• Translate

  • Follow us

  • Memini, volat irreparabile tempus

    gennaio: 2022
    L M M G V S D
     12
    3456789
    10111213141516
    17181920212223
    24252627282930
    31  
  • Guarda il film online

  • Articoli recenti

  • Pagine

  • Archivi

  • Visita di Benedetto XVI 9 /10 /2011

  • “I solitari di Dio” di Enzo Romeo

  • “Oltre il muro del silenzio”

  • “Mille anni di silenzio”

  • “La casa alla fine del mondo”

  • Live from Grande Chartreuse

  • Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi e-mail.

    Unisciti ad altri 619 follower

  • Disclaimer

    Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge N°62 del 07/03/2001. Rare immagini sono tratte da internet, ma se il loro uso violasse diritti d'autore, lo si comunichi all'autore del blog che provvederà alla loro pronta rimozione. L'autore dichiara di non essere responsabile dei commenti lasciati nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, il cui contenuto fosse ritenuto non idoneo alla pubblicazione verranno insindacabilmente rimossi.


Commemorazione dei defunti

monaco-e-cimitero

“La morte non è spegnere la luce. Si sta mettendo la lampada perché l’alba è arrivata. “(Tagore)

Commemorazione dei defunti

Oggi in occasione della celebrazione della commemorazione dei defunti, cari amici, voglio offrirvi un testo estratto da un libro scritto da un certosino. Egli in questo capitolo, dopo una premessa sul senso della morte per un monaco certosino, ci descrive minuziosamente cosa avviene in una certosa quando muore un loro confratello. Ho trovato questo testo alquanto interessante.

La morte per un monaco certosino

La vita dei certosini diventa una preparazione alla morte. Non c’è niente di strano che il certosino la accetti e la riceva quando arriva, senza quasi essere sorpreso o intimidito. Il che non significa che lui provi il disgusto naturale e l’orrore istintivo che lei le ispira.

Perché quella è la morte: la separazione da tutte le cose, da tutto ciò in cui è posto tutto l’affetto; la violenta rottura del legame naturale così stretto e che unisce intimamente e strettamente il corpo con lo spirito che lo anima. Un mistero tanto facile da capire quanto da spiegare. La morte ci disgusta e ci fa orrore perché per noi non dovrebbe esistere. Nel disegno di Dio, siamo stati creati per l’immortalità; Ma quei disegni furono derisi dai nostri primogenitori, che violando il precetto che Dio aveva dato loro, aprirono la porta attraverso la quale il peccato entrò nel mondo e con esso la morte.

Due visioni completamente diverse della morte ci vengono offerte nelle Sacre Scritture. Nei libri dell’Antico Testamento, la morte è rappresentata in un aspetto terrificante; ci viene mostrato come realmente era allora, come strumento di giustizia divina, come vendicatore di un Dio offeso e irritato. La morte era così terrificante in quel momento, perché l’eco paurosa della maledizione abbattuta da Dio su Adamo poteva ancora essere udita echeggiare nello spazio: “Polvere tu sei ed in polvere ritornerai“.

Dopo la venuta di Cristo, o meglio, dopo la sua risurrezione e ascensione al cielo in cui si è mostrato liberatore dal peccato e dalla morte, la morte è stata vinta e disarmata, insieme al peccato. Per questo, da quando è morto, senza essere soggetto all’impero della morte, ha cessato di essere quello di prima. Nella lingua dei primi cristiani, la morte era rappresentata sotto l’immagine pacifica del sonno. Di coloro che sono morti si diceva che si erano addormentati nel Signore, morire per loro era semplicemente passare dalla vita temporale a quella eterna. Si riduceva, quindi, a un cambiamento di vita, o meglio, a una trasformazione.

Quella che non sarà mai è la morte in cui l’anima muore. Questa seconda morte, in cui è fissato per sempre l’orrendo destino dell’anima e del corpo, è quella che infonde nella prima lo stesso orrore e lo stesso timore che chi non ha i conti della propria coscienza ben adattato a Dio; quelle angosce e quelle difficoltà sono completamente sconosciute nelle nostre Case. La cosa ordinaria è che, quando arriva, viene accolto senza il minimo segno di allarme o di preoccupazione, con calma, con ogni rassegnazione.

Ci sono casi di religiosi a cui il pensiero della morte abbatte il loro spirito e li spaventa; Ma quando la vedono arrivare o affrontarla, sentono il terrore svanire all’improvviso e muoiono sereni, in pace e grazie a Dio, con la supplica sulle labbra alla loro benedetta Madre di essere presente alla sua morte e di proteggerla e difenderla nel suo ultimo minuto.

Più frequente è quello dei religiosi che non hanno paura della morte, ma al contrario la desiderano e la aspettano, e quando arriva, la ricevono pieni di gioia e di felicità.

corteo funebre

La cerimonia di sepoltura nelle certose.

Non appena si realizza la morte, davanti al cadavere vengono recitati i cinque salmi e le preghiere prescritti dallo Statuto. Subito dopo viene comunicato ai Fratelli che verranno ad avvolgerlo. Vestito con le sue vesti ordinarie, sdraiato sulla bara, entrambe le mani incrociate sul petto, il rosario appeso al collo, con la croce processionale in testa, il secchiello dell’acqua santa a sinistra e ai suoi piedi la candela gialla accesa che non si può spegnere finché non sarà sepolto, la veglia del cadavere inizia a alternarsi Padri e Fratelli ogni mezz’ora, senza interrompere un solo istante.

Un quarto d’ora prima dei Vespri, la Comunità si riunisce in chiesa e da lì, processionalmente, si reca alla cella del defunto. Di fronte c’è un Fratello con la ciotola dell’acqua santa; alle sue spalle, il Fratello con la sua candela accesa, seguito dall’ultimo novizio che porta la croce, volgendo il volto alla Comunità; poi il Procuratore con l’incensiere e il Priore vestito di stola nera. E dopo di lui, i monaci in ordine di anzianità. Arrivati alla cella, si allineano su entrambi i lati del chiostro. Il novizio con la croce sta alla testa della bara; il Fratello, con la candela in basso, e il Priore al centro. Quindi, canta il Pater Noster , che prega in silenzio mentre asperge il cadavere e incensa la croce. Finito il Pater Noster, la Comunità ritorna in chiesa nello stesso ordine; i monaci, incappucciati, cantano salmi e dietro di loro i quattro Fratelli che guidano la bara.

Mentre la bara entra nel coro dei Fratelli, il cadavere coperto da un panno tessuto di criniera come l’abito che indossava in vita, il Cantore canta il solenne responso Credo quod Redemptor meus vivit… .“Credo che il mio Redentore vive… e nell’ultimo giorno risorgerò dalla polvere della terra, e che vedrò con questi miei occhi in questa carne il mio Dio mio Salvatore”.

sepoltura

Cantando questo salmo, la bara rimane nel coro dei Fratelli con la croce in testa e la candela accesa ai piedi. I monaci iniziano a cantare i Vespri del Giorno, a cui fa seguito l’ Agenda , come chiamiamo l’Ufficio completo dei Morti nella Certosa.

