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La vita interiore di F. Pollien Parte II

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

LIBRO SECONDO

L’ORDINAMENTO

  1. – Avendo enunciato gli elementi e i primi principi della mia costruzione vitale, debbo ora tracciare le linee principali di ordinamento. La vita non si organizza che nell’unità. Essere – dice sant’Agostino – è essere uno; non si è se non in quanto si raggiunge l’unità. La vita è composta di svariati elementi, ma collegati e concatenati nell’attività e per mezzo dell’attività interna e unica di un principio animatore.

La mia vita si deve affermare e deve progredire mediante una successione di atti e l’acquisto di molte abitudini. Caratterizzare la natura, il valore, la necessità, il posto stesso di questi svariati elementi, nell’economia del mio edificio vitale, è certamente opera di grande importanza. Pertanto, il fine fondamentale a cui miro (n. 10), non è di fermarmi alla molteplicità frammentaria, ma di studiare l’unità vivente. Più che l’analisi delle parti, io vorrei contemplare la sintesi di questo tutto, in cui devono concentrarsi, in risultante universale e compimento unico, le azioni e le disposizioni parziali. Io cerco il segreto dell’unità nella vita e della vita nell’unità.

Come si costruisce e in che cosa consiste l’unità totale e vivente del mio essere? Come avviene e in che consiste la disgregazione di questa unità e di questa vita? Due questioni che saranno trattate in questo secondo libro.

La vita interiore di F. Pollien capitolo X

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO X

ESPOSIZIONE DEL « PATER »

74. Grandezza di questa preghiera. – 75. Sia santificato il tuo nome. – 76. Venga il tuo regno. – 77. Sia fatta la tua volontà. – 78. Dacci oggi il nostro pane. – 79. Le tre ultime domande. – 80. Tutto è qui contenuto.

  1. Grandezza di questa preghiera. – L’ordine essenziale della creazione è mirabilmente sintetizzato nella preghiera, semplice e sublime, che è sul labbro di ogni cristiano e che sorpassa i più alti concetti della santità: Il Pater. La meditazione di esso basterebbe a far penetrare ogni cosa, anche le profondità di Dio (cf. 1Cor 2, 10).

Esso contiene tutto: i beni da desiderare, i mali da evitare; la gradazione, la corrispondenza, il coordinamento dei beni e dei mali; l’opposizione degli uni agli altri; il perché, il come e l’estensione del danno degli uni e della dignità degli altri. Esso rivela l’ordine essenziale del fine da raggiungere, della via da seguire e dei mezzi da usare per la vita, ossia racchiude in sé il segreto totale.

Sembra che nostro Signore, con la perfetta preghiera del Pater, abbia voluto darci la formula sostanziale della fede e della religione e insegnarci a rivolgerci, durante tutta la nostra vita, al nostro Padre celeste.

È veramente la parola abbreviata, che Dio ha mandato sulla terra, e nella quale il Divin Maestro ha deposto tutti i tesori di sapienza e di scienza nascosti in lui. Qual conforto se la carità, entrando nella mia anima, vi versasse tutte le ricchezze della pienezza dell’íntelligenza per conoscere questo mistero di Dio Padre e di Cristo Gesù (cf. Col 2, 2-3), e saper dire il tutto della mia vita nella mia preghiera!

Vorrei almeno meditarla un po’ con san Tommaso, il cui genio mi servirà di guida nella breve ma ammirabile spiegazione ch’egli ci ha dato.

 

  1. Sia santificato il tuo nome. – In questa prima domanda, l’insegnamento divino mi indica quale deve essere la preoccupazione principale, il desiderio essenziale, la ragione superiore della preghiera. Essa è la base, domina con la sua grandezza e contiene nella sua pienezza le altre domande, come nel decalogo il primo precetto domina e contiene quelli che seguono. Il nome del nostro Padre celeste sia santificato. Che vuol dire questo? Il nome di Dio è Dio stesso; Dio manifestato a noi, conosciuto e riconosciuto da noi nel suo nome, visto in lui e per lui; è la sua maestà rivelata alla nostra mente e al nostro cuore. La santificazione è l’onore dato al suo nome per mezzo di ciò che l’uomo può avere e fare di più elevato: la santità. Io domando allora, e mi auguro, che la santità dei miei atti e della mia vita, degli atti e della vita di tutti, procuri a Dio la gloria perfetta e che la terra gli canti lo stesso inno del cielo… Di qui hanno origine, qui si riducono le domande formulate negli articoli seguenti. L’onore divino è il bene assoluto, necessario, al quale la preghiera mira prima di tutto e per il quale tutto sacrifica.

 

  1. Venga il tuo regno. – Dopo la santificazione del nome, l’avvento del regno. Qual è il regno del nostro Padre celeste, se non l’organizzazione dei suoi figli sotto la sua paterna autorità, affinché siano loro assicurati i benefici, le prosperità, le ricchezze del regno? Il re infatti è, per il popolo suo, più di quanto il popolo sia per lui. Che cosa si domanda in questa seconda petizione? Che il suo regno venga. A chi? A noi. Perché? Perché possiamo godere, sotto il paterno governo, i benefici del regno. Io domando, dunque, per me e per tutti, la partecipazione ai beni di Dio (nn. 233, 234), la felicità filiale sulla terra come in cielo.

Questa domanda fa seguito a quella della santificazione del nome, perché la felicità dell’uomo segue la gloria di Dio; la segue immediatamente perché la felicità è unita, come fine, all’onore divino. Queste due domande sono dunque quelle del fine.

 

  1. Sia fatta la tua volontà. – Per la santificazione del nome di Dio e l’avvento del suo regno, bisogna seguire una via. Ma come posso seguirla, se non conosco ciò che mi conduce ad essa? Ora, la S. Scrittura, mi dice che le vie di Dio non sono altro che la divina volontà (cf. Sal 102, 7). È la volontà di Dio che mi traccia la via. Essa mi indica dove debbo passare, ciò che debbo fare, ricevere, evitare, respingere per santificare il no-me di Dio ed entrare nel suo regno. Alle due prime domande segue dunque naturalmente questa terza: Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra. E’ la do-manda della via.

 

  1. Dacci oggi il nostro pane. – Non basta conoscere la via, bisogna avere anche i mezzi per camminare in essa. Ho un bel conoscere la via; se in essa mi fermo per inedia, non potrò percorrerla. E’ necessario alla mia anima e al mio corpo il nutrimento, ossia ciò che serve a mantenere la vita e le forze. Per questo, domando il mio pane quotidiano, intendendo con ciò domandare quanto deve servirmi di mezzo per camminare sul sentiero della volontà di Dio fino al termine, che è la gloria divina e la mia felicità. L’ordine dunque esige che la domanda del pane quotidiano venga immediatamente dopo quella della volontà di Dio. È la domanda dei mezzi.

 

  1. Le tre ultime domande. – Dopo aver implorato in modo universale, per me e per tutti, i beni del fine, della via e dei mezzi, che cosa devo chiedere? L’allontanamento degli ostacoli. Ora, vi sono tre ostacoli opposti rispettivamente alle tre necessità vitali: il fine, la via, i mezzi. L’ostacolo primo, essenziale, radicale è il peccato, che distoglie dal fine. Perciò chiedo l’allontanamento da esso; è l’oggetto della quinta domanda: Perdonaci le nostre colpe, come noi perdoniamo a coloro che ci hanno offeso.

Dopo il peccato viene la tentazione, pericoloso allettamento, la cui seduzione ci attira fuori delle vie della volontà divina. Io domando a Dio che mi preservi dal soccombere; è l’oggetto della sesta domanda: E non ci indurre nella tentazione.

