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Grangia di Talamanca de Jarama

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L’approfondimento che oggi voglio proporvi è su di una importante grangia della certosa spagnola di El Paular. Conosciuta oggi, impropriamente, come Cartuja de Talamanca de Jarama essa è ubicata nella Comunidad de Madrid, al limite settentrionale dell’area urbana, i monaci certosini in progressiva espansione accumularono proprietà nella vallata e quindi decisero di realizzare questo complesso agricolo, motivati soprattutto dalle fertili condizioni del terreno della pianura del Jarama. I lavori di detto complesso dovettero iniziarono nel XVI secolo, modificando una preesistente enclave militare musulmana del IX secolo di cui si scorgono ancora le mura. Questa grangia si distingue per il suo grande valore storico e architettonico, oltre che per le sue notevoli dimensioni (18 mila mq)).
La sua importanza sta nell’aver conservato materiali, impianti e tecniche costruttive, utilizzate tra il XVI e il XVIII secolo, oltre a rispecchiare l’organizzazione economica delle certose, eminentemente agraria, basata sulla coltivazione dei campi e allevamento animale e, quindi, destinata allo stoccaggio di grano, vino, olio, aceto e diversi capi di bestiame.

Per tale motivo il 23 settembre del 1982, è stata dichiarata monumento storico artistico, dunque Bene di Interesse Culturale.
La proprietà è composta da vari fabbricati, attualmente tutti in cattivo stato di conservazione, è strutturata su due livelli ed è concepita intorno ad un chiostro a forma di elle, all’interno del quale troviamo diversi ambienti di interesse storico, come la cucina che ospita al piano interrato la cantina coperta da volte in mattoni, e la piccola ma deliziosa cappella, con bellissimi affreschi sul soffitto e sulle pareti.

A questi ambienti si aggiungono altre, costruzioni ausiliarie con strutture che mantengono solo una parte del loro perimetro in altezza muraria variabile e senza alcun tipo di copertura. In origine la grangia aveva dimensioni maggiori, ma quel che resta è sufficiente per comprenderne la grandezza e l’importanza che ebbe per quel territorio, non solo di rifornire la certosa di El Paular, ma vendere prodotti per una sana economia che ne garantisse la floridità economica.

Menzione a parte il suo caratteristico ed inconfondibile ingresso principale, che presenta un grande portone architravato con bugne, chiuso da due lamiere lignee con cassettoni e chiodi. Sull’apertura spicca un frontone curvilineo delimitato da una modanatura barocca e con lo stemma di Castilla y León.

La cantina, posta nei sotterranei della grangia, fu edificata nel 1703, secondo l’iscrizione posta nell’arco di accesso. È un quadrato lungo quattro sezioni per quattro di larghezza; ognuno di questi è coperto da volte a crociera in mattoni su pilastri quadrati. Lungo le sue pareti spiccano numerose grandi giare, la maggior parte delle quali incuneate con resti di reimpiego (capitelli e basi). L’edificio dispone anche di altri due magazzini.

Il fienile, risalente al 1799, posto al piano terra sopra la cantina e costituito da un vano di analoghe proporzioni, coperto con travi in legno e volta ad intonaco su pilastri.

La cucina, alla quale si accede attraverso un piccolo chiostrino porticato su montanti lignei con basamento.  Il pavimento della cucina è realizzato con macine in pietra.

La cappella, all’interno della quale vi sono ha dipinti murali sul soffitto e sulle pareti che rappresentano l’Immacolata Concezione, la Santissima Trinità, la Pentecoste e l’Agnello Mistico. Ai lati è presente un basamento in finto marmo su cui sono rappresentati Sant’Ugo, San Antelmo e la Maddalena, l’emblema della Casa dei Borbone e lo stemma certosino. Sull’altare vi è invece un bel dipinto raffigurante l’Immacolata Concezione.

Il definitivo abbandono di questa proprietà avvenne nel 1835 con il decreto di secolarizzazione e confisca emesso da Mendizabal, che costrinse la vendita di tutti i beni dei monaci e l’abbandono dell’area. La grangia di Attualmente di Talamanca de Jarama è di proprietà privata, pur conservando la sua utilità agricola e nota per essere stata utilizzata in numerose occasioni come set cinematografico.

La seconda vita

Per i suoi suggestivi ambienti, la Grangia di Talamanca de Jarama dopo esser diventata di proprietà privata è stata scelta, negli ultimi cinquanta anni, da produttori e registi come quinta scenica per rappresentare ambientazioni riguardanti il seicento spagnolo. Questa location ha visto Marlon Brando, Sigourney Weaver, Arnold Schwarzenegger, Viggo Mortensen, Natalie Portman tra i principali attori che hanno recitato in ruoli storici. Molte sono state infatti le riprese cinematografiche di film, serie televisive e spot pubblicitari, che hanno visto protagonista l’antica grangia certosina come sfondo per la spettacolarità di questo set. Alatriste, Conan il Barbaro, I fantasmi di Goya, I quattro moschettieri, Santa Teresa di Gesù, Farinelli, Capitan Alatriste, Curro Jiménez, Águila Roja, Los Gozos y las sombras, La Celestina, Cervantes, La Cocinera de Castamar, El Ministerio del Tiempo. Sono questi i titoli delle principali pellicole, come ricorda una didascalia all’ingresso del complesso. Nel 2003 e nata Talamanca de Cine, con lo scopo di utilizzare il cinema come risorsa turistica, e in questo modo preservare e diffondere l’ampio percorso storico-cinematografico di questa città. Vi è anche celebrato annualmente, nel mese di giugno, il TALAMANCA FILM FESTIVAL.

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A seguire, due brevi video che ci faranno apprezzare la bellezza e l’importanza di questo sito, antica proprietà certosina, ed oggi importante luogo per realizzazioni cinematografiche.

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La Grangia di Boffalora

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Cari amici, voglio oggi proporvi un approfondimento su di una grangia certosina.

Etimologicamente la parola grangia deriverebbe dal francese arcaico “granche”, che a sua volta verrebbe dal latino volgare “granica”, ed indicherebbe il luogo dove si conserva il grano (granarium).