Il giorno successivo il Priore celebra la messa funeraria, dopodiché torna in sacrestia, si toglie la casula e attende qualche istante per dare il tempo ai monaci e ai confratelli di occupare il posto che corrisponde a ciascuno. I monaci sono disposti lungo i rispettivi stalli del coro; ed i Fratelli sono raggruppati nel coro dei monaci.

Il Priore esce dalla sacrestia, si mette al centro della chiesa a un lato della bara, di fronte a lui, e intona il Pater Noster, che prega a bassa voce, asperge il cadavere e lo incensa dopo averlo fatto attraversando. Il Cantore intona la risposta Credo quod Redemptor meus vivit… che è seguita da altre due.

Dopo che le risposte sono state cantate, vengono suonate tre lente campane, ripetute due volte, che è l’avvertimento che il cadavere viene condotto al cimitero, che sarà eseguito in processione con lo stesso ordine di quando il coro dei Fratelli è stato condotto dalla sua cella. All’uscita, il Cantore canta il salmo In exitu Israel of Egypt… che continuano i Padri, che non smettono di cantare salmi se non dopo la sepoltura.

Proprio nel momento della partenza inizia a suonare la campana che accompagna il corteo che avanza lentamente; si attraversa il chiostro, e quando si entra nel chiostro grande, i rintocchi della campana si fanno così intensi da attutire la voce dei Padri. Quando la processione è arrivata al cimitero, Padri e Fratelli stanno intorno alla tomba, i padri cantano o suonano incessantemente la campana.

Quando la bara arriva, viene lasciata ai piedi della tomba. In testa sta l’ultimo Novizio che porta la croce e, a destra, il Priore con chi porta il turibolo e l’acqua santa, che appena arrivato intona con voce sottomessa, il Pater Noster che prega in silenzio per l’eterno riposo del defunto. Dopo quella preghiera, recita una più lunga e poi benedice la fossa, spruzzandola con acqua santa e incensandola.

I Fratelli rimuovono il cadavere dalla bara e lo abbassano sul fondo della fossa profonda cinque piedi. Dopodiché, un Fratello presenta al Priore una pala carica di terra, che scarica sulla fossa; allo stesso tempo, altri Fratelli separano le assi che sostengono il cumulo di terra accumulato, sul bordo, che crolla con un ruggito sordo e pauroso; quindi riuniscono la terra rimanente fino a coprire completamente la fossa. Fatto ciò, attaccano alla sua testa la croce di legno alla cui ombra e sotto la cui protezione riposerà il defunto.

Entierro

Il Priore, durante la sepoltura, recita a bassa voce le preghiere del Rituale Certosino. La salmodia dei Padri continua intanto, così come il rintocco della campana.

Alla fine dei quattordici o quindici salmi (cantati dai Padri), il Priore canta ad alta voce il Pater Noster, cosparge il tumulo e lo incensa come la croce. Quindi, con l’issopo in mano, fa il giro del cimitero, cospargendo e tombe, e lo lascia seguito dalla Comunità che lo accompagna cantando il salmo “ Miserere …” e il ” De profundis” fino a Chiesa.

In piedi davanti al conferenziere e ai monaci seduti ai loro posti, recita una preghiera per tutti i fedeli defunti dai quali si congedò con il suo Requiescat a passo. Fatto ciò, si reca, seguito dai monaci, alla Sala Capitolare, dove, detta una preghiera per il defunto davanti all’altare, si siede ai piedi di esso e fece loro un breve discorso, generalmente un commento sul testo evangelico: “finché hai luce, cammina, perché le tenebre non ti sorprendono”.

Al termine di questo breve intervento, raccomanda ai suoi ascoltatori di richiedere al defunto i suffragi che gli sono dovuti nello Statuto … un certosino cadrebbe nel profondo del purgatorio se, nonostante i tanti voti con cui viene aiutato quotidianamente, Messe, indulgenze, servizi per i defunti, ecc., La sua partenza avrebbe dovuto essere ritardata a lungo.

Il giorno della sepoltura è quello della solitudine assoluta e del raccoglimento rigoroso. Tuttavia, quel giorno la riflessione è fatta senza di lui; non per celebrare la partenza di chi è stato assente, ma per rafforzare ulteriormente i legami di fratellanza tra coloro che rimangono. La lettura, che come di consueto si fa in refettorio, affronta sempre il tema di come deve essere onorata la memoria dei defunti e cosa possiamo e dobbiamo fare a loro favore e in loro aiuto, come spiega sant’Agostino in una sua predica, che è il testo letto più spesso in questo caso.

nel cimitero

Una nota curiosa per finire:

Nel Capitolo Generale dell’Ordine che si tiene ogni due anni nella Grande Certosa si legge in prima seduta l’elenco dei defunti di quell’anno con l’indicazione dei loro nomi e della Casa in cui è avvenuta la morte. Viene indicata anche l’età del defunto se supera i limiti di quella che è considerata una vita ben realizzata in Certosa, e quella degli anni di professione se raggiungono i regolamenti. Ora, se qualcuno dei defunti ha dato prova costante per tutta la sua vita religiosa di essere stato un esemplare molto religioso, perfetto esempio della più rigorosa osservanza regolare, senza lacune o eclissi, senza ombre di alcun tipo e questo è stato registrato il voto unanime del religioso della sua Casa, poi, quando si fa la lista dei morti lì, è conveniente sapere:

“In una casa del genere moriva un tale religioso, qui laudabiliter vixit in Ordine”.

La lode, come puoi vedere, non potrebbe essere più modesta; Ma in tutto il XX secolo, meno di una dozzina sono state giudicati degni meritevoli. Per dimostrare che non è così facile vivere lodevolmente nella Certosa come chiunque potrebbe immaginare …

Non si parla di anni di professione se non raggiungono i cinquant’anni, né di età se non raggiungono gli ottanta. L’età di ognuno di loro verrà registrata nel registro della casa.

interro a Farneta

L’addio a Dom Marianus Marck

 

cemetery.jpg.

Nel precedente articolo, nel quale vi ho fatto conoscere Dom Marianus Marck, vi ho preannunciato che vi avrei offerto il titolo funebre. Esso fu dedicatogli da Dom Andrè Poisson, che all’epoca della morte di Dom Marianus era Priore generale dell’Ordine dei Certosini, e conosceva molto bene personalmente il compianto confratello.

Il 19 settembre 1997, all’indomani della sua morte nel momento della sepoltura nel cimitero della certosa della Trasfigurazione, Dom Poisson lesse questo splendido discorso.

