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Una triste ricorrenza

Quel triste 23 aprile 1903

Oggi 29 aprile, in occasione della ricorrenza di un ignobile anniversario che riguarda l’espulsione subita dai certosini della Grande Chartreuse in questo triste giorno del 1903, voglio proporvi un documento eccezionale.

Ma prima una premessa, cosa accadde nelle settimane precedenti quel mercoledì 29 aprile?

La Camera dei Deputati, nonostante qualche velata opposizione, il 26 marzo si era opposta alla richiesta di autorizzazione a continuare a svolgere vita monastica fattagli pervenire dalle autorità dell’Ordine, con una lettera del Priore Generale Dom Michel Baglin.

E di conseguenza, dal 31 marzo fu deciso di inviare in Inghilterra il Noviziato presente nella Grande Chartreuse. Successivamente gli anziani e gli ammalati furono distribuiti tra le varie case all’estero. La produzione del liquore fu spostata a Tarragona, in Spagna. Dodici Padri e dieci Fratelli decisero di rimanere nella Grande Chartreuse fino alla fine.

Lo stesso 31 marzo, la prima camera del tribunale civile di Grenoble nominò il signor Henri Lecouturier, arbitro commerciale a Parigi, liquidatore dei beni dei certosini. Il giorno seguente, mercoledì primo aprile fu notificato al RP Generale, il primo diniego di autorizzazione, in secondo luogo fu indicato il tempo di quindici giorni concesso alla comunità per sciogliersi e lasciare i locali. L’11, dopo la deliberazione, i certosini, in piena conformità con le risoluzioni del Capitolo generale decisero: sarebbero rimasti e avrebbero ceduto solo alla violenza!

Ma ecco il documento di cui vi parlavo, una lettera dal tono vibrante del Reverendo Padre Dom Michel Baglin destinata al Primo Ministro Emile Combes.

Il 14 aprile, alle quattro del pomeriggio, padre Dom Michel, priore della Grande Chartreuse e Generale dell’Ordine, ha così consegnato al signor Urbain Poncet, avvocato presso la Corte d’appello di Grenoble, la lettera da lui inviata a Emile Combes.

Questa lettera fu pubblicata la sera seguente e la mattina seguente dai giornali:

Signor Presidente del Consiglio, scadranno i termini che gli agenti della sua amministrazione credevano di poter fissare per la nostra permanenza alla Grande Chartreuse. Ora, primo, hai il diritto di sapere che non abbandoneremo il posto di penitenza e intercessione dove è piaciuto alla Provvidenza di collocarci. La nostra missione qui è soffrire e pregare per il nostro caro Paese: solo la violenza fermerà la preghiera sulle nostre labbra.

Purtroppo, nei giorni difficili in cui regna l’arbitrio, è necessario prevedere le contingenze più tristi; e poiché, nonostante la giustizia delle nostre richieste, è possibile che un colpo di forza improvvisamente ci disperda e addirittura ci butti fuori dalla nostra patria, vorrei dirti oggi che ti perdono, a nome mio personalmente e in il nome dei miei colleghi, le varie procedure, così poco degne di un capo di governo, che avete impiegato nei nostri confronti. In altri tempi, l’ostracismo non disdegnava, come fa oggi, armi apparentemente leali.

Tuttavia, crederei che sto venendo meno al dovere della carità cristiana se, al perdono che ti concedo, non aggiungessi un consiglio salutare insieme a un avvertimento serio. Il mio doppio carattere di sacerdote e religioso mi autorizza indiscutibilmente a rivolgermi a entrambi, per fermarvi, se avete ancora qualche traccia di cautela, nell’odiosa e inutile guerra che state conducendo contro la Chiesa di Dio.

Così, su vostro urgente invito e sulla produzione di un documento di cui non dovreste, a quanto pare, ignorare la manifesta falsità, una Camera francese ha condannato l’Ordine di cui Nostro Signore mi ha stabilito come Capo. Non posso accettare questa frase ingiusta; Non lo accetto; e, nonostante il mio sincero perdono, chiedo la revisione, secondo il mio diritto e mio dovere, da parte dell’infallibile Tribunale di Colui che è costituito nostro Giudice Sovrano. Pertanto, – presti particolare attenzione alle mie parole, signor Presidente del Consiglio, e non abbiate fretta né di sorriderle, né di considerarmi un fantasma di un’altra epoca, – di conseguenza verrete con me davanti a questo Tribunale di Dio. Là, niente più ricatti, niente più artifici di eloquenza, niente più effetti tribunali o manovre parlamentari niente più documenti falsi o una maggioranza compiacente; ma un giudice calmo, giusto e potente, e una sentenza senza appello, contro la quale né tu né io possiamo protestare.

A presto, Signor Presidente del Consiglio!

Non sono più giovane e tu hai un piede nella tomba. Preparati, perché il confronto che ti sto annunciando ti riserverà emozioni inaspettate. E, per quest’ora solenne, conta più su una sincera conversione e una seria penitenza che sulle capacità e sui sofismi che risparmiano i tuoi fugaci trionfi.

E poiché il mio dovere è restituire il bene per il male, pregherò, o, per dirla meglio, noi certosini, di cui avete decretato la morte, continueremo a pregare il Dio delle misericordie, che perseguitate così stranamente nei suoi servi , affinché ti conceda il pentimento e la grazia di salutari riparazioni.

 Signor presidente del Consiglio, sono il vostro umilissimo servitore.

Fratello Michel Baglin, Priore della Grande Chartreuse.

Dom Michel Baglin

Quello che accadde il 29 aprile del 1903 resta una pagina tristissima della storia dell’Ordine certosino.

Ma cosa accadde poi ai protagonisti principali di questa vicenda?

Combes Dom Baglin

                       Emile Combes                                                          Dom Michel Baglin

Ebbene, Emile Combes morì il 25 maggio del 1921, mentre Dom Miche Baglin terminò i suoi giorni terreni piamente il 20 gennaio del 1922. Ebbe dunque tutto il tempo di pregare per l’anima dello sfortunato uomo che lo aveva preceduto nell’aldilà ed al quale, come abbiamo visto nella lettera che vi ho proposto, aveva preso appuntamento davanti alla Corte del Sovrano Giudice. Entrambi in breve tempo sono apparsi davanti a Dio, il persecutore e la sua vittima.

Possa Dio averli ammessi per l’eternità a godere della Sua Luce.

