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Celebrando San Giuseppe

Cappella San Giuseppe (certosa San Martino)

Cari amici, oggi celebriamo la festività dedicata a San Giuseppe. Quest’anno è un pò speciale, poichè il Santo Padre, ha dedicato il 2021 allo sposo della beata Vergine Maria. Il Papa, infatti, lo scorso 8 dicembre ha indetto l’Anno di San Giuseppe, asserendo che: “Il mondo ha bisogno di padri

Per ben celebrarlo, voglio offrirvi una splendida omelia di Dom Pierre Marie Anquez, il Priore certosino che volle offrirla alla sua comunità il 19 marzo del 2001.

Su San Giuseppe

omelia di Dom Pierre Anquez

Carissimi Fratelli,

In questo tempo di Quaresima, quando siamo tutti impegnati a rivedere il nostro percorso spirituale in preparazione alla Santa Pasqua, non c’è niente di meglio che cercare um esempio de vita per completare la nostra preparazione.

Su questa strada troviamo oggi il grande San Giuseppe, il Padre adottivo del Verbo incarnato, compagno amorevole e delicato della Madre di Dio. Il suo esempio può aiutarci, mostrandoci come deve essere la nostra azione davanti a Dio, in considerazione ed adempimento della nostra totale consacrazione a Dio.

Non so se avete notato che, tre volte, sulla stessa pagina del suo Vangelo (fine del primo capitolo e inizio del secondo), San Matteo scrive: “Giuseppe destatosi dal sonno, fece come l’angelo del Signore gli aveva ordinato”.

Mt 1,24: “destatosi dal sonno, fece come l’angelo del Signore gli aveva ordinato”.

Mt 2, 14: “Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto”.

Mt 2,21: “Egli, alzatosi, prese con sé il bambino e sua madre, ed entrò nel paese d’Israele”.

Perciò, San Giuseppe è sempre stato considerato un esempio di obbedienza, un uomo obbediente.

Dio ha voluto un uomo perfettamente obediente per dargli la dignità di prendere il posto del Padre celeste nella vita umana del suo Figlio incarnato. Grande dignità, basata su grande umiltà e obbedienza. Dio, nella sua bontà, ha formato il cuore di Giuseppe per il ruolo di figura umana del Padre celeste accanto a Gesù.

Dio chiede obbedienza a Giuseppe:

– una prima volta, dopo l’Annunciazione, per dirgli di prendere Maria per sua moglie;

– una seconda volta, per fuggire dall’Egitto;

– e una terza volta, per tornare in Israele.

Nella seconda volta, l’angelo gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò”. Le ultime parole ci offrono un dettaglio importante: non c’è spazio minimo per Giuseppe fare la sua volontà e decidere cosa fare; l’angelo è molto chiaro: “finché non ti avvertirò”.

Non c’è spazio per la volontà dell’obbediente: “finché non ti avvertirò “. È così che Dio tratta i suoi amati figli: fammi anche avere il tuo discernimento, la tua azione e lascia a me la decisione.

Detto questo, mi sembra che l’obbedienza sia un aspetto della figura spirituale di San Giuseppe. Appena conosce la volontà del Padre, si conforma senza discutere, senza riflettere, senza preoccuparsi delle difficoltà che dovrà affrontare: Dio è con lui. Fa quello che Dio vuole.

Cari fratelli, lasciamoci guidare dall’esempio di San Giuseppe, per vedere cosa esige dalla nostra obbedienza la nostra vocazione monastica. Gli Statuti, infatti, hanno tutta una dottrina secolare sull’obbedienza; secolare, perché ci viene da San Bruno (nella sua Lettera) e da Dom Guigo, a 25 anni dalla morte del Fondatore. Dom Guigo, in ‘Costumes’, si esprime così: “Se chiunque decide di vivere sotto una regola deve praticare l’obbedienza con grande cura, dobbiamo praticarla con tanta devozione e sollecitudine quanto più rigoroso e austero è lo scopo che abbracciamo; se mancasse l’obbedienza – che Dio non voglia – tanti lavori sarebbero infruttuosi. Da qui la parola di Samuele: “L’obbedienza vale più delle vittime; la docilità è più preziosa che offrire il grasso delle pecore ”(statuti 10.11).

Il pensiero è chiaro: abbiamo deciso di vivere sotto una regola molto esigente e severa. Tocca a noi essere coerenti. Siamo impegnati, per scelta di Dio e anche nostra, su un cammino dove l’obbedienza è seguita con grande rigore. E l’intenzione ispiratrice di quel testo è nelle sue ultime parole: senza l’obbedienza tutti i nostri sforzi sono inutili, sarebbero privi di frutto.

Quindi siamo attenti a capire il suo significato spirituale, perché riguarda la nostra vita. È la nostra vita che è in gioco. Se non sappiamo obbedire, perdiamo tempo qui, nonostante tutti i nostri sforzi.

Ma perché un tale requisito? Risponde San Bruno nella sua lettera: “Perché la vera obbedienza è il compimento della volontà di Dio”. Ogni obbedienza ha sempre l’obiettivo e lo scopo di unirsi a Dio, oltre ai suoi intermediari e mediazioni; obbedire è adempiere quella che sappiamo essere la volontà del Padre nei cieli. E Gesù insegna: per seguirmi, rinuncia a te stesso, cioè alla tua volontà.

Per oggi basta convincerci e rinnovare la nostra convinzione che obbedire è ricevere – attraverso una guida umana – ricevere, ripeto, la tenerezza del Padre celeste che ci genera nella sua vita divina, come ha fatto con Gesù e per Gesù… “Alla ricerca di un atteggiamento di volontaria sottomissione”, che ci unisce a Gesù e al Padre.

L’obbedienza ci mette in contatto con Dio, contatto filiale che ci rende fecondi e ravviva ciò che facciamo: senza quella fecondità, c’è solo sterilità. “Senza obbedienza, non possiamo aspettarci alcun profitto” (Statuti 7.8).

L’obbedienza che promettiamo ci porta a imitare San Giuseppe: “Alzati e resta là finché non ti avvertirò”. Non sarà sempre facile, perché i nostri cuori sono ancora duri. Non sappiamo ascoltare l’angelo che parla così, attraverso il Priore, l’angelo che è Gesù stesso: il Priore agisce come Gesù.

Abbiamo anche, invece di uno, tre angeli che ci trasmettono ciò che Dio vuole da noi: gli statuti, la comunità, il Priore!

La nostra obbedienza finirà sempre per essere dolorosa, prima o poi. Giuseppe, in fuga in Egitto con il bambino e sua madre, com’è stata? E quella di Gesù, com’è stata? Obbedire è rinunciare a se stesso. Siamo ben consapevoli che l’obbedienza che Dio vuole da noi è quella di Gesù, che ha scelto per sé un’obbedienza dolorosa, che dovrebbe diventare la salvezza di tutti noi ed essere coronata nella sua risurrezione. Questa dolorosa obbedienza ci conduce, come Gesù, a una più grande unione con il Padre.

Se fai tutte le tue volontà prima di obbedire, dov’è l’obbedienza?

Se obbediamo quando tutte le circostanze sono favorevoli e abbiamo tempo per farlo, il lavoro sarà fatto, sì, ma non per obbedienza. Offriamo a Dio un’obbedienza senza bellezza che non interessa a nessuno … né a Dio.

Giuseppe si alzò durante la notte e partì per l’Egitto.

Chiediamo al nostro buon Padre San Giuseppe la sua filiale obbedienza. Chiediamola anche a Gesù e Maria.

Buon Natale 2020

25 Ancien retable du maître-autel de la Chartreuse de Strasbourg (I Nativité, II Adoration des Mages, III Circoncision). Vers 1470-1475. Noyer polychrome. Musée de l'Œuvre Notre-Dame de Strasbourg

Carissimi amici lettori di Cartusialover nel silenzio della notte stellata trascorsa, una luce possa diffondersi nella nostra grotta interiore, illuminandola e trasformandola. Sinceri Auguri per un Natale che ci trasformi, illuminandoci. Nasce Cristo e nasce la speranza, Lui ci porta la speranza, quella di cui oggi, più di sempre, ha bisogno l’intero genere umano.

Buon Natale pregno di salute e serenità

Ho scelto per voi, un’omelia di Dom Giovanni Giusto Lanspergio che credo sia edificante ed illuminante in questi tempi bui. A seguire una toccante preghiera.

