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La vita interiore di F. Pollien cap.I

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO I

NECESSITA’ DEL CONCORSO

334. L’accordo necessario. – 335. È Dio che opera. – 336. Con la sua volontà di beneplacito. – 337. In noi. – 338. E il volere. – 339. E il fare.

334. L’accordo necessario. – Nel libro precedente ho visto soprattutto, quantunque alquanto imperfettamente, l’azione di Dio, la sua venuta, il suo cammino, il suo fine, i suoi modi; ma, da parte mia e per la mia corrispondenza, non ho considerato altro che il modo di tenermi aperto ad essa. Insistendo sulle impressioni di gioia o di pena provate al suo contatto, segnalando le deviazioni della negligenza e dell’agitazione, non ho avuto altro fine che di premunirmi contro ciò che mette in pericolo di chiudere la via. Ho dunque appreso come bisogna aprire e tenere aperto. Se egli vuole agire da solo, basta quest’apertura. Quante operazioni assicura già questo lavoro! … Le più misteriose e le più feconde. Ma là ove debbo andare, ove mi è impossibile andare senza di lui, e dove egli vuole essere con me, non basta più la sola apertura di accettazione; occorre il concorso di operazione. Come stabilire questo indispensabile concorso? Come conservarlo? Lo vedremo ora.

335. È Dio che opera. – Chi voglia penetrare un po’ i misteri della vita interiore deve sempre ritornare a san Paolo, il grande teologo ridisceso dal terzo cielo. Quantunque egli si dichiari incapace di rivelarne i segreti (cf. 2Cor 12, 2-4), tuttavia ogni sua parola sembra risuonare come un’eco delle profondità eterne. È Dio, egli dice, che secondo la sua volontà di beneplacito suscita in voi il volere e il fare (cf. Fil 2, 13). È Dio che opera. Queste parole dell’apostolo hanno una profondità di senso infinita. Egli non dice soltanto: È Dio che ci dà i mezzi per volere e per fare; ma con più energia dice: E’ Dio che opera. San Paolo non considera qui semplicemente la grazia, mezzo posto da Dio a mia disposizione, e che vedrò in seguito (nn. 495ss), ma l’operazione stessa di Dio nella sua sorgente essenziale. È Dio che opera, lui stesso. È lui, dice l’apostolo: Deus. Non vi è nulla di vivente, se non ciò che egli penetra e vivifica.

336. Con la sua volontà di beneplacito. – Come opera Dio? Con la sua volontà di beneplacito, dice l’apostolo. La sua bontà, la volontà di far del bene alle sue creature sono la causa determinante delle operazioni vitali ch’egli vuol compiere in esse. Nell’opera creatrice fece ciò che volle, in cielo e in terra, nel mare ed in tutti gli abissi (cf. Sal 134, 6). Nell’opera di provvidenza, con la quale regge ciò che ha creato, e in quella molto intima di santificazione, con cui vivifica le anime, non prende consiglio che dalla sua volontà (cf. Ef 1, 11). Egli ci ha predestinati all’adozione di suoi figliuoli per mezzo di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà (cf. Ef 1, 5). Le svariate operazioni della santità sono tutte attribuite all’unico e medesimo Spirito di Dio, che ripartisce a ciascuno i suoi doni secondo il suo beneplacito (cf. 1Cor 12,11).

337. In noi. – Dove opera Dio? In noi. Si tratta dunque di un’operazione personale. Ciò che Dio opera in me, lo fa per me e non lo fa che in me e con me. Egli vuole costruire l’edificio della mia vita secondo il piano della mia vocazione tracciato da lui. Questo piano è assolutamente personale, perché ciascuno riceve il proprio dono (n. 269). Dio dirige attentamente in ciascuno le operazioni della costruzione eterna, secondo le esigenze e le proporzioni della vita di ognuno. Quest’operazione è intima. È la vita interiore, la vita divina che Dio cerca di edificare. Egli vuole giungere fino alle più intime potenze dell’anima e far circolare la linfa soprannaturale nelle profondità più recondite del mio essere. Gli strumenti di questa azione possono essere esterni. Ho dimostrato (n. 289) infatti che Dio si serve di tutte le creature, spirituali e materiali, come strumenti delle sue operazioni. Comunque sia il suo strumento, l’operazione divina mira sempre all’interno; là essa giunge quando non è ostacolata.

338. E il volere. – Che cosa opera Dio in noi? Due cose, dice san Paolo; e non sono più i due risultati della purificazione e della santificazione, precedentemente definiti (n. 295), ma sono due cose relative all’azione che dovrà condurre ad altri effetti ben più alti. Dio opera prima il volere e poi il fare. Opera il volere; ecco il primo risultato dell’azione preveniente del beneplacito divino, che determina, vivifica e mette in atto le mie potenze. Ciò che san Paolo chiama il volere, è il primo movimento della mia azione. Esso non sarà un moto di vita soprannaturale, né una vera azione della pietà attiva, se non in quanto avrà ricevuto l’impulso dall’azione del beneplacito. Il punto di partenza della vita divina, la prima sorgente della vita soprannaturale si trova dunque nell’azione preveniente di Dio. I veri frutti della pietà attiva cominciano solo col fermentare della linfa divina. Ciò che si produce senza quest’influsso non può essere che un volere umano, sterile, morto.

