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Statuti delle monache dell’Ordine Certosino (cap.7)

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CAPITOLO 7
Le norme della nostra clausura

1 La nostra clausura è una clausura papale: una separazione più rigorosa dal mondo per dedicarci in solitudine ad una preghiera più intensa. È un modo particolare di vivere ed esprimere il mistero pasquale di Cristo che è morte per una risurrezione.
2 Secondo le norme date dalla Santa Sede, monache, novizie e postulanti non escono di casa, se non in casi ben definiti. Allo stesso modo, solo le persone la cui presenza è prevista da questi standard entrano nella clausura.
3 Per le necessarie visite mediche, o per adempimenti amministrativi, seguiamo le regole del nostro stesso diritto (21.5-6; 6.2). D’altra parte, a causa della vita solitaria che conduciamo, possiamo uscire dal recinto per fare spazio. (15.9)
4 Per svolgere lavori manuali, la priora può autorizzare le monache a lasciare la clausura, restando all’interno degli edifici (chiesa, foresteria, sale di visita). Tuttavia, non dovrebbero andare nel quartiere dei monaci.
5 Le monache dell’Ordine di passaggio in una delle nostre case possono soggiornare all’interno della clausura.
6 Durante gli Uffici, la separazione richiesta dalla parte della chiesa non recintata sarà assicurata, a giudizio dei visitatori, con mezzi approvati dalla Santa Sede, tenuto conto della diversità delle case.
7 Riceviamo tutte le visite al parlatorio, ma nessuno va senza il permesso della priora o, in sua assenza, della sottopriora.
8 La sala visite ha una separazione materiale, come una griglia o un tavolo fisso. Quando riceviamo i nostri genitori, le monache che lo desiderano possono, a giudizio della priora, accoglierli in luoghi che non prevedono alcuna separazione, ed uscire con loro in giardino, nei limiti fissati. Se c’è un cancello nella sala visite, possiamo aprirlo. In nessun caso, però, le suore sono presenti durante i pasti dei genitori, ed esse stesse non entrano nel recinto.
9 Quando accogliamo, fuori della clausura, delle fanciulle venute ad esaminare la loro vocazione certosina, possiamo, a giudizio della priora, accoglierle nello stesso modo appena detto per i nostri genitori (nn. 7 e 8 ).
10 Durante la Visita, i Visitatori entrano nella chiusura per vedere i luoghi. Possono anche entrare per incontrare l’intera comunità e, secondo l’usanza della casa, possono votare a cancelli aperti se lo ritengono opportuno.
11 A loro è affidato il compito di vigilare sull’osservanza della recinzione in ogni casa. Al momento della Visita, esamineranno tutto ciò che riguarda la custodia del recinto, in particolare i confessionali e le sale di visita. Ricorderemo anche la responsabilità che la Chiesa affida all’Ordinario del luogo riguardo alla clausura.
12 Tuttavia, ogni monaca deve sentirsi responsabile davanti a Dio della propria solitudine e di quella della comunità. È soprattutto la fedeltà del nostro cuore che ci permetterà di assumere le norme della nostra clausura, nella quale si incarna il nostro spirito di solitudine.

Statuti delle monache dell’Ordine Certosino (cap. 6)

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CAPITOLO 6
A guardia della clausura

1 Fin dall’inizio l’intenzione dell’Ordine è stata quella di dare alla nostra assoluta consacrazione a Dio un’espressione visibile e un sostegno con una chiusura molto rigorosa. Quanto bisogna evitare di uscire senza seria necessità è evidente nel fatto che il priore di Chartreuse non varca mai i limiti del suo deserto. Poiché un Ordine religioso impone la stessa osservanza a tutti i suoi professi, noi che abbiamo adottato la forma di vita della Certosa – da cui il nostro nome di Certose – non ammettiamo facilmente eccezioni su questo punto. Se però la necessità ci obbliga a farlo, dobbiamo sempre chiedere il permesso al Reverendo Padre, salvo i casi urgenti o previsti dagli Statuti. (St 6.1)
3 Normalmente le persone esterne che devono circolare nella clausura sono accompagnate da una suora. Evitiamo il luogo dove sono. Se è necessario attraversarli, li salutiamo gentilmente e ci incamminiamo in silenzio. A meno che la priora non dia un permesso eccezionale, le monache non lavorano con fratelli o operai.
4 Le porte di accesso alla recinzione devono essere chiuse, sotto la responsabilità della porta, che sarà preferibilmente una conversa. Non fa entrare o uscire nessuno senza il permesso della priora.
5 La porta sarà a servizio di tutti; avrà un atteggiamento religioso ed eviterà ogni pettegolezzo: così il suo esempio gioverà al secolare. Se pensa di dover accogliere qualcuno o allontanarlo, lo farà con gentilezza, ma in poche parole. (St 13.6)
6 Tuttavia, una chiusura rigorosa sarebbe un’osservanza farisaica se non fosse il segno di quella purezza di cuore a cui è promessa solo la visione di Dio. Per riuscirci è necessaria una grande rinuncia, soprattutto per quanto riguarda l’istintiva curiosità che la natura ha per le vicende umane. Non lasciamo che la nostra mente corra per il mondo alla ricerca di novità e novità: la nostra parte è invece quella di rimanere nascosta nel segreto del volto di Dio. (St 6,4; 13,1)
7 Dobbiamo quindi evitare libri o periodici secolari capaci di turbare il nostro silenzio interiore. Sarebbe particolarmente contrario allo spirito dell’Ordine permettere ai giornali che parlano di affari politici di entrare nei nostri chiostri. Le priore cercheranno anche di persuadere le loro sorelle ad essere molto riservate riguardo alle letture secolari. Ma un tale invito, per essere compreso, richiede una mente matura e controllata, capace di assumersi fedelmente tutte le conseguenze per la parte migliore che ha scelto: sedersi ai piedi del Signore per ascoltare la sua parola. (St 6,5; 13,11)
8 Eppure l’unione con Dio non restringe il cuore, ma lo dilata; gli permette di portare in Dio le aspirazioni ei problemi del mondo, nonché le grandi intenzioni della Chiesa, di cui è normale che le monache abbiano una certa conoscenza. Tuttavia, la nostra sollecitudine per i fratelli, se è vera, si esprimerà non con soddisfazioni concesse alla curiosità, ma con un’intima comunione con Cristo. Spetta a ciascuna ascoltare lo Spirito per discernere ciò che può ammettere nel suo interno senza turbare il colloquio con Dio. (St 6,6; 13,10)
9 Se ci capita di apprendere qualche notizia dal mondo, stiamo attenti a non trasmetterla; piuttosto, lasciamo questi rumori esterni dove li abbiamo sentiti. Spetta alla priora far conoscere alle sue monache ciò che non dovrebbero ignorare: la vita della Chiesa anzitutto e le sue necessità. (St 6,7; 13,4)
10 Se per casa passano persone dell’Ordine o di altre parti, non si deve cercare di parlare con loro senza reale bisogno. Perché la suora, attaccata seriamente alla solitudine, desiderosa di silenzio e di pace, non guadagna nulla facendo o ricevendo visite senza motivo. (St 6,8; 14,9)
11 Sta scritto: Onora tuo padre e tua madre. Per accogliere i nostri genitori e i nostri cari, moderiamo la severità della nostra recinzione ogni anno per due giorni, consecutivi o meno. Altrimenti, se la carità di Cristo non ci impone davvero di fare un’eccezione, evitiamo di far visita agli amici e di parlare con le persone del mondo. Sappiamo che Dio è degno di questo sacrificio, più utile agli uomini delle nostre parole. (St 6,9; 13,7)
12 Se i nostri parenti più prossimi, in circostanze eccezionali, richiedono la nostra presenza al loro
lato, ricorderemo che scegliendo la solitudine per Dio abbiamo voluto donarci liberamente a Lui in modo completo e definitivo. Il nostro affetto li assiste così in modo più profondo, perché confidiamo che il Signore stesso poi si prenderà cura di loro per noi.
14 Non riceviamo nessuno in albergo per ritiri, ad eccezione di coloro che aspirano alla vita certosina. Queste possono, se lo desiderano e se la priora lo ritenga utile, stare dentro la clausura per un periodo non superiore a un mese, una o due volte.
16 Più prezioso della solitudine esteriore, il carisma della castità è un dono di Dio che libera il cuore in modo eccezionale e incoraggia ciascuno di noi, affascinato da Cristo, a dedicarsi interamente a Lui. Questa grazia non lascia spazio alla ristrettezza di cuore o all’egoismo, ma, in risposta all’amore inesprimibile che Cristo ci ha mostrato, deve dilatare la nostra anima nell’amore, e farle sentire un invito irresistibile a sacrificarsi sempre più completamente. Per questa verginità spirituale che è silenzio e semplicità quando è divenuta possesso di Dio, annunciamo queste misteriose feste di nozze da lui istituite per manifestarsi pienamente nel secolo futuro, in cui la Chiesa ha Cristo come unico Sposo. (St 6,15; 13,14)

