del Capitolo generale decisero: sarebbero rimasti e avrebbero ceduto solo alla violenza!

Ma ecco il documento di cui vi parlavo, una lettera dal tono vibrante del Reverendo Padre Dom Michel Baglin destinata al Primo Ministro Emile Combes.

Il 14 aprile, alle quattro del pomeriggio, padre Dom Michel, priore della Grande Chartreuse e Generale dell’Ordine, ha così consegnato al signor Urbain Poncet, avvocato presso la Corte d’appello di Grenoble, la lettera da lui inviata a Emile Combes.

Questa lettera fu pubblicata la sera seguente e la mattina seguente dai giornali:

Signor Presidente del Consiglio, scadranno i termini che gli agenti della sua amministrazione credevano di poter fissare per la nostra permanenza alla Grande Chartreuse. Ora, primo, hai il diritto di sapere che non abbandoneremo il posto di penitenza e intercessione dove è piaciuto alla Provvidenza di collocarci. La nostra missione qui è soffrire e pregare per il nostro caro Paese: solo la violenza fermerà la preghiera sulle nostre labbra.

Purtroppo, nei giorni difficili in cui regna l’arbitrio, è necessario prevedere le contingenze più tristi; e poiché, nonostante la giustizia delle nostre richieste, è possibile che un colpo di forza improvvisamente ci disperda e addirittura ci butti fuori dalla nostra patria, vorrei dirti oggi che ti perdono, a nome mio personalmente e in il nome dei miei colleghi, le varie procedure, così poco degne di un capo di governo, che avete impiegato nei nostri confronti. In altri tempi, l’ostracismo non disdegnava, come fa oggi, armi apparentemente leali.

Tuttavia, crederei che sto venendo meno al dovere della carità cristiana se, al perdono che ti concedo, non aggiungessi un consiglio salutare insieme a un avvertimento serio. Il mio doppio carattere di sacerdote e religioso mi autorizza indiscutibilmente a rivolgermi a entrambi, per fermarvi, se avete ancora qualche traccia di cautela, nell’odiosa e inutile guerra che state conducendo contro la Chiesa di Dio.

Così, su vostro urgente invito e sulla produzione di un documento di cui non dovreste, a quanto pare, ignorare la manifesta falsità, una Camera francese ha condannato l’Ordine di cui Nostro Signore mi ha stabilito come Capo. Non posso accettare questa frase ingiusta; Non lo accetto; e, nonostante il mio sincero perdono, chiedo la revisione, secondo il mio diritto e mio dovere, da parte dell’infallibile Tribunale di Colui che è costituito nostro Giudice Sovrano. Pertanto, – presti particolare attenzione alle mie parole, signor Presidente del Consiglio, e non abbiate fretta né di sorriderle, né di considerarmi un fantasma di un’altra epoca, – di conseguenza verrete con me davanti a questo Tribunale di Dio. Là, niente più ricatti, niente più artifici di eloquenza, niente più effetti tribunali o manovre parlamentari niente più documenti falsi o una maggioranza compiacente; ma un giudice calmo, giusto e potente, e una sentenza senza appello, contro la quale né tu né io possiamo protestare.

A presto, Signor Presidente del Consiglio!

Non sono più giovane e tu hai un piede nella tomba. Preparati, perché il confronto che ti sto annunciando ti riserverà emozioni inaspettate. E, per quest’ora solenne, conta più su una sincera conversione e una seria penitenza che sulle capacità e sui sofismi che risparmiano i tuoi fugaci trionfi.

E poiché il mio dovere è restituire il bene per il male, pregherò, o, per dirla meglio, noi certosini, di cui avete decretato la morte, continueremo a pregare il Dio delle misericordie, che perseguitate così stranamente nei suoi servi , affinché ti conceda il pentimento e la grazia di salutari riparazioni.

 Signor presidente del Consiglio, sono il vostro umilissimo servitore.

Fratello Michel Baglin, Priore della Grande Chartreuse.

Dom Michel Baglin

Quello che accadde il 29 aprile del 1903 resta una pagina tristissima della storia dell’Ordine certosino.

Ma cosa accadde poi ai protagonisti principali di questa vicenda?