339. E il fare. – Inoltre, l’azione di beneplacito opera il fare fino al perfetto compimento. Questo è infatti il senso della parola di san Paolo: Perficere. L’anima, che è la vita del corpo, si trova tutta intera in tutto il corpo e in ciascuna delle sue parti. Così Dio, che con la sua azione vuol essere la vita dell’anima mia, è tutto intero in tutte le mie azioni ed in ciascuna di esse. Come il corpo e ogni singolo membro hanno vita nella proporzione in cui sono vivificati dall’anima, così tutte le mie azioni e ciascuna di esse ricevono la vita divina solo in quanto l’azione di Dio le investe. La mia azione è regolata, in tutta la sua estensione, dall’azione concorrente di Dio ed è sostenuta, condotta, vivificata, mantenuta, perfezionata da essa. La mia vita in generale, come ogni atto particolare, ha quella misura di perfezione e di vitalità soprannaturale che le viene dall’operazione del beneplacito divino. Per conseguenza, io percorro i cinque gradi di ascesa della pietà, in quanto le operazioni di Dio possono agire in me e vivificarmi per condurmi verso le altezze.

La vita interiore di F. Pollien libro III

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

LIBRO TERZO

CONCORSO DELLE DUE VOLONTA’

333. Sapendo che Dio regola la mia azione mediante le leggi ed i consigli della sua volontà significata, e che io devo compiere i miei atti in conformità ai suoi voleri e desideri; sapendo, inoltre, qual è la sua azione e come io debba sottomettermi ad essa per mezzo dell’accettazione, mi resta da vedere in quale ordine ed in quali condizioni queste due parti, i disegni di Dio e la mia pietà, si debbano unire. Sono anzitutto sicuro che Dio fa incessantemente concordare la parte stabile delle sue determinazioni e la parte sempre mobile delle sue operazioni. Egli è uno e indivisibile. Uno in se stesso e uno in quello che da lui emana. Quanto sarebbe bello contemplare nella loro vivente realtà gli accordi costanti della sua condotta e delle sue leggi! Ma occorrerebbero delle vedute molto estese di applicazione, e io qui debbo limitarmi a meditare solo i principi. Il mio sguardo perciò si accontenterà di ricercare i grandi tratti delle armonie divine. Ma, se Dio è uno, io sono invece composto, per natura e per la corruzione del peccato, e sono costantemente inclinato alla divisione. Il problema di ciò che chiamo: « il concorso delle due volontà » non è dunque da parte di Dio, ma totalmente da parte mia. E poiché le due parti considerate fin qui separatamente, circa la mia corrispondenza verso Dio, sono l’una attiva e l’altra passiva, occorre che io impari a unire indissolubilmente la pietà ttiva e quella passiva allo scopo di comprendere, volere e attuare il cammino della pietà una e totale. Nell’ordine del fine ho visto come l’insubordinazione della mia soddisfazione alla gloria di Dio produca il godimento umano, che dev’essere combattuto e distrutto, e come la sottomissione del mio essere all’Essere di Dio, della mia felicità alla sua, della mia vita alla sua, stabilisca la base della vita cristiana che bisogna edificare. Nell’ordine del lavoro, l’indipendenza della mia azione da quella di Dio produce il movimento umano, che dev’essere anch’esso combattuto e distrutto; la subordinazione invece della mia attività a quella di Dio costituirà il movimento cristiano che bisogna attuare. L’oggetto di questo libro sarà dunque: annientare l’indipendenza e indicare l’accordo.

La vita interiore di F. Pollien cap.X

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO X

FIAT

329. Guardare la prova in faccia. – 330. Masticare l’aloe. – 331. Evitare le supposizioni dell’immaginazione. – 332. Gettare ogni mia preoccupazione in Dio.

