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Dom Pacomio Lessus l’intrepido certosino “refrattario”

 

Dom Lessus

Dom Lessus

In questo articolo odierno, cari amici, voglio parlarvi nuovamente degli accadimenti avvenuti a seguito della Rivoluzione francese e dalla persecuzione subita dai cattolici francesi. Già vi ho descritto, in precedenti articoli a cui vi rimando, diverse pagine di storia che hanno coinvolto monaci certosini perseguitati e martirizzati. Oggi vi parlerò di un altro certosino cosiddetto “refrattario” e delle sue peripezie durante quel triste periodo. Il personaggio in questione è Jean Ignace Lessus, egli nacque a Bonnétage (Doubs) il 14 aprile 1766, suo padre era un umile maestro aveva tre fratelli che morirono da bambini, così come la madre che si spense quando Jean Ignace aveva solo cinque anni. Sin da piccolo egli si fece notare per la sua pietà e le sue capacità intellettuali. Il parroco lo aiutò negli studi e lo guidò verso la vita sacerdotale inviandolo dapprima al collegio di Besancon nel 1786 per poi passare al Seminario. Ma alla vigilia del suo suddiaconato, nel settembre 1788, partì per la Certosa di Montmerle(dipart. dell’Ain), dove, il primo novembre del 1789, fece la professione solenne e ricevette il nome sotto il quale sarà ormai conosciuto e col quale noi lo chiameremo: Pacomio. Fu poi ammesso, a intervalli regolari, ai vari ordini sacri ed il priore, Guillaume ARMÉLY, che era stato avvocato al Parlamento di Bordeaux, lo volle come suo segretario particolare. La Rivoluzione francese avrebbe messo termine a questa prima parte della sua vita. Conformemente alle disposizioni dell’Assemblea Costituente, cominciarono le perquisizioni nelle case religiose. La prima visita dei commissari alla Certosa di Montmerle ebbe luogo l’8 dicembre 1791. Interrogati per sapere se avevano intenzione di perseverare nella loro vocazione, venti religiosi su ventidue risposero affermativamente. Dopo questo primo sopruso, la vita della comunità religiosa potè tuttavia continuare fino al settembre 1792, quando si ebbe la dispersione forzata dei suoi membri. Al contrario dei suoi confratelli che si diressero verso le certose in Svizzera o Italia, Dom Pacomio non volle lasciare la Francia, entrando in clandestinità. Non si arrese mai con uno zelo più ansioso che discreto e saggio, lasciando la certosa dove, interamente dedito ai santi esercizi di pietà e vita cenobitica, dovette impegnarsi per la vita attiva del santo ministero sacerdotale con devozione. Decise di difendere la fede in pericolo e di difendere i credenti contro lo stato rivoluzionario ed anticlericale. Restò a disposizione dei fedeli, aggirandosi per la regione come un proscritto, imbattendosi in tutti quegli ostacoli e rischi che son ben noti ai cultori della storia di questa persecuzione. Dom Pacomio svolgeva il suo apostolato principalmente nei pressi della città di Pontarlier (dipart. del Doubs). Fu sancito nel 1792 che tutti i preti “refrattari” sarebbero stati deportati e condannati a 10 anni di detenzione. Ciononostante egli con zelo e tenacia svolse segretamente la sua attività. Ecco un aneddoto che ci chiarisce i rischi che corse per la fede e la assistenza dei fedeli.

Dom Lessus

Un giorno arrivarono per dirgli che una persona era pericolosamente malata nel villaggio di Cerneux-Monnot, nella casa di Monsieur Chat gli fu anche detto che questa casa era attentamente sorvegliata, giorno e notte, poichè sapendo che si trattava di una famiglia molto credente, non avrebbero lasciato morire qualcuno a casa senza fornire loro l’aiuto della religione, e che questa circostanza offriva una buona opportunità per poter arrestare un prete.

