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  • I.F.S.B.

Omelia per l’Epifania

presepe in certosa

Di seguito potrete leggere una splendida omelia di un priore certosino sull’Epifania e rivolto alla sua comunità. Leggiamola e meditiamo su queste sagge parole.

Sono venuto perché possano avere più vita. (Gv. X-10)

La nascita di Cristo è un rinnovamento della creazione. I Padri della Chiesa paragonarono Gesù bambino, avvolto nel triplo velo del seno materno, della grotta e della notte, al seme nascosto da cui germoglia un nuovo fiore per il mondo intero. Tutta la vita, infatti, inizia in segreto, avvolta nel mistero e nel silenzio. E Cristo è la vita per eccellenza: Ego sum vita. Non mediteremo mai abbastanza su questo nome molto ricco di significato che Egli attribuisce a se stesso. La vita che Egli trasmette non è la vita della natura, ma la vita della grazia. Tuttavia, il primo è l’immagine del secondo e questo è lo sviluppo di quello. Tutta la vita è data liberamente: la vita è, per l’essere vivente, il primo dono che nulla potrebbe preparare o meritare. Eppure, non è inutile che noi chiamiamo grazia di vita soprannaturale: è la vita per eccellenza, è una luce più intima, è un dono ancora più puro, più inaspettato rispetto alla vita della natura: essa rappresenta, in effetti, un prendere parte ai privilegi divini, che nessuna intelligenza creata potrebbe nemmeno immaginare. Prendiamolo. lo spirito di grazia, lo spirito della divina liberalità nel modo di ricevere, cioè accettiamo senza dubbio o esitazione ciò che Dio ci dà senza calcolo; e quanto al modo di dare, imitiamo con perfetta generosità l’abbondanza divina di quell’acqua viva e lasciamola comunicare a tutti, immergendoci in essa con tutto il nostro cuore. La grazia è diffusa in tutti i cristiani nel mezzo del raccoglimento e della preghiera; in noi dobbiamo espanderci soprattutto nella forma della vita interiore. Ecco perché l’interiorità è una caratteristica di tutta la vita. La pietra inanimata ha solo un’attività superficiale; limitata. resistere agli urti dall’esterno, mentre gli esseri viventi discriminano e usano ciò che gli conviene, perché un principio interno governa e presiede la loro crescita. La vita spirituale è ancora più perfetta e più potente; non c’è niente che non guadagni. L’anima fedele trova la sua felicità in ogni evento; un principio più profondo di quello della vita naturale gli consente di fortificarsi e di essere in contatto con tutte le cose. Se non è così per ciascuno di noi, se molti incidenti ci disturbano e disorientano, è un segno che non siamo abbastanza interiori. Abbiamo bisogno di scendere nelle profondità di noi stessi, raccogliamo e pazientemente di trovare in solitudine con Dio, che forza misteriosa grazie alla quale saremo in grado di assimilare senza eccezione, armoniosamente, tutto ciò che accade dentro e intorno a noi. Infine, nella vita di grazia, la vita interiore si sviluppa in noi nella forma contemplativa. Per designare l’alleanza e la fusione dell’uomo con Dio, vorremmo forse esprimerci più semplicemente e avremmo una forma più generale di valore se dovessimo parlare della vita dell’amore e dell’unione. La vita contemplativa, tuttavia, è un’espressione appropriata per esprimere l’ideale di una carità particolarmente diretta e disinteressata. La contemplazione, infatti, è l’atto di un’anima che si dimentica e si immobilizza davanti a cose più belle di sé. (Tale è la natura dell’ammirazione e il potere della bellezza contemplata che ci libera da ciò che siamo e ci rende indifferenti all’Io). L’atto contemplativo della carità è il più semplice e il più immediato di tutti. Ancora una volta possiamo sottolineare la continuità dei processi della natura e della grazia: tutta la vita è amore e tutto l’amore è l’oblio di se stesso; è arrestarci per trovare un valore più alto. Ovunque, nella natura, la vita è perpetuata solo dall’immolazione degli individui, sacrificata in ogni generazione in modo che la fiamma che hanno ricevuto sia trasmessa e diffusa, sempre viva.

Ma è soprattutto nel dominio della grazia che questa negazione di sé è necessaria e felice: Qui per – diderit animam suam. L’anima ha la facoltà di dimenticare più perfettamente di qualsiasi altro essere vivente. Ha, se lo desidera, la trasparenza di uno specchio completamente trasparente; non avendo una forma adeguata, può riflettere in tutta la sua profondità l’infinità divina. Fissare Dio nella calma e nel raccoglimento è la fonte di ogni vera saggezza. Saremo solo padroni di noi stessi, saremo veramente giusti e prudenti se, con un’accoglienza audace e pura, lasciamo che Dio realizzi in noi la sua volontà, di essere in noi ciò che vuole essere. La Signora piena di grazia, anche celebrata come l’Epifania, le più intime e recondite vergini, l’anima libera più di se stessa nella semplice ammirazione di Dio, che ci insegna a ricevere, di amare, di contemplare.

Un certosino

(brano tratto da libro “Silencio com Deus”)

La tenerezza di Dio (parte seconda)

3

E come promesso, ecco la seconda parte dell’omelia di Dom Poisson.