Statuti delle monache dell’Ordine Certosino (cap.5)

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CAPITOLO 5
Il silenzio

1 Dio ci ha condotti nel deserto per parlare ai nostri cuori; ma solo chi ascolta in silenzio percepisce il soffio della brezza leggera in cui si manifesta il Signore. Sperimentando il silenzio, ne conosciamo i frutti. All’inizio ci vuole uno sforzo per tacere; ma se gli siamo fedeli, a poco a poco, dal nostro stesso silenzio nasce in noi qualcosa che ci attrae a più silenzio. È per ottenere questo che è prescritto di non parlare tra di noi senza permesso. (St 4.3; 14.1)
2 Essendo il silenzio di primaria importanza nella vita certosina, dobbiamo osservare questa regola con grande attenzione. Tuttavia, nei casi dubbi, non previsti dagli Statuti, ciascuna giudicherà con saggezza, secondo la propria coscienza e secondo le necessità, se le è concesso di parlare e fino a che punto. (St 14,3)
3 Le monache, quando saranno autorizzate a parlare, modereranno il numero e la portata delle loro parole, per rispetto dello Spirito Santo che abita in loro e per carità verso le compagne. Si può infatti credere che una conversazione prolungata inutilmente rattristi di più lo Spirito e provochi più dissipazione di poche parole, dette senza permesso ma subito interrotte. Spesso una conversazione utile all’inizio diventa rapidamente inutile e finisce per essere colpevole. (St 14,4)
4 Le monache possono parlare di ciò che è utile per il loro lavoro, ma con poche parole brevi e senza alzare la voce. (St 14.2) Riguardo alle persone che entrano nella clausura, si eviterà anche ciò che potrebbe dar luogo all’occasione di un colloquio con loro.
5 Quando più suore sono insieme, la capogruppo, e nessun altro, risponde a chi si fa avanti. (St. 14,5)
6 Quando le monache si incontrano, cedono con gentile sollecitudine e con un umile cenno del capo, poi continuano il loro cammino, tacendo. (St 14,6)
7 Nelle domeniche, nelle solennità e nei giorni di ritiro, le monache laiche osservano un silenzio più rigoroso e tengono maggiormente la cella. (St 14,7)
8 Ogni giorno, tra l’Angelus serale e l’Angelus mattutino, in tutta la casa deve regnare il silenzio assoluto e nessuno può romperlo se non per una necessità davvero urgente. Perché la notte, secondo gli esempi della Scrittura e il sentimento degli antichi monaci, è particolarmente favorevole al raccoglimento e all’incontro con Dio. (St. 14,7)
9 L’anima del solitario sia come un lago tranquillo, le cui acque sgorgano dalle più pure profondità dello spirito; nessun rumore dall’esterno viene ad agitarli e, come uno specchio limpido, riflettono l’unica immagine di Cristo. (St. 13.15)

Statuti delle monache dell’Ordine Certosino (cap.3)

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La vocazione certosina
CAPITOLO 3
Monache

1.Fin dall’inizio, il nostro Ordine, come un corpo le cui membra non hanno tutte stessa funzione, trova la sua unità nelle varie forme di vita.