Oltre al peccato e alla tentazione domando pure la liberazione dagli altri mali dell’anima e del corpo, che privano dei mezzi necessari o utili alla vita. Domando perciò di esserne liberato, nella misura in cui essi sarebbero causa di diminuzione della gloria di Dio e della mia felicità. È l’oggetto della settima domanda: Ma liberaci dal male.

Se poi considero che queste domande sono rivolte, non alla potenza del Signore, ma alla bontà del Padre; che non lo contemplano nel governo della sua provvidenza, bensì nel soggiorno della beatitudine alla quale ci ha destinati; che non sono fatte al singolare, ma per tutti i figli del Padre comune, io comprendo meglio la dolcezza, l’elevazione e l’estensione di una preghiera così incomparabile.

Tale è il Pater, formula perfetta della mia preghiera e dei miei doveri. Nostro Signore vi ha tracciato, a grandi tratti, i fondamenti della preghiera e della vita spirituale.

 

  1. Tutto è qui contenuto. – Che bel quadro fornirebbe il Pater per un trattato completo di vita cristiana! Tutto è qui: il bene da operare, il male da evitare. Tutto è qui per ordine di importanza e secondo la coordinazione del suo collegamento: l’ordine del bene da fare e del male da evitare. Tutto è qui, ciò che debbo e posso fare per me e per gli altri.

Se voglio vivere appieno la mia vita, esso mi indicherà che cosa è il bene, il mio bene, l’ordine, la dignità e la connessione dei beni, la via da seguire, i mezzi da usare. Mi indicherà che cosa è il male, perché, come, in quale misura è male, in quale ordine bisogna evitarlo. In esso ho dunque la forma del mio progresso ed ho pure la forma della mia dedizione.

Se desidero, infatti, conoscere il bene da fare attorno a me, il Pater mi dice: Da’ il pane di Dio, per facilitare la volontà di Dio, nella speranza del regno di Dio, per il nome santo di Dio. Se desidero conoscere il male da evitare al mio prossimo: Liberalo, dice il Pater, dai mali fisici, morali, intellettuali; aiutalo a vincere la tentazione e a risorgere dal peccato. Ecco la forma ascendente della dedizione. Qual programma di vita!… Se sapessi meditarlo!… Se sapessi praticarlo!…

La vita interiore di F. Pollien capitolo IX

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO IX

L’ORDINE ESSENZIALE DELLA CREAZIONE

70 Riassunto. – 71. Quaerite primum regnum Dei. – 72. La mia grandezza: tutto è mio. – 73. lo sono di Dio.

  1. Riassunto. – Ecco dunque l’ordine essenziale della creazione. Prima la gloria di Dio, bene primo, fine supremo, da ricercarsi per se stesso, prima di tutto e in tutto.

Secondo: la mia felicità nel cielo e quaggiù, bene finale anch’esso, ma secondario, subordinato ed unito al bene supremo; fine che debbo cercare in secondo luogo, in conformità alla gloria di Dio, in essa e per mezzo di essa.

Terzo: gli altri beni creati, con la loro duplice utilità, umana e divina, mezzi e strumenti di cui debbo usare innanzi tutto per la gloria di Dio e nella misura in cui sono capaci di procurarla.

Quarto: le soddisfazioni naturali, pura qualità strumentale, ma squisita delicatezza del Creatore, che ha voluto, per mezzo di esse, rendere agevole e rapido il mio viaggio attraverso le creature per giungere fino a lui.

 

  1. Quaerite primum regnum Dei. – Cercate dunque in primo luogo il regno di Dio e la sua giustizia e tutte le altre cose vi saranno date per aggiunta (cf. Mt 6, 33). Cosa vogliono dire il regno di Dio e la sua giustizia? Vogliono dire la gloria divina e la mia felicità in essa: scopo duplice ed unico, verso il quale la mia vita deve orientarsi e al quale deve consacrarsi. Sono obbligato a tendervi poiché nostro Signore mi comanda formalmente di cercarla prima di tutto. Egli non disgiunge il regno di Dio dalla sua giustizia, poiché la mia felicità è unita alla sua immensità.

Tutte le altre cose sono mezzi, il molteplice e il contingente, ciò che deve servire al fine. Onde, dice sant’Agostino, « il regno di Dio e la sua, giustizia sono il nostro bene, ciò che bisogna ambire, ciò che bisogna scegliere come nostro fine e per il quale bisogna fare tutto ciò che facciamo.

« La vita presente è lotta che prepara al regno ed è soggetta a delle necessità. Ora, per queste necessità, dice il Salvatore, tutto vi sarà dato come per aggiunta. Da parte vostra, cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia. Dicendo per primo quello, voleva farci intendere che l’altro è da ricercarsi dopo, non per ordine di tempo, ma di dignità. Quello come bene, l’altro come necessità in vista di quel bene ».

 

  1. La mia grandezza: tutto è mio. – Ecco dunque le credenziali che attestano la mia nobiltà. Che importante possesso! Dice S. Paolo: « Tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro. Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio » (1Cor 3, 22-23). Signore, che cos’è l’uomo perché tu ti ricordi di lui? o il figlio dell’uomo, perché te ne curi? Lo hai fatto di poco inferiore agli angeli, lo hai coronato di gloria e di onore, gli hai dato potere sopra l’opera delle tue mani. Hai posto tutte le cose sotto i suoi piedi: le pecore e tutti i buoi, ed anche le fiere della campagna, gli uccelli del cielo e i pesci del mare (cf. Sal 8, 5-9). Re della creazione, beneficiario dei suoi beni, è forse l’uomo sufficientemente grande per gli onori e le ricchezze che possiede? Niente affatto, poiché esse non sono che una piccola parte della sua grandezza.

 

  1. Io sono di Dio. – Che cosa vi è ancora? Una nobiltà immensamente superiore. Fratello di Gesù Cristo, figlio di Dio, principe della sua corte, erede dei suoi beni eterni: ecco i miei più alti titoli di gloria. Dio mi vuole per lui, con lui, in lui; io sono suo ed egli è mio. Fuori e al disotto di Dio nulla è abbastanza grande per essere mio fine. Dio è infinitamente superiore a me e vuole che mi elevi fino a lui, nella misura in cui è dato raggiungerlo. Ecco l’oggetto della mia vita: andare a Dio, servendomi delle creature. Mio Dio, quanto siete ammirabile!… Quanto è grande l’uomo nella vostra mente!… Ma quanto è piccolo nella sua! Poiché l’uomo, arricchito di tanto onore non lo comprese, si abbassò al livello degli animali che sono senza ragione e divenne simile ad essi. Quando finalmente comprenderò la mia dignità… e la stimerò abbastanza per non più avvilirla?… Chiamato ad elevarmi a Dio, come potrei abbassarmi fino al bruto?

La vita interiore di F. Pollien Capitolo VIII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO VIII

L’ORDINE DELLE MIE RELAZIONI COL CREATO

L’ordine del piacere. – 65. L’utilità umana. – 66. Fisica. – 67. Intellettuale e morale. – 68. Divina. – 69. L’ordine completo degli strumenti.

  1. L’ordine del piacere. – Vi sono, dunque, per la mia vita, due interessi nelle creature: la loro utilità e il loro piacere. La loro utilità, come mezzo del suo progresso; il loro piacere, in quanto facilita tale progresso. Bisogna dunque vedere l’ordine del loro piacere e quello della loro utilità.