“Dom Marianus era per me un vecchio amico, eravamo insieme in noviziato tanti anni fa e siamo rimasti in contatto quasi fino a quando non è arrivato qui alla Certosa della Trasfigurazione, ma sono convinto che la nostra amicizia fosse viva nonostante ciò con il silenzio che siamo stati costretti a mantenere a causa della distanza.
Lo ricordo in quel tempo lontano come una persona sorridente che ha imparato il francese con qualche difficoltà ma sempre con senso dell’umorismo.
Eravamo insieme sotto la responsabilità di un imponente maestro dei novizi che fu felicissimo di accogliere Dom Marianus, ma con il chiaro intento di dargli una vera formazione cartusiana, nonostante la sua precedente formazione benedettina in un monastero bavarese.
Ciò significava una inesorabile aggressività da parte del maestro dei novizi contro ogni forma di spirito benedettino. Dom Marianus probabilmente soffrì di questi attacchi, ma non perse mai il suo sorriso e le sue maniere aperte con il suo maestro dei novizi. Per quanto ricordo, ha sempre avuto fiducia e amicizia con lui.
Dopo la professione solenne, il primo incarico affidato a Dom Marianus fu a Parkminster, dove trascorse molto tempo imparando e praticando intensamente la contabilità, insieme ad alcune menti brillanti come il nostro attuale Procuratore Generale. Entrambi sapevano come mantenere il sorriso e la pace in questo lavoro.
Ma forse la cosa più importante di Dom Marianus è il fatto che all’epoca imparò l’inglese e un buon senso dell’umorismo.
In tutta onestà, devo ammettere che non ricordo affatto perché e come ho deciso di mandarlo alla Trasfigurazione, ma ricordo molto chiaramente quanto sia stato difficile per lui accettare per mesi e forse anni prima, rimanere qui perché sentiva una forte attrazione dalla spiritualità orientale.
Non posso dubitare della sua lealtà, ma ho sempre pensato che non fosse preparato per questa prova e, per quanto posso ricordare, Dom Raphael condivideva questo punto di vista.
Alla fine, ha accettato di cuore di essere il Procuratore della Trasfigurazione e ha mantenuto quella posizione per 20 anni per la gioia della comunità. Alla fine, quando divenne vecchio, fu nominato vicario.
Ad un altro livello divenne un prezioso confessore, pieno di discernimento e saggezza, con i monaci del monastero.
In generale, era una vita monastica meravigliosa, ma gli scopi del Signore erano più profondi. Mancava qualcosa a questa carriera monastica: un’esperienza umile e dolorosa della croce.
Lentamente Dom Marianus si accorse delle sconosciute deficienze psicologiche nell’equilibrio nelle sue reazioni, nel suo contatto con la realtà.
I medici non potevano aiutarlo: il suo contatto esterno è diminuito. Come sappiamo, i suoi ultimi anni quaggiù sono stati per lui una vera esperienza della Via Crucis: capite tutti cosa intendo.

In conclusione, vorrei ringraziare Marianus per il messaggio finale che ha dato al procuratore ed a me durante le brevi ore in cui eravamo con lui quando stava morendo. Di certo non si rendeva conto di quello che stava succedendo: avevamo davanti solo un povero corpo umano, sofferente in coma profondo fino al punto in cui il suo cuore si fermò, esausto.
E sapevamo interiormente che sarebbe poi entrato gradualmente in cielo davanti ai nostri occhi attraverso la Via Crucis, perché è amato da Dio”.

Amen.

immaginetta1

Gesù manda me!

Gesù, mio Signore e Signore, lo so

ogni individuo deve portare la tua luce dentro

cosicché irradia sulla patria e sul mondo.

Ecco perché sono responsabile anche per il futuro

della patria e della terra.

Gesù, mio Re, hai bisogno di uno in più tra i tanti individui

attraverso il quale vuoi espandere il tuo regno?

Quindi guardami: sono pronto!

Mi chiederai se ti amo

Ti amo.

Mi chiederai se voglio seguirti?

Voglio seguirti!

Mi chiederai se posso bere la tazza che hai bevuto?

Signore, per questo devi rafforzarmi.

Ti prego, prepariami per il tuo servizio sulla terra.

Voglio confessarti e onorarti attraverso l’azione e la vita.

immaginetta 2

Oh dio, aiuto.

Sei, oh Dio, il Signore dei mondi.

Sei l’unico obiettivo di tutte le nostre azioni.

Lascia che qualunque cosa accada conti come tua grazia

Siamo felici, soffriamo.

Aiutaci a gestire fedelmente il tuo feudo,

Stai fermamente con te, vero e chiaro.

Il tuo regno nella tempesta delle forze sataniche.

Vieni da noi, vieni dalla tua banda di soldati!

Il certosino morto per una donna

1 monaco sul chiostro

E da molti anni che custodisco nel mio archivio una notizia di un fatto curioso accaduto ormai venticinque anni orsono. Un episodio che all’epoca scatenò polemiche e clamore. Siamo nella certosa di Farneta, in provincia di Lucca, la sera del 20 marzo 1995, nella sua cella l’ottantenne Dom Giacomo Del Rio, un nobile spagnolo che dopo aver combattuto come ufficiale franchista nella guerra civile spagnola aveva deciso di abbracciare la vita monastica certosina, era infatti dal 1940 diventato monaco certosino e dal 1975 viveva nella certosa toscana, si appresta ad uscire dalla cella per recarsi in chiesa. Nel silenzio e nell’isolamento della sua cella egli viene colto da un malore, un infarto pare stroncare il povero monaco, che si accascia a terra. Il Padre priore dell’epoca Dom Giovanni Battista Briglio( 1988-2001), resosi conto della assenza in chiesa del confratello che non tardava mai ad uscire dalla cella per il Mattutino, decise di verificare i motivi del ritardo. Dopo aver bussato alla cella e non aver ottenuto risposta decise di aprirla e, accortosi del malore occorso a Dom Giacomo provvide a chiamare i soccorsi. Dopo pochi minuti sopraggiunse un’ambulanza con i soccorritori, ma grande fu lo stupore della dottoressa rianimatrice, che alla sua vista le impedì di varcare la soglia della certosa poichè di sesso femminile. Il Priore tenne a rassicurare la dottoressa dicendo che il confratello era già morto e che pertanto il suo intervento sarebbe stato vano. Successivamente, dopo quei concitati momenti e l’incredulità dei soccorritori, sopraggiunse un altro staff medico con un dottore maschio, che entrando nella cella di Dom Giacomo Del Rio ne constatò il decesso.

Clamore e polemiche si alimentarono nei giorni successivi, ma Dom Giovanni Battista Briglio tranquilizzò tutti asserendo che il confratello era già deceduto tra la chiamata e l’arrivo dei soccorritori, ma che comunque la regola del divieto di ingresso di una donna in certosa è assolutamente ferrea.