Furono vere e proprie tenute agricole in cui fratelli conversi e donati lavoravano sotto la direzione di un Magister Grangiae, essi oltre a lavorare in loco dormivano, mangiavano e pregavano. Si resero indispensabili quindi la costruzioni di un dormitorio, un refettorio ed una cappella (oratorio).

Questa volta vi parlerò della grangia di Boffalora, in Lombardia e di proprietà della certosa di Pavia.

L’origine di questa Grangia si deve all’atto di donazione, datato 15 aprile 1396 dei vasti possedimenti appartenenti a Gian Galeazzo Visconti a favore dei monaci certosini, quale rendita destinata alla fabbrica di un monastero ed alla relativa dotazione. Da questo atto nascerà la certosa delle Grazie, comunemente nota come certosa di Pavia. Contestualmente all’erezione della certosa, i monaci pavesi avviarono i lavori della grandiosa Grangia di Boffalora, iniziando dai fabbricati dei portici con eleganti volte a crociera con il classico mattone, appoggiate su pilastri di granito i cui capitelli delle colonne, ripropongono l’ordine architettonico di tipo scudato, in tutto simili a quelli della certosa. I monaci, si insediarono in questa struttura dedicandosi alla coltivazione dei fertili campi di loro proprietà, inoltre data la posizione particolare, ovvero sulle sponde del fiume Ticino, il borgo di Boffalora, grazie alla presenza monastica, divenne ben presto fiorente e molto attivo grazie al porto sul Ticino e al Naviglio, via abituale per tutte le merci da e per Milano, mentre il fiume serviva come via di collegamento con Pavia, da dove poi le merci erano dirette al mare. I certosini non solo si dedicarono alla coltivazione dei campi e alla produzione dei beni di prima necessità, ma favorirono anche la bonifica di terreni un tempo inutilizzati, attraverso un sofisticato sistema di irrigazione che garantì un miglior utilizzo del suolo. La produzione principale furono i cereali assieme al fieno che si ricavava dal taglio stagionale dei prati, vi era anche una sparuta presenza di vigneti. Evolvendosi l’insediamento dei certosini portò anche allo sviluppo di un’osteria con alloggio (divenuta poi stazione di posta) che nell’Ottocento venne utilizzata come dogana dal governo austriaco per il punto strategico di passaggio nei pressi del ponte sul Naviglio Grande.

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Lo sviluppo economico della zona si deve alla alacre attività dei monaci, che nel 1778 richiesero la costruzione di una tra le prime filande impiantate in Lombardia.

Nel 1782 l’imperatore Giuseppe II decreta la soppressione di conventi e monasteri, tra cui la certosa di Pavia, incamerandone tutti i beni. A Boffalora i monaci pavesi possedevano 2000 pertiche di terreni, le due osterie con relative camere adibite a Stazione di Posta, la casa di propria abitazione (Ospizio), un prestino con forno, due case con quattro botteghe ciascuna, quattro case da massaro, una folla di carta (cartiera), un mulino e una pila di riso (opificio per la pulitura del riso).

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Tutti gli ambienti della Grangia certosina di Boffalora, oggi corrispondono all’attuale struttura del Municipio e collegati, i quali vennero ristrutturati negli anni ‘60 del novecento. Prima della ristrutturazione vi erano significativi elementi caratteristici della presenza della Grangia. Sul portale d’ingresso, situato allora sul fronte del Naviglio, e sulla pavimentazione di un ampio porticato sorretto da colonne, che sostenevano un loggiato con elegante parapetto in legno, era scolpita a grandi lettere la famosa sigla della certosa di Pavia: GRA-CAR (Gratiarum Cartusia – Certosa delle Grazie) quasi a ricordare l’origine di Boffalora e il legame vitale con la certosa pavese.

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La Grangia di Lauro

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Eccoci giunti ad un’altro approfondimento su di una grangia certosina.

Torno oggi a parlarvi di una grangia, etimologicamente deriverebbe dal francese arcaico “granche”, che a sua volta verrebbe dal latino volgare “granica”, ed indicherebbe il luogo dove si conserva il grano (granarium).

Furono vere e proprie tenute agricole in cui fratelli conversi e donati lavoravano sotto la direzione di un Magister Grangiae, essi oltre a lavorare in loco dormivano, mangiavano e pregavano. Si resero indispensabili quindi la costruzioni di un dormitorio, un refettorio ed una cappella (oratorio).

Siamo in Campania, e la grangia di cui vi parlerò è quella di San Giacomo situata a Lauro nei pressi di Nola in provincia di Avellino. Essa è impropriamente nota come certosa, vediamone l’origine.

Essa sorse come struttura tra il 1198 ed il 1209, allorquando Papa Innocenzo III la nomina in una Bolla di quell’anno. Successivamente, nel 1211 da un documento risulta che il monastero fu eretto in un luogo detto “corte dei liciti”, per esplicita volontà di San Guglielmo da Vercelli nel 1134. Questo convento dunque nasce inizialmente come monastero Verginiano, per poi passare ai Benedettini ed a seguire ai certosini. Nel 1433, divenne una grangia della certosa di Capri, pertanto titolata a San Giacomo. Ben presto, essa divenne un centro di produzione agricolo molto rinomato, avendo già a disposizione molti ettari di terreni, possedeva, inoltre, una grande cantina con il torchio per il vino e la macina per le olive, che ancora oggi è possibile ammirare. Nel XVIII secolo fu oggetto di un completo rifacimento che gli donò nuovo splendore. Nel 1808, la proprietà confiscata, divenne una splendida dimora di campagna e, dopo accurati restauri, si è trasformata una splendida struttura alberghiera, raffinata e dotata di sale congressuali, ideali per eventi speciali e ricevimenti di classe. Il Chiostro, i porticati, la Chiesa, il Parco, la Terrazza, il Giardino dei Monaci sono stati trasformati in maniera fruibile. Nelle sale più prestigiose del complesso, si svolgono manifestazioni ed eventi culturali di alto livello.