* * *

Eccoci ora a piè d’opera per scoprire la pedagogia di Bruno di fronte al lavoro, incessantemente rinnovato, della conversione monastica.

Chiunque, un giorno, ha seriosamente scelto di divenire monaco ha dapprima incontrato una misteriosa Sunammita. Essa ha infiammato il suo cuore d’amore divino e tutte le seduzioni del mondo si sono “trovate senza sforzo rigettate”. L’ideale verso il quale tende il monaco è divenuto molto chiaro ai suoi occhi e con fermezza vi si è vincolato. Ma quanto lontana, nello scorrere dei giorni, diviene la bella Sunammita di fronte alla realtà concreta del quotidiano. L’amore del mondo, che si era rifugiato nei recessi segreti del cuore, compare di nuovo e un segno ben chiaro manifesta la sua presenza: il disordine che esso mantiene nell’animo.

Inquietudini, tenebre, disgusto, tutto ciò riflette che “l’amore del Padre non regna in lui” esclusivamente. Sovente non è la volontà cosciente che provoca ciò che Bruno chiama “impareggiabile manifestazione di uno spirito sregolato e decaduto”, ma delle tensioni scaturite dalla zona oscura del cuore dove regnano ancora gli amori per la creatura che non sono stati purificati. Situazione dolorosa e che a volte sembrerebbe senza uscita, poiché non si arriva ad individuare la radice del male.

Cosa fare allora, o amatissimo, dice Bruno, cosa fare se non credere ai consigli divini, credere alla Verità che non può sbagliare? Essa dona in effetti questo avvertimento a tutti: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi ed io vi ristorerò”. Tale è la grande risposta quando l’opera di conversione supera le nostre forze: non cercare, in primo luogo, di purificarsi, ma cominciare ad andare a Gesù poiché Egli ha promesso di ristorarci. Venire a Lui, caricati del suo pesante fardello e depositarlo semplicemente tra le sue mani.

Noi vediamo qui all’opera la tenerezza di Dio nostro Salvatore. Che noi siamo giovani novizi o anziani veterani, non abbiamo altra salvezza a nostra disposizione che Colui che viene in questa Tenerezza incarnata, Colui il quale ha portato e continua a portare, fino alla fine dei tempi, tutte le nostre infermità. Così, grazie a Lui, lasciamo la regione pericolosa delle tempeste e degli uragani per penetrare nel “riposo e sicurezza del porto”.

Ma occorre, malgrado tutto, fare il passo grazie al quale noi supereremo l’ostacolo sul quale abbiamo inciampato, questo amore segreto per il mondo che si opponeva nel nostro cuore all’amore leale del Padre. Bruno parla allora di rinunciare a tutto ciò che si ha per divenire il discepolo della Saggezza. La lotta che abbiamo conosciuto veniva dal fatto che noi contavamo sui nostri propri beni, le nostre piccole luci, la sicurezza tutta umana di ciò che noi immaginavamo aver ben compreso. Con tutto questo, di cui noi eravamo divenuti proprietari, noi speravamo volare con le nostre proprie ali verso il Signore. E la Saggezza eterna, attraverso la voce di Bruno, ci dice tutto il contrario. “Ti conviene rinunciare a ciò che tu credi avere, restare alla scuola di questa Saggezza divina, sotto la guida del Santo Spirito e apprendervi la filosofia di Dio”. Occorre che il tuo sia un cuore di discepolo, un cuore che apprende. “Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me” (Gv 6,43), dice Gesù stesso nel Vangelo di Giovanni. Utile e bell’insegnamento, dice Bruno, che è il frutto della sofferenza portata e finalmente affidata alla tenerezza di Dio.

* * *

Bruno cambia, allora, bruscamente di registro. Ci sono giorni, sembra egli dire, in cui la situazione si presenta completamente diversa. Sono le scelte fondamentali di fronte a Dio che bisogna saper riassumere, un po’ come se ripartissimo da zero. Alla fin fine, il cammino percorso fino allora non era che una tappa preparatoria a questo nuovo incontro con la Gloria e la Bellezza di Dio. Lo stato di dialogo profondo tra Dio e il monaco si trova messo a nudo, in piena luce. Io mi sono impegnato di fronte all’Altissimo: Egli si è impegnato di fronte a me (cf.12). Dove sono io nei confronti di questa scelta? Il mio cuore ha seguito il dritto cammino implicato nel dono primo che Egli ha fatto di sé stesso?

Bruno impiega, allora, un vocabolario che ci urta, forse nella misura in cui egli sembra consegnarci senza difese alla vendetta di Dio. In realtà, sotto queste parole vigorose è evocata la distanza infinita che si è formata tra ciò che noi avremmo dovuto donare, di noi stessi, a Dio e ciò che, parsimoniosamente, per leggerezza o inconseguenza, ci siamo accontentati di donare.

Viene il momento in cui è bene rendersi conto che essere amati da Dio e aver da rispondere al suo amore non è un gioco o una sorta di contrattazione dalla quale ci si può ritirare a buon mercato. Agli occhi di Dio il nostro amore ha grande valore, ha valore infinito, poiché è la risposta al suo proprio amore. Come potrebbe Egli non aprirci gli occhi, un giorno, su ciò che noi rappresentiamo per Lui? Forse ci ritroveremo brutalmente scrollati dalla scoperta che ci è così imposta. Ma non è l’unica via di salvezza per noi, quella di rimetterci sul giusto cammino?