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Lettera di Santa Caterina a Dom Bartolomeo Serafini

copertina

In un precedente articolo, cari amici lettori, vi avevo parlato di Dom Bartolomeo Serafini, e del suo rapporto con Santa Caterina da Siena. Oggi voglio proporvi il testo di una lettera, che la santa gli aveva indirizzato. In essa vi è l’invito a recarsi a Roma, per dare consigli al pontefice Urbano VI. Tale missiva, non datata, è da ritenersi di poco anteriore alla partenza di Dom Bartolomeo per Roma, e cioè alla seconda metà del dicembre 1378.

lettera CCCXXIII

Al Priore di Gorgona dell’ordine della Certosa in Pisa

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.

Carissimo figlìuolo in Cristo dolce Gesù. Io Catarina, serva e schiava de’ servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo; con desiderio di vedervi sollicito ad esercitarvi in servizio della dolce sposa di Cristo, la quale si vede ora in tanta necessità. Ora è il tempo nostro, chè si vedrà chi sarà amatore della verità, o no. Non è da dormire, ma è da destarsi dal sonno, e ponersi per obietto il sangue di Gesù Cristo crociffisso, acciocchè siamo più inanimati alla battaglia. Il nostro dolce Santo Padre papa Urbano VI, vero sommo pontefice, pare che voglia pigliare quello remedio che gli è necessario alla reformazione della santa Chiesa, cioè, di volere i servi di Dio allato a sè, e col consiglio loro guidare sè e la santa Chiesa. Per questa cagione vi manda questa Bolla, nella quale si contiene che voi abbiate a richiedere tutti quelli che vi saranno scritti. Fatelo sollicitamente, e tosto, e non ci mettete spazio di tempo; chè la Chiesa di Dio non ha bisogno d’indugio. Lassate stare ogni altra cosa, sia ciò che si vuole; e sollecitate gli altri che vi saranno scritti, che tosto siano qui. Non tardate, non tardate, per l’amore di Dio. Entrate in questo giardino a lavorare di qua; e frate R. è ito a lavorare di là, perocchè il Santo Padre l’ha mandato al, re di Francia. Pregate Dio per lui, che ‘l faccia vero seminatore della verità; e s’egli è bisogno, che ne ponga la vita. Il Santo Padre si conforta, bene e realmente, come uomo virile giusto e zelante dell’onore di Dio, ch’egli è. Altro non vi dico. permanete nella santa e dolce dilezione di Dio, e bagnatevi nel, sangue di Cristo crocifisso. Gesù dolce, Gesù amore.

Un augurio per l’eternità

copertina Duclaux

Il titolo di questo articolo l’ho coniato a seguito della lettura di questa lettera di un monaco certosino, estratta da libro “Confidences d’un chartreux” che le ha raccolte, essa ci invita a riflettere sul tempo breve e transitorio di questa vita terrena. Egli augura felice eternità!

Ma vediamo chi è il certosino in questione.

Dom Hilarion Duclaux, nacque nel 1727 a Valréas, nel Vaucluse. Proveniente da una famiglia profondamente cristiana, molto presto sentì la chiamata alla vita consacrata ed entrò nella certosa di Bonpas, dove fece professione il 6 agosto 1748. I dolorosi eventi del tumulto rivoluzionario non risparmiarono la sua comunità, difatti i monaci furono espulsi l’8 settembre 1792. Dom Duclaux, che era in cattive condizioni di salute, sentì profondamente questa violenza diretta contro la Chiesa e il suo convento, e morì nella sua città natale nel 1793, all’età di 66 anni.

Recentemente sono state ritrovate delle lettere che egli scrisse alla sua famiglia. Essenzialmente al fratello sacerdote ed a suo padre, al quale scrisse dal gennaio 1748, anno della sua professione, fino all’aprile 1788, quindi alla vigilia della Rivoluzione francese. Le considerazioni spirituali contenute in queste lettere di Dom Duclaux sono incredibilmente attuali, costituendo un vero alimento per la meditazione personale. Si rivela da questi testi, l’animo sereno e fervente rivolto a Dio di questo pio certosino.

Per voi una di queste lettere, scritte al padre per augurargli un buon inizio anno.

Da Bonpas, 1 gennaio 1752

Al signor Duclaux, notaio ed impiegato,

a Valréas

Mio caro padre,

Avevo promesso al mio caro fratello di scriverti e quelli erano i miei desideri. Ma il tempo non mi ha permesso di realizzarle. Ultimamente, ho perso un’opportunità favorevole che si è presentata, ma, dato che era una giornata di spazio, non avevo ancora nessun momento di svago. Ne approfitto ora con grande entusiasmo di chi rimane, per adempiere a te il dovere che il nuovo anno che iniziamo oggi mi richiede: ti auguro felice e colmo delle benedizioni del Signore. Deve farci pensare a questo anno eterno che ci aspetta tutti e che sarà, se gradirà la misericordia divina, la fine della nostra felicità e che deve rendere, in questa valle di lacrime, l’oggetto di tutti i nostri sospiri. Gli anni che trascorriamo qui di seguito sono così piccoli rispetto alla loro breve durata e alle miserie che li accompagnano, che meritano la nostra stima solo quando ci vengono dati per accumulare tesori per il l’eternità. Inoltre, il nostro cuore è creato solo per Dio solo, che è eterno, e nulla di ciò che accade è degno di Dio. Beati coloro che fanno queste riflessioni e che, non attaccandosi a questa vita deperibile, attendono uno che non avrà fine, dove tutti i beni sono compresi, perché uno ha Dio lì, che è la felicità di santi. È lì, mio carissimo padre, che ti auguro, e per tutta la casa, perché la salvezza delle tue anime mi è cara come la mia. E tutto ciò che voglio nella nostra solitudine è vederti un giorno, riunito in questa patria celeste. Dio ci conceda la grazia!

Non ti parlo qui, mio carissimo padre, della parte che hai preso in onore che la Divina Provvidenza mi ha fatto, elevandomi al sacerdozio. Penso che sia molto grande. Sarei stato molto felice di vederti partecipare alla mia prima messa. Questo è abbastanza naturale. Mio carissimo fratello mi fa sperare che avrò il piacere di vederti con il mio carissimo zio, quando il tempo e gli affari lo permetteranno. Attendo con impazienza questo felice giorno, che potrebbe essere l’ultima volta che ci vedremo in questo luogo di esilio. E spero, con l’aiuto di Dio, che lo spendiamo in discorsi spirituali. Mi renderai felice se sei solo voi due.

