• Translate

  • Memini, volat irreparabile tempus

    luglio: 2018
    L M M G V S D
    « Giu    
     1
    2345678
    9101112131415
    16171819202122
    23242526272829
    3031  
  • Guarda il film online

  • Articoli Recenti

  • Pagine

  • Archivi

  • Visita di Benedetto XVI 9 /10 /2011

  • “I solitari di Dio” di Enzo Romeo

  • “Oltre il muro del silenzio”

  • “Mille anni di silenzio”

  • Live from Grande Chartreuse

  • Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi e-mail.

    Segui assieme ad altri 432 follower

  • Disclaimer

    Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge N°62 del 07/03/2001. Rare immagini sono tratte da internet, ma se il loro uso violasse diritti d'autore, lo si comunichi all'autore del blog che provvederà alla loro pronta rimozione. L'autore dichiara di non essere responsabile dei commenti lasciati nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, il cui contenuto fosse ritenuto non idoneo alla pubblicazione verranno insindacabilmente rimossi.


  • Annunci

Rievocazione storica a Žiče

 

panoramica certosa.jpg

Con l’articolo odierno, voglio proporvi una rivisitazione storica dei tragici fatti che sconvolsero la quiete monastica della certosa di Žiče, sita nell’attuale Slovenia. Žiče, fu un notevole centro spirituale ed all’epoca del Grande Scisma d’Occidente fu anche sede del Capitolo Generale dell’Ordine certosino nel periodo dal 1391 al 1410.

Fu una certosa rinomata per la sua farmacia, famosi furono i suoi unguenti e medicamenti naturali. e la sua ricca biblioteca, addirittura nel 1487 in essa si contavano oltre 2000 tomi e manoscritti!

Ma cosa sconvolse la vita monastica certosina?

Ebbene il 13 marzo del 1531, i Turchi saccheggiarono il monastero, torturarono i monaci e ne massacrarono il priore Andrè. A seguito di questo infame attacco i certosini costruirono delle enormi fortificazioni a difesa della cittadella monastica.

Vi propongo delle immagini di una visita guidata teatralizzata offerta ai visitatori per rievocare quel triste evento del 1531. Dei figuranti, vestiti da monaci certosini e da ottomani, hanno rappresentato e ripercorso quei tragici fatti svoltisi nella certosa, narrando come la quiete certosina fu barbaramente interrotta da quel brutale e selvaggio attacco.

Le immagini che seguono sono molto eloquenti. Una iniziativa lodevole volta a tenere viva la memoria nelle nuove generazioni. L’evento è durato due giorni, nel primo si è rappresentata la vita monastica, e nel secondo l’attacco notturno delle truppe ottomane, ed il massacro del Padre Priore Andre’.

 

Annunci

Il martirio di Roermond di Vincent van Herck e Jan van Loewen

Il Martirio di Roermond di Vincent van Herck e Jan van Loewen

Il Martirio di Roermond di Vincent van Herck e Jan van Loewen

Il secondo dei tre dipinti di Carducho dedicati al martirio dei certosini di Roermond, si riferisce a quanto accadde all’esterno del convento. La mattanza degli inermi monaci continuò anche oltre le mura claustrali, laddove Vincent van Herck e Jean van Loeewen furono aggrediti e sparati con inumana ferocia dagli assalitori. Nella scena si vedono i soldati protestanti a cavallo ed a piedi armati di archibugio ed intenti a sparare e colpire mortalmente i due certosini. Vincent van Herck esclamò “Oh mio Signore Dio, fa che sia degno di morire come i miei confratelli” e gli aggressori cercarono di esortarlo ad abbandonare la fede in cambio della vita ma egli rispose “Oh signore perdona loro perché non sanno quello che fanno!!” (Luca 23,34) dopo ciò fu sparato con l’archibugio ed  ucciso. Sullo sfondo si squarcia il cielo per consentire la discesa di due angeli recanti in mano la corona e la palma del martirio da porgere ai due monaci brutalmente assassinati.

Il paesaggio sullo sfondo ed i volti degli aggressori e delle due vittime, sono realizzati con un impressionante realismo per farci calare nell’atmosfera cupa di quel 23 luglio 1572.

