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Un sogno realizzato

Chiesa-delle-donne-esterno-bassorilievo-con-San-Bruno-in-adorazione-

Sono trascorsi ormai tre anni, da quando vi annunciai che dopo 40 anni riapriva al pubblico la seicentesca “chiesa delle donne” della certosa e Museo di San Martino. A seguito di un importante restauro, si svolse in quella circostanza una Santa Messa. Vi era l’auspicio che potessero riprendere vita costantemente le celebrazioni liturgiche. Purtroppo, per intoppi burocratici e soprattutto per la sopraggiunta terribile pandemia di Coronavirus, ciò non è avvenuto nell’immediato. Ma le vie del Signore sono infinite!

Chiesa-delle-donne-esterno

Lo scorso 7 ottobre, il giorno successivo al dies natalis di San Bruno, ho potuto vedere realizzato un mio sogno, ovvero quello di veder celebrare e partecipare ad una Messa solenne in onore del fondatore dell’Ordine certosino.

Grazie alla Direzione del Museo e certosa di San Martino, sostenuta dal mio smodato impegno per tale realizzazione, ed alla Curia, si è potuta svolgere tale celebrazione. Alle ore 11, ha avuto inizio la funzione religiosa tenuta dal Rettore don Massimo Ghezzi a cui è stata affidata la cura della Chiesa delle Donne. A seguito di questa raccolta ed emozionante funzione, nella quale si è sancita la volontà di rendere questo sito un punto di riferimento religioso, che vada ad integrarsi con la nota fama internazionale di attrattore turistico e culturale, del museo di cui fa parte. Le immagini che seguono, ed il breve contributo video nel quale sono ripreso nel leggere un breve profilo di San Bruno, sono state realizzate dall’amico Enzo Tafuto.

Il mio cuore trabocca di gioia per aver realizzato questo sogno.

Video 

Fra Bonaventura Presti, l’architetto certosino

3 Leggio monumentale manufatto di B. Presti

Leggio monumentale manufatto di B. Presti

Cari amici, nell’articolo odierno voglio parlarvi di un personaggio poco noto, ma molto attivo in attività esterne alla vita claustrale, un fratello certosino distintosi per le sue spiccate virtù di artigiano. Voglio parlarvi di Fratello Bonaventura Presti, a molti di voi questo nome non dirà nulla, perciò proverò a farvelo conoscere. Della sua biografia non si conosce molto, si sa che nacque a Bologna ed in quella città ebbe la sua formazione, imparando l’arte della falegnameria. Successivamente, cominciamo ad avere notizie certe sulla sua vita, poichè è documentata la sua presenza a Napoli all’interno della certosa di San Martino, appunto come fratello converso. In questa città si svolge la sua vita, dall’aprile del 1650 fino alla data della registrazione della sua morte, avvenuta il 9 settembre del 1685. A Napoli il suo status di converso gli permise contatti con il mondo esterno alla clausura, consentendogli di sviluppare una prolifica carriera come architetto ed ingegnere. Le opere realizzate dal Presti furono notevoli e numerose. Ma proviamo a contestualizzare il suo operato, per comprendere meglio la sua alacre attività esterna alla vita claustrale. Fra’ Bonaventura, in quel tempo, rappresentò nella politica culturale dei certosini napoletani, uno ‘strumento di persuasione’, nell’accezione barocca del termine, da proporre ai potenti dell’epoca pronti a legittimare la loro magnificenza personale per poter passare alla memoria dei posteri. Il periodo era quello nel quale l’aspetto della stessa certosa era in trasformazione, oramai improntata allo splendore post-conciliare teorizzato dai principi della Chiesa che in funzione antiprotestante incoraggiarono il recupero della magnificenza delle basiliche, delle cattedrali e delle chiese. A questa imponente trasformazione contribuì Fra’ Bonaventura Presti, che nel 1656, a seguito delle controversie sorte tra i monaci ed il grande Cosimo Fanzago, il quale decise di abbandonare tutti i lavori in corso, assunse un ruolo essenziale nella conduzione dei lavori, curandone il prosieguo ed il completamento. Tra questi, vi ricordo i dispersi arredi lignei per lo studiolo del Priore e la realizzazione del leggio monumentale del coro, oltre al completamento del pavimento della chiesa, e forse la realizzazione del vano ellittico sottostante l’aula del coro per realizzare la famigerata “cassa armonica”. A ciò si aggiunge l’esecuzione di un disperso modello ligneo per l’altare maggiore e altri interventi inerenti l’arredo del Quarto del Priore e della Foresteria. Fin qui gli interventi e le opere realizzate per la propria certosa, ma come vi dicevo egli a queste, sovrappose attività legate alla committenza fatta dal Cardinale Ascanio Filomarino dal 1655 a seguire. Da quest’ultimo fu incaricato dell’ampliamento e ammodernamento del palazzo arcivescovile e della residenza avita a largo San Giovanni Maggiore. Nel 1659 Fra Bonaventura progetta a Soriano Calabro, dopo un devastante sisma, il convento di San Domenico che verrà nuovamente distrutto dal terremoto del 1783. Negli stessi anni a Casoria completa la chiesa di San Mauro. Creazioni di notevole livello scultoreo progettate dall’architetto furono i soffitti lignei delle chiese di San Pietro a Majella e del Carmine (quest’ultimo andato distrutto durante la seconda guerra mondiale e sostituito da una riproduzione moderna), entrambe realizzati sul finire degli anni cinquanta del Seicento. Il Vicerè il 2 ottobre 1666, rilasciò al nostro certosino la patente di “Regio ingegnere e architetto” in base alla “expereniencia que haves mostrado”, riferendosi agli interventi effettuati in città.

