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Rievocazione storica a Žiče

 

panoramica certosa.jpg

Con l’articolo odierno, voglio proporvi una rivisitazione storica dei tragici fatti che sconvolsero la quiete monastica della certosa di Žiče, sita nell’attuale Slovenia. Žiče, fu un notevole centro spirituale ed all’epoca del Grande Scisma d’Occidente fu anche sede del Capitolo Generale dell’Ordine certosino nel periodo dal 1391 al 1410.

Fu una certosa rinomata per la sua farmacia, famosi furono i suoi unguenti e medicamenti naturali. e la sua ricca biblioteca, addirittura nel 1487 in essa si contavano oltre 2000 tomi e manoscritti!

Ma cosa sconvolse la vita monastica certosina?

Ebbene il 13 marzo del 1531, i Turchi saccheggiarono il monastero, torturarono i monaci e ne massacrarono il priore Andrè. A seguito di questo infame attacco i certosini costruirono delle enormi fortificazioni a difesa della cittadella monastica.

Vi propongo delle immagini di una visita guidata teatralizzata offerta ai visitatori per rievocare quel triste evento del 1531. Dei figuranti, vestiti da monaci certosini e da ottomani, hanno rappresentato e ripercorso quei tragici fatti svoltisi nella certosa, narrando come la quiete certosina fu barbaramente interrotta da quel brutale e selvaggio attacco.

Le immagini che seguono sono molto eloquenti. Una iniziativa lodevole volta a tenere viva la memoria nelle nuove generazioni. L’evento è durato due giorni, nel primo si è rappresentata la vita monastica, e nel secondo l’attacco notturno delle truppe ottomane, ed il massacro del Padre Priore Andre’.

 

Il martirio dei certosini di Roermond

Il martirio dei certosini di Roermond

Il martirio dei certosini di Roermond

Il dipinto, del ciclo di Vicente Carducho, che oggi sottoporrò ala vostra attenzione ricorda il martirio dei certosini di Roermond. Esso fa parte di una delle tre ultime opere di questo ciclo pittorico, essendo l’avvenimento più vicino all’epoca del pittore spagnolo. L’episodio descritto e narrato attraverso le immagini, rievoca l’assalto delle truppe protestanti alla certosa olandese di Roermond sita nel vecchio ducato di Gelderland, all’epoca territorio spagnolo. L’accanimento e la ferocia degli assalitori si abbatterono sugli inermi monaci, come vi ho descritto analiticamente in un precedente articolo. Fedele alla ricostruzione storica degli accadimenti terribili di quel 23 luglio 1572, Carducho comincia in questa prima tela a mostrarci cosa accadde all’ingresso della certosa. Il fratello converso, con le mansioni di portiere, Stefano van Roermond, fu il primo ad essere aggredito, e nonostante sotto la minaccia delle armi consegnò le chiavi del convento ai soldati, per evitare spargimenti di sangue, ebbe la testa fracassata, per poi essere mutilato ed ammazzato. In primo piano si evidenzia la truce e vile aggressione al povero religioso che ha vicino a se le chiavi ed il rosario. Sullo sfondo si vede invece l’uccisione di altri due fratelli conversi, uno dei quali, Johannes van Sittard, con le mansioni di fornaio come ci testimonia la cesta piena di pezzi di pane nell’angolo in basso a destra. I corpi trafitti da sciabole e l’abito monastico imbrattato di sangue rende alla perfezione la mattanza che commisero i violenti soldati protestanti contro gli indifesi monaci certosini.

Puzzle

 
preview72 pieceIl martirio dei certosini di Roermond

Il martirio dei certosini di Bourg Fontaine

Il martirio dei certosini di Bourg Fontaine

dipinto di Carducho

Ancora una volta grazie ad un meraviglioso dipinto di Vicente Carducho, ho l’opportunità di parlarvi di un ennesimo massacro perpetuato ai danni di una inerme comunità certosina. L’episodio raffigurato dal celebre pittore spagnolo si riferisce agli avvenimenti accaduti il 30 settembre del 1567. In tale data la certosa di Bourg Fontaine, venne assaltata e data alle fiamme da un orda di Ugonotti inferociti. Durante questa invasione, gli assalitori si scagliarono con ira nei confronti dei poveri monaci, intenti alle proprie attività claustrali. Tre padri e due fratelli conversi furono trucidati selvaggiamente all’interno della chiesa tra l’altare maggiore ed il coro. Nel dipinto si vede come davanti ad un altare raffigurante l’Immacolata Concezione, Dom Jean Mothot, uno dei procuratori fu colpito alle spalle da una pugnalata che lo uccise mentre egli pregava. Seduto nel coro si trovava Dom Jean Avril, sorpreso ed ucciso da un colpo di archibugio, così come Dom Jean Meguen anch’egli aggredito in chiesa ed in attesa di essere accoltellato e poi sparato. Prima di giungere in chiesa gli aggressori avevano incontrato ed ucciso a colpi di archibugio Fra Benoit Levesque il converso dispensiere, e Fra Tibault che si trovava all’ingresso del complesso monastico. Durante la terribile incursione gli Ugonotti riuscirono a dare alle fiamme e profanare la tomba di Filippo VI re di Francia, i cui resti mortali erano conservati nella certosa. Ancora una volta i religiosi certosini pagarono con la vita la loro strenua difesa alla religione cristiana.
preview42 pieceIl martirio dei certosini di Bourg Fontaine