329. Guardare la prova in faccia. – Poiché la sofferenza è il più frequente e più potente modo dell’azione divina, è bene considerarla più da vicino. Un’altra pratica, molto utile, per arrivare ad accettarla santamente, è di guardare in faccia il suo lato più spiacevole ed accettarlo in anticipo. Io mi attengo, dice Giuseppe De Maistre, alla mia eterna massima di supporre sempre il male e stupirmi del bene. Quando sono minacciato da qualche prova, lascio che la mia immaginazione si monti, che la mia sensibilità si esasperi nel timore, e sono portato istintivamente a sperare l’esito più favorevole. Mi lascio trasportare dai calcoli della mia soddisfazione, senza pensare a riposarmi nella volontà di Dio, che dovrebbe essere la mia sola regola; se il male che temo mi accade, ne soffro cento volte di più, perché l’ho centuplicato coi timori dai quali mi sono lasciato trasportare. Se sapessi riposarmi nella volontà di Dio, la prova mi troverebbe calmo e forte. Ora, il vero mezzo per riuscire in ciò consiste appunto nell’accettare, in una situazione presente, il lato più spiacevole, se così piace a Dio. Quando, di fronte ad una prova, ho coraggiosamente misurato con lo sguardo il lato più nero; quando, scandagliando il mio cuore giungo a sentire che, con la grazia di Dio, esso è pronto a tutto; quando il mio sacrificio è pienamente compiuto in tutta la larghezza che Dio vorrà mettere nella sua azione; quando costato in me l’energica risoluzione di prendere il calice dalle mani di Dio e berlo interamente fino alla feccia, senza esitazione né riserva; se soprattutto insisto su questa vista del calice, fino a non tremare più, allora posso esser certo che nulla ha più potere su di me. Sento allora veramente che l’amore è forte come la morte (cf. Ct 8, 6). Né il timore né l’inquietudine né il turbamento hanno ormai alcun potere su di me. Io sono, mi mantengo nell’uguaglianza d’animo e in una sicurezza di cuore imperturbabili (n. 222).

330. Masticare l’aloe. – Un giovane studente di quindici anni, al quale i compagni avevano fatto il brutto scherzo d’introdurgli dell’aloe in bocca mentre dormiva, ne concepì un tale sdegno che giurò di vendicarsene. Non trovando altra vendetta degna di lui, comprò dell’aloe e si condannò per otto giorni a masticarne costantemente, finché non ne senti più il gusto. Venite ora, disse loro, questo sapore non mi fa più paura. Se sapessi masticare il mio aloe!… ossia, guardare in faccia una pena fino a diventarmi indifferente!… Questo è il più aspro e il più dolce dei rimedi. L’anima che ha masticato il suo aloe, che ha previsto una sofferenza fino a non sentirne più orrore, è pronta a tutto, distaccata da tutto, indifferente a tutto. Credo che nessuno sappia veramente che cosa sia la pace, finché non è passato per questa via. Nessuno conosce così bene qual forza dia all’anima il riposo nella volontà di Dio.

331. Evitare le supposizioni dell’immaginazione. – Ciò fu praticato dai santi. San Giovanni della Croce raccomanda questa pratica. Essa suppone nell’anima una vera energia; tuttavia, non è altro che una conclusione logica del principio meditato in questa seconda Parte, sulla volontà di Dio, regola della mia condotta. Non bisogna però confonderla con un’altra pratica, giustamente biasimata dagli autori spirituali, che consiste nel rappresentarsi mali immaginari, esagerandoli e domandandosi se si potrebbero sopportare, per rendersi conto se veramente si ama Dio più di ogni cosa. Questi non sono che sogni dannosi dell’immaginazione. Nel caso nostro, nulla di simile. Bisogna cominciare col ridurre al silenzio l’immaginazione e la sensibilità, per far appello alla fredda ragione ed alla volontà energica. Non si tratta di supposizioni immaginarie, ma di una situazione attuale che bisogna misurare ad occhi asciutti; di un esito probabile che bisogna accettare con volontà calma. E’ la volontà di Dio che debbo stringere colle due braccia della mia intelligenza e della mia volontà, senza che alcuna cosa possa separarmene. « Chi, esclama san Paolo, ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Proprio come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore » (Rm 8, 35-39). Sono persuaso, dice san Paolo. Come aveva calcolato tutte queste cose a mente fredda!… Com’è calmo e sicuro del suo trionfo!… Il grande apostolo poteva parlare per esperienza, perché aveva attraversato tutti questi ostacoli. Mio Dio! datemi la stabilità della sua certezza.

332. Gettare ogni mia preoccupazione in Dio. – La pietà passiva consiste, dunque, nella viva sottomissione al beneplacito divino. È soprattutto per questa via che si forma in me la pietà integrale, ed è principalmente per essa che incomincio a vedere, ad amare e a ricercare Dio in tutte le cose, poiché in esse vi è l’azione della sua volontà. Se dunque desidero progredire, debbo portare la mia attenzione su questo punto di sottomissione pratica. I miei occhi, dice il salmista, sono sempre rivolti al Signore (cf. Sai 24, 15). « Allora, obietta sant’Agostino, che ne fai dei tuoi piedi, se non guardi innanzi a te? Il Signore, risponde il profeta, trarrà dal laccio i miei piedi ». Mio Dio! quando avrò questa pienezza e questa perfezione di conformità ad ogni vostro volere? Quando saprò abbandonarmi come un fanciullo fra le braccia del beneplacito divino « senza dilettarmi più nel fare e nel volere le cose, ma lasciarle volere e fare da Dio per me, come a lui piacerà, gettando in lui ogni mia preoccupazione, poiché, dice l’apostolo (cf. 1Pt 5, 7), egli stesso avrà cura di me? E notate che egli dice: Ogni nostra preoccupazione, sia quella che abbiamo nell’accettare gli eventi, come quella di volere o di non volere… No, Signore, io non voglio alcun evento perché li lascio scegliere a voi, e vi benedirò per qualunque vostra scelta. O Teotimo, quanto è eccellente questa occupazione della nostra volontà, quando essa abbandona la cura di volere e di scegliere gli effetti del beneplacito divino, per lodare e ringraziare questo stesso beneplacito, di tali effetti! ».