* * *

Bruno segnala, allora, a Raoul un’ultima maniera di cercare di crearsi dei falsi pretesti per evitare di donarsi puramente e semplicemente all’amore di Dio. Ci siamo esposti, anche noi, nel silenzio della nostra cella o proprio nel segreto del nostro cuore: non ci sono tutte le buone ragioni di pensare che si potrebbe mostrare utile e generoso rendere dei servizi che non ci sono richiesti, intraprendendo dei lavori che non nascono dall’obbedienza?

La risposta di Bruno è appassionata e tanto più tagliente quanto più è appassionata : “Niente di più giusto e di più utile che amare il bene, l’unico Bene”, egli dice. Là è il nostro posto e non altrove. La giustizia o l’utilità di tutto l’agire impallidisce di fronte a quest’abbandono totale in Dio. Bruno ci riporta così alla fonte ultima di tutto l’amore di Dio. Lui solo è buono, interamente, senza riserva, senza equivoco. Lui ci ha creati per trovarlo e mai il nostro cuore si quieterà fintanto che non l’avrà pienamente incontrato.

* * *

L’ultimo paragrafo della lettera, in cui Bruno termina di perorare la causa di Raoul, abbiamo notato che è pieno d’una dolcezza e di un calore umano che si dovrebbe ritrovare presso tutti coloro che camminano sulle tracce del nostro beato Padre. Tutto ciò che Bruno ha potuto dire fino allora, delle vie previste da Dio per attenderlo nel silenzio della solitudine, è bello, ma vi è un’altra via semplice, modesta, quanto vera ed efficace: quella di camminare verso Dio a fianco dei nostri fratelli di cui l’amore ci sostiene, ci accompagna, ci incoraggia. Aver la certezza che le nostre lotte sono supportate dalla loro preghiera e dalla loro amicizia, che le nostre prove pesano sul loro proprio cuore e che le nostre gioie li illuminano tanto quanto noi, tutto ciò e già un incontro con la tenerezza di Dio nostro Signore.

Veramente è buono e dolce per dei fratelli restare nell’unità, quella dell’amore che viene dal Padre.

Amen.

La tenerezza di Dio (parte prima)

1

In questa vigilia del Santo Natale, cari amici eccovi un testo su cui meditare.

Vi offro una omelia letta da Dom Andrè Poisson, priore generale dell’ordine certosino ( 1967-2005) alla sua comunità nel Natale del 1983. A causa della sua lunghezza ho preferito dividerla in due parti, dopodomani seguirà la parte conclusiva.

La tenerezza di Dio

Natale 1983

La tenerezza di Dio nostro Salvatore si è manifestata per noi uomini”

(cf. Tit 3,4-6)

La liturgia dei giorni di Natale ci porta a leggere, a più riprese, queste parole in cui San Paolo lascia trasparire la sua meraviglia davanti ad una realtà che oltrepassa sempre la nostra attenzione, ogni volta che noi la contempliamo: l’amore infinito dell’Altissimo per le sue creature, nascosto ai secoli eterni, è divenuto la tenerezza di Dio nostro Salvatore. Essa si è manifestata. Essa è ora vicina a noi. Essa ha aderito al reale di ciò che noi viviamo. Questa tenerezza del Padre è il piccolo bambino che ci è donato; ma essa è opera di salvezza ed è per questo che fin dal primo istante il neonato si trova sfidato dalla durezza dell’umanità concreta. Non vi è posto per accogliere i poveri viaggiatori che sono i suoi genitori. La sola culla disponibile è una mangiatoia degli animali. Il re ha paura di perdere il suo trono e reagisce di conseguenza. In breve, Gesù non ha nemmeno il tempo di apparire quaggiù che il peccato dell’uomo, nostra debolezza congenita, si getta su di Lui. E’ quella la vera tenerezza di Dio: una bontà che va a ricongiungersi con coloro che lo amano, laddove essi sono realmente.

* * *

Amerei meditare un po’, in questa prospettiva, sulla nostra vita monastica ispirandomi a dei passaggi della lettera a Raoul le Verd, nei quali San Bruno lascia al suo cuore tutta la libertà di esprimersi per scuotere il suo vecchio amico ed aiutarlo a prendere, infine, la decisione di essere fedele al suo voto.

A dire il vero, le avventure di Raoul non ci toccherebbero affatto se questo personaggio non fosse stato così prossimo a Bruno, in circostanze così eccezionali. Ciò che ci interessa in lui è che egli è stato, in qualche modo, lo specchio nel quale si sono riflessi i sentimenti profondi del nostro primo Padre di fronte alla decisione, che tutti a qualsiasi età siamo chiamati a prendere, di consacrare la vita interamente al Signore: perché siamo così lenti, così reticenti, così fiacchi a donarci per qualcosa di buono?

Bruno, il santo Maestro Bruno stesso, nelle sue due lettere si lascia sfuggire dei gemiti quando pensa a tutto ciò che gli fa difetto, in confronto a ciò che egli vorrebbe donare a Dio: ”Veramente io attendo in preghiera un gesto della divina misericordia affinché guarisca tutte le mie miserie interiori e appaghi il mio desiderio”.