Pianta Baratta particolare della Darsena

Pianta Baratta. particolare della Darsena

A seguito di ciò, venne incaricato di quella che sarà la sua opera ingegneristica più importante ovvero la darsena, realizzata tra il 1667 e il 1668. Come vi avevo premesso, l’ascesa di Fra’ Bonaventura al rango di regio ingegnere è strettamente connessa all’influenza dei certosini di San Martino. Data la sua notorietà acquisita, l’architetto certosino fu incaricato di fare e dirigere il progetto della darsena, ma senza alcuna conoscenza di ingegneria, purtroppo durante lo scavo dell’opera si aprì una sorgente d’acqua sotterranea ed il certosino non riuscì nell’impresa, venne quindi sostituito da architetti ed ingegneri i quali trovarono il rimedio per prosciugare lo scavo. Dal 1668 lo si vede attivo nella vicina Aversa, nel cantiere della Chiesa della Santissima Annunziata. Contemporaneamente venne incaricato di realizzare laVilla Carafa di Belvedere al Vomero, voluta da Ferdinando Vandeneynden e realizzata tra il 1671 ed il 1673. Il certosino ottenne anche la nomina di ingegnere ordinario del Pio Monte della Misericordia a Napoli nel 1678, e tra il 1673 e il 1685 Presti è autore del rifacimento della chiesa di San Domenico Soriano e del relativo chiostro che sarà poi completato molto più tardi. Queste che che vi ho citato sono solo le principali opere ed interventi, tra le numerosissime che egli realizzò.

Dalle cronache, sappiamo che Bonaventura Presti, dopo aver convissuto negli ultimi anni con una malattia che interessò le vie urinarie lentamente si spense nella sua certosa, il 9 settembre del 1685 a causa di un blocco renale. Come accennatovi, Presti fu soprattutto un abile falegname e dotato di un notevole talento come intagliatore e disegnatore, ebbe indiscutibili capacità creative pertinenti alla figura dell’architetto piuttosto che quella dell’ingegnere, la sua ascesa come abbiamo visto fu dettata però non solo dalle sue doti, ma anche da motivi politico religiosi. Restano oggi tutti i suoi meravigliosi manufatti, che ci testimoniano il suo innegabile talento, che ho voluto farvi conoscere. A seguire immagini di alcune delle sue opere.

 Pavimento Navata certosa

Pavimento Navata certosa

Particolare commesso marmoreo chiesa_pavimento_di_fra_bonaventura_presti_1664-67_

Particolare commesso marmoreo pavimento 1664-67

Grata nel pavimento del coro della certosa (cassa armonica)

Grata nel pavimento del coro della certosa (cassa armonica)

3 Leggio monumentale manufatto di B. Presti

 

Sulle tracce della Grangia dell’Orsolone

10 Orsolone visione satellite

Orsolone visione satellite

Cari amici lettori di Cartusialover, voglio oggi raccontarvi la storia di una importante grangia di proprietà della certosa di san Martino a Napoli. Vi premetto, purtroppo, che, ahimè, ormai di quello che vi descriverò non vi è più nessuna traccia, ma sono sicuro interesserà a molti la mia narrazione che ai più risulterà poco nota. Imponenti erano le proprietà e le relative gestioni delle realtà agricole da parte della certosa di san Martino tra il XVI ed il XVIII secolo, mi soffermerò in questo articolo sulla Grangia dell’Orsolone.