Anzitutto, è abbastanza evidente che il piacere, dovendo facilitare il compito dello strumento, debba essere subordinato a questo compito. Non si mette l’olio nella macchina se non secondo la natura del congegno e la necessità del lavoro. Un orologio non esige la stessa quantità né la stessa qualità d’olio di una macchina a vapore. Ad ogni strumento e ad ogni lavoro la propria misura.

E’ dall’utilità e dalla necessità che si regola la distribuzione e l’economia del lubrificante. Orbene, in modo analogo si deve regolare l’uso del piacere nella vita umana. Esso deve subordinarsi non soltanto al fine ma anche allo strumento e al lavoro di questo. Il piacere del cibo e della bevanda, ad esempio, dev’essere subordinato ai bisogni dell’alimentazione; il piacere del sonno alle necessità del riposo; i piaceri ricreativi alle necessità del rinnovamento delle forze. Ed è così su tutta la scala dei piaceri, dagli infimi ai più elevati, dai più materiali ai più spirituali. La regola assoluta è: prendere le soddisfazioni create nella misura e nelle condizioni necessarie al buon andamento del dovere. Esse devono facilitare, ma non ingombrare; soprattutto non arrestare.

 

  1. L’utilità umana. – Ecco dunque una prima subordinazione: quella del piacere all’utilità. Quest’ultima come dev’essere regolata? Nelle creature vi è una duplice utilità: quella che coopera al mio sviluppo umano naturale ed è l’utilità umana; e quella che contribuisce al mio progresso soprannaturale ed è l’utilità divina. Qual è l’ordine di relazione di queste due utilità? Esse debbono, senza dubbio, coordinarsi ed unirsi per non ostacolarsi. Come si stabilisce questa coordinazione e questa unione?

L’utilità umana è quella consacrata allo sviluppo del mio essere naturale: sviluppo materiale della mia vita fisica, sviluppo virtuoso della mia vita morale, sviluppo razionale della mia vita intellettuale. Quanti esseri ed influssi destinati dall’onnipotente sapienza dell’amore a concorrere a questo triplice accrescimento della mia vita di uomo!

Questi esseri e questi influssi conservano l’ordine della loro utilità se concorrono al mio accrescimento vitale secondo la regola della loro subordinazione. Perché, anche nell’utilità umana, vi è una subordinazione necessaria dell’interesse materiale all’interesse intellettuale e di entrambi all’interesse morale. La mia salute è importante, meno però delle mie cognizioni, le quali sono necessarie, ma non come le virtù.

 

  1. Fisica. – Le questioni relative alla protezione, al mantenimento ed allo sviluppo della vita materiale hanno la loro importanza e impongono dei doveri. Le molteplici preoccupazioni economiche del lavoro, del commercio, dell’industria, dell’igiene, ecc. sono in sé lodevoli perché concorrono ad uno scopo necessario. Tuttavia, l’interesse materiale, se è il primo nell’ordine delle necessità vitali, non è che l’ultimo nell’ordine di importanza e di dignità e, per conseguenza, dev’essere subordinato e riferito agli interessi ad esso superiori. Debbo occuparmi del mio corpo e, secondo le condizioni della mia vocazione, non trascurare le preoccupazioni di ordine materiale che m’incombono. Questo è un dovere, e ancorché sia l’infimo per ordine di dignità, tuttavia racchiude una quantità di obblighi gravi, i quali sono molto più considerevoli ed estesi per coloro che hanno, sotto questo rapporto, responsabilità di educazione, di assistenza e di direzione.

 

  1. Intellettuale e morale. – Lo sviluppo della mente è di un ordine molto superiore, poiché si è più uomini per la mente che per il corpo; ma il progresso morale è ancor superiore, perché è la virtù che termina e completa la dignità umana; si è più uomini per il cuore che per la mente.

Dunque, i mezzi che concorrono all’accrescimento fisico devono essere subordinati e coordinati a quelli che concorrono al perfezionamento intellettuale e questi devono concorrere al perfezionamento morale. La salute è per la mente e questa per la virtù: ecco l’ordine naturale. È in tal modo che debbo misurare l’uso dei miei strumenti. La mia forza fisica deve servire al vigore intellettuale; questo all’energia morale; tutt’e tre devono arrivare, concordi, alla pienezza del loro sviluppo. Devono essere uniti e concordi nella gradazione della loro dignità, senza che l’inferiore prenda il sopravvento sul superiore e senza che l’uno escluda l’altro. Non ogni crescita è normale. Un tumore e una gobba sono delle crescenze, ma soprattutto escrescenze; queste debbono essere evitate.

 

  1. Divina. – L’utilità divina è quella consacrata allo sviluppo soprannaturale della vita divina in me, allo aumento della gloria di Dio. Negli esseri e nei loro influssi su di me vi è una virtù speciale che serve a condurmi a quest’altezza. La crescita naturale della mia vita non può arrestarsi a me, essendo io fatto per Dio. Per conseguenza, l’efficacia naturale dei mezzi creati dev’essere subordinata alla loro efficacia divina.

Infatti, se le creature hanno la missione di concorrere al mio sviluppo, ciò è in vista di Dio. Se ne uso da egoista, arrestandole a me, tolgo ad esse il loro compito essenziale. Bisogna, per conseguenza, che nell’utilizzarle non lasci da parte o non metta in second’ordine ciò che è il loro primo scopo. Il motivo praticamente dominante ed efficacemente determinante dell’uso che ne faccio, dev’essere, in pratica, quello della gloria suprema. Posso e debbo vedere in esse gli strumenti della mia crescita, ma in vista di Dio. Posso e debbo amarle per il vantaggio che apportano alla mia vita, ma secondo Dio. Posso e debbo ricercarle per il profitto che esse recano alla mia esistenza, ma per Dio. Poco importa che l’intenzione della gloria divina sia attuale o virtuale (n. 177); l’essenziale è che essa sia in qualche modo il termine superiore e finale e che l’ingrandimento umano converga in Dio, poiché l’uomo è fatto per Dio.

 

  1. L’ordine completo degli strumenti. – Qual è dunque l’ordine da osservarsi nell’uso delle creature? Questo: il piacere sia sottomesso all’utilità; l’utilità umana sia ordinata secondo la dignità degli interessi e riferita all’utilità divina. Bisogna che io prenda le cose e goda di esse per perfezionare me stesso. Bisogna che le creature e i loro piaceri producano in me un movimento di ascesa fino a Dio, e non un bisogno di riposo in me o in esse. Sant’Agostino osserva che Dio, dopo aver creato, prese il piacere e il riposo non nella creatura, ma in se stesso, poiché egli si riposò non nelle sue opere ma dalle sue opere in se stesso. Così, le creature e le loro gioie non hanno per scopo che di farmi crescere, agire e riposare in Dio come fine. Devo servirmi di esse e riposarmi in Dio; questa è la legge del giusto, questo è il piano divino.

L’ordine della creazione non esiste nella sua pienezza; il piano divino non è attuato nella sua integrità; io non raggiungo il mio fine nella sua totalità se non quando Dio è per me tutto in tutte le cose (cf. 1Cor 15, 28) ed io non cerco niente all’infuori di Dio, ma tutto mi conduce a lui. E la sua gloria, infine, avendo dominato e ridotto a suo servizio ogni soddisfazione, diventa il mio solo fine, la mia gioia ed il mio riposo.