Combes Dom Baglin

                       Emile Combes                                                          Dom Michel Baglin

Ebbene, Emile Combes morì il 25 maggio del 1921, mentre Dom Miche Baglin terminò i suoi giorni terreni piamente il 20 gennaio del 1922. Ebbe dunque tutto il tempo di pregare per l’anima dello sfortunato uomo che lo aveva preceduto nell’aldilà ed al quale, come abbiamo visto nella lettera che vi ho proposto, aveva preso appuntamento davanti alla Corte del Sovrano Giudice. Entrambi in breve tempo sono apparsi davanti a Dio, il persecutore e la sua vittima.

Possa Dio averli ammessi per l’eternità a godere della Sua Luce.

I Priori Generali sepolti in Italia

Nell’articolo di oggi voglio parlarvi della inconsueta sepoltura di tre Priori Generali dell’Ordine certosino. Difatti, contrariamente al solito, ovvero che colui che ricopre l’incarico di Priore della Grande Chartreuse è allo stesso tempo Priore Generale, e quindi alla fine dei suoi giorni è seppellito nel cimitero con le croci di pietra ad essi dedicato (nella foto).

Ma cosa ha impedito questa consuetudine?

A seguito della ignobile espulsione subita dai certosini della Grande Chartreuse il 29 aprile del 1903, frutto di odiose leggi anticlericali andate in vigore in Francia a seguito della Rivoluzione e che si concluderanno con la definitiva separazione tra Stato e Chiesa avvenuta nel 1905, la comunità espulsa trovò rifugio nella certosa di Farneta.

Fu così che il 10 novembre del 1903 l’Ordine certosino dovette riacquistare la certosa di Farneta, nel frattempo diventata proprietà privata. Difatti, l’eremo certosino toscano nel1806 a sua volta era stato soppresso, come tutti gli ordini religiosi dello stato lucchese, ed anche i certosini di Farneta furono così costretti ad abbandonare il monastero.

I monaci della Grande Chartreuse espulsi dalla Francia poterono così trasferirsi “in esilio” a Farneta. La certosa di Farneta diventava così la Casa Generalizia dell’Ordine ed in essa vi furono trasportati, tra l’altro l’importante archivio e la grande biblioteca provenienti dalla Grande Chartreuse..

Ma la piccola certosa, in disuso da un secolo, non era pronta per tornare alla sua antica destinazione. Si rese necessario l’ampliamento della casa per poter accogliere i Priori del Capitolo Generale e per ospitare la comunità della Grande Chartreuse. Un lavoro considerevole fu intrapreso e svolto con rapidità, nonostante le numerose difficoltà La vecchia struttura della certosa fu completamente rispettata e restaurata ed il numero delle celle fu triplicato, l’intero chiostro prese la graziosa forma di un immenso colonnato rettangolare, la cui profondità ricorda in qualche modo il chiostro della Grande Chartreuse. Sul fronte furono costruiti due grandi edifici, uno per gli ospiti e per i Priori ospiti del Capitolo Generale, l’altro per i Fratelli e per le obbedienze.

Nel 1903 e nel 1904, non potendo convocare il Capitolo Generale a Farneta, il Reverendo Padre ottenne dalla Santa Sede l’autorizzazione a riunirlo presso la Certosa di La Valsainte, in Svizzera. Fu lì che si tenne effettivamente l’incontro del 1904. Fu stabilito che il governo dell’Ordine, con il Reverendo Padre ed il Capitolo Generale, avrebbe avuto come sede Farneta.

Nel 1905, per la prima volta, si riunì a Farneta il Capitolo Generale.

Rara immagine del Capitolo generale del 1905 alla certosa di Farneta

Rara immagine del Capitolo generale del 1905 alla certosa di Farneta

I tre Priori Generali a Farneta dal 1903 al 1940

Tre quindi furono i Priori Generali che si susseguirono in questo periodo, e che quindi morirono e non furono sepolti nel cimitero delle croci di pietra della Grande Chartreuse.