Proviamo dapprima a localizzarla.

Non essendovi più traccia tangibile, dobbiamo indicare l’area dove sorgeva la grangia e che oggi ne ha conservato il solo nome: Orsolona. Essa è una zona di Napoli, antichissima proprietà Cartusiana” … solitaria e boschereccia”, situata in alto sulla collina dei Camaldoli, poco più sopra della attuale piazza nota come Cappella Cangiani. L’enorme estensione boschiva, di proprietà certosina, si estendeva fino all’attuale area dove oggi sorge il poderoso complesso ospedaliero Monaldi, già Sanatorio Principe di Piemonte. Esso fu concepito nel 1938, ed appunto situato nel punto più solatio e salubre di Napoli in una fitta vegetazione e destinato alla sola cura di malattie polmonari. La costruzione di questo sanatorio fu realizzata nell’area un tempo proprietà certosina. Ma vediamo le tracce documentate di questi possedimenti.

Le prime notizie pervenuteci di tale realtà agricola monastica si rifanno ad un documento del notaio Giovanni Battista Bassi del 1575, nel quale si evince l’acquisto della masseria nova in Orsolone. Da questa epoca in poi avviene la trasformazione in grangia.

La mappa del Duca di Noja (certosa e Museo di san Martino)

La mappa del Duca di Noja 1775 (certosa e Museo di san Martino)

Grangia nella mappa del duca di Noja

Particolare della Grangia

Una dettagliata descrizione, che ci fa avere idea del fasto di questa azienda agricola monastica, la desumiamo da un inventario redatto. La proprietà dell’Orsolone alla Real Certosa di S. Martino è certificata dall’ «Inventario di tutte le scritture dell’archivio della Real Certosa di S. Martino per le grance di Pianura, Campana, Orsolone e Marano» compilato da Dottor Don Vincenzo Pirozzi, e terminato nell’anno 1769. Le proprietà della Real Certosa nel territorio limitrofo all’Orsolone o poco distante erano varie come ci viene sempre indicato dall’Inventario: la selva e masserie alla Conocchia di S. Croce, il molino della Grancia d’Orsolone, il territorio in Orsolone detto Masseria nuova, e la selva detta la Conca e molte altre. Una perizia estremamente descrittiva ci fa comprendere l’aspetto di tale proprietà. Si fa riferimento ad una cisterna posta davanti alla struttura, sul quale, era inciso lo stemma dei monaci, consistente nel monogramma, C.A.R., tutto sormontato da una T, stante ad indicare il termine, Cartusia. I terreni antistanti l’edificio avevano coltivazioni di uva che consentiva la produzione di un buon vino rosso oltre a numerosi alberi da frutto, e tra questi i rinomati gelsi, fichi e castagni di pregevole qualità. Numerose erano le querce che affiancavano gli edifici. Essi erano caratterizzati, come tutte le grange certosine, in vari ambienti. Una chiesetta, un salone per gli incontri, che il notaio Giuseppe Paradiso descrive come un’ambiente molto grande e di pianta quadrata con raffinate decorazioni alle pareti. Ma il manufatto di maggiore valore, che ci fa comprendere la sontuosità di questa grangia, è la presenza di una “sala della meridiana”.

Un gran salone, dunque, con una lunga meridiana a “camera oscura”incisa a terra sul pavimento, realizzata da Rocco Bovi a somiglianza di quella già presente nella certosa di san Martino e commissionata dal Priore Dom Martino Cianci (1794-1804) così come risultava essere descritto sulla lamina di ferro posta dentro ad una piccola nicchietta a muro tra i segni dello zodiaco, posti alla fine del pavimento laddove terminava la meridiana nel pavimento. Con non poca fatica il Paradiso riuscii a decifrare l’iscrizione che riporta:

ROCHUS. BOVIO/DOMO. SCILLA./EX IUSSU. MARTINI. CIANCI. CARTUSIENSIS./VIRI. ELEGANTISSIMI./MERIDIANAM. ANC. LINEAM. IN./PAVIMENTO. CONSIGNAVIT. QUO. SOLIS. SPECIES./IN. ILLAM. PROIECTA. PRAETER. MERIDIEM./ET. ALTITUDINEM. SOLAREM. SINGULOS. MENSIS./CUIUSQUE. DIES. QUAM. EXLIPTICAE. GRADUS./OSTENTERET. AD HAEC NE. FERREA. LAMINA./AD. LAEVAM. DEXTERAMQUE. DELECTARET./NEVE. SURSUM. DEORSUMVE. LUXARITUR./MARMOREOS. LAPIDES. SOLO. HINC. INSERENDOS./INFINGENDOSQUE. CURAVIT./. RS.