I monaci del chiostro vivono nel segreto della cella; sono sacerdoti o chiamati a diventare sacerdoti. I monaci laici dedicano la loro vita al servizio del Signore non solo attraverso la solitudine, ma anche, e più che i padri, attraverso il lavoro manuale. Ai primi fratelli che si chiamavano fratelli laici, si è aggiunto nel tempo un altro gruppo, quello dei donati. Allo stesso modo, ci sono tra noi monache di clausura dedite più specialmente alla solitudine della cella, monache laiche e monache donate. Tutti partecipano alla stessa vocazione, ma in modi diversi; diversità grazie alla quale la famiglia certosina adempie più perfettamente la sua funzione nella Chiesa. (St 11,1)

Le monache del chiostro

2 I nostri padri nella vita certosina seguirono una luce proveniente dall’Oriente, quella di questi antichi monaci, condannati alla solitudine e alla povertà di spirito, che popolavano i deserti in un tempo in cui la memoria vicinissima del sangue versato dal Signore ardeva ancora nei cuori. E siccome le monache del chiostro si misero per la stessa via, debbono, sull’esempio di questi primi padri, stare in un eremo sufficientemente lontano dai luoghi abitati, e dalle celle dove i rumori del mondo, né quelli della Casa ; soprattutto devono rendersi estranei alle dicerie del secolo. (St 3,1) 3 Colei che persevera senza venir meno nella cella e si lascia ammaestrare da essa, tende a fare di tutta la sua esistenza un’unica continua preghiera. Ma non può entrare in questo riposo senza passare attraverso la prova di una dura lotta: queste sono le austerità a cui si applica come assidua presso la Croce, o le visite del Signore, che è venuto a provarla come l’oro. . Così, purificata dalla pazienza, nutrita e fortificata dalla diligente meditazione della Scrittura, introdotta dalla grazia dello Spirito Santo nel profondo del suo cuore, potrà ormai non solo servire Dio, ma aderire a Lui. (St 3.2)

4 Si dovrebbe fare anche qualche lavoro manuale, non tanto per il momentaneo rilassamento della mente quanto per sottoporre il corpo alla comune legge umana, e per mantenere vigile il gusto per le attività spirituali. Alla suora in cella vengono quindi forniti gli strumenti di lavoro necessari, per non costringerla ad uscire. Per questo non è mai consentito al di fuori delle riunioni di chiesa o di clausura, e altre occasioni previste dalla regola. Ma il modo austero che abbiamo abbracciato ci obbliga più rigorosamente a usare solo cose povere. Dobbiamo seguire l’esempio di Cristo nella sua povertà se vogliamo condividere le sue ricchezze. (St 3.3)

5 Secondo l’uso antico, il nostro Ufficio si estende per tempi piuttosto lunghi, specialmente durante la veglia notturna, ma senza eccedere i limiti della discrezionalità. In questo modo la salmodia alimenta il raccoglimento interiore e possiamo altre volte, senza che la fatica ci opprima, entrare nella segreta preghiera del cuore. (St 3,7)

6 L’amore del Signore, la preghiera, il fervore per la solitudine univano le monache della clausura. Uno stretto legame li unisce anche in Cristo ai condannati, grazie ai quali possono così vivere nella solitudine della cella. (San 3.4,5)

Le monache converse e donate

7 I primi fratelli certosini, Andrea e Guarino, con i nostri padri, vollero dedicarsi alla solitudine e alla povertà spirituale. Questo è ancora oggi oggetto di monache laiche e religiose. Per questo devono non solo stare in un eremo sufficientemente lontano dai luoghi abitati, ma occupare celle il cui isolamento permette loro, una volta entrati e chiusa la porta, di lasciare fuori ogni preoccupazione, e di pregare in pace il Padre in segreto. (St 11,2)

8 A imitazione della vita nascosta di Gesù e di Maria a Nazaret, i laici dialogano, quando svolgono i lavori quotidiani della casa, lodano il Signore nelle sue opere, consacrano il mondo alla gloria del Signore. Creatore e far cooperare le cose della natura al servizio della vita contemplativa; durante le ore dedicate alla preghiera solitaria, e quelle riservate alla divina liturgia, sono a completa disposizione di Dio solo. I loro luoghi di lavoro, come quelli in cui vivono, devono quindi essere organizzati in modo da favorire il raccoglimento; e pur essendo provvisti del necessario e dell’utile, avranno l’aspetto di vera dimora di Dio, non di premesse profane. (St 11,3)

9 È una via molto sicura per andare a Dio per seguire le orme dei nostri fondatori: i Conversi prenderanno dunque a modello i primi fratelli laici della Certosa che, prima di ogni regola scritta, hanno dato il loro genere di vita forma e il suo spirito. Pensando a questi primi fratelli, san Bruno, con il cuore pieno di gioia, scriveva: Di voi, miei carissimi fratelli laici, dico: l’anima mia glorifica il Signore, perché vedo la sua misericordia senza misura posarsi su di voi. Sono pieno di gioia perché, pur non avendo la scienza delle lettere, Dio Onnipotente scrive con il dito nei vostri cuori non solo l’amore, ma anche la conoscenza della sua santa legge. In effetti, mostri in azione ciò che ami e conosci, quando pratichi la vera obbedienza con tutta la cura e lo zelo possibile. Questo è il compimento della volontà di Dio, chiave e sigillo distintivo della totale sottomissione allo Spirito. Non esiste mai senza una grande umiltà e una notevole pazienza, ed è sempre accompagnata dal puro amore del Signore e dalla carità genuina. È così evidente che stai raccogliendo con sapienza il frutto tanto gustoso e vitale di ciò che Dio scrive in te. Rimanete dunque, fratelli miei, dove siete arrivati. (St 11,9)

10 L’amore del Signore, la preghiera, il fervore per la solitudine e la stessa vocazione al servizio legano i conversi. Nel proprio ambiente di solitudine e raccoglimento, provvedono attraverso il lavoro ai bisogni materiali della casa che sono loro affidati in modo speciale. Grazie a questo aiuto delle monache laiche, le monache di clausura possono assistere più liberamente al silenzio della cella, di cui assumono tutta l’austerità nella preghiera e nel lavoro. Monache di clausura e monache laiche, conformi a Colui che è venuto non per essere servito, ma per servire, esprimono ciascuna a suo modo le ricchezze di una vita totalmente consacrata a Dio nella solitudine. Queste due forme di vita, nell’unità dello stesso corpo, hanno grazie diverse, ma tra loro c’è una comunicazione di benefici spirituali, così che si completano a vicenda. Questo armonioso equilibrio permette al carisma affidato dallo Spirito Santo al nostro padre san Bruno di raggiungere la sua pienezza. (St 11,4,5)