 

La vita interiore di F. Pollien cap.IX

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO IX

GRAZIE

325. Modo di dire il grazie. – 326. Il fiume di gioia. – 327. Il dolore estinto. – 328. Meravigliosa forza di progresso.

325. Modo di dire il grazie. – Come bisogna accettare la sofferenza? Con riconoscenza; non però con gioia poiché questa spesso non dipende da me. Dio la dà come ricompensa, mentre la riconoscenza dipende sempre da me. A prima vista, e per un’anima che vi sia stata abituata dalla fede, può sembrare difficile giungere fino al sentimento di gratitudine sotto la stretta del dolore. In realtà, credo che sia più facile dire un grazie risoluto, anziché pazientare gemendo.

Uno slancio di generosità, poiché questo non si fa bene se non in un impeto del cuore: Mio Dio, grazie! e basta. Non v’è alcun bisogno di insistere, di ripetersi, quasi si dubitasse di sé e di lui. Le parole che sgorgano dal cuore si ripetono tanto meno quanto più sono sincere. Se la vostra amicizia mi rende qualche servizio, un semplice le grazie, che testimoni la mia riconoscenza per la vostra generosità, non basterà, alla vostra beneficenza ed alla mia riconoscenza? Quante cose dice una sola parola del cuore tra amici! Lo stesso avviene tra l’anima e Dio, quando egli la previene coi suoi doni di dolcezza e più ancora di dolore. Mio Dio, grazie! Quanto è eloquente questo grido del cuore! esso dice pienamente al mio Signore, che ho riconosciuto la sua azione ed ho compreso la sua intenzione.

326. Il fiume di gioia. – Non è necessario ripetere questo grido del cuore, quasi a volerne far scaturire, a viva forza e d’un tratto, uno stato di gioiosa riconoscenza. Un po’ di calma gli darà modo, e meglio ancora, di produrre i suoi effetti. E quali effetti! Esso, sgorgando, fa un’apertura in profondità tali, che mai avrei creduto a tanta immensità del mio essere. I sensi, qui, non hanno parte alcuna. Da queste profondità finora sconosciute, e che il grazie mi rivela, sento scaturire da una fessura misteriosa una sorgente anch’essa sconosciuta, che, or con un solo getto e ora lentamente, riempie le mie più intime capacità. L’anima è inondata di un’acqua così saporosa, di una gioia sì dolce, sì penetrante, sì calma da non potersi paragonare a nessuna gioia esteriore.Chiunque beve l’acqua delle gioie esteriori avrà ancora sete; mentre, chi berrà l’acqua delle profondità non avrà mai sete. Ma l’acqua data da Dio, diventerà, in chi la beve, una fontana zampillante fino alla vita eterna (cf. Gv 4, 13). E’ il grazie che la fa scaturire. « Chi ha sete venga a me e beva. Chi crede in me, come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno » (Gv 7, 38). Niente è da paragonarsi a questa dolcezza; dopo averla gustata, si comprenderà bene l’ebbrezza dei santi nelle tribolazioni (cf. 2Cor 7, 4). In essi vi erano i torrenti d’acqua viva. Bevevano al torrente; per questo erano così trionfanti (cf. Sal 109, 7). Il primo grazie non farà certo scorrere questo fiume di gioia, ma ciò che in principio è solo un impercettibile filo, non tarderà a diventare ruscello, torrente, fiume. « O voi tutti assetati venite all’acqua » (Is 55, 1).

327. Il dolore estinto. – Un altro effetto di questo grazie è di rendere l’anima invulnerabile al dolore così accettato. Il corpo continua a soffrire, se il dolore è fisico, ma l’anima gode. L’acqua che l’inonda la eleva al disopra della regione in cui soffrono i sensi. L’anima ha ricuperato come una parte del dono primitivo dell’impassibilità. Se il dolore è puramente interno, come un affronto, una calunnia, un’umiliazione, ecc., il sentimento della sofferenza è come soppresso. Se resta un’amarezza, questa è gradevole perché è proprio essa che reca la gioia.Il grazie è come il legno che Dio mostrò a Mosè e che, gettato nelle acque amare, le cambiò in dolci (cf. Es 15, 25). Ecco che io sono in pace nella mia amarezza. L’amarezza mi è dolce fin dall’istante in cui essa mi apre la fonte sigillata, le cui acque fanno germogliare in me come un paradiso di delizie (cf. Ct 4, 12). Si forma così un non so qual meraviglioso miscuglio di amarezza e di dolcezza, di gioia e di sofferenza, in cui l’amarezza dà origine alla dolcezza e questa si conserva nell’amarezza. Questa gioia è la sola vera, perché ogni gioia che non nasce e non si conserva nell’amarezza è poco durevole, mentre questa è forte e vivificante e fa scorrere la vita fino al midollo delle mie ossa. Mai si corrompe, mai corrompe; essa è forza e vita. Il mio dovere diventa allora la mia gioia, e l’accettazione riconoscente della sofferenza diventa così il vero mezzo per non soffrire. Godere della sofferenza è il grande segreto dei santi (n. 207).