Cristo, la luce della nostra vita

Omelia di Dom Lanspergio

Sermone 5, Opera omnia, 3, 315-317

Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto sorgere una grande luce (Is 9,1).

Fratelli miei, è risaputo che siamo tutti nati nell’oscurità e che una volta vivevamo lì. Ma assicuriamoci di non rimanere lì più a lungo, ora che il sole della giustizia è sorto per noi.

Cristo quindi è venuto per illuminare coloro che dimorano nelle tenebre e nell’ombra della morte, per guidare i loro passi sulla via della pace. Di quale oscurità stiamo parlando? Tutto ciò che è nella nostra mente, nella nostra volontà o nella nostra memoria, e che non è Dio o non ha la sua sorgente in Dio, in altre parole tutto in noi che non è alla gloria di Dio e schermi tra Dio e l’anima, è l’oscurità.

Quindi Cristo, avendo la luce dentro di sé, ce l’ha portata in modo che potessimo vedere i nostri peccati e odiare le nostre tenebre. In verità, la povertà che scelse quando non riuscì a trovare posto nella taverna, è per noi la luce con cui ora possiamo conoscere la felicità dei poveri in spirito, a cui appartiene il Regno dei Cieli.

L’amore di cui Cristo ha testimoniato dedicandosi alla nostra istruzione ed esponendosi a sopportare per noi prove, esilio, persecuzione, ferite e morte in croce, l’amore che alla fine lo ha portato fa pregare per i suoi carnefici, è per noi la luce grazie alla quale possiamo imparare anche ad amare i nostri nemici.

È per noi la luce, l’umiltà con cui si è spogliato assumendo la condizione di servo (Fil 2,7) e, rifiutando la gloria del mondo, ha voluto nascere in una stalla piuttosto che in un palazzo e resistere una morte vergognosa su una forca. Grazie a questa umiltà possiamo sapere quanto sia detestabile il peccato di un essere di melma, un povero ometto di nulla, quando è orgoglioso, si glorifica e non vuole obbedire, mentre vediamo il Dio infinito, umiliato, disprezzato e consegnato agli uomini.

È leggera anche per noi, la dolcezza con cui sopportava la fame, la sete, il freddo, gli insulti, i colpi e le ferite, quando come un agnello veniva condotto al macello e come una pecora davanti al tosatore non ha aperto la bocca (Is 53,7). Grazie a questa gentilezza, infatti, vediamo quanto sia inutile la rabbia, oltre che la minaccia, quindi acconsentiamo a soffrire e non serviamo Cristo fuori dalla routine. Grazie a lei conosciamo tutto ciò che ci viene chiesto: piangere i nostri peccati nella sottomissione e nel silenzio e sopportare pazientemente la sofferenza quando si presenta. Perché Cristo sopportò i suoi tormenti con tanta dolcezza e pazienza, non per i peccati che non ha commesso, ma per quelli degli altri.

Pertanto, cari fratelli e sorelle, riflettete su tutte le virtù che Cristo ci ha insegnato con la sua vita esemplare, che ci raccomanda con le sue esortazioni e che ci dà la forza di imitare con l’aiuto della sua grazia.

Preghiera

Dio eterno e onnipotente, dirigi la nostra vita secondo il tuo amore, affinché nel nome del tuo diletto Figlio possiamo portare frutti in abbondanza. Da Gesù Cristo.

O Signore nostro Dio, volevi che tuo Figlio prendesse la nostra carne per diffondere la tua luce tra coloro che dimorano nelle tenebre. Concedici la grazia di una conversione più totale e rifletteremo sui nostri fratelli la chiarezza del tuo Regno. 

Amen

Auguri

Pasqua 2020

Resurrezione (vetrata certosa Miraflores)

Resurrezione (vetrata certosa Miraflores)

Carissimi amici, per la nota tragica pandemia, le celebrazioni per la Santa Pasqua sono state annullate. Come di consueto da questo blog vi propongo omelie o sermoni. Quella che oggi vi offro, fu realizzata da un priore certosino e rivolto alla propria comunità, credo che mai come in questo triste periodo, possa colmare quel vuoto lasciatoci dall’assenza di celebrazioni. Buona e serena Pasqua a tutti voi, con l’auspicio che tutte le creature di questa terra possano risorgere da questo morbo, che ha falcidiato tante persone.

Esultiamo Gesù è risorto!

Le donne andarono subito alla tomba, per ungere Gesù morto. “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui.” Il più grande e importante evento dell’intera storia dell’umanità! Cambiamento radicale, non solo nel corpo di Gesù, ma nella storia dell’umanità, per la quale, come dicono i santi Padri, sono state aperte le porte dell’eternità.

La tomba aperta e vuota! Cristo vive! Gesù è risorto! È la grande verità che riempie di contenuto la nostra fede. “Non abbiate paura” dice l’Angelo. Cristo vive. Gesù è Emmanuele: Dio con noi per sempre. Ed il suo regno non avrà fine (Lc 1,33). Questa grande e gloriosa verità riempie anche i nostri cuori di consolazione, gioia e pace. E quella verità è la rivelazione definitiva di Dio stesso. Non c’è più posto per un’altra. Dio non può rivelare una cosa più bella, più ammirevole di sè. La risurrezione di Gesù è la vittoria dell’amore sul male e sulla morte, è l’ultima e definitiva rivelazione della natura di Dio. Dio è amore. Dio ama l’umanità e la salva. Dio non abbandona i suoi figli: “Anche se questa donna si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49,15). Dio è fedele a se stesso e alle sue parole.

Punto culminante della rivelazione dell’essere di Dio” (Dives in Misericordia n.53). Pienezza della rivelazione di Dio, che ha la conseguenza: non esiste alcun male che possa limitare l’amore divino. Non c’è peccato così grande da poter paralizzare il cuore del Padre o indurire la tenerezza dell’amore divino. Resuscitando suo Figlio, il Padre rivela l’amore infinito che vive tra il Padre ed il Figlio nella Santissima Trinità, un amore che si chiama Spirito Santo e si riversa su di noi oggi. Dopo la crudele Passione e l’orrenda morte del Verbo Incarnat, Dio continua a trovare le sue delizie tra i figli degli uomini (Pr 8,31).

Tali erano i disegni dell’Eterno Padre: Gesù, morendo sulla croce ed essendo risorto, ci rivela e ci dà lo Spirito Santo che apre i nostri occhi e cuori sull’amore infinito che non può essere superato o indurito. Cristo è vivo. Per sempre vivo. In un modo speciale, cari fratelli, vive in mezzo a noi, in noi. Non solo nella sua presenza eucaristica, rinnovata ogni mattina, Gesù vive in mezzo a noi ed in noi: posso e devo scoprire Gesù vivo in ogni fratello che mi si avvicina. La nostra vocazione di cristiani e, ancor più, di consacrati, è di proclamare con la nostra vita, la vita e la regalità di Cristo, come ho già detto tante volte. Anche il nostro silenzio e la nostra clausura con Gesù sono un annuncio silenzioso e, allo stesso tempo, che grida: Gesù vive! Gesù è risorto!

La nostra vita, cari fratelli, il nostro seguire Gesù nel deserto, la nostra preghiera, la nostra fedeltà quotidiana nel silenzio e nell’amore fraterno, tutto questo proclama la nostra fede nella risurrezione di Gesù e rafforzeranno la fede del popolo di Dio di fronte a questo mondo angosciato e disorientato, pieno di violenza e generatore di tante sofferenze. La nostra serenità proclama la verità su Gesù risorto.

La tomba è vuota, ma Gesù vive in me. Nella mia povera vita e miseria, sono una presenza vivente di Gesù, nella sua Chiesa, nella nostra comunità. Se è così, come effettivamente è,, non devo solo provare a vivere in un atteggiamento di amore generoso, come Gesù mi insegna, ma anche sforzarmi di far conoscere Gesù, attraverso di me, per far conoscere il suo amore divino, attraverso del mio umile amore umano.

In altre parole, abbiamo scritto con la nostra umile vita queste parole del Vangelo che ho citato all’inizio: la tomba aperta e vuota: “Non è qui – è risorto!”

Auguri

 

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Natività della Beata Vergine Maria

A Ghirardi Nativita di Maria Vergine

Per la ricorrenza odierna della Natività della Beata Vergine Maria, voglio offrirvi questa omelia di un Padre priore certosino, rivolta ai suoi confratelli.

 

Miei venerati padri e cari fratelli,

“Il Signore mi ha posseduto all’inizio delle sue vie, prima che formassi una creatura e segnasse il mio posto da tutta l’eternità, dai tempi antichi, prima che la terra fosse.”

