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Preghiera per la Quaresima

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Oggi, Mercoledì delle Ceneri segna, nella tradizione cristiana, l’inizio della Quaresima, il tempo di preparazione alla Pasqua. Ecco per voi una splendida preghiera composta da Guigo il certosino.

 

Signore, che non ti lasci vedere se non dai cuori puri, io cerco di capire, leggendo e meditando, cosa sia e come possa conseguirsi la vera purezza del cuore, per diventare capace, grazie ad essa, di conoscerti almeno un poco. Il tuo volto Signore, ho cercato; a lungo ho meditato nel mio cuore, e dal mio meditare è scaturito un fuoco, e il desiderio di conoscerti sempre più a fondo. Quando spezzi per me il pane della Scrittura, ti fai riconoscere, e quanto più ti conosco, tanto più desidero conoscerti, non più soltanto nella scorza della lettera, ma nella percezione sensibile dell’esperienza. Non chiedo questo, Signore, per i miei meriti, ma per la tua misericordia. Riconosco infatti di essere un indegno peccatore, ma «anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla mensa dei loro padroni». Dammi dunque, Signore, la caparra della futura eredità, una goccia almeno di pioggia celeste per rinfrescare la mia sete, perché ardo d’amore.

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“Meditationes”

copertina

Cari amici lettori, da questa prima domenica dell’anno parte una nuova proposta, che spero gradiate. Vi offrirò una delle opere più importanti di Guigo I, quinto priore certosino della Grande Chartreuse, molto attivo anche in campo letterario ed autore di una raccolta di numerose “Meditationes”. Per la precisione sono 480, e costituiscono per il loro contenuto la summa della teologia medievale. Fu per questo che gli scritti di Guigo furono definiti  da san Bernardo “scintille sfavillanti”.

Cominciamo con le prime, e…buona lettura e meditazione!

  1. Vedi quali violente emozioni suscitano in te cose innominabili, più di quanto non faccia il Signore, e quante persone si lasciano trascinare da desideri immondi piuttosto che dal Signore.
  2. Vergognati di fare ciò che non è bene per te nè mostrare nè vedere in altri.
  3. La verità va posta nel mezzo, come qualcosa di bello. Non giudicare chi l’avesse in orrore, ma compatiscilo. Tu che desideri raggiungerla, perchè la rigetti quando ti sono rimproverati i tuoi vizi?
  4. Considera ciò che deve sopportare la verità. Si dice all’ubriacone: “Tu sei un ubriacone!”. Lo stesso si dice al lussurioso e al chiacchierone. Ed è vero. Essi presto si adirano e perseguitano la verità in colui che la predica, fino ad ucciderlo (Mt 23, 34). Vedi,invece,quanto è onorata la menzogna. si dice a individui pessimi, schiavi di tutti i vizi: “Buoni signori!”, ed ecco si calmano, gioiscono e venerano la menzogna in colui che parla in questo modo.
  5. Senza apparenza nè bellezza, è inchiodata alla croce, va adorata la Verità.

     

     

La valanga assassina

La valanga assassina

29 certosini seppelliti sotto laneve g. chAdrien Sacquespée

                                    Certosini seppelliti sotto la neve                                                                                               (Adrien Sacquespée)

Cari amici, vi parlerò oggi del disastro che avvenne, sabato 30 gennaio 1132 e che stravolse la quiete monastica dei primi certosini insediatisi a Cartusia, il primitivo luogo donato loro dal vescovo Ugo di Grenoble. I monaci seguaci di san Bruno, che erano situati in quel deserto da ormai mezzo secolo furono sorpresi da una valanga, che distrusse quasi interamente l’eremo originale.  In realtà non si trattò di una valanga (non ci sono percorsi di valanghe nel Grand Som, solo  pochi corsi d’acqua che entrano nel bosco), ma di una enorme frana che si verificò nella parte superiore del  massiccio Grand Som portando con sé alberi e detriti che spinsero un enorme quantità di neve la quale devastò tutto al suo passaggio. Sette monaci rimasero uccisi, rimanendo sepolti sotto le macerie e la neve, solo una cella rimase integra e miracolosamente solo pochi confratelli ed il Priore rimasero illesi. Soltanto dodici giorni dopo il tragico evento, grazie all’aiuto di persone dei villaggi circostanti che aiutarono i certosini a scavare tra la neve, furono trovati i corpi senza vita dei poveri religiosi morti. Furono ritrovati nel seguente ordine:

Guillaume (Fratello converso) Pierre (Padre) Nicolas (Fratello converso) John ( novizio ) Isard (Padre) Etienne (Padre) ed Andouin (Padre).