Priore Dom Giovan Battista Briglio

Priore Dom Giovan Battista Briglio

Non si saprà mai come questa vicenda andò realmente, ma il certosino Del Rio seppellito nel cimitero della certosa di Farneta non avrebbe mai immaginato tanto clamore intorno alla sua morte. Una prece a lui ed al suo priore, protagonisti involontari di questa clamorosa vicenda.

cimitero-certosa-farneta

Quell’ultima intervista

 

la preziosa intervista

Cari amici lettori di Cartusialover, è con grande piacere che vi offro, come vi avevo preannunciato in un precedente articolo, il video dell’ultima intervista rilasciata dal compianto Dom Marcellin Theeuwes rilasciata nello scorso settembre al giornalista Leo Fijen per il programma “Kloosterserie”. Il prezioso documento è andato in onda sulla emittente televisiva olandese KRO / NCRV.

Oltre a due estratti video, davvero emozionanti, nei quali vedremo  la docile espressione di Dom Marcellin ed ascolteremo la sua dolcissima ed affaticata voce, potrete leggere di seguito il testo integrale. Ciò è stato possibile per la gentilissima collaborazione dell’amica brasiliana Adelaine Campana, che vive in Olanda, la quale ha tradotto in portoghese dall’olandese il documentario. In seguito, una altra volenterosa amica di questo blog, lo ha tradotto in italiano. Questa singolare rete di amore verso le testimonianze certosine, e la lodevole intenzione di diffonderle, aiutandomi nel mio intento, fà di voi amici lettori la mia gioia. Grazie di cuore!!!

Ora vi lascio alla visione dei filmati ed alla lettura del testo. Parole emozionanti, che devono esserci di insegnamento per la serenità espressa da questo certosino, alla fine dei suoi giorni, il quale ha dedicato con amore il suo tempo sulla terra alla vita monastica. Immancabile commuoversi.

Resti per sempre  vivo in noi il suo ricordo!

Video 1

Video 2

Leo Fijen ha visitato più di cinquanta monasteri per produrre la serie monastica. Torna ancora una volta nelle abbazie più belle per una serie speciale. Nel nuovo anno, il certosino Marcellin Theeuwes conclude questa serie, il certosino che rimane in silenzio per diciotto ore al giorno, vive da solo e, così, va a morire. Nel sud della Francia, mostra dove sarà sepolto: coinvolto nel suo abito, senza una bara, con una croce senza nome, perché Dio conosce ognuno di noi per il nome.

Leo Fijen: Perché il silenzio è importante per le persone?

Dom Marcellin: Per ascoltare sé stesso, di tanto in tanto chiedersi: dove sono, cosa faccio e dove voglio andare…

Leo Fijen: E come stai?

Dom Marcellin: Proprio come mi vedi… con bastoni da passeggio, ma sono ancora in piedi!

Leo Fijen: Stai ancora sorridendo come 15 anni fa!

Dom Marcellin: Perché non dovrei ridere?

Leo Fijen: Beh, a causa dei bastoni. (Ride)

Dom Marcellin: No… (ride)

Leo Fijen: No? (Ride)

Dom Marcellin: No, no … no, non è così che funziona. (Ride)

Leo Fijen: No?

Dom Marcellin: No, non è così. (Ride)

Leo Fijen: E com’è? (ride)

Dom Marcellin: Questa vita è stata così bella… (ride)

Leo Fijen: La vita è stata così bella?

Dom Marcellin: Sì, questa vita mi ha dato ciò che ho ricevuto (in questo momento si riferisce a tutto ciò che ha ricevuto dalla vita). Questo è fantastico! (ride)

Leo Fijen: E vuoi dire che hai vissuto il tuo sogno?

Dom Marcellin: Sì, ma non ho mai sognato così grande. (Ride)

Leo Fijen: Questo è bello, non hai mai sognato così grande! (ride) È così che ti conosco!

Leo Fijen: Ma hai voluto vivere questa vita?

Dom Marcellin: Sì, sì…dall’inizio.

Leo Fijen: E questo è tutto?

Dom Marcellin: Sì, è così… Negli ultimi anni, penso molte volte e credo sia una delle cose più belle che posso dire: sono riuscito a vivere quello che immaginavo da bambino. E tutto è diventato realtà. Ne sono molto felice.

Leo Fijen: Le campane stanno suonando. Dobbiamo entrare?

Dom Marcellin: Sì.

[Leo Fijen parla durante la registrazione: “Don Marcellin mi dice che è gravemente malato e fa chemioterapia. I dottori pensano che non sia ancora così male. Ma non è così che lui si sente. Ha un cancro al fegato e la chirurgia non è possibile. Tuttavia, insiste nel mostrarci il suo monastero.”]

Leo Fijen: Quanti fratelli e monaci vivono qui?

Dom Marcellin: Al momento siamo 16. Sei di loro sono fratelli.

Leo Fijen: Quindi questo è un monastero relativamente piccolo?

Dom Marcellin: Sì, ma per i concetti di oggi è già molto bello.

Leo Fijen: Il fatto che stiamo camminando qui adesso è speciale, perché normalmente il fotografo o la troupe televisiva non entra qui così facilmente.

Dom Marcellin: No… questo è molto raro.

Leo Fijen: È molto raro?

Dom Marcellin: Sì.

Leo Fijen: E perché lo stai facendo (aprendo un monastero per la troupe)? È stato perché ti ho chiesto?

Dom Marcellin: Certamente… sei una persona fortunata. (Ride)

Leo Fijen: Sono una persona fortunata? (Ride)

Dom Marcellin: Sì! (Ride)

Leo Fijen: Lo apprezzo molto perché so che questo monastero è costruito per il silenzio e la solitudine.

Dom Marcellin: Sì…

Leo Fijen: E con poca accessibilità per gli estranei.

Dom Marcellin: Sì, molto poco…Ad esempio, abbiamo pochissime persone che soggiornano qui per trascorrere del tempo. Di solito non lo facciamo. Tranne alcune persone, di solito giovani, che hanno bisogno di pensare alla vita…possono restare con noi per un po’.

Leo Fijen: E tu dici sempre “vogliamo essere connessi al mondo”.

Dom Marcellin: Questo è molto importante, che siamo anche collegati.

Leo Fijen: Era il tuo sogno da bambino diventare un monaco?

Dom Marcellin: Quando ero piccolo, ho detto per la prima volta che volevo vivere in un monastero. Avevo circa sei anni.

[In questo momento comincia a passare il filmato dell’intervista a Dom Marcellin di 15 anni fa].

Leo Fijen: E perché lo volevi così tanto?

Dom Marcellin: È un posto dove tu puoi immergerti completamente e dove puoi conquistare te stesso e dove c’è molta libertà e molta apertura.

[L’intervista di 15 anni fa si interrompe e la telecamera ritorna su Don Marcellin e lui commenta: firmo sotto, e non cambio nessuna parola].

Leo Fijen: Tu dici: “C’è molta libertà e molta apertura”. Ma le persone che guardano da fuori pensano: un posto con 18 ore di silenzio, è come una cassaforte, chiuso al mondo. Come puoi vivere aperto e libero?

Dom Marcellin: Perché quello che chiami chiusura, come una cassaforte, non è come ci sentiamo.