Dom Martino Cianci 1

Dom Martino Cianci

Meridiana a camera oscura di Rocco Bovi (certosa san Martino)

Meridiana a camera oscura di Rocco Bovi (certosa san Martino)

Per quanto riguarda la sua chiesa interna si sa che questa misurava 4,00 metri per soli 5,00, piuttosto piccola, una sorta di cappella, affrescata alle pareti ed alla volta anche se al momento della descrizione l’autore del documento dichiara di averla trovata tutta quanta imbiancata di fresco. La volta della cappellina o che chiesa dir si voglia, per vecchiezza dovette crollare, pur mostrando evidente il disegno architettonico di una volta a sesto di botte delle specie legnosa del Settecento. Al centro, ancora in essere, al momento del racconto, parte di un dipinto su tela, assai deturpato dall’umidità e che pareva ritrarre una Trasfigurazione. Agli angoli della mutata chiesa nel racconto del Paradiso dovettero esserci stati avanzi di fronti di colonne e l’altare molto antico era in legno dipinto, conservato molto male, al di qua e al di là di due finestrelle molto allungate sormontate da teste di angeli con funzione di candelabri per illuminare l’ambiente attorno alla mensa, che misurava due metri ed il suo paliotto si apriva a due battenti mostrando scaffalature interne per la sistemazione e conservazione degli arredi sacri necessari all’ufficio di culto.

La descrizione prosegue: “La pala ha un dipinto del Settecento d’ignoto autore e pare rappresenti la Madonna delle Grazie (…). Ai due lati delle pareti sono due pitture in cornici di legno entro incastrature di stucco: una raffigurante la Fuga in Egitto, l’altra la Nativita. (…) Ai lati e sopra la porta d’ingresso, pure in cornice, vi sono tre figurazioni che a me sembrano episodi della vita di san Martino”.

Tutto ciò, è quello che rimane delle tracce di questa sontuosa grangia certosina dell’Orsolona. Per completezza vi aggiungo due aneddoti ad essa legata. I monaci emisero un “Banno per li territori di San Martino“. Si tratta di una prammatica emessa dai certosini durante l’esercizio temporale dei propri diritti immobiliari in forza del possesso del manufatto, di questo e di altri ancora sul territorio. La prescrizione vietava “il passaggio per queste terre a tutti quelli che si sarebbero dovuti portare giù all’Arenella, a Santa Croce all’Orsolone, e in tutte le masserie e le selve del monastero, né a piedi, né a cavallo, né per tagliare legna, né per strappare frutti agli alberi, né pascolare o far pascolare qualsiasi tipo di bestia, né per andare a caccia, a ritiro, ” … a pernottare, acquare, farvi travi, guastare siepi, scavar fossi, cogliere herbe meravigliose e non far altri danni nei quali si incorre alla pena di ducati cento ed in qualche caso pure la carcerazione ipso facto.”

Altro intrigante aneddoto narrato dalle cronache….

«Nel giorno 2 settembre 1777, il Regnante Ferdinando IV volle visitare i Padri dell’Eremo dei Camaldoli, posto in una collina deliziosa; se non che le selve di quei contorni la rendevano alquanto solitaria e boschereccia. Luogo per altro che, quantunque remoto dal commercio della città, pure viene giornalmente frequentato dai Napoletani, o per devozione che ispira il devoto orrore di quella solitudine, o per godere delle deliziose vedute delle nostre campagne, della città di Pozzuoli, ed in lontananza poi della città di Gaeta e di tutta la provincia di Terra di Lavoro. Portossi dunque la M.S.(Maestà Sovrana) per visitarlo ed assaggiare la minestra degli orticelli di quei buoni Padri, facendo portare seco altre vivande e rinfrescamenti, e tutto il bisognevole. Vi si trattenne sino al tardi del giorno. E poi, nel calarsene, fu nel Monistero di San Martino dei P.P. Certosini (chiaro riferimento alla grangia dell’Orsolone) in dove assaggiò dei famosi meloni offertigli da quei Monaci». Quindi il monastero martiniano citato dal Florio altro non può essere che l’Orsolone. Ancora il notaio Paradiso ci ricorda quale doveva essere la suggestione ambientale di tale area irrimediabilmente perduta: «Uscendo da questo palazzo – un tempo monastero – ci troviamo nel sito più caratteristico della contrada, dove la città si trasforma in villaggio, le strade in viottoli o cupe il gas in lampioni ad olio. Seguono più in sopra una serie di villaggetti accessibili a pacifici cittadini pedestri o a dorso di somaro, perchè qui la civiltà non si e ancora affermata con alcun moderno mezzo di comunicazione. Il cittadino che, sfidando il caldo e la polvere nell’estate, il fango e la neve nell’inverno, si rivolge verso i paesetti in questione, deve nutrire la maggior fiducia nelle sue gambe, od in quelle di un orecchiuta cavalcatura; cioè bisogna affidarsi all’intelligenza di un asino il quale conosce i siti e si avanza con mirabile sicurezza»