Forse lo dimentichiamo troppo facilmente: la vita monastica è una via di perpetua conversione, vale a dire un incontro continuamente rinnovato tra “la tenerezza di Dio nostro Salvatore che si manifesta per noi”, poveri monaci, e le condizioni così difettose di accoglienza che noi gli offriamo. La grazia di Natale, così come noi ora cerchiamo di considerarla, s’identifica realmente con il nostro voto di conversione dei costumi.

* * *

Veniamo dunque alla lettera di Bruno a Raoul. Un ultimo dubbio deve essere affrontato, prima di poterci mettere senza reticenze alla sua scuola. E’ legittimo prendere come guida di vita monastica un testo di circostanza, indirizzato ad un uomo vivente nel mondo? Quale ispirazione ha guidato Bruno nello scriverlo?

La sua intenzione non crea dubbi. Egli s’indirizza ad un uomo che, contemporaneamente a lui, si è impegnato davanti a Dio. “Tu ti ricordi che io ti amo. Noi eravamo un giorno entrambi in compagnia di Fulcoie le Borgne… Infiammati di divino amore noi abbiamo deciso di lasciare senza indugio il secolo fugace per metterci alla ricerca delle realtà eterne e di ricevere l’abito monastico”. Agli occhi di Bruno, Raoul è già legato davanti a Dio dalla sua decisione. E’ già vincolato alla vita monastica.

Raoul è sottomesso alla tentazione, una tentazione da principiante. Ma c’è una differenza essenziale tra la prova di un esordiente e quella che dei vecchi monaci conoscono molti anni dopo? Si tratta sempre, anche se le modalità di dettaglio evolvono, di scelte fondamentali di cui le conseguenze vanno dispiegandosi fino al fondo dell’intimo del nostro cuore: amare Dio o amare il mondo. Tale è la questione posta da Bruno, senza equivoci e che ciascuno di noi deve affrontare ogni volta che una nuova manifestazione di “Dio nostro Salvatore” gli mostra che il mondo regna ancora sovrano in un angolo del suo cuore. Bruno, d’altronde, non lascia posto ad alcun dubbio; anche i servizi esteriori legittimamente esercitati per l’utilità della Chiesa impallidiscono davanti alla suprema utilità e alla suprema giustizia: amare esclusivamente l’unico bene. Noi siamo veramente in presenza della scelta monastica in tutta la sua purezza.

* * *

Cominciamo a ritrovare, brevemente, il filo del pensiero di San Bruno mentre espone al suo amico la lotta dei due amori di cui il suo cuore è in balìa e che dovrebbe risolversi in una sete esclusiva per il Dio forte e vivente.

Dopo aver cantato “quanto la solitudine e il silenzio del deserto apportino agli innamorati utilità e piacere divino” , Bruno viene alla bella Sunammita, la vergine che simboleggia per lui tutta la forza d’attrazione dell’incontro con Dio nel deserto e scrive: “Se mai la tenerezza per lei nascesse nel tuo animo, allo stesso modo la seducente e carezzevole ingannatrice, che è la gloria del mondo, tu disgusteresti” .

Ecco posto il dilemma. Ma ahimé oggi Raoul è amico del mondo e dunque si è fatto nemico di Dio. Eccolo coinvolto nel peggiore dei disordini, calato in una situazione contro ogni ragione.

Che cosa gli resta da fare, se non ascoltare il richiamo della Verità: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi ed io vi ristorerò”. E’ l’unica via che si apre a Raoul per uscire “dalla tempesta di questo mondo e passare al riposo e alla sicurezza del porto”. Allora egli potrà divenire il discepolo della divina Saggezza, restare alla sua scuola e lì apprendervi la filosofia di Dio che sola rende veramente felici.

Bruscamente il tono cambia e Bruno pone il suo amico in faccia a Dio, di fronte alla santità di Dio, o piuttosto di fronte alla gloria dell’Altissimo che non può accettare di essere oltraggiato dal rifiuto di Raoul di adempiere al suo voto; poi di fronte alla bellezza, allo splendore del solo vero bene, Dio stesso, che attira con il suo infinito potere di seduzione, qualsiasi siano i servizi umani che Raoul potrebbe rendere nella sua carica di prevosto della chiesa di Reims.

E per finire, ecco un ultimo argomento, chiaro rivelatore del cuore di Bruno. Dopo tutti i grandi motivi teologici, pensa a me, egli dice al suo amico, pensa al mio amore per te: “che cessi nella mia anima il tormento delle inquietudini, delle preoccupazioni e della paura che essa prova per te”.

Continua dopodomani….

Oggi 6 ottobre, San Bruno

San Bruno in Gloria (M. Stanzione certosa di san Martino napoli

San Bruno in gloria (M. Stanzione – certosa di San Martino Napoli)

Festività di San Bruno

Oggi 6 ottobre, in occasione della ricorrenza della festività di San Bruno, miei cari amici lettori, voglio offrirvi una splendida omelia di un priore certosino. Questo sublime testo fu pronunciato il 6 ottobre del 1969, A seguire per completare questo giorno di festa, una breve preghiera da rivolgere al nostro amato San Bruno.

