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Dom Pedro de Soto y Domecq

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L’insondabile disegno Divino

Cari amici lettori, di storie simili a quelle che sto per narrarvi sembrano far parte di romantiche fantasie o leggende metropolitane, ed invece sono fatti accaduti realmente.

In passato, vi ho già raccontato fatti riguardanti improvvise conversioni, che hanno spinto diversi uomini a cambiare radicalmente vita, abbandonando tutto per abbracciare la vita eremitica certosina.

La storia che voglio farvi conoscere è alquanto lunga, pertanto l’ho divisa in due articoli.

Il personaggio di cui voglio parlarvi oggi è Pedro de Soto y Domecq, V Conde de Puerto Hermoso, nato il 15 ottobre del 1902 a Jerez de la Frontera, in Spagna in una notabile famiglia aristocratica. Dedicò la sua giovinezza agli studi con estremo profitto, laureatosi in Scienze Economiche divenne poi avvocato, e fu avviato alla carriera diplomatica.

Fu assegnato come segretario d’Ambasciata nelle rappresentanze della Spagna a Londra nel novembre 1922 ed a Washington nel marzo del 1925, svolgendo incarichi importanti egli ebbe la fiducia e la stima di re Alfonso XIII collaborando nella Segreteria particolare del re, nel settembre del 1927. Successivamente, nel 1931, a seguito della proclamazione della Repubblica il giovane Pedro, “per non servirla“, si congedò interrompendo la carriera diplomatica, e ponendosi al comando degli affari e delle cantine di famiglia, dirigendo la nota Bodegas Domecq.

Bodega Domecq

Ecco quindi il profilo di un giovane rampante e di successo, con una carriera spianata e proiettata verso una esistenza agiata e senza patemi. Gli ambienti che il giovane Pedro era solito frequentare, erano salotti, locali di prestigio, casinò e circoli sportivi di alto rango, egli si appassionò infatti al gioco del polo. L’immagine che ho inserito in questo articolo ci mostra, nel 1930, un sorridente conte Pedro de Soto nel tipico abbigliamento da polo, con il berretto e la stecca. Un bel giovane aitante e radioso.

PEDRO DE SOTO DOMECQ

Come spesso accade in narrativa, ecco giungere un colpo di scena volto a modificare radicalmente gli esiti futuri della vita di questo giovane.

Si racconta, che Pedro viveva a Madrid, e da scapolo e viveur in una delle tante feste a cui partecipava, conobbe una bella signorina dell’alta società, i suoi impegni sociali ed il lavoro lasciarono il posto ad una vita più dedicata a questa giovane donna. Rimase affascinato da questa ragazza, che lo fece inaspettatamente innamorare perdutamente a detta degli amici. Una notte mentre rientravano da una festa a cui avevano partecipato rimasero coinvolti in un terribile incidente d’auto nel quale la sua amata rimase uccisa. A seguito di questo tragico evento Pedro abbandonò la sua vita mondana, divenne un’altra persona perdendo il suo carattere gioviale ed allegro, la tristezza e l’apatia presero su di lui il sopravvento. Confessò ai suoi amici più intimi di avere un profondo senso di colpa per quello che era avvenuto, attribuendosi le responsabilità dell’incidente a causa della sua scellerata imprudenza.

Riprese a lavorare con il cuore contrito, ed oltre ai suoi viaggi di lavoro aveva un solo interesse, recarsi quotidianamente al cimitero per pregare e deporre fiori freschi sulla tomba della sua sventurata amata. Il suo autista lo vedeva in ginocchio davanti alla lapide piangere a dirotto ed implorando alla defunta di perdonarlo, una scena straziante. Si narra, inoltre, che ogni qualvolta andasse al camposanto, udiva in lontananza un bizzarro suono di campanello che lo incuriosiva. La sua profonda indole religiosa, in questa fase della sua vita, cominciò a prevalere, e spinse Pedro a cercare luoghi che lo aiutassero a pregare.

Una mattina, il conte di Puerto Hermoso salendo sulla sua lussuosa automobile disse al suo fidato autista: “..portami a Burgos“, stanotte ho fatto un sogno molto sereno, ho sognato che dovevo andare a Burgos per ascoltare la Messa.

Essi si recarono direttamente alla Certosa di Miraflores, e fu qui che avvenne un fatto prodigioso per il suo animo, successe che udì in lontananza lo stesso bizzarro suono di campanello, che riconobbe essere esattamente lo stesso suono che sentiva sempre nel cimitero. Meditò a lungo su questo singolare episodio e lo interpretò come un segno della Provvidenza, ma soprattutto lasciando la certosa si rese conto che la pace e la serenità, impossessandosi di lui, erano giunti a lenire i suoi tormenti.

Aveva raggiunto le condizioni per poter ascoltare la chiamata di Dio alla vocazione religiosa.

Ormai deciso ad abbandonare tutto, volle congedarsi con il mondo con un gesto nobile verso il suo fidato ed amato autista e maggiordomo. La mattina del 21 novembre del 1947, gli ordinò di preparare l’auto più lussuosa che possedeva, una Rolls Royce per partire a breve. Una volta in viaggio, da Madrid chiese di avviarsi in direzione nord verso Burgos. Giunti in quella città indicò di deviare verso la certosa di Miraflores, dove fermatisi, i due scesero e dopo un lungo e caloroso abbraccio Pedro consegnò alcune lettere in buste chiuse, al fidato autista con le disposizioni da eseguire. Con passo deciso bussò alla certosa, il monaco portinaio lo fece entrare, e varcando poi l’ingresso Pedro scomparve dietro il portone che si chiuse alle sue spalle.