Dom Lessus, profondamente toccato dalla situazione di questo paziente, si impegnò ad andare in suo aiuto, ma raggiungerlo furtivamente era impossibile, quindi decise di andarci pubblicamente e in pieno giorno. A tal fine Dom Pacomio escogitò di indossare un cappotto da mendicante, si mise una cartella sulla spalla, in cui mise alcuni pezzi di pane, e così mascherato, partì per Cerneux Monnot. Era una domenica passò davanti a un gran numero di persone che conosceva ne riconobbe diversi, ma nessuno lo riconobbe con quei panni logori, Dio lo coprì con un velo protettivo! Avvicinandosi alla casa di Monsieur Chat, il quale come abitudine riceveva gruppi di straccioni per donare caritatevolmente una zuppa calda, Dom Pacomio si mimetizzò tra essi ma contrariamente agli altri si fece notare per una timidezza nel non chiedere carità. Questa differenza rispetto agli altri fu notata da una servitrice, che sorpresa decise di farlo entrare in casa per offrirgli zuppa calda pane e della frutta. A tal punto Dom Lessus ottenuto il suo scopo, rivelò la sua identità e svelò il motivo della sua presenza. Che gioia questa dichiarazione si diffuse nell’anima di questa brava signorina! Lei indicò rapidamente al prete come arrivare al paziente. All’inizio credeva di aver ricevuto solo un uomo povero e in effetti aveva ricevuto un inviato da Dio. Il conforto e l’assistenza al moribondo furono assicurati dal certosino con grande amore. Si narra che un altra volta riuscì ad ingannare le guardie del carcere di Ornans , dove era rinchiuso un suo amico a cui volle dare assistenza religiosa. Si presentò ai carcerieri travestito con un cappotto da gendarme, portando una spada e vistosi baffi. L’umile certosino costretto ad inventarsi espedienti per difendere la propria fede con coraggio e zelo unici. Omnibus omnia factus sum. Mi sono fatto tutto per tutti, diceva San Paolo.

Come esprimere, il desiderio di donarsi al Signore e alla sua Chiesa, meglio di questa frase?

Gli agenti del Terrore lo sorvegliavano già da molto tempo, ma fu solo al riaccendersi della violenza che lo arrestarono, in un mulino a Chaffois, in cui il proprietario, Bartolomeo Javaux, lo aveva accolto e nascosto. Il 25 aprile 1794 comparve davanti al Tribunale rivoluzionario del Doubs che lo condannò a morte e lo fece giustiziare insieme al suo favoreggiatore il mugnaio Bartolomeo Javaux. Si trattò di una seduta del Tribunale rivoluzionario particolarmente odiosa, durante la quale, come ci hanno tramandato i testimoni, Dom Pacomio mostrò una calma e una dignità imperturbabili, che non potevano derivare se non dalla grazia di cui era pervaso. Furono ghigliottinati il 25 ed il 26 aprile 1794 in Place de Saint-Benigne a Pontarlier. Alla folla accalcatasi presso il patibolo Dom Pacomio gridò: “Addio, miei cari amici. Non piangete su di me. Lascio questa terra di esilio per andare nella mia vera patria. Ci incontreremo lì un giorno. Lavorate costantemente per meritare questa felicità. Ricordate che le cose di questo mondo non sono nulla e che i mali che possiamo far soffrire, per quanto grandi possano sembrare, sono dolci e piacevoli quando li soffriamo per Dio. Siate fermi nella fede. Chi persevererà fino alla fine sarà salvato. Ricordatevi di me Non vi ti dimenticherò mai”. I resti mortali lasciati esposti dai carnefici a monito, furono raccolti da due pie donne che ne assicurarono una degna sepoltura. Furono sepolti entrambi nei pressi della torre della chiesa, dove fu innalzato una lapide sepolcrale. Si spense a soli 28 anni l’esistenza di questo giovane che voleva dedicare la sua vita a Dio in una certosa, ma che riuscì nel suo intento in un apostolato pieno di pericoli e conclusosi tragicamente. La tomba di Dom Lessus diventa luogo di pellegrinaggio, ed è ancora coperta di fiori, i fedeli hanno l’abitudine di prelevare un pò di terra ed accendono candele per ricevere grazie e guarigioni, come testimoniano gli ex voto presenti sul sepolcro. La gente viene a pregare per questo martire ed il suo ricordo nella zona è ancora vivo.

Nel 1909 è iniziata la prima informativa in ordine al processo di beatificazione per la volontà dell’arcivescovo di Besancon, Fulberto Petit. I suoi successori, Leone Gauthey e Luigi Humbrecht hanno proseguito l’istruzione della causa. Quest’ultimo, il 9 febbraio 1920, dichiarò chiuso il processo antipreparatorio. Il fascicolo fu portato a Roma il 20 febbraio successivo. L’apertura del processo ordinario sul martirio ha avuto luogo il 21 luglio 1926, la sua chiusura è seguita il 27 novembre 1950. Il processo di non culto è stato aperto il 21 febbraio 1952, la sua chiusura è seguita il 27 ottobre 1954. Da allora la causa non ha più fatto progressi. Vi ho raccontato questa storia per non far cadere nell’oblio una pagina di storia che ha visto i credenti perseguitati con violenza e odio feroce.