La vita interiore di F. Pollien Capitolo VII

La vita interiore di F. Pollien Capitolo VII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO VII

LE SODDISFAZIONI CREATE

  1. Varietà dei piaceri creati. – 61. La goccia d’olio. – 62. Prima e dopo il peccato. – 63. Piacere unicamente strumentale.
  1. Varietà dei piaceri creati. – È un fatto indiscusso: di questa felicità, che io gusto nel mio accrescimento per Dio, le creature non sono che il canale, non essendo esse la sorgente. Questa è in Dio, unico principio della mia felicità (n. 44). Ma le creature hanno in se stesse e comunicano anche a me gioie di un ordine e di una portata affatto diversa; sono le soddisfazioni create. Per maggior chiarezza riserverò la parola « soddisfazione » ai piaceri contenuti nel creato, a tutto ciò che mi viene da esso, e che io provo allorché uso i miei strumenti vitali.

Vi sono infatti per me, nelle creature, piaceri infinitamente vari, posti in esse dal loro autore: piaceri materiali della vista, dell’udito, dell’odorato, del gusto e del tatto, le bellezze della natura e dell’arte, i fascini della musica, i profumi dei fiori, i sapori degli alimenti, ecc.; piaceri morali della famiglia, dell’amicizia, della stima, della virtù praticata, ecc.; piaceri intellettuali della letteratura e della scienza, della scoperta o della contemplazione della verità; piaceri soprannaturali, infine, nella preghiera, nelle pratiche religiose e nei divini influssi della grazia. Quanti piaceri! Come sono vari ed estesi! Che cosa sono essi nell’idea di Dio che li ha creati e qual è il loro compito?

 

  1. La goccia d’olio. – Per sapere che cosa sono questi piccoli piaceri non ho che da vedere dove si trovano. Dove sono? Nelle creature. Che cos’è la creatura? Strumento, nient’altro che strumento. Per conseguenza, il piacere che sta in essa non è da più di essa. È dunque un piacere strumentale, una qualità data da Dio agli strumenti posti a mio uso. Perché questa qualità? Per facilitare l’uso degli strumenti.

Un utensile tagliente non può tagliare sempre: si smussa; e quando ha perso la finezza della sua lama bisogna ridargliela passandolo sulla pietra. La macchina che gira rapidamente si scalderebbe e si deteriorerebbe presto, senza la goccia d’acqua o d’olio, che mantenga la dolcezza negli attriti e una temperatura costante. Così le mie facoltà si logorano presto, si spossano; ci vuole anche per esse la goccia d’olio che addolcisca, la goccia d’acqua che rinfreschi, il colpo di cote che affili. Hanno bisogno di slancio e di vigore, di ardore e di forza, di agilità e di brio. È necessaria, dunque, secondo l’estensione e la necessità delle azioni imposte loro dal dovere, questa gioia del Signore che è la loro forza (cf. Ne 8, 10). Quando le ruote dell’anima sono unte, le mie labbra cantano con una facilità meravigliosa le lodi del mio Dio (cf. Sal 62, 6). Ecco dunque l’ufficio di quest’olio di letizia, che Dio ha posto nelle creature a servizio delle anime che vogliono amare la giustizia e odiare l’iniquità (cf. Sal 44, 8).

 

  1. Prima e dopo il peccato. – Ecco che cos’è il piacere nel pensiero di Dio ed ecco il suo ufficio e il motivo per cui la bontà infinitamente previdente l’ha posto in tutti gli strumenti. Nel primo piano divino ogni creatura era strumento e nessuna era un ostacolo. Ognuna portava la sua goccia d’olio, ossia la sua gioia che ne facilitava l’uso a favore di Dio. Purtroppo, il peccato ha sconvolto questo bell’ordine, e perciò si trovano ostacoli ad ogni passo e dolori in ogni incontro. Dio non aveva creato né gli ostacoli né i dolori; essi sono la conseguenza del peccato. Gesù Cristo, riparando l’ordine sconvolto, non tolse né l’ostacolo né il dolore, ma diede ad entrambi un’utilità di cui tratterò in seguito (nn. 396-397).

Malgrado il peccato, restano ancora molti piaceri. L’olio della letizia non manca affatto alle mie facoltà. Ovunque incontro un dovere da compiere trovo degli strumenti adatti, e in essi spesso anche il piacere che me ne facilita l’uso. Perché il piacere della famiglia? Per facilitare ai genitori ed ai figli l’importante dovere dell’educazione. Perché il piacere dell’amicizia? Per dare a due anime unite dai suoi legami lo slancio verso il bene. Perché il piacere del cibo? Esso risponde al dovere fondamentale della conservazione dell’individuo. Perché il piacere della preghiera, dei sacramenti, dell’orazione e di tutti i favori spirituali? Perché risponde al grande e santissimo dovere delle relazioni divine che esso facilita. Così il piacere corrisponde sempre ad un dovere per facilitarne l’adempimento. Il piacere sarà più intenso quanto più importante sarà il dovere.

 

  1. Piacere unicamente strumentale. – Questo piacere è dunque veramente una soddisfazione, poiché risponde a un bisogno delle mie facoltà e lo appaga. Ma esso non è che una soddisfazione strumentale di cui debbo servirmi, e non una soddisfazione finale, in cui posso riposarmi; è un mezzo e non un fine. Quando dico che sono fatto per la felicità e che essa è il fine secondario della mia esistenza, non intendo parlare di quella felicità che mi viene dalle creature. Non vi è per me nessuna ragione di fine in esse. Il mio fine è in Dio; la mia felicità finale è in lui. Le creature non sono che mezzi.

Sbagliare circa il piacere creato e vivere per goderne è sconvolgere mostruosamente il piano divino. Ohimè, quanto è frequente ciò! È su questo punto infatti che sbaglio ogni qualvolta esco dall’ordine. Vedrò in seguito (n. 113ss) come in ciò consista l’unico disordine. Io cerco di riposarmi nella gioia anziché farla servire al dovere. Per allontanarmi da Dio adopero ciò che dovrebbe rendermi più facile il glorificarlo.

Certamente, il piacere è buono quando lo uso con ordine. Se invece ne abuso, diventa il peggiore di tutti i mali e la sorgente di tutte le mie aberrazioni. Felice l’uomo che sa usarne! infelice colui che ne abusa! Possa io imparare a non mai pervertire le idee di Dio! Nessun piacere è cattivo in se stesso; soltanto l’abuso può renderlo tale… Ogni piacere che serve a facilitare il dovere è sano, fortificante, elevante. Quando invece si oppone ad esso, diventa pernicioso, deleterio, umiliante. Da un lato, quanto bruti fa esso! ma dall’altro quali virtù nutre! Tocca a me decidere sul modo di usarne; bisogna però far ciò con moderazione, poiché, a causa del peccato originale, le soddisfazioni più legittime, soprattutto quelle dei sensi, sono un pericolo. Non solo esse rischiano di passare al primo piano nell’intenzione, ma è difficile all’uomo che gusta tali cose provare attrattive soltanto per le gioie permesse. Se egli obbedisce all’inclinazione della sua natura decaduta, amerà presto anche le altre. Per restare padroni delle proprie tendenze, bisogna tenerle a freno; da ciò, pur indipendentemente dai motivi di fede, la necessità della mortificazione per condurre una vita veramente cristiana (n. 398 ss). Questa necessità sarà ben più grande se si vuol tendere alla santità e sforzarsi di amare Dio con tutto il cuore, sbarazzandosi da ogni adesione alle soddisfazioni create.

La vita interiore di F. Pollien Capitolo VI

La vita interiore di F. Pollien Capitolo VI

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO VI

L’USO DELLE CREATURE

  1. Le creature. – 54. L’uso. – 55. Gli strumenti. – 56. Modo di servirsene. – 57. Per Dio. – 58. Per me. – 59. Quaggiù e lassù.