Ho ricevuto una lettera da mio fratello Joseph qualche tempo fa. Sta andando bene. Mi piace anche, per grazia di Dio, buona salute e grande contentezza. Ti prego di offrire i miei umili rispetti a mio caro zio e mio caro fratello, a tutta la casa ea tutti i parenti.Vi auguro tutta la pace del Signore e, soprattutto, il suo amore divino, che deve essere l’anima della nostra anima. Concludo con i desideri e con i sentimenti più umili e più rispettosi con cui sono,

Da Bonpas, 1 gennaio 1752

mio caro padre, il tuo servo molto umile e molto ubbidiente,

Fratello Hilarion Duclaux, certosino. “

Lettera sulla Devozione al Sacro Cuore

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Oggi per voi, un’altra perla sulla Devozione al Sacro Cuore, stavolta una lettera concepita da Dom Giovanni Giusto Lanspergio. Egli la scrisse verso il 1525, allorquando era Maestro dei novizi nella certosa di Colonia.

Dedicata al novizio, che vive nella cella posta nell’angolo vicino al cimitero; possa la tua devozione crescere costantemente!

Mio caro figlio, abbi cura di eccitarti per venerare l’ottimo Cuore di Gesù, questo Cuore così pieno di amore e misericordia; onoralo con adorazione assidua, abbraccialo ed entra con il pensiero in questo Cuore che è aperto a te. Chiedi attraverso di lui ciò che desideri, offrigli tutte le tue azioni, poiché è il vaso che contiene tutte le grazie celesti, la porta attraverso la quale andiamo da Dio e attraverso la quale Dio viene da noi. Metti quindi, in un luogo in cui devi passare spesso, un’immagine di questo Cuore divino (o delle Cinque Piaghe), ecciterà in te l’amore di Dio e ti avvertirà spesso di agire per lui. Mentre guardi questa immagine, ricorda che sei in esilio e nella miserabile schiavitù del peccato; poi, con gemiti, sospiri e aspirazioni ardenti, porta il tuo cuore a Dio; quindi, raccogliendo nella tua mente, senza alcun suono di parole (o persino usandole se ti sono di aiuto), grida al Signore per ottenere la purificazione del tuo cuore e l’unione della tua volontà nel Cuore di Gesù, c è per il piacere di Dio. Potresti anche, se la devozione interiore ti preme, abbracciare questa immagine, vale a dire il Cuore del Re Gesù e persuaderti nella tua mente che hai veramente il Cuore divino del Salvatore Gesù sotto le tue labbra. Oh! poi brucia con il desiderio di legare il tuo cuore a Lui, di immergerti, di assorbire il tuo spirito in lui. Oppure, dopo averlo chiesto, credi che da questo Cuore amabile attiri nel tuo cuore il suo spirito, la sua grazia, le sue virtù e, infine, tutto ciò che è benefico in questo Cuore (ed è incommensurabile), il Cuore di Gesù, infatti, è abbondantemente pieno di tutti questi tesori. È una pratica molto utile e pia, onorare devotamente il Cuore del Signore Gesù; nei tuoi bisogni, cerca rifugio con lui per attingere da esso, con consolazione, saggezza, grazia e forza. Anche quando i cuori di tutti gli uomini ti abbandonano e ti ingannano, rimangono nel riposo e nella fiducia; questo cuore molto fedele non ti ingannerà, non ti lascerà mai.

Una lettera di Guigo I

"Dom Guigo riceve la visita di San Bernardo alla Grande Chartreuse"

“Dom Guigo riceve la visita di San Bernardo alla Grande Chartreuse”

In questo articolo, voglio proporvi la lettura di una lettera scritta da Guigo I, che come saprete è stato il quinto priore della Grande Chartreuse. Egli poté dare ai certosini le ”Consuetudines Domus Cartusiae” redatte tra il 1127 ed il 1128, non fu un legislatore, ma semplicemente colui che trascrisse l’esempio e le parole del Maestro Bruno. Sono diverse le missive che egli indirizzò ai suoi amici, tra i quali Pietro il Venerabile e Bernardo da Chiaravalle, i quali espressero parole di lode nei suoi confronti. La lettera che vi propongo oggi, fu indirizzata ad un personaggio non identificato, ma presumibilmente il cardinale Haimeric, cancelliere della Chiesa romana. Guigo si rivolge a costui, per esortarlo ad unirsi a lui nella solitudine della vita certosina, e per farlo descrive le peculiarità di tale scelta. Una vita radicalmente consacrata solo a Dio, volta alla ricerca della solitudine del deserto, che implica un assoluto distacco materiale e spirituale dal mondo. Questa lettera fu scoperta dal benedettino Andrè Wilmart, che la pubblicò nel 1936. Essa rappresenta una importantissima testimonianza, poichè si riferisce agli albori dell’Ordine certosino, ed ai primissimi insegnamenti del Maestro Bruno.

Al Reverendo. . .

