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Dio è una serena evidenza (parte seconda)

Brother Marcellin Theeuwes, former general prior of the Carthusians, Taize, july .2015

Come vi avevo preannunciato ecco a voi la seconda parte dell’intervista a Dom Marcellin Theeuwes.

“Dio è una serena evidenza”

parte seconda

 I due pilastri della vita certosina sono il silenzio e la solitudine, che sono spesso fraintesi nella nostra vita moderna. Come capirli?

– Il silenzio e la solitudine inquietano. Tutto è fatto nelle nostre società per riempirli il più presto possibile. Ma senza il minimo di silenzio e solitudine, l’uomo perde di vista se stesso, non riesce più ad ascoltare ciò che si mormora in lui. Questi due pilastri permettono progressivamente di imparare a “abitare con se stesso” come diceva San Benedetto. Non è imprigionare il silenzio e la solitudine come faremmo con gli animali selvatici, ma di entrare progressivamente, amichevolmente, come passiamo attraverso una porta stretta verso uno spazio di maggiore libertà. La solitudine ed il silenzio permettono una discesa profonda in noi stessi, non ci isola, aiutaci a decentralizzarci: il silenzio ci apre alla Parola e la solitudine alla presenza di Dio. Questi due pilastri possono essere fecondi nel cuore di un’esistenza vissuta nel mondo, nella vita familiare e professionale. Come abitare la propria esistenza, come tessere legami fecondi con l’altro, se si è rivolto al di fuori di se stesso? Vissuti abbastanza radicalmente per vocazione e predisposizione interiore dai certosini, il silenzio e la solitudine sono anche indispensabili a ogni vita umana.

I certosini vivono la giornata nella cella, dove pregano, lavorano e mangiano da soli. Perché questo isolamento?

– Non si tratta di un isolamento, ma di una risposta a una chiamata. La cella offre un luogo dove si impara a vivere con se stesso per mantenersi alla presenza di Dio. Un’ascesi che corrisponde ad una vocazione particolare, un sentiero paradossale di liberazione.

Forse è l’ aspetto più “ruvido” della vita certosina?

– No. Spesso più difficile sono l’obbedienza e la vita comunitaria. L’obbedienza non è una risposta “militare” ad un ordine esterno, ma è un dono di autodeterminazione. È lasciarsi condurre dove, spontaneamente, non abbiamo il desiderio di andare. Una strada di umiltà dura in certi momenti…ma il frutto è così spesso la gioia! Nella vita di comunità, i limiti umani, le differenze, le personalità si confrontano. È un’esperienza di spogliamento. La realtà quotidiana, lontano da una visione un po’ sognata della vita monastica, ci chiama ogni giorno alla conversione!

 La parola chiave è “l’umiltà”?

– Sì. Accettare le nostre debolezze, senza cadere in un cattivo senso di colpa, perché il nostro Dio ci accoglie con i nostri fardelli. Non essere per se stesso un maestro troppo severo; guardare te stesso, senza compiacimento, ma con misericordia.

 Il grande appuntamento, è l”Ufficio Notturno. Una veglia che vi costringe ad alzarsi a mezzanotte per quasi tre ore di preghiera…

– L’Ufficio è quello che ci segna di più. Il mondo dorme, una buona parte della vita attiva si ferma, il silenzio è più significativo. In quest’ora ci alziamo unicamente per pregare e condividere un grande momento di intimità con il Signore. Noi “degustiamo” i salmi leggermente. Siamo collegati al mondo, agli uomini e alle donne che affidiamo alla tenera misericordia di Dio. Questo Ufficio Notturno è la fonte che irriga la mia vita di monaco certosino!

 Una fonte che ti aiuta a “trovare” Dio?

– Forse di più per consentirGli di unirsi a me. Non so se “trovo” Dio attraverso gli sforzi fatti per raggiungerLo. Chiaro, l’ascesi è necessaria, ma è sempre Dio che agisce per primo. È Egli che ci avvicina di noi e ci cerca, nonostante le nostre debolezze e le nostre difficoltà a riconoscerLo. Noi possiamo alimentare il nostro ardente desiderio di raggiungerLo. In certi momenti di grazia, accade l’incontro; allora, sì, oso dire che “trovo” Dio!

Dopo più di 50 anni di vita monastica, Lo conosci un po’ meglio?

– Dio rimane sempre l’Altro, e ci sfugge. Ma la Sua esistenza diventa per me ogni giorno più di un’evidenza…

“Un’evidenza”? È una parola forte!