L’ingresso dell’Hotel Certosa di San Giacomo, così impropriamente chiamato, presenta un vialone che attraversa 42 ettari del parco secolare in lieve salita, che lascia intravedere l’importante e suggestiva facciata dell’edificio. La facciata in stile vanvitelliano è stata rimaneggiata tante volte, fino ad assumere l’aspetto di quella attuale, di lavorazione ottocentesca. Suggestiva è l’illuminazione, con luci posizionate al suolo che emettono raggi luminosi dal basso verso l’alto, durante la notte questo gioco di luci rende tutto il complesso molto interessante e suggestivo, creando un’atmosfera unica nel suo genere. Le immagini che seguono potranno farci comprendere l’ imponenza di questa antica grangia.

La Grangia di Aversa

aversa sat

Ritorno in questo articolo a parlarvi di una antica grangia certosina. Questa volta vi farò conoscere la Grangia di Aversa in provincia di Caserta appartenuta alla certosa di San Martino di Napoli. Come già vi ho esposto in altri articoli, il termine grangia etimologicamente deriverebbe dal francese arcaico “granche”, che a sua volta verrebbe dal latino volgare “granica”, ed indicherebbe il luogo dove si conserva il grano (granarium).

Furono vere e proprie tenute agricole in cui fratelli conversi e donati lavoravano sotto la direzione di un Magister Grangiae, essi oltre a lavorare in loco dormivano, mangiavano e pregavano. Si resero indispensabili quindi al loro interno la costruzione di un dormitorio, un refettorio ed una cappella (oratorio). Ciò premesso, proviamo a localizzare ciò che resta di questo antico possedimento certosino. Si possono scorgere attualmente alte mura perimetrali di una imponente costruzione, nei pressi della chiesa di S. Antonio nei pressi di Corso Umberto. Questa grangia, fu la più importante dell’agro aversano a causa della sua importante ubicazione. Ma non solo una importanza agricola e commerciale, ma essa fu abbellita nella sua struttura architettonica da valenti artisti. Purtroppo oggi non vi sono tracce visibili dello splendore e dei pregevoli interventi architettonici, ma da antichi documenti, si evince che i certosini di San Martino nel 1638 commissionarono al celebre architetto bergamasco Cosimo Fanzago la realizzazione di una cappella. Egli la realizzò con l’aiuto del suo ultimogenito figlio Carlo, mentre gli affreschi furono realizzati da un’altro grande artista caro ai certosini napoletani. Massimo Stanzione Soprannominato il “Guido Reni napoletano” per il suo talento pittorico e protagonista di vari cicli pittorici alla certosa di san Martino, contribuì nel 1642 alle decorazione qui nella grangia di Aversa. Pur non essendovi rimasta traccia dei loro interventi, possiamo immaginarne l’alto valore artistico, che rendeva questa grangia particolarmente prestigiosa.

Attualmente non restano che pochissimi elementi superstiti, rappresentati da una serie di terranei, adibiti nella loro funzione originaria a depositi per gli attrezzi, a stalle per animali da traino e da cortile, a deposito per le derrate: su cui si sviluppavano le camere superiori e le terrazze, ora in parte trasformate in appartamenti.

Al di sotto del cortile troviamo un’imponente cisterna d’acqua, la quale ebbe la funzione di rendere autonoma idricamente questa cittadella monastica, raccogliendo l’acqua piovana, a simiglianza della cisterna monumentale del chiostro grande della certosa napoletana.

aversa foto

La Grangia di Cadossa

Grangia cadossa

Ritorno in questo articolo a parlarvi di una antica grangia certosina. Questa volta vi farò conoscere la Grangia di Cadossa appartenuta alla certosa di Padula.

L’Abbazia di Santa Maria di Cadossa era un complesso monastico benedettino situato a Montesano sulla Marcellana di origine medievale. Alla fine del XII secolo visse in questo monastero Cono da Diano.

Dal 1294 al 1306 l’abbazia passò sotto il controllo dell’Ordine dei cavalieri di Malta.

Verso il 1436 il monastero venne convertito a commenda, restando sotto il controllo di abati commendatari, che non vi risiedevano. L’ultimo commendatario fu Giovanni di Gesualdo, nobile napoletano, che accolse la proposta di cessione del priore della Certosa di San Lorenzo. Fu così, che con bolla di Papa Leone X del 17 novembre 1514, Cadossa fu incorporata alla Certosa di Padula.

Nel 1519 Giovanni di Gesualdo rinunziò anche ai diritti che si era riservato nella precedente cessione e il monastero cadossano fu trasformato definitivamente in “grangia” certosina.
Il cenobio certosino, in questo modo, acquisì anche la prerogativa di“Sedes nullius” spettante al monastero benedettino.
La badia, all’epoca dell’annessione alla certosa, versava in stato di avanzato degrado: il fabbricato era devastato in più parti e la chiesa minacciava di andare in rovina per vetustà ed abbandono.
I certosini si attivarono immediatamente per il recupero degli edifici, cominciando dalla chiesa. Ne fu costruita una nuova nel 1578. Il Priore chiese ed ottenne dal Papa Gregorio XIII di trasferire il culto dalla vecchia chiesa a quella nuova e di trasformare la prima in abitazione per i religiosi addetti alla “grangia”.
La concessione pontificia, però, fece obbligo di trasportare nella nuova chiesa le cose sacre e le ossa di chi era stato sepolto in quella antica.
Essa, esternamente, ha conservato il suo aspetto originario; all’interno, i muri che una volta erano lisci e uniformi, si presentano ora carichi di stucchi sovrapposti nel periodo barocco. Sull’altare maggiore si eleva, addossato al muro di fondo, il quadro della Vergine Assunta, da sempre titolare della chiesa.
“Ex novo” fu costruita anche la parte centrale della facciata principale. In essa si apre il bel portale d’ingresso che immette nel cortile, in fondo al quale si ammira una fontana che richiama quelle esistenti nella Certosa.
La “grangia” era retta dal padre procuratore e da alcuni conversi e laici che mantenevano la chiesa aperta al culto. Il Priore vi si recava il 15 agosto di ogni anno per celebrarvi solenne Pontificale in onore di S. Maria Assunta. Parimenti ogni anno vi si portava la comunità monastica per lo “spaziamento”, gita annuale della durata di un’intera giornata accordata a tutti i monaci.
La Badia dal 1514 seguì le sorti della certosa di Padula: soppressa una prima volta durante il decennio di dominazione francese, fu riaperta e ridata ai legittimi proprietari nel 1818. Ma nel 1866 le leggi eversive piemontesi ne decisero la seconda e definitiva soppressione.
Acquistata nel 1869 dai Baroni Gerbasio di Montesano, venne adibita ad abitazione dei coloni della vasta tenuta, a depositi di derrate ed a stalle.

