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  • I Fratelli Certosini

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  • I.F.S.B.

Novecento anni di silenzio

statua di san Bruno

Statua di san Bruno

Lo scorso 8 marzo, è infatti andato in onda un documentario volto a conoscere i certosini di Serra ed il loro stile di vita fatto di preghiera, silenzio e meditazione. L’ingresso delle telecamere, non ha turbato la quiete monastica, anche perchè i monaci non hanno parlato ad eccezione di Fra Paolo Maria da Fonseca il portinaio, che ha concesso qualche simpatica battuta. Immagini suggestive, poichè registrate in un giorno in cui nevicava, e che sono state arricchite dalle interviste rivolte dal giornalista Paolo Di Giannantonio allo storico Domenico Pisani, ed all’archeologo Francesco Cuteri. Essi hanno spiegato la vita che si svolge all’interno della certosa calabrese.

A voi le immagini del video che segue….

Buona visione!

La Grangia di Pizzauto

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Torno oggi a parlarvi di una grangia, etimologicamente deriverebbe dal francese arcaico “granche”, che a sua volta verrebbe dal latino volgare “granica”, ed indicherebbe il luogo dove si conserva il grano (granarium).

Furono vere e proprie tenute agricole in cui fratelli conversi e donati lavoravano sotto la direzione di un Magister Grangiae, essi oltre a lavorare in loco dormivano, mangiavano e pregavano. Si resero indispensabili quindi la costruzioni di un dormitorio, un refettorio ed una cappella (oratorio).

Quella di cui oggi vi parlerò, è la Grangia di Pizzauto ed apparteneva ai certosini di Capri.

Questa Grangia, fu costruita tra il 1375 ed il 1381 da Giacomo Arcuccio signore di Capri e gran Camerario del Regno Angioino. Egli è colui che nel 1371 aveva fondato la certosa di San Giacomo a Capri, essendo possessore di un vastissimo feudo denominato “Feudo di Cancelleria e Paludicella”, un territorio che comprendeva ampi terreni agricoli ubicati negli odierni comuni di Angri, Sant’Antonio Abate, Santa Maria la Carità e Scafati, fece erigere una Grangia dedicata, anche essa, all’Apostolo Giacomo in zona, allora denominata, Pizzauto. Tutto il feudo, fu donato ai monaci certosini di Capri, che si presero cura del luogo per lo sfruttamento dei terreni.

Pianta

L’imponente struttura porta a ritenere che inizialmente fosse abitata da un consistente gruppo di monaci. Alcuni documenti, attestano che dopo tre secoli dalla sua erezione, a Pizzauto vi era la presenza di pochi certosini, sufficienti comunque a gestire l’immenso patrimonio posseduto. La Grangia, nel XVIII secolo risultava essere abitata dal Padre Procuratore, dal Magister Grangiae, dall’addetto alla Foresteria e qualche altro Fratello incaricato di riscuotere le decime. Dai citati documenti si evince che la Grangia di Pizzauto con il “Feudo di Cancelleria e Paludicella” fu una grande azienda agricola amministrante enormi beni e ingenti capitali, superando di gran lunga gli introiti della certosa madre di Capri, come pure di tutte le altre tenute o dipendenze da essa possedute tanto sull’isola che sulla terraferma. Sappiamo che nella zona a valle si coltivavano grano, frumento, legumi, orzo, fave, avena, lupini, canapa, lino, ed in quella a monte, vite, ulivo e frutteti. I certosini di San Giacomo di Pizzauto nel XIX secolo continuano a tenere il possesso dei loro beni con una conduzione di stampo feudale, a loro va il merito di aver contribuito, con la pratica della coltura, al risanamento ed alla bonifica di una zona paludosa della piana del Sarno. Va anche aggiunto che in località Monte Monaci la Grangia di Pizzauto possiede un fortilizio di quattro torri ai lati, che fu avamposto di Lettere nel XI secolo, utilizzato dai monaci certosini come convalescenziario o luogo di cura e di soggiorno per i monaci molto anziani e malati.