  • 1892-1905 : Michele Baglin
  • 1905-1911 : Renato Herbault
  • 1911-1938 : Giacomo Maria Mayaud

Dom Michel Baglin

Alfred – Louis Baglin, nacque a Château-Gonthier (Mayenne), il 15 novembre del 1839. Egli fece la professione solenne nella certosa di Notre Dame de Pres a Montreuil il 3 giugno del 1883. Fu eletto priore di Valbonne, e successivamente, nel 1892 fu incaricato come Priore Generale alla Grande Chartreuse. Ebbe il compito di organizzare le case rifugio, durante l’espulsione subita nel 1901. Rimase in tale incarico fino al 1905, quando decise per motivi di salute di ritirarsi, ottenendo misericordia, gli fu restituita così la pace, il silenzio, la felicità nascosta e raccolta della vita di un semplice religioso, interamente consacrato a cercate solo Dio. Scelse di ritirarsi alla certosa di Calci, Si narra che un anno dopo, alcuni Priori, venuti al Capitolo Generale e di passaggio a Pisa, si fermarono per alcune ore nella certosa dove si era ritirato Dom Michel, volendo salutare di passaggio il loro ex Generale. Era l’ora del lavoro manuale e lo trovarono nel suo giardino, con un grembiule da lavoro, la vanga in mano, calzato con zoccoli terrosi e copiosamente sudato! La vita certosina ha questi contrasti e questa semplicità…

A Calci terminò i suoi giorni terreni il 20 gennaio del 1922 dove fu sepolto.

Dom Renè Herbault

René-Marie Augustin Herbault nacque a Fontevrault, nella diocesi di Angers, il 2 febbraio del 1844. Entrò nella Grande Chartreuse e fece la professione il 22 gennaio del 1868. Successivamente fu nominato Procuratore Generale a Roma, fu dunque eletto il 3 maggio 1905 Priore Generale della Grande Chartreuse esiliata a Farneta, come successore di Dom Baglin. Nessun fatto esterno molto saliente contraddistinse il suo generalato, egli è ricordato come un padre pieno di gentilezza. Religioso esemplare, con una modestia pari solo alla sua pietà, Dom René non ebbe la fortuna di vedere riaprire la Grande Chartreuse. Morì in carica il 14 dicembre 1911, dopo una brevissima malattia, e fu seppellito nel cimitero di Farneta.

Dom Jacques Mayaud

Pochi giorni dopo la morte di Dom René Herbault, si elesse Priore e Generale dell’Ordine Dom Jacques-Marie Mayaud, nato a Saumur, nella diocesi di Angers, il 28 novembre del 1855, e professo a Valbonne il 21 novembre 1887. Al momento dell’espulsione del 1903, Dom Jacques era al fianco di Dom Michel Baglin, di cui era lo scriba. Quando Dom René fu eletto Priore Generale nel 1905, Dom Jacques lo aveva sostituito a Roma come Procuratore Generale. Divenuto a sua volta Reverendo Padre nel dicembre del 1911, conobbe i tumulti della prima guerra mondiale. Dal 1915 al 1918 gli fu impossibile, nel blocco universale delle comunicazioni, convocare il Capitolo Generale.

Dom Jacques diresse e svolse in prima persona, l’opera di adeguamento degli Statuti certosini al nuovo Codice di Diritto Canonico, opera richiesta dalla Santa Sede. Nel 1930, Dom Jacques preparò anche con il Capitolo Generale, una nuova edizione dell’Ordinario o Cerimoniale Certosino.

Le sue infermità lo costrinse, all’inizio del 1938, a chiedere alla Santa Sede di accettare le sue dimissioni. Ottenne con soddisfazione misericordia il 19 febbraio. Dom Jacques morì il 29 ottobre dello stesso anno, e fu seppellito nel cimitero della certosa di Farneta.

Per completezza…

Il 2 marzo 1938, la comunità di Grande Chartreuse ospitata a Farneta elesse a Generale dell’Ordine, Dom Ferdinand Vidal, già procuratore dal 1930. Questi ebbe la pesante responsabilità seguita dalla grande gioia di riportare i certosini nella culla del loro Ordine, ma questa è un’altra storia che presto vi racconterò.

Soltanto nel 1940 la comunità poi poté rientrare in Francia, fatto che fu accelerato anche per l’ingresso in guerra dell’Italia contro la Francia. Con decreto della Santa Sede del 3 agosto 1940, la certosa di Farneta fu così costituita Casa regolare con proprio noviziato.