Dalle immagini che seguono, potrete osservare le tracce indelebili della presenza certosina in questo luogo.

La Grangia del Ceci

Mappa Rizzi Zannoni (grangia del cece)

Nell’articolo odierno, vi parlerò del complesso sistema di organizzazione delle grange certosine. Vi ho già parlato della prima grangia concepita dal beato Lanuino, il primo successore di san Bruno alla guida della certosa calabrese di Serra. La grangia di San Giacomo di Montauro, nacque nel 1114 essa viene attrezzata con gli strumenti idonei alla raccolta e lavorazione dei prodotti agricoli, come mulini, frantoi, magazzini ecc. Altro scopo era quello di accogliere gli eremiti certosini troppo anziani, o quelli infermi non più in grado di sostenere la ferrea vita monastica in certosa. Questo eremo “satellite”, era funzionale anche per coloro che si accingevano a prendere i voti, ossia i novizi, che potevano così gradatamente iniziare il loro percorso monastico, prima di accedere alla certosa. Nel corso degli anni la gestione agricola, grazie ad ulteriori donazioni, si estese su altri territori limitrofi. Accadrà quindi che per poter meglio controllare i propri enormi possedimenti terrieri, i monaci faranno sorgere decine di nuove grange ( Gasperina, Gagliato, Rocca di Neto, Giampilieri).

Siccome la Grangia di Montauro sorgeva su di una collina a 350 m.s.l.m, si rendeva necessario concepire nuovi presidi sulla fascia costiera. A partire dalla fine del ‘500 il territorio viene riorganizzato con la creazione di ulteriori strutture di controllo e gestione dei terreni quali i casini (Casino del Ceci, Casino dei Militi) per la lavorazione e la conservazione delle materie prime vennero realizzati nuovi mulini, frantoi e filande.

La Grangia del Ceci detta anche Casino o Torre del Ceci, domina gran parte del territorio costiero appartenente alla Grangia di Montauro. La struttura, che risulta oggi in stato di abbandono, si andò sviluppando negli anni intorno ad una torre centrale con base quadrangolare. Questo torrione centrale che, probabilmente, fu realizzato negli anni finali del 1500, presenta caratteristiche simili alla torre campanaria della Grangia di Montauro. Vi è poi una una corte centrale, dove furono concentrate varie strutture, tra cui una chiesa e impianti di trasformazione dei prodotti del territorio. Troviamo un frantoio, magazzini, stalle semisotterranee, concimaie, una calcara, ed una grossa cisterna. Su di un portale che ha resistito allo scorrere del tempo è ancora visibile la data 1662, esso infatti con gli altri pochi ruderi superstiti hanno superato il violento terremoto del 1783, che sconvolse la Calabria distruggendo molti edifici, compresa la certosa ed i suoi possedimenti, tra cui le sue numerose grange.

L’intero complesso della Grangia del Ceci divenne di proprietà privata a seguito delle vendite di beni ecclesiastici operate dalla Cassa Sacra e fu regolarmente abitato fino alla metà del ‘900. Nelle immagini che seguono possiamo ammirare quel che resta della importante grangia costiera certosina.

La Grangia di Carpiano

Grangia castello

Torno oggi a parlarvi di una grangia, etimologicamente deriverebbe dal francese arcaico “granche”, che a sua volta verrebbe dal latino volgare “granica”, ed indicherebbe il luogo dove si conserva il grano (granarium).

Furono vere e proprie fattorie, in cui fratelli conversi e donati lavoravano sotto la direzione di un magister grangiae, essi oltre a lavorare in loco dormivano, mangiavano e pregavano. Si resero indispensabili quindi la costruzioni di un dormitorio, un refettorio ed una cappella (oratorio).

Oggi, in questo articolo, vi parlerò della Grangia di Carpiano.

La storia

Nel 1300 Carpiano era uno dei feudi della famiglia Pusterla di Milano, giustiziata interamente dai Visconti in seguito ad una sentenza emessa per una fallita congiura. I possedimenti, tra cui il Castello di Carpiano, andarono, nel 1395, a Gian Galeazzo Visconti, Duca di Milano, Conte di Pavia e Duca di Lombardia. La costruzione della Certosa di Pavia fu voluta da Gian Galeazzo Visconti, che inaugurò i lavori il 27 agosto 1396, ponendo la prima pietra del cantiere. Proprio in questo periodo Gian Galeazzo Visconti cedeva definitivamente i territori di Carpiano e la chiesa di Torre del Mangano ai Padri certosini, da lui chiamati ad erigere la certosa dove voleva essere sepolto.

Inizialmente, durante la prima fase dei lavori dell’imponente complesso monastico, i primi monaci guidati da Dom Pietro da Montevito già priore di Asti e Dom Bartolomeo Serafini risiedettero nell’antico castello di Torre del Mangano e nel Castello di Carpiano, per poi occupare gradualmente i primi ambienti conventuali, che furono edificati. Agli inizi del 400 i possedimenti certosini a Carpiano si estendevano ormai fino ad assorbire la totalità delle strutture del borgo, comprese case e botteghe di piccoli artigiani. Avviene la trasformazione in Grangia Castello, così era chiamata, di proprietà della Certosa di Pavia. Questa struttura divenne il centro di tutta l’attività rurale del paese, essendo adibita a cascina e granaio. I certosini, come era loro consuetudine, bonificarono queste terre rendendole fertili grazie a nuove tecniche irrigue e al miglioramento del sistema d’irrigazione, introducendo la tecnica della marcite.