– Non riesco a trovare altro. Dio è per me una serena evidenza. Sono sicuro del Suo amore infinito.

 Il nostro tempo è piuttosto segnato dal dubbio…

– Sarà che alcuni credenti non si accontentano? Non conviene, uscire da questo mezzo, per osare affermare, tranquillamente, che Dio esiste, che Lo vediamo all’opera nelle nostre vite, nella storia? Ritornare alla catechesi e alla predicazione, più esplicitamente alle virtù teologali: la fede, la speranza e la carità? Nel nostro battesimo abbiamo ricevuto la grazia di credere in Dio, di sperare nel Suo amore ed amare come Egli ci ama. La fede non è un semplice auspicio umano, è una speranza. Dobbiamo lasciarla agire. Affrontare ciò che è talvolta descritto come “l’assordante silenzio di Dio”, uscire da una sordità prima di tutto segnata dall’assenza del desiderio di incontrarLo.

Il male, la sofferenza, restano come i grandi ostacoli alla fede…

– La sofferenza, la malattia, la morte sono inerenti alla nostra condizione. Attraverso Cristo, possiamo imparare a vivere con queste ferite e scoprire che la morte non ha l’ultima parola. Per la Risurrezione, possiamo avere la speranza di una vita che trascende la morte. La morte come un passaggio, un’immersione nell’amore di Dio.

Si tratta di osare abbandonarsi?

– Sì, bisogna affidarsi al Padre e dirGli con Cristo: “non la mia volontà, ma la Tua volontà”. Non abbiamo tutta la vita per imparare quest’abbandono; osare fidarsi nonostante l’enigma del male e della sofferenza; credere, nonostante ciò che sembra contraddirlo, perché Dio vuole solo una cosa: la nostra felicità.

Il grande cammino che conduce alla felicita è la preghiera?

– Sì. Ed il modo migliore di imparare a pregare è quello di mettersi in preghiera, cioè, il coraggio di credere che c’è qualcuno ad ascoltarci. La preghiera è un atto di fede in Dio.

Cosa fare quando non c’è più gusto nella preghiera?

– Bisogna perseverare, resistere, nonostante tutto. Appoggiarsi sui salmi, sulla preghiera della Chiesa, sul Vangelo…Affidare questo tempo di deserto al Signore. Aspettare…

Dom Agustin Guillerand (1877-1945), uno dei vostri fratelli certosini, descrive l’anima orante come “un paese invaso: dobbiamo liberarci, buttare fuori il nemico”.

– La preghiera è una lotta, perché non è così ovvia, richiede uno sforzo, un impegno, una piena consapevolezza. Non si entra in preghiera come si siede a tavola! Non è una necessità fisica, ma un desiderio che corre il rischio di attenuarsi. È essere davvero lì, lavorare sulla nostra presenza davanti a Dio. Riconoscendo umilmente che siamo segnati dalla mancanza, dall’incompletezza, mai all’altezza dell’aspettativa di Dio. Sempre dipendente dalla Sua grazia…Questa grazia che ci è data in abbondanza nel mattino della risurrezione.

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Dio è una serena evidenza (parte prima)

Dom Marcellin Theeuwes

Nell’articolo odierno, vi propongo la prima parte di una recente intervista rilasciata lo scorso marzo da Dom Marcellin Theeuwes, già Priore Generale dell’Ordine certosino ( 2005-20012) alla rivista francese “Prier”.

Dio è una serena evidenza”

parte prima

L’esistenza dei monaci certosini intriga molti. Qual è il centro della vostra vocazione?

– Diffidiamo del carattere “misterioso” dei certosini. Si tratta, per diversi aspetti, di una vocazione semplice e simile a molte altre. Si tratta di andare, umilmente, all’incontro di Dio. Ciò che può sorprendere, è il carattere un po’ estremo della via che prendiamo e che ci immerge in silenzio e solitudine. Il nostro scopo è quello di provare a vivere la nostra esistenza davanti alla faccia di Dio, tanto quanto la nostra condizione umana lo permette, senza trascurare i nostri limiti, che sono quelli di tutti gli uomini.

 Quando il futuro San Bruno nel 1084 si addentra nella foresta dove fonda il primo monastero certosino, lui cosa cerca?