monumento tombale

Iscrizione: Epitaffio sulla stele: JOHANNES IGNATIUS LESSUS / ORDINIS CARTHUSIANI / BARTHOLOMEUM JAVAUX / HOSPES EIUS / PO FIDE OCCUEUERUNT XXV ET XXVI APRIL / MDCCXCIV / UORUM IMITAMINI FIDEM / AD HEBR XIII ; su una placca più recente, in basso: ICI REPOSENT / DOM JEAN IGNACE LESSUS CHARTREUX / BARTHELEMY JAVAUX MEUNIER / GUILLOTINES LES 25 ET 26 AVRIL 1794

 

La Priora ghigliottinata

Gosnay

La vicenda che voglio raccontarvi in questo articolo odierno, è una triste storia che si riferisce alle violenze ed ai supplizi subite dai religiosi nel periodo della Rivoluzione Francese. Ma, prima di parlarvi della infelice protagonista, ovvero la povera priora della certosa femminile di Gosnay, è d’uopo una premessa.

Per effetto della rivoluzione in atto, avviene la fine della certosa di Gosnay.

La decisione di vendere le abbazie e i conventi durante la rivoluzione viene rallentata o ostacolata dall’esistenza dei loro occupanti. Le leggi del 13 e del 19 marzo 1790 aboliscono i voti monastici e sopprimono gli ordini religiosi. È alla fine di agosto del 1790 che l’inventario inizia nella certosa di Mont Saint Marie a Gosnay. Membri del consiglio esecutivo del distretto di Béthune, come Jean-Baptiste Taffin, procuratore distrettuale generale e futuro proprietario dei locali, eseguono tale procedura.

Questi inventari durano quasi una settimana, c’è davvero molto lavoro ed è necessario identificare i beni materiali della certosa, ma anche i suoi averi e gli occupanti.

L’inventario ci dice che nel crepuscolo della sua esistenza il monastero femminile certosino ha ancora 19 suore, una novizia, 11 suore donate e 3 padri ed un novizio.

In questo periodo la certosa fu saccheggiata, come riportato da padre Deramecourt nel suo libro Il clero della diocesi di Arras, Boulogne e Saint-Omer durante la Rivoluzione (1789-1802)

“Il consiglio di amministrazione ha scritto al dipartimento il 16 maggio alle ore tre del pomeriggio, i cittadini Ruitz, Houchain, Vaudricourt, Fouquières Fouquereuil e Hesdigneul, la numerazione circa 300, fra i quali un certo numero di donne e bambini con in testa due tamburini, sarebbero andati prima alla casa delle già citate certosine de Gosnay, la cui porta stavano per aprire, e che, avendo raggiunto l’interno della casa, erano armati con mazze di ferro che servivano a infrangere diverse porte, sia i chiostri, le stanze e gli appartamenti, le celle delle suore, che saccheggiavano. Rubarono e si appropriarono del cibo e delle bevande e rimuovevano ciò che il comandante del tredicesimo reggimento di Bethune ordinava. Egli mandò 10 uomini, un sergente e un caporale per evacuare il convento, per tenere la guarnigione lì fino a nuovo avviso, e per preservare tutto ciò che dipendeva da questa casa “

Poco dopo questi eventi Pierre Antoine Dufresne, esperto del distretto, stima che il convento certosino possedeva 36.000 libbre. L’argenteria sarà trasferita nella sagrestia della chiesa collegiata di Sainte-Croix a Bethune.

Nel 1792 tutte le suore furono disperse e si recarono nelle loro famiglie o nei villaggi vicini, convinti di poter tornare a Mont Sainte-Marie una volta che questi tragici eventi fossero passati.

monaca certosina

Madre Albertine de Briois: ultima priora in carica dal 1772-1792

Marie Albertine de Briois, fu la ventinovesima e ultima priora. Ella nacque il 20 agosto 1727 ad Arras, suo fratello François Albert Briois fu consigliere del re, avvocato generale e primo presidente del consiglio superiore di Artois. Lui stesso era molto vicino e legato ai certosini.

Nell’obbligo di lasciare la certosa, Marie-Albertine si ritira nella sua città natale ad Arras con il nipote Bon-Albert. Come suo padre, Bon-Albert è il primo presidente del consiglio di Artois e deputato della nobiltà. Trova sua sorella Isabelle badessa delle orsoline di Amiens, e l’altra sorella Francoise Marguerite.