Martirio dei certosini di Mauerbach

Martirio dei certosini di Mauerbach

martirio certosini di Mauerbach CARDUCHO

Ancora una volta Vicente Carducho in un suo dipinto concernente la storia dell’Ordine certosino, raffigura un sanguinoso martirio subito dai poveri monaci. Nel quadro che oggi sottoporrò alla vostra attenzione, viene istoriata una triste pagina di storia del 1529. In concomitanza con l’assedio della città di Vienna da parte dei musulmani guidati dal sultano Solimano il magnifico, le truppe ottomane devastarono e saccheggiarono chiese monasteri ed edifici religiosi. Purtroppo in questa scia di sangue, rimasero coinvolti anche i monaci certosini della certosa di Mauerbach, situata nei pressi di Vienna. La certosa subì un violento attacco da parte delle truppe ottomane, che inferocite fecero irruzione negli ambienti monastici turbando la quiete della inerme comunità. L’invasione fu cruenta e come ci illustra Carducho, mietè sei vittime barbaramente trucidate dai selvaggi assalitori. A cadere sotto i colpi delle scimitarre furono due padri, Dom Sigismondo e Dom Modesto, un chierico Fra Sebastiano un novizio di nome Reddito e due Fratelli conversi Gerardo e Michele.

Essi furono aggrediti tra le mura del convento, che fu poi devastato saccheggiato ed alla fine incendiato. Il pittore nel descriverci questo triste episodio, mostra la sua abilità nel trasmetterci le emozioni dei soggetti raffigurati. Sullo sfondo egli dipinge uno scorcio della certosa con in dissolvenza il fumo dell’incendio e con il brutale accanimento dei furiosi assassini. In primo piano, invece, al centro della scena l’uccisione dei due Padri, che in rassegnata postura si appellano alla misericordia di Dio. Oltre agli aggressori ornati con il tipico abbigliamento ottomano, va notato l’atteggiamento del cane che in basso a destra prova a dissuadere ed allontanare i massacratori abbaiando con disperazione. Tutta la scena si svolge sotto lo sguardo di un dipinto del volto di Gesù Cristo, che pare affacciato e muto spettatore del terribile massacro. Carducho riesce a farci rivivere quei momenti tragici che colpirono i certosini di Mauerbach, colpevoli soltanto di essere simbolo e baluardo della Cristianità. Per apprezzarne i particolari provate a ricomporre il dipinto formando un puzzle.