11 Ci sono così diverse forme di vita che contribuiscono in modo necessario alla perfezione della nostra vocazione unica. Possa ciascuno continuare il suo corso verso questo termine, rimanendo nello stato in cui è impegnato. Sarebbe inutile confrontare le chiamate, poiché tutte ricevono la loro identica consacrazione e valore dalla loro partecipazione al sacerdozio di Cristo. (St 11,6)

12 monache di clausura e laiche si rispettano e vivono nella carità. Veri discepoli di Cristo, di fatto e di nome, si applicano, in un affetto reciproco, ad avere lo stesso sentimento, ad accettarsi e perdonarsi reciprocamente ogni offesa, per avere un solo cuore e una sola voce per lodare Dio . (St 3,4; 11,4)

13 Il dovere della priora verso tutte le sue figlie, monache di clausura e laiche, è di essere segno vivo dell’amore del Padre celeste per loro; per unirli così in Cristo, in modo che formino un’unica famiglia e che, nelle parole di Guigo, ciascuna delle nostre case sia veramente una chiesa certosina. (St 3,6; 11,7)

14 Essa si radica e trova il suo fondamento nella celebrazione del sacrificio eucaristico, segno efficace di unità. È Lui il centro e il culmine della nostra vita, la manna dell’esodo spirituale che, nel deserto, ci riporta al Padre per mezzo di Cristo. Attraverso la liturgia, il mistero di Cristo conferisce la sua unità alla nostra vita monastica: è Lui che prega per noi, come nostro Sacerdote, e in noi, come nostro Capo. Così riconosciamo in lui le nostre voci, e in noi le sue. (St 3,7; 11,8) 15 Interamente ordinato alla contemplazione, il nostro Ordine deve conservare con estrema fedeltà la sua separazione dal mondo. Inoltre, qualunque sia l’urgenza dei compiti apostolici, siamo esentati da ogni ministero pastorale, per adempiere alla nostra propria funzione nel Corpo mistico di Cristo. Spetta a Marta esercitare un ministero lodevole, è vero, ma non senza preoccupazioni e affanni; che lascia solo sua sorella seduta ai piedi di Cristo, dove completamente libera e disponibile, vede che è Dio. Purifica la sua mente, raccoglie la sua preghiera nel suo cuore, ascolta il Signore che le parla dentro; così, secondo la piccola misura possibile a chi contempla per riflessione ed enigma, gusta e vede quanto è buono; allo stesso tempo prega per Marta e per tutti coloro che lavorano come lei. Maria ha per lei non solo il più imparziale dei giudici, ma anche il più fedele degli avvocati, il Signore stesso, che non si limita a difendere la sua vocazione, ma la loda dicendo: Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta: la esonera così dal farsi coinvolgere nelle preoccupazioni e nelle attività di Marta, per quanto caritatevoli possano essere. (San 3,9)

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Statuti delle monache dell’Ordine Certosino

Stat prologo

Carissimi lettori, non è stato semplice nel corso di questi anni darvi molte informazioni sulle monache dell’Ordine Certosino. Nel corso degli anni, vi ho proposto testi antichi o testimonianze di giovani aspiranti ed alcune notizie sulle certose femminili, avete inoltre apprezzato i loro soavi canti. Ma per avere una conoscenza maggiore e più approfondita sulla loro vita claustrale, ho deciso di proporvi gli Statuti appositamente dedicati al ramo femminile dell’Ordine. Si parte oggi con il primo capitolo il “Prologo”, e si proseguirà ogni mese con articoli dedicati.

È giunto dunque il tempo che queste sante donne di Dio ricevano la gratitudine che meritano per la loro vita di preghiera a favore dell’umanità intera.

Voglio precisare, che il mio intento è quello di divulgare e diffondere questo testo al fine di coinvolgere coloro che possano essere interessate a questo tipo di vita di clausura, auspicando che con l’aiuto della Provvidenza, possano germogliare nuove vocazioni.

Statuti delle monache
dell’Ordine Certosino

Capitolo 1

Prologo

La grazia di nostro Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi. Amen.

1 A lode della gloria di Dio, Cristo, Verbo del Padre, ha sempre scelto per opera dello Spirito Santo uomini per condurli nella solitudine e per unirli in un intimo amore. Rispondendo a questa chiamata, Maestro Bruno, anno del Signore 1084, entrò con sei compagni nel deserto della Chartreuse e vi si stabilì. Lì, questi uomini ei loro successori, rimanendo alla scuola dello Spirito Santo e lasciandosi formare dall’esperienza, svilupparono uno stile specifico di vita eremitica, trasmesso alle generazioni successive non con la scrittura ma con l’esempio. Altri eremi furono fondati ad imitazione di quello della Certosa, e su loro ripetute richieste Guigues, quinto priore della Certosa, scrisse una descrizione di questo modo di vivere; tutti lo accolsero e decisero di conformarsi ad esso, affinché fosse legge della loro osservanza e vincolo di carità della loro nascente famiglia. Per lungo tempo i priori dell’osservanza certosina hanno insistito sul priore e sui frati della Certosa perché fosse loro concesso di tenere un Capitolo comune in questa casa; infine, sotto il priorato di Anthelme, si riunisce il primo Capitolo Generale, al quale tutte le case, compresa quella di Chartreuse, hanno rimesso per sempre i loro destini. Nello stesso periodo, le monache di Prébayon in Provenza decisero di abbracciare la regola di vita certosina. Questa fu l’origine del nostro Ordine. (St 1.1)

2 Il Capitolo Generale si impegnò ormai ad adattare la vita certosina nel corso dei secoli, tenendo conto dell’insegnamento dell’esperienza o dell’apparire di nuove circostanze; e così facendo ha rafforzato e sviluppato il nostro modo di vivere. Ma questo continuo e attento aggiornamento dei nostri costumi ha causato, alla lunga, un accumulo di ordinanze; anche il Capitolo Generale del 1271 riunisce il contenuto della Dogana di Guigues, le ordinanze dei Capitoli Generali e gli usi della Certosa, e promulgò gli Statuti Antichi. Nel 1368 furono integrati da altri documenti, intitolati Nuovi Statuti; nel 1509 fu aggiunta una serie di testi; questa era la Terza Compilazione. Il Concilio di Trento fu l’occasione per unire in un’unica opera le tre raccolte allora vigenti. Questa Nuova Raccolta ha ricevuto nella sua terza edizione l’approvazione in forma specifica di Innocenzo XI dalla Costituzione Apostolica Iniunctum nobis Una nuova edizione, riveduta e corretta secondo le prescrizioni del Codice di Diritto Canonico allora vigente, ha ricevuto anche l’approvazione in forma specifica dalla Costituzione Apostolica Umbratilem di Papa Pio XI. (St 1.2) Come prescritto dal Concilio Ecumenico Vaticano II, e secondo lo spirito delle sue decisioni, si è intrapreso un adeguato rinnovamento della nostra forma di vita, che doveva preservare in modo inviolabile la nostra separazione dal mondo e dalle attività proprio della vita contemplativa. (St 1.3)