Il primo dicembre del 1793 vengono arrestati tutti come sospettati: “Per violazione del divieto, escludendo gli ex nobili, di 10 leghe dalle fortezze e confini … che sono nati da padre nobile, e che non erano a trenta leghe dalle frontiere come la legge aveva prescritto agli uomini, che, attaccati al governo monarchico, potrebbe prendere le armi per aiutare gli stranieri coalizione, che sembrava voler ristabilire questo governo “. Condannate rapidamente Marie-Albertine e sua sorella Isabelle, vengono ghigliottinate il 27 giugno 1794 nella pubblica piazza ad Arras per “fanatismo e idee controrivoluzionarie”. La brutalità del gesto, prosegue poichè i poveri resti vennero gettati senza umana pietà in una fossa pubblica.

La certosa dopo la confisca, viene venduta il 7 febbraio del 1794 a Jean-Baptiste Taffin, procuratore distrettuale generale.

Dal 1999, il sito ove sorge l’antica certosa di Gosnay è stato oggetto di scavi archeologici. Nel è stato trovata, una scultura di un Cristo del XV ° secolo, esattamente un “Cristo legato” iconografia tipica dell’epoca, raffigurante Cristo con le mani legate. Si stima che fu danneggiato durante la rivoluzione francese, e gettato nelle vecchie latrine tra il 1793 ed il 1794, quando la chiesa fu distrutta. Il disprezzo e la cupa violenza dei rivoluzionari si abbattè su opere e persone, distruggendo ogni espressione di cristianità.

Maestro Landuino

Maestro Landuino

Tra i sei compagni di Maestro Bruno, ovvero coloro che sono stati i semi che hanno fatto germogliare l’Ordine certosino, voglio oggi ricordarvi Maestro Landuino. Questi, nativo di Lucca e forse appartenente alla nobile famiglia Bartolomei, era già un teologo rinomato quando incontrò Maestro Bruno. A Sèche-Fontaine, entrambi stavano provando una esperienza eremitica, nei pressi di Molesmes laddove Roberto aveva già fondato un abbazia cluniacense, ma come ben sappiamo, Bruno e Landuino insieme ad altri cinque compagni ritennero di ricercare altrove condizioni più idonee per le loro esigenze eremitiche. La storia delle sette stelle, ovvero i sette pellegrini che si recano dal vescovo Ugo di Grenoble, che dona loro il luogo dove poter dare inizio alla storia certosina, ormai ci è nota. La figura di Landuino, assume un particolare rilievo nel momento in cui, dopo soli sei anni dalla fondazione della prima certosa, Bruno viene chiamato dal pontefice Urbano II a Roma, ed è costretto ad abbandonare l’insediamento monastico. Alla partenza di Bruno alla volta di Roma, Landuino viene incaricato di guidare il monastero francese, facendo le veci del fondatore, tra non poche difficoltà egli riuscì a mantenere compatti i suoi confratelli inizialmente smarriti per l’inatteso allontanamento di Bruno. Questi partì probabilmente nel febbraio del 1090, dopo aver assicurato ai compagni che malgrado la lontananza resterà ad essi fedele, aiutandoli e consigliandoli in ogni occasione. Landuino trascorsi alcuni anni, tra varie peripezie, decise di intraprendere un faticoso e lungo viaggio a cavallo per poter incontrare nuovamente Bruno, nel frattempo spostatosi da Roma fino in Calabria dove aveva dato vita ad un nuovo insediamento monastico. Il tragitto per raggiungere l’Italia meridionale, era lungo e pieno di insidie, poiché in quegli anni il pericolo maggiore era rappresentato dalla presenza di soldati dell’imperatore Enrico IV e dagli agguerriti seguaci dell’antipapa Clemente III. Nonostante ciò Landuino, nell’ottobre del 1098 giunse in Italia e riuscì ad incontrare Bruno abbracciandolo calorosamente sul colle di Croce Ferrata, ad 895 m.s.l.m. sulla strada che congiunge Sorianello a Serra, in Calabria. In questo luogo vi è appunto una croce di ferro con una stele posta a memoria di tale avvenimento. Entrambi nell’abbracciarsi, si resero conto che erano trascorsi molti anni da quando si erano divisi, e che erano ormai invecchiati, e prossimi alla morte. pertanto forse consapevoli che quella era l’ultima volta che si incontravano. Ciononostante Landuino, che portava con sé l’abbraccio ideale di tutta la comunità di Chartreuse, descrisse a Bruno tutto quel che era accaduto in sua assenza, e ricevette preziosi consigli per le decisioni future.