Come avrete capito cari amici attraverso la ricostruzione di poche tracce di un’antica e fastosa grangia, ho voluto liberare dall’oblio le origini della Zona dell’Orsolone, nota oggi solo per essere una area di un quartiere della città di Napoli. 

News: Riapre la “chiesa delle donne” della certosa di San Martino

Cari amici lettori di Cartusialover, è con grande entusiasmo che vi comunico una lieta, e per me emozionante, notizia riguardante la “mia”certosa.

Dopo 40 anni ha riaperto al pubblico la seicentesca “chiesa delle donne” della certosa e Museo di San Martino, lo scorso 13 dicembre, infatti, si è tenuta la cerimonia di inaugurazione. A seguito di un importante restauro, che ha interessato la parte decorativa e quella architettonica dell’edificio, posto nel piazzale antistante la certosa napoletana, sono stati ripristinati i vividi colori degli affreschi del presbiterio, databili alla prima fase di edificazione di questa cappella esterna, e realizzati con ogni probabilità da Giuseppe Cesari, il Cavalier d’Arpino. È stata, inoltre, riscoperta la doppia pavimentazione originaria, databile al primo quarto del XVIII° sec , nella navata si può ora notare il pavimento in cotto arricchito da una greca maiolicata mentre nella zona del presbiterio nella pavimentazione sono inseriti elementi decorativi.

Detto ciò, va precisato che la presenza di una cappella esterna in ogni certosa, deriva dalla necessità venutasi a creare per il divieto assoluto, imposto dalla regola dell’Ordine certosino, di ingresso al complesso monastico per le donne. Tale proibizione fu confermata nei secoli da varie Bolle papali, emesse da Papa Giulio II, nel 1506 ribadita sia da Papa San Pio V, sia nel 1566-1572 con la Controriforma, sia da Gregorio XIII che da Papa Benedetto XIV nel 1757. La eventuale non osservanza prevedeva la pena di scomunica riservata dalla Santa Sede, vi ricorderete, che della unica eccezione vi ho parlato in un precedente articolo.

Alla certosa di san Martino, la edificazione di una chiesa esterna, con annesso giardinetto, piccola oasi di ristoro per quelle dame che si inerpicavano sulla impervia collina fu realizzata intorno al 1590, negli anni del Priore Severo Turboli, a cui si deve il forte impulso innovatore che avrebbe trasformato l’intero complesso monastico napoletano.

Alla cosiddetta chiesa delle donne lavorò anche l’architetto toscano Giovanni Antonio Dosio, la cui maniera è ben visibile nella bicromia bianco/grigio cara al Rinascimento fiorentino. Sulla facciata esterna di suddetta chiesa vi è un bassorilievo settecentesco in stucco, raffigurante san Bruno in preghiera nel deserto di Chartreuse a cui appare la Vergine. Sullo sfondo, il paesaggio aspro della Grande Chartreuse ed in un angolo un monaco in meditazione nel desertum. Terminato il restauro, il riallestimento interno è risultato estremamente difficile. Complessa è stata la ricerca dei dipinti che dovevano essere collocati sull’altare e sulle pareti laterali della navata, soprattutto a causa delle direttive reali che nel 1806, all’inizio del “decennio francese” (1806-1815), portarono alla requisizione di centinaia di dipinti della certosa. Attenti studi hanno permesso di ripristinare il nucleo di tre opere, come risulta da documenti e fonti del secolo XIX°. Si è così collocato sull’altare “La Madonna con Bambino che appare a San Bruno”, riferibile a Paolo Finoglio Il quale prende spunto dal ciclo disegnato da Giovanni Lanfranco e inciso da Theodor Krüger. Mentre sulle pareti laterali San Bruno eremita, una copia da Massimo Stanzione di Tommaso De Vivo datata 1822 probabilmente concepita nell’ ottocento per l’altare. Dall’altra parete una tela raffigurante Santa Barbara, che a seguito del recente restauro ne ha fatto scoprire la datazione, ovvero 1583.(consegnata dal Real Museo Borbonico ai certosini insieme ad alcune delle opere requisite in epoca francese e originariamente sita nella Cappella Palatina di Castel Nuovo).

