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Preghiera per la Quaresima

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Oggi, Mercoledì delle Ceneri segna, nella tradizione cristiana, l’inizio della Quaresima, il tempo di preparazione alla Pasqua. Ecco per voi una splendida preghiera composta da Guigo il certosino.

 

Signore, che non ti lasci vedere se non dai cuori puri, io cerco di capire, leggendo e meditando, cosa sia e come possa conseguirsi la vera purezza del cuore, per diventare capace, grazie ad essa, di conoscerti almeno un poco. Il tuo volto Signore, ho cercato; a lungo ho meditato nel mio cuore, e dal mio meditare è scaturito un fuoco, e il desiderio di conoscerti sempre più a fondo. Quando spezzi per me il pane della Scrittura, ti fai riconoscere, e quanto più ti conosco, tanto più desidero conoscerti, non più soltanto nella scorza della lettera, ma nella percezione sensibile dell’esperienza. Non chiedo questo, Signore, per i miei meriti, ma per la tua misericordia. Riconosco infatti di essere un indegno peccatore, ma «anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla mensa dei loro padroni». Dammi dunque, Signore, la caparra della futura eredità, una goccia almeno di pioggia celeste per rinfrescare la mia sete, perché ardo d’amore.

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Un omelia per la Quaresima

copertina Palavras do silencio

In occasione del giorno in cui inizia la Quaresima, cari amici voglio donarvi una magnifica omelia, di “un certosino”. Essa fu realizzata in occasione della Quaresima del1993, e destinata alla propria comunità monastica, nella certosa brasiliana di Medianeira ed ora da me estratta dal libro “Palavras do Deserto”. Io la trovo davvero stupenda.

Quaresima 1993

Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione” (Mt 26,41)

Carissimi fratelli:

All’inizio della Quaresima, la Sacra Liturgia – tradizionalmente – ci invita al percorso che conduce alla Santa Pasqua attraverso il deserto, il deserto della preghiera e della tentazione. Tutti gli uomini sono infatti impegnati in questo brano del Vangelo che ci offre la visione di Gesù di fronte alla tentazione; ma chi può negare che il monaco solitario sia particolarmente interessato per l’insegnamento di questo brano evangelico?

La nostra vocazione, in modo efficace, è una sequela di Gesù nel deserto, dopo Abramo, Mosè, Elia, Giovanni Battista, Antonio, Pacomio, Giovanni Cassiano, Benedetto e molti altri. Per tutti loro, la solitudine è stata una risposta ad una chiamata di Dio. Tale cammino, “a secco ed arido” (1.4), non è un desiderio spontaneo della natura. Questo è molto chiaro nel brano del Vangelo che ci dice: “Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo” (Lc 4,1-2). È lo Spirito che invita al deserto. Solo Gesù fu battezzato nell’acqua e nello Spirito. Lo stesso Spirito Santo, prendendo possesso di Lui in un modo speciale, lo conduce al deserto. Deserto: pienezza di intimità con il suo Padre celeste. Solitudine: luogo d’incontro intimo. I grandi solitari del passato si ritirarono, come Gesù, per mettersi davanti al Padre e trovare il Padre e la propria identità filiale, ed anche la sua missione: scoprire e ammirare l’infinito amore del Padre. Ma il Vangelo aggiunge una parola sorprendente che, nella tradizione monastica, non è passato inosservato. Il testo di San Matteo: “Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo” (Mt 4,1). Una verità sconcertante che dobbiamo accettare così com’è, misteriosa com’è. Subito dopo il suo battesimo, il Padre manda il Figlio al deserto pieno dello Spirito Santo per combattere il diavolo.