Con l’avvento napoleonico, 1806, fu promulgata una legge che sopprimeva gli ordini religiosi, tra cui, l’ordine dei certosini. La Grangia di “San Giacomo Apostolo”, fu venduta prima al Caveliere Andrea Dini, che la utilizzò come magazzino, poi venduta ai principi di Cerenzia Giannuzzi Savelli, i quali, da ultimo, lottizzarono i beni e la stessa grangia, cedendoli ai contadini del luogo, ciò intorno agli anni 1950. Con il sisma degli anni’80, lsi decise di porre il vincolo storico sulla struttura appartenuta ai certosini, ma nulla da allora è stato fatto . Attualmente la Grangia si presenta in una veste complessivamente settecentesca presentando pesanti deturpazioni dovute all’incuria, alle guerre e al sisma del 1980. La Grangia di Pizzauto si presenta a pianta quadrata con un chiostro al centro. Essa è formata da sotterranei, da un piano terreno e da due piani superiori ai quali si accede mediante una scala con volte a crociere. La costruzione nel lato est è sormontata da tetto in tegole con capriate in legno. La trasformazione e gli adattamenti subiti dalla costruzione agli inizi del secolo scorso, non consentono una visione chiara dei numerosi ambienti e della loro funzione e utilizzo. Si può solo ipotizzare che al piano terra vi fossero locali adibiti al servizio di foresteria, cucine e refettorio, a granai, cellai, magazzini, stalle.

Come ogni Grangia vi doveva essere anche la presenza di una chiesetta, di cui non vi è più traccia, oggi l’oratorio che vi rimane è soltanto uno di modeste dimensioni ma risalente al XIX secolo.

Complessivamente, si nota una condizione completamente fatiscente ed in stato di abbandono. Dal video che segue potremo constatare che questa situazione, purtroppo, appare difficilmente modificabile, a causa della burocrazia che impedisce un decoroso recupero di questo monumento.

Ricordando Dom Marcellin Theeuwes

Dom Marcellin Theeuwes

Dom Marcellin Theeuwes

A distanza di tre mesi dalla scomparsa del compianto Dom Marcellin Theeuwes, voglio offrirvi una intervista che egli rilasciò nel settembre del 2001. In quel momento Dom Marcellin ricopriva il ruolo di Ministro Generale dell’Ordine, e Priore della Grande Chartreuse. L’importanza di questo reportage, è che fu fatto all’indomani dei tragici eventi dell’11 settembre, che sconvolsero il mondo.

Alle domande della giornalista di una rivista francese, Dom Marcellin risponde con estrema semplicità, spiegando la funzione dei monaci certosini nel mondo.

Ricordandolo con nostalgia, leggiamo queste sue risposte!

Una missione di contemplazione e intercessione

Immerso nel silenzio del Massiccio della Chartreuse, come reagisci al tragico evento dell’11 settembre?

Dom Marcellin Theeuwes: Sei tu che mi hai insegnato il dramma, il 12 settembre, quando sei arrivata per realizzare questa intervista. Non abbiamo nessuna radio o televisione, e stiamo alla larga dalla febbre delle notizie. La tragedia dell’11 settembre, negli Stati Uniti, con queste migliaia di innocenti sacrificati, dovrebbe portarci ad abbandonare la pretesa di onnipotenza. Non siamo i padroni del mondo. D’altra parte, la violenza non è mai la soluzione alla violenza, e per la guarigione delle ferite autoinflitte dell’umanità, dovremmo cominciare a riconoscerci piccoli e dipendenti dalla trascendenza divina. .

Quando dici “noi”, intendi il mondo occidentale?

Dom Marcellin Theeuwes: Parlo di tutto il mondo, perché è lo stesso ovunque. Il problema è la sufficienza e l’insubordinazione dell’uomo, la sua volontà di annettere Dio per una particolare causa umana. Ora devi passare dall’umiliazione all’umiltà …

L’umiltà è il grande segreto dei certosini?

Dom Marcellin Theeuwes: Il nostro segreto, se ne abbiamo uno, è il messaggio del nostro fondatore San Bruno. Ci invita, al di là dei secoli, a non perdere mai di vista il fatto che la vocazione suprema dell’uomo è di rimanere sempre con l’altro Dio che è anche tutto-amore. Nella solitudine e nel silenzio, accogliamo l’assoluto e cerchiamo di abbandonarci completamente. La certosa offre al mondo una grazia di preghiera, pace e abbandono. Coltiviamo la sobrietà, interiore ed esteriore, per essere il più possibile ricettivi a Dio e ricevere tutto da Lui.