– Cerca un modo abbastanza profondo di ritirarsi dal mondo, in modo che nulla e nessuno potesse distrarlo dalla sua ricerca di Dio. In una lettera al suo amico Raul le Verd, egli esprime il suo desiderio: “Ho sete di Dio forte e vivente. (…) Spero nella preghiera che la misericordia di Dio guarisca la mia debolezza interiore e la colmi dei suoi beni, come lo desiderio.” Egli persegue un unico oggettivo: rendere il suo cuore disponibile all’incontro con Dio. Bruno non viene con un progetto di una fondazione stabile, un’organizzazione pensata, una regola di vita…Ha solo l’intuizione che l’internamento nella solitudine e nel silenzio, in compagnia di alcuni fratelli, sarà fecondo. Si tratta di mantenersi davanti al volto di Dio, ma sempre con i compagni animati dallo stesso desiderio esclusivo.

I certosini vivono allo stesso tempo una vita eremitica e comunitaria?

– Noi percorriamo insieme un cammino di solitudine. Nonostante il grande silenzio che tesse la nostra giornata, viviamo una forte vita in comunità. Ci appoggiamo gli uni agli altri per vivere allo stesso tempo una vita “da soli” e “insieme”.

Come sei stato attratto da questa vita?

– Avevo 25 anni quando, colpito da questa vocazione particolare, sono entrato in Chartreuse. Prima avevo vissuto in un’abbazia cistercense in Olanda, il mio Paese d’origine. Ho sempre saputo che volevo vivere in un chiostro. Fin dall’età di 6 anni pensavo alla vita monastica, senza sapere bene da dove proveniva questo desiderio precoce.

Perché hai lasciato i cistercensi per unirti ai certosini?

– Nel 1960 il rinnovamento conciliare è stato uno slancio formidabile. Le dimensioni di impegno sociale e la lotta per la giustizia erano evidenziate. C’era bisogno di agire in nome del Vangelo per trasformare il mondo. Se io avessi aderito a questi orientamenti, penso che le dimensioni della preghiera e della contemplazione le avrei dimenticate. Volevo impegnarmi ancora più radicalmente in una vita di preghiera, convinto che questa era la prima fonte di trasformazione del mondo e conversione degli uomini.

Come sapere se la chiamata proviene da Dio? Come assicurarsi che non proiettiamo su di Lui, i desideri che non sono altro che i nostri?

– Dio chiama, questo è un’evidenza! La Bibbia è piena di racconti da cui Dio invia i segni agli uomini: Abramo, Mosè, Giovanni Battista, i discepoli di Gesù…tutti hanno inteso che Dio li invita a seguirLo. Si tratta di sapere in quali scelte concrete di vita Egli ci invita a rispondere alla Sua chiamata. Certamente, possiamo negare il nostro desiderio di Dio. Ma penso che, più spesso, abbiamo paura di fidarci dei nostri desideri e riconoscere in essi, il desiderio di Dio.

E Dio ci parla attraverso i nostri desideri?

– Il desiderio più profondo che lavora nel nostro cuore è il desiderio di Dio stesso in noi. La vocazione emerge dall’intimo del nostro essere. Una voce che è in me, non è me, ma non può esistere senza di me. Ho bisogno senza cessare di esercitarmi ad ascoltare. Se dopo un tempo di discernimento, essendo accompagnato da un altro più esperto, io credo che questa o quella vita cristiana corrisponde al mio desiderio profondo e potrà costituire per me un cammino di realizzazione, arriva il momento in cui si deve lasciare l’esitazione e prendere il rischio della scelta. E non guardare indietro. Non credere troppo in fretta che si è sbagliato, avere il coraggio, la perseveranza, nonostante i dubbi che non fermeranno di attaccarci. Perché impegnarsi in una vocazione è anche impegnarsi in una battaglia: che consiste nel darsi e farsi prendere.

Guigo, il Certosino (1083-1136), evoca la vita certosina come un progetto di “abbandonare tutte le realtà mutevoli” per consacrarsi unicamente alla ricerca di Dio. Una vita rivolta solamente a Dio è sostenibile?

– Diventiamo monaci per combattere quello che Pascal chiamava “divertimenti”. Cerchiamo un modo di vita che offre le condizioni favorevoli per orientarci verso Dio. Questo non significa che il monaco non fa altro che pensare a Dio. Rimane l’uomo con i suoi limiti. Il suo spirito è catturato da preoccupazioni materiali: preparare il cibo, fare le pulizie, dedicarsi ai compiti della vita comunitaria. Non ci consegniamo a Cristo solo durante i momenti di preghiera e di celebrazione; lo facciamo anche nelle attività più banali della vita quotidiana. Tutto può, allora, diventare preghiera.