Qui il Vangelo ci mostra un altro aspetto del deserto, luogo privilegiato del combattimento, della tentazione, come è anche un luogo di preghiera, d’incontro intimo con il Padre e di comunione con Dio. I nostri Statuti non lasciano questa verità senza sottolinearla: il solitario “passerà per la prova di una dura lotta (…) e sarà provato come oro nel fuoco” (1.3.2). Qui la tradizione monastica riceve la verità del Vangelo e la conferma per la vita e per l’esperienza. Sappiamo che ci sono molte prove e tentazioni nel deserto; e quello che dicono i Vangeli e la Tradizione, a tal scopo, siamo in grado di confermarlo con la nostra povera esperienza quotidiana. In un altro luogo dello Statuto, possiamo leggere una lunga citazione da San Giovanni Cassiano, in cui spiega il mistero che dobbiamo imitare: “Gesù, Figlio di Dio, si è degnato di offrire a noi nella sua persona l’esempio vivente della nostra vocazione quando, da solo nel deserto, si consegnò alla preghiera e vinceva il tentatore con le armi dello Spirito” (1.2.10 San Giovanni Cassiano, col 10 n.6).

Tutto questo cari fratelli, per farci ricordare e farci rendere sempre più consapevoli della dimensione della nostra solitudine. Il diavolo non è il frutto di una fertile e illusoria immaginazione dei tempi passati che l’uomo moderno potrebbe trascurare. È sempre il tentatore ed il bugiardo che cerca di allontanarci dell’amore del Padre, della croce di Gesù e delle ispirazioni dello Spirito Santo. Si tratta di um combattimento invisibile, ma molto reale. Nel Vangelo, uno degli aspetti più essenziali del mistero della nostra Redenzione è il combattimento personale di Gesù contro il nemico di ogni bene. È questa lotta che il monaco riceve e vive nel cuore. Dobbiamo essere attenti a questo aspetto della nostra vita. L’unica forza che può permetterci di trionfare è la vita stessa di Gesù risorto, la sua preghiera in noi e per noi, la partecipazione dello Spirito Santo, la grazia divina.

Si deve imparare a svelare la presenza e la tentazione del diavolo. Sapere anche rispondergli. È già stato notato che questo è il più grande insegnamento che Gesù ci lascia nella narrazione delle sue tentazioni. Secondo la tradizione spirituale, non si discute con il tentatore. Il dialogo che ci dice Luca è un modello. Gesù non discute. Dà risposte brevi, che sono parole di Dio, portatori dello Spirito Santo. Il nemico è sconfitto dalla Parola di verità, che ci spinge alla fiducia nel Padre celeste e all’obbedienza filiale. Se, pertanto, ci capita di trovarci in disturbo interiore, in insinuazione allettante, quando entrare nel nostro cuore la richiesta per il  male o la considerazione di un bene inferiore e fuorviante, sosteniamoci nella Parola di Dio e rifiutiamo ogni dialogo con quello che vuole sedurci attraverso un dialogo inutile e ambiguo, come l’ha fatto con Eva nel paradiso terrestre. Il dialogo con il diavolo è sempre pericoloso e l’inizio del consenso è l’inizio della piacevole accettazione, ma peccaminosa.

Ed il Vangelo di Luca, dopo aver narrato il triplice episodio della tentazione, conclude così: “il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato”; alcune traduzioni dicono: “Fino ad un altro momento” (Lc 4,13). Si tratta, secondo alcuni Santi Padri, dell’agonia di Gesù nell’orto del Getsemani, agonia nella quale Gesù ci lascia un altro insegnamento sulla tentazione e come superarla. Ascoltiamo Matteo: “E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedèo, cominciò a provare tristezza e angoscia. Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me» E avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!». Poi tornò dai discepoli e li trovò che dormivano. E disse a Pietro: «Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me? Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (26, 37-41). Qui abbiamo un altro insegnamento che la tradizione monastica non ha mai mancato di trasmettere: il monaco è esposto in modo permanente alla tentazione; la sua ascesi di debolezza, una debolezza che solo la perseverante preghiera può prendere umilmente nella lotta invisibile. “Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione”. La mancanza di vigilanza e la negligenza nella preghiera, fa si che i discepoli non possano affrontare la tentazione né la propria debolezza; lasciano Gesù da solo nel suo combattimento.

Il capitolo della tentazione di Gesù nel deserto, anche se il deserto è considerato nella tradizione profetica come un luogo ideale d’incontro con Dio (cfr Dt 32, 10 e Os 2,16) e di intimità filiale con il Padre, offre con l’agonia di Gesù nel Getsemani, un unico insegnamento che è come una teologia riassunta della vita di Gesù e della sua opera redentrice attraverso la sofferenza e la preghiera: la battaglia invisibile. È anche l’immagine della nostra vita: Dio non garantisce una vita facile, né pane invece di pietre. È attraverso la prova e la preghiera che il monaco deve capire il senso della sua nuova vita in Cristo, della sequela di Cristo e la sua unione nell’opera redentrice del Signore.