Puzzle

 
preview80 pieceIl Martirio di Roermond di Vincent van Herck e Jan van Loewen

Il martirio dei certosini di Bourg Fontaine

Il martirio dei certosini di Bourg Fontaine

dipinto di Carducho

Ancora una volta grazie ad un meraviglioso dipinto di Vicente Carducho, ho l’opportunità di parlarvi di un ennesimo massacro perpetuato ai danni di una inerme comunità certosina. L’episodio raffigurato dal celebre pittore spagnolo si riferisce agli avvenimenti accaduti il 30 settembre del 1567. In tale data la certosa di Bourg Fontaine, venne assaltata e data alle fiamme da un orda di Ugonotti inferociti. Durante questa invasione, gli assalitori si scagliarono con ira nei confronti dei poveri monaci, intenti alle proprie attività claustrali. Tre padri e due fratelli conversi furono trucidati selvaggiamente all’interno della chiesa tra l’altare maggiore ed il coro. Nel dipinto si vede come davanti ad un altare raffigurante l’Immacolata Concezione, Dom Jean Mothot, uno dei procuratori fu colpito alle spalle da una pugnalata che lo uccise mentre egli pregava. Seduto nel coro si trovava Dom Jean Avril, sorpreso ed ucciso da un colpo di archibugio, così come Dom Jean Meguen anch’egli aggredito in chiesa ed in attesa di essere accoltellato e poi sparato. Prima di giungere in chiesa gli aggressori avevano incontrato ed ucciso a colpi di archibugio Fra Benoit Levesque il converso dispensiere, e Fra Tibault che si trovava all’ingresso del complesso monastico. Durante la terribile incursione gli Ugonotti riuscirono a dare alle fiamme e profanare la tomba di Filippo VI re di Francia, i cui resti mortali erano conservati nella certosa. Ancora una volta i religiosi certosini pagarono con la vita la loro strenua difesa alla religione cristiana.
preview42 pieceIl martirio dei certosini di Bourg Fontaine

Martirio di padre Andres, Priore della certosa di Seitz

Martirio di padre Andres, Priore della certosa di Seitz

Martirio del padre Andrés, prior de la cartuja de Seiz

Un altro capolavoro di V. Carducho, per testimoniarci una dolorosa pagina della storia dell’Ordine certosino. Nel dipinto che vi propongo oggi viene effigiata l’ennesima aggressione subita da una comunità monastica certosina, assalita in questa fattispecie dai Turchi. Il cruento episodio descritto dal valente pittore, avvenne nel marzo del 1531 allorquando le truppe ottomane fecero irruzione nella certosa di Seitz.

Gli aggressori con inaudita violenza profanarono il monastero saccheggiandolo, e non appagati, riversarono il loro odio verso gli inermi monaci che ignari furono turbati dalla loro quiete monastica. Tutti i religiosi, furono derisi, malmenati e torturati con ferocia. Il Priore della certosa, Padre Andrè, venne legato ad una corda ed issato per essere torturato, e come sapientemente illustra Carducho, sembra guardare con sprezzante commiserazione i suoi aguzzini. Sul fondo del dipinto vi è raffigurato un implorante fratello converso, falcidiato sotto i violenti colpi di scimitarra dei furiosi ottomani. A seguito di questo feroce attacco, i certosini superstiti provvidero ad elevare alte fortificazione, e mura di cinta per meglio proteggere la propria incolumità.

Per meglio apprezzare i particolari di questo splendido dipinto, voglio offrirvi una novità che spero vi piaccia. Potrete cliccare sull’icona del dipinto in basso e divagarvi nella composizione di un gradevole puzzle.
preview12 pieceP05459

I Dodici martiri di Roermond

I Dodici martiri di Roermond

Dopo circa quaranta anni dal massacro dei diciotto certosini avvenuto in Inghilterra nel 1535, un’altra vicenda storica coinvolse violentemente una comunità certosina, stavolta nei Paesi Bassi.