3 Il Capitolo Generale dei monaci del 1967 decise di dare alle monache Statuti pubblicati separatamente e che avrebbero seguito quelli dei padri e dei fratelli con i necessari adattamenti. Questo lavoro è stato quindi intrapreso con la collaborazione di tutte le case di monache, e potrebbe essere completato sotto il nome di Statuti delle monache dell’Ordine Certosino dagli Statuti dei monaci rinnovati, approvati e confermati dal Capitolo Generale del 1973. Il primo Capitolo Generale delle Certosine, tenutosi nel 1973, ha approvato questi Statuti. Per adeguarsi al Codice di Diritto Canonico del 1983, sono state nuovamente riviste e divise in due parti, la prima delle quali comprende i libri da 1 a 4 che ora costituiscono le Costituzioni dell’Ordine. Noi dunque, umile fratello André, priore della Certosa, e gli altri membri del Capitolo generale delle monache del 1989, approviamo e confermiamo questi Statuti. (cfr St 1,3)

4 Rivolgiamo perciò a tutte le monache dell’Ordine la seguente esortazione e preghiera, in nome della bontà misericordiosa di Dio, che ha circondato di tanta benevolenza la famiglia certosina dalle sue origini fino ad oggi, proteggendola e guidandola, e che ci ha generosamente fornito di tutti i mezzi utili alla nostra salvezza e alla nostra perfezione. Che ciascuno di noi, secondo i doveri della nostra vocazione, si sforzi di rispondere con tutta la gratitudine possibile a tanta liberalità e paterna benevolenza da parte del Signore nostro Dio. Lo faremo, applicandoci a seguire l’osservanza trasmessa da questi Statuti con tale fedeltà e sollecitudine, che il nostro uomo esteriore, istruito e formato da ciò che essi prescrivono, permette all’uomo interiore di cercare Dio stesso. più rapidamente e di possederla più pienamente; così potremo, per grazia del Signore, giungere alla carità perfetta, che è il fine del nostro stato come di tutta la vita monastica, e che ci condurrà alla beatitudine eterna. (San 1.4).

Capitolo 2

Elogio di Guigo della vita solitaria

I monaci che hanno lodato la solitudine hanno voluto dare una testimonianza del mistero di cui avevano sperimentato le ricchezze e che in verità solo i beati conoscono pienamente. Qui si compie un grande mistero: quello di Cristo e della Chiesa, di cui la Vergine Maria è un esempio eminente; tale mistero sta nascosto tutto anche in ogni anima fedele ed è rivelato più profondamente dalla stessa forza della solitudine.

Perciò nel presente capitolo, tratto dalle Consuetudini di Guigo, si devono ricercare come delle scintille sfavillanti dall’anima di colui che lo Spirito incaricò di formare le prime leggi del nostro Ordine. Infatti queste parole del quinto priore, mentre interpretano la Sacra Scrittura secondo l’antica allegoria, con esatto senso attingono la sublime verità che ci unisce ai nostri padri nella fruizione della medesima grazia.

Nel tessere l’elogio della vita solitaria, alla quale siamo chiamati in modo speciale, diremo poche parole, perché sappiamo che è stata grandemente lodata da molti santi e sapienti di così grande autorità, che non ci sentiamo degni di seguirne le orme.

Sapete infatti che nell’Antico e soprattutto nel Nuovo Testamento quasi tutti i più grandi e profondi segreti furono rivelati ai servi di Dio non nel tumulto delle folle, ma quando erano soli. Gli stessi servi di Dio, tutte le volte che li accendeva il desiderio di meditare più profondamente qualche verità o di pregare con maggiore libertà o di liberarsi dalle cose terrene con l’estasi dello spirito, quasi sempre evitavano gli ostacoli della moltitudine e ricercavano i vantaggi della solitudine.

È per questo, tanto per farne qualche breve accenno, che Isacco esce da solo nella campagna per meditare, e dobbiamo credere che ciò non fosse per lui occasionale, ma abituale; così anche Giacobbe, mandati innanzi tutti gli altri, rimasto solo, vede Dio a faccia a faccia, ed è favorito simultaneamente della benedizione e del cambiamento del nome in uno migliore, conseguendo più in un attimo di solitudine che non in tutto il tempo della vita trascorso in compagnia degli uomini.

La Scrittura attesta quanto anche Mosè, Elia ed Eliseo amino la solitudine e quanto per essa progrediscano nella conoscenza dei divini segreti; come tra gli uomini si trovino frequentemente in pericolo, e come invece, mentre sono soli, vengano visitati da Dio.

Allo stesso modo Geremia siede solitario, perché è penetrato dalle minacce di Dio; anzi, domandando che sia data acqua al suo capo e una fonte di lacrime ai suoi occhi per poter piangere gli uccisi del suo popolo, chiede anche un luogo dove poter compiere con maggiore libertà un’opera così santa dicendo: Chi mi darà nella solitudine un rifugio di viandanti?, come se non potesse dedicarsi a questo in città; in tal modo indica quanto la presenza di altri uomini precluda il dono delle lacrime. Egli afferma ancora: È bene attendere nel silenzio il soccorso del Signore; attesa che riceve sommo aiuto dalla solitudine, e aggiunge: È bene per l’uomo sottoporsi al giogo fin dall’adolescenza, parole queste che sono di grandissimo conforto a noi che quasi tutti abbiamo abbracciato questa vocazione fin dalla giovinezza. Il profeta dice infine: Siede solitario ed in silenzio per poter elevarsi sopra di sé, indicando così quasi tutto ciò che vi è di meglio nella nostra vocazione: la quiete e la solitudine, il silenzio e il desiderio dei beni celesti.