La seconda parte dell’intervista segue nel prossimo articolo.

I certosini e l’alimentazione

il pasto certosino

Il reportage che oggi vi offro, è tratto da un documentario dal titolo:

“Divines nourriture : Les liens entre la religion et la nourriture”.

Ossia un approfondimento tra il legame tra la spiritualità ed il cibo, in diversi contesti monastici. Il video integrale potrete vederlo qui, mentre in questo articolo mi soffermerò e vi offrirò la parte dedicata ai certosini di Montrieux. Attraverso la testimonianza di alcuni monaci certosini, avremo la descrizione ed il loro parere circa il severo regime alimentare, che da sempre ha contraddistinto la vita certosina. Splendide immagini che ci mostreranno gli ambienti monastici di Montrieux, e che ci consentiranno di entrare nella cucina della certosa, dove i fratelli addetti cuochi si dedicano alla preparazione dei pasti per i loro confratelli. Il tema del cibo è da sempre oggetto di curiosa attenzione, il sottoscritto ne aveva già delineato il profilo sul sito Cartusialover, descrivendone la simbologia ed anche alcune antiche ricette. Vi lascio alla visione del video ed alla voce dei monaci, che ci guidano in questo percorso. In basso il testo della rara e preziosa intervista in cucina tradotto in italiano.

(dal minuto 3:55 a 6:17)

Don Marie-Bruno, Priore:

Qui è il luogo che chiamiamo piccolo refettorio: mangiamo da soli durante la settimana, ad eccezione della Domenica, quando ci riuniamo tutti nel refettorio.

Don Étienne, Vicario:

Quando ci troviamo da soli per mangiare, cerchiamo di non ipnotizzarci sul fatto materiale di sostenerci.

In generale, i certosini leggono mentre mangiano. Quindi dovremo leggere un libro che non sia molto difficile.

Per la digestione, non è molto buono essere costretti ad uno sforzo intellettuale  in quel momento. Quindi questo pasto che facciamo è, allo stesso tempo, un arricchimento intellettuale e forzatamente spirituale, se prendiamo sul serio tutta la nostra vita, con noi e come con tutti i cristiani fuori, lo spirituale non deve mai essere scollegato dal materiale.

In questo livello spirituale, c’è l’importanza del pasto di domenica, di essere in comunità. Il certosino non è un eremita, egli è un solitario che vive nella comunità. C’è una parte della vita di comunità che è molto importante e che ci preoccupiamo di mantenere, che è il refettorio della domenica. Esso contrasta un po’ quello che la vita assolutamente solitaria può avere di pericoloso, di rischio…ed anche dal punto di vista dell’amore fraterno, è molto bello incontrarci insieme. Infatti in questo tempo che  si trascorre in silenzio, si sente una corrente fraterna che passa tra di noi, ma è ancora un po’ di una liturgia, è un’estensione della nostra Messa che abbiamo celebrato poche ore prima.

(dal minuto 12:38 a 16:30)

Don Étienne Vicario:

Il pane rappresenta il cibo che dà forza, che ci permette di vivere fisicamente la nostra vita normale.

Il vino è anche un elemento importante. Esso simboleggia soprattutto la gioia di vivere.

I nostri pasti ci portano al fatto che un giorno parteciperemo definitivamente nell’eternità del vero banchetto del Signore.

Fra Jean-Michel, primo cuoco:

Prendo le cipolle e le taglio per fare una salsa di pomodoro. È troppo buona.

È un alimento molto, molto semplice.

Ad esempio, sabato, ogni 15 giorni, mangiamo patate al vapore con un po’ di maionese. Alla comunità piace molto. Se le patate sono buone, per me è uno dei migliori piatti.

Faccio anche patatine fritte. Sabato farò le patatine fritte. Ma farle ogni settimana sarebbe troppo.

Fra Jean-Marie, secondo cuoco:

Noi alterniamo: un giorno il pesce, un giorno le uova. Non mangiamo carne, evidentemente. Ed io preparo l’insalata.

Fra Jean-Michel, primo cuoco:

In generale, faccio quasi tutti i legumi. Faccio fagioli, piselli, carote, rape, porri, indivia… Domani farò indivia, per esempio. No, non domani. Farò salsefrica (una sorta di manioca).

Fra Jean-Marie, secondo cuoco:

Facciamo le uova bollite, fritte, omelette, le uova mimosa nei giorni di festa. Che altro? Le uova strapazzate alla domenica.