Come situi il tuo “ruolo” nella Chiesa?

Dom Marcellin Theeuwes: Quando il cuore umano affronta Dio e lascia che Dio entri in lui, tutto il corpo della Chiesa è ossigenato e persino l’intera umanità in cui cammina. Non siamo soli per noi stessi, ma perché Dio ci ha chiamati a vivere l’avventura di un grande amore. E non possiamo dividere l’amore, è universale e apre i nostri cuori a tutto ciò che donne e uomini vivono sulla terra. Di notte, ci troviamo per lunghe ore di canto e meditazione in coro, senza altra preoccupazione che il desiderio di metterci davanti al Signore e essere uniti tra di noi attraverso l’ascolto della sua Parola. Una sorta di fluido passa quindi tra di noi, una profonda comunione, e percepiamo molto fortemente la dimensione iniziale della nostra preghiera per tutti voi.

Come è la tua vita nascosta “missionaria”?

Dom Marcellin Theeuwes: “La missione, prima di essere caratterizzata da opere esterne, è rendere presente Cristo nel mondo attraverso la testimonianza personale”, ha scritto il Papa nell’esortazione post-sinodale sulla vita consacrata nel 1996. Nella sua lettera il 14 maggio rivolta alla Certosa in occasione del IX° centenario della morte del nostro fondatore il Santo Padre sottolinea inoltre: “la tua vita nascosta con Cristo come la croce piantata in silenzio nel cuore dell’umanità, rimane il segno eloquente e il ricordo permanente che ogni essere può essere afferrato da colui che è solo amore … “

Questa intimità spirituale è vicina alla santità …

Dom Marcellin Theeuwes: Non ci possono essere grandi criminali tra noi, ma come dice il Vangelo, pecchiamo tutte le 70 volte al giorno … La lotta del solitario è permanente: contro le vertigini interiori, l’insensibilità interiore pigrizia, mediocrità, il rischio di essere trascinati da un’osservanza ben regolata. Ogni giorno dobbiamo rispondere alla grazia con totale generosità. E la nostra felicità è immensa quando a volte la coerenza della vita è al rendez-vous della chiamata ricevuta.

Che cosa caratterizzerebbe la tua spiritualità in poche parole?

Dom Marcellin Theeuwes: La sobrietà e la cancellazione di San Giuseppe ci affascina. Nel deserto della Chartreuse, si vede la spogliatura, anche in termini di sensibilità. Spesso, non sappiamo dove siamo, entrambi, nel nostro viaggio interiore, e la nostra unione con Dio rimane spesso nascosta, senza alcuna marcata espressione esterna. Seguendo l’esempio della Vergine Maria, ci concentriamo sulla meditazione del Vangelo nel nostro cuore, all’ombra dello Spirito, e interiorizzare il mistero dell’incarnazione e cercando di approfondire continuamente.

Come si articola la solitudine e la vita comunitaria?

Dom Marcellin Theeuwes: Per quanto solitari come noi, la vita di comunità è una parte importante della nostra esistenza, ma quasi sempre coperta dal silenzio. Si esprime in modo particolare durante i servizi del coro: la grande veglia che ci riunisce di notte, l’Eucaristia del mattino e i vespri della sera. Lo “spaziamento” (o camminata) ci consente, un pomeriggio alla settimana, di camminare insieme per tre o quattro ore in montagna. Una breve pausa ci riunisce domenica. Per il resto del tempo, siamo nella cella per pregare, meditare e studiare le Sacre Scritture e andare al lavoro quotidiano. In sintesi, vivi una vita di uomo, ma tutti si sono rivolti a Dio. Perché siamo dei solitari, ognuno deve trovare il proprio ritmo, il proprio sostegno, guidato dal suo padre spirituale. Nessuna regola è assoluta, ma piuttosto una direzione proposta.

Tali richieste non sono scoraggianti per la maggior parte dei giovani che bussano alla porta del monastero?