Il profeta poi mostra quale trasformazione opera una tale disciplina in coloro che vi si sottomettono, dicendo: Porgerà la guancia a chi lo schiaffeggia e sarà saziato di obbrobri. Nel primo caso rifulge una somma pazienza, nell’altro una perfetta umiltà.

Anche Giovanni Battista, di cui, secondo l’elogio del Salvatore, nessuno è sorto più grande tra i nati di donna, mostra con evidenza quanta sicurezza e utilità procuri la solitudine. Egli, non stimandosi sicuro né per gli oracoli divini che avevano predetto che, ripieno di Spirito Santo fin dal seno materno, sarebbe stato il precursore di Gesù Cristo con lo spirito e la forza di Elia, né per la sua mirabile natività, né per la santità dei suoi genitori, fuggì la compagnia degli uomini come piena di pericoli e scelse come sicura la solitudine del deserto; e finché dimorò solitario nell’eremo, non conobbe né pericoli né morte. L’aver battezzato il Cristo e affrontato la morte per la giustizia dimostrano quanta forza e quanti meriti vi abbia acquistato. La solitudine infatti lo rese il solo degno di battezzare il Cristo che tutto purifica e di non indietreggiare né davanti al carcere né davanti alla morte per la verità.

Lo stesso Gesù, Dio e Signore, la cui virtù non poteva essere aiutata dalla solitudine né impedita dalla presenza degli uomini, tuttavia per giovare a noi col suo esempio, prima di predicare e di compiere miracoli, volle nel deserto essere sottoposto alle tentazioni e ai digiuni come ad una prova. Di lui la Scrittura dice che, lasciata in disparte la folla dei discepoli, saliva da solo sul monte a pregare. E nell’imminenza della Passione lascia gli apostoli per poter pregare da solo, insegnandoci soprattutto con questo esempio quanto la solitudine giovi all’orazione, perché non vuole pregare insieme con altri, fossero pure suoi compagni gli apostoli.

Non possiamo passar qui sotto silenzio un mistero che merita tutta la nostra attenzione: lo stesso Signore e Salvatore del genere umano si degnò di darci nella sua persona il primo modello vivente del nostro Ordine, col dimorare solo nel deserto, attendendo alla preghiera e agli esercizi della vita interiore, macerando il corpo con digiuni, con veglie e altre pratiche di penitenza, e vincendo le tentazioni e il nostro avversario con le armi spirituali.

Ed ora considerate voi stessi quanto profitto spirituale nella solitudine trassero i santi e venerabili padri Paolo, Antonio, Ilarione, Benedetto e innumerevoli altri, e avrete la prova che nulla, più della solitudine, può favorire la soavità della salmodia, l’applicazione alla lettura, il fervore della preghiera, le penetranti meditazioni, l’estasi della contemplazione e il dono delle lacrime.

Né vi bastino questi pochi esempi che vi abbiamo citato a lode della vocazione abbracciata, ma piuttosto voi stessi raccoglietene altri, attingendo sia dall’esperienza quotidiana, sia dalle pagine delle Sacre Scritture.

“Parole dal silenzio” Santa Rosellina di Villeneuve

foto sigla

Cari amici voglio oggi proporvi la quinta puntata della trasmissione “Parole dal silenzio”, andata in onda lo scorso venerdi 23 marzo in diretta streaming su vari canali socialmedia. Ormai è un appuntamento fisso, questa rubrica dedicata alla spiritualità certosina ed alle figure di Santi e Beati della famiglia monastica di San Bruno. Questa puntata sarà incentrata sulla prima santa certosina, ovvero Santa Rosellina di Villeneuve. Biografia, aneddoti, miracoli attribuitigli, ed interpretazione della sua caratteristica iconografia sono stati al centro di questo approfondimento. Ma è stata anche fatta una preziosa premessa circa la descrizione del ramo femminile dell’Ordine certosino. Oltre al sottoscritto ed all’amico Marco Primerano, è stato presente anche Antonio Zaffino, entrambi hanno gradevolmente arricchito la puntata con i loro interventi.
Per tutti coloro che non hanno visto la trasmissione in diretta streaming, ecco il video della quinta puntata.

Da non perdere!!!

Buona visione

La “casa rifugio” di Burdinne

Burdinne castello

Oggi voglio raccontarvi la travagliata storia della comunità monastica femminile della certosa francese di Notre Dame du Gard, fondata nel 1870 nei pressi di Amiens. Purtroppo, a seguito di nuove leggi anticlericali le consorelle certosine furono espulse e costrette ad abbandonare la certosa. Nel 1903, Dom Dosithée Baudechon, direttore della tipografia situata nella certosa di Tournai aveva acquistato nel 1903, per l’Ordine, un castello di proprietà della famiglia Douxchamps-Zoude, situato nella piazza pubblica nel centro del paese. Fu così che il 12 ottobre del 1906, la comunità di trentatrè religiose, composta da 22 monache, 9 sorelle converse e due sorelle donate, partirono da Le Gard per giungere a Burdinne, in Belgio, dove ricevettero asilo. Qui ripresero la loro vita claustrale nella nuova struttura che conservava il nome di “Notre Dame du Gard”, ma venne però tecnicamente considerata una “casa rifugio”. Dopo qualche anno, nel 1909 fu deciso di aprire un noviziato, mentre il Capitolo Generale del 3 ottobre del 1919, prese la decisione di trasferire le monache da Burdinne a Zepperen nella casa di rifugio della certosa di Glandier, poi fu invece annunciato che le consorelle sarebbero rimaste ancora a Burdinne. Soltanto nel 1920 la nuova priora Madre Marguerite Gouzien, espresse il desiderio di lasciare Burdinne e di fondare una nuova certosa autonoma. A metà giugno del 1927, il Priore Generale Dom Giacomo Maria Mayaud, chiese alla priora di visitare un edificio nell’Aveyron. La struttura parve abbastanza idonea alle esigenze delle monache, e dunque fu deciso di acquistarla. I lavori per la nuova certosa iniziarono immediatamente, pertanto il 3 aprile del 1928, le certosine di Burdinne partirono per insediarsi a Nonenque. Questa era una antica abbazia cistercense riadattata agli usi certosini, le consorelle provenienti da Burdinne si trasferirono ed intitolarono la nuova certosa a “Notre Dame del Precieux Sang”. Il peregrinare di questa comunità monastica era finalmente terminato, ancora oggi Nonenque è una delle due certose femminili francesi dove la vita monastica si svolge nella più assoluta quiete.