Dalla Grande Chartreuse non solo il liquore

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La tisana dei Padri Certosini è un prodotto preparato con cura “certosina” dai monaci della Grande Chartreuse. Non solo il famigerato liquore, dunque, ma grazie alla loro vasta conoscenza delle piante, acquisita nel corso delle generazioni e tramandata di fratello in fratello, i certosini della Grande Chartreuse hanno potuto comporre questa tisana con piante accuratamente selezionate. Grazie ai benefici delle 25 piante che la compongono, la tisana “Père Chartreux” è ideale per rilassarsi e perfetta per facilitare la digestione: fiori, foglia d’arancio e tiglio calmeranno le vostre tensioni, la verbena aiuterà la digestione e la menta porterà un tocco di freschezza all’insieme. Questo primo tipo è prodotto in scatola di 24 bustine, oppure sfusa in scatola da 30 grammi.

Foto Tisana

Altra tisana prodotta e venduta dai monaci della Grande Chartreuse è la “Tisana di Frère Laurent”. Distillatore dei liquori Chartreuse per più di 30 anni, fratello Laurent ha utilizzato la sua conoscenza delle piante per sviluppare questa tisana. Diversa dalla precedente, la Miscela di Frère Laurent è quella che i monaci consigliano preferibilmente al mattino e dopo pranzo essendo digestiva, rilassante, anestetica, analgesica, antisettica, decongestionante, balsamica e carminativa.

La sua composizione? Melissa, menta piperita, bacche di ginepro, finocchio, cumino e anice. E’ venduta sfusa in scatola da 30 grammi.

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Qui il link per chi volesse acquistarle online

Dom Dysmas de Lassus sugli abusi in religione (Parte seconda)

Dom Dysmas de Lassus nel cimitero della Grande Chartreuse

Proseguiamo, cari amici, il resto dell’intervista rilasciata da Dom Dysmas de Lassus, parole forti che denunciano una situazione definita cancerosa. Continuiamo la lettura e scopriamo il resto…

Nella storia della vita religiosa, i fondatori hanno sempre un posto importante?

Jean-Marie Gueullette mi diceva che, per i domenicani, san Domenico è l’iniziatore. Non minimizzava la sua importanza, ma non lo presentava come una figura immensa. Il fenomeno del sovradimensionamento del fondatore è, ritengo, un fatto moderno. Ora, quando si tende al culto della personalità, lo Spirito Santo fa tanta fatica a passare…

Come affrontare il tema dell’obbedienza?

C’è un problema, per imparare l’obbedienza nella Chiesa. Storicamente, sull’argomento si è passati da un estremo all’altro. Con il Concilio Vaticano II, è stata rimessa in discussione una concezione troppo rigida dell’obbedienza; siamo tutti d’accordo nel dire che il cambiamento era necessario. E tuttavia… il timore di un eccesso di regole è tracimato in un’assenza di regole e, conseguentemente, ciò ha spesso comportato che la persona con maggiore influenza si imponga. Questo, coniugato con un desiderio di vita nello Spirito Santo, ha potuto generare la delega a una persona umana di un’autorità che essa non avrebbe dovuto avere.

Negli istituti religiosi antichi, si sa che il voto di obbedienza è sempre fatto in un quadro: un benedettino promette di obbedire al suo abate… nella misura in cui costui si esprime all’interno della Regola. Obbedire è un agire: nessuno può imporre un pensiero per obbedienza. Questo sembra semplice, ma oggi tocchiamo con mano quante derive verso l’abuso hanno avuto luogo in ragione dell’oblio di tali evidenze. Il religioso che obbedisce conserva sempre un’intelligenza e una responsabilità. Nessuna ingiunzione all’unità – cosa molto colpevolizzante! – deve far scomparire il discernimento personale. Dicevo spesso ai novizi che non si obbedisce che se lo si vuole. È una cosa decisamente flagrante, nel nostro ordine, perché viviamo in solitudine: nessuno sorveglia chi fa cosa nella sua cella – e nessuno deve farlo. Nella vita religiosa, promettiamo obbedienza a Dio attraverso un’autorità umana – un priore, un maestro dei novizi. Questo “attraverso” è fondamentale.