Miei cari Padri e Fratelli,

Tra le qualità che colpiscono maggiormente San Bruno c’è l’obbedienza. Ha dato testimonianza in una delle circostanze più gravi della sua vita. Un giorno il papa lo chiamò a Roma e dovette sacrificare il suo lavoro, più probabilmente del suo lavoro, il suo amore per la dolcezza della solitudine.

Se si trova nelle sue lettere un profondo dispiacere per la solitudine del deserto della Chartreuse, per il bene dei suoi fratelli, mai però si trova una parola di reclamo o recriminazione. Si può dire che si è sottomesso totalmente all’autorità del suo superiore.

Questa è una cosa molto difficile, lo sappiamo tutti. Questo probabilmente deriva dal problema che abbiamo nel vedere la volontà di Dio attraverso la volontà del superiore, perché chi di noi vorrebbe separarsi da Dio, rifiuterebbe di obbedire a lui? Ma il superiore è un uomo, e non possiamo credere che rappresenti la volontà di Dio per noi.

Sicuramente la superiorità è un’esigenza di santità. Normalmente il superiore dovrebbe essere così unito a Cristo, se partecipa alla vita trinitaria, che la sua parola e i suoi ordini procedano sempre dalla sua unione con Dio. Questo è l’ideale, e ogni superiore deve lottare per questo.

Tuttavia, Dio stesso permette e vuole che il superiore non sia sempre un santo, e che anche senza che sia sempre colpa sua. Sebbene possa tendere alla perfezione, non è ancora lì, è ancora solo in questa fase della vita spirituale voluta da Dio. Dio ha voluto così, e gli ordini e i consigli del superiore saranno indubbiamente avvertiti dalla sua imperfezione. Ciò non significa che i suoi ordini non corrispondano alla volontà di Dio su di noi.

Inoltre, indipendentemente dalla questione della sua santità, il superiore mantiene sempre il suo temperamento umano. Cristo non ha avuto il suo? Non era ebreo? Ogni giudice con il suo temperamento, le sue idee, la sua esperienza, come fare altrimenti? Dio voleva che la sua volontà attraversasse un superiore umano mentre il suo messaggio passava attraverso il Cristo umano. Niente ma molto normale; ma per colui che deve obbedire, è molto difficile da accettare, perché ci costringe ad abbandonare il nostro punto di vista umano, possiamo, e molto preferibile credere legittimamente  a quello dei nostri superiori. Perché bisogna anche osservare che, proprio come il superiore ha difetti soprannaturali desiderati da Dio, ha, ancor più, limiti umani che dobbiamo accettare. Niente è più facile che allevarli, criticarli, ma uno distrugge così tutta l’obbedienza soprannaturale e tutta la fiducia. Perdiamo la pace della sua anima.

Dobbiamo anche riconoscere che ci sono superiori infedeli che si lasciano guidare dalle loro passioni. È quindi molto difficile, ammettiamolo, vedere nei loro ordini la volontà di Dio. C’è quindi una bugia nel piano di Dio.

Questa menzogna del superiore rende dolorosa l’obbedienza e, in una certa misura, la partecipazione a questa menzogna. Un’anima giusta soffre all’infinito, tuttavia deve obbedire, a meno che il superiore non comandi un atto malvagio. La ragione è semplice. Nel cuore della Trinità, il Padre e il Figlio sono uno, hanno solo un’intelligenza, una volontà, un’azione. Il Padre dà tutto al Figlio, il Figlio riceve tutto. In questo dono e accettazione del dono che fonda la loro unità, è l’ideale divino dell’obbedienza religiosa. Il superiore e l’inferiore devono essere uno, devono essere uniti nella loro intelligenza, nella loro volontà, nella loro azione. Ma se, infedele alla grazia di Dio, il superiore non si dà come dovrebbe, non è una ragione per cui l’inferiore rinuncia ad essere l’immagine del Figlio. Se rifiuta, se si oppone al superiore, mentisce al ruolo che Dio ha inteso per lui, e Dio può solo allontanarsi da una comunità in cui non riconosce più se stesso. E così è il superiore. L’infedeltà degli inferiori non gli conferisce il diritto di rinunciare al suo ruolo di principio, di padre. Qualunque cosa accada, deve continuare a dare se stesso e ad avere fiducia.

Spesso anche il dono persistente del padre e la fiducia nascono dell’amore nell’anima del figlio infedele, come l’amore e la fedeltà del Figlio nel Padre svegliare sentimenti avrebbe potuto dimenticati.

Questo è l’esempio che ci hanno dato sia Bruno che Beato Urbano. Si potrebbe pensare che chiamando San Bruno a Roma, facendolo uscire dal suo eremo del Delfinato quando per così tanto tempo l’aveva perso di vista, il Santo Padre era troppo veloce ed era guidato dal suo affetto , il suo desiderio di avere un uomo che amava vicino a lui. San Bruno non si indurì, obbedì umilmente a un ordine che, certamente, non rispettava le sue attrazioni e la sua profonda personalità. Non ha fatto domande, semplicemente ha obbedito, e se non è stato senza strappi, è stato almeno senza recriminazioni, senza critiche, con tanto amore. Non ha chiuso il suo cuore, e Urbano lo ha capito così bene che nella sua fiducia ha voluto consacrarlo vescovo.