  1. Le creature. – Ho considerato, nelle loro nozioni, prime e fondamentali, le mie relazioni con Dio: la sua gloria come fine essenziale; la mia felicità in lui, come fine annesso al primo; la subordinazione dell’una all’altra e le conseguenze che ne derivano. Bisogna ora che veda, nei loro princìpi generali, i miei rapporti essenziali con gli esseri creati.

L’esistenza che Dio mi ha data, non posso conservarla da me stesso. Venuto dal nulla, vi ricado per il mio proprio peso; Dio solo ha la vita in se stesso (cf. 1Tm 6, 16; Gv 5, 26). Io non ho la vita in me stesso. Né il mio corpo, né la mia anima trovano in se stessi i mezzi della loro sussistenza, ma devono cercarli fuori di essi e chiederli alle altre creature messe per questo a mio servizio. Che cosa sono dunque per me le creature? qual è l’uso che di esse debbo fare? Specifichiamo meglio il significato di queste parole.

Per creature o creato, termini che verranno usati indistintamente, bisogna intendere non soltanto gli esseri creati da Dio nel mondo spirituale e corporeo, con le loro qualità, potenze e ordinamento, ma anche tutto ciò che è prodotto da questi esseri nei loro movimenti, azioni e reazioni, ossia tutto ciò che, fuori di Dio, riguarda l’essere e le sue operazioni; per conseguenza, ogni cosa naturale e soprannaturale nella sua essenza e nella sua azione. Cielo e terra, angeli e uomini, chiesa e società, grazie e sacramenti, animali e piante, ecc. ecc., attività e forza degli esseri, avvenimenti cosmici, umani e divini, tutto, senza eccezione è espresso da queste parole generiche: creature, creato, che, qui, non saranno mai ristretti al significato usuale, secondo il quale esse designano solo gli esseri materiali. Ciò è assai importante da ritenersi.

 

  1. L’uso. – Ora, che cosa si intende per uso? Essendo i termini creature, creato, universali, bisogna che io dia al termine uso un significato altrettanto esteso. Volendo infatti definire la vita, le sue relazioni e i suoi doveri, mediante i principi più generali, ho bisogno di trovare una legge che, al disopra di tutte le regole speciali, che domina e illustra, mi dica il loro perché, il loro valore, il loro senso, e mi risparmi di discendere a molteplici e dettagliate spiegazioni. Se esiste veramente una legge universale, assoluta, uniforme, costante; una legge che, quale principio primo, formuli per la vita e per tutto ciò che la riguarda, l’ufficio di quella in rapporto a questo e di questo in rapporto a quella; una legge che, come il sole, rischiari ogni situazione e ogni relazione; se essa esiste, perché privarmi della sua luce? Questa legge esiste veramente; un solo principio basta a tutto, e a questo principio basterà mettere come titolo: l’uso del creato.

Che cos’è dunque l’uso? È mettere a profitto della vita e del suo fine tutto ciò che viene o può venire a contatto con esso. Una volta stabilita la regola unica di questo uso, non sono più costretto a perdermi in tanti piccoli sentieri, per determinare minutamente in quale maniera devo usarne con gli uomini, le cose, gli avvenimenti, la grazia, ecc. Il principio superiore non sopprimerà certo le regole inferiori, ma apporterà ad esse la luce necessaria per precisarle e connetterle; ed esse troveranno in questo, verità, unità e vita.

 

  1. Gli strumenti. – L’uso dunque del creato non può essere determinato se non in quanto lo sarà l’ufficio di esso in rapporto con la vita e il compito di questa in rapporto col creato. Qual è dunque questo ufficio? Una parola lo definisce totalmente e, definendolo, esprime e riassume tutta la legge dell’uso. Questa parola, la cui portata è immensa, è la seguente: il creato è strumento e nient’altro che strumento. La legge, dunque, dell’uso esige di adoperarlo solo come tale. Strumento di che? Di vita per me e per gli altri. Nessun contatto col creato può e deve avere altro fine o altro compito che di servire ad un accrescimento di vita. Tutto è stato fatto per la vita; niente per la morte, opera del peccato. Io stesso, creatura fra le creature, devo essere strumento di vita per altri, come altri lo sono per me.

 

  1. Modo di servirsene. – Poiché il creato può servire alla mia vita solo come strumento, non debbo usare di esso se non come si adoperano gli strumenti. Come si adoperano questi? Si adoperano per il lavoro al quale sono stati destinati. Così si prende un coltello per tagliare, una lente per vedere, una carrozza per essere tra-sportati da un posto ad un altro. Chi sognerebbe di richiedere al coltello il servizio della lente, o a questa il servizio della carrozza? Nessun uomo ragionevole adopera un utensile per un uso diverso da quello al quale è destinato; soltanto i bambini o i dementi si divertono in usi ridicoli o pericolosi. Inoltre, ci serviamo dello strumento solo in quanto è utile. Ciò è nella natura dello strumento e nel modo di servirsene.

 

  1. Per Dio. – Il creato, però, in che cosa è utile alla mia vita? E’ utile in vista del fine da raggiungere: la gloria di Dio, alla quale è annessa la mia felicità.

La mia vita dev’essere come una cetra accordata per cantare, assieme a tutte le vite, l’inno di lode al nome del Creatore. E i rapporti con le creature, qualunque essi siano, sia quelli che scelgo come quelli che subisco, gli incontri voluti da me o imposti dagli avvenimenti, le relazioni con le cose, i movimenti attorno, sopra e sotto di me, interni ed esterni, naturali e soprannaturali, devono essere come tanti tocchi successivi che fanno vibrare le corde dell’anima e del corpo, della mente, del cuore e dei sensi, in armonia con la volontà e il desiderio del loro autore. E non solo per farle vibrare, ma anche per formarle e adattarle alla divina armonia. Dio se ne serve a questo scopo, e ciò ch’egli ha stabilito per me, me lo dà, come ha offerto ad Israele la terra delle genti e il possesso del lavoro di quei popoli, quale mezze per custodire i suoi precetti e osservare le sue leggi (cf. Sal 104, 45). Se la mia vita fosse pienamente conforme al piano divino, niente la disturberebbe ed essa non toccherebbe nulla che non riproduca, come in cielo, una nota di sacro concerto.

 

  1. Per me. – Accanto all’utilità principale della sua gloria, Dio ha posto nelle creature un’altra utilità: la mia felicità. Egli non ha voluto essere solo a godere della sua gloria; il suo amore volle farmi partecipe dei suoi beni. Per questo ha avuto quel meraviglioso ritrovato di tenerezza per cui le creature, strumenti della sua gloria, diventano, nel medesimo tempo, strumenti della mia felicità. Ogni creatura dice prima di tutto: Gloria a Dio; indi: Pace al suo servo (cf. Sal 34, 27). Così io divento socio di Dio, partecipe dei benefici dell’immensa opera della creazione.

Che dico, partecipe di benefici? Ho tutti i benefici, poiché, al dire di san Francesco di Sales, questa è la porzione della stessa divina bontà con noi. Dio ci lascia il frutto dei suoi benefici riservandosi l’onore e la lode. Egli non ha bisogno che noi siamo suoi servi, dice sant’Agostino, ma noi abbiamo bisogno che egli sia il nostro padrone, per operare in noi e possederci. Ed anche per questo è l’unico vero Signore e padrone, perché noi lo serviamo senza utilità da parte sua, ma tutta l’utilità ridonda a noi ed a nostra salute. Se Dio avesse bisogno di noi, non sarebbe più totalmente padrone, poiché lui stesso sarebbe schiavo di una necessità che troverebbe la sua soddisfazione in noie. Ecco il prodigio del suo amore per me. Egli ha fatto tutto per la sua gloria e per il mio vantaggio.