Quali sono i rimedî alle derive nella vita religiosa?

Penso che le derive settarie intervengano quando non si cerca piú di formare delle persone ma si corre dietro a un modo di funzionamento unitario, liscio. Ora, il cuore della vita religiosa sta nell’aiutare i suoi membri a stare nel profondo di Dio, prima di essere figli della comunità. Essi devono allora sentire questa libertà nella comunità, anche se non sono indipendenti: libertà di restare esprimendo dei disaccordi, libertà di partire senza vedersi predire ogni sorta di catastrofi, se non si è ancora impegnati.

Il primo passo della guarigione è comprendere la malattia con la quale abbiamo a che fare. Tecnico per temperamento, penso che mostrare i meccanismi apra la porta a una presa di coscienza di quanto non è “normale”. Poi, bisogna voler cambiare. Gli elementi di una deriva settaria assomigliano a una ragnatela, con dei punti di sostegno incrociati: toglietene uno e il resto viene meno. Per esempio, per cambiare una struttura piramidale nefasta basta volerla cambiare, anche se le conseguenze di piccole trasformazioni in modi d’azione sedimentati, in una comunità e nelle persone, fanno paura. Può volerci del tempo. Ce ne vuole molto per acclimatarsi all’idea di un prete aggressore. Ce ne vuole anche per accettare l’idea che una comunità, anche riconosciuta e blasonata, possa ospitare abusi al suo interno.

Voler ascoltare le vittime è già una breccia nel sistema abusivo. Nelle ultime comunicazioni di Papa Francesco sugli abusi – la Lettera al Popolo di Dio, la lettera apostolica Vos estis lux mundi– ho sentito un vero appello a che la parola si liberi. Un appello a che, davanti a questa parola liberata, ci sentiamo tutti parte in causa. Anche per questo il mio libro si inscrive in un reale servizio ecclesiale.

Di fronte alle rivelazioni di abuso concernenti Jean Vanier, come fare fronte a un senso di scoramento?

Prima che il mio libro prendesse forma, avevo consegnato le mie riflessioni in un testo che ha costituito la mia prima tappa di scrittura sulle derive nella vita religiosa. Esso è circolato nelle comunità cristiane e in ambienti religiosi. Un giorno ho ricevuto la lettera di una provinciale di un ordine antico che mi diceva di tutto il bene che questo testo – dato in lettura alle suore – aveva fatto. Non era destinato a loro, ma quella superiora pensava che fosse importante interpellare le formatrici della sua provincia, anche se non si trovavano in una situazione di deriva settaria. Io affermo che abbiamo, nella vita religiosa, la capacità interna di rimetterci in questione.

Del resto, vediamo congregazioni duramente toccate che si trasformano: la fraternità di San Giovanni fa un lavoro interessante, ad esempio; rimettere in discussione il fondatore nello spazio di sei anni resta un bel passo in un tempo breve – anche se le vittime hanno dovuto attendere troppo a lungo. Ma guardate le Fraternità di Gerusalemme: appena è uscito il racconto di una vittima del loro fondatore, hanno lanciato un’inchiesta e un appello alla testimonianza. Solo qualche anno fa ciò sarebbe stato impensabile.

Il lavoro di scrittura ha avuto degli effetti sulla sua vita religiosa personale?

Riconosco che sí, ha avuto un vero impatto sulla mia vita, da quattro anni a questa parte, soprattutto perché non amo scrivere! E poi perché l’argomento è doloroso. Eppure so cos’è la vita in Certosa e, da quando sono priore, non è piú quella che conduco: sono costantemente immerso in comunicazioni per assicurare il governo dell’ordine.

A che cosa assomiglia la vita di un certosino “normale”?

Se procede bene, assomiglia anzitutto a una bella storia d’amore, come ogni vita religiosa! È la sola cosa che possa giustificare una vita come la nostra, altrimenti la solitudine diventa isolamento. Ho l’abitudine di dire che un certosino dovrebbe essere – e talvolta lo è – l’uomo meno solo al mondo, perché il nostro fine è stare sempre con Dio. Il silenzio e la solitudine non sono che dei mezzi per arrivarci.