Leo Fijen: Cosa succede nel monastero? Cosa succede ad avere una tale apertura e libertà?

Dom Marcellin: Penso che sia perché ho trovato dove il mio cuore ha sempre voluto essere.

Leo Fijen: Ora che sei così impegnato con la salute, la chemioterapia, il recupero, sei stanco… a volte senti fisicamente che la fine è più vicina?

Dom Marcellin: Sì…nelle ultime settimane sento che la fine è molto vicina.

Leo Fijen: Come?

Dom Marcellin: (pensieroso…) Non che la mia vita stia sfuggendo, ma sto andando in un altro posto …

Leo Fijen: Hai paura della morte?

Dom Marcellin: No, la morte può venire senza problemi.

Leo Fijen: La morte può venire?

Dom Marcellin: Sì…

Leo Fijen: E aspetti la morte?

Dom Marcellin: Non la morte. Ma quello che spero verrà dopo.

Leo Fijen: E aspetti i momenti finali?

Dom Marcellin: No…

Leo Fijen: Perché no? Lo trovi difficile?

Dom Marcellin: (pensieroso …) Passare attraverso questo è sempre un po ‘difficile. Non puoi giudicare correttamente e certamente tu non sai davvero cosa aspettare. Aspetti che accada in un certo modo, hai una sorta di idea che hai ricevuto durante il tuo sviluppo religioso…Ma tu davvero non sai niente. Non sai davvero com’è e cosa sarà.

Leo Fijen: Lo aspetti?

Dom Marcellin: Finisce per aspettarlo.

Leo Fijen: Eppure fai chemio, eppure vuoi essere guarito.

Dom Marcellin: Questa non è una contraddizione interna.

Leo Fijen: Perché no?

Dom Marcellin: (pensieroso…) perché non puoi facilmente respingere la vita che hai ricevuto.

Leo Fijen: Se muori, come sarà?

Dom Marcellin: siamo messi su una superficie piana, vestiti con il nostro abito e alla fine siamo portati alla tomba.

Leo Fijen: Quindi non sei sepolto in una bara?

Dom Marcellin: No…

Leo Fijen: È questo che pensano i certosini della morte?

Dom Marcellin: Sì, certamente. Penso che all’epoca in cui l’Ordine è stata iniziata, era una forma di sepoltura che divenne molto più comune di quanto pensiamo ora.

Leo Fijen: E quando sarai sepolto nel tuo abito, una croce sarà posta con il tuo nome.

Dom Marcellin: No, non è così… non si tratta di chi c’è… In 30 o 40 anni non rimane altro che il teschio. Nonostante la personalità dell’uomo è accanto a Dio e nei pensieri, nei ricordi delle persone. Questa è la cosa principale. Questo è ciò che rimane, che può rimanere…

Leo Fijen: Pensi anche… “qual’è stato il mio ruolo nell’ordine certosino”?

Dom Marcellin: Sì, ci penso a volte, la cosa migliore è che penso che mi è stato permesso di aiutare altre persone a vivere ed a ottenere quello che volevano.

Leo Fijen: Anche per avvicinare altre persone al loro destino e più vicino a Dio?

Dom Marcellin: Sì, sì…

Leo Fijen: Un certosino non vive con merito?

Dom Marcellin: No, no…

Leo Fijen: Pensi su questo…perché posso immaginare che arriva un momento in cui dici: è già abbastanza, non ho più bisogno di chemioterapia?

Dom Marcellin: Potrebbe anche essere sì… (pensieroso) per ora seguirò l’oncologo, che è l’unica speranza in lui. Quindi lo sto ancora seguendo. Ma se arrivi il giorno in cui non posso fare più …. poi tutto si ferma (pensieroso)…

addiio

Grazie a Leo Fijen, che con questa intervista ha permesso a Dom Marcellin di consegnarci inconsapevolmente un prezioso testamento morale!

Dom Marcellin Theeuwes è volato in cielo

Dom-Marcellin-Theeuwes-OCart-2018-01-02-Photo-TV-Network-KRO-NCRV

Dom Marcellin Theeuweesnell’ultima intervista

Carissimi amici una triste notizia ci ha raggiunti lo scorso 2 gennaio, proprio ad inizio anno l’ex priore Generale olandese ha lasciato la vita terrena. A distanza di una settimana voglio offrire alla sua memoria un ricordo che si unisce alle preghiere di noi tutti, estimatori della vita certosina e di quegli uomini che spendono la propria esistenza tra le mura di una certosa.

Ecco per voi una breve biografia di Dom Marcellin

Jacobus Johannes Maria, detto Jac, Theeuwes, nacque a Gilze-Rijen presso Bréda nei Paesi–Bassi, il 12 maggio del 1936 egli è il più giovane di sette fratelli. Ben presto Jac sentì la vocazione monastica entrando fin da giovanissimo dapprima per studiare, nell’abbazia cistercense di Marienkroon. E’ qui che egli successivamente prese l’abito monastico facendo la professione solenne. Ma la Provvidenza aveva in serbo per lui un altro percorso, difatti egli scopre attraverso la lettura di alcuni testi, la profonda spiritualità della vita certosina, e rimanendone attratto, decide di recarsi nella regione dell’Ain, in Francia nella certosa di Selignac facendo il suo ingresso il 7 dicembre del 1961. Entrando nei certosini Jac scelse all’atto della professione, avvenuta l’8 dicembre del 1966 il nome di Marcellin. Dopo esser stato ordinato sacerdote, il 25 giugno dello stesso anno, e fattosi notare per le sue doti, gli fu in seguito conferito l’incarico di Procuratore l’11 giugno del 1973. Nello stesso anno e con il medesimo incarico fu trasferito a Mougères, ma a causa della sopravvenuta soppressione di questa certosa Marcellin Theeuwes, fu costretto a trasferirsi il 17 novembre del 1977 alla certosa di Montrieux, nella regione del Var.

Trascorsi alcuni anni, il 27 aprile del 1983, Dom Marcellin fattosi apprezzare, fu eletto dalla comunità priore. Le sue eccellenti doti lo porteranno a diventare nel 1997, il priore della Grande Chartreuse, e dal 2005 alla morte di Dom André Poisson, egli diviene Reverendo Padre e Ministro Generale dell’ordine certosino, ovvero la massima autorità nella gerarchia certosina. Dom Marcellin Theeuwes è stato dunque il 72° successore di San Bruno, il quarto olandese nella storia dell’Ordine a ricoprire questa importante figura che deve garantire l’unità della famiglia certosina. Per motivi di salute, Dom Marcellin Theeuwes si è dimesso da questo incarico nel settembre 2012, chiedendo misericordia. L’accettazione delle sue dimissioni, gli è stata concessa sia dall’Ordine che dalla Santa Sede. I suoi ultimi anni li ha trascorsi ritornando nella Certosa di Montrieux, dove ha guidato i suoi fratelli come Priore. Si è spento lo scorso 2 gennaio a seguito di una lunga malattia.