Fra Jean-Michel primo cuoco:

In estate, in generale, faccio qualcosa di farcito: pomodori, melanzane, zucchine. In generale, è questo in estate. In inverno, alle feste sono indivia, salsefrica. Cosa faccio anche in inverno…? Bene, faccio le fave…Ah…no, faccio indivia, salsefrica. C’è un terzo legume…champignon.

Fra Jean-Marie secondo cuoco:

Alla festa di San Bruno faremo una torta di tonno.

Fra Jean-Michel primo cuoco:

Per esempio, quando faccio la pizza, un piatto principale, un’entrata un po’ più calorica, allora faccio una crema più leggera. È molto apprezzata.

Abbiamo fatto un voto di povertà, quindi ci organizziamo in modo che il cibo non avanzi. Mi arrangio a distribuire più o meno per ciascuno. Ma il principio più importante qui a Montrieux è che non avanzi.

Fra Jean-Marie secondo cuoco:

Per il giorno di digiuno, in particolare per i sacerdoti, è pane ed acqua. Coloro che vogliono, possono fare, per esempio, mangiano un legume e un’insalata a pranzo e solo.

Fra Jean-Michel primo cuoco:

Qui abbiamo un religioso di 85 anni. Ebbene, a 85 anni egli segue pienamente il regime della comunità. Egli segue gli uffici, il mattutino, la messa, i vespri, ed ancora il giorno di astinenza. Oggi è giorno di astinenza, solo gli serviamo un pezzo di pane. Non dico che ieri egli non abbia conservato una mela o un piccolo pezzo di cioccolato. A 85 anni si può fare questo, ma non tutti lo fanno. Ho 70 anni e non faccio più il mio digiuno a pane ed acqua. Io mangio un legume. Per me oggi sarebbe molto difficile.

si ringrazia:

Dom Marie Bruno priore

Dom Etienne Vicario

Fra Marie Paul dispensiere e panettiere

Fra Jean Michel primo cuoco

Fra Jean Marie secondo cuoco

Dai diari di un priore ad un film: “Bianco come il nero”

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Alla fine di settembre del 2015 vi annunciavo da questo blog la riapertura della certosa di Vedana seppur per girarvi un film. Ebbene la scorsa estate al termine delle riprese, il lungometraggio è stato presentato al pubblico. Il suo titolo “Bianco come il nero”, sintetizza la storia che si svolge nello scenario della Grande Guerra, nel 1917, “l’anno della fame”, tra l’assedio dei soldati e lo spettro della carestia, la popolazione di montagna cerca di resistere alla tragedia in atto vivendo in semplicità, con l’aiuto dei monaci della vicina Certosa.

Il giovanissimo regista Lorenzo Cassol spiega la genesi del suo lavoro in un’intervista : «Siamo venuti a conoscenza dell’esistenza di quattro diari, datati 1917, scritti a mano e in francese dall’allora priore della Certosa di Vedana, Dom Boniface Pennet. Da questi abbiamo trovato numerosi spunti per la storia». Protagonisti di “Bianco come il nero” (titolo che sta a indicare la presenza, in ogni anima, di una parte più pura e di un’altra più oscura) una giovane donna con la sua bambina e uno strano personaggio, coinvolti in vicende in cui vita, dolore e passione si intrecciano, con un epilogo del tutto inaspettato. Ringrazio la Fare Cinema Production, ed il regista Lorenzo Cassol che hanno voluto omaggiare la certosa di Vedana ed i suoi monaci, che in quel cupo anno vollero essere vicini alla popolazione donando loro conforto ed assistenza.

A seguire il trailer del film, ed immagine tratte dal set.

Buona visione.

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Il reportage di Franz Liszt sulla Grande Chartreuse

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Nell’articolo odierno, voglio proporvi una lettera scritta da una delle personalità più brillanti tra i compositori di musica classica: Franz Liszt.

Egli oltre ad essere un compositore, pianista, direttore d’orchestra e organista ungherese. fu anche un brillante intellettuale ed un viaggiatore cosmopolita.

Durante uno dei suoi viaggi, si recò nel 1837 alla Grande Chartreuse ed a testimonianza di ciò Liszt invio una missiva al suo amico Louis de Ronchaud, quasi una sorta di appunto di viaggio. Vi lascio alla lettura di questo testo significativo.