Gli avvenimenti che sto per raccontarvi necessitano di un antefatto storico. La certosa olandese di Roermond fu al centro della cruenta Guerra degli ottant’anni (1568-1648) che porterà l’indipendenza dei Paesi Bassi dagli spagnoli. Per effetto di tale conflitto, le truppe protestanti di Guglielmo I d’Orange, provenienti dalla Germania,  conquistarono la cittadina di Roermond, situata nel Limburgo, che venne brutalmente saccheggiata. La rabbia dei soldati protestanti si concentrò in particolare sulle chiese cattoliche ed i conventi, mietendo ventisei vittime tra sacerdoti e religiosi.

Ma il massacro che oggi rievocherò, interessò la certosa di Roermond ed i suoi monaci, che furono per più della metà brutalmente torturati dalla spietata violenza degli aggressori. La mattina di mercoledì 23 luglio 1572, la quiete claustrale venne sconvolta dalla violenta intrusione dei soldati di Guglielmo d’Orange al grido”Gelt!, Gelt!”, ovvero danaro!, argento!. La furia degli spietati mercenari protestanti, si abbatté sulla certosa  poiché nutriti da un odio verso i religiosi, ed alla ricerca di beni materiali come bottino delle loro scorribande. Al momento dell’irruzione, la comunità certosina impegnata nelle varie attività claustrali, fu sorpresa dalla inaudita violenza diventando, in momenti e luoghi diversi, le vittime sacrificali della brutale aggressione.

Proviamo ora a ricostruire l’esatta dinamica dei fatti, iniziando con l’elencare i nomi dei dodici certosini che persero la vita, rispettando l’ordine e le modalità con le quali vennero uccisi:

Nella parte del monastero riservata ai Fratelli conversi morirono:

  •    Stefano van Roermond, il converso con le mansioni di portiere, che fu il primo ad essere aggredito, nonostante, sotto la minaccia delle armi, consegnò le chiavi del convento ai soldati, per evitare spargimenti di sangue egli ebbe la testa fracassata, venne mutilato ed ammazzato.
  •    Albertus van Winsen, fu il secondo certosino che i soldati incontrarono, egli era un anziano converso ex cuoco, ma ormai vecchio e malato perciò immobilizzato a letto da un ictus, fu ucciso selvaggiamente nel proprio letto senza pietà.
  •  Johannes van Sittard, converso, ricopriva le mansioni di fornaio, egli tentò di nascondersi sotto della legna accatastata, ma fu scoperto e ucciso.

All’interno della chiesa negli ambienti del coro, trovarono la morte

  • Erasmus van Maastricht, sacerdote, molto anziano, e con grossi problemi di deambulazione fu ucciso mentre era seduto su di uno sgabello situato all’ingresso della chiesa.
  • Matthias van Keulen, sacerdote, anch’egli anzianissimo e quasi deficiente, fu ammazzato sulla soglia della propria cella senza ritegno.

Negli ambienti interni della certosa furono aggrediti mortalmente

  • Henricus Wellen, diacono, fu accoltellato e si accasciò sull’altare.
  • Johannes van Luik, sacerdote, fu ucciso con un colpo di pistola alla testa.
  • Johannes Leeuwis, sacerdote, fu prima ferito ad una spalla e poi ucciso con una coltellata al cuore, si accasciò su di un altare
  • Johannes Gressenich, diacono, fu accoltellato vilmente alle spalle e gli fu trapassato un polmone, sopravvisse inizialmente al massacro ma mori qualche giorno dopo al monastero di Maes.
  • Severus van Koblenz, sacerdote, questi era ospite e proveniente dalla certosa di Coblenza, fu colpito fortemente alla testa ed il sangue che sgorgò dalla ferita schizzò violentemente a cinque metri d’altezza impregnando le pareti della chiesa . Il giorno dopo fu trovato il suo corpo in cucina, spogliato, lacero perché scorticato da vivo con acqua bollente!

Nel giardino morì

  • Paolo di Waelwijck, sacerdote, l’unico non certosino e segretario del vescovo di Roermond, Guglielmo Lindano, fu gravemente aggredito e brutalmente ucciso nel frutteto del monastero. Egli era ospite da pochi giorni dei certosini, nel tentativo di cercare un rifugio sicuro per sottrarsi alla ferocia dei protestanti.