Ma è lì che vediamo ciò che un’anima fedele può fare. Vedendo San Bruno, così obbediente e così umile, il papa sentì di aver commesso un errore e che era volontà di Dio che il suo vecchio maestro rimanesse nel deserto. Non solo glielo permise, ma favorì la sua installazione nel deserto della Calabria. Tra loro, non c’erano più nuvole. L’obbedienza di Bruno aveva vinto, l’unione dei cuori del padre e del figlio era completa. E questa è una grande lezione per noi. Quale superiore non ha sofferto per i suoi inferiori? Quale inferiore non ha sofferto per i suoi superiori? Lo sappiamo tutti. Come San Bruno, come Urbano II, non si dovrebbe mai chiudere le nostre anime l’un l’altro, ma sempre cercano di raggiungere questa unione ci cui ideale è nella Trinità, e che dovrebbe essere nostra per l’eternità . Così sia.

Festività di San Bruno 1969

San Bruno

Orazione a san Bruno

Oh Dio, Padre misericordioso, che chiamasti San Bruno alla solitudine del deserto per fondare l’Ordine Certosino, ti chiediamo che attraverso la sua intercessione ci liberi dalle tristezze del mondo e ci conceda il dono della pace e l’allegria spirituale che hai promesso a coloro che perseverano nel cercarti.

A M E N

Natività della Santa Vergine

 

La-virgen-de-los-cartujos M.Bayeux.jpg

Per celebrare la Natività della Beata Vergine Maria, voglio proporvi la lettura di questa meravigliosa omelia di un priore certosino offerto alla propria comunità di confratelli.

Miei cari padri e fratelli,

Una delle qualità principali della Vergine, la cui nascita stiamo celebrando oggi, è la dolcezza. Tutti i giorni, a Salve Regina, non cantiamo: “O dulcis Maria,” O dolce Maria? Perché lo diciamo di Maria? Perché infine non c’è nulla di molto speciale nel Vangelo che ci permetta di attribuirci questa qualità, eppure a noi tutti piace riconoscerlo.

Quindi, prima di tutto, dobbiamo chiederci: cos’è la dolcezza? Se lo desideri, contempliamo questa qualità prima di tutto in Dio, la cui scrittura dice: “Il Signore è dolce e dolce”, Dulcis e suavis è Dominus. Nel cuore della Trinità, il Padre si dona completamente al Figlio e lo ama. Nessuna riserva in questo dono, comunica la sua vera natura. Questo è il suo atto, il suo unico atto infinito. È un movimento, un dono di sé che prende tutto l’essere di Dio, ma questo movimento non ha successione, ed è per questo che è così calmo. Non è un movimento tale che almeno comprendiamo il movimento qui sotto. In ogni movimento su questa terra, c’è una successione e quindi una certa agitazione anche nei movimenti più dolci. In Dio non ce n’è. Questo movimento è immobile, si può dire, come l’essere stesso di Dio, e questo è ciò che rende l’intima dolcezza di Dio. Questo movimento è amore perché, mentre genera la sua Parola, il Padre si dona a lui e lo ama. È, quindi, un amore dolce di cui ama il Figlio, e anche il Figlio, nello stesso dolce amore, nella stessa dolcezza, si dona al Padre suo. Quando Dio crea, troviamo quella stessa dolcezza che si diffonde in un modo nuovo negli esseri. Gli esseri nascono, vivono e muoiono. L’atto di Dio che crea è eterno. Dio non cambia, rimane calmo e gentile nella sua sovrana immobilità; si dà interamente. Questa presenza è nascosta, questo dono è dolce. Dio ha essenzialmente il rispetto per la natura che ha creato e, rispettandolo, rispetta se stesso. Lui non la viola; mentre gliela dona, lascia che il suo sviluppo proceda lentamente e dolcemente, secondo le leggi ad esso relative. La mitezza di Dio è quindi sempre in un movimento di amore che esclude ogni agitazione e ogni movimento quaggiù. Qui è sfumato rispetto alle nature che ha creato e che vivono nel tempo. Quindi, da un lato, movimento senza successione creando: questa è la gentilezza di Dio verso se stesso quando crea e mantiene nella vita. D’altra parte, il rispetto per le creature. Dio è dolce con loro, è presente, informa tutto, a malapena lo notiamo, agiamo liberamente, ci lascia fare, vuole che sia così, il suo piano non può essere modificato nel suo capirai sempre: l’amore regnerà per sempre. I più dolci saranno i padroni della terra. La mancanza di dolcezza deriva quasi sempre dalla paura. In Dio, questo sentimento non esiste: nessuna paura che le cose gli sfuggano, nessuna paura che possa mancare. Trionferà l’amore eterno. Nulla può suscitare Dio: è un essere regale e infinito, agisce quando e come vuole. È gentile perché è forte, padrone delle cose e di se stesso. Oggi, con Maria, una grande dolcezza è entrata nel mondo, una dolcezza materna che è un riflesso della dolcezza di Dio. Maria è vicina a Dio; dalla nascita, vive nel movimento trinitario, partecipa, lei, il puro, al movimento eterno che è la vita di Dio. Così quando, per la prima volta, i suoi occhi si aprono sulle creature, partecipa al loro posto nella dolcezza di Dio con quell’ombra materna, così dolce al nostro cuore, che Dio ha messo nella sua anima come donna. Perché lei è vicina a Dio, perché in lei, ogni paura del peccato è bandita, lei sarà gentile nei confronti degli uomini e delle cose. Non li farà mai bruscamente; lei ci darà tutto il suo cuore e tutto il suo essere. Aspetterà lungamente i più grandi peccatori, rispetterà la nostra libertà, rispetterà il piano di Dio. Vivrà, in altre parole, in amore, un amore eterno. Ancora una volta, attraverso lei, l’amore e la dolcezza sono venuti sulla terra e oggi li stiamo celebrando. Sta a noi riceverli e lasciarli trasformare. Per questo, dobbiamo soprattutto partecipare alla vita di Dio e alla sua mansuetudine. È inutile, senza dubbio, voler essere gentili con se stessi e con le creature se, agendo solo con il movimento naturale e finito della nostra natura creata, ci precipitiamo su di loro per goderne. Fatalmente li piegheremo alla nostra stessa volontà, senza rispetto per il loro essere, e a volte andremo fino a distruggerli o almeno ferirli seriamente. Di fronte al male o a ciò che sembra essere tale, la nostra reazione sarà violenta e le nostre reazioni dure, perché il tempo sembrerà sempre mancare; quindi vogliamo un risultato immediato senza considerare lo sviluppo di esseri e il tempo a volte molto lungo, l’amore di cui hanno bisogno per correggersi, la dolcezza che deve circondarli.