328. Meravigliosa forza di progresso. – Niente è forse tanto efficace per il progresso spirituale dell’anima mia quanto questo grazie. Niente reca la vita con tanta abbondanza ed impetuosità, fino alle più recondite profondità, e apre pienamente la via a Dio quanto il grazie. Questa pratica sola basterebbe a santificarmi in breve tempo; sarebbe la garanzia delle virtù e la condizione del loro progresso. Se sapessi!… se volessi!… Ma quanto è abile il demonio a eccitare la sensibilità… Come sa bene esagerare le esigenze della natura!… Arriva così a inaridire, con un solo colpo, la sorgente delle gioie più sostanziali, dei progressi più rapidi e dei meriti più preziosi. Crudele malfattore! col pretesto di risparmiarmi le pene della strada, mi spoglia, mi crivella di ferite e mi lascia mezzo morto sulla via (cf. Lc 10, 30). Ecco ciò che guadagno a voler fuggire la sofferenza. Oh, i tesori di un buon grazie! …

La vita interiore di F. Pollien cap.VIII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VIII

GIOIE E PENE

321. Difficoltà ad accettare bene la consolazione. – 322. Distaccarsene. – 323. Difficoltà nell’accettare bene la sofferenza. – 324. Nulla chiedere, nulla rifiutare.

321. Difficoltà ad accettare bene la consolazione. – Occorre considerare, più da vicino e separatamente, i due modi dell’azione divina, e vedere come l’uno e l’altro debbano essere accettati. Sono ambedue assai difficili a prendersi bene. Non dico: a prendersi; giacché la consolazione si accoglie facilmente. Ho già visto (n. 299) che la natura stessa non ha troppa difficoltà a riconoscere in essa un sorriso di Dio. Ma altro è riconoscere il sorriso, altro comprenderlo, prenderlo bene ed utilizzarlo. Veramente non saprei se sia più facile accettare soprannatu­ralmente una consolazione o una sofferenza. Infatti, allorché Dio manda una dolcezza, non è facile vedere innanzitutto la mano che la dona, amarla come operazione divina e vedere il frutto spirituale che Dio vuole produrre per mezzo di essa. Facilmente sono riconoscente a Dio per la gioia che mi manda; sono sensibile a questa, ne godo e mi riposo in essa. Ma l’azione divina, il disegno di vita di cui questa gioia non è che uno strumento, il frutto di progresso che ne deve risultare, non sono forse misteri troppo elevati per la mia bassezza che non sa sollevare fin là né il suo occhio, né la sua riconoscenza? M’arresto al mezzo e perdo di vista il fine.

Eviterò questo disordine abituandomi a non desiderare tanto la consolazione, poiché essa non è Dio, ma semplicemente, un suo strumento; a non cercarla direttamente, a sopportarne generosamente la privazione, a riceverla con semplicità, a gioirne senza agitazione, a perderla senza rammarico, tenendo lo sguardo sempre fisso all’unico necessario, la gloria santa, a cui ogni consolazione deve tendere.

322. Distaccarsene. – San Giovanni della Croce va oltre. Egli si sforza di convincere che le consolazioni non sono Dio, ma uno strumento nelle sue mani, per produrre le ascensioni misteriose della sua gloria. Più lo strumento passa veloce, più l’effetto spirituale resta solo, puro e completo. Così egli consiglia di rinunziarvi subito, anche quando si è assolutamente certi che vengono da buona sorgente. In tal modo non si correrà mai il rischio di attaccarsi ad esse, anziché a Dio, né di essere ingannati da false attrattive del demonio. Comportarsi così nella consolazione suppone molta energia nella mortificazione. Tuttavia, lasciare a Dio la cura di darmela o di togliermela a suo piacere, secondo il consiglio di san Francesco di Sales, suppone forse altrettanta forza e più umiltà. La forza più calma è ben lungi dall’essere la più facile, poiché deve essere più sostenuta. In questa calma prolungata, l’umiltà deve essere più illuminata, per sventare le seduzioni e le illusioni della ricerca personale in ciò che aggrada alla natura. I due consigli tendono allo stesso fine e la loro differenza caratterizza i due santi. Forse è bene aggiungere che il consiglio d’energia conviene a certe anime, quello di dolcezza a certe altre.

323. Difficoltà nell’accettare bene la speranza. – Se troppo facilmente mi lascio ingannare dalla gioia, con più facilità mi scoraggio e mi irrito e mi lamento nel dolore. Basta spesso un piccolo dispiacere per abbattermi, una leggera amarezza per disgustarmi. Se mi capita una prova più crocifiggente, sono schiacciato. Pianta esile che paventa i colpi del vento e della pioggia, del sole e del freddo! L’abitudine del piacere ha causato all’anima mia un temperamento delicato, incapace a sopportare la minima pena. Per questo, le operazioni purificatrici di Dio, invece di produrre in me frutti di progresso, non servono, per colpa mia, che ad aumentare il mio male.