Le tre tentazioni di Gesù, ed anche la sua agonia pasquale, hanno come punto finale l’accettazione umile, luminosa ed amorevole della volontà del Padre, anche della sofferenza e dell’umiliazione, l’accettazione filiale e fiduciosa ottenuta attraverso la preghiera.

Tutto questo non si riduce alle categorie del sforzo umano. Anche ci esige la vigilianza e la preghiera. È la nostra umile corrispondenza alla grazia divina. La Certosa non è il luogo dei grandi lampi spirituali. Mai è stata. Sappiamo anche che l’Ordine ha una avversione contro ogni manifestazione di singolarismo nella vita spirituale. La ragione è semplice: fin dai tempi più antichi, molti sono stati ingannati dalla loro immaginazione e dal loro desiderio indiscreto di si diventare visibilmente devoti. Direi che è il luogo della perseveranza nella vigilanza e nella preghiera. Il monaco è continuamente esposto alla tentazione, soprattutto se lascia la preghiera indebolire o la vigilanza addormentare. È attribuito al grande Abate Poemen questo apoftegma: “La grande prodezza dell’uomo spirituale consiste nel contare sulla tentazione fino alla morte”; e, d’altro canto, Antonio Abate diceva: “Sopprimi la tentazione e nessuno sarà salvato”. La tentazione è un aspetto della pedagogia divina: contribuisce a radicare l’anima nel bene, per farla crescere in amore – frutto della volontà e non della sensibilità. Frutto anche di una umile perseveranza nel bene e della sfiducia in noi stessi. Dio la permette per renderci più consapevoli della nostra debolezza di peccatori, per distaccarci della propria volontà, farci perdere la fiducia in noi stessi e farci contare solo sulla grazia divina. Ciò è essenziale nella vita spirituale. È così che il cuore si purifica e si unisce a Dio. Altro cammino è la costruzione sulla sabbia della immaginazione e dell’irreale. Dio vuole da noi questa accettazione della sua pedagogia, il frutto del suo amore. Accettazione umile, che è espressione autentica e non illusoria del nostro desiderio di Lui, della nostra preghiera, autentica espressione del nostro desiderio di crescere secondo la sua volontà e non la nostra. Lui sa di cosa abbiamo bisogno.

Vegliare e pregare per non cadere in tentazione.

Vegliare e pregare per crescere nella fiducia in Dio.

Vegliare e pregare affinché Egli cresca in noi e ci possieda totalmente.

Ricorda il cammino che ti ha fatto compiere il Signore tuo Dio in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti, per provarti, per conoscere ciò ch’è nel tuo cuore” (Dt 8,2).

Ricordati del Signore tuo Dio, poiché lui ti ha dato la forza (Dt 8,18).

Vegliamo, dunque, e preghiamo per non cadere in tentazione; ma, al contrario, percepiamo e conosciamo la pedagogia dell’amore divino nella prova.

Amen.

Quaresima in certosa

Quaresima in certosa

ingresso

Certosa Scala Coeli (ingresso)

Dopo avervi offerto uno stralcio della intervista di Dom Antão Lopes, priore della certosa diS cala Coeli di Evora, Portogallo, eccovi l’intero documento filmato della RTP 2 andato in onda domenica 25 scorso, nel programma televisivo ’70×7′. Le telecamere sotto la direzione del priore ci conducono negli ambienti dell’antica certosa portoghese in questi giorni di inizio Quaresima, che come abbiamo visto sono molto importanti per la vita della comunità monastica certosina. Luoghi comunitari, la chiesa, il chiostro, il refettorio, e la clausura della cella con il suo scarno arredo, ci vengono svelati e spiegati da Dom Antão. Il suono della campana ed il cinguettare degli uccelli sono gli unici rumori che turbano la quiete ed il silenzio, facendoci ammirare un atmosfera fuori dal tempo. Le considerazioni del Padre priore sulla vita monastica in certosa, e nello specifico su questo periodo di quaresima che ci conduce alla celebrazione della Santa Pasqua sono molto profonde.