A seguire, un reportage fotografico di quanto vi ho esposto ed un video con intervista alla direttrice della certosa e museo nazionale di san Martino, che ci spiegherà quanto fatto. Plauso a chi è riuscito a riconsegnare al territorio cittadino questa chiesa, piccolo tesoro, la cui memoria rimaneva in quei pochissimi fortunati che ricorderanno l’ultima messa celebratasi nel 1978. Il sottoscritto spera vivamente che molto presto la chiesa delle donne della certosa di san Martino possa riprendere vita con celebrazioni liturgiche, e diventare un punto di riferimento religioso, che vada ad integrarsi con la nota fama internazionale di attrattore turistico e culturale, del museo in esso presente.

Video intervista

Buone Vacanze, dal Chiostro Grande della certosa di San Martino

Buone Vacanze,

dal Chiostro Grande della  certosa di San Martino

Siamo giunti insieme, al momento in cui mi congedo da voi miei cari lettori ed amici, per un breve periodo di vacanze estive. Spero possiate e vogliate emularmi! Esse saranno utili a ritemprare il nostro corpo, ma soprattutto il nostro spirito, allontanandoci dal tran tran della vita quotidiana. Il sottoscritto ne approfitterà per avere un contatto più ravvicinato con le bellezze del creato, tra la natura incontaminata che alcuni luoghi conservano ancora. Augurandovi buone vacanze, vi abbraccio e vi do appuntamento alla prima settimana di agosto, per continuare insieme questo meraviglioso “viaggio” nell’universo certosino. Vi lascio con delle immagini ed una breve descrizione del chiostro grande della “mia” certosa, quella di San Martino a Napoli, esortandovi, qualora non la conosciate, a visitarla per apprezzarne le impareggiabili bellezze artistiche, e le magiche atmosfere.

Il Chiostro Grande della certosa di San Martino

 Il Chiostro Grande della Certosa di San Martino, racchiude lo spazio di clausura (o Galilea maior) su cui si affacciano le celle dei monaci, la struttura attuale fu riedificata sul preesistente chiostro trecentesco. Alla fine del Cinquecento, l’architetto Giovanni Antonio Dosio ne progetta la struttura architettonica, cominciandone la realizzazione e l’esecuzione dei lavori, continuata alla sua morte, nel 1609, da Giovanni Giacomo Conforto, e completata dal grande architetto bergamasco Cosimo Fanzago. Le dimensioni del nuovo chiostro vennero ridotte, e le arcate divennero qundici per lato per un totale di sessanta, le colonne, di stile dorico-toscano, su cui esse poggiavano sessantaquattro, con l’originale trovata delle quattro colonne binate nei rispettivi angoli. I materiali impiegati per le pregevoli decorazioni, furono il marmo grigio e bianco ed il piperno.