 

Al di fuori del convento:

  • Wilhelmus Wellen, sacerdote, il procuratore del convento, ferito da un colpo di pistola ed ucciso in strada da un colpo di spada alla testa.
  • Vincent Van Herck, sacerdote, sagrestano, in strada fu orribilmente mutilato, venne deriso e schernito. Si narra che egli esclamò “Oh mio Signore Dio, fa che sia degno di morire come i miei confratelli” e gli aggressori cercarono di esortarlo ad abbandonare la fede in cambio della vita ma egli rispose “Oh signore perdona loro perché non sanno quello che fanno!!” (Luca 23,34) dopo ciò fu sparato con l’archibugio ed  ucciso.

Per la precisione vi menzionerò anche coloro che pur coinvolti nella indicibile mattanza, non persero la vita  quel giorno

I superstiti:

  • Dom Joachim Thoenjerloe Finora non ho menzionato la sorte del priore della certosa, il quale subito dopo l’assedio dei violenti soldati provò invano a fermare la loro furia sanguinaria, accresciuta dopo la rinuncia del priore alla folle richiesta della somma di 2000 fiorini. Il povero priore che provò a difendere e proteggere  la sua comunità, fu pestato e cacciato violentemente, nonché sparato da un archibugio che lo ferì gravemente ma non lo uccise Egli messo in fuga riuscì a raggiungere la certosa di Colonia dove per le gravi ferite riportate morì sei settimane dopo quel tremendo giorno.
  • Nikolaus Gangelt  un giovane certosino che ebbe spezzate entrambe le mani, che aveva giunte in orazione, svenne e tramortito ebbe la vita salva
  • Leonardo, diacono, il quale torturato non morì subito ma rimase  ferito e morirà  nella certosa di Vogrelsang
  • William Wellen, il cugino di Henry Wellen, che fu cacciato dal monastero  dopo avergli conficcato una spada nella testa.

Dopo l’eccidio, i corpi dei poveri martiri, orribilmente mutilati e straziati, furono interrati nel frutteto del complesso monastico, solo tre anni dopo, le loro reliquie furono traslate in una cappella della chiesa  e con un epitaffio voluto dal vescovo di Roermond Guglielmo Lindano. In un successivo articolo illustrerò l’attuale luogo di sepoltura. I fatti tragici che vi ho raccontato, furono descritti analiticamente nel 1608 dal certosino Dom Arnold Havensius, in“Historica relativo duodecim Martyrum Cartusianorum”, scritto in latino e quindi ciò non consentì una vasta divulgazione della storia di Roermond.

Viceversa, all’interno delle certose la memoria dei martiri è rimasta sempre viva e la diffusione fu consentita grazie alle opere pittoriche commissionate a diversi artisti, i quali immortalarono le cruente scene di quell’episodio. Esse sono oggi, una valida testimonianza di ciò che accadde. Spero, che attraverso questa narrazione possa contribuire alla divulgazione del culto di questi poco conosciuti martiri certosini, che anche se in condizioni diverse dei più noti martiri inglesi, morirono tragicamente per difendere strenuamente la propria Fede.

*********

Per la certosa di Granada, Frà Juan Sánchez Cotán, volle dipingere alcuni protagonisti di quella triste vicenda.

Anche Vicente Carducho dipinse nel 1632 il martirio di Padre Vincent Herck e di Jean Leeuwis (Lodieux) esposto attualmente al Louvre.