Dom Marcellin Theeuwes: Al contrario, molti giovani sentono il bisogno di stare da soli con se stessi e desiderano sottoporsi a una certa disciplina della vita. Ciò che è attualmente difficile, specialmente nel mondo occidentale, è piuttosto quello di fare una scelta definitiva, che impegna la vita e ambientata nel lungo periodo. Ma ci vuole una vita intera per formare un certosino solido, e la stabilizzazione viene spesso dopo quindici o vent’anni di presenza. Tutta l’arte dell’amore deve durare.

Molti dei nostri contemporanei si rivolgono alla saggezza orientale, di cui il Dalai Lama è un rappresentante altamente pubblicizzato. Come analizzi questa attrazione?

Dom Marcellin Theeuwes: Alcuni anni fa, il Dalai Lama arrivò alla Grande Chartreuse. Le nostre tradizioni contemplative si uniscono nella ricerca di auto-trascendenza e di una vita interiore. Attualmente, la saggezza buddista seduce in Europa e molti soccombono a una specie di esotismo spirituale. Non è forse il momento di riscoprire le profondità e le ricchezze del misticismo cristiano, così precise e così calde nelle descrizioni del rapporto dell’anima con Dio? Il Vangelo è una luce incredibile.

La spiritualità certosina ha generato molti santi. Perché non li fai conoscere?

Dom Marcellin Theeuwes: Storicamente i grandi santi sono stati influenzati dalla nostra spiritualità. Questo è ad esempio il caso di Ignazio di Loyola, che frequentò il monastero certosino quando era studente a Parigi. Abbiamo notato che esiste una certa affinità spirituale tra gesuiti e certosini. Anche San Giovanni della Croce, prima che santa Teresa d’Avila si affezionasse a lui, voleva diventare certosino. Per quanto riguarda il nostro ordine, Dio sa chi è santo e chi no. Da parte nostra, cerchiamo di rimanere nascosti, anche dopo la morte … Inoltre, sulle nostre tombe non viene registrato alcun nome.

La Veglia Pasquale

Veglia pasquale

In questa giorno, vigilia della Santa Pasqua, è mio piacere offrirvi un documento filmato, proveniente dalla certosa portoghese di Evora. Si riferisce alla Veglia Pasquale nella Notte Santa dello scorso anno. Queste deliziose immagini, si aprono con il rumore della traccola, che rompe il silenzio e la quiete del Chiostro. Il Padre Priore Dom Antão Lopes , richiama al Mattutino i suoi confratelli, facendo le veci del consueto suono della campana, che durante la settimana di passione in segno di lutto per la morte di risultano essere silenti. A seguire la liturgia della luce o “Lucernario”, nel quale i certosini si radunano fuori della chiesa; attorno al fuoco che divampa, per accendere le candele.

l fuoco nuovo e la luce del cero sono simboli di Gesù risorto che vince le tenebre del male.

A seguire, comincia la funzione della veglia, in semioscurità. Vi lascio alla visione del video.

I Padri certosini

I Padri certosini

E’ con immensa gioia, cari amici di Cartusialover, che oggi vi propongo il secondo video, dal titolo: I Padri certosini.

In questo secondo documento filmato, viene narrata con estrema precisione la vita dei Padri, o “monaci del chiostro”, essi vivono nel silenzio della cella, sono sacerdoti o futuri sacerdoti.

Le prime comunità certosine furono formate, dall’unione dei padri e dei fratelli. La vita dei padri e dei fratelli pur essendo nettamente differenti tra loro sono assolutamente complementari. Questi due generi di vita, infatti, non costituiscono delle entità indipendenti, i padri ed i fratelli, hanno in comune il medesimo carisma. Gli uni e gli altri manifestano le ricchezze della vita totalmente consacrata a Dio nella solitudine, e nel silenzio. Senza i fratelli, la vocazione dei padri non potrebbe mantenersi, ma allo stesso tempo la vocazione solitaria dei fratelli, minacciata dal contatto con l’esterno, non potrebbe persistere se non si appoggiasse alla assistenza spirituale dei padri. C’è dunque tra padri e fratelli uno scambio osmotico di impegni spirituali e materiali.