Cari amici, oltre al video, vi allego la traduzione in italiano dell’intera intervista a Dom Antão Lopes.

“La Quaresima è la Certosa o la Certosa è la Quaresima continuata.

La nostra vocazione consiste nel trascorrere tutto l’anno da soli con Dio e digiunando.

Durante la visita alla Certosa c’è il vantaggio di far conoscere la vita dei certosini. Perchè la nostra architettura è particolarmente costruita per il nostro modo di vita che è molto diverso. E così, anche la nostra chiesa è speciale, è particolare.

Nella nostra chiesa ci sono due parti. Da ormai 900 anni, perchè nel Medioevo i fratelli, la metà della comunità, non sapeva leggere. I lavoratori fratelli erano praticamente poco istruiti, quindi rimanevano dietro, a sentire il canto dei sacerdoti. Di fronte era il Coro, dietro i monaci conversi, così era la divisione. Attualmente questa chiesa è troppo grande per noi ed usiamo la antica sacrestia.

Bene, la cella è il deserto dei certosini ed uno degli aspetti della vita di Gesù durante la Quaresima nel deserto è stato il digiuno, ma per noi mangiare ha una caratteristica speciale, perché mangiamo da soli e questo costa troppo, soprattutto ai giovani. Riceviamo ogni giorno il cibo qui (indica la porticella), dall’esterno il fratello dispensiere lascia il cibo e il monaco lo raccoglie e mangia qui (apre un tavolino).

I fratelli, i giovani, che sperimentano un tempo qui, che trascorrono un mese sperimentando la nostra vita, dicono che quando sono da soli osservano che la solitudine è evidente, perchè quando stanno lavorando sono occupati, ma quando mangiano da soli sentono il peso del sacrificio, della rinuncia alla famiglia.

Perchè lì fuori sono nella università, stano lavorando e al mezzogiono si riuniscono. Questo è un aspetto molto importante della nostra vita, perchè ci fa sentire che abbiamo rinunciato all’umanità, alla famiglia, agli uomini. Mangiamo da soli, ma dopo abbiamo le feste e la domenica insieme. Mangiamo insieme e chiacchieriamo. Durante la settimana, in cui trascorriamo da soli, è uno dei simboli della nostra solitudine.

La Quaresima è la Certosa o la Certosa è la Quaresima continuata. Ricordiamo che la Chiesa celebra e imita anche il ritiro di Gesù 40 giorni senza mangiare nel deserto tentato dal diavolo. Questo è per tutti i fedeli un esempio da seguire in questi giorni. Questa parola ‘deserto’ è il significato della Certosa. Certosa è il deserto ed anche si chiama Eremo (termine arcaico in testi antichi). Eremiti perchè imitiano la vita da quei monaci dell’Egitto, della Siria che si ritiravano al deserto. Dunque la nostra vocazione consiste nel trascorrere tutto l’anno nel deserto. E tutto l’anno da soli con Dio e digiunando. Quindi, questa quaresima per noi non è diversa del tutto resto dell’anno.

Tuttavia, il digiuno è un po’ più forte, il cibo è più povero e la liturgia soprattutto è più abbondante e ricca. Abbiamo più tempo di preghiera e i canti sono più ricchi e abbondanti, perchè durante l’anno si ripetono certe cose, ma qui abbiamo

tutti i giorni antifone proprie, infine, la ricchezza della liturgia è una delle caratteristiche.

Gesù è un modello per noi. È interessante ricordare e sapere che Gesù è così santo e così perfetto che ogni santo lo imita in un aspetto particolare. Non tutti i santi sono poveri come S. Ignazio, né predicatori come San Francesco Saverio, ecc. Noi certosini imitiamo Gesù proprio in questo punto, abbiamo scelto di essere Gesù e la sua vita è il nostro modello nel deserto. In questo modo speriamo di essere santi, e come ha detto San Paolo, il corpo mistico è un corpo in cui un fratello è il piede e l’altro è la testa. Siamo o ‘le mani’ o ‘i piedi’, siamo una parte specializzata del corpo mistico.