Oppure, m’inasprisco, mi irrito, insorgo contro il dolore. Se lo subisco, è troppo spesso a malincuore, mormorando, senza riflettere che in tal modo, ricalcitrando, respingo Dio e la sua sollecitudine. Terribile abitudine di vedere tutto coi sensi, di apprezzare tutto alla stregua della mia soddisfazione! Giungo perfino a misconoscere la paternità divina, a respingerla, talora a insultarla, poiché la mormorazione non è forse un insulto all’amore? Oh quanti sforzi di questo amore ho reso sterili finora!… Quante volte l’ho respinto, nel momento in cui veniva a me sotto la sua veste più rigida, ma non meno misericordiosa!… Mio Dio, se vi avessi compreso!… vi comprenderò meglio d’ora innanzi?…

324. Nulla chiedere, nulla rifiutare. – Ogni sofferenza, da qualunque parte arrivi, viene da Dio. Venendo da Dio, ha il compito di purificare, liberare ed elevare. È l’inviata di Dio, perciò debbo accoglierla bene e lasciare compiere l’opera sua. Accettarla è tutto il mio dovere. Non bisogna mai domandarla. Chiedere le prove, è sempre una presunzione, e per conseguenza un pericolo, a meno che si tratti di una particolare ispirazione dello Spirito Santo, la quale raramente è data prima del quinto grado della pietà. « Non domandate né rifiutate alcuna cosa » è la massima favorita di san Francesco di Sales, che ben può servire di motto al cristiano nel suo cammino attraverso le consolazioni e le desolazioni.

D’altronde, vi è un tratto molto lungo da percorrere prima di giungere all’accettazione totale, amorosa, riconoscente, di tutto ciò che Dio manda, senza mai nulla rifiutare (n. 315). Non sono io ordinariamente occupato nell’allontanare tutte le sofferenze? Non è forse questa una delle grandi cure della mia vita? Quante precauzioni e quanti mezzi adopero per fuggire il dolore! In nessun’altra cosa mi mostro così abile e premuroso. Non dico che sia male risparmiarsi certe sofferenze. Adoperare per questo i mezzi che Dio ha stabilito a tale fine, può anche essere un atto di virtù (n. 87). Per quanto sta da me, debbo preservare il mio essere da lesioni funeste; la cura della mia salute fisica e spirituale è un dovere. È bene anche rimuovere certe sofferenze, le quali, pur senza recarmi grave danno, sono tuttavia un vero ostacolo, per lo stordimento che possono causare alle mie migliori facoltà. Vi sono dunque sofferenze contro le quali posso e debbo premunirmi. Se però desidero soffrire, ho migliaia di occasioni, anche senza nulla chiedere a Dio. Quando ricordo san Francesco di Sales che non si accostava mai al fuoco, per sentire il freddo come Dio glielo mandava, oppure lasciava che le mosche insanguinassero la sua fronte calva, senza scacciarle; e san Benedetto Labre, che conservava gl’insetti parassiti, ecc., comprendo qual campo infinito sia aperto all’accettazione pura e semplice delle sofferenze di ogni giorno. È bene tuttavia ricordare che l’amore alla sofferenza è proporzionato al grado di elevazione dell’anima, e che, salvo casi eccezionali, solo le anime giunte alla santità sono capaci di affrontare le sofferenze eroiche.

La vita interiore di F. Pollien cap.VII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VII

L’ATTENZIONE A DIO

317. Quanto occorra conoscere l’azione divina. – 318. Evitare la curiosità. – 319. Attenzione e sottomissione. – 320. Il direttore spirituale.

317. Quanto occorra conoscere l’azione divina. – Prima di piantare qualcosa, il giardiniere pensa a preparare il suo terreno mediante una coltura generale, che lo renderà atto a ricevere le varie sementi. Allo stesso modo, nella vita spirituale il terreno dell’anima dev’essere preparato a ricevere la semente che il celeste giardiniere vorrà far fruttificare in esso. Questa preparazione di fondo è compiuta dall’attenzione generale a ricevere ogni azione di Dio, senza la preoccupazione di sapere quale sarà, quali germi voglia spargere, quali mezzi usare, quali modi seguire. Ed effettivamente Dio compie molte delle sue operazioni, senza domandarmi altra cosa fuori di questa disposizione fondamentale di ricezione, che gli lascia libertà e facilità di coltivarmi a suo piacere. Ma la sua azione diviene talvolta più insistente. Certi colpi vibrati sull’anima, ancora poco stabilita nella pietà passiva, corrono il rischio di essere misconosciuti, allontanati, distrutti, per così dire, dalla resistenza, o rivolti alla propria soddisfazione a detrimento della gloria di Dio. È perciò necessario qualche volta conoscere più espressamente alcune particolarità di quest’azione, per imparare almeno a non misconoscerla. Quando ciò è necessario, Dio lo manifesta. Egli sa parlare e, quando parla, sa farsi comprendere. Parli per mezzo di attrattive o di rimorsi, di avvenimenti o di impressioni, con la voce dei superiori o con quella della sofferenza, la sua parola è sempre assai chiara per essere afferrata da un cuore docile agli insegnamenti divini. Dio agisce sempre e la sua azione richiede una semplicissima apertura di sottomissione. Egli parla meno sovente e quando parla, basta, per intenderlo, l’attenzione che produce nell’anima il desiderio del suo avanzamento.