Landuino fu invitato da Bruno a trattenersi per un lungo periodo in Calabria, ma egli fremeva di voler tornare dai suoi confratelli per relazionargli il contenuto del memorabile incontro. Nel congedarsi, Bruno consegnò nelle mani del fedele amico una missiva da far recapitare alla comunità certosina francese, Landuino, conservandola gelosamente, poté partire per il lungo viaggio di ritorno. Ma purtroppo i pericoli scampati all’andata non riuscirono ad essere evitati, e in Italia centrale Landuino cadde nelle mani dei partigiani dell’antipapa Clemente III. Il povero religioso fu oggetto di violenze e stenti effettuati nel tentativo di fargli riconoscere Guiberto da Ravenna (Clemente III) come legittimo capo della Chiesa, ma la sua ferrea fedeltà al pontefice Urbano II non cessò neanche di fronte al tentativo di squallide lusinghe. La sua permanenza in carcere, durò diversi mesi durante i quali la sua salute peggiorò notevolmente, cosicchè sopraggiunta la morte dell’antipapa Clemente avvenuta l’8 settembre del 1100, Landuino fu scarcerato. Ma non potendosi di nuovo mettere in viaggio verso la sua amata certosa, a causa delle sue scarse condizioni fisiche, decise di rifugiarsi presso il monastero di S.Andrea alle falde del Monte Soratte, dove sette giorni dopo la sua liberazione, il 14 settembre, ascese al cielo. L’epistola che egli ebbe da Bruno andò salva, poiché, prima di essere imprigionato Landuino ebbe modo di darla ad un suo compagno di viaggio, il quale sfuggendo all’arresto riuscì a farla recapitare ai monaci della Grande Chartreuse, i quali ricevettero la preziosa missiva, apprezzandola infinitamente. La figura di Landuino è citata spesso come beato, per il martirio subìto per difendere ad oltranza la sua fede, pur non essendolo diventato. Resta comunque la sua memoria nell’Ordine certosino essendo stato il secondo priore della Grande Chartreuse, e colui che si guadagnò la fiducia di Bruno che lo ritenne il suo successore.

beato Lazare Tiersot, “Martire dei Pontoni di Rochefort”

beato LAZARE TIERSOT

“Martire dei Pontoni di Rochefort”

(1739 – 1794)

Oggi 10 agosto, si ricorda un altro martire certosino vittima della Rivoluzione Francese. Il suo nome è Lazare Tiersot, egli nacque a Semuren- Axois, nella diocesi di Sens-Auxerre, il 29 marzo del 1739. Divenne certosino il 18 dicembre 1769, nella certosa di Fontenay, presso Beaune, dove trascorse la sua vita monastica ricoprendone il ruolo di Vicario, fino al giugno del 1791. Difatti, dopo questa data la certosa fu soppressa, in ottemperanza alla legge del gennaio 1790 che prevedeva la soppressione degli ordini religiosi, a seguito di ciò Lazare Tiersot decise di ritirarsi nella cittadina di Avallon. Dopo soli due anni, il 19 aprile 1793 fu però arrestato e condotto nel carcere ad Auxerre, l’anno seguente Tiersot, insieme ad altri quindici sacerdoti locali, rei di essersi opposti al giuramento contro la Chiesa imposto dai rivoluzionari, fu poi deportato a La Rochelle,Rochefort. Qui, come vi ho già descritto in un articolo precedente, si trovavano due imbarcazioni, chiamate “les Deux- Associès” e la “Washington” che venivano usate come vere e proprie prigioni. Lazare Tiersot fu incarcerato sulla “Washington”, dove come gli altri subì rigide condizioni di prigionia, essi furono privati di tutto, anche dei breviari, dei Vangeli, e dei crocifissi. I carcerieri si accanirono, sui poveri religiosi minacciandoli, malmenandoli e costringendoli al digiuno, il tutto aggravato da pessime condizioni igieniche. Ciò consentì il diffondersi di malattie infettive, come il tifo e lo scorbuto che rapidamente cominciarono a far morire numerosi prigionieri. In questo scenario infernale, l’opera caritatevole di Tiersot fu esemplare, poiché nonostante le sofferenze subite riusciva a infondere fiducia e calma agli altri detenuti, ai quali offriva il suo conforto sempre. Assistette chi si ammalò prima di lui, e si sacrificò oltremodo, evitando addirittura di sdraiarsi per riposare, per consentirlo di fare agli altri. Dopo tanto prodigarsi, anch’egli si ammalò e serenamente il 10 agosto del 1794 si spense la sua esistenza all’età di 56 anni, a causa di una febbre putrida. Il suo corpo, insieme a quello del confratello certosino Claudio Beguignot, fu interrato nell’isola di Aix, dove riposa. La sua beatificazione avvenne il 1 ottobre 1995, quando il pontefice Giovanni Paolo II riconobbe nei cosiddetti “Martiri dei Pontoni di Rochefort” dei testimoni della fede. Oltre alle testimonianze dirette di questi avvenimenti, reseci note dai sopravvissuti, rimane come simbolo della sofferenza di questi santi martiri una reliquia. Si tratta di un piccolo crocifisso di legno, realizzato per sopperire alla privazione imposta loro dai carcerieri, e che pare venisse stretto tra le mani da ognuno dei religiosi in punto di morte. La particolarità di questo manufatto è rappresentata dalla mancanza delle braccia del Cristo, forse perché chi lo realizzò non riuscì mai a completarlo. Il cosiddetto «Cristo senza braccia», è oggi un simbolo che resta a memoria della tragica fine dei “Martiri dei Pontoni di Rochefort”.