Guigo, l’ultimo dei servitori della croce che sono in Certosa; vivere e morire per Cristo. In generale, sono convinto che questo sia particolarmente felice, non chi aspira a distinguersi in un palazzo con alte onorificenze, ma chi sceglie di condurre una vita rustica e povera nel deserto, a cui piace indulgere con l’applicazione alla saggezza nel tempo libero (contemplativa), che desidera rimanere seduto, da solo, in silenzio. Perché brillare di onori, essere alti nella dignità, secondo me, è qualcosa di non molto pacifico, soggetto a pericoli, esposto a problemi, sospetto per molte persone, ma sicuro per nessuno. Gioiosa all’inizio, imbarazzata dall’uso, è triste per finire. Applaude gli indegni, dispiace il buono e, il più delle volte, gioca l’uno con l’altro. Mentre rende molti infelici, non dà a nessuno felicità o appagamento. D’altra parte, la vita povera e solitaria, dolorosa all’inizio, diventa facile man mano che si avanza lì e, alla fine, diventa celeste. Nelle avversità è fermo, nell’incertezza sicura, nel modesto successo. Sobrio nel suo cibo, semplice nel suo ambiente, contenuto nelle sue parole, casto nelle sue maniere, molto degno di ambizione perché sei meno ambizioso. Spesso si sente in colpa per i peccati commessi (in passato), evita i peccati attuali e fa da guardia a quelli che verranno. Si fida della misericordia, non si fida dei suoi meriti; aspira ai beni del cielo e disdegna quelli della terra. Cerca con tutta la sua forza costumi puri, è attaccata a loro con costanza e li mantiene perennemente. Si concede il digiuno a causa dell’usanza della croce, ma accetta di mangiare a causa dei bisogni della carne; ha entrambi con la massima discrezione, perché obbliga la ghiottoneria ogni volta che vuole mangiare e la vanità ogni volta che vuole digiunare. Si applica agli studi, ma soprattutto alle Scritture e alle opere spirituali, dove il midollo del significato lo occupa più della schiuma di parole. E ciò che ti sorprenderà, e ciò che loderai di più, è che in questo modo è continuamente nel tempo libero contemplativo (in ozio) perché non è mai inattiva (oziosa). Infatti, moltiplica le funzioni del suo servizio così tanto che manca spesso il tempo rispetto all’occupazione (negoziazione) delle sue varie attività. E lei è seconda più spesso per mancanza di tempo che disgusto per il lavoro. Ma cos’altro posso dire? È un bel soggetto consigliare il tempo libero contemplativo, ma una tale esortazione richiede uno spirito che appartiene a se stesso e che, consapevole di se stesso, disprezza essere coinvolto negli affari pubblici o in quelli degli altri, che combatte in pace per Cristo, in modo che si preoccupi di non essere sia un soldato di Dio che un difensore del mondo, il quale dà per scontato che non può gioire ora con il mondo e regnare in futuro con Dio. Ma piccole sono queste cose e altre simili, se tu ti ricordi chi ti ha invitato a bere, e colui che ti invita a regnare. Volente o nolente, devi seguire l’esempio di Cristo nella sua povertà se vuoi partecipare a Cristo nella sua ricchezza. “Se soffriamo con lui”, disse l’apostolo, “regneremo anche con lui; se moriamo con lui, vivremo anche con lui. »(II Tim., 2, 11-12, cfr. Rom., 8, 17). Lui stesso, dopo essere intervenuto anche tra i due discepoli che hanno chiesto di sedersi uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra, ha risposto: “Puoi bere il calice che sto per bere?” (Mt., 20, 22). Con ciò intendeva dire che si arriva al banchetto promesso ai patriarchi e al nettare delle ciotole celesti dal calice dell’amarezza terrena. Ma poiché l’amicizia nutre la fiducia e tu, il mio unico amico in Cristo, mi sei sempre stato caro non appena ti ho conosciuto, ti consiglio, ti avverto, ti chiedo, poiché tu sii prudente, saggio, istruito e molto abile, per rimuovere dal mondo questo piccolo della tua età che non è ancora consumato e non tardare a bruciarlo per Dio, come un sacrificio serale, mettendolo sul fuoco di la carità. Quindi sarai te stesso, seguendo l’esempio di Cristo, sacerdote e anche vittima di un odore gradevole per Dio e per gli uomini. Ma affinché tu possa vedere meglio dove sta arrivando tutto lo slancio di questo discorso, indico brevemente alla saggezza del tuo giudizio qual è il desiderio della mia anima contemporaneamente al suo consiglio: quello in un uomo con un’anima generosa e nobile, ti impegni a seguire lo scopo del nostro ordine in vista della tua salvezza eterna e che, essendo diventata una nuova recluta di Cristo, guardi montando una guardia divina, nel campo dell’esercito celeste, dopo aver cinto l’anca la tua spada, a causa delle paure della notte. Poiché ciò di cui si tratta e ciò che ti chiedo è una cosa onesta nella sua impresa, facile nella sua realizzazione, favorevole al suo completamento, ti prego di portare a compimento un tale “affare” legittimo come molti lo zelo che il favore della grazia divina ti concederà. Per quanto riguarda sapere dove e quando dovresti farlo, lascio la scelta alla tua sagacia. Inoltre, non credo affatto che un ritardo o un ritardo sia vantaggioso per te. Ma su questo argomento non mi dilungherò ulteriormente, affinché questo discorso rozzo e non istruito ti offenda nell’uomo di palazzo e nella Curia. Lascia che questa lettera abbia una fine e una misura, ma la mia affettuosa carità per te non avrà mai né misura né fine.

Da Dom Antão Lopes un messaggio per la pandemia

stat vs covid

Negli ultimi mesi dello scorso anno, vi ho raccontato e testimoniato con interviste, testi audio, e video, la chiusura della certosa portoghese di Santa Maria Scala Coeli di Evora. Una storia che ci ha rattristato tanto.

Ma da quel 3 novembre scorso, giorno del trasferimento degli ultimi quattro certosini non vi ho più parlato di loro. Ebbene, un giornalista della rivista portoghese “Expresso“, ha provato a scrivere una missiva a Dom Antao Lopes, l’ex Priore della soppressa certosa chiedendogli le sue condizioni in questo terribile periodo di pandemia. Inaspettatamente, ha ricevuto una risposta che è stata pubblicata sulla rivista per cui lavora, e che io oggi vi propongo, tradotta dal portoghese.

Dom Antao Lopes

Facciamoci confortare dalle sagge parole dell’anziano certosino.

Noi, i quattro certosini di Scala Coeli, restiamo così giovani o così vecchi come quando eravamo a Évora. Due spagnoli (ed il portoghese), nonagenari, si trovano alla Certosa di Montalegre, vicino a Barcellona. Così ben curati e, quindi, così sani, come in Évora. Ed io, con più di ottant’anni, sono tornato alla mia certosa a Burgos, che avevo lasciato 66 anni fa. Ugualmente ben conservato… Noi siamo capaci di “durare”. Un mio co-novizio spera di compiere 100 anni questo novembre, se il virus non lo trova: vive nascosto nella cella. In Spagna ci sono circa ottocento conventi di clausura. Di loro, solo quattro (tre delle Clarisse, uno dei Carmelitani) hanno lasciato entrare il virus. La domenica delle Palme non c’era ancora nessun defunto. Vantaggi della clausura! Questo ci rassicura.

Hanno trascorso alcuni giorni di “ritiro” con noi. Abbiamo sempre rifiutato, in modo da non perdere il nostro ritiro. Lo dico perché molte persone ci invidiano. Certo, una settimana è facile. Ma hanno trascorso molte settimane. Ancora meglio! Iniziare costa, come mi è costato il noviziato. Ma con il passare del tempo, ci abituiamo a tutto. Penso, quindi, che per molte persone questa esperienza sarà una scoperta positiva. È già troppo se scoprono se stessi, sostenendosi più di prima.

Posso dirvi il nostro segreto, ciò che ci rende non solo rassegnati, ma anche felici nella nostra solitudine, nelle nostre celle. Direi che ci sono due consigli, uno esterno e l’altro interno. Innanzitutto, essere sempre occupato. Il monaco deve spazzare la sua cella, lavare i suoi vestiti, riparare, segare il legno che brucia; (abbiamo provato, secoli fa, a cucinare ognuno, ma per alcuni questo era un pericolo di morte, per fame o avvelenamento). Tuttavia, quando parlo di occupazione, mi riferisco alla preghiera e alla lettura. Dedichiamo un terzo della giornata al lavoro ed un altro terzo alla vita spirituale.

Alcuni suppongono ciò che intendo, altri non sospettano nemmeno. Il certosino non è solo, non vive da solo. Né è sufficiente la fede nell’esistenza di un Dio. È necessario ricordare la presenza di Dio. Ora, quando ci si pensa, la solitudine cambia, la solitudine cambia da deserto a paradiso. Dio basta, con Lui non abbiamo bisogno di nessun altro.