Vi lascio alle stupende immagini arricchite dai suoni della natura e dai rumori della laboriosa vita monastica. Il silenzio regna su tutto!

Essendo questi due filmati fondamentali per la conoscenza della vita monastica certosina, ho ritenuto opportuno inserirli entrambi nella home page. Le troverete staticamente sulla side bar di sinistra e su quella di destra, a simboleggiare la diversità, tra i Padri ed i Fratelli, ma la complementarietà, un pò come due mani che sono indispensabili l’una per l’altra.

I Fratelli conversi certosini

I Fratelli certosini

E’ con immensa gioia, cari amici di Cartusialover, che vi propongo due inediti video inviatimi da una affettuosa lettrice. Reputo questo gentile omaggio, come un altro dono per questo anno speciale del decennale del blog. Le immagini che vedrete derivano da varie certose, in essi una voce fuori campo, un monaco, in lingua francese e sottotitoli in italiano, descrive con precisione la vita monastica. Questo documento filmato risulta essere quindi una testimonianza inedita, che grazie alla potenza delle immagini ed alla pregevole qualità audio e video, ci fa calare nell’atmosfera che si respira in una certosa.

Il primo di questi due video si intitola: I Fratelli certosini.

I fratelli sono chiamati a cercare Dio nella solitudine e nel silenzio, ma la loro vita è meno rinchiusa nell’interno di una cella, perché devono assicurare lo svolgimento di compiti pratici che sono necessari per il buon andamento del monastero. I vari tipi di lavoro sono chiamati “obbedienze”.

Vi lascio alle stupende immagini arricchite dai suoni della natura e dai rumori della vita monastica. Il silenzio regna sovrano su tutto!

Quell’ultima intervista

 

la preziosa intervista

Cari amici lettori di Cartusialover, è con grande piacere che vi offro, come vi avevo preannunciato in un precedente articolo, il video dell’ultima intervista rilasciata dal compianto Dom Marcellin Theeuwes rilasciata nello scorso settembre al giornalista Leo Fijen per il programma “Kloosterserie”. Il prezioso documento è andato in onda sulla emittente televisiva olandese KRO / NCRV.

Oltre a due estratti video, davvero emozionanti, nei quali vedremo  la docile espressione di Dom Marcellin ed ascolteremo la sua dolcissima ed affaticata voce, potrete leggere di seguito il testo integrale. Ciò è stato possibile per la gentilissima collaborazione dell’amica brasiliana Adelaine Campana, che vive in Olanda, la quale ha tradotto in portoghese dall’olandese il documentario. In seguito, una altra volenterosa amica di questo blog, lo ha tradotto in italiano. Questa singolare rete di amore verso le testimonianze certosine, e la lodevole intenzione di diffonderle, aiutandomi nel mio intento, fà di voi amici lettori la mia gioia. Grazie di cuore!!!

Ora vi lascio alla visione dei filmati ed alla lettura del testo. Parole emozionanti, che devono esserci di insegnamento per la serenità espressa da questo certosino, alla fine dei suoi giorni, il quale ha dedicato con amore il suo tempo sulla terra alla vita monastica. Immancabile commuoversi.

Resti per sempre  vivo in noi il suo ricordo!

Video 1

Video 2

Leo Fijen ha visitato più di cinquanta monasteri per produrre la serie monastica. Torna ancora una volta nelle abbazie più belle per una serie speciale. Nel nuovo anno, il certosino Marcellin Theeuwes conclude questa serie, il certosino che rimane in silenzio per diciotto ore al giorno, vive da solo e, così, va a morire. Nel sud della Francia, mostra dove sarà sepolto: coinvolto nel suo abito, senza una bara, con una croce senza nome, perché Dio conosce ognuno di noi per il nome.

Leo Fijen: Perché il silenzio è importante per le persone?

Dom Marcellin: Per ascoltare sé stesso, di tanto in tanto chiedersi: dove sono, cosa faccio e dove voglio andare…

Leo Fijen: E come stai?

Dom Marcellin: Proprio come mi vedi… con bastoni da passeggio, ma sono ancora in piedi!

Leo Fijen: Stai ancora sorridendo come 15 anni fa!