 

  1. Quaggiù e lassù. – Dio vuole che su questa terra io cresca, che aumenti per l’eternità la capacità del mio essere per glorificarlo. Le creature sono incaricate di apportarmi questo aumento. Ora, ogni progresso è per me una gioia, poiché l’essere gode nella misura con cui si completa. Ogni creatura, completando il mio essere per Dio e secondo Dio, mi arreca nello stesso tempo una parte proporzionata di felicità, la quale dà alle mie aspirazioni una parte più o meno larga di soddisfazione e di riposo. Nella dilatazione del mio essere in vista di Dio, per mezzo delle creature, ho delle gioie vere, profonde e sostanziali. Queste gioie, pur venendo dalle creature, non sono delle creature, ma di Dio e debbono considerarsi in relazione a Dio e al mio progresso in lui; esse sono parziali poiché la mia elevazione divina non avviene che per gradi. Ma verrà l’immensa gioia, l’eterna felicità, alla quale mi prepara il lavoro fatto in me per mezzo delle creature. Queste dunque mi portano sulla terra un po’ della vera felicità e mi preparano all’infinita gioia della salute eterna. O bontà del mio Dio! se vi conoscessi!… o amore! se vi amassi!…

La vita interiore di F. Pollien Capitolo V

La vita interiore di F. Pollien Capitolo V

LA VITA INTERIORE

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Dom François Pollien

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CAPITOLO V

SUPERIORITA’ DEL DIVINO

  1. I diritti di Dio. – 48. Questioni circa la via e i mezzi. – 49. I suoi diritti risultano dalla creazione. – 50. Il Signore. – 51. Il servo. – 52. In dipendenza assoluta.
  1. I diritti di Dio. – Il divino non è soltanto anteriore all’umano, ma è di molto superiore. Questa nuova nozione non ripete la prima, bensì deriva da essa come applicazione pratica e la sanziona, assegnando alla condotta la forma di subordinazione che deve avere. L’anteriorità afferma i diritti di Dio a ricevere i miei omaggi; la superiorità stabilisce i suoi diritti a darmi la regola secondo la quale sono obbligato a servirlo. L’una e l’altra attestano i diritti di Dio, li mettono al disopra di tutto, proclamando in essi la ragione fondamentale di ciò che devo fare e del modo con cui devo farlo. Quanto è necessario mettere in risalto i diritti di Dio che l’empietà così arditamente nega e la pietà trascura così inconsciamente! Non saprò mai metterli al posto che loro spetta; soltanto la loro elevazione è capace di elevarmi. Più Dio dominerà la mia vita, più l’attirerà. Sì, o Signore, datemi la grazia di riconoscere il vostro potere, di rispettare la vostra autorità, di sottomettermi alle vostre leggi, onde partecipare, mediante la mia sottomissione, ai beni del vostro regno; di essere ammesso alla vostra eredità e di regnare eternamente con voi nella gloria dell’immortalità.

 

  1. Questioni circa la via e i mezzi. – Il diritto di Dio a reggere la creatura lo vedrò, almeno per la determinazione del suo esercizio, nella seconda Parte, ove mi propongo di studiare le vie del lavoro di costruzione della mia vita. Ivi vedrò come il suo potere mi governi e in che modo io debba sottomettermi. Quest’argomento continuerà pure nella terza Parte, ove mi riserverò di considerare l’impiego dei mezzi, creati da Dio, attualmente nelle sue mani e messi a mia disposizione. Ivi conoscerò come il suo dominio disponga che gli esseri servano alla mia santificazione e in qual modo desideri che adatti i miei propri mezzi allo scopo da lui assegnato. Ma bisogna, fin d’ora, stabilire il principio generale la cui luce rischiarerà anche le riflessioni della prima Parte. Cerchiamo adunque di conoscere quale è il diritto di Dio a reggere gli uomini e il creato. Le conseguenze, per gli uomini, saranno dedotte ne « La Via »; quelle per il creato, ne « I mezzi ».

 

  1. I suoi diritti risultano dalla creazione. – Il diritto di Dio a reggere ciò che ha creato deriva necessariamente dal fatto creativo. Qual è l’uomo che pianta un albero nel suo campo e non ha pieno potere sulla coltivazione e sui frutti di esso? Tuttavia il proprietario, pur essendo il possidente, non ha creato né la terra né la semente né gli elementi né gli strumenti per lo sviluppo dell’albero; egli non dà all’albero né l’energia né la vita né la fecondità. E tuttavia, chi gli può contestare il dominio di coltivazione? L’albero è suo, si dice, e ne fa quel che vuole. Benissimo. Se la ragione riconosce l’inalienabile legittimità di questo dominio, quanto più dovrà affermare la sovrana autorità di Dio sull’uomo, che gli appartiene completamente, anima e corpo, facoltà e attitudini, vita e potenza di vita! quanto più dovrà ammettere il dominio sulle creature, messe a servizio dell’uomo e fatte da Dio in tutto ciò che sono e hanno, in tutto ciò che fanno e possono fare!

 

  1. Il Signore. – Per diritto di creazione, Dio è padrone assoluto. Egli non cessa di affermare, nelle Sacre Scritture, che intende essere e restare il padrone. Che cosa è l’Antico Testamento se non un’affermazione ripetuta attraverso quaranta secoli, dei diritti del Signore? Egli li ha proclamati prima che fossero misconosciuti; ne ha reiterate le dichiarazioni contro tante infrazioni, così che sarebbe impossibile enumerare le volte che ripete: Sono io il Signore. Egli rivendica il suo impero sull’umanità, sull’universo. Benedizione e castighi vengono dalle sue mani. Se si viola il suo dominio, egli ne vendica l’ingiuria; se si rispetta la sua autorità, egli ricompensa la fedeltà. La terribile libertà dell’uomo si rivolta spesso contro di lui; ma le disgrazie che sopravvengono attestano che i diritti divini sono inalienabili. Si possono contestare, ma non sopprimere. Egli è il Signore e resta tale, nonostante tutte le negazioni empie, oblianti o sprezzanti.

 

  1. Il servo. – Se Dio è il Signore, l’uomo è il servo; se il Signore comanda, il servo deve obbedire. Quando il padrone rinuncia a qualche suo diritto, il servo è libero dall’obbligo corrispondente. Ma Dio non rinuncia ad alcun diritto; egli li conserva e li esercita tutti. L’universo è suo e lo governa con la sua provvidenza. L’uomo, che è suo servo e che egli vuol rendere figlio ed erede, è in linea diritta con la sua paternità. Dio ha date le sue leggi al mondo e le creature stanno soggette ai suoi ordini e al suo governo. L’uomo ha pure ricevuto delle leggi; perché, allora, fra gli esseri, dev’essere il solo a contravvenire alle disposizioni e all’azione del suo creatore? Triste lo spettacolo di questa creatura privilegiata, che trova, nei privilegi stessi della sua grandezza, l’occasione di mettersi al di sotto di tutto ciò che obbedisce! L’uomo è chiamato ad essere servo libero, dipendente volontario, figlio amante; e la sua libertà scuote il giogo, la sua volontà rigetta il dominio, la sua filiazione ingiuria la paternità. È dunque il caso di meravigliarsi se lo colpiscono funesti mali? Tutto ciò fa comprendere sempre meglio che la gloria data al padrone è l’unica sorgente di felicità per il servo.