Preghiamo, affinchè Dio e San Bruno lo accolgano in Paradiso!

Per una bizzarra coincidenza…lo scorso 6 gennaio la televisione olandese KRO / NCRV aveva nel suo palinsesto la programmazione di un’intervista, l’ultima, di Dom Marcellin Theeuwes rilasciata nello scorso settembre al giornalista Leo Fijen per il programma “Kloosterserie”. Prossimamente ve la proporrò, ma ora…..

Vi allego la vibrante testimonianza di Leo Fijen a seguito della scomparsa del compianto certosino da lui intervistato.

20180910-112432

Leo Fijen e Dom Marcellin Theeuwees

“Ho lavorato per la KRO per più di trent’anni e posso condividere le mie ricchezze nella fede e nella vita con gli spettatori. Tutti quegli anni e incontri mi hanno arricchito come essere umano. Lo scopri solo dopo. Poi vedi dove sei volato dalla curva e come sei diventato più saggio. Su quella strada non puoi fare a meno di guide che ti insegnano a dare un senso alle storie della tua stessa esistenza. La guida che mi ha insegnato la verità più profonda è senza dubbio Dom Marcellin Theeuwes. Per anni fu il priore di La Grande Chartreuse, quell’imponente monastero sulle montagne intorno a Grenoble, a 1000 metri di altitudine. I certosini vivono lì, diciotto ore al giorno in silenzio, quasi tutta la settimana da soli nella propria cella, senza una notte di riposo costante. Perché alle undici e mezza di sera si alzano per cantare e pregare insieme fino alle tre di notte.

Di questi certosini Dom Marcellin Theeuwes era il priore, a Grenoble ma anche di tutte le certose nel mondo. Ha guidato uomini che vivono nella solitudine, nella solitudine e nel silenzio e che cercano così Dio o si aprono a Dio. È una vita monastica che impressiona con rigore e richiede molta resistenza fisica dai monaci. La maggior parte dei novizi che iniziano con essi trovano molto difficile adattarsi. È semplicemente troppo pesante, mai una notte di sonno continuo, sempre in se stessi.

Era un sogno poter mai guardarci dentro. Nel 2004 quel sogno si è avverato, nella mia prima serie monastica. Avrei persino potuto passare una notte lì, senza una macchina fotografica. I suoi bagliori non sono i benvenuti. Non dimenticherò mai quella notte, come non dimentico mai il primo incontro con Dom Marcellin Theeuwes. Questo certosino di Rijen nel Brabante non è severo. È calmo, ha umorismo e può mettere le cose in prospettiva. Apparentemente, molto nella vita diventa relativo quando vivi per Dio, l’unico assoluto nell’esistenza dei certosini.

Con questo atteggiamento rilassato, Dom Marcellin Theeuwes parlò anche di Dio quindici anni fa. ‘Spesso guardo su. Sai cosa vedo? Niente di niente “, ha messo la sua ricerca in prospettiva e poi ha lasciato che guardasse nel suo cuore:” Talvolta ti chiedi se Dio ti ama ancora. Questa è una delle domande con la quale un eremita lotta con il più a lungo “. Poi mi ha mostrato la via, perché mi ha insegnato ad aprire la porta del mio cuore, a guardare le ombre della mia vita ed a sperimentare che Dio ti attende tra quelle delusioni. Questa è la più grande libertà che ci sia. Dom Marcellin Theeuwes ha sempre mantenuto quella saggezza, anche ora che è malato e sta affrontando la sua fine della vita in un monastero certosino, a 60 chilometri da Marsiglia.

Quindici anni dopo ho avuto il piacere e la fortuna di poter tornare ad intervistarlo. L’ho incontrato lo scorso settembre, è gravemente malato e può camminare solo con le stampelle. Ma la sua mente è lucida, la sua voce è potente e i suoi occhi brillano. Ha vissuto per Dio e vuole vedere Dio negli occhi. “Se il meglio della vita si è avverato, il mio sogno di essere un monaco certosino, potrebbe essere finita, questa vita”, ride. E poi lui mi porta nel chiostro verso il cimitero e mi mostra il posto dove sarà sepolto in seguito. Per la prima volta, una troupe televisiva può fare registrazioni in questo monastero dall’XI secolo. Marcellin Theeuwes ci insegna come morire. “Lasciami vivere e muoio di desiderio per Te. Tutto andrà bene”, prega senza sosta, giorno e notte. Con questa sicurezza osa morire e viene sepolto con la sua abitudine, con una croce senza nome. Perché Dio conosce il suo nome. Ed è abbastanza. “

Nicolas Diat: “Un tempo per morire, Ultimi giorni di vita dei monaci”

17 un-temps-pour-mourir_article_large

Cari amici di Cartusialover ho il piacere di presentarvi un libro, presentato di recente, pubblicato dal giornalista e scrittore francese Nicolas Diat. Come ricorderete questi, è stato anche coautore del libro “La forza del silenzio” del cardinale R. Sarah. Il nuovo libro dal titolo: “Un tempo per morire. Ultimi giorni di vita dei monaci”. Tratta un tema alquanto delicato, la morte, con estremo garbo ed acume, egli ci guida all’interno di otto famosi monasteri per raccogliere le testimonianze di alcuni monaci sulle ultime ore dei loro fratelli. Ha raccolto le confidenze di molti monaci sulla fine della vita tra le mura dei loro monasteri, le considerazioni al riguardo sono varie. Alcuni hanno paura della morte, che può sembrare sorprendente, altri la aspettano come l’incontro, quello che dà senso alla vita ed a tutte le cose.

Nicolas Diat ha affermato:

“Oggi la liturgia della morte non esiste più. Le paure e le ansie non sono mai state così forti. Gli uomini non sanno più morire. In questo mondo desolato, ho avuto l’idea di intraprendere la strada dei grandi monasteri per scoprire ciò che i monaci devono raccontarci della morte. Dietro le mura dei recinti, trascorrono le loro vite pregando e pensando ai fini del passato. Pensavo che le loro storie potessero aiutare gli uomini a capire il dolore, la malattia, il dolore e gli ultimi momenti della vita. Conoscono morti complicate, morti veloci, semplici morti. Sono stati affrontati più spesso, e più da vicino, di molti di quelli che vivono al di fuori del recinto dei monasteri. Ho avuto l’intuizione, iniziando il mio lavoro, che i monaci non mi avrebbero nascosto nulla, che mi avrebbero raccontato della loro morte con verità. Le storie raccolte nelle abbazie che ho visitato non mi hanno ingannato. Vorrei che questo libro desse qualche speranza, perché i monaci ci mostrano che una morte umana è possibile”.

Alla Grande Chartreuse

“Alla Grande Chartreuse, non c’è agonia, è raro che i monaci malati soffrano. Essi muoiono serenamente, nella perfetta solitudine della loro cella. Rimanere e partire da soli…è nel nostro carisma. Questa morte…ci somiglia” (Dom Innocent)

Per voi, eccovi un estratto delle domande che lo scrittore ha posto nella Grande Chartreuse:

“Dom Innocent mi ha detto con il suo solito umorismo che la vita sarebbe stata un disastro se non avessimo saputo che la morte sarebbe arrivata per noi un giorno.Come farebbero gli uomini a rimanere indefinitamente in questa valle di lacrime?