Negli annali dell’Ordine si narra che quest’ultimo fu ritrovato prodigiosamente vivo! I confratelli, riuscirono ad impartirgli il sacramento della estrema unzione e morì in data 11 febbraio tra l’amore dei monaci sopravvissuti alla tragedia.  Le reliquie di queste povere vittime si conservano alla Grande Chartreuse.  Per evitare che tale catastrofe potesse ripetersi, il luogo della prima costruzione fu abbandonato, e l’allora priore Guigo I decise di ricostruire il complesso monastico in un luogo più riparato, a qualche centinaia di metri di distanza. Fu ricostruito tutto in legno con la sola eccezione della chiesa edificata in pietra, la comunità fu ampliata con alcuni monaci provenienti dalla certosa di Portes per sostituire gli sventurati confratelli periti. Oggigiorno, quel che resta del primigenio insediamento certosino sono la Cappella di san Bruno,  la piccola chiesetta di Notre-Dame di Casalibus ed una grande croce che indica l’antico cimitero.

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Cappella di San Bruno

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Notre-Dame di Casalibus

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La Grande Chartreuse a valle della Croce

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la Grande Croce

San Bernardo da Chiaravalle visita Guigo I°

San Bernardo da Chiaravalle visita Guigo I°

La visita di Bernardo a Guigo alla Grande Chartreuse . V. Carducho

In questo dipinto, Vicente Carducho testimonia la visita effettuata da San Bernardo da Chiaravalle (1090-1153), fondatore dell’Ordine cistercense al suo amico Guigo I° (1083- 1136). Quest’ultimo fu colui che concepì le Consuetudines, che regolano la vita dei certosini, i due erano da tempo amici e si scambiavano epistole ed appunto visite. Lo scenario rappresentato nel quadro è l’ingresso della Grande Chartreuse, notiamo al centro della rappresentazione, i due amici salutarsi fraternamente alla presenza di altri certosini che assistono al commiato. Sullo sfondo vediamo un cavallo finemente bardato, che viene condotto a San Bernardo. In lontananza per ricordarci che Guigo I°, è l’elaboratore della regola, egli viene simbolicamente raffigurato nell’atto di consegnarla a due suoi confratelli. Ciò sta a dimostrarci che il testo delle Consuetudini  era riconosciuto già all’epoca come pilastro della vita claustrale certosina.  Anche in questo dipinto vengono rappresentate più scene a compendio del messaggio che il pittore vuole darci. Straordinario il paesaggio arricchito da un cielo plumbeo che sembra essere alimentato dal fumo che fuoriesce dal comignolo di una cella monastica.

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Quando in cella si cucinava

Quando in cella si cucinava

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Ritratto di Guigo I°

Forse non tutti sanno che anticamente, ovvero nei primi tempi dalla fondazione dell’Ordine certosino all’interno delle prime certose il “Refettorio” e la “Cucina” non erano previsti. Difatti come apprenderemo da un brano tratto dalle “Consuetudini” scritte da Guigo I° tra il 1125 ed il 1128, ogni monaco, all’interno della propria cella, disponeva di un locale adibito a cucina e dispensa che lo rendevano indipendente per il consumo dei pasti. Solo a partire dal XIII° secolo, alcune modifiche apportate alle “Consuetudines Cartusiae”, volte ad eliminare ogni sorta di distrazione alla rigida clausura, consentirono ai certosini di disporre di un locale destinato a refettorio, per il consumo dei pasti comunitari nei giorni di festa, e di una grande ed unica cucina. Questa era, ed è gestita dal fratello converso cuoco, che cucinate le pietanze le porgeva al fratello dispensiere, munito di un apposito carrello ed  incaricato di servire i Padri nelle celle del Chiostro.