Al centro del chiostro vi è un raffinato puteale, realizzato dal maestro carrarese Felice De Felice, decorato con mascheroni e ornato di figure simboliche posto all’imbocco della monumentale cisterna, profonda cinquanta metri e larga otto e mezzo, un vero capolavoro di ingegneria idraulica , che assicurava l’approvvigionamento idrico dell’intero complesso monastico, L’intervento di Fanzago cominciò con l’incarico avuto dai certosini il 6 settembre del 1623, nel quale divenne responsabile dei lavori di trasformazione dell’intero complesso certosino. Egli completerà il chiostro nel 1631 ad eccezione del pavimento e del cimitero completati successivamente La sua genialità si espresse nella decorazione delle porte angolari, caratterizzato da  un esuberante apparato decorativo con festoni di fiori e frutta  con relative sovrapporte dove vennero inseriti sette busti di altrettanti santi, scolpiti magnificamente: il Cardinale Nicolò Albergati, S. Ugo, S. Bruno, ilbeato Landuino e ilS. Antelmo (Dionigi?), S.Gennaro e S.Martino. I primi cinque questi furono realizzati dal Fanzago, mentre gli ultimi due (San Gennaro e SanMartino),  eseguiti in totale continuità con l’opera del bergamasco, nel 1709 dal napoletano Domenico Antonio Vaccaro, anch’egli poliedrica figura di scultore, architetto e pittore. Il pavimento dei corridoi sotto i portici rifiniti tra il 1623 ed il 1656 in un gradevolissimo gioco di chiaroscuri in marmo e le decorazioni della balaustra che delimita il piano superiore ornato da sfere di marmo di Carrara e coppe di marmo bianco contribuiscono a donare a questo chiostro l’ eleganza che lo contraddistingue. Abbelliscono la parte superiore del loggiato otto statue marmoree, montate e in gran parte rifinite e completate da Cosimo Fanzago erette su fantasiosi basamenti di bardiglio e raffiguranti, la Vergine, San Paolo, Zaccaria, San Bruno, San Giovanni Battista, San Martino, il Cristo Risorto e Santa Lucia. Per la precisione, Fanzago, dovette ultimare il San Paolo e il San Giovanni Battista dello scultore toscano G. B. Caccini, il Cristo Risorto di Michelangelo Naccherino e la Vergine di Antonio Perasco. Infine, superandosi, restaurò e trasformò una antichissima statua del I secolo a.C. in una splendida Santa Lucia. Inoltre il geniale Fanzago, cura meticolosamente il rifacimento del cimiterino dei monaci, delimitato dalle bianche balaustre in marmo, e decorazioni simboliche, sormontato da leggiadri teschi scolpiti in marmo, aulica espressione del memento mori. Vogliate dunque accettare questa “cartolina” virtuale, del meraviglioso Chiostro Grande della certosa di san Martino, che possa ingolosirvi inducendovi ad andarlo ad ammirare da vicino.

Dom Ginoux, un eroe solitario

Dom Ginoux, un eroe solitario

La storia che oggi voglio raccontarvi, fa riferimento ad un episodio accaduto nel 1799 alla Certosa di San Martino a Napoli, e che vede come protagonista Dom Ginoux, un eroe solitario. Recentemente ho voluto citare tale aneddoto, in occasione di un approfondimento tematico tenuto da me, sull’argomento riguardante le vicende burrascose che hanno segnato la comunità monastica napoletana negli ultimi sessant’anni vissuti nella loro certosa. Gli avvenimenti storici, che si svolsero a seguito della Rivoluzione Francese, e che causarono un radicale sconvolgimento sociale politico e culturale di proporzioni immani, in tutta Europa, ricaddero anche sulla certosa napoletana, ma vediamo come.


Un primo segno premonitore delle imminenti disavventure, che sconvolsero la quiete monastica, lo si ebbe quando nel 1794, il re Ferdinando IV ordinò il sequestro del prezioso Tesoro dei monaci certosini composto da argenti ed ori, poi fusi nella Zecca di Napoli, per finanziarsi e fronteggiare l’avanzata delle truppe francesi verso Napoli. Dopo tale accadimento, ed a seguito degli sconvolgenti episodi legati alla Rivoluzione francese, era giunto alla certosa di San Martino un tale Dom Ginoux, un certosino francese in fuga dalla certosa di Valbonne (Linguadoca) che chiese asilo alla comunità napoletana, che lo accolse calorosamente. Forse fu la Provvidenza a condurre quel certosino francese a Napoli, investendolo inconsapevolmente di una missione. Difatti poco tempo dopo,  il 23 gennaio del 1799, allorquando l’esercito francese entrò in Napoli, tutti i monaci di San Martino scapparono sentendosi in pericolo, ad eccezione di Dom Ginoux. Egli rimase da solo all’interno del convento, convinto di poterlo salvaguardare dalla furia dei soldati transalpini. Fu cosi che giunse al portone della certosa con intenti bellicosi il generale Defresse, il quale venne rabbonito dall’intrepido certosino che basandosi sulla comune nazionalità ed esprimendosi nella stessa lingua, poté assicurare al militare la disponibilità nella concessione delle celle, del Chiostro Grande e delle cucine alle truppe come ricovero, in cambio della salvaguardia della chiesa, degli arredi e delle ricchezze in essa contenute. Il generale acconsentì rispettando i patti, ed apprezzando il coraggio dell’indifeso certosino che protesse e stimò per tutto il periodo del soggiorno delle sue truppe a Napoli. Successivamente i francesi furono costretti alla fuga per il ritorno di re Ferdinando nel regno di Napoli, per effetto di ciò anche i certosini allontanatisi fecero ritorno nella città partenopea ed attraversandola, osservavano rammaricati le devastazione delle chiese e dei conventi perpetuate dalle truppe francesi, immaginando la loro certosa ridotta ad un cumulo di macerie. Saliti sulla collina del Vomero, ed avvicinandosi al loro convento rimasero basiti, nel vedere la loro certosa pressoché indenne, grazie alla provvidenziale mediazione di Dom Ginoux.