Commenterò una delle notizie che stiamo ricevendo: il divieto o l’impossibilità della liturgia eucaristica per il popolo di Dio. Ora noi, i certosini, non abbiamo Gesù Sacramento nelle nostre celle (come alcuni parroci nelle loro case), perché viviamo dalla fede nella presenza di Dio nelle nostre anime. E quella presenza ci rende felici. I cristiani cercano di vivere nella grazia di Dio e Lo sentiranno in loro, nei loro cuori. Forse dirò una barbarie, ma non è mia, è una citazione letteraria: ‘Non mi sono mai sentito più solo di quando ero con gli uomini.’

Soluzione al problema della solitudine…Al contrario, credere e sapere che Dio è in me, nella mia anima, è un’idea che non fallisce. Ovviamente, funziona meglio quando abbiamo la coscienza pulita. Ma anche quando dubitiamo di noi stessi, leggiamo nella Scrittura che “anche se il nostro cuore ci condanna, Dio è più grande del nostro cuore”. Significa che, in compagnia di Dio, non siamo soli e con Lui siamo felici.

Quando ci hai scritto, hai ripreso il nostro motto che “il mondo continua a girare, ma la croce rimane” e hai detto che ora anche il mondo si è fermato. Questa tua idea è originale. Altri scrittori hanno confrontato la clausura dei monaci con l’attuale confinamento di tutti. La tua allusione all’arresto, ci fa pensare ad un altro aspetto della crisi, che può essere utile. Per me, che sono spagnolo, l’idea è più chiara, perché ciò che in Portogallo si chiama “disoccupazione”, la tragedia temuta per ora, qui si chiama “paro obrero” (interruzione del lavoro). La disoccupazione riceverà un aiuto economico statale. Il “paro” non ha medicina vitali per gli umani, necessaria per la salute psicologica. Anche con i sussidi, il “paro” sarà un dramma per molti, specialmente per i giovani, tanto o più di questo confinamento forzato, con cui hanno imitato la libera clausura dei certosini.

Vorrei dare un consiglio: impegnatevi ad aiutare gli altri. C’è il volontariato, c’è la Caritas. Forse il mondo bloccato, ma impegnato ad aiutare, può portare meglio la Croce che, come noi, i certosini, ricordiamo, Dio ha messo sopra il mondo.

Stat Crux Cartusialover

 

Una lettera di Bernardo di Portes

Nell’articolo odierno voglio offrirvi il testo di una lettera inviata da Dom Bernardo di Portes, certosino dell’omonima certosa. Egli prese l’abito monastico nel 1125, e fu amico di san Bernardo di Chiaravalle, con il quale ebbe numerosi scambi epistolari. Questa amicizia condusse l’abate a visitare la certosa di Portes, dove potè apprezzare le virtù di questo pio anacoreta certosino, tanto da indurre san Bernardo a convincere Papa Eugenio ad elevarlo a dignità episcopale. Il certosino fu nominato vescovo di Belley nel 1136, e rimase in carica fino al 1146 allorquando egli ottenne dal Pontefice di poter ritornare alla vita monastica. Tornò alla certosa di Portes dove fu nominato Priore nel 1146, dove potè così vivere i suoi ultimi anni nel silenzio della vita claustrale fino al 16 dicembre del 1152, giorno della sua dipartita. La sua umiltà, la sua pietà e le sue virtù, furono di esempio per i suoi amati confratelli. Oltre a ricordare il suo spessore spirituale, vi offro una lettera che egli scrisse in risposta al recluso, in una cella di rigore, Raynaud de Saint Rambert, che gli chiedeva una retta regola di vita.

A voi il testo, alquanto lungo, ma che merita tanto.

“Mi chiedi di esporti per iscritto in qual modo tu debba vivere in presenza del Signore: una richiesta certamente onesta, ma tale che potrei ragionevolmente schermirmene. Per non darti tuttavia l’impressione che io manchi di carità, procurerò di rispondere alla tua richiesta non come, beninteso, sarebbe confacente al tema, ma come appunto me lo suggerisce la carità.

Voglio però avvertirti che io non intendo affatto disegnare per te una regola di vita fissa e stabile; voglio piuttosto indicarti brevemente le pratiche che mi sembrano adatte a te fra quelle che la vita eremitica ha l’abitudine di osservare. Se però avrò a prescriverti delle regole che ti sembreranno o troppo dure o troppo lievi, sarà tuo compito temperarle o renderle più severe, a seconda che il Signore te ne dia la volontà e la facoltà.

Osserva tuttavia sempre – questo ti raccomando sopra ogni cosa – la giusta misura che gioca un gran ruolo sia nei progressi sia nella possibilità di perseverare nella vita eremitica. Coloro infatti che cominciano – siamo soliti chiamarli novizi – dopo aver affrontato prove per lo più superiori alle loro forze – e ciò perché al loro fervore non si accompagna il senso della misura – vedono venir meno la perseveranza (e questo è deprecabile); ovvero, incorrendo in qualche grave malattia del corpo, e talora anche della mente, sono costretti a tornare a pratiche meno dure, e addirittura troppo facili, cui invece avrebbero dovuto rinunziare del tutto.

Parliamo anzitutto del silenzio. Mi sembra che tu debba assolutamente osservare il silenzio da Compieta a Prima durante l’estate, fino a Terza durante l’inverno.

Pur dovendo sempre, per quanto lo permettono le circostanze, aspirare al silenzio e cercarlo, soprattutto di notte non devi violarlo, tranne che una necessità impellente non ti costringa a farlo. Allora esprimiti con poche parole, proferite con modestia. Quanto alle parole oziose e di nessuna utilità, non solo non devi mai pronunciarle, ma nemmeno ascoltarle da alcuno.

Nessuno osi riferirti pettegolezzi, scurrilità, e nemmeno notizie sugli avvenimenti esterni. Ascolta volentieri soltanto quelle cose per le quali tu possa ringraziare Dio, se sono benefici divini, o implorarlo, se sono notizie tristi e funeste.

Chiunque venga da te ascolti buone parole, o te ne dica. Se poi ti visitano uomini religiosi o eruditi, sii sempre più pronto ad ascoltare i loro buoni discorsi che a parlare.

Se ti sforzerai di osservare queste cose, i fantasmi delle vanità non ostacoleranno la devozione del tuo cuore nella salmodia e nella preghiera.

Continuiamo con le occupazioni spirituali o corporali. E’ noto che l’ozio è nemico dell’anima, e l’Apostolo dice: Chi non vuol lavorare, neppure mangi (2 Ts 3,10). E’ necessario dunque che il tentatore ti trovi occupato in qualche opera spirituale o corporale per tutto il tempo durante il quale veglierai.