San Thomas More, un certosino mancato

Thomas More un certosino mancato

Oggi in occasione della ricorrenza della sua commemorazione, voglio narrarvi il legame tra Thomas More ed i certosini. Innanzitutto intendo tracciare un breve profilo su questa insigne figura laica, che spinse la sua fede cristiana fino al martirio. Egli nacque a Londra il 7 febbraio del 1478, figlio di un magistrato, Thomas More è il primo di cinque figli, egli svolgerà i suoi studi dal 1492 al 1494 ad Oxford studiando il greco e appassionandosi allo studio della cultura classica.  Successivamente tornerà a Londra per continuare gli studi presso il prestigioso Lincoln’s Inn, dal 1494 al 1501 diventando avvocato. Fu inoltre un illustre umanista, ed ebbe tra i suoi amici Erasmo da Rotterdam, il quale decide di dedicargli il suo Elogio della follia, del resto Erasmo gioca sul cognome dell’amico, infatti Moria in greco significa “follia”, ecco dunque un motivo in più per dedicare la sua opera all’amico. Successivamente i loro rapporti si inasprirono, poiché More difese ad oltranza la sua religione, tanto criticata dall’amico Erasmo. A questo punto della sua vita, egli decide di dimorare presso la certosa di Londra, per verificare la sua vocazione ascetica, difatti, dal 1500 al 1504 condividerà con i monaci certosini il duro regime di vita monastico. Egli si conformerà alle pratiche severe dei monaci, che conserverà per il resto della sua esistenza difatti si alzava alle due del mattino per pregare e studiare e nelle poche ore destinate al sonno, si riposerà su assi di legno. Imparò in questo periodo la meditazione della passione di Cristo che svolgerà ogni venerdì, e inizierà ad indossare il cilicio sotto i vestiti. Poi però, pur rimanendo in ottimi rapporti con i certosini, ritenne di non avere le attitudini necessarie per continuare la vita claustrale. Decise così di sposarsi  con Jane Colt, da cui avrà tre figlie ed un figlio, questa donna però morì prematuramente quando i figli erano ancora molto piccoli, ciò spinse More a risposarsi con Alice Middleton. Ricordo inoltre che More, fu un padre esemplare, con spirito caritatevole volle adottare una povera orfanella, Margaret Giggs (di cui ho già narrato le gesta) che educò incessantemente come gli altri figli agli insegnamenti cristiani. Non disdegnò l’attività di scrittore umanista, realizzando nel 1516 la sua principale operaDe optimo rei publicae statu deque insula Utopia” meglio nota come l’Utopia. Nel frattempo la carriera politica di Thomas More è inarrestabile, nel 1518 entra nel nel Consiglio Reale; nel 1521 è nominato vicetesoriere del regno, acquisendo il titolo nobiliare di cavaliere (knight); nel 1523 è nominato speaker della Camera dei Comuni e nello stesso anno è incaricato dalla Chiesa inglese, anche se laico, di scrivere un testo contro Lutero. Nel 1529 è ambasciatore del regno inglese alla pace di Cambrai, il 5 ottobre dello stesso anno, viene nominato da Enrico VIII Lord Cancelliere d’Inghilterra, subentrando al potentissimo cardinal Wolsey. More tenta di resistere alla nomina ma viene letteralmente costretto ad accettarla. Il suo cancellierato (1529 -1532) si distinse anche per la sua costante caccia agli eretici e alle loro opere. Poi, la situazione precipitò, poiché Enrico VIII pur di ottenere il divorzio da Caterina d’Aragona per poter sposare Anna Bolena  conclama lo scisma con la Chiesa di Roma imponendo al clero la sottomissione al re come capo supremo della Chiesa d’Inghilterra. Il giorno successivo a tale decisione, il 16 maggio 1532, Thomas More ufficializzò le sue dimissioni da Cancelliere. La parabola discendente della sua vita ha inizio, viene ridotto in povertà dal re che lo priva di qualsiasi privilegio, ma non contento, pretenderà che l’ormai ex Cancelliere si sottometta riconoscendo l’Atto di Successione e l’Atto di Supremazia. Ovviamente data la sua integerrima fedeltà alla Chiesa di Roma si opporrà di fronte alla coercizione del re. Sarà l’unico laico, che verrà convocato insieme a tutto il clero inglese a prestare giuramento al monarca, il 13 aprile 1534 in tale date solo lui, il vescovo John Fisher ed i monaci certosini si opposero scegliendo di rimanere fedeli alla Chiesa Cattolica di Roma. Per questo rifiuto, egli fu arrestato e rinchiuso nella famigerata Torre di Londra laddove rimarrà per quindici mesi in condizioni pietose tra tante vessazioni, ed in attesa di giudizio. Il primo luglio 1535, si svolse una processo farsa, a seguito del quale Thomas More venne condannato a morte con l’accusa di tradimento. Cosicché il 6 luglio 1535 uno dei più grandi uomini politici caratterizzato da una profonda integrità morale salì al patibolo, collocato a Tower Hill, colpevole di essere fedele ai suoi principi cristiani. Egli poco prima di morire invitò pregare per Enrico VIII, e dichiarò di “..morire da suddito fedele al re, ma innanzitutto a Dio.”