Dom Marcellin: Perché non dovrei ridere?

Leo Fijen: Beh, a causa dei bastoni. (Ride)

Dom Marcellin: No… (ride)

Leo Fijen: No? (Ride)

Dom Marcellin: No, no … no, non è così che funziona. (Ride)

Leo Fijen: No?

Dom Marcellin: No, non è così. (Ride)

Leo Fijen: E com’è? (ride)

Dom Marcellin: Questa vita è stata così bella… (ride)

Leo Fijen: La vita è stata così bella?

Dom Marcellin: Sì, questa vita mi ha dato ciò che ho ricevuto (in questo momento si riferisce a tutto ciò che ha ricevuto dalla vita). Questo è fantastico! (ride)

Leo Fijen: E vuoi dire che hai vissuto il tuo sogno?

Dom Marcellin: Sì, ma non ho mai sognato così grande. (Ride)

Leo Fijen: Questo è bello, non hai mai sognato così grande! (ride) È così che ti conosco!

Leo Fijen: Ma hai voluto vivere questa vita?

Dom Marcellin: Sì, sì…dall’inizio.

Leo Fijen: E questo è tutto?

Dom Marcellin: Sì, è così… Negli ultimi anni, penso molte volte e credo sia una delle cose più belle che posso dire: sono riuscito a vivere quello che immaginavo da bambino. E tutto è diventato realtà. Ne sono molto felice.

Leo Fijen: Le campane stanno suonando. Dobbiamo entrare?

Dom Marcellin: Sì.

[Leo Fijen parla durante la registrazione: “Don Marcellin mi dice che è gravemente malato e fa chemioterapia. I dottori pensano che non sia ancora così male. Ma non è così che lui si sente. Ha un cancro al fegato e la chirurgia non è possibile. Tuttavia, insiste nel mostrarci il suo monastero.”]

Leo Fijen: Quanti fratelli e monaci vivono qui?

Dom Marcellin: Al momento siamo 16. Sei di loro sono fratelli.

Leo Fijen: Quindi questo è un monastero relativamente piccolo?

Dom Marcellin: Sì, ma per i concetti di oggi è già molto bello.

Leo Fijen: Il fatto che stiamo camminando qui adesso è speciale, perché normalmente il fotografo o la troupe televisiva non entra qui così facilmente.

Dom Marcellin: No… questo è molto raro.

Leo Fijen: È molto raro?

Dom Marcellin: Sì.

Leo Fijen: E perché lo stai facendo (aprendo un monastero per la troupe)? È stato perché ti ho chiesto?

Dom Marcellin: Certamente… sei una persona fortunata. (Ride)

Leo Fijen: Sono una persona fortunata? (Ride)

Dom Marcellin: Sì! (Ride)

Leo Fijen: Lo apprezzo molto perché so che questo monastero è costruito per il silenzio e la solitudine.

Dom Marcellin: Sì…

Leo Fijen: E con poca accessibilità per gli estranei.

Dom Marcellin: Sì, molto poco…Ad esempio, abbiamo pochissime persone che soggiornano qui per trascorrere del tempo. Di solito non lo facciamo. Tranne alcune persone, di solito giovani, che hanno bisogno di pensare alla vita…possono restare con noi per un po’.

Leo Fijen: E tu dici sempre “vogliamo essere connessi al mondo”.

Dom Marcellin: Questo è molto importante, che siamo anche collegati.

Leo Fijen: Era il tuo sogno da bambino diventare un monaco?

Dom Marcellin: Quando ero piccolo, ho detto per la prima volta che volevo vivere in un monastero. Avevo circa sei anni.

[In questo momento comincia a passare il filmato dell’intervista a Dom Marcellin di 15 anni fa].

Leo Fijen: E perché lo volevi così tanto?

Dom Marcellin: È un posto dove tu puoi immergerti completamente e dove puoi conquistare te stesso e dove c’è molta libertà e molta apertura.

[L’intervista di 15 anni fa si interrompe e la telecamera ritorna su Don Marcellin e lui commenta: firmo sotto, e non cambio nessuna parola].