Mi sembra anche conveniente che tu varii queste tue opere con ordine(1 Cor 14,40), secondo le parole dello stesso Apostolo. Dunque dedica agli esercizi spirituali le ore del mattino fino a Terza in inverno, e in estate fino a Prima. Chiamo opere spirituali la preghiera, la lettura di testi sacri, la meditazione e la salmodia.

Per il resto della giornata, fino a Vespro, sii occupato in qualche utile lavoro manuale, ma in maniera da interromperlo con brevi preghiere. Dopo Vespro, ricordati di dedicarti alle opere spirituali e di osservare anche allora, per quanto potrai, il silenzio. Dopo Compieta, non tardare a dar riposo alle membra.

Nei giorni festivi occupati soprattutto delle realtà spirituali, nella misura in cui il Signore vorrà concederti il fervore e la grazia di farlo.

Sappi che è meglio ricorrere, di tanto in tanto, a qualche lavoro manuale piuttosto che sonnecchiare su una lettura, e incorrere nel tedio per la sua prolissità; in modo tale che, dopo esserti dedicato a qualche lavoro, tu possa riprendere con più fervore, dopo questo gradito cambiamento, la preghiera o la lettura.

Ma allora attendi ad un lavoro che possa essere fatto in tranquillità e senza rumore, per non disturbare gli altri. Bada anche di non avere mai per l’attività manuale una sollecitudine che ti renda pigro o tiepido verso l’orazione, o verso le altre opere spirituali che devi compiere.

Non bisogna anteporre gli esercizi corporali a quelli spirituali, ma devi porre incomparabilmente più in alto quelli spirituali. I primi siano eseguiti a suo tempo con zelo e con energia. Ma a Dio non piaccia che la cura o la preoccupazione verso di essi siano di ostacolo al tuo fervore o alla tua pietà per le realtà dello spirito. L’Apostolo dice: Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti (Fil 4,6).

Fa’ senza sosta quello che insegna la Scrittura e che ti ho ricordato: Con ogni cura vigila sul cuore perché da esso sgorga la vita (Prv 4,23). L’animo umano è instabile e se non è tenuto, con l’aiuto del Signore, sempre impegnato in sante occupazioni, si distrae dietro pensieri vani e impuri, che il tentatore non cessa di suggerire e di evocare; così difficilmente uno riesce a raccogliersi nell’orazione e nella salmodia.

Accostati alla lettura con spirito devoto e pieno di desiderio, per attingere qualcosa da cui tu possa trarre esempio nella vita ovvero, se il Signore si degnerà concedertelo, per esser confortato dalla dolcezza delle parole e dei misteri divini.

Con questo zelo, con questa attenzione leggi successivamente tutte le Scritture che potrai avere, non per inorgoglirti del tuo sapere, ma per edificarti nella carità. Quei passi della Scrittura che non potrai penetrare con l’intelletto, rispettali umilmente come misteri divini, e rinviane piamente la comprensione, finché non entrerai nel santuario di Dio e ne intenderai le meraviglie.

Coloro che vivono in solitudine sogliono essere intimamente turbati e avere qualche nube di malinconia sotto l’istigazione del diavolo. Il nemico inveterato conosce diverse maniere di nuocere ai servi di Dio, per impedire che preghino e attendano alle loro sante occupazioni.

Per poter distogliere o trattenere l’animo dal suo santo ardore, il maligno si sforza di provocare ora tristezza ora un’ira irragionevole; ora l’orgoglio, ora il ricordo di qualche ingiuria; ora la vana memoria di quanto fu detto o fatto o che bisogna fare, ora pensieri impuri; ora la tepidezza dell’animo, ora il torpore del sonno.

E, se sente che non gli si resiste nelle cose più piccole, ci stringe nelle catene di tentazioni più forti. Preferisce disseminare delle trappole piuttosto che porre degli ostacoli. Tuttavia, non cessa di porre inciampi, per quanto è in suo potere, a coloro che non può far cadere nei suoi tranelli.

Però Dio è fedele-dice Paolo – e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla.(1 Cor 10,13). Armati della potenza della preghiera contro questi e contro tutti i generi di tentazione, e anche contro le illusioni notturne; afferra quello scudo del quale l’Apostolo dice: Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno (Ef E, 16). Il sincero amore e la fervida fede nella croce di Cristo rendono vane tutte le macchinazioni del nemico; e l’orazione accompagnata dalle lacrime respinge vittoriosa ogni genere di tentazione.

Sono queste le armi e questi i combattimenti spirituali che sostieni sotto gli occhi del Re, al cui seguito hai cominciato a prestare servizio. Devi sapere che tu hai chiuso in isolamento il tuo corpo e l’hai sottratto agli affanni esterni, perché il tuo cuore possa attendere liberamente a tale lotta.

Dagli uomini sei reputato grande, poiché ti si dirà solitario; ma agli occhi di Dio sarai grande solo eseguendo con ogni zelo e attenzione quanto ti ho esposto. Gli uomini considerano solo le apparenze; l’Altissimo giudicherà le disposizioni interiori.

E quando vedrai che non sei in grado di adempiere simili precetti, confessando umilmente la tua mancanza di generosità e la tua imperfezione davanti a Dio, chiedi con grande ardore l’aiuto della grazia a colui che dice: Senza di me non potete far nulla (Gv 15,5). Ti capiterà in effetti di scoprirti spesso torpido, spesso meno gagliardo; sappi che la grazia divina recede di tanto in tanto, perché tu debba confidare nel suo aiuto e non abbia eccessiva fiducia nella tua virtù.

Così il Padre buono sa guarire la superbia con l’umiltà. Se egli non ci diminuisse di tanto in tanto la sua grazia, la mente umana si inorgoglirebbe: credendosi capace di realizzare da sola la giustizia, cadrebbe più gravemente nella superbia. Ma se Dio ci abbandona nei momenti di orgoglio, lo fa per ritornare con grazia più clemente a chi si è umiliato; egli dorme nella tempesta in modo che, chiamato dalle preghiere, possa comandare ai venti e al mare, e ristabilire la tranquillità.

Quando avrai imparato da Cristo ad essere mite e umile di cuore, colui che resiste ai superbi ma concede la sua grazia agli umili, per mezzo dello Spirito Santo ti donerà, se la cerchi, la chiedi e la invochi, la carità: la grazia maggiore che Dio dona all’uomo in questa vita.