Guigo I scriveva:

             E poiché, assieme a tutti gli altri compiti che si addicono a una vita povera e all’umiltà, ci cuciniamo da noi stessi i cibi, gli [a colui che abita nella cella] sono date anche due pentole, due ciotole, una terza ciotola per il pane, oppure, al suo posto, un tovagliolo; poi una quarta ciotola, un po’ più grande, per lavarvi il necessario. Poi due cucchiai, un coltello per il pane, una coppa, un bicchiere, una brocca per l’acqua, una saliera, un piatto, due sacchetti per i legumi, un asciugamano. Per il fuoco: un fornello, dell’esca, una pietra focaia, della legna, una scure. Per i lavori: una pialla.

A colui che leggerà queste cose chiediamo che non ci derida e non ci biasimi se prima, per un tempo abbastanza prolungato, egli non sarà rimasto in cella in mezzo a tanta neve e a un freddo così terribile.

Dalle “Meditazioni” di Guigo I Assunzione della Beata Vergine Maria

Dalle “Meditazioni”

di Guigo I

1083-Ω 1136)

Assunzione della Beata Vergine Maria


Dal vangelo secondo Luca.

1,46-55  

Maria disse: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome”.

O casa d’avorio, palazzo reale, costruito con tavole di cedro e rivolto verso spazi infiniti, o Maria, quante ricchezze sono in te racchiuse! Tu sei veramente il grande trono d’avorio di Salomone, opera tale che non ne esistettero di simili in nessun regno; sei rivestita con l’oro purissimo della sapienza, i tuoi fianchi hanno la perfezione dell’intatta verginità. Tu sei ascesa per i sei gradini dell’azione, e ora innalzi sul settimo il seggio della quiete contemplativa.

E’ il seggio del re di pace: di qua e di la, da una parte e dall’altra, si ergono sui gradini dodici leoni, i profeti e gli apostoli, i padri più grandi dei due testamenti, sostenuti dai tuoi meriti, quali fanciullini ricolmi di stupefatta meraviglia innanzi alla tua elevazione. Chi è costei essi dicono che sorge come l’aurora, bella come la luna, fulgida come il sole, terribile come schiere a vessilli spiegati? (Ct 6, 10).

Tutta la corte celeste s’innalza nello stupore di fronte a te e ammira in te l’opera delle dita di Dio. O piena di grazia, che è ciò che porti nel tuo seno? E’ il Signore, Sono la serva del Signore. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente (Lc 1,38.49). Cose da guardarsi con meraviglia, perché sono grandi,e chi ha fatto in me queste cose grandi è il potente.Egli è il Signore, io sono la serva;egli è la rugiada, io la terra,e da questo viene il frumento.Egli è la manna, io il vaso,e da questo viene il verme, poiché è detto:lo sono verme, non uomo (Sal 21,7). L’uomo è come l’erba, ma quest’Uomo è frumento (Sal 102,15). Dalla rugiada del cielo e dalla terra vergine è spuntato il frumento. Sono grandi cose colui che le ha fatte è il potente. Un sol chicco di frumento nasce da me, e della grande abbondanza di questo frumento vien detto: Se muore, produce molto frutto (Gv 12,24).E’ vero: morendo egli ha versato una grande abbondanza di vino; risorgendo e ascendendo ha effuso olio, e l’ha effuso su di noi abbondantemente, come dice l’Apostolo (Tt 3,6). Ecco l’abbondanza di frumento, di vino e di olio con rugiada del cielo e terre grasse.

Dio ha fatto di te, o Maria, una terra fertile. Ti ha colmato di grazia e separata dalla massa peccatrice, come il grasso nel sacrificio è separato dalla carne. Tu sei piena di grazia, piena di frumento, piena di vino, piena di olio, piena e debordante di tutti i doni dello Spirito Santo.

Il Signore è con te: (Lc 1.28) con te nell’intimità del cuore, con te nel talamo del seno; con te egli dimora, con te rimane, mai si allontana da te.