I certosini continuarono ad amministrare in contemporanea il castello ed il paese, tanto che nel 1649 vennero investiti anche dei diritti feudali inerenti alla parrocchia di Carpiano, la chiesa di S.Martino Vescovo, già fondata nel 1518. Anche se poi cominciarono ad abbandonare gradualmente la gestione diretta dei fondi agricoli e in generale dei loro possedimenti, nonchè la cura delle anime, che cominciarono a delegarla ad un parroco di loro nomina. Il castello diventava così superfluo per le esigenze conventuali e nel 1590 fu concesso in affitto alla famiglia De Castellatiis. I certosini di Pavia mantennero comunque il feudo sino al 1784, anno in cui l’Imperatore Giuseppe II d’Austria soppresse gli ordini monastici. Da quel momento vi si sono avvicendati vari possessori e la struttura si è deteriorata nel tempo Dal gennaio 2010 l’intero complesso è disabitato, è stato infatti abbandonato dall’ultimo conduttore agricolo e zootecnico. Si pensa di ristrutturare l’intero complesso ma nel frattempo diverse opere d’arte e decorazioni in marmo sono andate perdute. Negli ultimi tempi la Pro Loco di Carpiano assieme ad altre associazioni carpianesi si sono messe in moto in collaborazione con l’associazione Italia Nostra per salvaguardare l’antica Grangia Castello.

La struttura

La modifica del Castello di Carpiano iniziò nel 1549 allorquando, i Padri certosini, ricostruirono la struttura, che nella forma originaria risaliva al XIV secolo. Essi chiesero l’autorizzazione a Ferdinando Gonzaga di ricostruire il Castello nella sua forma antica (“rehedificari facere castrum, servata forma veteri” dal documento del 26 giugno 1549). Successivamente nel 1575 i certosini ottennero dal Vicario della Curia Arcivescovile, Carlo Borromeo, il permesso di celebrare la Messa nell’oratorio da loro fatto costruire secondo i dettami dell’Ordine nella Grangia Castello, esso venne ufficialmente benedetto nel giugno del 1641.

Con la ristrutturazione promossa dai monaci, il castello fortificato di Carpiano divenne una Grangia-Castello, dalla forma rettangolare con quattro torri angolari (oggi ne sono visibili tre), e la bassa torre d’ingresso.

Sul fianco della torre di sud-ovest si trova una loggetta creata con piccole colonne tortili in marmo di Candoglia (lo stesso del Duomo di Milano ) provenienti dalla certosa e pareti affrescate con dipinti della seconda metà del XVI secolo ancora oggi visibili. L’entrata al castello, è una pseudotorre più bassa delle altre torri, un tempo dotata di ponte levatoio sul fossato che circondava il castello. una volta era completamente affrescata con la figura della Vergine, della Certosa di Pavia, di rose del Carmelo e di gigli della convalle. La Vergine, protettrice dell’Ordine Certosino, era raffigurata con una scritta che diceva: “MARIAVIRGO-ORA-PRO-NOBIS“. Sull’entrata si trovava la porta che conduceva alla foresteria, da un lato, e dall’altro le scale che conducevano alle sale del piano superiore. Opposte alle sale si trovavano le stalle. Sul lato corto si trovavano le sale del refettorio, il chiostro, il passaggio a volta e l’oratorio dedicato a San Bruno (affreschi del 1544) consacrato nel 1645, ambienti un tempo riccamente affrescati. Tutte le decorazioni in marmo (provenienti dalla certosa ) e gli affreschi (che portano la data del 1577) presentano la scritta GRA-CAR (visibile anche nella chiesa) che significa GRAtiarum CARtusia. Ancora oggi sono visibili e ben conservate delle sale particolari al piano terreno come la ghiacciaia, già refettorio, con copertura a cupola, si innalza con volte a crociera. Le sale del piano superiore del prospetto sud, sono dipinte con colori bianco e rosa e tutte dotate di grandi camini visibili anche all’esterno, grazie ai comignoli di gusto quattrocentesco. Due mulini vennero costruiti nel 1726 (questa data è incisa sui supporti delle pale, assieme alla solita sigla GRA.CAR) ed ancora oggi si possono ammirarne i resti.

A seguire potrete vedere lacune immagini di quella che era una importante ed imponente grangia certosina. Speriamo, che possa presto essere restaurata e poter ritornare al suo antico splendore.

Sulle tracce della Grangia dell’Orsolone

10 Orsolone visione satellite

Orsolone visione satellite

Cari amici lettori di Cartusialover, voglio oggi raccontarvi la storia di una importante grangia di proprietà della certosa di san Martino a Napoli. Vi premetto, purtroppo, che, ahimè, ormai di quello che vi descriverò non vi è più nessuna traccia, ma sono sicuro interesserà a molti la mia narrazione che ai più risulterà poco nota. Imponenti erano le proprietà e le relative gestioni delle realtà agricole da parte della certosa di san Martino tra il XVI ed il XVIII secolo, mi soffermerò in questo articolo sulla Grangia dell’Orsolone.

Proviamo dapprima a localizzarla.

Non essendovi più traccia tangibile, dobbiamo indicare l’area dove sorgeva la grangia e che oggi ne ha conservato il solo nome: Orsolona. Essa è una zona di Napoli, antichissima proprietà Cartusiana” … solitaria e boschereccia”, situata in alto sulla collina dei Camaldoli, poco più sopra della attuale piazza nota come Cappella Cangiani. L’enorme estensione boschiva, di proprietà certosina, si estendeva fino all’attuale area dove oggi sorge il poderoso complesso ospedaliero Monaldi, già Sanatorio Principe di Piemonte. Esso fu concepito nel 1938, ed appunto situato nel punto più solatio e salubre di Napoli in una fitta vegetazione e destinato alla sola cura di malattie polmonari. La costruzione di questo sanatorio fu realizzata nell’area un tempo proprietà certosina. Ma vediamo le tracce documentate di questi possedimenti.

Le prime notizie pervenuteci di tale realtà agricola monastica si rifanno ad un documento del notaio Giovanni Battista Bassi del 1575, nel quale si evince l’acquisto della masseria nova in Orsolone. Da questa epoca in poi avviene la trasformazione in grangia.