Dom Maurice Chauncy, il testimone del martirio

Dom Maurice Chauncy, il testimone del martirio

Il 4 maggio, è una data tristemente celebre nella storia dell’Ordine certosino poiché ricorda il giorno in cui furono martirizzati i primi tre dei diciotto certosini, che tra il 1535 ed il 1537 persero la vita brutalmente per difendere strenuamente la propria fede. L’argomento è stato da me, in questo blog, già trattato ma in questa sede voglio parlarvi del personaggio, che grazie alla sua testimonianza diretta, ci ha consentito di poter conoscere ed analizzare quei tragici episodi. Si tratta di  Maurice Chauncy, che pare sia nato intorno al 1509, a Sawbridgeworth ( Hertfordshire), dopo aver studiato ad Oxford egli ha indirizzato i suoi studi verso il diritto entrando nella celebre Grays Inn, ma ben presto decise di abbracciare la vita monastica. Decise di entrare nel 1532 nella certosa di Londra, purtroppo però qualche anno dopo egli si trovò coinvolto nei tragici eventi che sconvolsero la comunità certosina londinese. Come sappiamo i priori John Houghton, Robert Lawrence ed Agostino Webster furono le prime vittime che pagarono con la vita la decisione di essersi opposti alla sottoscrizione dell’atto di Supremazia. Dom Maurice Chauncy dopo la triste sorte occorsa ai confratelli trucidati, decise con altri diciotto monaci rimasti e nella speranza di salvare la struttura monastica londinese, di aderire controvoglia al giuramento. Comincia così per lui una tragica esistenza, difatti la speranza di salvare la certosa di Londra rimase un mera illusione, poiché nel 1537 Dom  Maurice Chauncy fu costretto ad abbandonare e consegnare il 10 giugno la certosa, e fuggire cominciando così una vera odissea. Messosi a  capo di un gruppo di monaci provenienti da Sheen esiliò in Belgio, insediandosi nel 1547 alla certosa di Bruges (Val de Grace), poi la Regina Maria Tudor, nel tentativo di restaurare il cattolicesimo in Inghilterra dopo la Riforma, decise di insediare a Sheen il 26 gennaio del 1557 i certosini transfughi, chiamatisi di “Sheen Anglorum”, che elessero come priore proprio Dom Maurice Chauncy. Ma il loro ritorno in Inghilterra durò poco, poiché salita al trono Elisabetta I tutto mutò di nuovo, e ricominciarono le persecuzioni, pertanto i poveri monaci dovettero nuovamente espatriare il 1 luglio 1559. La comunità dovette quindi far ritorno in Belgio, dapprima a Bruges (Val de Grâce) dal 1559 al 1569, ancora a Bruges (Sinte-Clarastraat) dal 1569 al 1578, poi aggrediti e perseguitati dai calvinisti si recarono a Douai (1578) poi a Lovanio (1578 1589), ad Anversa (1589 1591) ed a Malines (1592 1626) dove rimasero ospiti presso i Redentoristi per trentaquattro anni, fino al 1626 quando il re di Spagna, finalmente offrì loro la possibilità di insediarsi a Nieuport, raggiungendo una relativa stabilità. Queste furono le tribolazioni dell’intera comunità monastica, di “Sheen Anglorum” ma va detto che tutto questo peregrinare fu vissuto da Dom Maurice Chauncy, tra il pesante rimorso di non aver condiviso con i suoi confratelli di Londra la corona del martirio. Egli per tutta l’esistenza fu ossessionato dall’aver accettato l’atto di Supremazia salvandosi la vita, si definì da solo come “una pecora macchiata e malata all’interno del suo gregge”. Prima di morire a Bruges il 2 luglio 1581, egli tra tante peripezie volle come atto di penitenza lasciare scritti e documentazioni dettagliate circa i tragici fatti accorsi ai suoi confratelli vittime della furia di Enrico VIII. Voglio ricordarlo, poiché credo che la Provvidenza abbia previsto per lui una funzione diversa dai martiri, ma altrettanto nobile, poiché grazie alla sua testimonianza oculare noi tutti abbiamo potuto apprendere l’infamia smisurata degli aguzzini ed il coraggio dei diciotto martiri certosini nel difendere la loro incrollabile Fede

Di seguito, vi riporto il testo della descrizione di Dom Chauncy dei tragici fatti svoltisi a Londra, con l’intento di celebrarne la loro memoria.