“Siamo nati per incontrare Dio. I vecchi certosini gli chiedono di non ritardare. La morte è la fine della scuola. Dopo, arriva il paradiso. Un monaco ha dato la sua vita a Dio, e non l’ha mai incontrato. È normale per lui essere impaziente di vederlo. Come nei poemi di Teresa d’Avila e Giovanni della Croce, i certosini muoiono per non morire. Con nostro grande dispiacere, lo Spirito Santo non ha fretta di venirci a prendere. Nel nostro Ordine, purificazioni e grandi prove non sono comuni. Negli ultimi mesi, Cristo ha già assunto i nostri vecchi monaci. Il corpo logoro ritorna sulla terra, ma deve attendere la gloria della sua risurrezione. Non sappiamo ancora cosa sia veramente il nostro corpo, la sua bellezza, la sua gloria e la sua luce. Il più bello, di gran lunga, è ancora davanti a noi”.

Mi congedo da voi condividendo in pieno quanto scritto dal cardinale R. Sarah, a proposito di questo splendido libro:

“Leggendo un tempo per morire capiamo meglio che la morte è l’atto più importante dell’esistenza terrestre. Ogni vita è fatta per esplodere, per andare oltre, per confondersi con la vita, con Dio.
Ringrazio infinitamente Nicolas Diat per averci trascinato un attimo davanti al mistero della morte, e raccomando a tutti la lettura di questo grande libro”.

Cosa penso sulla morte?

monaci e candela

Per la ricorrenza odierna della commemorazione dei defunti, voglio proporvi una risposta molto esauriente data da un certosino sulla morte. Che essa ci inviti a riflettere e meditare. Vada un dolce pensiero a tutti i cari che ci hanno preceduto.

Cosa penso sulla morte?
“I certosini sono chiamati “figli della risurrezione”. Pertanto, è solo alla luce di questa definizione che si può concepire l’idea che il monaco ha sulla morte.
Se la risurrezione è pienezza di vita, vita perenne, senza termini, senza declino, è ovvio – e credo che non siamo sbagliati – che la morte sia per il certosino quello che in realtà deve essere per ogni cristiano: il passaggio alla vita definitiva, l’ultima fase della nostra esistenza terrena, la trasformazione in uno stato migliore; è soprattutto, cadere per sempre nelle braccia del nostro Padre; l’incontro con questo Dio,l’obiettivo della nostra ricerca e del nostro amore.
Cosa sento quando mi avvicino a questo momento culminante?
Qualcosa di indefinibile, ma che deve essere simile all’influenza che il magnete esercita sul ferro, o l’attrazione elettrica o, meglio ancora, a quell’impulso con cui il bambino si lancia al padre, che lo chiama e lo aspetta con le braccia aperte.
Scusami se non ho saputo spiegarmi meglio. Per molte cose, il silenzio è la migliore risposta. Dio ti benedica!”
(Un certosino)

Fratello Pedro Roger Professo di Seitz

celebrazione-funebre

Una struggente storia legata alla vita esemplare di un poco noto fratello converso, ed al suo prodigioso momento del trapasso.

Non sappiamo per quali circostanze Pedro Roger, di origine parigina, raggiunse i confini dell’Austria e decise di entrare nella Certosa di Seitz, dove prese l’abito di converso. Ma quello che sappiamo è che visse ben presto un modello di pietà, di regolarità e, soprattutto, di pazienza. Affetto, ancora giovane, da un tremito nervoso quasi costante, passava le giornate e le notti seduto su una sedia. Era incapace di camminare senza sostegno. Un uomo robusto che aveva bisogno di tenere i piedi a riposo. La rassegnazione del povero Fratello si confermava in ogni momento. Lo chiamavano “il marmo”, perché era decisamente impassibile. Noi non sapremo mai fino a che punto la sua natura effervescente fu provata da questo stato di impotenza fisica. Non gli mancavano le cure. Alcuni palliativi furono usati fino alla sazietà. Il migliore, se non l’unico calmante, erano i sacri nomi di Gesù e di Maria. Li aveva sempre sulle labbra e con accentuata fede, li pronunciava!

Tuttavia, il Priore di Seitz, Dom Vian Gravel, fu invitato a ricevere il premio della sua vita spesa come buon servo e cristiano fedele.

Appresa la notizia, il Fratello Pedro Roger, chiese al Vicario il permesso di partecipare alla cerimonia funebre. Al tempo fissato, i confratelli lo trasportarono in chiesa. Immediatamente sentì una voce che gli disse: «non è qui; è al bordo della tomba del Priore che recupererai l’utilizzo delle tue membra». Appena entrò nel cimitero, qualcosa di strano accadde in lui. Si sentì sollevato, si alzò e camminò senza l’aiuto di nessuno.

Alla vigilia della sua morte, dopo aver ricevuto il viatico e l’estrema unzione con piena consapevolezza, il Fratello Pedro vide il cielo aperto e vide Dom Gravel rivestito con i paramenti sacerdotali, assistito da due santi conversi deceduti nell’anno precedente. Tutti i tre monaci avanzavano verso di lui e lo invitavano ad accompagnare loro al palazzo degli eletti. Il morente raccontò la sua visione alla comunità ed al Vicario che presiedeva la cerimonia, perché si credé nel dovere di seguire il suo amato Padre. Il diavolo tentò invano di turbare questa scena toccante. Pochi istanti dopo, il servo di Dio prese fiducioso il cammino verso la patria celeste (24 febbraio 1626).

La “Danza Macabra” ed i certosini

La “Danza Macabra” ed i certosini

tanec smrti

In questo mese di novembre notoriamente dedicato alla commemorazione dei defunti, voglio proporvi sull’argomento alcune rappresentazioni della Danza Macabra. Nel corso del Medioevo, a causa di frequenti epidemie di peste, colera ed altre malattie contagiose, nel genere umano si è consapevolmente insinuata la convinzione del potere assoluto della morte. Nella letteratura, in religione, ma anche semplicemente tra la popolazione meno istruita ha cominciato a dilagare il concetto di  memento mori. L’unico modo per contrastare questo pensiero ricorrente, era il non attaccarsi alle cose materiali e terrene, provare a disprezzare il mondo e le sue glorie, vivendo in maniera irreprensibile al fine di poter terminare il proprio cammino di vita terrena senza peccati e giungere il più possibile puri nel regno dei cieli. A tal proposito mi preme citare Dionigi il certosino, il quale nel suo scritto rivolto ai fedeli raccomanda in tono lapidario:

“quando ci si mette a letto, si ricordi che come ora ci si corica da sé, presto il proprio corpo sarà deposto da altri nella tomba”.