La mappa del Duca di Noja (certosa e Museo di san Martino)

La mappa del Duca di Noja 1775 (certosa e Museo di san Martino)

Grangia nella mappa del duca di Noja

Particolare della Grangia

Una dettagliata descrizione, che ci fa avere idea del fasto di questa azienda agricola monastica, la desumiamo da un inventario redatto. La proprietà dell’Orsolone alla Real Certosa di S. Martino è certificata dall’ «Inventario di tutte le scritture dell’archivio della Real Certosa di S. Martino per le grance di Pianura, Campana, Orsolone e Marano» compilato da Dottor Don Vincenzo Pirozzi, e terminato nell’anno 1769. Le proprietà della Real Certosa nel territorio limitrofo all’Orsolone o poco distante erano varie come ci viene sempre indicato dall’Inventario: la selva e masserie alla Conocchia di S. Croce, il molino della Grancia d’Orsolone, il territorio in Orsolone detto Masseria nuova, e la selva detta la Conca e molte altre. Una perizia estremamente descrittiva ci fa comprendere l’aspetto di tale proprietà. Si fa riferimento ad una cisterna posta davanti alla struttura, sul quale, era inciso lo stemma dei monaci, consistente nel monogramma, C.A.R., tutto sormontato da una T, stante ad indicare il termine, Cartusia. I terreni antistanti l’edificio avevano coltivazioni di uva che consentiva la produzione di un buon vino rosso oltre a numerosi alberi da frutto, e tra questi i rinomati gelsi, fichi e castagni di pregevole qualità. Numerose erano le querce che affiancavano gli edifici. Essi erano caratterizzati, come tutte le grange certosine, in vari ambienti. Una chiesetta, un salone per gli incontri, che il notaio Giuseppe Paradiso descrive come un’ambiente molto grande e di pianta quadrata con raffinate decorazioni alle pareti. Ma il manufatto di maggiore valore, che ci fa comprendere la sontuosità di questa grangia, è la presenza di una “sala della meridiana”.

Un gran salone, dunque, con una lunga meridiana a “camera oscura”incisa a terra sul pavimento, realizzata da Rocco Bovi a somiglianza di quella già presente nella certosa di san Martino e commissionata dal Priore Dom Martino Cianci (1794-1804) così come risultava essere descritto sulla lamina di ferro posta dentro ad una piccola nicchietta a muro tra i segni dello zodiaco, posti alla fine del pavimento laddove terminava la meridiana nel pavimento. Con non poca fatica il Paradiso riuscii a decifrare l’iscrizione che riporta:

ROCHUS. BOVIO/DOMO. SCILLA./EX IUSSU. MARTINI. CIANCI. CARTUSIENSIS./VIRI. ELEGANTISSIMI./MERIDIANAM. ANC. LINEAM. IN./PAVIMENTO. CONSIGNAVIT. QUO. SOLIS. SPECIES./IN. ILLAM. PROIECTA. PRAETER. MERIDIEM./ET. ALTITUDINEM. SOLAREM. SINGULOS. MENSIS./CUIUSQUE. DIES. QUAM. EXLIPTICAE. GRADUS./OSTENTERET. AD HAEC NE. FERREA. LAMINA./AD. LAEVAM. DEXTERAMQUE. DELECTARET./NEVE. SURSUM. DEORSUMVE. LUXARITUR./MARMOREOS. LAPIDES. SOLO. HINC. INSERENDOS./INFINGENDOSQUE. CURAVIT./. RS.

Dom Martino Cianci 1

Dom Martino Cianci

Meridiana a camera oscura di Rocco Bovi (certosa san Martino)

Meridiana a camera oscura di Rocco Bovi (certosa san Martino)

Per quanto riguarda la sua chiesa interna si sa che questa misurava 4,00 metri per soli 5,00, piuttosto piccola, una sorta di cappella, affrescata alle pareti ed alla volta anche se al momento della descrizione l’autore del documento dichiara di averla trovata tutta quanta imbiancata di fresco. La volta della cappellina o che chiesa dir si voglia, per vecchiezza dovette crollare, pur mostrando evidente il disegno architettonico di una volta a sesto di botte delle specie legnosa del Settecento. Al centro, ancora in essere, al momento del racconto, parte di un dipinto su tela, assai deturpato dall’umidità e che pareva ritrarre una Trasfigurazione. Agli angoli della mutata chiesa nel racconto del Paradiso dovettero esserci stati avanzi di fronti di colonne e l’altare molto antico era in legno dipinto, conservato molto male, al di qua e al di là di due finestrelle molto allungate sormontate da teste di angeli con funzione di candelabri per illuminare l’ambiente attorno alla mensa, che misurava due metri ed il suo paliotto si apriva a due battenti mostrando scaffalature interne per la sistemazione e conservazione degli arredi sacri necessari all’ufficio di culto.

La descrizione prosegue: “La pala ha un dipinto del Settecento d’ignoto autore e pare rappresenti la Madonna delle Grazie (…). Ai due lati delle pareti sono due pitture in cornici di legno entro incastrature di stucco: una raffigurante la Fuga in Egitto, l’altra la Nativita. (…) Ai lati e sopra la porta d’ingresso, pure in cornice, vi sono tre figurazioni che a me sembrano episodi della vita di san Martino”.

Tutto ciò, è quello che rimane delle tracce di questa sontuosa grangia certosina dell’Orsolona. Per completezza vi aggiungo due aneddoti ad essa legata. I monaci emisero un “Banno per li territori di San Martino“. Si tratta di una prammatica emessa dai certosini durante l’esercizio temporale dei propri diritti immobiliari in forza del possesso del manufatto, di questo e di altri ancora sul territorio. La prescrizione vietava “il passaggio per queste terre a tutti quelli che si sarebbero dovuti portare giù all’Arenella, a Santa Croce all’Orsolone, e in tutte le masserie e le selve del monastero, né a piedi, né a cavallo, né per tagliare legna, né per strappare frutti agli alberi, né pascolare o far pascolare qualsiasi tipo di bestia, né per andare a caccia, a ritiro, ” … a pernottare, acquare, farvi travi, guastare siepi, scavar fossi, cogliere herbe meravigliose e non far altri danni nei quali si incorre alla pena di ducati cento ed in qualche caso pure la carcerazione ipso facto.”