Non è così che Dio vive e agisce, che la dolce Vergine Maria vive e agisce. Inoltre, in questo giorno della sua festa, dobbiamo avvicinarci a lei in modo che lei ci insegni a vivere anche la vita di Dio in un’eterna dolcezza.

Così sia.

Natività della Santa Vergine 1969

Festività dell’Assunzione della Beata Vergine Maria

Assunta (Francesco De Mura

Assunta (F. De Mura, certosa di san Martino Napoli)

Per celebrare la solennità dell’Assunta, cari amici voglio offrirvi una omelia di un padre priore certosino fatta alla propria comunità in questa sentita ricorrenza liturgica.

Essa si conclude con una sublime preghiera.

Oggi celebriamo la Pasqua della Madre di Dio: Solennità dell’Assunzione di Maria al cielo, nel seno della Santa Trinità. Mistero di amore a beneficio di tutti gli uomini. Tutti i privilegi e tutte le grazie divine conferite a Maria derivano dal disegno di Dio chiamato “incarnazione”, il Dio che si fa uomo nella persona del Verbo divino; mistero di amore sublime e insondabile che fa San Paolo dire: “Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!” (Rm 11,33).

I santi e i teologi spesso formulano tutti i possibili argomenti, intesi a cogliere in qualche modo il significato, il motivo, la ragione di questo accumulo di grazie di cui Maria Santissima è rivestita, e che culmina nella sua Assunzione ai cieli e nella totale e definitiva glorificazione del corpo e dell’anima. “Chi è costei che sorge come l’aurora, bella come la luna, fulgida come il sole” ( Ct 9,10); e la Chiesa ci viene in aiuto per darci la risposta con tutta la Tradizione che emana dall’Apocalisse di San Giovanni: “Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle” (Ap 12,1). Moltiplicazione di parole povere, per scoprire e chiarire minimamente il mistero dell’amore fra Dio e Maria, fra l’Altissimo, il Creatore e le sue creature.

Dico tutte le creature perché fin dai primi tempi la Chiesa, ispirata dallo Spirito Santo, ha riconosciuto in Maria il suo mistero, la sua vocazione, il singolare destino di tutti noi. Nella sua contemplazione la Chiesa scopre la propria origine nel cuore di Maria, e non solo la sua origine, ma il suo modello, il modello della sua fede, della sua fedeltà, della sua obbedienza alla Parola divina. Significa che ognuno di noi può e deve scoprire in Maria l’itinerario della propria fede, della propria vita. La rivelazione materna di Maria è anche una relazione di esemplarità. Il Concilio Vaticano II (LG 64) spiega e lo stesso Papa Giovanni Paolo II insegna che la vita della Chiesa e di ognuno di noi deve essere una imitazione della Madre di Dio in fedeltà (Redemptoris Mater 44). E nella lettera sopra citata il Santo Padre aggiunge: “La Vergine del Magnificat, in cui cantico risuona la sua fedeltà a Dio (…) vi mantenga fedeli alla vostra consacrazione (…)”

La festa dell’Assunzione ci propone la meditazione e la celebrazione dell’amore insondabile di Dio e le meraviglie compiute nel cuore di un’umile donna fedele alla sua vocazione. Contiamo anche sull’aiuto della Beata Vergine. La Madonna, senza smettere di comportarsi come una Madre piena d’amore, sa mettere i suoi figli di fronte alle sue precise responsabilità. Possa lei farlo anche oggi con la sua tenerezza materna. Maria Santissima è la Madre speciale dei contemplativi, dei silenziosi, di coloro che pregano. Dobbiamo percepire i suoi inviti ed il suo esempio. A lei chiediamo l’immenso favore di sviluppare nei nostri cuori la vita interiore, l’intimità con Gesù e il Padre, l’intimità dell’amore che è una partecipazione eminente dello Spirito Santo.