Ma veniamo alla citata Danza Macabra, una caratteristica rappresentazione pittorica che proprio in quel periodo comincia a diffondersi in Europa, partendo da quella di Parigi (1424). Essa è la raffigurazione del Trionfo della Morte sull’intera razza umana, solitamente illustrata da scheletri  armati di falce (la morte) che danzano con personaggi che rappresentano le varie condizioni umane (papa, imperatore, cardinale, re, soldati, religiosi, lavoratori, usurai, fanciulli etc).La morale di questo motivo iconografico è ricordare ai fedeli la caducità della vita e la vanità delle cose terrene dinnanzi alla Morte. Essa è solitamente accompagnata da iscrizioni, che in forma di dialogo tra la morte ed il relativo personaggio, spiegano l’inutilità e la vulnerabilità della propria condizione rispetto alla morte.

Ovvero di fronte alla morte siamo tutti uguali, essa non risparmia nessuno!

In alcune di queste raffigurazioni, compare sovente tra le varie categorie umane un certosino. Esso è riconoscibile per il tipico abito, come vedremo dalle immagini che allego.

certosino con chiave in danza macabra 1732

Il monaco certosino, ovviamente è colui che vive la caducità della vita terrena distaccandosi dai beni materiali, colui che percorre il cammino della sua esistenza nel silenzio e nella preghiera, attendendo di incontrare Dio per poter vivere la agognata vita celeste.

Ciononostante anche egli sarà soggetto al Giudizio Universale e verrà a cospetto con la Morte.

Questo testo è un esempio di un dialogo tra la Morte ed il certosino

danza macabra parigi

Morte:

Unitevi anche voi certosino,

uomo di astinenza,

che sopportate con pazienza,

le lotte della danza,

non pensate di vivere più a lungo,

La Morte vince chiunque!!

Il certosino:

Già da tempo, per il mondo, io sono già morto,

ecco perché il mio desiderio di vivere è minore

rispetto a tutte le volte che gli uomini temono la morte.

Quando la mia carne sarà vinta

Chiederò a Dio di liberare la mia anima per salire al cielo,

Per me questa vita è un vuoto miserabile,

Oggi vivo quello che un giorno non vivrò più.

Tante furono le rappresentazioni nell’Europa centrale, ma tra le più celebri voglio citarvi la Danza Macabra di Lubecca del 1463, ma distrutta completamente durante la seconda guerra mondiale nel 1942. Di essa si conservano fotografie realizzate antecedentemente, che ci testimoniano il suo indiscutibile, sia pur macabro, fascino.

certosino danza macabra Lubecca

Vi ricordo inoltre che la foto principale di questo articolo è di un affresco nel quale si rappresenta una particolare Danza Macabra (Tanec Smrti), esso si trova nella certosa di Brno nella attuale Repubblica Ceca. La sua peculiarità sta nel fatto che riprendendo il tema che vi ho illustrato, questa danza macabra con soli certosini, fa riferimento alle continue repressioni, torture e feroci attacchi che i certosini di Brno subirono nel corso dei secoli.

Queste diffuse raffigurazione ebbero il “merito” in quel periodo storico di essere un mezzo per consolare gli oppressi e per frenare gli oppressori. Possa oggi, per noi contemporanei, essere comunque uno spunto di riflessione e meditazione su di un tema che è senza tempo, la morte.

L’amico della morte

L’amico della morte

Danza macabra (dipinto nella certosa di Brno)

La storia che oggi voglio narrarvi, è stata raccontata da un monaco certosino, del quale manterrò l’anonimato, della certosa spagnola di Miraflores a Burgos. Egli ci narra, di un aneddoto legato ad un suo confratello deceduto, sul quale ha aleggiato una vicenda che sembra leggendaria.

I fatti che riguardano Padre Mauricio, questo è il nome del personaggio della nostra storia, si svolsero in Spagna e precisamente a San Sebastián. Questo giovane uomo, di ricca famiglia, prima di entrare nella certosa di Miraflores era dedito ad una vita sociale molto mondana, egli sperperava i suoi averi tra lussi di ogni genere. Ma un giorno di fine agosto dei primi anni del 1900, mentre era intento a gustarsi una bibita fresca sulla terrazza del Gran Casinò di San Sebastián vide passare un aereo che volando a bassa quota distribuiva volantini commerciali. In quel preciso istante, quell’uomo fino a quel momento superficiale ed epicureo, formulò un pensiero profondo sulla caducità della vita, pensando che quel pilota avrebbe potuto terminare i suoi giorni in quel preciso istante senza avere la possibilità di poter fare un  atto di contrizione. Immediatamente un altro pensiero gli sopraggiunse facendolo rabbrividire!! Una voce interna lo fece riflettere in un attimo sulla sua vita e sulla sua distanza siderale che egli aveva da Dio. In sintonia con quei pensieri, e per una strana coincidenza, l’orchestra cominciò a suonare la “Danza Macabra” di  Saint-Saëns che fece da cornice a quelle riflessioni. Il giovane trafelato dall’angoscia si ritirò in Hotel per meditare.

La Provvidenza era ormai entrata nel suo animo…

Il racconto, dopo quest’antefatto continua all’interno della certosa di Miraflores dove Padre Mauricio era entrato, abbracciando la vita eremitica certosina, per avvicinarsi a Dio. Come sappiamo la meditazione sulla morte per i certosini, è pane quotidiano.

Un giorno, ci narra il suo confratello, all’interno della sua cella Padre Mauricio era assorto in profonda meditazione allorquando gli apparve la morte!! Con le sembianze di una giovane donna ella si presentò al certosino, rassicurandolo di avere il “permesso” di Dio per entrare nella sua cella. Di seguito cominciò a dialogare sul senso della morte, sulla paura degli uomini, e su come essa ci coglie sempre impreparati e che sembra essere ingiusta, inaccettabile pronta ad interrompere la nostra vita che a noi appare durevole, pur essendo fugace rispetto all’eternità.  Dopo queste affermazioni che Padre Mauricio condivise in pieno, egli chiese alla donna se era venuto a prenderlo… ma ella rispose che non era giunto il suo tempo,  aveva solo deciso di incontrarlo da buon amico ed essendo certosino poteva dichiararsi “amico della morte”. Ella aggiunse che quel giorno era l’anniversario della morte della madre di Padre Mauricio, e che quindi vi era un motivo in più per potersi incontrare, rammentando inoltre al monaco l’episodio occorso molti anni prima, quando meditando sulla caducità della vita, egli decise di cambiare il corso della propria esistenza per donarla a Dio. Ascoltando ciò Mauricio si inginocchiò cantando il Miserere Signore, abbi pietà di me, perché ero un peccatore ….

Alla fine di questo incontro come buoni amici la morte strinse la mano al religioso abbandonando la cella rilasciando in essa un odore di incenso e di fiori, che, ci rassicurano tuttora i Padri, permane nella cella di quel monaco che per tutti rimase” l’amico della morte”.

memento mori