Ma che ne fu del castello di Burdinne per anni casa rifugio? Ebbene esso fu venduto e dopo aver avuto diversi proprietari è stato di recente oggetto di restauro.

La vita a Burdinne

Sicuramente non fu facile adattarsi a vivere la vita monastica certosina in un castello situato nella piazza principale del paese e di conseguenza luogo di ritrovo e di chiasso in occasione di sagre e feste. Ciononostante i sacrifici delle certosine furono notevoli, e riuscirono tra tante difficoltà a trascorrere ventidue anni in un luogo poco consono al raccoglimento ed al silenzio certosino. In questo periodo, la comunità che visse questo esilio a Burdinne aveva un’età media di 54 anni, quindi fu un gruppo alquanto giovane. Esse dettero un notevole contributo anche alla popolazione locale, infatti si narra che aiutavano famiglie numerose, davano cibo ai poveri, cucivano, rammendavano calze, riparavano gli abiti a coloro che li introducevano attraverso una “ruota” posta in un locale annesso alla portineria nel cortile del castello. Tutto ciò, non compromise mai lo svolgimento della vita claustrale. Come in ogni comunità femminile vi fu una piccola rappresentanza maschile composta da due padri e e due fratelli conversi. Il padre vicario e il padre coadiutore erano al servizio delle monache per la loro formazione, la loro direzione spirituale e per i sacramenti. I due fratelli laici avevano la funzione di dare un aiuto materiale. Le cronache locali ricordano ancora che un fratello era specializzato nel riparare orologi e l’altro si dedicava con zelo a fare la spesa comprando latte ed uova dai contadini locali.

In questo ventennio le certosine dovettero affrontare anche i patimenti e le turbolenze della prima guerra mondiale. Si narra di un episodio nel quale l’intervento di una di loro risparmiò la distruzione dell’intero paese. Alcuni soldati tedeschi erano stati uccisi in un imboscata in una fattoria, pertanto fu ordinato che per rappresaglia l’intero paese doveva essere dato alle fiamme. Ma grazie ad una monaca presente in certosa di nazionalità tedesca e pare forse conoscente di un soldato germanico, la quale mediò grazie alla conoscenza della lingua e riuscì a dissuadere e rabbonire i militari, che risparmiarono il paese ed i suoi abitanti. La Provvidenza aveva trovato il modo di evitare inutili spargimenti di sangue!

Anche se per soli ventidue anni, la presenza delle certosine fu apprezzata ed ancora ricordata nel piccolo paesino belga.

La certosa di Motta Grossa

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Cari amici, oggi voglio parlarvi della seconda certosa fondata nel XX° secolo, ma ormai del tutto sconosciuta ai più. Essa fu la 278esima fondazione certosina che nacque, e fu fondata in Italia, precisamente a Riva di Pinerolo in Piemonte, essa fu nota come certosa di Motta Grossa.

Ma conosciamone la sua storia.

Bisogna raccontare un antefatto, nel 1903 a seguito di leggi che soppressero case monastiche, la comunità certosina femminile di Bastide Sainte Pierre a Montauban nella Garonna in Francia, dovette abbandonare il proprio convento trovando rifugio in Italia. Il Padre Priore Generale dell’epoca, Dom Michel Baglin, dovette, acquistare l’antico castello medievale di “Motta dei Trucchetti” da un medico di Torino, Mario Scrivano, su richiesta di padre Martin, superiore del seminario di Pinerolo, e grande benefattore delle monache fino alla sua morte. Le consorelle certosine, si insediarono così presso l’antico castello nel 1903.

Furono realizzati grandi lavori di ristrutturazione, iniziati nell’ottobre 1903, eseguiti sotto la direzione di Dom Roch Mallet, procuratore della Grande Chartreuse, il quale rese gli edifici idonei alla regola monastica certosina. Fu installato un bellissimo orologio, proveniente dalla certosa di Le Reposoir, che fu posto in una torre quadrata, a una cinquantina di metri dal convento. Poiché l’antica cappella di San Giovanni Battista, situata nel giardino, era troppo piccola, ne fu costruita un’altra più spaziosa, e Dom Michel Baglin andò a benedirla il 12 maggio del 1904 titolandola a Santa Rosellina. In questo luogo la comunità religiosa rispettò la regola certosina come casa rifugio, e soltanto in seguito, nel 1936, visto la notevole crescita del numero di monache, si decise di erigere una certosa autonoma conosciuta con il nome di Motta Grossa. Le monache certosine di Riva, rappresentarono la seconda fondazione femminile dell’Ordine in Italia, dopo quella di Buonluogo, esse vi rimasero fino al maggio del 1998 data in cui si trasferirono alla certosa di Vedana. La certosa fu poi ceduta all’Istituto Diocesano di Torino, che da allora l’ha abbandonata.

Ma cosa ne è stato di questa certosa?

Oggi, la certosa di Motta Grossa ci appare come un luogo abbandonato e spettrale, svetta tra la fitta vegetazione che quasi ne impedisce l’accesso. Un vecchio cancello arrugginito ma aperto, ne ha consentito l’ingresso a balordi sacrileghi, che nel corso degli anni hanno vandalizzato gli ambienti claustrali. Lo stato di abbandono, è subito percepibile, vetri rotti, finestre spalancate, tapparelle divelte e porte sfondate invase dai rovi, fanno da sfondo a quel che resta degli arredi liturgici. Writer sfrontati hanno deturpato le pareti irrimediabilmente.

La struttura monastica è costituita da un enorme edificio eretto su due livelli, al centro del pian terreno si trova la Chiesa con i suoi imponenti stalli lignei, con l’altare maggiore ed un grande crocifisso ligneo. Nel 1947, Michele Baretta dipinse l’ affresco ancora presente nell’abside, raffigurante la certosa nel contesto del paesaggio di Pinerolo, su di un lato si accede alla sacrestia. In essa troviamo ancora un grande mobile che conteneva i paramenti sacri, ed i cassetti a scaffale che un tempo custodiva i documenti del monastero. Poco più a sinistra si entra nella cucina dove troviamo l’enorme focolare al centro, dalla parte opposta si trovano invece le stanze adibite a lavanderie e laboratori che le sorelle usavano per cucire e ricamare, lavorare il legno e la ceramica, che in quel periodo servivano come sostentamento economico di tutto il convento.