preview16 piecePuzzle

Dom Maurice Chauncy, il testimone del martirio

Dom Maurice Chauncy, il testimone del martirio

Il 4 maggio, è una data tristemente celebre nella storia dell’Ordine certosino poiché ricorda il giorno in cui furono martirizzati i primi tre dei diciotto certosini, che tra il 1535 ed il 1537 persero la vita brutalmente per difendere strenuamente la propria fede. L’argomento è stato da me, in questo blog, già trattato ma in questa sede voglio parlarvi del personaggio, che grazie alla sua testimonianza diretta, ci ha consentito di poter conoscere ed analizzare quei tragici episodi. Si tratta di  Maurice Chauncy, che pare sia nato intorno al 1509, a Sawbridgeworth ( Hertfordshire), dopo aver studiato ad Oxford egli ha indirizzato i suoi studi verso il diritto entrando nella celebre Grays Inn, ma ben presto decise di abbracciare la vita monastica. Decise di entrare nel 1532 nella certosa di Londra, purtroppo però qualche anno dopo egli si trovò coinvolto nei tragici eventi che sconvolsero la comunità certosina londinese. Come sappiamo i priori John Houghton, Robert Lawrence ed Agostino Webster furono le prime vittime che pagarono con la vita la decisione di essersi opposti alla sottoscrizione dell’atto di Supremazia. Dom Maurice Chauncy dopo la triste sorte occorsa ai confratelli trucidati, decise con altri diciotto monaci rimasti e nella speranza di salvare la struttura monastica londinese, di aderire controvoglia al giuramento. Comincia così per lui una tragica esistenza, difatti la speranza di salvare la certosa di Londra rimase un mera illusione, poiché nel 1537 Dom  Maurice Chauncy fu costretto ad abbandonare e consegnare il 10 giugno la certosa, e fuggire cominciando così una vera odissea. Messosi a  capo di un gruppo di monaci provenienti da Sheen esiliò in Belgio, insediandosi nel 1547 alla certosa di Bruges (Val de Grace), poi la Regina Maria Tudor, nel tentativo di restaurare il cattolicesimo in Inghilterra dopo la Riforma, decise di insediare a Sheen il 26 gennaio del 1557 i certosini transfughi, chiamatisi di “Sheen Anglorum”, che elessero come priore proprio Dom Maurice Chauncy. Ma il loro ritorno in Inghilterra durò poco, poiché salita al trono Elisabetta I tutto mutò di nuovo, e ricominciarono le persecuzioni, pertanto i poveri monaci dovettero nuovamente espatriare il 1 luglio 1559. La comunità dovette quindi far ritorno in Belgio, dapprima a Bruges (Val de Grâce) dal 1559 al 1569, ancora a Bruges (Sinte-Clarastraat) dal 1569 al 1578, poi aggrediti e perseguitati dai calvinisti si recarono a Douai (1578) poi a Lovanio (1578 1589), ad Anversa (1589 1591) ed a Malines (1592 1626) dove rimasero ospiti presso i Redentoristi per trentaquattro anni, fino al 1626 quando il re di Spagna, finalmente offrì loro la possibilità di insediarsi a Nieuport, raggiungendo una relativa stabilità. Queste furono le tribolazioni dell’intera comunità monastica, di “Sheen Anglorum” ma va detto che tutto questo peregrinare fu vissuto da Dom Maurice Chauncy, tra il pesante rimorso di non aver condiviso con i suoi confratelli di Londra la corona del martirio. Egli per tutta l’esistenza fu ossessionato dall’aver accettato l’atto di Supremazia salvandosi la vita, si definì da solo come “una pecora macchiata e malata all’interno del suo gregge”. Prima di morire a Bruges il 2 luglio 1581, egli tra tante peripezie volle come atto di penitenza lasciare scritti e documentazioni dettagliate circa i tragici fatti accorsi ai suoi confratelli vittime della furia di Enrico VIII. Voglio ricordarlo, poiché credo che la Provvidenza abbia previsto per lui una funzione diversa dai martiri, ma altrettanto nobile, poiché grazie alla sua testimonianza oculare noi tutti abbiamo potuto apprendere l’infamia smisurata degli aguzzini ed il coraggio dei diciotto martiri certosini nel difendere la loro incrollabile Fede

Di seguito, vi riporto il testo della descrizione di Dom Chauncy dei tragici fatti svoltisi a Londra, con l’intento di celebrarne la loro memoria.


“Historia aliquot Martyrum Anglorum

Dalla Storia dei Martiri inglesi scritta da Dom Maurizio Chauncy:

All’inizio dell’anno del Signore 1535, il sovrano d’Inghilterra determinò e fece disporre con celebre atto del suo parlamento che tutti dovevano rinnegare l’autorità del sommo pontefice, il papa, e rinunziare all’obbedienza dovuta a lui e a qualsiasi capo di altri regni; prestando giuramento, dovevano riconoscere lui, il re, come capo supremo della Chiesa, sia per lo spirituale sia per il temporale. I contestatori sarebbero stati considerati rei di lesa maestà, incorrendo nella pena capitale. Allora i tre priori, Giovanni, Roberto e Agostino, scorgendo un presagio mortale nell’ira del re, rifletterono sul modo con cui avrebbero potuto mitigarla. Di comune accordo decisero che, affidando l’impresa nelle mani di Dio, avrebbero prevenuto il previsto arrivo dei consiglieri del re, cercando un approccio con Tommaso Cromwell, stabilito dal sovrano suo rappresentante per tutti gli affari. Contavano sul suo intervento per esimersi dall’editto reale, attenuando i termini del giuramento oppure il rigore del decreto. Quando i tre reverendi padri giunsero da Cromwell e gli ebbero esposto la loro petizione, costui, ben lungi dal favorirla, li fece imprigionare come ribelli nella Torre di Londra. La costanza e la fermezza dei tre priori non si piegarono davanti ai loro seviziatori, per cui fu comandato di metterli a morte. Ecco quale fu il loro supplizio e in che modo furono giustiziati, se parlare si può di un modo laddove crudeltà selvaggia e tirannia crudele superarono ogni modo. Condotti fuori dal carcere, erano stati immediatamente gettati su una treggia, cioè un graticcio di tronchi d’albero senza ruote, a cui vennero legati supini, col corpo lungo disteso. Così giacendo, furono trascinati dietro gli zoccoli dei cavalli attraverso l’intera città fino al luogo detto Tyburn, dove si solevano giustiziare i criminali. Quel posto distava circa una lega dalla Torre di Londra. Chi potrebbe raccontare le molestie e le torture che soffrirono per tutto quel tragitto? Ora passavano per posti tutti rialzi e avvallamenti, ora per pozze di acqua o di fango, che abbondavano lungo la strada. Quando infine giunsero al luogo stabilito, il nostro santo padre Giovanni fu slegato per il primo. Il boia piegò il ginocchio davanti a lui (secondo l’uso del paese), chiedendogli di perdonargli le crudeltà che doveva infliggergli. O buon Gesù! Chi non avrebbe pianto vedendo il servo di Cristo in quel supplizio atroce? Chi avrebbe potuto non sentirsi coinvolto nel suo patire contemplando la bontà di quest’uomo così santo parlare al suo carnefice con garbo e benevolenza, abbracciarlo e baciarlo teneramente, pregando per lui e per gli astanti? Il padre ricevette l’ordine di salire la scala del patibolo dove sarebbe stato impiccato; con la massima mansuetudine egli obbedì e montò. Allora uno dei consiglieri del re, lì presente assieme con migliaia di gente accorsa a tale spettacolo, gli domandò se voleva acconsentire all’ordine reale e al decreto del parlamento; in caso affermativo sarebbe stato graziato. Il martire di Cristo rispose con fermezza: Chiamo a testimone Dio onnipotente, e voi tutti pure sarete miei testimoni davanti al suo infallibile tribunale nel giorno del giudizio che qui, prima di morire, dichiarai questo in pubblico: Rifiuto di obbedire al re, nostro signore, e di sottomettermi alla sua volontà, non per ostinazione, malizia, spirito ribelle, ma unicamente per timore di Dio: non voglio offendere la maestà dell’Altissimo. I decreti del re e del parlamento si oppongono alle leggi della nostra santa madre Chiesa; in coscienza sono obbligato, anzi sono pronto a soffrire serenamente queste torture e tutte le altre che potranno venirmi inflitte, piuttosto che oppormi alla dottrina della Chiesa. Pregate per me e abbiate pietà dei miei fratelli, di cui fui l’indegno priore. Poi chiese al giustiziere di dargli il tempo per terminare la sua preghiera: era il salmo In te, Signore, mi sono rifugiato fino a mi affido alle tue mani incluso. Al segnale, venne tolta la scala ed egli restò appeso. Poi, quando la sua anima santa non era ancora spirata, uno dei presenti tagliò la corda; il corpo cadde in terra e molto debolmente pulsazione e respiro ripresero. Il padre fu trascinato un poco più oltre, ove con gran violenza gli strapparono tutte le vesti di dosso e lo stesero di nuovo nudo e supino sulla treggia. Ecco il carnefice sanguinario portare su di lui le sue mani nefande, sventrarlo, estirpandogli viscere e cuore, che getta nel fuoco. Il nostro santissimo padre non emise un grido sotto quell’intollerabile tortura, ma continuò a pregare fin quando gli fu estratto il cuore. La pazienza, la dolcezza e la tranquillità di cui dette prova erano così soprannaturali che non solo i responsabili, ma tutta la folla ne rimasero stupiti. Quasi sventrato, in un ultimo soffio, il martire esclamò con voce soavissima: Amabilissimo Signore Gesù, abbia pietà di me in quest’ora! Secondo quanto attestano uomini degni di fede, nel momento stesso in cui il carnefice gli svelse il cuore, egli disse: Gesù buono, che farai del mio cuore? Così dicendo spirò. Infine gli mozzarono il capo e il corpo amputato fu diviso in quattro parti. Ecco, Reverendo Padre, come questo vostro santo figlio fu trovato fedele fino alla morte. Egli emigrò da questo mondo a Dio il 4 maggio 1535, nel quarantottesimo anno di età e nel quinto di priorato. Come il buon Pastore, dette la vita per le sue pecore oltre che per la giustizia e la fede nel nostro Signore Gesù Cristo. Dopo l’esecuzione del Nostro, fu tolta la vita anche agli altri due priori, Roberto e Agostino, e a un religioso, chiamato Reginaldo, della Congregazione di santa Brigida, straziati l’uno dopo l’altro con il medesimo crudelissimo supplizio. Nelle tre successive settimane, gente ignobile e d’infima estrazione, eccitata dal massacro di quei santi, si recò dal luogotenente del re per essere autorizzata a schernire e maltrattare altri certosini. Egli acconsentì volentieri ed essi vennero in fretta da noi.