Una lettera fu consegnata alla famiglia, un’altra alla sua servitù e l’ultima destinata all’autista, il quale prontamente la apri, scoprendo con grande stupore che gli era stata regalata la Rolls Royce, e che già era stata trasferita a suo nome, così come la licenza di taxi per guadagnarsi da vivere, e come ringraziamento per i tanti anni al suo fianco. Pianse di fronte a questo estremo atto di generosità, non unico…difatti si apprese in seguito che Pedro de Soto y Domecq aveva donato tutto il suo patrimonio ai poveri.

rolls royce silver wraith

Questa avvincente storia continua nel prossimo articolo…non perdetelo!

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Dom Ambroise Crollet

per priori generali

Oggi voglio portarvi a conoscenza di Dom Ambroise Crollet il Priore Generale che fu in carica per un brevissimo periodo.

Dom Ambroise Crollet, originario di Bourg en Bresse, abbandonò il mondo all’età di ventidue anni ed andò a chiudersi nella solitudine della Grande Certosa dove emise la Professione nel 1886. Il Reverendo Padre Dom Antoine de Montgeffond, che seppe apprezzarne i meriti, lo chiamò, nel 1731, alla carica di scriba o segretario dell’Ordine. Dom Ambroise Crollet esercitava ancora questa funzione quando fu chiamato a succedere al generale defunto, il 6 giugno 1731. Il noto zelo di Dom Ambroise per la disciplina regolare dava l’impressione che avrebbe continuato con fermezza l’opera dei suoi predecessori, ma Dio lo chiamò a sé pochi mesi dopo. La morte del Reverendo Padre Dom Ambroise Crollet è registrata nella Necrologia della Grande Certosa il 21 gennaio 1732. Aveva sessantanove anni e ne aveva passati quarantasette nell’Ordine. Vadano a lui un ricordo ed una prece.

Dom Juste Perrot

Prosegue nell’articolo odierno, il focus dedicato a conoscere i Priori Generali dell’Ordine certosino susseguitisi nei secoli.

Oggi vi farò conoscere il francese Dom Juste Perrot ministro generale dei certosini dal 1631 al 1643.

Juste Perrot, di nobile famiglia originaria di Parigi, aveva intrapreso da giovanissimo la carriera militare, ma ben presto disgustato dal mondo e fedele alla voce che lo chiamava in solitudine, decise di recarsi nel deserto della Grande Chartreuse per arruolarsi tra i discepoli di San Bruno, lì fece la sua professione e servì il suo Dio con lo stesso coraggio con cui aveva servito il suo re.

Nel 1618 fu scelto come segretario dal Generale Dom Bruno d’Affringues, il quale amava circondarsi di uomini di talento. L’ascesa di Dom Juste all’interno dell’Ordine certosino è strettamente legata a quella di altri due ufficiali della Grande Certosa, Dom Gervais Massé e Dom Alphonse du Plessis de Richelieu, fratello del cardinale ministro. Tutti e tre iniziarono la loro carriera alla Grande Chartreuse sotto il mandato di Dom Bruno d’Affringues, il quale a causa della salute precaria si avvalse di questi fidati confratelli.

Le redini della Grande Chartreuse passarono quindi nelle mani di una sorte di triumvirato dove ciascuno assolveva una funzione particolare: Dom Gervais Massé, si occupava dell’espansione temporale, con l’appoggio di Dom Alphonse de Richelieu, mentre Dom Juste Perrot gestiva i rapporti tra le diverse case dell’Ordine. Dom Perrot mostrò tanta saggezza, prudenza e virtù che i confratelli della Grande Chartreuse lo giudicarono maggiormente degno di sostituire il reverendo padre Dom Bruno, le cui dimissioni erano state appena accettate dal Capitolo Generale del 163I.

Durante il mandato di questo valente priore generale, si narra che Luigi XIII, re di Francia, fondò, nel Chiostro Grande, la cappella di Saint-Louis, e dedicò a questa fondazione una ingente somma di denaro, prelevata dai suoi risparmi reali, non rivendicandoli mai ai certosini, in memoria della sua liberalità, chiese solo un favore. Questo principe chiese che la messa concessa, verso la fine del XIV secolo, dal reverendo padre Guillaume de Raynald al re di Francia Carlo V, fosse celebrata in questa cappella. Fu anche sotto l’amministrazione di Dom Perrot, nel 1640, che il vescovo di Tolone, Jacques Danès de Marly, fece ricostruire la cappella di San Bruno. Si ritiene generalmente che questo antico e venerabile monumento, che risaliva alla nascita dell’Ordine, fosse rimasto intatto fino a quel momento. Il reverendo padre Dom Juste Perrot unì «tre grandi virtù, fermezza d’animo nelle avversità, carità quando era offeso, coraggio quando incontrava ostacoli per i suoi pii scopi». Il Capitolo Generale a seguito della sua morte avvenuta quando era in carica il 13 luglio 1643, aggiunse: “Multis adversis animo et cor pore pressas patientiâ triumphavit”.

Ha trionfato con la pazienza sulle molte avversità che schiacciavano la sua mente ed il suo cuore.