Questo eroe solitario era riuscito, con la sola forza della persuasione a mitigare la furia delle truppe francesi, riuscendo a salvaguardare l’immenso patrimonio artistico contenuto nella sontuosa certosa di San Martino, che anche grazie al suo provvidenziale impegno, ancor’oggi ci è consentito di poter ammirare. Nel rievocare questo aneddoto, spero di aver reso noto le gesta di questo eroe solitario, protagonista assoluto, ma dimenticato dall’oblio del tempo!!!

Boccaccio ed i certosini

BOCCACCIO ED I CERTOSINI

Giovanni_Boccaccio_(Andrea_del_Castagno_c_1450)

Voglio raccontarvi qualche aneddoto che riguarda i rapporti di Giovanni Boccaccio con i certosini.

Giovanni Boccaccio (Certaldo o Firenze, giugno/luglio 1313 – Certaldo, 21 dicembre 1375) è stato uno scrittore e poeta italiano, uno fra i maggiori narratori italiani e europei del XIV secolo.

Decameron

Il capolavoro di Boccaccio è il Decameron, (1348 – 1351 o 1353) il cui titolo fu ricalcato dal trattato Hexameron di sant’Ambrogio. Il libro narra di un gruppo di giovani (sette ragazze e tre ragazzi) che, durante l’epidemia di peste del 1348, si rifugiano sulle colline presso Firenze. Per due settimane, l’«onesta brigata» si intrattiene serenamente con passatempi vari, e in particolare raccontando a turno le novelle licenziose. Poiché il venerdì e il sabato non si narrano novelle, queste, disposte in un periodo di dieci giorni come indica in greco il titolo dell’opera (Ta tòn deca emeròn biblìa, ossia i libri (Ta biblìa) delle (tòn) dieci (deka) giornate (emeròn). Quindi il libro è composto da cento novelle. Dopo la composizione del Decameron, inizia un periodo di ripiegamento spirituale e di vocazione meditativa. Boccaccio si dedica appassionatamente allo studio dei classici, scambiando testi antichi col Petrarca, a cui è inoltre legato da un’affettuosa amicizia. Nel 1362, nello spirito del Boccaccio, inciderà fortemente l’ammonimento di un certosino, Pietro Petroni: (recatogli da un altro certosino, Gioacchino Ciani), che poco prima di morire in odore di santità lo aveva esortato a lasciar gli studi mondani, per dedicarsi ad argomenti più ascetici e religiosi, poiché prevedeva per lui una morte imminente. A seguito di ciò forti scrupoli morali lo portarono a meditare persino la distruzione del Decameron , ma il Petrarca in una lettera del 1364 lo dissuase, invitandolo a riflettere sui valori spirituali dell’attività letteraria. Nel frattempo tra le rinunzie e lo studio, tra le strette del bisogno e gli acciacchi dell’età, il Boccaccio è attratto dalla vita napoletana ed ancora due volte si recherà a Napoli, ospite di Niccolò Acciaiuoli. Questi, fiorentino, era il Gran Siniscalco di corte nel Regno di Napoli, magnanimo con i certosini, e fu colui che effettuò il trasferimento dei propri possedimenti ai certosini attraverso una donazione alla quale Boccaccio fece da procuratore. A seguito di tale donazione il 13 febbraio 1342  i certosini si insediarono nella certosa di San Lorenzo a Firenze. Acciaiuoli va ricordato anche come un gran benefattore della certosa di San Martino a Napoli. Nell’ultimo soggiorno di Boccaccio a Napoli, nel 1370, ritenne di avere avuto un’accoglienza inospitale che lo lasciò deluso ed accorato. In quegli anni si diffuse la notizia infondata che il poeta fosse diventato certosino nella certosa di Napoli, al fine di salvarsi l’anima nell’aldilà. Dopo qualche anno nel 1375 malato ed angustiato per la morte dell’amico Petrarca egli morì il 21 dicembre a Certaldo.