Cuore Immacolato di Maria, Madre di Dio e nostra Madre,

dà forza e sicurezza al nostro cammino.

Rendici fedeli alla vita interiore.

Facci capire le esigenze della nostra vocazione contemplativa

alla luce dello Spirito Santo.

Sii te stessa la nostra ispirazione, la stella delle nostre notti

e la nostra consolazione nelle prove.

Sii il nostro incoraggiamento ad essere fedele alla preghiera.

E che attraverso la tua materna intercessione,

i nostri peccati e la nostra debolezza radicale

siano il terreno su cui la Santa Trinità rinnovi le sue meraviglie.

Santo è il tuo Nome e benedetto sia il mistero della tua Assunzione in cielo.

Amen.

Vigilia di Pentecoste

Pentecoste (Paolo Finoglio)

Pentecoste (Paolo Finoglio, certosa di san Martino)

Cari amici, lasciamoci deliziare da queste parole di questa omelia di un padre Priore certosino, rivolte alla propria comunità in occasione di una Vigilia di Pentecoste. La offro a voi come spunto di riflessione e di meditazione.

Auguro a voi tutti una buona Festa di Pentecoste!

Lo Spirito Santo, dal quale possiamo e dovremmo ricevere una nuova pienezza in questa festa, se siamo pronti ad accoglierlo, è uno spirito d’infanzia; Lui è colui che comunica ai nostri cuori il dono di riconoscersi come figli di Dio, dà loro l’amore e la fiducia per il nostro Padre celeste, come dice San Paolo. Questa qualità dei figli di Dio è ciò che ci distingue dai miscredenti, è proprio ciò che ci rende cristiani. Se proviamo a specificare in che cosa consiste l’atteggiamento filiale, vediamo che è fatto di sottomissione, libertà e gioia. Dico in primo luogo la sottomissione, perché, in effetti, non si può veramente essere figli di Dio se prima non si ha la generosità dell’obbedienza. In quanto a noi religiosi, in particolare, dobbiamo sapere come sbarazzarci dei nostri gusti, delle nostre idee, di conformarci a ciò che la Regola impone o di esigere una vita comune; dobbiamo farlo con coraggio, senza dare ragioni per scusarci, o per guardare indietro; Quando è stato fatto, anche se è solo una volta, un buon sacrificio di questo tipo, conosciamo l’indipendenza interiore che può dare. In effetti, l’infanzia spirituale è anche fatta di libertà, e questa libertà è figlia della sottomissione, dell’abbandono semplice e generoso. Ubi Spiritus, ibi libertas, dice anche San Paolo. Dove c’è lo Spirito Santo, c’è libertà, essenzialmente libertà interiore, che consiste nel non essere attaccati all’amor proprio. È acquisito solo attraverso l’abnegazione e il raccoglimento. Il vostro lavoro e la vostra preghiera, cari fratelli, tendono costantemente a liberarvi, e più siete fedeli all’uno e all’altro, prima raggiungerete questa indipendenza. Infine, lo Spirito Santo è uno spirito di gioia, perché quando vedi cadere le catene, ti senti felice. La grande tristezza dell’uomo è che si sente imprigionato e che la sua prigione è difficile da aprire perché è quella dell’egoismo: dove l’uomo è chiuso è in se stesso. Ma ogni atto di obbedienza, di carità, di umiltà libera i nostri cuori e sentiamo che sale verso il cielo, come un uccello che aveva appena aperto la sua gabbia. Tutti voi conoscete questa gioia; Ognuno di voi ha partecipato a questo. E avete il desiderio di comunicare agli altri, sia per i propri cari, sia alla famiglia che avete lasciato nel mondo o la povera gente che soffre spesso senza sapere il perché. Bene, l’unico modo per irradiare consolazione ad altri cuori è quello di trasformare il tuo cuore in un centro di fiducia e amore, per lasciare che il cuore di Gesù viva in te. In una famiglia o in una comunità, è già molto se c’è calma e serenità nei volti; una faccia triste oscura l’atmosfera intorno a lui. Ma questa influenza è poca cosa rispetto all’irradiazione di un’anima in cui Dio vive. Lo spirito dell’uomo ha inventato e costruito fuochi di energia che diffondono le loro onde in tutta la terra; Quando quello stesso spirito è pieno di luce e amore divino, pieno dello Spirito di Dio, non è naturale che si irradi all’infinito? Siamo solidali gli uni con gli altri; dipendiamo da coloro che lottano e soffrono con noi, padri o fratelli, religiosi o laici; collaboriamo, costruiamo insieme la città di Dio. In un certo senso è un fardello, dal momento che sappiamo che le anime si aspettano che noi li aiutiamo, ma è anche un sostegno, a causa di ciò che diamo riceviamo cento per uno. L’unico mezzo, infatti, di ricevere l’abbondanza della grazia è dare tutto ciò che hai. Chiedete allo Spirito Santo, cari Fratelli, che la pazienza, che la disponibilità a lasciare ciò che noi riordina, questa gioia soprannaturale, infine, che sono segni della loro presenza e le condizioni del suo regno in noi e ci rendono fonti di vita per tutti gli uomini, come Maria èstata sua sposa piena di grazia.