Dom Adamo de Stefano

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L’articolo odierno, è volto a farvi conoscere un monaco certosino di cui vi ho già accennato tempo fà. Lo citai poichè si deve a lui la più antica acquisizione di testi di varia natura di cui abbiamo notizia, risalente ai primordi della certosa di San Martino a Napoli, ciò avvenne allorquando essa era retta dal priore Adamo de Stefano di Aversa.

Adamo de Stefano nacque ad Aversa in una data ignota ma da collocarsi tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento, da una nobile famiglia. Dopo aver conseguito diversi studi, decise di abbracciare la vita religiosa entrando giovanissimo nella certosa napoletana che vi ricordo era stata fondata da Carlo d’Angiò duca di Calabria, primogenito di re Roberto nel 1325. Come avveniva di consuetudine, al momento dell’ingresso in certosa la famiglia del futuro monaco donava come dote alla comunità monastica alcuni beni. Nel caso di Adamo, furono donati tutti i suoi beni costituiti da diverse proprietà immobiliari ad Aversa oltre a diversi poderi a Casacelle, ma soprattutto come vi dicevo tantissimi manoscritti, codici e libri che andarono ad integrare corposamente la biblioteca della nascente certosa napoletana. Sappiamo che a distanza di pochi anni dal suo ingresso in certosa, a causa delle sue doti e virtù fu eletto nel 1339 priore. Si evince da antichi testi, che egli continuò ad arricchire la biblioteca con ulteriori acquisizioni di tomi importanti, a tal proposito bisogna ricordare come Dom Severo Tarfaglioni scrisse:”… et pulchris emit et fieri fecit” ossia “… [e altri libri] meritevolmente fece acquistare”.

Purtroppo, agli inizi dell’Ottocento, quando dopo la rivoluzione del 1799, con le successive soppressioni monastiche, la biblioteca fu incorporata nella costituenda Biblioteca Reale, oggi Biblioteca Nazionale, già le dispersioni dei decenni precedenti l’avevano depauperata di un gran numero di codici pregevolissimi. Probabilmente i volumi superstiti potrebbero essere ancora conservati alla Biblioteca Nazionale di Napoli o in altre raccolte.

Si conosce inoltre, che Dom Adamo de Stefano contribuì assieme alla duchessa Agnese di Durazzo a far costruire la certosa di San Giovanni Battista, nota come la “Porta del Paradiso”, a Guglionesi in Molise. Questa certosa nel 1420, fu poi soppressa ed inglobata alla certosa di San Martino, la quale per ricordarne la memoria eresse, per espressa volontà di papa Martino V, una cappella dedicata al Battista.

Nell’elenco dei priori della certosa napoletana Dom Adamo de Stefano risulta essere il secondo dell’intera lista, ovvero il successore del primo Dom Roberto da Siena ed il predecessore del terzo Dom Pedro de Villa Mayra.

La data della morte è indicata nel 1350, e venne accompagnata dalla seguente dicitura: «morì dopo che avea governato con lode di gran bontà di vita, e di prudenza non ordinaria».

Alla sua memoria vadano le nostre lodi e preci.

Dom Charles-Marie Saisson

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Continua l’approfondimento sui Priori Generali susseguitisi nel corso dei secoli al vertice dell’Ordine certosino. Oggi vi farò conoscere Dom Charles-Marie Saisson, che stette in carica dal 1863 al 1877.