Questa vita non assomiglia invece all’immagine che la gente se ne fa. Lotto invano contro l’idea che saremmo privi di gravità, quasi sospesi «tra cielo e terra», come dice Robin Bruce Lockart in uno dei suoi libri. Quando si è in una comunità, si tengono sempre i piedi nel fango! Abbiamo una vita vicinissima a ogni vita normale, con gelosie, momenti di rabbia, contesti di fraternità, anche discussioni… Perché non siamo né eremiti né completamente in silenzio.

Chi arriva alla Certosa vive uno scarto tra il ritmo della società che lascia e la vostra vita?

Lo scarto tra il mondo e la nostra vita è colossale. Conservo in me un ricordo imperituro del mio primo Natale in Certosa, a 21 anni. Vengo da una famiglia numerosa e, la sera di Natale, ero sempre con tante persone. Qui, prima del 26 dicembre non c’è assolutamente niente. È stato uno choc. Quelli che oggi si uniscono a noi non hanno problemi a ritrovarsi senza telefono, senza internet. La vera difficoltà riguarda la fragilità delle psicologie, che incontriamo molto piú che in passato. Impegnarsi “per sempre” non è piú una cosa scontata, nella nostra società. I profili che incontriamo hanno conosciuto situazioni famigliari scoppiate, percorsi poco lineari. La questione di una fedeltà fino alla fine della vita è molto piú complicata da imparare. Abbiamo rinforzato la formazione iniziale perché i postulanti portano in sé un po’ del “bazar” di questo mondo che non sempre li ha ben strutturati. Però alcuni scoprono il cuore della nostra vita.

È una vita bella, perché tutto quello che la abita ha un senso. Quante persone oggi hanno una vita che non ha senso? E poi è un lungo cammino, perché con noi certosini il Signore non ha fretta.

dom dysmas

Dom Dysmas de Lassus sugli abusi in religione

Dom Dysmas e la Grande Chartreuse

Dom Dysmas e la Grande Chartreuse

Cari amici, apro questo mese di marzo con una preziosa intervista rilasciata dal Priore Generale Dom Dysmas de Lassus, al sito francese cristiano d’attualità “La Vie”. Dom Dysmas ha ricevuto “La Vie” alla Grande Chartreuse, a pochi giorni dall’uscita di un suo libro, frutto delle sue riflessioni sugli abusi nelle comunità religiose. Per ora vi propongo l’intervista integrale, tradotta dal francese rilasciata lo scorso 11 febbraio alla giornalista Sophie Lebrun che pone interessanti quesiti al Priore certosino, il quale risponde con il suo stile su temi molto delicati.
Già questa intervista sembra una pietra miliare, immaginiamo cosa sarà il contenuto del libro!
Essendo il testo molto lungo ho suddiviso in due articoli l’intera intervista. Buona lettura.
La neve si fa attendere, quest’anno. A malapena imbianca le falesie del Grand Som, che si slancia verso il cielo culminando a 2026 metri. Ai suoi piedi, i numerosi edifici del monastero della Grande Certosa, muri bianchi sovrastati da tetti grigi, si annidano in un angolo della vallata. Malgrado i numerosi cartelli “zona di silenzio” scritti sotto lo schizzo di un monaco, i colpi di martello su barre di ferro risuonano da una parete rocciosa all’altra. «Siamo in un edificio dichiarato monumento storico: ci sono sempre dei lavori…», spiega Dysmas de Lassus, ministro generale dei Certosini, che ci accoglie davanti al grande portale rosso del suo monastero. Fatto eccezionale, l’uomo dal saio bianco e dalle folte sopracciglia ci accompagna oltre la scritta incisa in nero su una targa in legno: “Il monastero non si visita”. Penetriamo nella Grande Certosa. Una volta dall’altra parte della enorme porta di legno dall’impressionante serratura – «Anch’essa dichiarata monumento storico», accenna il priore divertito – dobbiamo fermarci. Davanti a noi un giardino con vialetti di ghiaia contornati da siepi di bosso, che conduce a un immenso edificio di quattro piani. In certe famiglie della regione si raccontano ancora le visite lungo i misteriosi corridoi, abbandonati, quando – nella prima parte del XX secolo – i frati erano in esilio in Italia dopo essere stati cacciati dallo Stato francese. Non avremmo attraversato quei quattro cardini arrugginiti fissi nella pietra squadrata. «La clausura comincia qui», si scusa don Dysmas, tanto piú desolato in quanto una donna non può assolutamente oltrepassarla, laddove per un uomo ci sarebbe stata una chance…
Bisognerà accontentarsi delle parole, eccezionali, di questo religioso normalmente dedito a una vita di solitudine e di silenzio. Seduto nel faldistorio di un salone grazioso, sotto lo sguardo di san Bruno, fondatore del luogo e dell’ordine certosino, Michel de Lassus, che ha scelto come nome di religione quello del Buon Ladrone del Vangelo, rilascia a La Vie una lunga intervista in occasione della pubblicazione del suo libro, Risques et dérives de la vie religiose (Cerf).