 

  1. In dipendenza assoluta. – Non vi è nulla, in nessuna creatura, che non sia totalmente nelle mani di Dio. Non vi può dunque essere nulla nella mia vita che non gli sia sottomesso. Se non lo sarà per spontanea deferenza, lo sarà per forzata necessità. E poiché voglio sforzarmi a mettere nella mia esistenza l’equilibrio voluto dalla legge di creazione, devo concludere che tutti i miei movimenti liberi debbono essere sottomessi alla direzione di colui che è mio dominatore. Egli ha il diritto ed esige i miei frutti di gloria e la mia collaborazione; ha il diritto ed esige di ordinare gli stessi mezzi che prendo. Che altro posso fare allora se non applicarmi per fare trionfare la sua autorità su questi tre punti? Bisogna che io sappia quello che egli vuole come fine da raggiungere, come via da seguire, come mezzi da adoperare; e dopo averlo saputo, vuole che mi applichi e mi consacri totalmente ad essi. Così egli sarà il mio Signore e io il suo servo. Se saprò, da servo buono e fedele, seguire il padrone secondo i suoi ammaestramenti, arriverò, conforme alla sua promessa, là dove egli è; e dopo averlo seguito, sarò incoronato di gloria dal Padre Celeste (cf. Gv 12, 26).

La vita interiore di F. Pollien Capitolo IV

La vita interiore di F. Pollien Capitolo IV

LA VITA INTERIORE

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Dom François Pollien

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ANTERIORITA DEL DIVINO

  1. Le due pagine del libro della creazione. – 43. La gloria, sorgente di felicità. – 44. In Domino. – 45. La gioia del Signore. – 46. Supremazia divina.
  1. Le due pagine del libro della creazione. – Poiché il divino è talmente, per essenza, anteriore all’umano, ne deriva logicamente, come conseguenza pratica, che nessun ragionamento, nessun fatto reale può posporre l’interesse divino a quello umano. L’ordine è troppo essenziale per poter essere impunemente capovolto. Io non posso perciò né vedere, né volere, né cercare la mia felicità prima dell’onore di Dio. Egli ha un diritto inalienabile di precedenza e di eccellenza. « Un discepolo non è da più del Maestro, né un servo da più del suo padrone » (Mt 10, 24). Gloria di Dio e felicità dell’uomo sono due pagine di un medesimo foglio, che si susseguono e che non bisogna né separare, né invertire sotto pena di travolgere il senso del libro della creazione.

Dunque: subordinazione logica e pratica del mio interesse a quello di Dio. Egli il primo; io il secondo; la sua gloria prima di tutto; la mia felicità poi. Quest’ordine s’impone alle mie convinzioni, ai miei affetti, alle mie azioni.

  1. La gloria, sorgente di felicità. – L’anteriorità del divino non è soltanto un fatto di ragione, ma è anche un fatto di vita. La mia felicità non è solo posteriore alla gloria di Dio ma deriva da essa; in pratica, non può essere diversamente. Infatti, io non posso salvarmi, se non servo Dio. Nel servizio il merito, dal merito la ricompensa. Come non si può concepire un figlio prima o senza madre, così non si può pensare ad un interesse al di sopra o all’infuori di quello di Dio. Solo la gloria può generare la felicità. Nostro Signore l’attesta ai suoi apostoli: « Vi ho detto questo perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena » (Gv 15, 11). Che cosa dice loro? Di dimorare nel suo amore mediante l’osservanza dei suoi comandamenti, cioè di glorificare con lui il Padre suo, secondo le leggi che egli ha dato.

La gioia di Gesù sta nella gloria del Padre suo, e la gioia degli Apostoli non sarà piena, pienamente vera, se la gioia di Gesù non sarà in loro. Essi, dunque, devono attingere dalla gloria, per rendere piena la loro felicità.

  1. In Domino. – La conclusione prende un nuovo aspetto. L’inizio della mia felicità, attinta dalla gloria di Dio, non è un fatto posto una volta per sempre e che si possa separare dalla sua causa, più di quanto si possa separare il tronco dalle sue radici o il ruscello dalla sua sorgente. Ogni atto sarà beatificante in quanto è glorificante. La mia gioia deve nascere dalla gloria e restare in essa. Il giusto avrà la sua gioia nel Signore (cf. Sal 63, 11). Gioite nel Signore ed esultate, giusti (cf. Sal 31, 11). Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi (Fil 4, 4). La Scrittura abbonda di passi che ripetono questo pensiero profondo: la gioia del giusto è nel Signore. – Che significa la gioia del giusto? – La gioia che gli è propria, la sua, perché c’è una gioia esclusivamente del giusto. Vi dò la pace, la mia, e non quella del mondo, dice il Salvatore (Gv 14, 27). Questa gioia del giusto, che è la sua propria, la vera gioia, la sola vera, perché essa è la sola conforme all’ordine divino, questa gioia, dov’è? dove si attinge? donde viene? dove va? dove dimora? In Domino, nel Signore; essa è in Dio, si attinge da Dio, viene da Dio, va a Dio, dimora in Dio.
  1. La gioia del Signore. – Dio, Dio solo vuole essere la sorgente piena ed infinita della mia felicità. È in lui, in lui solo che vuole beatificarmi; e in quale misura! e in qual modo!… Egli vuole consumare la mia vita nell’unità della sua, darmi in eterno l’estasi della visione beatifica, inebriarmi delle ricchezze della sua casa, farmi godere i torrenti delle sue delizie (cf. Sal 35, 9). La felicità sarà così piena che, non solo potrà entrare in me, ma io entrerò in essa; traboccherà in me da tutte le parti e da nessun lato ne toccherò i limiti. Entra nel gaudio del tuo Signore (cf. Mt 25, 21), sarà l’ineffabile parola che inviterà il servo all’eterno banchetto. Gaudio talmente grande che è soprannaturale; talmente soprannaturale che supera la capacità propria di ogni creatura possibile. Dio non ha voluto contentarsi di ricevere da me una gloria puramente naturale, bensì ha vo-luto dare alla mia natura, nella sua unione con lui, una capacità soprannaturale per glorificarlo. Ugualmente, egli non si accontenta affatto di darmi una capacità naturale per una felicità finita, ma produce in me una capacità soprannaturale per una felicità infinita. Mio Dio! concedete al mio essere di dilatarsi in tutta la capacità soprannaturale di gloria e di felicità che gli avete elargito e che un giorno io giunga alla beatitudine immortale, ove il canto delle vostre lodi sarà il mio banchetto eterno! Beati coloro che abitano nella vostra casa, poiché essi vi lodano per tutta l’eternità (cf. Sal 83, 5).
  1. Supremazia divina. – La supremazia della sovrana maestà deve essere servita, innanzitutto per se stessa; deve dominare, dall’altezza della sua eternità, i miei diritti e le mie speranze di immortalità, di cui è la sorgente; deve orientare i miei progressi, che le serviranno di trionfo; deve imporsi alla mia vita, in terra e in cielo, come fine superiore di quello che sono, sarò e dovrò fare, ad ogni istante, nel tempo e nell’eternità; deve reclamare tutte le mie energie e promettermi la benedizione della mia beatitudine. Questa supremazia dominerà, da una ben maggiore altezza, gli interessi utilitari che le creature e i loro piaceri mi recheranno, come vedrò in seguito. Se la sua dignità sorpassa già di molto la mia vita, quanto più sorpasserà ciò che ne è solo strumento! Questa è la supremazia del fine, ed avrò modo nella prima Parte, in cui voglio studiare il fine, di dedurre tutte le conseguenze fino alla loro ultima conclusione. Una volta riconosciuto il principio dell’anteriorità del divino sull’umano, è impossibile sottrarsi alle deduzioni che conducono alla consumazione dell’unità in Dio.