Charles-Marie Saisson nacque nel 1806 ad Avignone, da una famiglia virtuosa. Era insegnante al seminario minore di Sainte-Garde quando pensava di lasciare il mondo; quest’anima d’élite sentiva il bisogno di trovarsi faccia a faccia con Dio nella calma e nel silenzio del chiostro. Quando entrò nella Grande Chartreuse, Charles-Marie Saisson aveva ventinove anni; iniziò il noviziato nell’agosto 1835 e vestì l’abito il 13 settembre successivo. Poco dopo la sua Professione, avvenuta il 14 settembre 1836, i superiori che gli avevano riconosciuto il merito lo inviarono alla Certosa di Roma, dove assunse successivamente gli uffici di Procuratore, Maestro dei Novizi e Vicario. Nel 1838 lo troviamo Procuratore della Certosa di Torino. Da lì si recò a Genova, nel 1841, per rispondere al desiderio del re Carlo Alberto che voleva fondare una seconda Casa di Certosini nei suoi feudi. L’anno successivo, a Dom Charles-Marie fu affidata una missione ancora più difficile: si trattava di recuperare la magnifica Certosa di Pavia, secolarizzata dall’imperatore Giuseppe II. Durante l’anno trascorso nella città di Vienna, Dom Charles-Marie mostrò, come diplomatico, “un talento che è stato superato solo dalla sua pazienza di sopportare la lentezza di una burocrazia meticolosa e le azioni sorde di certi personaggi ostili all’opera. Fece ricorso ai grandi mezzi impiegati dai santi: il digiuno e la preghiera. Toccato da tante virtù, Dio gli fornì potenti protettori e gli rese favorevole la famiglia imperiale. Quando i suoi pazienti passi furono coronati da successo, il Reverendo Padre Dom Jean-Baptiste Mortaize lo nominò Rettore di questa Casa, poi Priore, nel 1844. Essendo poi completamente ristabilita l’osservanza certosina a Pavia, il Generale inviò Dom Charles-Marie a dirigere la Certosa di Padula, pur conservando il titolo di Visitatore; siamo nel 1852. Chiamato, quattro anni dopo, alla Grande Chartreuse, come segretario del Reverendo Padre, lasciò questo Monastero solo nel 1885, per prendere la direzione della Certosa di Bosserville e ricoprire l’ufficio di Visitatore della Provincia di Francia. Fu a Bosserville che i delegati del Grande Chartreuse vennero ad annunciare a Dom Charles-Marie la sua elevazione alla Casa Generalizia. L’elezione ebbe luogo il 2 febbraio e l’insediamento ha avuto luogo il successivo 6 marzo. Si narra che un vecchio monaco, apprendendo la nomina di Dom Charles, gli inviò un quadretto in cui erano rappresentati gli strumenti della Passione, con queste parole che scrisse in calce: et ibi crucifixerunt eum. “Se queste parole – ha detto monsignor Fava, Vescovo di Grenoble, in una lettera indirizzata al suo clero – possono essere applicate a tutti i superiori che si fanno carico, si sono realmente realizzate in Dom Charles, che la malattia lo costringeva tante volte nella sua cella quando non lo stava inchiodando a un letto di dolore. Costò questa natura attiva vedersi condannato al riposo, questo amico della Regola non potè camminare alla testa dei suoi Religiosi – ma si rassegnò, pensando che il dolore, sopportato in unione con Gesù -Cristo crocifisso, fosse fecondo, e che spesso piace a Dio scegliere tra le Comunità una vittima, che depone sull’altare del sacrificio, perché altre anime siano rese partecipi dei suoi meriti. Dom Charles-Marie seguì gli esempi dei suoi illustri predecessori; ristabilì le Certose di Sélignac, Neuville-sous-Montreuil, Glandier, e gettò le fondamenta delle Certose di Hain, in Germania, e Parkminster, in Inghilterra. Questo venerabile generale sembrava aver appreso da Dom Jean-Baptiste Mortaize il segreto di moltiplicare le risorse risparmiate alla Grande Chartreuse dalla divina Provvidenza, ed è per me il dispensatore generoso e fedele. Il Vescovo di Grenoble ci racconta che “mai un lieto male bussò invano alla porta del suo Monastero; ogni miseria che andava a confidare nel suo cuore fu alleviata; la sua anima si apriva al racconto della sventura con un ardore e una tenerezza che la sua voce e le sue lacrime spesso tradivano. Quando a volte si trovava obbligato a rifiutare le richieste che una fiducia eccessiva o indiscreta riponeva in lui, allora gli faceva anche male il cuore. Il suo sguardo affettuoso, così come le sue parole piene di tenerezza, esprimevano il suo dolore e il suo rimpianto. Il Rev.do Padre Charles-Marie è stato chiamato come Generale dell’Ordine a partecipare al Concilio Vaticano; il suo atteggiamento era quello che ci si potrebbe aspettare da un pio figlio di san Bruno. Sull’importante questione dell’infallibilità del Romano Pontefice, si pronunciò in senso affermativo e fece una nota molto notata dai Padri del Concilio. Monsignor Fava, suo ammiratore e suo amico, ci ha lasciato un bel ritratto di questo santo religioso. “Dom Charles era dotato di una delicatezza profonda come il suo sguardo; ma soprattutto era un uomo di cuore. Con la facoltà d’amore che possedeva in grado eminente, Dio le aveva anche elargito le virtù che la orientano, la mondano e la fanno fiorire in fiori e in frutti celesti. Così fu padre de’ suoi Religiosi, ed i suoi Religiosi furono per lui figli amorosi e fiduciosi; prodigava loro i suoi consigli, il suo incoraggiamento, le sue cure ed i suoi servizi. Con i suoi esempi, mostrò loro come, con vera semplicità, si può elevarsi alle virtù più maschili e più eroiche. Chiamato dal suo rango a ricevere la visita di una folla di stranieri, era facilmente accessibile a tutti: semplice con i piccoli, nobile con i grandi. Ammiravamo in lui quello sguardo dolce e vivace, quel volto sempre sorridente in cui si mostrava allo scoperto la sua anima così bella; ci ritireremmo felici. Nel maggio 1876, Don Charles-Marie si recò di nuovo a Roma; volle, prima di morire, rivedere il venerabile Pontefice Pio IX. Uscendo dal pubblico, inondato di felicità e gioia, esclamò: “Ora posso cantare il mio nunc dimittis“. Infatti l’ora della partenza non tardò a scoccare, l’apoplessia che lo colpì improvvisamente il 15 dicembre dello stesso anno, fu per lui il segnale. Il 26 marzo 1877, con il permesso del Sommo Pontefice, si recò alla Chartreuse de Valbonne. In questo clima più temperato, il Venerabile Generale riprese un po’ di forza e riacquistò alcuni giorni di salute, ma fu solo un lampo di felicità per i suoi Religiosi. Il 7 aprile Dom Charles-Marie ricadde per non rialzarsi e il 17 dello stesso mese si addormentò serenamente nel Signore. Poco prima di morire gli fu chiesto se volesse qualcosa: sì, sussurrò.., il cielo! il suo corpo fu riportato alla Grande Chartreuse. Il reverendo padre Dom Charles-Marie Saisson aveva settantuno anni; aveva governato l’Ordine per quattordici anni, e aveva vissuto sotto l’umile abito dei monaci certosini per quarantadue anni.