“Historia aliquot Martyrum Anglorum

Dalla Storia dei Martiri inglesi scritta da Dom Maurizio Chauncy:

All’inizio dell’anno del Signore 1535, il sovrano d’Inghilterra determinò e fece disporre con celebre atto del suo parlamento che tutti dovevano rinnegare l’autorità del sommo pontefice, il papa, e rinunziare all’obbedienza dovuta a lui e a qualsiasi capo di altri regni; prestando giuramento, dovevano riconoscere lui, il re, come capo supremo della Chiesa, sia per lo spirituale sia per il temporale. I contestatori sarebbero stati considerati rei di lesa maestà, incorrendo nella pena capitale. Allora i tre priori, Giovanni, Roberto e Agostino, scorgendo un presagio mortale nell’ira del re, rifletterono sul modo con cui avrebbero potuto mitigarla. Di comune accordo decisero che, affidando l’impresa nelle mani di Dio, avrebbero prevenuto il previsto arrivo dei consiglieri del re, cercando un approccio con Tommaso Cromwell, stabilito dal sovrano suo rappresentante per tutti gli affari. Contavano sul suo intervento per esimersi dall’editto reale, attenuando i termini del giuramento oppure il rigore del decreto. Quando i tre reverendi padri giunsero da Cromwell e gli ebbero esposto la loro petizione, costui, ben lungi dal favorirla, li fece imprigionare come ribelli nella Torre di Londra. La costanza e la fermezza dei tre priori non si piegarono davanti ai loro seviziatori, per cui fu comandato di metterli a morte. Ecco quale fu il loro supplizio e in che modo furono giustiziati, se parlare si può di un modo laddove crudeltà selvaggia e tirannia crudele superarono ogni modo. Condotti fuori dal carcere, erano stati immediatamente gettati su una treggia, cioè un graticcio di tronchi d’albero senza ruote, a cui vennero legati supini, col corpo lungo disteso. Così giacendo, furono trascinati dietro gli zoccoli dei cavalli attraverso l’intera città fino al luogo detto Tyburn, dove si solevano giustiziare i criminali. Quel posto distava circa una lega dalla Torre di Londra. Chi potrebbe raccontare le molestie e le torture che soffrirono per tutto quel tragitto? Ora passavano per posti tutti rialzi e avvallamenti, ora per pozze di acqua o di fango, che abbondavano lungo la strada. Quando infine giunsero al luogo stabilito, il nostro santo padre Giovanni fu slegato per il primo. Il boia piegò il ginocchio davanti a lui (secondo l’uso del paese), chiedendogli di perdonargli le crudeltà che doveva infliggergli. O buon Gesù! Chi non avrebbe pianto vedendo il servo di Cristo in quel supplizio atroce? Chi avrebbe potuto non sentirsi coinvolto nel suo patire contemplando la bontà di quest’uomo così santo parlare al suo carnefice con garbo e benevolenza, abbracciarlo e baciarlo teneramente, pregando per lui e per gli astanti? Il padre ricevette l’ordine di salire la scala del patibolo dove sarebbe stato impiccato; con la massima mansuetudine egli obbedì e montò. Allora uno dei consiglieri del re, lì presente assieme con migliaia di gente accorsa a tale spettacolo, gli domandò se voleva acconsentire all’ordine reale e