Il Signore è con te. Che significa “con te”? Il Signore è con te una sola natura destinata ad essere innalzata ben sopra gli angeli. Dio abita in mezzo agli angeli, ma non con gli angeli; invece abita in mezzo a te e anche con te. Dio siede sopra gli angeli, siede sul trono, siede sui cherubini e i serafini, siede e regna sopra tutti costoro. Ma in nessun regno esiste opera alcuna simile a questo grande trono d’avorio.

Benedetta tu fra le donne (Lc 1.42).

La pienezza della grazia che è in te si riversa sulla terra e la disseta moltiplicandone i frutti;sotto questo stillicidio essa germinerà nella gioia, e tutte le generazioni ti chiameranno beata. Benedetta tu fra le donne. Sarebbe poco per te essere benedetta sopra gli uomini; le donne partoriscono con dolore, gli uomini con il sudore del volto mangiano il loro pane. Tu invece partorisci senza dolore, mangi senza fatica. Sarebbe poco per te anche essere benedetta sopra gli angeli: gli angeli sono nutriti da Dio, non vien detto che nutrano essi Dio. Tu invece, o benedetta, nutri colui che nutre sia te che gli angeli.

E benedetto il frutto del tuo grembo, (Lc 1.42).

il frutto per il quale le donne, gli uomini e gli angeli sono benedetti e tu sei benedetta sopra di tutti: perché molte figlie hanno radunato ricchezze,ma tu le hai superate tutte.

Dio ha consacrato il frutto del tuo grembo con olio di letizia a preferenza dei suoi compagni,e dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto:ma tu hai ricevuto con più abbondanza di tutti.

Lettera di Bernardo di Chiaravalle a Guigo

Lettera di Bernardo di Chiaravalle a Guigo

Oggi voglio proporvi la lettura di questa meravigliosa lettera scritta da Bernardo di Chiaravalle a Guigo I (1109-1136) quinto priore della Grande Chartreuse. Abbiamo già visto, come i due erano legati da profonda amicizia, testimoniataci dal dipinto realizzato nel 1623, da Vicente Carducho e raffigurante la visita di Bernardo alla Grande Chartreuse avvenuta nel 1123. Successivamente i rapporti tra i due si consolidarono pur rimanendo principalmente epistolari. La lettera oggetto della mia proposta, e contraddistinta nella raccolta di epistole con il numero undici, ed è quella che  Bernardo scrive al priore certosino tra il 1124 ed il 1125, ovvero quando ha all’incirca trentacinque anni e con una dozzina di anni di vita monastica all’attivo. In questo testo indirizzato a Guigo, egli comincia ad introdurre il concetto inerente i quattro gradi dell’amore, che approfondirà nell’opera “De diligendo Deo” (Dio dev’essere amato). E’ letteralmente sublime l’intero contenuto del testo, che vi riporto e sul quale vi consiglio di meditare approfonditamente avvalendovi di questa analisi esplicativa a cui vi rimando. Epistola di San Bernardo

Epistola XI, ad Guigonem priorem et caeteros Cartusiae Major. religiosos.

Ho ricevuto con profonda gioia la lettera di vostra santità, che da tempo desideravo ardentemente. L’ho letta e quante erano le sillabe che avvicendavo sulle labbra, altrettante scintille avvertivo nel cuore; con esse s’è riscaldato entro di me il mio cuore, come con quel fuoco che il Signore ha mandato sulla terra. O quanto arde in quelle meditazioni un fuoco da cui sprizzano siffatte scintille.

Il vostro saluto infiammato e infiammante mi è stato, a dir la verità, così gradito e lo è tuttora, come se non provenisse da un uomo, ma proprio da colui che manda il saluto a Giacobbe, come dice il salmista. Ritengo, infatti, di non aver ricevuto uno di quei saluti che si è soliti ricevere per via, di passag­gio, occasionalmente; mi sono vista venire incontro una benedizione cosi gradita e imprevista che pareva uscire dalle viscere della carità. Benedetti dal Signore, voi che avete avuto cura di prevenirmi con benedizioni di una tale dolcezza e che, scrivendo per primi, avete infuso al vostro figlio la fiducia per rispondere; già da tempo vi anelavo, ma non avevo il coraggio di scrivervi. In realtà temevo di scomodare con importuni scrittarelli la quiete santa che godete nel Signore, di interrompere anche per un momento quel costante e sacro vostro silenzio riguardo alle cose del secolo.