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Sul portale della certosa di Neuville, scultura rappresentante Dom Charles-Marie Saisson

Dom Bonaventure Eymin

Il personaggio di cui voglio parlarvi nell’articolo odierno, è un certosino che fu nominato Priore Vicario Generale dell’Ordine, ma per un tempo brevissimo. Conosciamone la sua storia.

Bonaventure Eymin, era entrato alla certosa di Valbonne dove fece la professione solenne, ma solo successivamente fu nominato priore alla certosa di Durbon. Era in carica quando scoppiò la Rivoluzione Francese, e pertanto dovette rifugiarsi nella certosa svizzera di la Part-Dieu. Fu qui che ebbe l’opportunità di conoscere il Reverendo Padre Vicario Generale, Dom Romuald Moissonnier, che seppe apprezzare la sua scienza, le sua virtù e la sua prudenza.

Quando nel luglio del 1816 Dom Romualdo, partì per raggiungere la Grande Chartreuse, consapevole della sua imminente morte, volle nominare colui che avrebbe ricoperto, dopo di lui, l’ufficio di Vicario Generale; scelse dunque senza esitazione Dom Bonaventura Eymin. Dopo la morte di Dom Moissonnier avvenuta undici giorni dopo del suo arrivo alla Grande Chartreuse, il nuovo Vicario Generale dovette lì recarsi per presiedere all’elezione di un Generale.

Il 16 settembre 1816, Dom Grégoire Sorel fu nominato Priore della Certosa e Generale dell’Ordine. I tre Vicari e Generali, che erano stati a capo dell’Ordine durante la Rivoluzione francese, cessarono allora il ruolo che avevano così degnamente svolto. Dom Eymin fu, successivamente, con il consenso della Santa Sede, nominato Coadiutore del Generale, il 16 settembre 1822; ma non poteva rendere alcun servizio al reverendo padre Sorel. Il giorno stesso in cui doveva iniziare il suo nuovo ufficio, infatti, si ammalò e morì pochi mesi dopo, il 18 dicembre 1822, dopo aver edificato i suoi fratelli con la sua umiltà ed immensa pietà.

Dom Bonaventure Eymin aveva vissuto cinquantasette anni nell’Ordine dei Certosini.

Dom Jean Pégon

per priori generali

Oggi voglio portarvi a conoscenza di Dom Jean Pegon il Priore Generale che fu in carica dal 1649 al 1675 e che precedette Dom Innocent Le Masson.

Chi era costui?

Jean Pégon appartenente ad una onorevole famiglia dell’Alvernia, nacque in una piccola frazione del comune di Langeac nel 1590. Da giovanissimo, diede addio al mondo volendosi ritirarsi nella solitudine di un chiostro,

Dopo essersi presentato, nel 1611, alla Grande Chartreuse il Reverendo Padre Dom Bruno d’Affringues, pur sapendo apprezzare gli uomini con vocazione, dopo averlo esaminato, ritenne prudente opporsi alla sua ammissione, perché non lo trovò né sufficientemente istruito, né abbastanza robusto. Tuttavia, mosso dal dolore manifestato dal giovane postulante Jean , e commosso dal suo ardente desiderio di consacrare la sua vita a Dio, tra i figli di san Bruno, gli disse: “Potresti, forse, avere qualcosa”.se ti rechi alla Chartreuse de Beaune; “Essa è stata assalita dai protestanti, e sette dei” suoi religiosi sono stati massacrati, la Certosa è appena emersa dalle sue rovine ed è priva di soggetti, “Non sarà difficile… Vai a vedere.» Così licenziato Jean Pégon si presentò e fu accolto in questo monastero. Trentotto anni dopo, dopo aver occupato i più importanti incarichi dell’Ordine, e lasciata ovunque la fama di amministratore fuori dal comune l’ex Postulante, licenziato dalla Grande Chartreuse perché poco capace, vi tornò con il titolo di Generale. A Beaune, egli fece la professione solenne l’11 giugno del 1612, fu poi sacrista e poi procuratore nel 1619. Pochi anni dopo, Dom Pégon fu nominato Priore di questa Casa, che diresse per qualche tempo con la massima saggezza; ma, nonostante il suo desiderio di rimanere in questo monastero dove stava facendo del bene, dovette sottomettersi alla volontà dei suoi superiori. Il Capitolo Generale, che aveva bisogno di amministratori prudenti e di personaggi di riconosciuta santità, per far fiorire la disciplina in alcuni monasteri, lo mandò a dirigere successivamente le Certose di Troyes prima come rettore, nel 1629, e poi come priore nel 1630, priore a Val-Saint Pierre nel 1632, e priore a Digione nel 1639, lo nominò poi Visitatore delle Province di Francia e Piccardia. Alla morte del Reverendo Padre Dom Léon Tixier, i Religiosi della Grande Chartreuse, pieni di stima per i suoi meriti e le sue virtù, lo scelsero come Generale dell’Ordine, verso la fine dell’anno 1649. Dom Jean Pégon seppe con la bontà e la sua dolcezza conquistare l’affetto dei suoi Religiosi. Dedito al bene spirituale del suo Ordine, riuscì a ristabilire la disciplina certosina in un certo numero di Case che sembravano abbandonarsi al rilassamento. Il suo ideale era la perfezione religiosa. Amico delle belle lettere, ha unito una vasta erudizione con una purezza e un’eleganza di stile che hanno dato un valore reale ai suoi discorsi ed ai suoi scritti, fu noto per la sua eloquenza. A lui si deve la magnifica Mappa dei Generali dell’Ordine, incisa nel 1649.