al decreto del parlamento; in caso affermativo sarebbe stato graziato. Il martire di Cristo rispose con fermezza: Chiamo a testimone Dio onnipotente, e voi tutti pure sarete miei testimoni davanti al suo infallibile tribunale nel giorno del giudizio che qui, prima di morire, dichiarai questo in pubblico: Rifiuto di obbedire al re, nostro signore, e di sottomettermi alla sua volontà, non per ostinazione, malizia, spirito ribelle, ma unicamente per timore di Dio: non voglio offendere la maestà dell’Altissimo. I decreti del re e del parlamento si oppongono alle leggi della nostra santa madre Chiesa; in coscienza sono obbligato, anzi sono pronto a soffrire serenamente queste torture e tutte le altre che potranno venirmi inflitte, piuttosto che oppormi alla dottrina della Chiesa. Pregate per me e abbiate pietà dei miei fratelli, di cui fui l’indegno priore. Poi chiese al giustiziere di dargli il tempo per terminare la sua preghiera: era il salmo In te, Signore, mi sono rifugiato fino a mi affido alle tue mani incluso. Al segnale, venne tolta la scala ed egli restò appeso. Poi, quando la sua anima santa non era ancora spirata, uno dei presenti tagliò la corda; il corpo cadde in terra e molto debolmente pulsazione e respiro ripresero. Il padre fu trascinato un poco più oltre, ove con gran violenza gli strapparono tutte le vesti di dosso e lo stesero di nuovo nudo e supino sulla treggia. Ecco il carnefice sanguinario portare su di lui le sue mani nefande, sventrarlo, estirpandogli viscere e cuore, che getta nel fuoco. Il nostro santissimo padre non emise un grido sotto quell’intollerabile tortura, ma continuò a pregare fin quando gli fu estratto il cuore. La pazienza, la dolcezza e la tranquillità di cui dette prova erano così soprannaturali che non solo i responsabili, ma tutta la folla ne rimasero stupiti. Quasi sventrato, in un ultimo soffio, il martire esclamò con voce soavissima: Amabilissimo Signore Gesù, abbia pietà di me in quest’ora! Secondo quanto attestano uomini degni di fede, nel momento stesso in cui il carnefice gli svelse il cuore, egli disse: Gesù buono, che farai del mio cuore? Così dicendo spirò. Infine gli mozzarono il capo e il corpo amputato fu diviso in quattro parti. Ecco, Reverendo Padre, come questo vostro santo figlio fu trovato fedele fino alla morte. Egli emigrò da questo mondo a Dio il 4 maggio 1535, nel quarantottesimo anno di età e nel quinto di priorato. Come il buon Pastore, dette la vita per le sue pecore oltre che per la giustizia e la fede nel nostro Signore Gesù Cristo. Dopo l’esecuzione del Nostro, fu tolta la vita anche agli altri due priori, Roberto e Agostino, e a un religioso, chiamato Reginaldo, della Congregazione di santa Brigida, straziati l’uno dopo l’altro con il medesimo crudelissimo supplizio. Nelle tre successive settimane, gente ignobile e d’infima estrazione, eccitata dal massacro di quei santi, si recò dal luogotenente del re per essere autorizzata a schernire e maltrattare altri certosini. Egli acconsentì volentieri ed essi vennero in fretta da noi.