La Quaresima è bella, perchè è necessario riconoscere, anche se c’é questo aspetto esigente e mortificativo, la quaresima porta consolazioni. Anche I fedeli lì fuori sperimentano, ad esempio, lasciare il tabacco ed altri,e ricevono una ricompensa. E noi qui, invece di triste, siamo felici. Ha detto Gesù a non fingiamo il digiuno, però qui non abbiamo bisogno di fingere, perchè in realtà Dio consola.

È interessante notare che i giornalisti ed altri scrittori che scrivono su di noi, danno troppo importanza al digiuno, ma noi invece ne diamo molto meno.

I giovani che entrano qui, commentano questo. Loro vedono che non diamo così rilevanza al fatto di mangiare male o poco. Sembra che questo è un modo per avere più tempo libero, di spendere meno tempo e meno denaro per fare la vita, ma anche se, in realtà, lì fuori dicono che i certosini digiunano, non diamo importanza come pensano. Ci preoccupiamo di più della preghiera. La preghiera e il digiuno sono i due aspetti, ma la preghiera è l’aspetto più forte della nostra vocazione.

Il Triduo Pasquale non è giovedi, venerdì e sabato, ma solo, il venerdì, il sabato e la domenica. Il giovedi ancora conserva i testi normali, abituali. Solo ci sono propri testi per il venerdì, il sabato e la domenica.

Il giovedì santo ha molta forza, è il giorno dell’Eucaristia, il giorno di festa. Tra gli ultimi giorni, questo è il più allegro, ma non è esattamente parte del Triduo. Se parliamo dell’autentico Triduo, la morte del Signore e i tre giorni che aveva profetizzato e ha promesso di risorgere, ovviamente la Domenica è la più grande. Questo è il giorno che il Signore ha fatto, così cantiamo. La Domenica è il gran giorno! Il Venerdì è immensamente grande, perchè è il giorno della morte. Il Sabato abbiamo la liturgia, non abbiamo Messa. Lì fuori il sabato è in anticipo al pomeriggio nelle parrocchie. Man non per noi, il sabato non usciamo della cella.

Il digiuno ha molti aspetti, ne diremmo due : la quantità e la qualità. Mangiamo poco, e curiosamente ho appena detto che il Venerdì viviamo a pane e acqua, ma notiamo che il nostro sacrificio è il sabato. Sabato la mattina, perchè solo mangeremo a mezzogiorno, perchè abbiamo dormito male da venerdì al sabato. Diciamo che Gesù ha fatto il sacrificio il venerdì e noi facciamo il sabato, perchè sentiamo le conseguenze di mangiare male, la debolezza e la indisposizione.

Ma la qualità c’è un altro aspetto molto importante. Gli uomini hanno bisogno di impiegare molto tempo per fare una vita e hanno bisogno di lavorare. Questo non è una critica, so che è necessário, è evidente. Ma questa evidenza può essere meglio amministrata. Gli uomini hanno bisogno di dedicare parte della loro vita a fare soldi per mangiare, ma se mangiamo più semplicemente, perdiamo meno tempo per fare soldi.

Questa è la filosofia della Certosa, dividiamo la giornata in tre parti: otto ore di preghiera, otto ore di lavoro e otto ore di riposo. In queste otto ore non abbiamo bisogno di fare affari, fare grandi industrie e le complicazioni e, per questo, cerchiamo di avere costi minimi. Per l’aumento della vita contemplativa, i costi devono diminuire. E per ridurre i costi, dobbiamo mangiare meno, usare l’abbigliamento per un periodo più lungo, utilizzare i mobili e gli utensili della cella per più anni … questa qualità di digiuno e di mangiare più semplice hanno un obiettivo, al fine di dedicare più tempo alla spiritualità e meno al materiale

Siamo qui in cortile, in parte per poter vedere come è una cella, ma anche perchè è un luogo che ci collega al deserto della Giudea, quello esterno, alla natura, dove Gesù si è ritirato. Ci riporta anche ai primi Eremiti della Chiesa (Padri del deserto) che si sono ritirati nel deserto dell’Egitto e della Siria, Santo Antonio, San Paolo l’eremita, San Pacomio…tutti loro hanno cercato di imitare Gesù in un luogo che aiutasse loro. Il luogo è questo, la natura. Abbiamo preghiera liturgica, ma abbiamo la preghiera personale, abbiamo tempo libero perchè noi siamo qui tutto il giorno chiusi, e questa unione con la creazione aiuta molto a unirsi con il Creatore, facilita molto la preghiera.