Perché esce dal suo silenzio?

Non “ho” deciso di parlare, né di scrivere, sugli abusi nella vita religiosa: questa cosa mi si è imposta. Dopo essere diventato priore della Grande Certosa, nel 2014, ho intrattenuto uno scambio epistolare che mi ha condotto a incontrare una donna in difficoltà; sono stato toccato dalla sua testimonianza. Ne ho lette altre, e ancora altre vittime mi hanno sollecitato per dei colloqui. Nella nostra regola si trova specificato che noi non facciamo direzione spirituale: difatti non è quanto ho fatto, però ho potuto essere una persona in ascolto per coloro – principalmente delle religiose o delle ex suore – che non avevano trovato orecchie attente. Davanti alla coerenza tra i racconti di abusi in comunità molto differenti, ho progressivamente preso coscienza che siamo davanti a un problema considerevole.

Siamo dunque di fronte a una situazione storicamente rilevante?

La Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica indica che, nel 2018, il 3,8% degli istituti nel mondo è toccato da una visita apostolica e dunque presenta motivo d’attenzione. Un dato che è al contempo piccolo… e grande; se non bisogna dire che va tutto male, esso resta elevato in misura anomala. Gli abusi spirituali non sono cosa di ieri – sono cosa umana e sono sempre esistiti –, ma non vedo un periodo in tutto simile a quello che viviamo. C’è, in effetti, la scoperta di un aspetto totalitario nei fenomeni coi quali ci troviamo a confrontarci. Si è molto parlato della questione degli abusi sessuali su minori – è una benedizione che si sia usciti dal silenzio, a tal riguardo –, al punto che per questo specifico aspetto penso che possiamo essere fieri della Chiesa in Francia e del modo in cui essa reagisce. Non lo avrei detto, prima del 2019… Il campo delle violenze sessuali su persone adulte in contesti ecclesiali resta meno noto. Quanto a quello degli abusi spirituali, esso è poco compreso e difficile da apprendere.
La mia riflessione ha incontrato quella di altri responsabili religiosi in Francia. Presidente della Conferenza Monastica di Francia, il padre abate dell’abbazia di Maylis, François You ha posto in essere due anni di studî sugli abusi, nel 2016 e nel 2017, essendosi egli stesso trovato a confrontarsi col problema. Quest’ultimo anno, egli ha proposto che l’assemblea regolare dei superiori monastici si tenga alla Grande Chartreuse perché io potessi assistervi. Non eravamo pronti a ricevere quaranta persone tutte insieme! È stato un momento di confronto importante per una presa di coscienza generalizzata. Mi ricordo delle parole d’introduzione di François You: sono i superiori di comunità che hanno creato le situazioni di abuso, non sempre avendo cattive intenzioni. Forse siamo tutti minacciati da codesto cancro, dunque sarà meglio sapere di che cosa si tratta.

Quali sono i sintomi di codesto “cancro”?