La Chiesa applica alla Beata Vergine queste parole di saggezza. Per tutta l’eternità, Dio ha circondato Maria con infinito amore. Colui che sapeva che dopo la Creazione il mondo sarebbe caduto nel peccato, ha contemplato con amore la Vergine il cui libero consenso avrebbe permesso che l’Incarnazione e la Redenzione si realizzassero. Quindi quando, secondo il decreto di Dio, era tempo che Maria ricevesse l’essere e la vita, Dio si chinò su di lei con tutta la sua tenerezza paterna. Lo voleva senza macchia, non contaminato da ogni contaminazione, e lo riempiva di tutte le perfezioni umane in cui la bellezza e la grandezza di Dio si riflettevano il più possibile in una creatura. Alla fine gli diede la grazia santificante che gli avrebbe permesso di entrare nella vita divina.

Sin dal primo momento della sua concezione, Maria aveva quindi, con Dio e con ciascuna delle Divine Persone, rapporti di intimità, rapporti d’amore, germi di quelli che dovevano sbocciare pienamente quando, nel giorno dell’Annunciazione, pronunciò il “fiat” che l’avrebbe resa la madre di Dio.

Durante questo periodo, le tre Divine Persone prepareranno la Beata Vergine per questo ruolo. Innanzitutto il Padre, che gli affiderà il suo amato Figlio e in lui tutta la Creazione, vuole vedere in lei un cuore come il suo. Vuole che lei sia in grado, come lui, di dare e trasmettere amore. Quindi lo illuminerà con la luce della Parola. Gli mostrerà la sua grandezza e le sue infinite perfezioni; poi le rivelerà cosa sono l’uomo e il peccato e la necessità di colmare, con un Messia amorevole e sofferente, l’abisso che separa l’uomo da Dio. Maria vedrà quindi il ruolo dell’amore nel piano divino; si darà a questo amore, che afferrerà sempre di più la sua anima mentre la Parola la illumina di più.

Che nessun altro possa immaginare in questa vita molto nascosta e semplice cose straordinarie, rivelazioni ed estasi; il Vangelo non dice nulla al riguardo. Tutto ci porta a credere che fu solo nelle Scritture che Maria trasse, alla luce di Dio, gli insegnamenti che dovevano prepararla a diventare la madre del Messia. Inoltre, per i cuori puri la Bibbia è sia luce che amore, ed è stato lì che Maria ha trovato i grandi temi di cui ti ho parlato sopra e che dovevano formare il suo cuore.

La Bibbia per prima gli rivelò la trascendenza e la santità di Dio, di questo Dio che non possiamo vedere senza morire, di colui che è “tutto il resto”. Mosè deve avvicinarsi a piedi nudi solo dal luogo in cui, per la prima volta, il Signore gli parla. Questo apparirà in una grandiosa teofania nel Sinai e la gente tremerà. Ma questo Dio che sembra così lontano è ancora vicino alla sua Creazione. Se è davvero l’Onnipotente che, in una sola parola, ha creato i cieli e la terra, ed i Salmi e i Profeti esaltano su ogni pagina, è anche il Dio pieno di misericordia per la sua creatura, colui che “prova piacere nel ringraziare”, “la cui misericordia è eterna”. Ma soprattutto, la Scrittura rivela che Dio è Amore. Lo dice nella tenerezza con cui circonda Israele, il suo amato popolo, che ha scelto e amato con un amore eterno. È allo stesso tempo l’amore di un padre e l’amore di un marito.

Maria, in ogni momento, scoprì così gli attributi divini, si perse nella loro contemplazione e rispose con amore all’amore del suo Dio.

Ma mentre leggeva la Bibbia, Maria scoprì, di fronte alla grandezza di Dio, la miseria dell’uomo. Dall’inizio dell’umanità, ha visto la deplorevole caduta di Adamo ed Eva, ingannata dal serpente e che si abbandonano alla sensualità e all’orgoglio. L’amicizia con Dio è rotta e, ahimè! lo stesso dramma verrà rinnovato con una scala sempre maggiore nel corso dei secoli.

Ricordiamo l’omicidio di Abele, il diluvio e, nonostante le misericordie di Dio, le lunghe infedeltà di Israele nel deserto. Una volta nella terra promessa, il popolo eletto non si corregge, ahimè! Abbandona il suo Dio e si prostituisce alle divinità di Canaan. Come in un coro, nelle Cronache si legge sui re: “Ha fatto il male agli occhi di Yahweh” e David, il migliore di loro, era un adultera e un assassino.

Da tutto ciò, Marie ha sofferto profondamente. Aveva meditato troppo a lungo sulla grandezza e sulla bontà di Dio per non rabbrividire alla vista dell’offesa. Ma ciò che la rendeva ancora più dolorosa era che era stata letteralmente fatta a pezzi. Da una parte profondamente unita a Dio dai legami più puri, sentiva tuttavia solidarietà con la razza umana. Quegli uomini che avevano peccato erano i suoi fratelli. Oltre a ciò, tra i più colpevoli, trovò il nome dei suoi antenati, lo stesso sangue che aveva peccato le scorreva nelle vene. Figlia di Dio, era allo stesso tempo figlia di questo popolo colpevole. Fu una tragedia, una lacrima che prefigurò quella di Cristo, di Dio eppure dell’uomo, che portava i nostri peccati. Doveva condurre Gesù e Maria al Calvario per riparare la nostra razza e riportare tutto all’unità dell’amore.

Maria, che doveva formare l’anima di Cristo, era spezzata e si chiedeva se un giorno non sarebbe venuto dove il mondo si sarebbe riconciliato con Dio e avrebbe riguadagnato la sua unità. E scrutando la Scrittura, ha scoperto il Messia.

Lo vide predetto fin dai tempi antichi, pieno dello Spirito di Dio, principe della pace, irradiante gloria, giustizia ma anche misericordia e amore, non estinguendo lo stoppino che ancora fuma, pieno di gentilezza per i poveri. Lo vide ancora più in profondità in Isaia, sopportando i peccati del mondo e riscattandolo con la sofferenza, divenne l’uomo del dolore.

Mentre studiava il Messia, Maria ritrovò i sentimenti del suo cuore e li sviluppò di giorno in giorno, era già unita a colui che doveva nascere da lei, ed era lì la sua preparazione divina a questo giorno in cui Dio gli affida il suo figlio.

Quindi deve essere di noi. Nella Scrittura dobbiamo scavare la grandezza di Dio, la miseria dell’uomo, l’amore e la scoperta di Gesù. Quindi potrà venire nel nostro cuore che sarà stato preparato come quello di Maria. Ma per questo è necessario leggere le Scritture con questa purezza dell’anima, questo desiderio di Dio che aveva dal giorno della sua nascita, che era la sua vita e doveva essere nostra. Così sia.

Natività della Beata Vergine Maria 1967

 

 

 

 

Celebrando San Giovanni Battista

Il Battista indica Cristo ai suoi discepoli (P. De Matteis) certosa di San Martino