Mentre parliamo di spazio, è interessante osservare che in altre Certose, più al Nord della Europa, il cortile è meno utilizzato. A Evora leggiamo molto qui seduti, facciamo passeggiata pregando il rosario o in silenzio. Il nostro cortile è molto utilizzato, adesso a febbraio possiamo restare qui seduti, ma in altre Certose questo è impossibile. Dunque, il nostro cortile è per la preghiera ed anche per la lettura.

Allora, cosa leggiamo? Principalmente la Scrittura e dobbiamo riconoscere, come la Chiesa ci insegna, che Gesù ha vinto le tentazioni durante la Quaresima con la parola di Dio. Il diavolo ha tentato Gesù tre volte e lui ha risposto con tre parole. Dunque per noi, la Scrittura è un aiuto fenomenale. Abbiamo anche le nostre tentazioni, le nostre idee, pensieri che a volte sorgono dentro di noi. La Scrittura e soprattutto il Vangelo, è molto importante.

È buono che le persone lì fuori sappiano, noi dovremmo conoscere a memoria la Scrittura, al fine che lei venga dentro di noi facilmente, quando abbiamo bisogno di un aiuto interiore.

Praticamente nessuno di loro giovani falliscono dal sonno o per il cibo. Abbiamo il sacrifício di dividere il sonno e questo costa nel primo mese, per alcuni più, per altri meno. Non riescono sdraiarsi alle 8 o alle 9 ed svegliarsi a mezzanotte, perchè erano abituati a sdraiarsi a mezzanotte, però dopo settimane si abituano.

Sul cibo, sono giovani di 20, 30 anni e possono mangiare qualche cosa. Noi, anche se mangiando in modo povero, si può vedere per la età che abbiamo, mangiamo ragionevolmente e siamo ben nutriti. Qui la difficoltà per la perseveranza dei giovani sono di solito due: la solitudine e la famiglia. La rinuncia alla famiglia costa molto, è costato a tutti noi, la solitudine costa meno a noi. Ma nessuno di loro sono andati via perchè hanno avuto fame.

Ora, questo è l’ingresso nella cella che nella letteratura certosina chiamiamo ‘Ave Maria’, perché c’è solo questo inginocchiatoio e questa immagine per preghiamo una Ave Maria quando entriamo nella cella.

C’è molto senso! La Madonna ci aiuta nella solitudine. La solitudine è comunque costosa, dobbiamo vivere con i nostri pensieri, ma la Vergine Maria è materna con noi. Ogni volta che arriviamo, preghiamo una Ave Maria. Il resto della stanza è grande perchè siamo qui per preparare le cose per mangiare ed altre cose, è una sala particolarmente grande. Però qui c’è un inginocchiatoio con l’Ave Maria, e cominciamo la vita di solitudine con il Signore nella cella. Dopo c’é l’oratorio.

Abbiamo liturgia cantata tre volte al giorno, ma altre quattro preghiere liturgiche anche noi preghiamo qui, da soli. Questo oratorio, la cappella privata della cella, è per questa liturgia solitario. Inoltre, ogni monaco può dedicare durante la giornata più volte liberamente il suo tempo alla preghiera. Lui può fare qui la conversazione con Dio, o molto spesso anche nel cortile.

Il grande vantaggio della solitudine, nonostante le richieste, è che permette di personalizzare molto la vita personale di preghiera e di unione con Dio. Ci sono monaci che pregano più volte il rosario, monaci che leggono più sulla vita dei santi, altri leggono più la teologia e, quindi, ogni monaco può applicarsi ai suoi gusti e dopo cambiare. Però sempre qui c’é una parte di preghiera liturgica e personale molto forte e il resto del tempo può essere dedicate al rosario, alla lettura, ecc. La preghiera è molto facilitata dalla solitudine, non solo nel senso che possiamo unirci a Dio più affettivamente, ma anche che siamo in grado di gestire il nostro tempo più liberamente.