Dopo l’esecuzione la sua testa verrà esposta per un mese, come monito sul London Bridge. Thomas More verrà canonizzato dalla Chiesa cattolica nel 1935 da Papa Pio XI che lo definì “un uomo completo”, e commemorato come martire il 22 giugno. Poi nel 1980 verrà commemorato anche dalla Chiesa Anglicana e celebrato il 6 luglio. Infine nel 2000 Papa Giovanni Paolo II, lo proclama patrono degli statisti ed uomini politici. Pur non essendo diventato certosino, egli spese la sua vita ispirandosi all’esperienza avuta nella certosa di Londra che profuse nella attività politica, durante il periodo di prigionia invidiò i monaci certosini che lo precedettero nel percorso che li condusse al martirio per la loro serena accettazione a tale supplizio.

Preghiera del buon umore

Signore, donami una buona digestione

E anche qualcosa da digerire.

Dammi, Signore,

un’anima che abbia occhi

per la bellezza e la purezza,

che non si lasci impaurire dal peccato

e che sappia raddrizzare le situazioni.

Dammi un’anima che non conosca noie, fastidi, mormorazioni, sospiri, lamenti.

Non permettere che mi preoccupi eccessivamente

di quella cosa invadente che chiamo “io”.

Dammi il dono di saper ridere di uno scherzo,

di saper cavare qualche gioia dalla vita

e anche di farne partecipi gli altri.

Signore, dammi il dono dell’umorismo.

Amen

Thomas More

Padre Antonio Costa (medaglia d’oro al valor militare)

Padre Antonio Gabriele Costa

(medaglia d’oro al valor militare)