Altro intrigante aneddoto narrato dalle cronache….

«Nel giorno 2 settembre 1777, il Regnante Ferdinando IV volle visitare i Padri dell’Eremo dei Camaldoli, posto in una collina deliziosa; se non che le selve di quei contorni la rendevano alquanto solitaria e boschereccia. Luogo per altro che, quantunque remoto dal commercio della città, pure viene giornalmente frequentato dai Napoletani, o per devozione che ispira il devoto orrore di quella solitudine, o per godere delle deliziose vedute delle nostre campagne, della città di Pozzuoli, ed in lontananza poi della città di Gaeta e di tutta la provincia di Terra di Lavoro. Portossi dunque la M.S.(Maestà Sovrana) per visitarlo ed assaggiare la minestra degli orticelli di quei buoni Padri, facendo portare seco altre vivande e rinfrescamenti, e tutto il bisognevole. Vi si trattenne sino al tardi del giorno. E poi, nel calarsene, fu nel Monistero di San Martino dei P.P. Certosini (chiaro riferimento alla grangia dell’Orsolone) in dove assaggiò dei famosi meloni offertigli da quei Monaci». Quindi il monastero martiniano citato dal Florio altro non può essere che l’Orsolone. Ancora il notaio Paradiso ci ricorda quale doveva essere la suggestione ambientale di tale area irrimediabilmente perduta: «Uscendo da questo palazzo – un tempo monastero – ci troviamo nel sito più caratteristico della contrada, dove la città si trasforma in villaggio, le strade in viottoli o cupe il gas in lampioni ad olio. Seguono più in sopra una serie di villaggetti accessibili a pacifici cittadini pedestri o a dorso di somaro, perchè qui la civiltà non si e ancora affermata con alcun moderno mezzo di comunicazione. Il cittadino che, sfidando il caldo e la polvere nell’estate, il fango e la neve nell’inverno, si rivolge verso i paesetti in questione, deve nutrire la maggior fiducia nelle sue gambe, od in quelle di un orecchiuta cavalcatura; cioè bisogna affidarsi all’intelligenza di un asino il quale conosce i siti e si avanza con mirabile sicurezza»

Come avrete capito cari amici attraverso la ricostruzione di poche tracce di un’antica e fastosa grangia, ho voluto liberare dall’oblio le origini della Zona dell’Orsolone, nota oggi solo per essere una area di un quartiere della città di Napoli. 

La Grangia di Vigano certosino

Grangia Vigano

Torno oggi a parlarvi di una grangia, etimologicamente deriverebbe dal francese arcaico “granche”, che a sua volta verrebbe dal latino volgare “granica”, ed indicherebbe il luogo dove si conserva il grano (granarium).

Furono vere e proprie fattorie, in cui fratelli conversi e donati lavoravano sotto la direzione di un magister grangiae, essi oltre a lavorare in loco dormivano, mangiavano e pregavano. Si resero indispensabili quindi la costruzioni di un dormitorio, un refettorio ed una cappella (oratorio).

Quella di cui vi parlerò in questo articolo è quella situata nell’attuale comune lombardo di Gaggiano, ma più precisamente nella frazione denominata Vigano certosino proprio per l’insediamento monastico.

Va premesso che la notizia più antica relativa al borgo di Vigano è del 1118, anno in cui un certo Leopertus de Vigano vende dei beni di quel luogo. Luogo abitato fin da tempi remoti, in pieno Medioevo diviene quindi sede di un piccolo castello. Il 30 giugno del 1400 Gian Galeazzo Visconti, dona alla certosa di Pavia questo insediamento. I monaci lo adibirono a comunità agricola, detta grangia, curando la bonifica di queste fertili terre. La trasformazione da fortilizio in locale casa certosina, dette origine ad un complesso agricolo di notevole razionalità e fascino, organizzato attorno ad un cortile a portici.I certosini, fornirono il villaggio di un muro di cinta, di un’osteria e di una locanda oltre a far costruire la chiesa parrocchiale dei S.S. Eugenio e Maria, a fine XV secolo, con i suoi antichi affreschi.