2

Godo per me, godo per voi, per l’utilità che ne ricavo, per la sincerità che voi manifestate. Infatti, è vera e sincera carità quella che certamente sgorga da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera; è la carità che ci fa amare il bene del prossimo come il nostro. Perché chi ama di più o addirittura in esclusiva il proprio bene, si espone ad essere giudicato di non amare il bene a modo, perché lo ama per la propria utilità, non per la sua natura. E un uomo siffatto non sa obbedire al Profeta, che dice: Celebrate il Signore, perché è buono. Dunque c’è chi loda il Signore perché è buono con lui, non perché è buono in sé. Perciò apprenderà che è diretto a lui il rilievo disonorevole che parte dal medesimo Profeta: Ti loderei quando gli avrai fatto del bene.

Vi è chi loda il Signore, perché è potente, vi è chi lo loda perché è buono con lui, e v’è infine chi lo loda perché semplicemente è buono. Il primo è un servo e teme per sé; il secondo è un mercenario, e brama per sé; il terzo è un figlio e s’affida al padre.

3

Sia chi teme sia chi brama, entrambi agiscono per se stessi; solo la carità che risiede nel figlio non cerca il suo interesse. Perciò credo che di essa sia stato detto: La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima, perché è la sola che può allontanare l’anima dall’amore di sé e del mondo e dirigerla verso Dio. Non sono né il timore né l’interessato amore personale a convertire l’anima. Chi li sente muta volto o comportamento, ma non muta mai il sentimento intimo.

Un’azione gradita a Dio la fa talvolta anche il servo, ma poiché non la fa volontariamente, si rivela dimorare ancora nella sua durezza di cuore. La fa anche il mercenario; ma poiché non la fa se non in vista di un compenso, si rivela guidato dalla bramosia personale.

Insomma dove c’è riguardo alla proprietà persona­le, là c’è tendenza all’egoismo; dove c’è tendenza all’egoismo, lì c’è isolamento; ma dove c’è l’isolamento, lì indubbiamente ci sono sporcizia e corruzione.

Rimanga perciò al servo come sua legge propria il timore, dal quale è incatenato; rimanga al mercenario la sua cupidigia, da cui è inceppato quando ne subisce l’assalto e la seduzione. Ma di questi sentimenti nessuno è senza macchia o riesce a convertire le anime. È la carità a convertirle, perché dà loro la libera volontà.

4

Direi che l’amore è immacolato in chi si abitua a non conservare nulla del suo. Per chi non ha nulla di suo, tutto quello che ha è di Dio; e poiché è di Dio, non può essere impuro. Dunque la legge immacolata di Dio è la carità che cerca non ciò che sia utile al singolo, ma ciò che lo è di molti. Ed è chiamata legge di Dio, sia perché ne vive egli stesso, sia perché nessuno può possederla se non per dono di lui.

Non sembri paradossale ciò che ho detto, che anche Dio vive sotto una legge, perché essa altra non è che quella dell’amore. Infatti, nella somma e beata Trinità, che cosa conserva quella somma e ineffabile unità se non l’amore? L’amore è legge dunque, è legge del Signore, legge che lega e tiene stretta in unità la Trinità nel vincolo della pace.

Ma nessuno pensi che a questo punto io consideri la carità come una qualità o un qualche accidente — altrimenti direi, e non se ne parli neppure — che in Dio vi è qualcosa che non è Dio. Invece, la carità è la sostanza stessa divina, il che non è né nuovo né insolito, dato che Giovanni dice: Dio è amore.