«La Grande Chartreuse! Quel nome desolatamente misterioso, non riassume tutto il pensiero oscuro ed indeterminato sul mondo che l’ascetismo cristiano ha generato per più di dieci secoli? La follia sacra, l’inclinazione al flagello, i martiri sconosciuti, l’inflessibile negazione di sé stesso, tutto il silenzio, le scure insurrezioni, la mistica avversione al potere carnale – non sembrano evocare i fantasmi pallidi di quegli uomini solitari che, noti solo a Dio, hanno trascorso la vita con gli occhi fissi sulla tomba, inclinando i loro desideri ad una legge dura e completamente assorbiti nel desiderio impetuoso e selvaggio per un mondo incomprensibile?

Il rifugio di San Bruno era di solito accessibile solamente da un sentiero stretto e roccioso. I piedi del pellegrino erano lacerati dalle pietre, come per preparare il suo cuore per le afflizioni della penitenza. La civiltà di oggi, trionfando ovunque, ha ammorbidito il sentiero sacro; una strada ha sostituito il ripido sentiero, ed entro un anno sarà possibile arrivare alla Grande Chartreuse in carrozza.

Abbiamo salito una pendenza piuttosto bassa accanto ad un ruscello in montagna, all’ombra degli abeti, faggi e castagni. Quanto più entriamo nella valle, più stretta e buia diventa. Il mormorio del fiume è sostituito dal silenzio. La vegetazione di crescente bellezza, sembra voler attrarre l’uomo alla pace del Signore e tenerlo lì. Ho già scalato le Alpi molte volte, ma non ho mai visto tale continuità. […] Un tappeto di foglie verdi è sempre sotto i nostri piedi, una cupola di foglie sopra le nostre teste e dovunque una voce nascosta che dice Venite ad me omnes qui laboratis (Venite a me uomini che lavorano). È la Festa dell’Assunta. Dopo una salita di quattro ore, le campane annunciano che ci stiamo avvicinando al monastero. Entro nella cappella, dove si celebra il trionfo della Madre di Dio. Mi siedo accanto alla stessa colonna dove ho sentito i canti funebri della Messa da Requiem dieci mesi prima. Per un attimo mi è venuto a credere che io non fossi mai uscito dal mio posto, così piccola che era la differenza tra gli inni di gioia e i canti di dolore. Entrambi erano monotoni, con una salmodia con lo stesso ritmo. Un mormorio carvenoso di voci di anziani ha rotto la mia astrazione; era più un mormorio misterioso che, in realtà, una musica; suoni che si somigliavano al petto da cui emanavano, che non avevano più nulla di vita o umano. Mi sono affrettato a tornare verso l’aria aperta e sono rimasto a lungo sul prato di fronte alla certosa, allungandomi, riflettendo su un gruppo di bambini che giocavano a schioccare le dita e guardando due mucche imponenti al pascolo, fiduciose e indifferenti nel fogliame aromatico. Ripide vette coperte di alberi frondosi sorgevano intorno a me ed un uccello, un singolo uccello riempiva l’aria con il suo pigolio ripetitivo.

Che contrasto, amico mio! Che simboli di vita! Che anacronismo un monastero come la Grande Chartreuse nel XIX secolo!”

(Franz Liszt, lettera a Louis de Ronchaud, Settembre 1837- Gesammelte Schriften, vol. 2, Leipzig, 1882, pp,159-171)

Reportage da Montrieux

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Cari amici nell’articolo odierno, varcheremo idealmente la soglia della certosa di Montrieux, grazie alle splendide immagini del video che segue. In poco più di due minuti scorreranno immagini forti e molto suggestive, che ci mostreranno la quintessenza della vita certosina a Montrieux. A seguire l’estratto di alcune interviste ai monaci di quella comunità, rilasciate nel novembre del 2007 alla rivista settimanale francese “Le Point” a cui vanno i miei ringraziamenti per questo reportage qui riassunto. Vi auguro una buona visione.

I segreti del monastero interdetto

Sono sempre stato felice, anche nei cinquanta anni che ho trascorso racchiuso nella solitudine e nel silenzio assoluto. Alcuni di noi soffrono di ‘taedium cellae’, il disgusto della cella. Personalmente non l’ho mai avuto. Diventare un monaco è sapere vivere in clausura”.

Dom Bruno è il Priore del monastero di Montrieux da dieci anni.

“Non pensavo che mi avrebbero affidato questa responsabilità”, spiega con modestia. “Quando sono stato chiamato a rappresentare la comunità al Capitolo Generale [la cerimonia che si svolge ogni due anni per nominare nuovi priori, NDLR], ho dovuto prendere un treno da Toulon. Ciò non mi accadeva da cinquantadue anni”. Da lì, Dom Bruno, per la sua umanità e la sua capacità, ha saputo farsi accettare nella comunità.