Il mantenimento e la prosperità della Grande Chartreuse furono, per il nuovo Generale, oggetto di cure speciali. Un testimone oculare, in appunti manoscritti sull’origine e la situazione delle Case dell’Ordine, ci dice che “dopo tante disgrazie, la Grande Chartreuse è ora in così buone condizioni che solo il ricordo delle sue perdite rimane senza alcun segno dei suoi incendi e gli incidenti del passato, soprattutto per le belle riparazioni che il Reverendo Padre Dom Jean Pégon, ora saggiamente e felicemente governando l’Ordine, ha fatto lì e si preoccupa ogni giorno di aumentare, avendo adornato la chiesa con il quadro che vediamo lì e comprò i quattro grandi candelieri che stanno davanti all’altare maggiore. Fece realizzare anche i ricchi abbellimenti all’ingresso del cancello del cimitero; infine in parecchi altri luoghi lascia ai posteri testimonianze storiche della sublimità del suo genio e dello zelo che ha e per il bene universale dell’Ordine e per l’utilità di questa Casa di Certosa; Dio lo preserva e gli dà gli anni che merita. Dom Pégon amava molto la solitudine; per questo, nel desiderio di ottenere di volta in volta qualche giorno di ritiro, fece costruire, intorno al 1660, nella solitaria valle di Tenaison, una cappella in onore di San Giovanni Battista e una casetta dove si ritirava ogni anno per trascorrere alcuni giorni in preghiera e meditazione. Là dimenticò le tante faccende dell’Ordine e pensò solo a Dio e alla salvezza della sua anima. Nonostante la sua veneranda età, Dom Jean Pégon ha sempre voluto essere vincolato dalle austerità della Regola e dagli obblighi del suo ufficio. Il giorno prima di morire scriveva ancora la sua corrispondenza da solo e non depose la penna, per così dire, finché non spirò. Morì, rimpianto dai suoi religiosi, il 15 ottobre nell’anno 1675. La Carta del Capitolo Generale del 1676 traccia in poche righe il ritratto di questo eminente Generale. “Abbiamo appena perso il reverendo padre Dom Jean Pégon, priore di Chartreuse; sempre colmo del più tenero amore per Nostro Signore, visse sessantacinque anni in mezzo a noi, famoso per le sue virtù di ogni genere, soprattutto per la sua notevole prudenza e dolcezza; caro, al di là di ogni espressione a Dio ed a chiunque lo abbia conosciuto: per ventisette anni ha sostenuto il mondo certosino con le sue instancabili opere; infine, dopo una serie di punizioni subite per il suo Ordine, tenendo, come un altro Mose, gli occhi alzati al cielo per due ore, morì all’età di ottantacinque anni, il più anziano di tutti i certosini di questo tempo”.

Dom Silvio Badolato

18 Dom Silvio Badolato

Il personaggio che oggi voglio farvi conoscere è un monaco certosino originario di una nobile famiglia. Egli nacque in una data imprecisata, intorno ai primi anni del 1500, a Monteleone, l’attuale Vibo Valentia. Egli fu battezzato con il nome di Scipione, e sin da piccolo si dedicò allo studio nella terra natìa, per poi da ragazzo trasferirsi a Roma per studiare il diritto civile e canonico. Il giovane Scipione, sembrava avviato verso una brillante carriera forense, ma poiché in diverse occasioni era solito fare visita ai suoi conterranei Dom Antonio e Dom Giovanni Mazza, gli illustri fratelli certosini ospiti della certosa napoletana di San Martino.
La frequentazione con questi due religiosi, fece nascere in Scipione l’ispirazione a diventare anch’egli monaco certosino. Fu così che la Provvidenza cambiò il corso della sua esistenza. Nel 1529, entrò nella certosa napoletana prendendo il nome di Silvio. Fin dal principio di questo nuovo percorso, egli si distinse per lo zelo e molteplici virtù, che non passarono inosservate ai suoi superiori. Ben presto egli divenne procuratore della certosa napoletana, per poi essere scelto come priore della certosa di Padula prima e poi di quella di Capri. A seguire divenne priore di Trisulti per ben due volte, di nuovo guidò la certosa di Padula, e due volte a capo della certosa di Serra, poi ancora a Roma, ed infine fu priore della certosa di Firenze e nominato Visitatore della provincia della Tuscia e del Regno.
In questa lunga e variegata “carriera” da priore, fu sempre ben voluto e tenuto in gran stima dalle comunità che diresse, sempre dedito all’osservanza della regola con notevole zelo. Fu dedito nei suoi mandati a dedicarsi con semplicità e rigore alla vita claustrale, mostrandosi sempre come esempio per tutti i confratelli.
Dom Silvio Badolato, nel suo secondo mandato da priore nella certosa di Serra San Bruno, che si svolse dal 1573 al 1577, fece costruire la sala capitolare ed il coro, nonché fece completare il chiostro. In quel periodo ebbe alcune controversie locali, che lo videro prevalere nel rivendicare giusti diritti per il proprio monastero. Ciò gli fece riscuotere enormi consensi tra il popolo, ma soprattutto dal Capitolo Generale dell’Ordine. Dom Silvio Badolato, con la sua saggezza dovette affrontare nel 1576 i pericoli derivanti da una tremenda epidemia di peste sviluppatasi a Messina, la quale arrecava rischio ai territori circostanti la Calabria e quindi della certosa. Ordinò pubbliche preghiere e processioni, per scongiurare il pericoloso morbo, inoltre realizzò una sorta di cordone sanitario sulle spiagge di sua pertinenza per arginare il pericolo. L’anno successivo, nel 1577 fu nuovamente inviato a Padula laddove si dedicò allo studio ed agli scritti, ormai convinto di aver completato il suo percorso e nel 1579 chiese misericordia e ritornò semplicemente a svolgere la vita monastica senza incarichi. Ma nel 1583, i Superiori dell’Ordine lo invitarono a recarsi alla certosa di Roma ad occuparsi come Visitatore della provincia certosina della Tuscia.
Durante questo periodo romano, l’allora pontefice Gregorio XIII, lo tenne in grande considerazione e spesso voleva essere in sua compagnia chiedendogli pareri e consigli. Trascorsero alcuni anni, e Dom Silvio ormai in età avanzata era intenzionato ad abbandonare definitivamente tutti gli incarichi per dedicarsi esclusivamente alla vita contemplativa da semplice monaco e di fare ritorno alla sua casa di professione.
Fu così, che fece ritorno a Napoli, dove in certosa potè dedicarsi esclusivamente alla preghiera ed agli studi. Scrisse alcuni opuscoli ed alcuni commenti sulle Epistole dell’Apostolo Paolo, che per sua estrema umiltà non volle fare stampare. Trascorrendo gli ultimi anni in una quiete assoluta, lentamente come una candela, la sua vita terrena si spense. Ho voluto celebrarlo oggi, poiché morì il 18 febbraio del 1587 dopo cinquantotto anni di vita monastica, ed il giorno 20 fu sepolto nel cimitero della sua certosa. Il Capitolo Generale dell’Ordine gli attribuì il titolo onorifico di “Laudabiliter Vixit” (vissuto lodevolmente /vita esemplare). Senza essere una sorta di canonizzazione, questo titolo è concesso dal Capitolo Generale, all’unanimità dei suoi partecipanti, ai religiosi e alle religiose che si sono particolarmente distinti per le loro virtù e la loro influenza.