5

Che io sia spinto dal tuo Spirito, o Signore Dio mio, sì che possa rendere testimonianza al mio spirito di essere uno dei figli di Dio, dato che per me la legge è la stessa che per te, e come tu sei, così sono anch’io in questo mondo. Quelli che fanno come dice l’Apostolo, ossia che non hanno alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole, costoro stanno indubbiamente in questo mondo nella stessa maniera come vi è Dio, e non sono servi o mercenari, ma figli.

Eppure non sono figli senza legge, tranne che qualcuno non la pensi diversamente perché è scritto: La legge non è fatta per il giusto. Ma bisogna sapere che altra è la legge promulgata dallo spirito di servitù nel timore, altra è la legge concessa dallo spirito di libertà nella dolcezza. A quella non sono sottoposti i figli, ma senza questa soffrirebbero.

6

Buona legge e soave è la carità, che non solo è lieve e dolce da portare, ma rende sopportabili e leggere anche le leggi dei servi e dei mercenari. Queste, peraltro, non le distrugge ma fa in modo che si completino, come dice il Signore: Non son venuto per abolire, ma per dare compimento alla legge. La carità addolcisce quella, regola questa, leviga l’una e l’altra.

La carità non sarà mai senza timore, ma sarà un timore santo; mai senza desideri, ma ben regolati. La carità dà compimento alla legge del servo, quando infonde la devozione; e porta a compimento la carità del mercenario, quando regola la bramosia.

Perciò la devozione frammista al timore non lo annulla, ma lo santifica. Viene soltanto tolta l’idea del castigo, senza la quale la legge non poteva sussi­stere finché riguardava esclusivamente i servi; ma il timore rimane nei secoli dei secoli, però casto e filiale. Perciò, nella frase: L’amore perfetto scaccia il timore bisogna intendere che la causa è presa al posto dell’effetto; si allude alla pena, la cui idea non manca mai al timore servile, come ho detto.

7

Così la bramosia è regolata a dovere dalla soprag­giungente carità, in quanto il male viene eliminato in assoluto, e al bene è preferito il meglio; anzi il bene non è desiderato se non in vista del meglio.

Quando per grazia di Dio questo risultato sarà pienamente raggiunto, sarà amato il corpo e ogni bene del corpo, ma solo in vista dell’anima, l’anima in vista di Dio, Dio infine per se stesso. Ma siccome siamo fatti di carne e nasciamo dalla concupiscenza della carne, è necessario che in noi tale bramosia — o l’amore incipiente — nasca dalla carne. Se questa è diretta nel giusto ordine, avanzando per gradi sotto la guida della grazia, alla fine sarà assimilata allo spirito. Infatti, non vi fu prima ciò che è spirituale, ma quello che è animale, e poi lo spirituale, ed è necessario che prima rechiamo l’immagine dell’essere terrestre e poi quella del celeste.

Da principio quindi l’uomo ama se stesso per se stesso. Egli è carne e non è capace di intendere nulla fuori di sé. Quando vede che con le sole sue forze non può sussistere, per mezzo della fede comin­cia a ricercare e ad amare Dio, in quanto a lui necessario. Perciò in un secondo momento ama Dio, ma in vista di sé, non in vista di lui.

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Quando, sotto la spinta della propria necessità, l’uomo comincia ad onorare il Signore e a frequentarlo con la meditazione, la lettura, la preghiera, l’obbedienza, ecco che, in conseguenza di tale familiarità, Dio a poco a poco insensibilmente gli si rivela e gli comunica la sua dolcezza. Allora, dopo aver gustato quanto è dolce il Signore, l’uomo passa al terzo grado, cioè ama Dio non in vista di sé, ma in vista di lui.

Per lo più si rimane a questo grado, e non so se in questa vita sia possibile realizzare pienamente il quarto grado, dove l’uomo ama se stesso solo in vista di Dio. Se qualcuno lo ha sperimentato, ce lo dica; a me, lo confesso, ciò sembra impossibile.

Ma questo accadrà sicuramente quando il servo buono e fedele sarà introdotto nella gioia del suo Signore e saziato dell’abbondanza della casa di Dio. Allora, come ebbro, meravigliosamente dimentico di sé, quasi cessando di appartenersi, si sprofonderà tutto in Dio e aderendo a lui, sarà con lui un solo spirito.