Al piano superiore si entra in un lunghissimo corridoio che conduce alle celle dove vivevano le sorelle. Ogni cella era composta da un piccolo ingresso, dove nella parete interna si vede ancora un immagine in legno della Madonna e una piccola sporgenza che serviva a sostenere la candela che illuminava l’immagine, a sinistra un piccolo bagnetto frontalmente si trova la piccola stanzetta adibita a studiolo dove in un angolo una piccola stufa a legna riscaldava tutta la cella nei rigidi inverni, sulla destra invece il letto spartano, e l’inginocchiatoio che le suore usavano per la preghiera. Esternamente al centro si trova un enorme giardino che al tempo serviva come orto dove le monache coltivavano gli ortaggi che servivano al fabbisogno quotidiano. Purtroppo ovunque si trovano tracce del passato, incredibilmente ovunque si trovano ancora sedie, libri, lettere, statue come se si fossero cristallizzati dal giorno in cui le monache abbandonarono questa certosa. Le immagini che seguono, credo possano farvi meglio comprendere quanto ho provato a spiegarvi in questo articolo. I video che ho scelto per voi, sono due, il primo è quello che più rende idea del presente e del passato, poichè in esso vi sono anche rare immagini della quiete vita monastica.  Il secondo è una testimonianza capillare,  della situazione di decadimento di due anni fa, potrete percepire come la devastazione aumenta crescentemente con il passare del tempo!

Grazie agli autori che li hanno realizzati!

Auspichiamo che qualcuno possa intervenire, per evitare ulteriore degrado ad un luogo in cui regnava la spiritualità monastica certosina, e nel quale oggi la sacralità sembra ormai svanita.

VIDEO 1

VIDEO 2

Un dono natalizio dall’Ordine certosino

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Cari amici lettori di Cartusialover, sono lieto di annunciarvi in questo ultimo mese del 2020, una buona notizia. Un vero dono di Natale da parte dell’Ordine certosino. Difatti, da qualche giorno è online una nuovo sito dell’Ordine, volto alla diffusione ed alla conoscenza della vita monastica iniziata da San Bruno. Una grossa novità è rappresentata dal fatto che vi è una sezione dedicata interamente al poco conosciuto ramo femminile, del quale da questo blog spesso vi ho parlato. Ad arricchire queste pagine vi è un prezioso documento filmato, finalmente, ora anche in versione inglese oltre a quello originario in francese e coreano.

Da questo momento in poi potrete trovare il video “Une vie en Chartreuse: de la nuit du monde à la Nuit Pascale“, in maniera permanente nella sidebar di destra per poterlo vedere ogni volta che vorrete. Oppure acquistarlo online.

Da quasi novecento anni le monache certosine abbracciano una vita di solitudine sull’esempio di san Bruno.

Al di là dell’apparente monotonia della vita quotidiana, scandita dal suono della campana, dalla liturgia delle ore e dei tempi, esse ci invitano a un viaggio interiore attraverso le età della vita: Fervore del primo amore, tempo di aridità di guerra spirituale, ed infine, serenità da cuore a cuore con Cristo.

Per la prima volta le monache certosine hanno aperto le porte per cercare di trasmettere, attraverso il linguaggio sensibile dell’immagine, il suono ed alcuni testi scritti, che sono l’essenza della loro vita contemplativa.

Preghiera, lavoro, studio, attività quotidiane … in Francia, Italia o Corea del Sud, questo montaggio di 49 minuti ci permette di condividere la loro vita quotidiana, spogliata e ricca di vita interiore.

Un tuffo nel silenzio certosino, come un balsamo quando il trambusto della vita ci travolge.

Per ulteriori informazioni sulla loro vita, vi invito a consultare il nuovo sito dedicato al ramo femminile dell’Ordine certosino:http://chartreux.org/moniales/index.php/en/

Qui VIDEO versione in Francese

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Buone vacanze 2020

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Monache certosine e lo spaziamento

Cari amici lettori, è giunto il momento di separarci per qualche settimana. Sarà un periodo di riposo, che arriva a quattro mesi dall’inizio della pandemia del terribile Coronavirus, che tante vittime ha mietuto in questo lasso di tempo. Un riposo fisico ma anche psichico, che possa farci ritemprare dall’ansia e dall’angoscia che ha attanagliato tutti noi, costringendoci ad una clausura forzata. Molti dei lettori di questo blog mi hanno confidato di aver trovato conforto nel consultare Cartusialover, e nel leggere meditazioni, preghiere e testi di alcuni Priori, oltre ad allietarsi nell’ascolto dei canti certosini. La spiritualità certosina, è stata per noi un faro in questa violenta tempesta che si è abbattuta su tutto il pianeta. La domanda che sorge spontanea a seguito di questo isolamento è la seguente, ma ne usciamo piu ricchi o più poveri? Abbiamo nutrito sufficientemente lo spirito in questo periodo di privazioni?

E per questo, che vi allego un breve testo di Dom Innocent le Masson che ci illumina sulla povertà materiale connessa alla povertà spirituale.

Nel congedarmi da voi vi auguro buone vacanze, che siano all’insegna del riposo della serenità, e delle riflessioni.

A presto!!!

La povertà materiale diventa quindi una risorsa della povertà mentale che è la soglia dell’umiltà commentata da Dom Innocent Le Masson nelle sue Direzioni e argomenti di meditazioni per l’uso delle monache certosine. Egli scrive: “La perdita dell’uomo è iniziata con la perdita della povertà di spirito che egli ha sviluppato mentre voleva diventare come Dio. Presunzione di diventare più ricco di com’era, lo fece sprofondare nella miserabile povertà dello spirito, che passò in eredità a tutti i suoi posteri. Le miserie della mente e del corpo che soffriamo provengono solo da un possesso ingiusto, opposto alla povertà. Quindi possiamo dire la verità, che quando non abbiamo niente, noi possediamo tutto, ma volendo possedere, abbiamo perduto tutto. Le consorelle certosine sono pertanto invitato ad applicare alla lettera lo spirito di povertà dell’Ordine, per raggiungere la fonte di umiltà”

 

certosina in bosco spaziamento