Si impadronirono di tre altri padri rimasti a nostra guida: Umfrido Middlemore, allora vicario e in precedenza procuratore della casa, Guglielmo Exmew, procuratore, dopo essere stato vicario, e Sebastiano Newdigate, monaco e sacerdote della nostra comunità. Tutti e tre furono condotti ignominiosamente e senza pietà nel più fetido carcere, ove stretti da catene al collo e alle gambe, furono crudelmente attaccati alle porte e alle colonne dell’edificio. Per ben due settimane non li sollevarono mai da quella posizione penosissima e non li slegarono per nessuna necessità. Al termine di quei giorni, furono presentati separatamente al Consiglio: interrogati sul medesimo punto per cui il nostro buon padre era stato ammazzato, si sentirono offrire le medesime proposte. I tre certosini dichiararono con la massima fermezza di non volersi opporre ai decreti e alla tradizione della santa madre Chiesa. Così furono condannati alla medesima morte del loro priore e nei dieci giorni successivi subirono quello che lui aveva patito.

Erano giovani d’anni ma spiritualmente maturi come vegliardi, pieni di grazia e di virtù, di nobile casato; il padre Sebastiano era persino stato educato a corte. Tutti e tre, dotti e pieni di coraggio, deposero con fermezza davanti ai giudici del tribunale che, secondo le Sacre Scritture, il re non poteva rivendicare per sé come dovuto e come potere di diritto divino la supremazia e la preminenza che nostro Signore Gesù Cristo ha attribuito nella Chiesa al papa e ai sacerdoti. Essi andarono a morte come ad un banchetto, ricevendola con somma pazienza e mansuetudine, alacre il corpo, lieto il viso, nella speranza della vita eterna. Era il 19 giugno 1535. La comunità si divise; una parte seguì Geroboamo, che aveva trascinato Israele nel peccato, e l’altra aderì alla casa di Davide, ricordandosi della giustizia di Dio solo, conosciuto sin dalla giovinezza. Una parte, infatti, di noi, davanti a quella situazione angosciosa e al pericolo imminente che la casa fosse abbattuta, vide che non avrebbe guadagnato nulla a resistere, ma che era meglio che tutti passassero dalla parte del re. In preda alla depressione, quei monaci davanti al pericolo si affidarono alla misericordia divina, pur con la coscienza profondamente lacerata, e con molte lacrime acconsentirono alla volontà del re. Ma alcuni altri non vollero preservare una casa di pietra piuttosto che loro stessi, preferirono senza esitare la salvezza dell’anima a una dimora materiale, e quindi dettero volentieri per la propria anima tutto quello che avevano. Rifiutando in modo assoluto di andare debitori della loro liberazione alla menzogna, si opposero al re con fermezza per ottenere una migliore risurrezione e avere una dimora eterna, non fatta da mani di uomo, nei cieli.

Di quel parere furono una decina, tutti professi della nostra casa di Londra; tre sacerdoti, Riccardo Bere, Tommaso Johnson e Tommaso Green; un diacono, Giovanni Davy; e sei conversi, Guglielmo Greenwood, Tommaso Scryven, Roberto Salt, Gualtiero Pierson, Tommaso Redyng e Guglielmo Horn. Il 29 maggio del 1537 furono imprigionati in un fetido carcere a Newgate. Tranne uno, tutti vi morirono rapidamente, tanto il luogo era lurido e infetto. Il luogotenente del re, di cui sopra si è detto, fu molto crucciato quando lo seppe, e affermava giurando che li avrebbe martoriati ben più duramente se fossero sopravvissuti. Il fratello converso superstite, Guglielmo Horn, resistette in vita tre anni languendo nel carcere. Probabilmente il quattro agosto 1540, ne fu tratto fuori e destinato alla morte che aveva subito il nostro priore. Terminò, infatti, i suoi giorni, sventrato e con le membra fatte a pezzi: così il figlio seguì il padre. Seviziato più a lungo e più barbaramente di tutti, piuttosto che mentire o prestare falsi giuramenti, preferì la morte per l’amore di Gesù e per fedeltà alla Chiesa cattolica, sua Sposa.

Dal vangelo secondo Giovanni.

Prima di passare da questo mondo al Padre, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra».

beato Thomas Johnson, la “vittima finale”

beato Tommaso Johnson

“la vittima finale”

Oggi 20 settembre voglio ricordare nella data della sua commemorazione, il sacerdote certosino Tommaso Johnson. Egli fu come i suoi confratelli della certosa di Londra, vittima della persecuzione voluta da Enrico VIII, dopo lo scisma da Roma. A Londra Tommaso Johnson, fu coinvolto nei terribili episodi (già narrati nei precedenti articoli), che videro i monaci certosini dapprima arrestati, il 20 maggio 1537, e poi lentamente lasciati morire tra stenti fame e maltrattamenti, nell’ orrida prigione di Newgate. Tommaso Johnson del gruppo dei dieci suoi confratelli incarcerati, fu quello che sopravvisse più a lungo, difatti tutti gli altri certosini stremati dalle privazioni morirono tra giugno ed agosto del 1537. Si ipotizza, che oltre ad aver avuto probabilmente una tempra più forte in grado di sopportare più a lungo le angherie, imposte dai carcerieri, Johnson sia stato tenuto in vita più a lungo nella speranza di poter ottenere da lui l’accettazione dell’Atto di Supremazia. Tutto risultò vano, poiché la “vittima finale” ascese al cielo, il 20 settembre 1537, consunto dalla fame e dalla sete, rimanendo fedele ai principi della sua fede, nonostante fosse stato fortemente provato anche dall’essere sopravvissuto ai suoi amati confratelli. Vi ho già descritto, che tutti i martiri certosini vennero poi beatificati dal pontefice Leone XIII, il 9 dicembre 1886. La loro memoria viene ricordata a Londra,  ognuno in occasione del giorno della propria dipartita.