Alla sua memoria vadano le nostre preghiere.

Dom Marianus Marck, da principe a certosino

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Il monaco certosino che oggi intendo farvi conoscere ha una storia personale particolare, che mi preme raccontarvi.

Friedrich Alfred, principe di Sassonia-Meiningen, nacque il 5 aprile 1921 a Jena. Egli ha ha vissuto con la sua famiglia in Turingia, prima di frequentare un liceo classico a Stoccarda dal 1930, dove si è poi diplomato con un diploma militare. Fu arruolato come soldato nel 1939, ma a causa di una grave polmonite, fu presto in grado di lasciare l’esercito dopo un periodo trascorso in ospedale. Dal 1942 studia silvicoltura e filosofia a Friburgo, per poi studiare teologia nel 1947, a Bamberg. Dall’ottobre del 1947 all’ottobre 1950 lo troviamo all’Università dei Gesuiti di Innsbruck. Friedrich voleva diventare un prete. Il 31 luglio 1949 fu ordinato diacono. Il principe di Sassonia-Meiningen prese una nuova decisione, il 15 giugno 1950 entrò nell’abbazia benedettina di Niederaltaich. Fin dall’inizio ha portato il nome Marianus Marck.

Non voleva essere “il principe”. Solo il suo abate, infatti, conosceva le sue nobili origini!

Fu ordinato sacerdote il 29 giugno 1950 dal responsabile locale Ordinarius, il vescovo di Passau, Konrad Landersdorfer. Il 1° novembre 1953, giorno di Ognissanti, scrisse una lettera di addio alla sua famiglia ed ai suoi amici. Due giorni dopo, il 3 novembre 1953, padre Marianus lasciò il suo monastero, l’abbazia benedettina di Niederaltaich. Il 18 novembre 1953 fu il giorno in cui Marianus Marck arrivò nella Grande Chartreuse. A 32 anni, durante il postulato padre Marianus indossava ancora l’abito monastico dei benedettini prima di essere vestito, trascorsi tre mesi, da novizio, .

Il giorno della Candelora, il 2 febbraio 1959, il monaco Marianus Marck emise i voti solenni, la professione perpetua, nella Grande Chartreuse. Nel 1962 Dom Marianus soggiorna per alcune settimane nella certosa svizzera di La Valsainte. Egli fu incaricato di sovrintendere ai preparativi per il trasferimento della certosa di Hain da Düsseldorf a Marienau in Allgäu. Si trattava di gestire le trattative immobiliari, i costi ed i piani di costruzione. I suoi superiori credevano che come nobile tedesco potesse avere maggiori facilità di rapportarsi con le autorità tedesche.

Durante questo periodo egli scrisse anche un memorandum dal titolo “La costruzione di una certosa”. Dom Marianus avrebbe gradito che la nuova certosa tedesca fosse stata posta sotto il patrocinio del Cuore di Maria. I superiori dell’ordine inviarono Dom Marianus alla certosa di Parkminster in Inghilterra nel settembre 1962. Qui averbbe dovuto dedicarsi alla contabilità. Dopo il suo ritorno alla Grande Chartreuse, quasi otto anni dopo, il 9 luglio 1970, fu nominato temporaneamente sacrestano. Subito dopo, dovette viaggiare di nuovo, poichè il il 23 agosto del 1972 fu inviato alla certosa della Trasfigurazione nel Vermont, negli Stati Uniti. Su richiesta del priore lì, gli viene affidata la carica di procuratore. Come tale, fu anche responsabile della formazione dei fratelli monaci fino al 1991. Fino al marzo 1994 è stato anche vicario del priore.