Appena la carità comincerà ad ardere nel tuo cuore, lo dilaterà al punto che tutto ciò che ti sembra duro o difficile nei precetti divini, ti diverrà semplicissimo. Dilaterà, dico, in tal modo il tuo cuore e renderà così dolce e lieve tutto ciò che ti sembra aspro o duro, che in verità dirai: Corro per la via dei tuoi comandamenti, perché hai dilatato il mio cuore. E anche: Nel seguire i tuoi ordini è la mia gioia più che in ogni altro bene (Sal 118,32.14).

Sappi che questa carità non è nient’altro che l’amore verso Dio e verso il prossimo. Perché due sono i comandamenti, ma la verità è una. Quando il Signore parla dei due comandamenti dice: Da questi due comandamenti dipende tutta la legge e i profeti (Mt 22,40). Quando l’Apostolo parla della carità, che è una, dice: Pieno compimento della legge è l’amore (Rm 13,10).

Due quindi sono i comandamenti, ma una è la carità che ci consente di porli in atto.

I comandamenti sono nella legge, ma la carità, per mezzo della quale corriamo al loro adempimento, è nel nostro cuore. Senonché non può trovarsi nei nostri cuori generata da noi o per mezzo nostro. L’amore di Dio – dice l’Apostolo – è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato(Rm 5,5). Quest’amore tu chiedilo incessantemente con la più grande insistenza e devozione possibile a colui dal quale proviene ogni buon regalo e ogni dono perfetto (Gc 1, 17).

Un testo assolutamente edificante per consolidare certezze nel percorso monastico che il giovane Raynaud de Saint Rambert aveva intrapreso, ma  cedendo alle umane debolezze.

Ricordando Padre Christian

Cari amici, voglio offrirvi oggi il testo di una lettera scritta dal compianto Dom Christian Thomas, il “piccolo grande” certosino, meglio noto come Padre Christian. Lo scritto che segue mi è stato inviato da un amico, Enzo Frontera, a lui molto vicino, che lo ha assistito fino ai suoi ultimo giorni di vita terrena, e che è impegnato a tener vivo il ricordo di questo pio certosino.

Non cerchiamo ricchezze terrene è Gesù il nostro unico salvatore

Dappertutto risuona questo grido. Non c’è famiglia senza sofferenza. Noi però, pensiamo spesso che una famiglia è felice perché ricca. Non è vero. La ricchezza non è tutto. Ricordiamo il giovane che non ebbe il coraggio di lasciare le sue ricchezze per seguire Gesù. E quando Gesù sentì il suo rifiuto, disse: “Quanto è difficile per coloro che possiedono ricchezze di entrare nel regno dei cieli. E’ più facile a un cammello di passare per la cruna di un ago che a un ricco di entrare nel regno di Dio”. Quelli che ascoltarono domandarono: “Allora chi potrà essere salvato? E Gesù rispose: ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio”. Gesù, infatti, ripeteva sempre che: “…tutto è possibile a Dio”. E aggiungeva: “…perché vi preoccupate delle cose terrene quando avete un Padre nel Cielo che sa dei vostri bisogni? Cercate prima il Regno dei Cieli, il Paradiso e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta”. Abbandoniamo la via della ricchezza e andiamo, dunque, con Fiducia al trono della Misericordia, cioè a Gesù nato nella mangiatoia. Al Gesù che fu poverissimo durante la sua vita terrena. Gesù diceva infatti:” il figlio dell’uomo non ha una pietra dove riposare il capo”. Gesù parlava così per dirci che non dobbiamo cercare le ricchezze terrene, ma quelle celesti. Andiamo da Gesù. Egli, morendo sulla Croce, disse: “Dio mio perché mi hai abbandonato?” Gesù, in realtà, è morto proprio per mostrarci che Dio non abbandona mai nessuno, ma che dobbiamo cercare la Vera Vita, quella del Cielo, la Vita Eterna. Gesù, nel suo infinito gesto d’amore per noi, ci ha dato la propria Madre. Infatti, indicando Giovanni disse: “donna ecco tuo figlio” . E a Giovanni disse: “ecco tua Madre”. Quindi esclamò: “perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Infine aggiunge: “ho sete”. Gesù ha espresso, sino all’ultimo, la Sua “sete” di salvare tutti noi e ha confermato questo volere, questo desiderio con le parole: “oggi tu sarai con me nel mio Regno, nel Paradiso”. Gesù ha fatto pienamente la volontà del Padre suo Celeste, che vuole la nostra salvezza. Allora “tutto è compiuto” perché ci ha offerto la salvezza ad ognuno di noi. Non restò a Gesù che dire al Padre suo: “rimetto nelle tue mani il mio spirito cioè l’anima mia, il mio corpo, tutto il mio essere”. Perciò, senza esitare, seguiamo Gesù, il nostro unico e vero salvatore. Per seguire Gesù, tuttavia, dobbiamo andare alla S. Messa ogni settimana (domenica o sabato sera) perché ha detto Gesù: “chi non mangia il mio corpo non avrà la vita (la vita dell’anima e la vita del corpo)”. Succede, purtroppo, che non avendo la vita, perché non riceviamo il corpo di Cristo attraverso la comunione e non assistiamo alla S. Messa, si moltiplicano le malattie “tumori, infarti, ictus, incidenti stradali, depressioni” e altre malattie strane (sataniche) che il medico non può guarire. Queste malattie, come diceva Papa Giovanni Paolo II, si guariscono di più con la preghiera che con le medicine. Oltre alla preghiera sono medicine efficaci sia l’acqua sia l’olio, entrambi esorcizzati, se usati con fede. Infatti, parecchi sono guariti bevendo l’acqua santa; altri ancora facendo il segno della croce con l’olio santo sulle parti doloranti o sulla fronte, ogni giorno. Ascoltiamo, dunque, Gesù che dice ad ognuno di noi: “venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e vi ristorerò, io vi darò sollievo. Portate il mio giogo e imparate da me che sono mite ed umile di cuore e troverete ristoro per le vostre anime, poiché il mio giogo è soave. E leggero è il mio peso”. Ritorniamo prima possibile da Gesù. Gesù ci aspetta con tanto amore. Gesù è morto per ognuno di noi. Forse direte: “non sono degno di essere ricevuto da lui”. Nessuno, infatti, è degno di essere ricevuto da lui. Lo diceva Gesù stesso: “se aspettate di essere degni per ricevere la comunione, non la riceverete mai”. E San Paolo aggiungeva: “siamo tutti peccatori e io sono il primo”. Nessuno è giusto, solo Gesù è giusto e lo dice pure il “Gloria nell’alto dei cieli, perché tu solo il Signore, tu solo il Santo, tu solo l’Altissimo nella Gloria di Dio Padre con lo Spirito Santo”. Gesù, però, sottolineava che: “non sono venuto per quelli che si credono giusti, ma per i peccatori”. Gridiamo allora come il ladro sulla Croce, accanto a Gesù: “ricordati di me quando tu sarai nel tuo regno”, e Gesù ti risponderà: “Oggi tu sarai con me nel Paradiso”.