L’attività manuale è ritenuta importante così come la ricerca spirituale. Tra le opere dei monaci, c’è un San Bruno tagliato in piedi su un tronco di pino o una statua della Madonna di Montrieux. Opere che non possono essere viste prima di essere concluse. “Uno dei nostri fratelli aveva iniziato una statua e alcuni l’hanno vista prima che fosse completata, quindi lui l’ha distrutta parzialmente”. Un’attività manuale, pertanto, che viene eseguita con la massima segretezza. “Sono sessantacinque anni che lavoro da solo, senza che nessuno sappia quello che faccio”, spiega Padre Jean-Marie, il quale dice di avere la vocazione dall’età di 3 anni.

Dom Maximilian preferisce la musica. Ai 52 anni, è il più giovane dei monaci del monastero di Montrieux. “Nella mia cella ascolto, con il permesso del priore, alcune canzoni ed anche il rock, che ha segnato la mia adolescenza. Si tratta di una forma di preghiera.” Prima della rivelazione, Dom Maximilian era “ostile a tutto ciò che era religioso, nonostante avessi già fatto esperienze di contemplazione. Ero un assiduo lettore di Charlie Hebdo ed un fan di romanzi gialli, di corse d’auto, di rock, di ragazze…” Per Dom Maximilian, cosa ha causato il cambiamento è avvenuto durante un viaggio in India. “Al mio ritorno, ho incontrato la donna perfetta, ma io non l’ho sposata, ho scelto la vita in cella perché ho trovato Dio”.

Per quanto riguarda  Dom Bruno, egli non rimane confinato nella sua cella. Egli, “amante della natura” trascorre molto tempo nel suo giardino. “Quello che, non necessariamente, capiscono gli altri religiosi”, confessa.

Responsabile per le cucine, Fra Jean-Michel, 75 anni, non permette alcuna stravaganza. “Confesso di essere molto rigoroso. Se la comunità vuole un menù speciale devono indirizzarsi al Priore”. Egli è entrato nel 1970 come aiuto cuoco, è un ex soldato che ha servito nel reparto “General Bigeard” e giustifica questa austerità: “I monaci hanno gusti molto semplice, amano patatine fritte ed al vapore, ci sono anche alcuni che amano il riso”.

Se la comunità vive in autonomia quasi totale, ha, tuttavia, alcune attrezzature moderne: una spaziosa cucina, un laboratorio di fabbro ed una lavanderia. Per il resto “abbiamo bisogno di adattarci all’ambiente”, riconosce il fratello Jean-Marie, 72 anni. Egli è arrivato al monastero trentanove anni fa. Questo insegnante anziano molto attento, lavora a volte in cucina o nei lavori di manutenzione: energia elettrica, idraulica, riparazione dei trattori…Instancabile, spiega: “La nostra casa sta diventando vecchia, quindi abbiamo bisogno di ripristinarla e come il materiale necessario si evolve molto velocemente, a volte vado a Toulon per fare shopping”.

Naturalmente, i certosini non hanno né la radio né televisione, molto meno il telefono cellulare. “Io non voglio neanche Internet, aggiunge Dom Bruno, perché in essa si trova tutto: il bene come il male”. Solo riviste religiose circolano nel monastero. “È solo in tempo di elezioni che distribuisco altri giornali, perché votiamo in tutte le occasioni. Sarebbe un errore davanti a Dio non votare per il presidente”, ha detto il Priore. “Io non votavo, ma quando sono arrivato qui, mi hanno chiesto di registrarmi nelle liste elettorali”, ricorda Dom Maximilien. Sessanta anni fa, il Priore diceva ai suoi monaci a chi votare, ma questa pratica è finita. “Quando alcuni politici vengano a me, io rispondo che i monaci votano a chi vogliono”, afferma Dom Bruno. E poi ci sono eccezioni, secondo il presente. “Abbiamo visto le immagini delle torri gemelle che sono state attaccate nel 2001”, ricorda con emozione il priore del monastero.