Leo Fijen: Tu dici: “C’è molta libertà e molta apertura”. Ma le persone che guardano da fuori pensano: un posto con 18 ore di silenzio, è come una cassaforte, chiuso al mondo. Come puoi vivere aperto e libero?

Dom Marcellin: Perché quello che chiami chiusura, come una cassaforte, non è come ci sentiamo.

Leo Fijen: Cosa succede nel monastero? Cosa succede ad avere una tale apertura e libertà?

Dom Marcellin: Penso che sia perché ho trovato dove il mio cuore ha sempre voluto essere.

Leo Fijen: Ora che sei così impegnato con la salute, la chemioterapia, il recupero, sei stanco… a volte senti fisicamente che la fine è più vicina?

Dom Marcellin: Sì…nelle ultime settimane sento che la fine è molto vicina.

Leo Fijen: Come?

Dom Marcellin: (pensieroso…) Non che la mia vita stia sfuggendo, ma sto andando in un altro posto …

Leo Fijen: Hai paura della morte?

Dom Marcellin: No, la morte può venire senza problemi.

Leo Fijen: La morte può venire?

Dom Marcellin: Sì…

Leo Fijen: E aspetti la morte?

Dom Marcellin: Non la morte. Ma quello che spero verrà dopo.

Leo Fijen: E aspetti i momenti finali?

Dom Marcellin: No…

Leo Fijen: Perché no? Lo trovi difficile?

Dom Marcellin: (pensieroso …) Passare attraverso questo è sempre un po ‘difficile. Non puoi giudicare correttamente e certamente tu non sai davvero cosa aspettare. Aspetti che accada in un certo modo, hai una sorta di idea che hai ricevuto durante il tuo sviluppo religioso…Ma tu davvero non sai niente. Non sai davvero com’è e cosa sarà.

Leo Fijen: Lo aspetti?

Dom Marcellin: Finisce per aspettarlo.

Leo Fijen: Eppure fai chemio, eppure vuoi essere guarito.

Dom Marcellin: Questa non è una contraddizione interna.

Leo Fijen: Perché no?

Dom Marcellin: (pensieroso…) perché non puoi facilmente respingere la vita che hai ricevuto.

Leo Fijen: Se muori, come sarà?

Dom Marcellin: siamo messi su una superficie piana, vestiti con il nostro abito e alla fine siamo portati alla tomba.

Leo Fijen: Quindi non sei sepolto in una bara?

Dom Marcellin: No…

Leo Fijen: È questo che pensano i certosini della morte?

Dom Marcellin: Sì, certamente. Penso che all’epoca in cui l’Ordine è stata iniziata, era una forma di sepoltura che divenne molto più comune di quanto pensiamo ora.

Leo Fijen: E quando sarai sepolto nel tuo abito, una croce sarà posta con il tuo nome.

Dom Marcellin: No, non è così… non si tratta di chi c’è… In 30 o 40 anni non rimane altro che il teschio. Nonostante la personalità dell’uomo è accanto a Dio e nei pensieri, nei ricordi delle persone. Questa è la cosa principale. Questo è ciò che rimane, che può rimanere…

Leo Fijen: Pensi anche… “qual’è stato il mio ruolo nell’ordine certosino”?

Dom Marcellin: Sì, ci penso a volte, la cosa migliore è che penso che mi è stato permesso di aiutare altre persone a vivere ed a ottenere quello che volevano.

Leo Fijen: Anche per avvicinare altre persone al loro destino e più vicino a Dio?

Dom Marcellin: Sì, sì…

Leo Fijen: Un certosino non vive con merito?

Dom Marcellin: No, no…

Leo Fijen: Pensi su questo…perché posso immaginare che arriva un momento in cui dici: è già abbastanza, non ho più bisogno di chemioterapia?

Dom Marcellin: Potrebbe anche essere sì… (pensieroso) per ora seguirò l’oncologo, che è l’unica speranza in lui. Quindi lo sto ancora seguendo. Ma se arrivi il giorno in cui non posso fare più …. poi tutto si ferma (pensieroso)…

addiio

Grazie a Leo Fijen, che con questa intervista ha permesso a Dom Marcellin di consegnarci inconsapevolmente un prezioso testamento morale!