La solitudine non è l’essenza della Certosa, è solo un mezzo, il fine è l’unione con Dio. Perché sopratutto rinunciamo alla famiglia che abbiamo, che amiamo, nostri genitori? Perchè? É perchè qui incontriamo Dio.

Gesù ha anche detto nel Vangelo che passava le notti da solo, dopo aver fatto miracoli trascorreva le notti di solitudine con Dio. La parola solitudine non è altro che una preparazione per quello che se permette, che se si persegue, e se si riesce, ci consente di unirci a Dio”.

Ringrazio a nome di tutti voi, l’emittente televisiva portoghese RTP 2 per averci offerto la possibilità di entrare nella certosa di Scala Coeli.

 

 

 

Intervista a Dom Antão Lopes

Intervista a Dom Antão Lopes

Dom Antao Lopes.

Oggi vi offro questa intervista rilasciata dal Priore, Dom Antão Lopes, della certosa portoghese di Scala Coeli di Evora. Questo documento filmato, in lingua portoghese, è imperniato sull’importanza del periodo quaresimale per i monaci certosini. La Quaresima che ha inizio con la celebrazione delle Ceneri (18 febbraio scorso), è un periodo di quaranta giorni, esclusa la Domenica, contraddistinto da digiuni, penitenze e conversione, finalizzato alla preparazione della Pasqua, la principale festa del calendario cristiano. Ciò premesso, oltre al filmato che potrete vedere vi allego la traduzione in italiano del testo della preziosa intervista, affinché possiate comprendere appieno il contenuto di essa.

Il Priore della Certosa Scala Coeli di Évora, Dom Antão Lopes, considera che il tempo della Quaresima corrisponda al quotidiano per i certosini, poiché essi vivono “tutto l’anno nel deserto.”

“Il deserto è il significato della certosa. La nostra vocazione consiste nel trascorrere tutto l’anno da soli con Dio e digiunando”, il deserto del monaco è la sua cella, dove passa la maggior parte del tempo.

“Questo spazio ci collega al deserto della Giudea, quello esterno, alla natura, dove Gesù si è ritirato. Ci riporta anche ai primi Eremiti della Chiesa (Padri del deserto) che si sono ritirati nel deserto dell’Egitto e della Siria, Santo Antonio, San Paolo l’eremita, San Pacomio…tutti loro hanno cercato di imitare Gesù in un luogo che facilitasse la natura”.

Il Priore ha aggiunto che in certosa, il Tempo della Quaresima non si differisce molto dal resto dell’anno, tranne che per il digiuno che è “più forte” e la liturgia “più abbondante e ricca”, con maggior tempo dedicato alla preghiera ed al canto.

Dom Antão Lopes, osserva che quando i media parlano della certosa, danno grosso risalto all’ astinenza, ma che i monaci invece non le danno così tanta rilevanza.

“Egli nel descrivere la vita quotidiana di ogni monaco, rivela che mangiare poco fa parte della “normalità” di una vita in cui il nucleo importante è la preghiera.”

“È qualcosa che entra nella normalità della nostra vita. Il fatto che mangiamo poco e in modo più semplice è una cosa che ci rende più tempo libero e anche è più economico. Il più importante per noi è la preghiera. Questo è l’aspetto più forte della nostra vocazione”, ha asserito.

La giornata in certosa è divisa in tre parti (otto ore di preghiera, otto ore di lavoro e otto ore di riposo), in cui la lettura ha un posto centrale nella formazione spirituale del monaco, in particolare la Bibbia, a somiglianza dell’esperienza del deserto vissuta da Gesù.

“Non possiamo dimenticare che Gesù, nel deserto, ha vinto le sue tentazioni con la Parola di Dio. Per noi, la Scrittura è un aiuto fenomenale. Abbiamo anche le nostre tentazioni, le nostre idee, pensieri che a volte sorgono dentro di noi. La Scrittura e soprattutto il Vangelo, è molto importante “, afferma Dom Antão.