Per la maggior parte dei monaci di Montrieux, come per il Dom Maximilien che si è unito ai certosini 20 anni fa, vivere fuori dal monastero sarebbe impossibile. “Ho uno sguardo attento sulle persone, ma pessimista circa il mondo, spiega. Non potrei uscire da qui. C’è molto rumore, molta gente, molto auto …”

Visita alla certosa di Parkminster

Visita alla certosa di Parkminster

certosa di  S. Hugh Parkminster

Nell’articolo odierno, sono lieto di mostrarvi un video tratto da un documentario realizzato dalla tv inglese BBC sui monasteri in Inghilterra. Il brano che vi propongo, riguarda la certosa di S. Ugo a Parkminster nella quale, la troupe televisiva fa straordinariamente il suo ingresso. Occasione ghiotta per ammirare gli ambienti della splendida certosa inglese ed ascoltare dalla voce di Dom Cyril la risposta ad alcune domande poste dai visitatori. Ho per voi tradotto in italiano il testo dell’intervista.

A tutti buona visione.

VISITA A PARKMINSTER

Narratore: La loro vita ha l’equilibrio che si paragona a fare una ricetta. È come se, con gli stessi ingredienti, preparassero una torta molto, molto diversa.

Trascorrono più tempo da soli e meno tempo in comunità, dove vivono un gran numero di monaci.

Le porte dei loro appartamenti non sono normalmente aperti ai visitatori, e hanno solo accettato di riceverci per un favore speciale al Padre Christopher.

Per il gruppo si tratta di un’occasione unica per sperimentare la vita monastica nella sua forma più pura, e Padre Christopher spera che possa ispirarli nei loro cammini spirituali.

Parkminster è costituita da una comunità di 25 monaci.

Padre Ciro, il maestro dei novizi guida il gruppo durante la visita.

Il monastero è composto da singoli appartamenti costruiti intorno al chiostro che, misurando un quarto di miglio ogni lato, è il più esteso d’Europa.

I monaci trascorrono qui 18 ore al giorno da soli nelle loro stanze lavorando, studiando e pregando in silenzio. Lasciano le loro celle solo 3 volte al giorno per andare in chiesa, quando cantano lodi al Signore, la maggior parte in latino.

Padre Cyrus: “Noi registriamo salmi, cantiamo canzoni di questi libri. Ogni settimana trascorriamo circa 5, 5 ore e mezza al giorno in Ufficio Divino. Ci alziamo a mezzanotte. Da mezzanotte alle 3, 3:30 … Trascorriamo tre ore durante la notte, poi la Messa del mattino ed i Vespri la sera.”

Visitatore: “Voi siete in piedi alle 3 del mattino?”

Padre Cyrus: “Sì. È un grande momento per essere sveglio. Infatti seguiamo la tradizione. Queste ore notturne sono davvero meravigliose per la preghiera.”

Narratore: La conversazione è permessa solo 2 volte a settimana ed anche così solo per poche ore. I certosini credono che sia in silenzio e solitudine, in costante preghiera e contemplazione, che i loro cuori sono purificati per ricevere la Parola di Dio.

Ogni mattina il cibo è lasciato davanti alla porta di ogni monaco, che resta da solo per pregare e riflettere.

Con nostra sorpresa abbiamo scoperto che Padre Cyrus ha abbastanza volontari, nonostante la distanza.

Padre Cyrus: “Non ci rendiamo conto di quanto dipendiamo da ogni tipo di cosa familiare. Ciò che viene detto, come le persone reagiscono a ciascuno, il senso della propria identità, quello che hai fatto…è ovviamente misericordia. Non si può sfuggire.”

Visitatore: “In un certo senso ciò che viene generato qui va al di là …”

Padre Cyrus: “Solo possiamo essere una sorta di presenza simbolica. Non sapremo mai ciò che ciascuno ha fatto, ma ciò che è importante, ciò che è essenziale è la realtà di Dio, la realtà della comunione con Dio, che davvero esiste nella sua forma più pura, in qualche modo. Ogni volta che una farfalla si muove qui, può essere ascoltata in Cina. Spiritualmente parlando, è qualcosa fatto in profondità, che è in qualche modo veramente aperto a Dio. Il tipo di vita che è lo scopo dell’Ordine”.

Visitatore: “Mentre ero lì, mi sono sentito assolutamente toccato, con ‘le vertigini’. Quella somiglianza negli obiettivi hanno raggiunto l’estremo. Ero ispirato ed allo stesso tempo confuso, perché tutto mi ha causato una reazione così intensa!

Grazie, Padre Ciro. È stato assolutamente ispiratore.

È il grado in cui la vita religiosa è in completo esilio, questo impulso ad un limite assoluto…voglio dire, dobbiamo davvero decidere circa ciò che vale la pena o non vale la pena. E posso affermare che, essere lì questa mattina, in quel luogo aveva troppo senso.”