La vita interiore di F. Pollien Capitolo III

La vita interiore di F. Pollien Capitolo III

LA VITA INTERIORE

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Dom François Pollien

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L’ORDINE DELLE MIE RELAZIONI DIVINE

  1. Rassomiglianza e non uguaglianza. – 38. L’essenza intelligibile. – 39. L’essenza reale. – 40. La mia felicità è forse nell’essenza delle cose? – 41. Posso perderla.

 

  1. Rassomiglianza e non uguaglianza. – Dio ha voluto la mia creazione, le ha assegnato un fine, temporale prima, eterno poi. In questo fine unico, due interessi: la sua gloria e la mia felicità. Questi due interessi, che fanno parte del medesimo fine, non debbono, secondo il disegno divino, essere separati. Dunque, debbo unirli. Ho detto bene: debbo unirli; perché, quantunque egli li abbia posti entrambi nel piano dell’immortalità, mi ha lasciato tuttavia libero, durante la prova, di poterli unire o disgiungere. L’uno mi è proposto, l’altro imposto. Comprendo che non potrò mai sottrarmi alla sua gloria, però posso non raggiungere la mia felicità. A me dunque spetta associarli; ma, in che modo? in che ordine? d’uguaglianza o di rassomiglianza? Di rassomiglianza, perché io sono stato creato ad immagine e somiglianza di Dio (n. 30), e sono stato chiamato a trasformarmi a somiglianza del mio Padre (cf. 1Gv 3, 2). Di uguaglianza, no, perché Dio è necessariamente anteriore e superiore all’umano. Tre ragioni, dunque, non permettono di uguagliare il mio interesse a quello di Dio: l’essenza stessa degli esseri, l’anteriorità e la superiorità del divino sull’umano. L’essenza degli esseri manifesta l’assoluta supremazia di Dio; l’anteriorità del divino dice che egli deve precedere; la sua superiorità attesta che egli deve reggere l’umano. Esaminiamo una dopo l’altra queste tre ragioni, teoriche in se stesse, eminentemente pratiche nelle loro conseguenze.

 

  1. L’essenza intelligibile. – Dio è eterno in se stesso, senza principio né fine. Prima che alcuna cosa fosse fatta, egli era. Prima della creazione, quella gloria proveniente dalle opere che poteva far esistere, era ab aeterno, come lui, il fine supremo, l’unico assoluto, l’unico necessario, talmente necessario, talmente assoluto, che, prima ancora che alcuna cosa esistesse, era vero, eternamente ed invariabilmente vero, che tutti gli esseri possibili non avrebbero potuto esistere che per la gloria del loro autore.

Il modo di glorificazione, la misura di onore da rendere, possono variare all’infinito secondo la natura e l’azione degli esseri; e variano di fatto, secondo la capacità e la condotta delle creature. Io posso rendere personalmente al mio Creatore una gloria più o meno meritevole, secondo il grado della mia conformità ai suoi disegni. Posso inoltre non elevarmi fino a quel grado supremo di glorificazione al quale la mia fedeltà mi avrebbe condotto, e non procurargli che la gloria del supplizio meritato e della giustizia ristabilita da tale supplizio. I modi particolari di glorificazione non sono nell’essenza assoluta, in questa necessità di ordine preesistente a tutto, che si chiama essenza intelligibile.

In questa essenza vi è eternamente l’obbligo per ogni creatura di essere riferita, nella misura del suo essere, sebbene sotto una forma qualsiasi, all’onore del suo Creatore. In questo riferimento finale, assoluto, consiste la gloria estrinseca, essenzialmente necessaria.

 

  1. L’essenza reale. – Questa gloria divina, indipendente dal modo e dalla misura con cui è procurata, appartiene anche all’essenza reale degli esseri. Si chiama essenza reale ciò che entra talmente nella costituzione propria di un essere che, senza di ciò, l’essere non sarebbe più. La gloria divina s’inoltra talmente nella costituzione reale delle creature che, senza di essa, queste non esisterebbero. Essa penetra così profondamente nella natura dell’uomo, domina così pienamente la sua vita, che gli stessi dannati, sotto l’azione della divina giustizia, rendono a Dio, forzatamente, la gloria che non vollero rendergli liberamente, assecondando gli inviti della sua misericordia. Dio ha fatto tutto per se stesso, tutto, anche l’empio riservato per il giorno dell’eterna rovina. E sant’Agostino afferma che la bontà di Dio non potrebbe permettere il male se la sua onnipotenza non potesse ridurlo al bene.

 

  1. La mia felicità è forse nell’essenza delle cose? – Anzitutto, Dio poteva non crearmi; nulla, nell’essenza delle cose, reclama la mia esistenza. Egli mi ha dunque creato liberamente, per decreto affatto gratuito della sua bontà. Dall’istante stesso che mi creò, l’essenza assoluta della sua natura e della mia esigeva che ciò fosse per la sua gloria. Ma allorché mi creava, era egli obbligato a scegliere, per la sua glorificazione, quel modo sovreminente dell’unione soprannaturale, nella quale io divento partecipe della sua vita? Egli volle elevarmi fino all’onore di partecipare alla sua propria felicità; per questo ha dato alle mie facoltà quel modo speciale di azione per cui esse si uniscono al loro oggetto, si nutrono di esso, se lo assimilano, o meglio ancora, si assimilano ad esso e vivono di esso. La capacità iniziale e il bisogno dell’unione beatifica sono ovunque nelle mie potenze e sono doni affatto gratuiti, splendori del libero beneplacito divino. La mia creazione è dunque una liberalità gratuita, non richiesta dall’essenza delle cose. La mia elevazione all’unione divina è un’altra liberalità più gratuita ancora, che la mia stessa natura non esigeva in alcun modo.

 

  1. Posso perderla. – Io posso, infatti, soffrire in questo mondo e dannarmi per tutta l’eternità, senza perdere la mia natura e senza che l’ordine essenziale sia distrutto. Se la mia felicità quaggiù e la mia salute eterna fossero nell’essenza intelligibile, non potrei assolutamente perderle, poiché ciò che è dell’essenza primordiale è invariabilmente necessario e non può essere altrimenti. Se invece fossero semplicemente nell’essenza reale della mia natura, io non potrei perderle, senza perdere questa. Ma, giacché posso perderle, non sono cose affatto essenziali. Non vi è che una sola cosa del tutto essenziale: la gloria di Dio procurata comunque. La mia stessa salute, in quanto è felicità per me, è cosa relativa, o meglio, correlativa alla gloria di Dio.

La vita interiore di F. Pollien Parte I

LA VITA INTERIORE

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Dom François Pollien

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LIBRO PRIMO

GLI ELEMENTI

  1. – San Paolo, nelle sue lettere, in cui tratta così divinamente la vita divina, la paragona alla costruzione di un edificio, alla crescita della pianta, allo sviluppo del corpo. Questi tre paragoni gli sono familiari, ed egli li cita spesso per spiegare il mistero delle nostre ascen­sioni divine. Gl’ingrandimenti dell’edificio, della pianta e del corpo suppongono degli elementi da ordinare e dei princìpi secondo i quali devono essere ordinati.

Quali sono dunque gli elementi che debbono servire all’elevazione divina del mio essere?

Alcuni sono già in me, altri mi vengono dalle crea­ture ed altri li ricevo da Dio. Quali sono i principi che debbono servire all’ordinamento di questi elementi? Si deducono dai rapporti necessari costituiti dallo stesso Creatore, fra lui, me stesso e le creature. Questi ele­menti e questi princìpi formeranno l’oggetto di questo primo libro.