Amen

Padre Christian

Una lettera di Padre Christian

padre christian 2019

Lo scorso 3 aprile, ricorreva il sesto anniversario della morte del compianto Padre Christian Thomas. Per questa occasione, voglio proporvi un suo scritto, una lettera, sulla quale meditare, e ravvivare il suo ricordo.

Sant’Agostino diceva che: ” la vita dell’uomo consiste nel nascere, soffrire e morire”.

Allora, o Padre celeste, Tu che sei l’Amore Infinito, perchè hai permesso che questa creatura preferita sia piena di sofferenze, di peccati, di delusioni, di malattie di ogni genere? Di paura dei terremoti, dei maremoti, delle guerre? Di tanti innocenti che muoiono di fame?

Hai mandato il tuo figlio unigenito che si è sacrificato per noi indegni fino alla morte atroce, orribile sulla croce. Gli uomini disperati, in questo mondo cercano la felicità dappertutto; si buttano nei piaceri terreni e soffrono sempre di più. Gli uomini, essendo Tu la “Gioia Eterna”, hanno bisogno di questa “Tua Gioia Eterna” perchè li hai creati a Tua immagine e non possono vivere senza il Tuo Paradiso. O Padre Celeste, abbi pietà di noi che ti abbiamo tradito sempre di più. Tu ci hai offerto il Corpo ed il Sangue di Gesù per vincere il male in noi tutti. Abbiamo soltanto dimenticato e rifiutato il solo Medico: Gesù.

Come diceva San Leopoldo Mandic, morto a Padova: “Gesù è il solo Medico, la sola Medicina” e, perciò, la nostra situazione peggiora sempre di più.

Dov’è la Tua Misericordia infinita?

Gli uomini ti rinnegano sempre di più con omicidi guerre etc. Così gli uomini poveri, disperati, carnefici, assassini, ladri, prostitute dovranno per sempre subire l’inferno. Non è possibile!

Nessuno merita il Tuo Paradiso. Ma ricordati della Misericordia Infinita. Ricordati del Tuo figliol prodigo. Ricordati del perdono che ha dato Gesù, Tuo dilettissimo al ladro: “Oggi tu sarai con me nel Paradiso”. So che ogni essere è fatto a Tua immagine.

Se lo guardi con il Tuo amore infinito, con la Tua tenerezza senza limiti, ti chiederà perdono. Mostra o Padre il Tuo volto dolcissimo, simile al volto di Gesù Cristo, Tuo figlio amatissimo, a tutti i bambini affichè siano puri e non cattivi. Come chiedeva Filippo “Tu puoi tutto”. Perchè niente è impossibile a Te. Nessuno resisterà al Tuo amore.

Un poverissimo

Ore 00:30 del 3 maggio del 2003

Testo e clip offertomi dall’amico Enzo Frontera, a cui vanno i miei rigraziamenti.

Breve clip dal luogo della sepoltura di Dom Christian, nel cimitero della certosa di Serra San Bruno.

Preghiamo insieme!

 

Una lettera di Niccolò Albergati ai certosini inglesi.

busto del beato Niccolò Albergati

busto del beato Niccolò Albergati

Nell’ articolo di oggi, vi propongo il testo di una lettera scritta dal certosino Niccolò Albergati, con pia umiltà, ai suoi confratelli della certosa inglese di Sheen.

Il re d’Inghilterra, Enrico V, desideroso di avere nel suo stato una certosa, attribuì abusivamente alla fondazione di questa i beni dell’abbazia benedettina di S. Ebrulfo. Di qui le proteste dei benedettini. Questi, richiesero un intervento, dell’Albergati, il quale non esitò a riconoscere il diritto dei benedettini e sancì l’obbligo da parte dei certosini della restituzione dei beni appartenenti all’abbazia di S. Ebrulfo. Di seguito, la lettera inviata nel 1427 ai suoi confratelli inglesi, per sanare il contenzioso.

 

Lettera del 31 maggio 1427 ai certosini inglesi

Eterna salute e pace! Venerabili e religiosi Padri, sono stato indotto a scrivervi la presente lettera da vera e grandissima carità, che mi obbliga giustamente nei vostri confronti, a motivo della religiosità del vostro santo Ordine, in cui pure noi imparammo da Dio a militare. Infatti, Padri carissimi, è proprio della carità fraterna il compito di prestarsi vicendevolmente dei consigli, specialmente per la mutua salvezza delle anime. Intendiamo dire, venerabili Padri, che il nostro intervento riguarda l’affare di cui ci giunse notizia poco tempo fa. Il R. P. abate del monastero di S. Ebrulfo in Normandia, della diocesi dei Lessovii, venne alla Curia di Roma per rivendicare i diritti del suo monastero, mediante vie legali.

Dopo aver ascoltato la relazione dei fatti, ci è sembrato che voi, Padri, occupiate abusivamente (quelle terre), anche se possedete la testimonianza di documenti pubblici. E poiché l’abate cercava un difensore per la sua causa, ricevette il patrocinio dal reverendissimo Padre in Cristo e mio signore, il signor cardinale Piacentino, e ora si fa forza del suo consiglio e della sua difesa. Ora per questo il suddetto signor cardinale, per il rispetto e la devozione che nutre verso il vostro santo Ordine, decise di affidare a me questa faccenda, e per la stessa buona reputazione dell’Ordine volle che quanto prima scrivessi a voi Padri, per esortarvi a consegnare al suddetto R. P. abate, senza contese e senza liti, i beni del suo monastero, che a noi sembra teniate ingiustamente, anche se li possedete con l’autorità del re e vengono difesi in modo quasi militare.

È assai indegno, venerabili Padri, che si commetta una colpa tanto grave da uomini di un Ordine così perfetto, i quali non temono di arricchirsi a danno degli altri. Mentre cuori onesti temono che vi sia colpa anche quando colpa non c’è, quanto più dovranno temere là dove in realtà c’è?

Dunque, venerabili Padri, vi esorto e vi supplico nel Signore Gesù Cristo, con tutta la carità che posso, perché in una cosa così delicata provvediate con rettitudine per voi e per i posteri; e non cerchiate, col pretesto di pietà e di culto divino, di ritenere lecito ciò che è proibito da ogni diritto. Non vi ho scritto questo per interesse; se però avessi mancato nel mio modo di parlare, chiedo scusa. E vi supplico di pregare per me, ottimi Padri, che saluto nel Signore.