In occasione di della celebrazione di San Giovanni Battista, ho ritenuto che possa arrecarvi piacere, la lettura e meditazione di questa lunga ma splendida omelia.
Il testo che segue è stato concepito da un priore certosino, per la sua comunità, il 24 giugno del 1966.
Miei cari fratelli,
Giovanissimo, San Giovanni Battista ascoltò la chiamata del deserto. Lasciò la casa di suo padre e andò in solitudine.
All’inizio, possiamo essere sorpresi. Non sembrerebbe appropriato per noi studiare la legge di Dio a Gerusalemme con i famosi maestri, assistere alle cerimonie del Tempio e scoprire il loro profondo significato?
Dio non lo voleva in quel modo. Voleva il precursore di suo Figlio, che Gesù chiamerà “il più grande dei figli degli uomini”, da formare nella solitudine del deserto. Certo, questa era una vocazione speciale, ma che richiama nella Chiesa il ruolo della solitudine nella formazione di ogni anima forte e profonda che vuole donarsi completamente a Dio.
Per i certosini, che hanno ascoltato questa stessa chiamata e ricevuto questa stessa vocazione, la contemplazione dell’amore dell’anima battista è più fruttuosa che per qualsiasi altra, poiché mostra ciò che il deserto fa alle anime che sono fedeli ad essa. .
“Che cosa sei andato a vedere nel deserto?” disse Gesù un giorno, parlando del Battista. “Un uomo vestito di tessuti morbidi? Ma quelli che sono vestiti di tessuti morbidi sono nei palazzi dei re.” Questa è la prima lezione che ci dà la solitudine di San Giovanni Battista: l’austerità della vita.
Per non lasciare il suo deserto, indossa una veste di pelo di cammello, beve solo acqua, mangia solo cavallette e miele selvatico. Questa austerità nasce non tanto dalla preoccupazione per la povertà e la mortificazione quanto dalla sua fedeltà al deserto stesso, perché come può procurarsi senza mancare nella solitudine amata tante cose come richiede la consueta delicatezza degli uomini? Questa austerità richiede, naturalmente, una grande forza d’animo, ma porta con sé la sua ricompensa, perché le cose così semplici, così naturali, che soddisfano i bisogni degli uomini del deserto lasciano le loro anime spogliate e libere.
Quanto tempo perso nella ricerca di cose vane! L’anima solitaria, spogliata di tante cose fittizie, può contemplare a lungo e in fretta le magnitudini e le bellezze di Dio in un silenzio pieno d’amore, e questa è la sua ricompensa. Eppure questa non è la lezione principale del deserto, quella che chiede all’anima la maggior forza. Per il solo fatto della solitudine e del suo silenzio, il deserto insegna all’anima ad essere fedele alla voce interiore che risuona nel profondo, ancor più difficile, di essere umilmente come solo Dio vuole che lei sia.
“Che cosa sei andato a vedere nel deserto,” disse di nuovo Gesù, “una canna agitata dal vento?” No, certo, il Battista non era un uomo che si piega a qualsiasi vento. Tutta la sua vita ci mostra che ha vissuto per Dio solo, totalmente distaccato dall’opinione degli uomini. Qui predica alla folla, non ha senso per nessuno. “Razza di vipere, dirà ai sadducei e farisei, che vi ha insegnato a sfuggire all’ira imminente? Fate penitenza frutti degni”. Non cerca di affermare se stesso, non cerca lodi, ed è uno dei lati del suo carattere con cui ci sembra il più grande. Ha testimoniato la verità, dice San Giovanni. Voleva solo essere quello che era prima di Dio, ed è per questo che la sua testimonianza ci tocca. Vediamolo. Quando i sacerdoti e i farisei vengono a interrogarlo, per lui sarebbe stato certamente facile passare se stesso, se non per Cristo, almeno per un profeta e un santo. La brevità e la semplicità delle sue risposte non possono essere ammirate a sufficienza. Sono di un’anima silenziosa che cerca solo la verità e di chi si dimentica di se stesso. “Chi sei?” “Io non sono Cristo.” “Sei Elia?” “Non lo sono.” “Sei tu il profeta?” E quando lo costringono a fare una risposta precisa, che risponde soltanto: “Io sono la voce che grida nel deserto: ‘Raddrizzare la via del Signore, come disse il profeta Isaia”. E nella sua umiltà, guida immediatamente i pensieri e i cuori a un altro da lui, aggiungerà: “Per me, io battezzo in acqua, in mezzo a te c’è qualcuno che non conosci, che viene dopo di me e io non sono non è degno di sciogliere la cinghia del sandalo. “
Queste non sono parole vuote. Quando Gesù viene per essere battezzato, sviene: “Ho bisogno di essere battezzato da te, dirà, e tu vieni da me!” E avrà bisogno di un comando esplicito da parte del Maestro per consentirgli di uscire dalla sua umiltà, dal luogo che considera suo. Il giorno dopo, quando rivedrà Gesù, ripeterà la sua testimonianza davanti ai suoi discepoli: “Ecco l’Agnello di Dio, ho testimoniato che è il prescelto da Dio”. Andrea e Giovanni sentiranno questa testimonianza, lasceranno il Battista per seguire Gesù. Lungi dal provare gelosia, dirà queste parole che amiamo leggere di nuovo: “Chi ha la sposa è il marito, ma l’amico del marito, che sta lì e chi ascoltalo, rallegrati per la voce dello sposo, questa è la mia gioia ed è piena, deve crescere e diminuire “. Così San Giovanni Battista era totalmente distaccato. Cercò solo la verità, si dimenticò totalmente di se stesso, vedendo solo il Signore, sacrificando per lui anche le sue più care amicizie. Quindi non avrà problemi a dare la vita per la verità. Quando verrà il momento, prima del peccato di Erode, si alzerà in piedi, amando morire meglio che scendere a compromessi con il male.
Questo totale contando la solitudine del deserto aveva insegnato Giovanni Battista non gli ha impedito di essere un animo sensibile, dolce e amorevole, come il deserto insegna anche tranquillità dell’anima e la dolcezza del cuore, che sono ragazze di umiltà.
Dall’inizio del suo ministero, lo vediamo pieno di gentilezza e ampiezza per i piccoli e gli umili. Per pubblicani pieni di buona volontà, egli solo dice: “Raccogliere più di ciò che è stato si fissa”, e ai soldati: “Non molestare nessuno, non denunciare falsamente ed essere contenuti della vostra paga.”. È indubbiamente questa miscela di forza e di bontà che ha reso il Battista così attraente e gli ha conquistato amicizie così leali.
Non parlo dell’amore di Cristo per il suo precursore. Si sente vibrare nella voce di Gesù ogni volta che ne parla. Sentiamo la sua profonda ammirazione. Gli piace invocare la testimonianza di colui che lo ha già indovinato, di colui con il quale voleva essere battezzato. Lo chiamerà più di un profeta, il più grande dei figli degli uomini.
I discepoli lo ameranno appassionatamente. Il meglio, è vero, lo lascerà a seguire Gesù, ma questo non sarà un abbandono; al contrario, sarà una fedeltà suprema. Inoltre non lo dimenticheranno mai. Nella sera della sua vita, avendo raggiunto le cime della luce e dell’amore, i più puri e delicati tra loro non inizieranno il suo vangelo: “In principio era la Parola”, quindi immediatamente, ricordando il suo vecchio maestro, sempre amato e mai dimenticato, aggiunse: “Un uomo fu mandato da Dio, il cui nome era Giovanni”. Altri discepoli del Battista si rifiuteranno di lasciarlo, non vedendo che la vera fedeltà avrebbe seguito il maestro a cui ha testimoniato. San Giovanni Battista non li costringerà, e qui abbiamo di nuovo una testimonianza della sua gentilezza e del rispetto per le anime.
Saprà aspettare il momento di Dio, e questa è anche una lezione del deserto, perché nulla preme le anime e noi ci accontentiamo di indovinare le cose. Quindi quanto Giovanni Battista amava il suo popolo!
Noi vediamo anche nel loro gelosia di Gesù, e ancora una volta possiamo ammirare la delicatezza del Battista che, per correggerli senza rimprovero, inviato a suo nome a chiedere a Gesù: “Chi sei? ” sperando che questo contatto con il Figlio di Dio li faccia scoprire il vero Maestro. Quando sarà morto, vedremo questi stessi discepoli, senza paura di Erode, venire a cercare il suo corpo per seppellirlo in un monumento, la prova suprema della loro fedeltà e del loro amore anche nella morte.
E ora, in conclusione qualche parola su Giovanni Battista, la nostra mente va verso San Bruno, che è stato tanto amato, che ha voluto dare l’inizio come i due deserti della Chartreuse e della Calabria. Era tra le loro anime che c’erano profonde affinità. Entrambe erano anime segnate dalla solitudine e dal silenzio del deserto. È il deserto che ha insegnato loro a vivere nel distacco e nello spogliamento di tutte le cose materiali; è il deserto che ha insegnato loro a vivere nella verità, al di sopra dei giudizi degli uomini, nell’umiltà di fronte alla grandezza di Dio, nel suo unico amore.
Entrambi avevano discepoli intorno a loro che li amavano profondamente, eppure sapevano come staccarsi al momento opportuno di Dio. È quella pace e dolcezza che irradiano le anime del silenzio. Hanno le loro gioie segrete, che nessuno può togliere loro. Si irradiano intorno a loro, attraenti per il loro mistero. La loro mitezza e forza attraggono amicizie profonde che sono la ricompensa del loro amore e lealtà.
Ed è quello che i suoi figli, san Bruno, senza dubbio volevano insegnargli quando gli dava il Battista, l’anima del deserto che amava perché si trovava nel suo meglio, in quale era l’essenza del messaggio che Dio lo aveva incaricato di portarci e che dobbiamo vivere: forza, dolcezza di cuore, umiltà e amore. Così sia.