Egli ci ricorda che i monaci non si impegnano in attività redditizie e devono anche avere un minimo di costi.

“Per l’aumento della vita contemplativa, i costi devono diminuire. E per ridurre i costi, dobbiamo mangiare meno, usare l’abbigliamento per un periodo più lungo, utilizzare i mobili e gli utensili della cella per più anni … questa qualità di digiuno e di mangiare più semplice hanno un obiettivo, al fine di dedicare più tempo alla spiritualità e meno al materiale. ”

Solamente con 6 monaci, la radicalità della vita nella certosa di Évora, ha come  difficoltà principali “la solitudine e la famiglia.”

“La rinuncia alla famiglia costa moltissimo, è costato a tutti noi, la solitudine costa anche, ma è un mezzo per arrivare a Dio”, conclude.

 

S. Ugo vescovo di Grenoble

S. Ugo vescovo di Grenoble

(1053 – 1132)

Oggi la chiesa celebra S. Ugo vescovo di Grenoble, voglio ricordare la sua santa figura, poichè tra l’altro è stato colui che dette l’opportunità a Maestro Bruno di poter avviare la vita eremitica e cenobitica. Come tutti sappiamo, Ugo è il protagonista del sogno premonitore delle “sette stelle”, che apparvero l’indomani mattina come pellegrini in cerca del luogo idoneo dove poter esercitare la loro missione. Il caritatevole vescovo, non esitò ad indicare a Bruno ed i suoi sei amici il luogo donatogli dove stabilirsi per poter cominciare la nuova esperienza: il deserto di Cartusia L’amicizia con Bruno ed il desiderio di poter vivere nell’ascesi, nel silenzio, per incontrare Dio, lo portarono a chiedere ripetutamente di essere dispensato dalle funzioni vescovili. Purtroppo la sua richiesta non venne mai accolta, ed egli si limitò a vivere certosinamente, ed a frequentare Bruno ed i suoi seguaci. Ugo essendo attratto dalla loro vita solitaria, si recava spesso a trovarli, e si narra che era sua consuetudine trattenersi con i monaci più del previsto e che talvolta Maestro Bruno doveva ricordargli:: “Ite ad oves vostras ovvero lo esortava a ritornare in sede a curare il suo gregge. Tale è la vicinanza con i certosini, che nella sua iconografia, è quasi sempre raffigurato con il pastorale e la mitria vescovile, ma vestito da certosino, pur non essendolo mai diventato, e contornato dalle leggendarie sette stelle!!!

Questo bellissimo dipinto dello spagnolo Francisco de Zurbaran, ci mostra appunto il  vecchio vescovo nel refettorio dei certosini. Ma è lo spunto per narrarvi del miracolo in esso raffigurato. Si narra che Ugo inizialmente, era colui che portava, generosamente, il cibo a i primi sette eremiti. La  domenica prima del mercoledì delle ceneri, il vescovo di Grenoble inviò loro della carne, alimento che essi non consumavano, ma ciò stimolò in loro una discussione circa la pratica della ferrea astinenza. La leggenda vuole che mentre essi discutevano caddero in un sonno profondo, che durò  quarantacinque giorni, ovvero per tutta la Quaresima. Ugo impegnato nell’attività episcopale, si recò a far visita ai sette anacoreti solo il mercoledì santo, scorgendoli a tavola ma intenti a svegliarsi dal sonno ed increduli sul tempo trascorso. Il vescovo potè scorgere, con stupore, che la carne da lui inviata che era nei piatti, si era trasformata in cenere, questo prodigio confermò l’approvazione Divina della pratica dell’astinenza dalla carne da parte dei pii eremiti. Questo miracolo occorso ai primi sette certosini è dunque all’origine della ancora attuale pratica della loro astinenza perpetua della carne. La scena è egregiamente raffigurata dal pittore spagnolo Francisco de Zurbaran, che realizzò questo dipinto tra il 1630 ed il 1635 per la Sagrestia della certosa di Siviglia. Oggi l’opera è invece esposta al Museo Provinciale di Belle Arti di Siviglia.

Riporto il video che ci ricorda la sua santa esistenza