Codesta malattia è resa visibile anzitutto dallo stato di quante e quanti lasciano la vita religiosa a pezzi, distrutti. Ho sentito da parte loro questa terribile frase: «Non so piú chi sono». È totalmente anormale! Ci sono alti e bassi, nella vita religiosa (come in tutte); ma quando si esprime che non si trova piú il senso della vita, l’urgenza della situazione dovrebbe balzare alla vista.
Essendo stato per vent’anni maestro dei novizi, mi è capitato di confrontarmi con un giovane religioso preso da pensieri suicidiarî. La sera stessa l’ho mandato a stare con degli amici perché non restasse solo. Quando – raggelato dalla testimonianza di una donna che ha accompagnato delle suore alla loro uscita da una comunità – tutte, con la sola eccezione di una, avevano avuto l’idea di mettere fine ai loro giorni – ho trasmesso l’informazione a dei responsabili in seno alla Chiesa per i quali ho stima da piú punti di vista… e non c’è stata reazione alcuna… Il livello di anestesia è colossale!

Quali sono le cause di questa malattia generalizzata?

La piú facile da identificare è una struttura piramidale costruita attorno a un superiore. Egli riceve tutte le informazioni e limita, o impedisce, il dialogo profondo tra i membri della comunità. La deviazione si colloca allora al livello del controllo. A questo può aggiungersi l’ingiunzione della trasparenza, un terreno scivoloso che sconfina nel controllo dei pensieri. José Rodríguez Carballo, segretario della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, sottolinea il rischio di un istituto che si considera al di sopra degli altri, insistendo su un ruolo di “salvatore della Chiesa” che avrebbe ricevuto.
Questi elementi possono sussistere in diverse gradazioni, e una gradazione va tenuta a mente; ma quando essi entrano nello spirito delle persone queste non possono piú lottare, a poco a poco esse perdono coscienza di cosa sia la discrezione – nel senso monastico del termine, vale a dire la facoltà di discernere, il potere di fare una scelta libera. Esse non sanno piú che cosa sia un’interiorità realizzata. Alcune si ribellano, davanti a questo; eppure, se una persona all’interno di una comunità deviante può percepire intuitivamente degli elementi, essa non può convincersi da sé. Da solo, uno finisce col dirsi che ha torto, che il problema è lui, che ha capito male; perché non può avere ragione contro tutti. E allora si abdica davanti agli altri, davanti all’autorità.

Nella vita religiosa il rapporto con l’autorità è importante. In che cosa sarebbe un segnale di rischio?

La maniera di esercitare l’autorità è spesso una faccenda di trasmissione. Giovane scout, poi ufficiale di riserva in quanto capo-sezione in montagna durante il mio servizio militare, da parte mia ho ricevuto dei punti di riferimento. È stato osservando dom André, mio priore per vent’anni, che mi sono forgiato nella materia. Noi Certosini abbiamo nove secoli di tradizione – è un’eredità pesante da portare, ma dà una stabilità che garantisce grande sicurezza. Nelle comunità nuove c’è maggiore libertà… ma non è piú facile. Spesso la struttura di controllo viene impostata per paura di perdere il potere, alla nascita dell’istituto. Ora, quando il fondatore o la fondatrice la pone in essere – non necessariamente con malafede – la seconda generazione la eredita: o la rimette in discussione, o la mantiene identica a sé stessa, reiterando gli errori del passato.

È difficile mettere in discussione la propria eredità…

Questa difficoltà si annida nel passaggio da un’avventura quasi famigliare, delle origini, a una struttura piú grande. Io vengo da un contesto marittimo e mi viene un’immagine che esprime bene questa realtà: fare della vela e comandare una portaerei non sono cose che si fanno alla stessa maniera. In un piccolo gruppo, si seguono le idee del fondatore e tutto si discute. Quando il gruppo cresce, non si può continuare. Diventano indispensabili capitoli tra membri e formazioni adatte per tutti; vengono espressi i pareri divergenti e il movimento di tutti diventa piú lento. Ciò permette all’autorità di restare sufficientemente decentralizzata, e lo spirito dell’istituto non è perduto. L’agilità degli inizî lascia il posto a un appesantimento delle strutture che in sé non è cosa cattiva: una portaerei pesa piú di una barca a vela, non ci si può far nulla! Di sicuro non basta piú che il fondatore o i suoi successori schiocchino le dita perché tutta la carovana si muova… ma è piú sano. Ogni potere deve invocare un contro-potere; l’espressione di contrappesi e di resistenze fa parte degli elementi di equilibrio.
Continua…