Festa di San Giovanni-Battista 1966

Un omelia certosina per l’Ascensione di Gesù.

Ascensione di Nostro Signore G. Lanfranco(certosa di San Martino)

Ascensione di Nostro Signore G. Lanfranco(certosa di San Martino)

In questo giorno, nel quale si celebra la festività dell’Ascensione, vi offro una profonda omelia di un Padre Priore certosino rivolto alla sua comunità, in occasione di questa festa liturgica del 1969. Meditiamo sulle su considerazioni illuminanti. E’ un pò lunga, ma vale la pena leggerla e meditarla!

Ascensione di Gesù

Miei cari e venerabili Padri e  Fratelli,

“Se mi amassi, ti rallegreresti che sto andando dal Padre”. Nel pensiero di Gesù, la festa dell’Ascensione deve essere per noi una festa che dobbiamo trascorrere nella gioia. Forse, in questo giorno, è un’opportunità per chiederci se amiamo veramente Gesù con vera fede o se viviamo nella routine. L’Ascensione di Gesù, che oggi la Chiesa celebra la festa, risveglia in noi una gioia, non dico sensibile, ma reale lo stesso? Lo trascorreremo nell’indifferenza senza meditare quasi sul mistero di questo giorno, o, al contrario, nel nostro oratorio, saremo in grado di ricordare noi stessi, di pensare alla grandezza di questo festa per trovare gioia lì? “Se mi amassi, disse Cristo, ti rallegreresti.” Poiché amiamo veramente Cristo, dobbiamo trascorrere questa festa con gioia, ed è di lei che vorrei parlarti oggi.

La prima e principale cosa che deve essere per noi un soggetto di gioia è la felicità di Gesù. Siamo felici della gioia di coloro che amiamo. Guarda cosa sta succedendo qui in un giorno di nozze. È un giorno di grandi festeggiamenti, i più tristi devono rallegrarsi, ognuno ha indossato i suoi abiti migliori, sono solo congratulazioni e auguri di felicità. La festa dell’Ascensione è il matrimonio della santa umanità con Dio, la sua introduzione definitiva nella casa del Padre, in una gioia che, come sappiamo, non cesserà mai. E oggi, la Chiesa ci invita a partecipare a questo matrimonio, siamo gli amici della Sposa e dello Sposo, dobbiamo essere tutti gioiosi, dimenticare le nostre colpe, le nostre miserie, rendere la nostra anima molto pura partecipare anche a questo banchetto d’amore. Cosa penserà Gesù di noi se assistiamo a anime tristi, indifferenti e impure in questa festa? “Se mi amassi, disse, ti rallegreresti.”

La festa dell’Ascensione non solo porta a Gesù la gioia del matrimonio eterno, è anche la festa del bambino che ritorna da suo Padre. Gesù aveva ricevuto una dolorosa missione dal Padre. Doveva venire tra uomini peccatori e dare il suo sangue per salvarli. Oggi tutto è stato compiuto, nulla è stato lasciato fuori dal minimo desiderio del Padre. Se il padre fosse già seduto sul ciglio della strada per vedere se il figliol prodigo non sarebbe tornato, se si fosse buttato al suo collo in una grande esplosione di gioia, se per lui una grande festa e ucciso il vitello grasso, quanto più il Padre non ha aspettato il ritorno di Gesù? Che festa non fa al fedele bambino che ha seguito il suo ordine per non disperdere ma per recuperare l’eredità paterna? In questo giorno, non è solo Gesù che deve ritornare al Padre: tutti noi, in un grande impulso dell’anima, dobbiamo ritornare con lui. Siamo i figli prodighi che Gesù ha redento e riporta con sé. L’Ascensione è anche la nostra festa, la festa della nostra conversione, del nostro ritorno al Padre. È la festa di gratitudine del Padre al suo amato Figlio, che ha restituito a lui i suoi figli che il peccato si era separato da lui; è la festa del Figlio, che, con gioia, ci riporta al Padre come la pecorella smarrita che il pastore prende sulle sue spalle. Questo è il giorno del nostro riconoscimento. Dobbiamo anche gioire nel vedere la bontà, l’amore, la gioia del Padre e del Figlio che sono pieni in questo giorno. “Se mi amassi, disse Gesù, ti rallegreresti che vado dal Padre”

Un’altro motivo della nostra gioia è la prospettiva della venuta dello Spirito Santo. “Ti manderò, disse Gesù, lo Spirito Santo che ti insegnerà ogni verità”, lo spirito di forza e di coraggio che permetterà ai suoi apostoli di testimoniare del loro amore con il loro stesso sangue. Senza dubbio, come gli apostoli, ci sarebbe piaciuto che Gesù rimanesse con noi, ma se lo amiamo davvero, dobbiamo capire che il nostro amore deve essere più forte, più spogliato di tutti i sensibili per testimoniare veramente il nostro amore per lui. La festa dell’Ascensione è la festa del nostro amore per Cristo, ma la festa di un forte amore nello spirito e nella verità. Le anime che soffrono nella siccità devono amare questa festa, una celebrazione di uomini maturi e forti che sono spogliati dell’infanzia, e sensibili a ricevere lo Spirito che li condurrà alla verità totale fino alla morte sulla croce, aspettando che anche loro ritornino al Padre e Gesù. Sì, comprendiamo le parole di Gesù: “Se mi amassi, ti rallegreresti che vado al Padre”, perché dobbiamo desiderare questo amore vero e forte, e vorrei che oggi quel desiderio “afferrasse” l’anima di ognuno di noi.

Infine, dobbiamo dimenticare noi stessi. Dobbiamo pensare a tutte quelle anime dei giusti che, da secoli, stavano aspettando la venuta di Gesù nel limbo. Lo avevano indovinato,l’avevano previsto, nell’oscurità l’avevano già servito. Il giorno dell’Ascensione è la loro festa, e questa è certamente una delle grandi gioie di Gesù. Con lui, tutti salgono al cielo e sono portati alla felicità eterna. Sono i suoi amici, i compagni della sua gioia. Questo è il nostro impegno, che nel loro dobbiamo percepire. Un giorno anche noi saliremo in cielo come fanno per partecipare alla gioia eterna.

Sì, in questa festa dobbiamo dimenticare noi stessi per vedere solo la gioia del Padre, per dimenticare noi stessi per vedere solo la gioia di Gesù e quella dei nostri fratelli benedetti. Questa è la migliore preparazione per il dono dello Spirito che Gesù ci manderà in pochi giorni. Quando viene, se trova le anime vuote di se stesse, felici della gioia di Dio e della gioia degli altri, può introdurle a loro volta nella gioia che Gesù ha lasciato ai suoi discepoli e che un giorno sarà consumato in cielo.

Così sia.

Ascensione 1969

Omelia per l’Epifania

presepe in certosa

Di seguito potrete leggere una splendida omelia di un priore certosino sull’Epifania e rivolto alla sua comunità. Leggiamola e meditiamo su queste sagge parole.

Sono venuto perché possano avere più vita. (Gv. X-10)