318. Evitare la curiosità. – Per intendere Dio bisogna evitare la curiosità; anzitutto una certa curiosità sospettosa od orgogliosa che pretenderebbe controllare la sua opera; e poi una curiosità vana e sensuale che cerca di pascere ed accontentare se stessa. Dio non si rivela né all’orgoglio né alla sensualità; non ama di essere guardato con sospetto, né permette che i suoi segreti siano abbandonati in pasto alla stoltezza. Del resto, ha le sue ragioni ed i suoi momenti per rivelare i suoi misteri; occorre saper rispettare il suo silenzio ed attendere la sua luce.

Non cercare quello che è al disopra di te, e quello che è al disopra delle tue forze non lo indagare; ma pensa sempre a quello che Dio ti ha comandato e non essere curioso scrutatore delle molteplici opere di lui; perché non è necessario per te vedere coi tuoi occhi le cose astruse. Non ti lambiccare il cervello in cose superflue e non essere curioso scrutatore delle molteplici opere di Dio; perché a te sono state mostrate molte cose che sorpassano l’intelligenza dell’uomo. Molti sono stati tratti in inganno dalle loro opinioni e ritenuti nell’errore dai loro sensi (cf. Sir 3, 22-24).

319. Attenzione e sottomissione. – Mio Dio! mi sembra di avere un sincero desiderio di vivere secondo le esigenze del vostro beneplacito. Fate dunque, vi prego, che il mio desiderio sia conforme al vostro. Fate che io conosca e che mi sottometta quanto lo esige la vostra volontà. Voi volete che io conosca, in una certa misura, la vostra azione e mi sottometta interamente ad essa. Datemi la sincerità dell’attenzione e la semplicità della sottomissione. Sinceramente attento, non ignorerò nulla di ciò che voi desiderate manifestarmi; sottomesso con semplicità, non cercherò nulla di ciò che volete tenermi nascosto. L’attenzione manterrà il mio occhio aperto alla vostra luce; la sottomissione manterrà la mia azione in accordo con la vostra. Mediante l’attenzione acquisterò ciò che tanto mi manca, ossia il senso divino degli avvenimenti. Mediante la sottomissione, arriverò alla tranquilla sicurezza del riposo nella confidenza. La sincerità dell’attenzione mi farà evitare gli sviamenti delle sbadataggini e delle negligenze. La semplicità della sottomissione mi preserverà dalle curiosità indiscrete e dai turbamenti. Mio Dio, fate che vi comprenda e vi segua!

320. Il direttore spirituale. – Per togliere ogni oggetto d’inquietudine e d’illusione, Dio ha stabilito gli interpreti ufficiali della sua parola. Il direttore spirituale ha la missione di riconoscere e d’interpretare le ispirazioni divine. Se non voglio misconoscerne alcuna, non ho che da sorvegliare, con calma diligenza, il mio interno e renderne conto al direttore, il quale mi dirà ciò che dovrò fare. Quando Nostro Signore atterrò Saulo sulla via di Damasco per farne un san Paolo, gli diede un segno straordinario della sua speciale volontà a suo riguardo. Il lupo rapace, atterrato, lo comprese: Signore, che volete ch’io faccia? Va’ a trovare Anania: egli ti dirà quel che devi fare (cf. At 22, 6-10). Dio non gli manifesta direttamente la sua volontà, ma lo invia all’uomo che ha la missione di manifestargliela. Ho già conosciuto l’importanza del ministero della direzione circa i doveri di stato (n. 260). La riconosco anche qui circa i segreti del beneplacito divino. Che v’è di sorprendente in ciò, dato che le due parti della pietà sono indissolubilmente corrispondenti?

La vita interiore di F. Pollien cap.VI

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VI

L’ATTESA DI DIO

313. Calma nel risveglio. – 314. Attesa premurosa. – 315. Alla scuola di Dio. – 316. L’attesa del Messia.

313. Calma nel risveglio. – « In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel “regno dei cieli » (Mt 18, 3). Mio Dio! se mi sono inoltrato così poco nel vostro regno, non è forse perché, troppo preso dalle agitazioni, o troppo assopito nelle mie negligenze, non ho saputo restare aperto alla vostra azione? Purtroppo è così difficile, all’indipendenza orgogliosa o indolente, ritornare con voi alla confidenza del fanciullo verso la madre, confidenza così calma nella sua semplicità, così interrogativa anche nella sua attività, che riposa e risveglia nello stesso tempo tutto il suo essere! Ed ecco la calma nel risveglio, in cui l’anima mia dovrebbe costantemente mantenersi davanti a Dio per ricevere le operazioni del suo beneplacito.

«Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese, siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli » (Lc 12, 35-37). Duplice preparazione, dunque: di raccoglimento in se stessi e di attesa del padrone, affinché il servo non sia colto all’improvviso, né il padrone trattenuto alla porta.

314. Attesa premurosa. – Dio continua a compiere, ad ogni istante e con tutti i mezzi, le sue operazioni vitali nell’anima mia, e io devo tenerla costantemente in grande semplicità e in tranquilla avidità, sempre aperta all’azione divina. I miei occhi siano rivolti verso colui che abita nei cieli. « Come gli occhi dei servi alla mano dei loro padroni, come gli occhi della schiava alla mano della sua padrona, così i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio, finché abbia pietà di noi » (Sal 122, 2). In questa preparazione fondamentale non devo fare preferenze od esclusioni, ma devo esser disposto a ricevere indifferentemente tutto da Dio.

Ecco come san Francesco di Sales parla del grado supremo dell’indifferenza e dell’abbandono al divin beneplacito: « Mi pare, dice, che l’anima che si trova in questa indifferenza e che non ha alcun desiderio, ma lascia agire Dio secondo il suo volere, debba mantenere la sua volontà in una semplice e generale attesa; in quanto che, attendere non significa agire, ma restare disposto a qualche avvenimento. E, se ben si considera, l’attesa dell’anima è veramente volontaria; tuttavia, non è azione, ma una semplice disposizione a ricevere quel che verrà. Alorché gli avvenimenti sono giunti e ricevuti, l’attesa si muta in consenso o acquiescenza; ma prima della loro venuta l’anima è in una semplice attesa, indifferente a tutto ciò che alla divina volontà piacerà disporre ».

315. Alla scuola di Dio. – Non riuscirò certamente a raggiungere d’un tratto questa perfezione. Un primo sguardo ed un orientamento parziale e momentaneo dell’attenzione possono essere compiuti in un attimo; ma l’educazione di questa attitudine dell’anima, la sua chiaroveggenza, la sua stabilità sono necessariamente frutto di lungo esercizio, e tanto più lungo quanto più io debbo giungervi da lontano. Mi sono smarrito nelle vie della mia volontà, della mia agitazione, delle mie distrazioni, delle mie negligenze; non ho saputo ascoltare la voce di Dio, prestargli attenzione, interrogarlo; ed egli mi ha abbandonato ai desideri del mio cuore, mi ha lasciato seguire le vie della mia immaginazione (cf. Sal 80, 12-13). È di là ch’io devo giungere. Come si arriverà a questa tranquilla attenzione? Per gradi. La pietà incomincia lentamente, con la fuga del peccato, per elevarsi fino alla consumazione. Poiché la volontà di Dio è la via che conduce alla pietà, è chiaro che la via è in rapporto con il fine. Se vi sono dei gradi all’arrivo, è perché ve ne sono nella via. Dunque, all’inizio, potrò ricevere molto imperfettamente l’azione divina. La mente, il cuore e i sensi sono troppo abituati a vedere solo la creatura in sé, e non possono perciò elevarsi subito a comprendere, gustare e raggiungere il sacramento universale dell’operazione divina. Ho qui un lungo e paziente tirocinio soprannaturale da intraprendere e da proseguire con una serena sincerità. E, per essere sicuro di riuscirvi, occorre che, da docile allievo, mi metta alla scuola di colui che è il mio unico Maestro.

316. L’attesa del Messia. – E’ necessario venire a questa scuola senza il preconcetto di voler essere diretto e di apprendere a modo mio, di interrogare i miei desideri anziché quelli del Maestro. Chi più del popolo eletto fu alla scuola di Dio? Eppure, dopo tanti secoli d’insegnamento, non seppe riconoscere colui che gli era stato indicato e che attendeva. Il Messia venne in casa sua ed i suoi non lo ricevettero (Gv 1, 11). Non lo ricevettero perché non lo riconobbero; non lo riconobbero perché, legati ai loro concetti ed alle loro ambizioni, l’attendevano diverso e diversamente dal come venne. Ecco il pericolo e la disgrazia. Quantunque circondato da tanti ammaestramenti divini, posso anch’io misconoscere, nella sua azione, la venuta di colui che fa di tutto per farsi conoscere ed accogliere. Quanto è vero, allora, che non bisogna legarsi a modi o a mezzi particolari, ma al di là di ogni mezzo o modo, occorre aderire all’azione purissima, che è distinta e che bisogna distinguere da ciò che ne è soltanto il veicolo!

L’attesa allora è serena, perché sta al disopra e al di fuori di ogni contingenza; ed è veramente un riposo ristoratore dell’anima. Inoltre, perpetuamente saziata dal torrente dell’azione divina, sempre avida di quest’azione, che segue e di cui è sicura, l’anima non conosce né le angosce d’un vuoto presente, né le ansietà d’una privazione futura. Dio le basta ora e per sempre.