La grangia di Vigano fu ultimata nell’aprile del 1511 dal pittore Bernardino de Rossi (doc. 1484-1514), commissionata dai monaci della Certosa di Pavia, fu composta da elementi iconografici che risentono dell’estetica certosina. Il ciclo, non sempre di facile ricostruzione, prevedeva in alto, al centro, sopra la grande finestra circolare, il Padre Eterno benedicente, circondato da angeli in volo; più in basso, in cornici coronate dalle sigle “GRA CAR” (Gratiarum Cartusia o Certosa delle Grazie), l’Arcangelo Gabriele e la Vergine annunciata, inseriti in nicchie marmorizzate che simulavano uno sfondamento prospettico. Al di sotto, alla sinistra del portale, comparivano forse Sant’Ugo di Grenoble e a destra Sant’Eugenio vescovo. Sulle paraste, in alto, a sinistra del Padre Eterno, era visibile San Bernardo di Chiaravalle mentre a destra era dipinto, munito di una coscia di mula, il beato Guglielmo Fenoglio. Sopra il portale appariva il medaglione con il profilo del donatore Gian Galeazzo Visconti, infine, ai lati delle paraste, due Santi di ampie proporzioni, identificati anche con San Cristoforo e San Rocco. Oltre a fungere da grangia fu anche adibito a ospizio, trasformando l’antica fortificazione in una dimora per i religiosi vecchi e malati con annesso oratorio. Più precisamente questa trasformazione deve essere avvenuta tra il 1557 e il 1565 quando invece si fa menzione dell’Ospizio adibito dai religiosi a propria residenza e al quale è annessa un’osteria aperta sulla piazza. A questi anni deve risalire anche l’Oratorio dedicato a Sant’Ippolito e i cui affreschi furono eseguiti da Aurelio e Giovan Pietro Luini (due dei quattro figli del più celebre Bernardino, probabilmente ricavato con la ristrutturazione della cappella del Castello menzionata alla fine del ‘400 e nei primi decenni del ‘500. Nel 1769 Maria Teresa d’Austria soppresse tutti gli ordini religiosi e i relativi monasteri compreso la grangia di Viganò. In quell’anno i religiosi presenti erano 29. Nel corso del 1785 e del 1786 i beni del monastero vennero dapprima inventariati e poi messi all’asta pubblica. L’ospizio, le case, l’osteria, le cascine e le terre vennero disperse tra diversi acquirenti. Divenuta proprietà privata, è abitato da un gruppo di famiglie ed è sede di un’associazione (Mambre) , recentemente è stata completamente restaurata. Oggi, se ne ammira l’ingresso dalla attuale Piazza san Brunone. Si scorge sulla facciata esterna, più precisamente nella parte superiore del portone centrale, un affresco che risale al 1700 raffigurante l’apparizione della Vergine col Bambino e due monaci certosini. Nel centro si intravede la certosa di Pavia. L’affresco è sormontato da una targa in cui è inserita l’arma dell’antico ducato di Milano. All’interno dell’edificio v’è un piccolo cortile su cui si affaccia un interessante porticato. Apprezzabili sono un bel locale con due colonne in granito e volte a crociera adibito un tempo a sala capitolare e la cappella (Oratorio di Sant’Ippolito), restaurata nel 2008.
Sulla facciata posteriore della grangia è possibile vedere incise a graffito sul muro le date dei vari rifacimenti. Sopra il portone prospiciente il fossato si vede la data 1692 sovrastante la meridiana  con la scritta GRA CAR.

Le foto ed il breve video che seguono, ci mostrano alcuni scorci interessanti.

 

 

La cosiddetta certosa di Taranto

Grangia san brunone

Nell’articolo odierno voglio parlarvi della cosiddetta certosa di Taranto. Innanzitutto sgombriamo il campo da equivoci, non si tratta esattamente di una certosa, ma di una Grangia di proprietà dei monaci certosini di Padula. Questo chiarimento circa la differenza tra una certosa ed una grangia era opportuno, anche se tra i tarantini è diffusa la convinzione di essere in presenza di una certosa. Proviamo a ricostruirne la storia, ma prima una breve spiegazione del significato di Grangia. Etimologicamente deriverebbe dal francese arcaico “granche”, che a sua volta verrebbe dal latino volgare “granica”, ed indicherebbe il luogo dove si conserva il grano (granarium). Furono vere e proprie fattorie, in cui fratelli conversi e donati lavoravano sotto la direzione di un magister grangiae, essi oltre a lavorare in loco dormivano, mangiavano e pregavano. Si resero indispensabili quindi la costruzioni di un dormitorio, un refettorio ed una cappella.
La ricca certosa di Padula, possedeva immense proprietà terriere, tra queste quella sita nei pressi di taranto in Puglia, difatti la nobile famiglia Nasisi, senza eredi, decise di donare ai certosini i propri terreni, che si estendevano dall’attuale cimitero fino al Galeso. Anche nel territorio tarantino c’erano zone paludose che venivano affidate come grangie ai monaci, notoriamente dediti anche a lavori di prosciugamento e disboscamento. Fu così che i monaci eressero questi edifici tra il 1626 ed il 1634.
La vita nella grangia continuò indisturbata fino al 1807, quando a seguito della soppressione degli ordini religiosi voluta da G. Murat, i certosini furono costretti ad abbandonare le loro proprietà, che furono incamerate dal Demanio. Nel 1820 gli ambienti della Grangia certosina furono dati in affitto alla famiglia Nitti. L’anno precedente, per ordine di Ferdinando di Borbone, fu acquistato il giardino adiacente che doveva servire da cimitero, realizzato nel 1837, dopo che fu spiantato l’oliveto esistente nel territorio della masseria della famiglia. Il cimitero di Taranto che venne realizzato fu intitolato a San Brunone, fondatore dell’ordine dei certosini, a ricordo della presenza cartusiana in quella area, verso la fine dell’800 venne innalzato l’attuale portale in stile neoclassico col motto paolino: “Canet tuba et mortui resurgent”(1 Cor 15,52). Il sacrificio di questi monaci non fu vano perchè nei loro possedimenti oggi riposano i defunti, cosi come accadde anche per la certosa di Bologna e  per quella di Ferrara, trasformate in cimiteri
Ma perchè oggi il mio interesse cade su questa grangia?
Poichè recentemente si sono levati appelli circa le condizioni di estremo degrado del luogo dove sono situati i resti dell’antica grangia certosina. Attualmente in quella medesima area vengono accatastate vecchie lapidi marmoree di un certo pregio artistico, appartenenti a cappelle cimiteriali dismesse, ai fini della realizzazione di un famedio, in un’area attigua. Purtoppo alle lodevoli intenzioni non sono susseeguiti i fatti!
Ma provo a descrivervi cosa resta della antica struttura monastica. Sulla facciata esteriore del portale ancora si può notare un’arme coronata, consunta dal tempo, che tra due teste d’angelo reca una croce latina. Attorno all’asta inferiore della croce (T) c’è una grande “C” seguita da due piccole lettere, “ar”: “Cart” è infatti la sigla che ricorda il latino Cartusia e l’intero scudo rappresenta l’arme dell’Ordo Cartusiensis, cioè l’Ordine dei certosini. Entrando si accede nel chiostro a forma rettangolare; attiguo l’androne c’è un modesto portale con fregi floreali. Degli interni della chiesa resterebbe solo una piletta dell’acquasanta e sul pavimento una lapide sepolcrale senza iscrizione.
Credo sia giunto il momento di valorizzare questa antica struttura e fare qualcosa affinchè non versi più in abbandono o cada nell’oblio o nell’ulteriore degrado.

Taaranto

taranto 2
Nel video che segue vi è una splendida ricostruzione di come era la grangia ai tempi del suo splendore, comparata con le immagini dell’attuale decadimento.