Ma purtroppo da quel momento divenne chiaro che Dom Marianus si stava ammalando, divenne smemorato e fragile. I medici diagnosticarono il morbo di Parkinson e la demenza di Alzheimer. Fu trasferito in una casa di cura, accompagnato da due suoi confratelli.

Dom Marianus Marck morì il 18 settembre 1997 ed il giorno successivo fu sepolto nel cimitero della certosa americana.
Il segreto del suo titolo nobiliare, fu tenuto fino alla sua morte, molti che lo conobbero hanno saputo solo dopo tanti anni, che Dom Marianus era un aristocratico di altissimo livello. Si è saputo che egli si trovava nella lista dei possibili candidati per sposare la principessa britannica Elisabetta, l’attuale regina del Regno Unito. L’unica condizione che fu posta al giovane principe di Sassonia-Meiningen Friedrich Alfred, fu quella di diventare protestante. Egli rifiutò categoricamente, e dopo poco decise di entrare in certosa. Sua sorella Regina Helene Elizabeth Margarete Prinzessin von Sachsen-Meiningen, era sposata con Otto von Habsburg, figlio del Beato Carlo, l’ultimo imperatore austro-ungarico.

Fin qui, vi ho narrato la storia di questo certosino dal passato nobile, che ha rinunciato a tutto per trovare Dio nel silenzio e nella solitudine della clausura certosina. In un prossimo articolo, vi proporrò il titolo funebre dedicatogli da Dom Andrè Poisson.

Dom Marianus Marck in USA

Dom Andrea Pannonio

Pannonio ritratto

Dom Andrea Pannonio o d’Ungheria, è stato un noto miniatore ed umanista di lui non si hanno molte notizie sulla sua nascita e sulla sua infanzia. Si conosce che da ragazzo scelse inizialmente l’attività militare, e si sa che combatté durante cinque anni nelle file delle truppe di Giovanni Hunyadi. Appartenente ai familiares del grande condottiero, è noto che era presente anche al battesimo del figlio di lui, Mattia Corvino, che avvenne nel 1444 a Kolozsvár nella Transilvania. Si conosce poi, che Andrea scelse la vita monastica certosina e fu professo della certosa di Ferrara, fu poi ospite della certosa di Bologna nel 1464, poi andò alla certosa di Venezia, ed in seguito in quella di Firenze.
Sotto il ducato di Borso d’Este, nella certosa di Ferrara, divenne, prima, vicario poi, dopo la morte del priore Giovanni “de Montefortino”, nel 1469, gli successe come priore, fu anche consigliere ed intimo amico del duca Borso. Questi, infatti, intervenne in suo favore anche presso il protettore dell’Ordine, cardinale Angelo Capranica, quando il Capitolo Generale certosino depose, nel 1470, per calunnie, Dom Andrea dal suo incarico.
Da Ferrara egli passò a Pavia, da dove si lamentava, poi, di non aver potuto essere presente a Ferrara ai funerali dei duca Borso, morto il 20 agosto del 1471. Instaurò buoni rapporti anche con il successore, il duca Ercole d’Este, cui dedicò, forse miniandole, le ultime sue due opere. A Pavia non ebbe alcun incarico speciale da parte dell’Ordine. Si spostò nelle certose di Venezia e poi di Firenze, ed infine nella certosa di Bologna, laddove molto probabilmente morì come testimonia il Necrologium della certosa di quella città.
Scrisse e miniò per Mattia Corvino il De regiis virtutibus (1467), ora alla Biblioteca Vaticana, e per Ercole I d’Este il De origine clarissime illustrissimeque domus (attualmente alla Biblioteca Estense di Modena).
La prima delle due opere in questione, la De regiis virtutibus, Andrea la scrisse nel 1467 a Ferrara e la dedicò a Mattia di Hunyad, allora già re dell’ Ungheria.
Lo speculum strutturalmente si divide in due parti. Nei primi ventisette capitoli l’ autore invita il re ungherese a mettersi alla testa della guerra santa contro i Turchi e dà un’ analisi esauriente delle virtù necessarie a rispondere alle condizioni morali indispensabili per compiere tale vocazione (fede, speranza, carità, prudenza, temperanza, forza e giustizia, nonchè altre virtù limitrofe come la magnanimità, clemenza, castità ecc.). I dieci capitoli della seconda parte trattano de quattuor novissimis, cioè le quattro fasi finali della vita umana le quali il re dovrebbe contemplare, per poter arrivare alla perfezione morale richiesta dalla santa missione: la morte, il giudizio universale, la perdizione e la gloria eterna.
A Ferrara nell’ex chiesa della certosa si conserva un suo ritratto, tra quelli degli altri priori ferraresi. Precisamente, nella quinta cappella di destra si trova un dipinto seicentesco di Giuseppe Avanzi, raffigurante Borso d’Este, che ordina “La fondazione della Certosa” alla presenza di San Bruno, fondatore dell’Ordine, circondato da coppie di certosini entro cartigli e piccoli ritratti degli stessi monaci. Tra i vari priori succedutisi vi è anche Dom Andra Pannonio.

Le immagini provengono dal volume di recente pubblicazione, di cui vi ho relazionato

Avanzi dipinto

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