La nascita di Cristo è un rinnovamento della creazione. I Padri della Chiesa paragonarono Gesù bambino, avvolto nel triplo velo del seno materno, della grotta e della notte, al seme nascosto da cui germoglia un nuovo fiore per il mondo intero. Tutta la vita, infatti, inizia in segreto, avvolta nel mistero e nel silenzio. E Cristo è la vita per eccellenza: Ego sum vita. Non mediteremo mai abbastanza su questo nome molto ricco di significato che Egli attribuisce a se stesso. La vita che Egli trasmette non è la vita della natura, ma la vita della grazia. Tuttavia, il primo è l’immagine del secondo e questo è lo sviluppo di quello. Tutta la vita è data liberamente: la vita è, per l’essere vivente, il primo dono che nulla potrebbe preparare o meritare. Eppure, non è inutile che noi chiamiamo grazia di vita soprannaturale: è la vita per eccellenza, è una luce più intima, è un dono ancora più puro, più inaspettato rispetto alla vita della natura: essa rappresenta, in effetti, un prendere parte ai privilegi divini, che nessuna intelligenza creata potrebbe nemmeno immaginare. Prendiamolo. lo spirito di grazia, lo spirito della divina liberalità nel modo di ricevere, cioè accettiamo senza dubbio o esitazione ciò che Dio ci dà senza calcolo; e quanto al modo di dare, imitiamo con perfetta generosità l’abbondanza divina di quell’acqua viva e lasciamola comunicare a tutti, immergendoci in essa con tutto il nostro cuore. La grazia è diffusa in tutti i cristiani nel mezzo del raccoglimento e della preghiera; in noi dobbiamo espanderci soprattutto nella forma della vita interiore. Ecco perché l’interiorità è una caratteristica di tutta la vita. La pietra inanimata ha solo un’attività superficiale; limitata. resistere agli urti dall’esterno, mentre gli esseri viventi discriminano e usano ciò che gli conviene, perché un principio interno governa e presiede la loro crescita. La vita spirituale è ancora più perfetta e più potente; non c’è niente che non guadagni. L’anima fedele trova la sua felicità in ogni evento; un principio più profondo di quello della vita naturale gli consente di fortificarsi e di essere in contatto con tutte le cose. Se non è così per ciascuno di noi, se molti incidenti ci disturbano e disorientano, è un segno che non siamo abbastanza interiori. Abbiamo bisogno di scendere nelle profondità di noi stessi, raccogliamo e pazientemente di trovare in solitudine con Dio, che forza misteriosa grazie alla quale saremo in grado di assimilare senza eccezione, armoniosamente, tutto ciò che accade dentro e intorno a noi. Infine, nella vita di grazia, la vita interiore si sviluppa in noi nella forma contemplativa. Per designare l’alleanza e la fusione dell’uomo con Dio, vorremmo forse esprimerci più semplicemente e avremmo una forma più generale di valore se dovessimo parlare della vita dell’amore e dell’unione. La vita contemplativa, tuttavia, è un’espressione appropriata per esprimere l’ideale di una carità particolarmente diretta e disinteressata. La contemplazione, infatti, è l’atto di un’anima che si dimentica e si immobilizza davanti a cose più belle di sé. (Tale è la natura dell’ammirazione e il potere della bellezza contemplata che ci libera da ciò che siamo e ci rende indifferenti all’Io). L’atto contemplativo della carità è il più semplice e il più immediato di tutti. Ancora una volta possiamo sottolineare la continuità dei processi della natura e della grazia: tutta la vita è amore e tutto l’amore è l’oblio di se stesso; è arrestarci per trovare un valore più alto. Ovunque, nella natura, la vita è perpetuata solo dall’immolazione degli individui, sacrificata in ogni generazione in modo che la fiamma che hanno ricevuto sia trasmessa e diffusa, sempre viva.

Ma è soprattutto nel dominio della grazia che questa negazione di sé è necessaria e felice: Qui per – diderit animam suam. L’anima ha la facoltà di dimenticare più perfettamente di qualsiasi altro essere vivente. Ha, se lo desidera, la trasparenza di uno specchio completamente trasparente; non avendo una forma adeguata, può riflettere in tutta la sua profondità l’infinità divina. Fissare Dio nella calma e nel raccoglimento è la fonte di ogni vera saggezza. Saremo solo padroni di noi stessi, saremo veramente giusti e prudenti se, con un’accoglienza audace e pura, lasciamo che Dio realizzi in noi la sua volontà, di essere in noi ciò che vuole essere. La Signora piena di grazia, anche celebrata come l’Epifania, le più intime e recondite vergini, l’anima libera più di se stessa nella semplice ammirazione di Dio, che ci insegna a ricevere, di amare, di contemplare.

Un certosino

(brano tratto da libro “Silencio com Deus”)

La tenerezza di Dio (parte seconda)

3

E come promesso, ecco la seconda parte dell’omelia di Dom Poisson.

* * *

Eccoci ora a piè d’opera per scoprire la pedagogia di Bruno di fronte al lavoro, incessantemente rinnovato, della conversione monastica.

Chiunque, un giorno, ha seriosamente scelto di divenire monaco ha dapprima incontrato una misteriosa Sunammita. Essa ha infiammato il suo cuore d’amore divino e tutte le seduzioni del mondo si sono “trovate senza sforzo rigettate”. L’ideale verso il quale tende il monaco è divenuto molto chiaro ai suoi occhi e con fermezza vi si è vincolato. Ma quanto lontana, nello scorrere dei giorni, diviene la bella Sunammita di fronte alla realtà concreta del quotidiano. L’amore del mondo, che si era rifugiato nei recessi segreti del cuore, compare di nuovo e un segno ben chiaro manifesta la sua presenza: il disordine che esso mantiene nell’animo.

Inquietudini, tenebre, disgusto, tutto ciò riflette che “l’amore del Padre non regna in lui” esclusivamente. Sovente non è la volontà cosciente che provoca ciò che Bruno chiama “impareggiabile manifestazione di uno spirito sregolato e decaduto”, ma delle tensioni scaturite dalla zona oscura del cuore dove regnano ancora gli amori per la creatura che non sono stati purificati. Situazione dolorosa e che a volte sembrerebbe senza uscita, poiché non si arriva ad individuare la radice del male.

Cosa fare allora, o amatissimo, dice Bruno, cosa fare se non credere ai consigli divini, credere alla Verità che non può sbagliare? Essa dona in effetti questo avvertimento a tutti: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi ed io vi ristorerò”. Tale è la grande risposta quando l’opera di conversione supera le nostre forze: non cercare, in primo luogo, di purificarsi, ma cominciare ad andare a Gesù poiché Egli ha promesso di ristorarci. Venire a Lui, caricati del suo pesante fardello e depositarlo semplicemente tra le sue mani.

Noi vediamo qui all’opera la tenerezza di Dio nostro Salvatore. Che noi siamo giovani novizi o anziani veterani, non abbiamo altra salvezza a nostra disposizione che Colui che viene in questa Tenerezza incarnata, Colui il quale ha portato e continua a portare, fino alla fine dei tempi, tutte le nostre infermità. Così, grazie a Lui, lasciamo la regione pericolosa delle tempeste e degli uragani per penetrare nel “riposo e sicurezza del porto”.

Ma occorre, malgrado tutto, fare il passo grazie al quale noi supereremo l’ostacolo sul quale abbiamo inciampato, questo amore segreto per il mondo che si opponeva nel nostro cuore all’amore leale del Padre. Bruno parla allora di rinunciare a tutto ciò che si ha per divenire il discepolo della Saggezza. La lotta che abbiamo conosciuto veniva dal fatto che noi contavamo sui nostri propri beni, le nostre piccole luci, la sicurezza tutta umana di ciò che noi immaginavamo aver ben compreso. Con tutto questo, di cui noi eravamo divenuti proprietari, noi speravamo volare con le nostre proprie ali verso il Signore. E la Saggezza eterna, attraverso la voce di Bruno, ci dice tutto il contrario. “Ti conviene rinunciare a ciò che tu credi avere, restare alla scuola di questa Saggezza divina, sotto la guida del Santo Spirito e apprendervi la filosofia di Dio”. Occorre che il tuo sia un cuore di discepolo, un cuore che apprende. “Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me” (Gv 6,43), dice Gesù stesso nel Vangelo di Giovanni. Utile e bell’insegnamento, dice Bruno, che è il frutto della sofferenza portata e finalmente affidata alla tenerezza di Dio.

* * *

Bruno cambia, allora, bruscamente di registro. Ci sono giorni, sembra egli dire, in cui la situazione si presenta completamente diversa. Sono le scelte fondamentali di fronte a Dio che bisogna saper riassumere, un po’ come se ripartissimo da zero. Alla fin fine, il cammino percorso fino allora non era che una tappa preparatoria a questo nuovo incontro con la Gloria e la Bellezza di Dio. Lo stato di dialogo profondo tra Dio e il monaco si trova messo a nudo, in piena luce. Io mi sono impegnato di fronte all’Altissimo: Egli si è impegnato di fronte a me (cf.12). Dove sono io nei confronti di questa scelta? Il mio cuore ha seguito il dritto cammino implicato nel dono primo che Egli ha fatto di sé stesso?

Bruno impiega, allora, un vocabolario che ci urta, forse nella misura in cui egli sembra consegnarci senza difese alla vendetta di Dio. In realtà, sotto queste parole vigorose è evocata la distanza infinita che si è formata tra ciò che noi avremmo dovuto donare, di noi stessi, a Dio e ciò che, parsimoniosamente, per leggerezza o inconseguenza, ci siamo accontentati di donare.

Viene il momento in cui è bene rendersi conto che essere amati da Dio e aver da rispondere al suo amore non è un gioco o una sorta di contrattazione dalla quale ci si può ritirare a buon mercato. Agli occhi di Dio il nostro amore ha grande valore, ha valore infinito, poiché è la risposta al suo proprio amore. Come potrebbe Egli non aprirci gli occhi, un giorno, su ciò che noi rappresentiamo per Lui? Forse ci ritroveremo brutalmente scrollati dalla scoperta che ci è così imposta. Ma non è l’unica via di salvezza per noi, quella di rimetterci sul giusto cammino?

* * *

Bruno segnala, allora, a Raoul un’ultima maniera di cercare di crearsi dei falsi pretesti per evitare di donarsi puramente e semplicemente all’amore di Dio. Ci siamo esposti, anche noi, nel silenzio della nostra cella o proprio nel segreto del nostro cuore: non ci sono tutte le buone ragioni di pensare che si potrebbe mostrare utile e generoso rendere dei servizi che non ci sono richiesti, intraprendendo dei lavori che non nascono dall’obbedienza?

La risposta di Bruno è appassionata e tanto più tagliente quanto più è appassionata : “Niente di più giusto e di più utile che amare il bene, l’unico Bene”, egli dice. Là è il nostro posto e non altrove. La giustizia o l’utilità di tutto l’agire impallidisce di fronte a quest’abbandono totale in Dio. Bruno ci riporta così alla fonte ultima di tutto l’amore di Dio. Lui solo è buono, interamente, senza riserva, senza equivoco. Lui ci ha creati per trovarlo e mai il nostro cuore si quieterà fintanto che non l’avrà pienamente incontrato.

* * *

L’ultimo paragrafo della lettera, in cui Bruno termina di perorare la causa di Raoul, abbiamo notato che è pieno d’una dolcezza e di un calore umano che si dovrebbe ritrovare presso tutti coloro che camminano sulle tracce del nostro beato Padre. Tutto ciò che Bruno ha potuto dire fino allora, delle vie previste da Dio per attenderlo nel silenzio della solitudine, è bello, ma vi è un’altra via semplice, modesta, quanto vera ed efficace: quella di camminare verso Dio a fianco dei nostri fratelli di cui l’amore ci sostiene, ci accompagna, ci incoraggia. Aver la certezza che le nostre lotte sono supportate dalla loro preghiera e dalla loro amicizia, che le nostre prove pesano sul loro proprio cuore e che le nostre gioie li illuminano tanto quanto noi, tutto ciò e già un incontro con la tenerezza di Dio nostro Signore.

Veramente è buono e dolce per dei fratelli restare nell’unità, quella dell’amore che viene dal Padre.

Amen.

La tenerezza di Dio (parte prima)

1

In questa vigilia del Santo Natale, cari amici eccovi un testo su cui meditare.

Vi offro una omelia letta da Dom Andrè Poisson, priore generale dell’ordine certosino ( 1967-2005) alla sua comunità nel Natale del 1983. A causa della sua lunghezza ho preferito dividerla in due parti, dopodomani seguirà la parte conclusiva.

La tenerezza di Dio

Natale 1983

La tenerezza di Dio nostro Salvatore si è manifestata per noi uomini”

(cf. Tit 3,4-6)

La liturgia dei giorni di Natale ci porta a leggere, a più riprese, queste parole in cui San Paolo lascia trasparire la sua meraviglia davanti ad una realtà che oltrepassa sempre la nostra attenzione, ogni volta che noi la contempliamo: l’amore infinito dell’Altissimo per le sue creature, nascosto ai secoli eterni, è divenuto la tenerezza di Dio nostro Salvatore. Essa si è manifestata. Essa è ora vicina a noi. Essa ha aderito al reale di ciò che noi viviamo. Questa tenerezza del Padre è il piccolo bambino che ci è donato; ma essa è opera di salvezza ed è per questo che fin dal primo istante il neonato si trova sfidato dalla durezza dell’umanità concreta. Non vi è posto per accogliere i poveri viaggiatori che sono i suoi genitori. La sola culla disponibile è una mangiatoia degli animali. Il re ha paura di perdere il suo trono e reagisce di conseguenza. In breve, Gesù non ha nemmeno il tempo di apparire quaggiù che il peccato dell’uomo, nostra debolezza congenita, si getta su di Lui. E’ quella la vera tenerezza di Dio: una bontà che va a ricongiungersi con coloro che lo amano, laddove essi sono realmente.

* * *

Amerei meditare un po’, in questa prospettiva, sulla nostra vita monastica ispirandomi a dei passaggi della lettera a Raoul le Verd, nei quali San Bruno lascia al suo cuore tutta la libertà di esprimersi per scuotere il suo vecchio amico ed aiutarlo a prendere, infine, la decisione di essere fedele al suo voto.

A dire il vero, le avventure di Raoul non ci toccherebbero affatto se questo personaggio non fosse stato così prossimo a Bruno, in circostanze così eccezionali. Ciò che ci interessa in lui è che egli è stato, in qualche modo, lo specchio nel quale si sono riflessi i sentimenti profondi del nostro primo Padre di fronte alla decisione, che tutti a qualsiasi età siamo chiamati a prendere, di consacrare la vita interamente al Signore: perché siamo così lenti, così reticenti, così fiacchi a donarci per qualcosa di buono?

Bruno, il santo Maestro Bruno stesso, nelle sue due lettere si lascia sfuggire dei gemiti quando pensa a tutto ciò che gli fa difetto, in confronto a ciò che egli vorrebbe donare a Dio: ”Veramente io attendo in preghiera un gesto della divina misericordia affinché guarisca tutte le mie miserie interiori e appaghi il mio desiderio”.

Forse lo dimentichiamo troppo facilmente: la vita monastica è una via di perpetua conversione, vale a dire un incontro continuamente rinnovato tra “la tenerezza di Dio nostro Salvatore che si manifesta per noi”, poveri monaci, e le condizioni così difettose di accoglienza che noi gli offriamo. La grazia di Natale, così come noi ora cerchiamo di considerarla, s’identifica realmente con il nostro voto di conversione dei costumi.

* * *

Veniamo dunque alla lettera di Bruno a Raoul. Un ultimo dubbio deve essere affrontato, prima di poterci mettere senza reticenze alla sua scuola. E’ legittimo prendere come guida di vita monastica un testo di circostanza, indirizzato ad un uomo vivente nel mondo? Quale ispirazione ha guidato Bruno nello scriverlo?

La sua intenzione non crea dubbi. Egli s’indirizza ad un uomo che, contemporaneamente a lui, si è impegnato davanti a Dio. “Tu ti ricordi che io ti amo. Noi eravamo un giorno entrambi in compagnia di Fulcoie le Borgne… Infiammati di divino amore noi abbiamo deciso di lasciare senza indugio il secolo fugace per metterci alla ricerca delle realtà eterne e di ricevere l’abito monastico”. Agli occhi di Bruno, Raoul è già legato davanti a Dio dalla sua decisione. E’ già vincolato alla vita monastica.

Raoul è sottomesso alla tentazione, una tentazione da principiante. Ma c’è una differenza essenziale tra la prova di un esordiente e quella che dei vecchi monaci conoscono molti anni dopo? Si tratta sempre, anche se le modalità di dettaglio evolvono, di scelte fondamentali di cui le conseguenze vanno dispiegandosi fino al fondo dell’intimo del nostro cuore: amare Dio o amare il mondo. Tale è la questione posta da Bruno, senza equivoci e che ciascuno di noi deve affrontare ogni volta che una nuova manifestazione di “Dio nostro Salvatore” gli mostra che il mondo regna ancora sovrano in un angolo del suo cuore. Bruno, d’altronde, non lascia posto ad alcun dubbio; anche i servizi esteriori legittimamente esercitati per l’utilità della Chiesa impallidiscono davanti alla suprema utilità e alla suprema giustizia: amare esclusivamente l’unico bene. Noi siamo veramente in presenza della scelta monastica in tutta la sua purezza.

* * *

Cominciamo a ritrovare, brevemente, il filo del pensiero di San Bruno mentre espone al suo amico la lotta dei due amori di cui il suo cuore è in balìa e che dovrebbe risolversi in una sete esclusiva per il Dio forte e vivente.

Dopo aver cantato “quanto la solitudine e il silenzio del deserto apportino agli innamorati utilità e piacere divino” , Bruno viene alla bella Sunammita, la vergine che simboleggia per lui tutta la forza d’attrazione dell’incontro con Dio nel deserto e scrive: “Se mai la tenerezza per lei nascesse nel tuo animo, allo stesso modo la seducente e carezzevole ingannatrice, che è la gloria del mondo, tu disgusteresti” .

Ecco posto il dilemma. Ma ahimé oggi Raoul è amico del mondo e dunque si è fatto nemico di Dio. Eccolo coinvolto nel peggiore dei disordini, calato in una situazione contro ogni ragione.

Che cosa gli resta da fare, se non ascoltare il richiamo della Verità: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi ed io vi ristorerò”. E’ l’unica via che si apre a Raoul per uscire “dalla tempesta di questo mondo e passare al riposo e alla sicurezza del porto”. Allora egli potrà divenire il discepolo della divina Saggezza, restare alla sua scuola e lì apprendervi la filosofia di Dio che sola rende veramente felici.

Bruscamente il tono cambia e Bruno pone il suo amico in faccia a Dio, di fronte alla santità di Dio, o piuttosto di fronte alla gloria dell’Altissimo che non può accettare di essere oltraggiato dal rifiuto di Raoul di adempiere al suo voto; poi di fronte alla bellezza, allo splendore del solo vero bene, Dio stesso, che attira con il suo infinito potere di seduzione, qualsiasi siano i servizi umani che Raoul potrebbe rendere nella sua carica di prevosto della chiesa di Reims.

E per finire, ecco un ultimo argomento, chiaro rivelatore del cuore di Bruno. Dopo tutti i grandi motivi teologici, pensa a me, egli dice al suo amico, pensa al mio amore per te: “che cessi nella mia anima il tormento delle inquietudini, delle preoccupazioni e della paura che essa prova per te”.

Continua dopodomani….

Oggi 6 ottobre, San Bruno

San Bruno in Gloria (M. Stanzione certosa di san Martino napoli

San Bruno in gloria (M. Stanzione – certosa di San Martino Napoli)

Festività di San Bruno

Oggi 6 ottobre, in occasione della ricorrenza della festività di San Bruno, miei cari amici lettori, voglio offrirvi una splendida omelia di un priore certosino. Questo sublime testo fu pronunciato il 6 ottobre del 1969, A seguire per completare questo giorno di festa, una breve preghiera da rivolgere al nostro amato San Bruno.

Miei cari Padri e Fratelli,

Tra le qualità che colpiscono maggiormente San Bruno c’è l’obbedienza. Ha dato testimonianza in una delle circostanze più gravi della sua vita. Un giorno il papa lo chiamò a Roma e dovette sacrificare il suo lavoro, più probabilmente del suo lavoro, il suo amore per la dolcezza della solitudine.

Se si trova nelle sue lettere un profondo dispiacere per la solitudine del deserto della Chartreuse, per il bene dei suoi fratelli, mai però si trova una parola di reclamo o recriminazione. Si può dire che si è sottomesso totalmente all’autorità del suo superiore.

Questa è una cosa molto difficile, lo sappiamo tutti. Questo probabilmente deriva dal problema che abbiamo nel vedere la volontà di Dio attraverso la volontà del superiore, perché chi di noi vorrebbe separarsi da Dio, rifiuterebbe di obbedire a lui? Ma il superiore è un uomo, e non possiamo credere che rappresenti la volontà di Dio per noi.

Sicuramente la superiorità è un’esigenza di santità. Normalmente il superiore dovrebbe essere così unito a Cristo, se partecipa alla vita trinitaria, che la sua parola e i suoi ordini procedano sempre dalla sua unione con Dio. Questo è l’ideale, e ogni superiore deve lottare per questo.

Tuttavia, Dio stesso permette e vuole che il superiore non sia sempre un santo, e che anche senza che sia sempre colpa sua. Sebbene possa tendere alla perfezione, non è ancora lì, è ancora solo in questa fase della vita spirituale voluta da Dio. Dio ha voluto così, e gli ordini e i consigli del superiore saranno indubbiamente avvertiti dalla sua imperfezione. Ciò non significa che i suoi ordini non corrispondano alla volontà di Dio su di noi.

Inoltre, indipendentemente dalla questione della sua santità, il superiore mantiene sempre il suo temperamento umano. Cristo non ha avuto il suo? Non era ebreo? Ogni giudice con il suo temperamento, le sue idee, la sua esperienza, come fare altrimenti? Dio voleva che la sua volontà attraversasse un superiore umano mentre il suo messaggio passava attraverso il Cristo umano. Niente ma molto normale; ma per colui che deve obbedire, è molto difficile da accettare, perché ci costringe ad abbandonare il nostro punto di vista umano, possiamo, e molto preferibile credere legittimamente  a quello dei nostri superiori. Perché bisogna anche osservare che, proprio come il superiore ha difetti soprannaturali desiderati da Dio, ha, ancor più, limiti umani che dobbiamo accettare. Niente è più facile che allevarli, criticarli, ma uno distrugge così tutta l’obbedienza soprannaturale e tutta la fiducia. Perdiamo la pace della sua anima.

Dobbiamo anche riconoscere che ci sono superiori infedeli che si lasciano guidare dalle loro passioni. È quindi molto difficile, ammettiamolo, vedere nei loro ordini la volontà di Dio. C’è quindi una bugia nel piano di Dio.

Questa menzogna del superiore rende dolorosa l’obbedienza e, in una certa misura, la partecipazione a questa menzogna. Un’anima giusta soffre all’infinito, tuttavia deve obbedire, a meno che il superiore non comandi un atto malvagio. La ragione è semplice. Nel cuore della Trinità, il Padre e il Figlio sono uno, hanno solo un’intelligenza, una volontà, un’azione. Il Padre dà tutto al Figlio, il Figlio riceve tutto. In questo dono e accettazione del dono che fonda la loro unità, è l’ideale divino dell’obbedienza religiosa. Il superiore e l’inferiore devono essere uno, devono essere uniti nella loro intelligenza, nella loro volontà, nella loro azione. Ma se, infedele alla grazia di Dio, il superiore non si dà come dovrebbe, non è una ragione per cui l’inferiore rinuncia ad essere l’immagine del Figlio. Se rifiuta, se si oppone al superiore, mentisce al ruolo che Dio ha inteso per lui, e Dio può solo allontanarsi da una comunità in cui non riconosce più se stesso. E così è il superiore. L’infedeltà degli inferiori non gli conferisce il diritto di rinunciare al suo ruolo di principio, di padre. Qualunque cosa accada, deve continuare a dare se stesso e ad avere fiducia.

Spesso anche il dono persistente del padre e la fiducia nascono dell’amore nell’anima del figlio infedele, come l’amore e la fedeltà del Figlio nel Padre svegliare sentimenti avrebbe potuto dimenticati.

Questo è l’esempio che ci hanno dato sia Bruno che Beato Urbano. Si potrebbe pensare che chiamando San Bruno a Roma, facendolo uscire dal suo eremo del Delfinato quando per così tanto tempo l’aveva perso di vista, il Santo Padre era troppo veloce ed era guidato dal suo affetto , il suo desiderio di avere un uomo che amava vicino a lui. San Bruno non si indurì, obbedì umilmente a un ordine che, certamente, non rispettava le sue attrazioni e la sua profonda personalità. Non ha fatto domande, semplicemente ha obbedito, e se non è stato senza strappi, è stato almeno senza recriminazioni, senza critiche, con tanto amore. Non ha chiuso il suo cuore, e Urbano lo ha capito così bene che nella sua fiducia ha voluto consacrarlo vescovo.

Ma è lì che vediamo ciò che un’anima fedele può fare. Vedendo San Bruno, così obbediente e così umile, il papa sentì di aver commesso un errore e che era volontà di Dio che il suo vecchio maestro rimanesse nel deserto. Non solo glielo permise, ma favorì la sua installazione nel deserto della Calabria. Tra loro, non c’erano più nuvole. L’obbedienza di Bruno aveva vinto, l’unione dei cuori del padre e del figlio era completa. E questa è una grande lezione per noi. Quale superiore non ha sofferto per i suoi inferiori? Quale inferiore non ha sofferto per i suoi superiori? Lo sappiamo tutti. Come San Bruno, come Urbano II, non si dovrebbe mai chiudere le nostre anime l’un l’altro, ma sempre cercano di raggiungere questa unione ci cui ideale è nella Trinità, e che dovrebbe essere nostra per l’eternità . Così sia.

Festività di San Bruno 1969

San Bruno

Orazione a san Bruno

Oh Dio, Padre misericordioso, che chiamasti San Bruno alla solitudine del deserto per fondare l’Ordine Certosino, ti chiediamo che attraverso la sua intercessione ci liberi dalle tristezze del mondo e ci conceda il dono della pace e l’allegria spirituale che hai promesso a coloro che perseverano nel cercarti.

A M E N