Padre Costa nacque a Massa Lombarda il 9 marzo 1898, quarto di dieci figli. Papà Angelo faceva il “corriere” fra Massa Lombarda e Lugo con un carretto trainato da un asino. Spesso lo accompagnava la moglie Annunziata, essi facevano il percorso due volte la settimana per rifornire i tabaccai dei generi di monopolio. Egli fece enormi sacrifici, riuscendo così a mantenere decorosamente la propria numerosa famiglia. Il piccolo Antonio era dotato di acuta intelligenza e rivelò ben presto, notevoli capacità nello studio. Papà Angelo e mamma Annunziata educarono i propri figli ispirandosi ai principi cristiani, e conservando la bella abitudine di recitare, tutti assieme, ogni sera il Santo Rosario. A tutto ciò Antonio aggiungeva, preghiere e letture, svolte in solitudine che lo portarono alla decisione presa a soli dodici anni di entrare in seminario ad Imola. Ma la sua massima aspirazione era la vita claustrale, e come egli disse ambiva “trascorrere la vita tra le mura di un romitaggio, lungi da ogni consorzio umano, per attendere con più intensità alla preghiera, alla penitenza”. Nonostante le opposizioni di parenti ed amici, egli volle recarsi nell’eremo di Camaldoli dove il 18 luglio 1915 entrò in convento soffrendo per l’abbandono dei suoi cari. I monaci lo accolsero fraternamente, ed egli si trovò a suo agio tanto da rimanervi quattro anni, ma le privazioni e le penitenze della regola camaldolese gli parevano ancora troppo poco, poiché dato il suo fervido amore e zelo per il Signore Padre Antonio voleva dare di più. Decise così di farsi certosino, e fu accolto nella certosa di Vedana, la durissima vita dei certosini essenzialmente contemplativa ed interamente dedicata alla preghiera era adeguata alla sua tempra. Padre Costa disse: “I certosini, ben con ragione, si possono appellare sepolti vivi essendo completamente segregati dal mondo e dai mondani  in conversazione col cielo”. La permanenza a Vedana duro però soltanto alcuni mesi, poiché malgrado la sua gioia il suo fisico non resse al rigore della severa regola certosina, ed il priore, solo dopo aver consultato un medico, decise di esentarlo dalla dura disciplina monastica che lo avrebbe ucciso, e lo convinse a ritornare a casa. Tornato malvolentieri a Massa Lombarda, Antonio trovò occupazione presso il Credito Romagnolo e si impegnò attivamente, nella comunità cattolica locale per tre anni. Trascorso questo tempo Antonio si riprese fisicamente, ed in perfetta salute si rese conto che poteva ritornare in certosa per poter esaudire definitivamente il suo sogno. I certosini lo accolsero calorosamente ed Antonio trascorse quattro anni di noviziato nella certosa spagnola di Montalegre, fino al 6 gennaio 1928 giorno in cui pronunciò i voti, prendendo il nome di Gabriele. Poi dopo soli nove mesi, il 22 settembre 1928 nella cattedrale di Barcellona, Dom Gabriele venne ordinato sacerdote. Tornando in Italia egli fu ospite di varie case certosine tra cui Pavia, poi giunse nel 1938 alla certosa di Farneta dove vi rimase fino alla tragica morte. Nel convento toscano egli ricoprì l’incarico di Procuratore, riuscendo a contemplare la vita monastica con la direzione dei fratelli conversi e dei diversi lavoratori che frequentavano Farneta. Grazie a questo incarico Dom Gabriele nei suoi numerosi viaggi, riuscì nel 1941 a ritornare a Massa Lombarda ed abbracciare per l’ultima volta i suoi amati genitori. Poi i tragici mesi che seguirono l’8 settembre del 1943, resero come abbiamo visto nell’articolo precedente la certosa di Farneta protagonista del terribile eccidio, rea di esser stato rifugio di carità e d’amore, per tutti quegli oppressi dalle difficoltà e dai dolori, che chiedevano assistenza e conforto. Il povero Padre Costa, fu costretto dai nazisti a vestirsi con abiti borghesi e dato il suo incarico di Procuratore fu ripetutamente sottoposto ad interrogatorio, ma riuscì a non dare ai suoi aguzzini nessuna informazione. Il 10 settembre, come gli altri suoi confratelli, una raffica di mitra pose termine alla vita di Dom Gabriele, che molti anni prima aveva trascritto il contenuto di un suo sogno nel quale gli si diceva “Sarai un martire certosino”, quel maledetto giorno il profetico sogno premonitore si era avverato. Per onorare la figura di Padre Costa il Presidente della Repubblica gli ha concesso la medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione: «Dopo aver reso alla lotta di liberazione servizi veramente eminenti costituendo, ed in se stesso impersonando, un importante centro di raccolta, vaglio e trasmissione informazioni e dando, con cristiana pietà, asilo nel Monastero di Farneta a molti perseguitati dalla furia tedesca, cadeva, per delazione, nelle mani delle SS. germaniche. Duramente interrogato e sottoposto a tortura manteneva nobile ed esemplare contegno, molti salvando col silenzio e dando, con la sua eroica morte, nobile esempio di fedeltà alla Religione ed alla Patria..». L’Amministrazione Civica di Massa Lombarda gli ha inoltre intitolato una strada ed ha fatto incidere il suo nome in una delle steli del monumento ai Caduti della Resistenza. La Comunità Cattolica massese, ha fatto porre una lapide commemorativa nella Chiesa Arcipretale della Conversione di San Paolo, ed ora auspica la beatificazione di questo martire della carità.