Si impadronirono di tre altri padri rimasti a nostra guida: Umfrido Middlemore, allora vicario e in precedenza procuratore della casa, Guglielmo Exmew, procuratore, dopo essere stato vicario, e Sebastiano Newdigate, monaco e sacerdote della nostra comunità. Tutti e tre furono condotti ignominiosamente e senza pietà nel più fetido carcere, ove stretti da catene al collo e alle gambe, furono crudelmente attaccati alle porte e alle colonne dell’edificio. Per ben due settimane non li sollevarono mai da quella posizione penosissima e non li slegarono per nessuna necessità. Al termine di quei giorni, furono presentati separatamente al Consiglio: interrogati sul medesimo punto per cui il nostro buon padre era stato ammazzato, si sentirono offrire le medesime proposte. I tre certosini dichiararono con la massima fermezza di non volersi opporre ai decreti e alla tradizione della santa madre Chiesa. Così furono condannati alla medesima morte del loro priore e nei dieci giorni successivi subirono quello che lui aveva patito.

Erano giovani d’anni ma spiritualmente maturi come vegliardi, pieni di grazia e di virtù, di nobile casato; il padre Sebastiano era persino stato educato a corte. Tutti e tre, dotti e pieni di coraggio, deposero con fermezza davanti ai giudici del tribunale che, secondo le Sacre Scritture, il re non poteva rivendicare per sé come dovuto e come potere di diritto divino la supremazia e la preminenza che nostro Signore Gesù Cristo ha attribuito nella Chiesa al papa e ai sacerdoti. Essi andarono a morte come ad un banchetto, ricevendola con somma pazienza e mansuetudine, alacre il corpo, lieto il viso, nella speranza della vita eterna. Era il 19 giugno 1535. La comunità si divise; una parte seguì Geroboamo, che aveva trascinato Israele nel peccato, e l’altra aderì alla casa di Davide, ricordandosi della giustizia di Dio solo, conosciuto sin dalla giovinezza. Una parte, infatti, di noi, davanti a quella situazione angosciosa e al pericolo imminente che la casa fosse abbattuta, vide che non avrebbe guadagnato nulla a resistere, ma che era meglio che tutti passassero dalla parte del re. In preda alla depressione, quei monaci davanti al pericolo si affidarono alla misericordia divina, pur con la coscienza profondamente lacerata, e con molte lacrime acconsentirono alla volontà del re. Ma alcuni altri non vollero preservare una casa di pietra piuttosto che loro stessi, preferirono senza esitare la salvezza dell’anima a una dimora materiale, e quindi dettero volentieri per la propria anima tutto quello che avevano. Rifiutando in modo assoluto di andare debitori della loro liberazione alla menzogna, si opposero al re con fermezza per ottenere una migliore risurrezione e avere una dimora eterna, non fatta da mani di uomo, nei cieli.

Di quel parere furono una decina, tutti professi della nostra casa di Londra; tre sacerdoti, Riccardo Bere, Tommaso Johnson e Tommaso Green; un diacono, Giovanni Davy; e sei conversi, Guglielmo Greenwood, Tommaso Scryven, Roberto Salt, Gualtiero Pierson, Tommaso Redyng e Guglielmo Horn. Il 29 maggio del 1537 furono imprigionati in un fetido carcere a Newgate. Tranne uno, tutti vi morirono rapidamente, tanto il luogo era lurido e infetto. Il luogotenente del re, di cui sopra si è detto, fu molto crucciato quando lo seppe, e affermava giurando che li avrebbe martoriati ben più duramente se fossero sopravvissuti. Il fratello converso superstite, Guglielmo Horn, resistette in vita tre anni languendo nel carcere. Probabilmente il quattro agosto 1540, ne fu tratto fuori e destinato alla morte che aveva subito il nostro priore. Terminò, infatti, i suoi giorni, sventrato e con le membra fatte a pezzi: così il figlio seguì il padre. Seviziato più a lungo e più barbaramente di tutti, piuttosto che mentire o prestare falsi giuramenti, preferì la morte per l’amore di Gesù e per fedeltà alla Chiesa cattolica, sua Sposa.

Dal vangelo secondo Giovanni.

Prima di passare da questo mondo al Padre, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra».