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Dom François Grangier, da certosino a parroco

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Cari amici lettori, lo spunto per realizzare l’articolo odierno mi viene offerto da un piccolo libro edito in francese dal titolo “Dom François Grangier, les exils d’un chartreux”. In esso, l’autore Julien Fleury un sacerdote della diocesi di Marsiglia dal 2006 e parroco di Saint-Giniez dal settembre 2015 riesce a descriverci la martoriata vita di questo monaco certosino.

All’origine di questo libro ci sono tre lettere trovate negli archivi della parrocchia di Saint-Giniez, dove Dom François Grangier trascorse i suoi ultimi anni.

Ma cerchiamo di ricostruire i fatti, e di conoscere questo certosino.

François Grangier nacque a Salon de Provence il 18 maggio del 1755, quando ha soli ventuno anni muore suo padre Joseph, ed egli qualche mese dopo decide di abbracciare la vita monastica. Entra nella certosa di Bonpas, pronunciando i suoi primi voti il 28 maggio del 1776. Comincia il suo percorso di vita claustrale fino al 1781 quando pronuncia la sua professione solenne, dopo aver studiato e conseguito il diaconato ed il sacerdozio.

Nel 1791 Dom François Grangier, viene inviato alla certosa di La Verne per assistere il Padre Priore diventandone il Vicario. Sta per cominciare il terribile periodo legato agli avvenimenti della Rivoluzione Francese, ed egli diventerà un testimone di quei tragici tempi, che stravolgeranno la sua vita.

Dovendo abbandonare La Verne, Dom François comincia il suo periplo raggiungendo la certosa di Montrieux, ma dopo poco tempo anche questa comunità viene dispersa. Ritroviamo nel 1792 Dom Grangier in Italia, nella certosa di Bologna dove stette poco, poichè braccato nuovamente dagli eserciti napoleonici, si rifugiò a Montello tra il 1797 e il 1805 con i suoi confratelli.

Dopo l’incoronazione di Bonaparte, avvenuta nel dicembre del 1804, egli spera in un ritorno alla quiete della vita monastica in Provenza e torna a Salon, sua città natale dove rimarrà dal 1805 al 1811. Scoprendo che molti dei suoi confratelli erano stati perseguitati, deportati o giustiziati, divenne vicario parrocchiale e poi parroco. Successivamente lo troviamo ad Arles nel 1811, poi parroco a Saint-Chamas per dieci anni. Infine, il13 novembre del 1822 il certosino ha ricevuto un ultimo nomina a Saint-Giniez vicino Marsiglia. È proprio in quest’ultima parrocchia che Dom Grangier ha lasciato più ricordi. E’ qui che l’autore del libro, Julien Fleury avendo ritrovato tre lettere negli archivi della parrocchia di Saint-Giniez, riesce a ricostruire la vita tormentata ed il suo peregrinare che lo porterà a dover abbandonare la vita monastica che aveva condotto per ben trenta anni. La Provvidenza dopo averlo sottoposto a tante prove lo ha condotto negli ultimi anni della sua vita alla cura pastorale, che svolse con grande impegno. Una vita spesa con Fede e radicata in Cristo.

In una di queste missive, indirizzata al vescovo di Marsiglia, Mons. Fortuné de Mazenod, Dom François ormai parroco settantenne scrisse al suo vescovo per informarlo dei suoi problemi di salute. La parrocchia è enorme, ha una grande estensione territoriale, lamenta che un ginocchio gli fa male, ed è paralizzato dai reumatismi. Espone un suo timore: doversi alzare di notte per portare il viatico a un malato che vive sui ripidi pendii di Notre-Dame de Garde. Pur sapendo che la vita monastica è ripresa alla Grande Chartreuse, a causa della sua età e dalla salute precaria opta nel luglio del 1831 di ritirarsi in campagna nei pressi di Marsiglia, avendo ottenuto dal Vescovo il permesso di potersi ritirare. La vita terrena di Dom François Grangier si concluderà il 24 febbraio del 1832.

Spero vogliate apprezzare l’avervi portato a conoscenza un’accenno della storia esposta in questo libro su questo personaggio, che avrebbe voluto vivere la sua vita all’interno delle mura monastiche, in quiete e solitudine.

Il “giuramento della Pallacorda” ed il certosino

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Oggi, cari amici, voglio proporvi l’analisi di un disegno preparatorio per un dipinto, nel quale è raffigurato un monaco certosino tra una moltitudine di persone. Come potrete notare è uno scenario alquanto insolito per un monaco dedito alla vita eremitica di clausura, ed allora come mai il pittore ha inserito nel suo disegno due elementi così dicotomici tra loro, come un certosino e la folla. Cerchiamo di fare chiarezza. Va detto che questo quadro sarebbe dovuto essere celebrativo, ovvero raffigurante un avvenimento realmente accaduto, ma vediamo di cosa si tratta.

L’evento da celebrare

Il 20 giugno 1789 Luigi XVI compì un grave errore: chiuse la sala dell’Hôtel des Menus-Plaisirs a Versailles, dove per quarantacinque giorni si era riunita l’Assemblea Nazionale, col pretesto di eseguirvi dei lavori di manutenzione. Il deputato Joseph-Ignace Guillotin, l’inventore della ghigliottina, propose di trasferirsi in una sala vicina, adibita al gioco della pallacorda. Qui, su proposta di Jean Joseph Mounier, i deputati prestarono giuramento di restare uniti fino a compimento della Costituzione Francese. Poco dopo, insieme ad alcuni rappresentanti del basso clero e alcuno nobili liberali, venne autoproclamata l’Assemblea Nazionale Costituente. Questo evento avrebbe reso irreversibile il processo che portò alla Rivoluzione Francese ed alla caduta definitiva della monarchia. Fu deciso che questo momento decisivo, doveva essere immortalato in un’opera impegnativa, teatrale e quasi solenne da un noto artista dell’epoca.

L’autore e l’opera

L’autore dell’opera in oggetto, è il francese Jacques-Louis David (1748-1825), un pittore francese che nel 1790 cominciò a eseguire i disegno preparatorio per il “Giuramento della Pallacorda”( Serment du Jeu de Paume ). Il progetto prevedeva un dipinto di enormi dimensioni, che, infatti, una volta terminato avrebbe dovuto misurare dieci metri per sette. Il pittore prevedeva di raffigurare i 630 membri dell’Assemblea Costituente: al centro Jean Sylvain Bailly, il primo sindaco di Parigi dal 1798 al 1791, e sulla finestra di destra Jean Paul Marat e tra la folla in primo piano Maximillien de Robespierre.

Quando arrivò il momento di iniziare la tela era il 1791. Il parlamento era diviso, fra moderati e giacobini cresceva tra loro il dissenso e l’utopia di unità e fratellanza già vacillava. A David, appartenente al Club dei giacobini, non gli vennero concessi i finanziamenti ed il progetto venne abbandonato. Ed è così che oggi restano il solo disegno preparatorio a inchiostro ed acquerello, che misura 66 x 101 cm, conservato al Musée National du Château di Versailles, ed un piccolo quadretto a olio, 65 x 88 cm, conservato presso il Musée Carnavalet, di Parigi.

Schema

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Il certosino diventato difensore della Rivoluzione

Ma al centro, l’artista inserì al di sotto di Jean Sylvain Bailly tre personaggi che tra loro si abbracciano fraternamente. E più precisamente l’abate Gregoire rappresentante il clero secolare che cinge con le sue braccia il certosino Dom Gerle in rappresentanza del clero regolare e Rabaut Saint-Étienne, figlio del pastore protestante Paul Rabaut. Simboleggiando così idealmente l’avvento di una nuova era di pace e riconciliazione dei religiosi durante la Rivoluzione.

Ma chi era questo certosino e perchè è raffigurato in questo dipinto?

Dom Antoine Christophe Gerle, nacque a Riom (Puy de Dôme) il 23 ottobre 1736, egli fece la professione solenne nella certosa di Port Sainte Marie il 6 ottobre 1757. Dom Gerle fu vicario nel 1767, a seguire fu eletto priore di Vauclaire nel 1768, di Moulins nel 1780 fu nominato convisitatore d’Aquitaine e nel 1781, visitatore poi, nel 1785, priore di Valdieu lo stesso anno, nel 1788, di Port Sainte Marie, la sua certosa.

Venne raffigurato nel bozzetto del dipinto poichè fu eletto deputato della Assemblea Costituente, egli fu poi anche uno degli organizzatore della cosiddetta Chiesa costituzionale. Ovvero la Chiesa istituita e organizzata dalla Costituzione civile del Clero (1790) e composta da vescovi, sacerdoti, diaconi e chierici che prestarono il giuramento richiesto. Nel 1791 fu anche eletto vescovo di Meaux, ma rifiutò questo vescovato. Nel Novembre 1793, abiura il sacerdozio restando poi coinvolto in diversi casi di scandali esoterici.

Si riversò nell’Illuminismo, fu arrestato il 17 maggio1794 durante il Terrore, ma venne salvato da Robespierre, poi si sposò e morì a Parigi il 17 novembre del 1801.

Dom Gerle busto

Pare che comunque in questa raffigurazione vi siano delle imprecisioni storiche, che il pittore ha volutamente ignorato per realizzare una sorta di manifesto simbolico. Difatti delle tre figure di religiosi che si abbracciano, il monaco certosino Dom Gerle, non era presente fisicamente quel giorno del giuramento, poichè divenne deputato di Riom soltanto alla fine di dicembre del 1789. Ma come vi ho detto, l’autore intendeva rappresentare con questo simpatico trio la nuova Chiesa costituzionale, nel 1791, speranza di riconciliazione. A questo si contrappone la scena, dal contenuto allegorico, che si intavede attraverso una finestra in alto a sinistra, laddove si vede la cappella di Versailles simbolo della Chiesa dell’Ancien Régime, colpita da un fulmine!

Lo stesso Marat, non poteva essere presente perché in quella data non era ancora deputato, ma solo un influente scrittore di pamphlet. Queste le principali incoerenze che si sommano ad altri simboli destinati ad essere interpretati.

Più che una rappresentazione precisa dei partecipanti alla seduta del 20 giugno 1789, David mette in scena le figure dell’Assemblea Costituente il cui ruolo è confermato dalla portata dei cambiamenti in atto e dagli uomini che furono particolarmente impegnati.

trio

cappella Versailles e fulmine

Un augurio per l’eternità

copertina Duclaux

Il titolo di questo articolo l’ho coniato a seguito della lettura di questa lettera di un monaco certosino, estratta da libro “Confidences d’un chartreux” che le ha raccolte, essa ci invita a riflettere sul tempo breve e transitorio di questa vita terrena. Egli augura felice eternità!

Ma vediamo chi è il certosino in questione.

Dom Hilarion Duclaux, nacque nel 1727 a Valréas, nel Vaucluse. Proveniente da una famiglia profondamente cristiana, molto presto sentì la chiamata alla vita consacrata ed entrò nella certosa di Bonpas, dove fece professione il 6 agosto 1748. I dolorosi eventi del tumulto rivoluzionario non risparmiarono la sua comunità, difatti i monaci furono espulsi l’8 settembre 1792. Dom Duclaux, che era in cattive condizioni di salute, sentì profondamente questa violenza diretta contro la Chiesa e il suo convento, e morì nella sua città natale nel 1793, all’età di 66 anni.

Recentemente sono state ritrovate delle lettere che egli scrisse alla sua famiglia. Essenzialmente al fratello sacerdote ed a suo padre, al quale scrisse dal gennaio 1748, anno della sua professione, fino all’aprile 1788, quindi alla vigilia della Rivoluzione francese. Le considerazioni spirituali contenute in queste lettere di Dom Duclaux sono incredibilmente attuali, costituendo un vero alimento per la meditazione personale. Si rivela da questi testi, l’animo sereno e fervente rivolto a Dio di questo pio certosino.

Per voi una di queste lettere, scritte al padre per augurargli un buon inizio anno.

Da Bonpas, 1 gennaio 1752

Al signor Duclaux, notaio ed impiegato,

a Valréas

Mio caro padre,

Avevo promesso al mio caro fratello di scriverti e quelli erano i miei desideri. Ma il tempo non mi ha permesso di realizzarle. Ultimamente, ho perso un’opportunità favorevole che si è presentata, ma, dato che era una giornata di spazio, non avevo ancora nessun momento di svago. Ne approfitto ora con grande entusiasmo di chi rimane, per adempiere a te il dovere che il nuovo anno che iniziamo oggi mi richiede: ti auguro felice e colmo delle benedizioni del Signore. Deve farci pensare a questo anno eterno che ci aspetta tutti e che sarà, se gradirà la misericordia divina, la fine della nostra felicità e che deve rendere, in questa valle di lacrime, l’oggetto di tutti i nostri sospiri. Gli anni che trascorriamo qui di seguito sono così piccoli rispetto alla loro breve durata e alle miserie che li accompagnano, che meritano la nostra stima solo quando ci vengono dati per accumulare tesori per il l’eternità. Inoltre, il nostro cuore è creato solo per Dio solo, che è eterno, e nulla di ciò che accade è degno di Dio. Beati coloro che fanno queste riflessioni e che, non attaccandosi a questa vita deperibile, attendono uno che non avrà fine, dove tutti i beni sono compresi, perché uno ha Dio lì, che è la felicità di santi. È lì, mio carissimo padre, che ti auguro, e per tutta la casa, perché la salvezza delle tue anime mi è cara come la mia. E tutto ciò che voglio nella nostra solitudine è vederti un giorno, riunito in questa patria celeste. Dio ci conceda la grazia!

Non ti parlo qui, mio carissimo padre, della parte che hai preso in onore che la Divina Provvidenza mi ha fatto, elevandomi al sacerdozio. Penso che sia molto grande. Sarei stato molto felice di vederti partecipare alla mia prima messa. Questo è abbastanza naturale. Mio carissimo fratello mi fa sperare che avrò il piacere di vederti con il mio carissimo zio, quando il tempo e gli affari lo permetteranno. Attendo con impazienza questo felice giorno, che potrebbe essere l’ultima volta che ci vedremo in questo luogo di esilio. E spero, con l’aiuto di Dio, che lo spendiamo in discorsi spirituali. Mi renderai felice se sei solo voi due.

Ho ricevuto una lettera da mio fratello Joseph qualche tempo fa. Sta andando bene. Mi piace anche, per grazia di Dio, buona salute e grande contentezza. Ti prego di offrire i miei umili rispetti a mio caro zio e mio caro fratello, a tutta la casa ea tutti i parenti.Vi auguro tutta la pace del Signore e, soprattutto, il suo amore divino, che deve essere l’anima della nostra anima. Concludo con i desideri e con i sentimenti più umili e più rispettosi con cui sono,

Da Bonpas, 1 gennaio 1752

mio caro padre, il tuo servo molto umile e molto ubbidiente,

Fratello Hilarion Duclaux, certosino. “

Papa Pio VI esiliato in certosa

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L’episodio storico che oggi vi racconto riguarda un triste periodo, nel quale, a seguito dell Rivoluzione Francese, il Papa venne esiliato nella certosa di Firenze.

Gian Angelo Braschi salì al soglio di Pietro nel 1775, dopo la morte di Clemente XIV scegliendo il nome di Pio VI.

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Certosa di Firenze entrata dell’appartamento di Pio VI

Egli a seguito della Rivoluzione Francese, si rifiutò di riconoscere i moti parigini, difatti quando ai sacerdoti fu richiesto un giuramento di fedeltà al regime, il papa condannò come scismatica la Costituzione. Le relazioni diplomatiche furono interrotte e la chiesa francese fu profondamente divisa. Il 15 febbraio 1798 il generale Berthier entrò in Roma, proclamò la repubblica romana e, deposto il pontefice (considerato come un capo di stato), lo costrinse a ritirarsi in Toscana. L’esilio del Papa cominciò nel permanere alcuni mesi a Siena, presso gli agostiniani, ma poi fu trasferito nella certosa di Firenze. II primo giorno di giugno del 1798, alle ore 7 partì da Siena per giungere in certosa alle ore 16, dove fu accolto con gran calore ed affetto dalla comunità monastica. Fu ospitato nella foresteria, composta da tre grandi ambienti, oggi detti anche “Appartamento del Papa” in ricordo del pontefice che vi soggiornò in reclusione. Vi si trovano una grande sala, uno studio e una camera da letto, con numerose opere d’arte e oggetti appartenuti a Pio VI. Durante tutto il periodo che egli stette alla certosa, non uscì mai da quel luogo, nel quale non si dava accesso nè ai fiorentini, nè ai forestieri. La sua residenza fu guardata a vista da due commissari francesi. Ebbe rari incontri, i principali vennero immortalati in stampe, che vi propongo in questo articolo e che riguardano la visita di S. A. Ferdinado III Granduca di Toscana, avvenuta il 5 giugno. 

PIO VI 1

 

L’altra visita immortalata, è quella delle maestà Sarde che rendono omaggio al povero Papa. Entrambi le visite si svolgono sotto lo sguardo vigile dei certosini.

PIO VI 2

Nel frattempo le sue condizioni di salute peggioravano, difatti la sua paralisi faceva spaventosi progressi, ed egli soffriva moltissimo specialmente a motivo di dolorose vesciche sulla cute. La sua infermità divenne severa al punto che Pio VI perse l’uso delle gambe e non fu più in grado di reggersi in piedi. Sua Santità non potè più aver la consolazione tanto grande di celebrare la S. Messa. L’ascoltava nondimeno ogni giorno, e di tanto in tanto si comunicava alla Comunione del celebrante. Nella mattina del dì 27 marzo, dopo nove mesi e 28 giorni di reclusione, trascorsi in certosa il General Gaultier e il Ministro Rheinard, che avevano assunto il supremo comando della Toscana, si presentarono al Pontefice per notificargli gli ordini ricevuti. Gli agenti francesi, incuranti della salute cagionevole del Papa gli ordinarono bruscamente di lasciare la certosa, per condurlo a dormire fuori Firenze in un albergo, l’indomani lo si fece partire prima dei giorno. Fu scortato da 200 soldati che lo trasferirono, con un estenuante viaggio, attraverso Torino e fu costretto ad attraversare le Alpi lungo sentieri innevati, giungendo a Briançon e poi a Valence. Pio VI morì prigioniero nella cittadella di Valence il 29 agosto 1799.

Pio Vi  riceve l' ordine di lasciare  la Certosa

Pio Vi riceve l’ ordine di lasciare la Certosa

Viaggio avventuroso, passaggio al Moncenisio di Pio VI

Viaggio avventuroso, passaggio al Moncenisio di Pio VI

Nella sua ultima lettera Quoties animo scritta il 13 agosto 1799, pochi giorni prima di morire, scrive queste parole: “Le tribolazioni che ci hanno molto colpito ci avrebbero sopraffatto, se la grazia di Gesù Cristo non ci avesse aiutato”…

Desidero inoltre condividere, ciò che scrisse Giovanni Paolo II, quando asserì che “gli ultimi mesi di Pio VI furono la sua personale via crucis”.

Ho voluto raccontarvi questo triste e drammatico episodio, nel quale i nostri amati monaci certosini furono impotenti testimoni e spettatori, che seppero coccolare il successore di Pietro con dedizione ed amore cristiano.

Morte_di_Pio VI a Valence

Morte di Pio VI a Valence

 

La Priora ghigliottinata

Gosnay

La vicenda che voglio raccontarvi in questo articolo odierno, è una triste storia che si riferisce alle violenze ed ai supplizi subite dai religiosi nel periodo della Rivoluzione Francese. Ma, prima di parlarvi della infelice protagonista, ovvero la povera priora della certosa femminile di Gosnay, è d’uopo una premessa.

Per effetto della rivoluzione in atto, avviene la fine della certosa di Gosnay.

La decisione di vendere le abbazie e i conventi durante la rivoluzione viene rallentata o ostacolata dall’esistenza dei loro occupanti. Le leggi del 13 e del 19 marzo 1790 aboliscono i voti monastici e sopprimono gli ordini religiosi. È alla fine di agosto del 1790 che l’inventario inizia nella certosa di Mont Saint Marie a Gosnay. Membri del consiglio esecutivo del distretto di Béthune, come Jean-Baptiste Taffin, procuratore distrettuale generale e futuro proprietario dei locali, eseguono tale procedura.

Questi inventari durano quasi una settimana, c’è davvero molto lavoro ed è necessario identificare i beni materiali della certosa, ma anche i suoi averi e gli occupanti.

L’inventario ci dice che nel crepuscolo della sua esistenza il monastero femminile certosino ha ancora 19 suore, una novizia, 11 suore donate e 3 padri ed un novizio.

In questo periodo la certosa fu saccheggiata, come riportato da padre Deramecourt nel suo libro Il clero della diocesi di Arras, Boulogne e Saint-Omer durante la Rivoluzione (1789-1802)

“Il consiglio di amministrazione ha scritto al dipartimento il 16 maggio alle ore tre del pomeriggio, i cittadini Ruitz, Houchain, Vaudricourt, Fouquières Fouquereuil e Hesdigneul, la numerazione circa 300, fra i quali un certo numero di donne e bambini con in testa due tamburini, sarebbero andati prima alla casa delle già citate certosine de Gosnay, la cui porta stavano per aprire, e che, avendo raggiunto l’interno della casa, erano armati con mazze di ferro che servivano a infrangere diverse porte, sia i chiostri, le stanze e gli appartamenti, le celle delle suore, che saccheggiavano. Rubarono e si appropriarono del cibo e delle bevande e rimuovevano ciò che il comandante del tredicesimo reggimento di Bethune ordinava. Egli mandò 10 uomini, un sergente e un caporale per evacuare il convento, per tenere la guarnigione lì fino a nuovo avviso, e per preservare tutto ciò che dipendeva da questa casa “

Poco dopo questi eventi Pierre Antoine Dufresne, esperto del distretto, stima che il convento certosino possedeva 36.000 libbre. L’argenteria sarà trasferita nella sagrestia della chiesa collegiata di Sainte-Croix a Bethune.

Nel 1792 tutte le suore furono disperse e si recarono nelle loro famiglie o nei villaggi vicini, convinti di poter tornare a Mont Sainte-Marie una volta che questi tragici eventi fossero passati.

monaca certosina

Madre Albertine de Briois: ultima priora in carica dal 1772-1792

Marie Albertine de Briois, fu la ventinovesima e ultima priora. Ella nacque il 20 agosto 1727 ad Arras, suo fratello François Albert Briois fu consigliere del re, avvocato generale e primo presidente del consiglio superiore di Artois. Lui stesso era molto vicino e legato ai certosini.

Nell’obbligo di lasciare la certosa, Marie-Albertine si ritira nella sua città natale ad Arras con il nipote Bon-Albert. Come suo padre, Bon-Albert è il primo presidente del consiglio di Artois e deputato della nobiltà. Trova sua sorella Isabelle badessa delle orsoline di Amiens, e l’altra sorella Francoise Marguerite.

Il primo dicembre del 1793 vengono arrestati tutti come sospettati: “Per violazione del divieto, escludendo gli ex nobili, di 10 leghe dalle fortezze e confini … che sono nati da padre nobile, e che non erano a trenta leghe dalle frontiere come la legge aveva prescritto agli uomini, che, attaccati al governo monarchico, potrebbe prendere le armi per aiutare gli stranieri coalizione, che sembrava voler ristabilire questo governo “. Condannate rapidamente Marie-Albertine e sua sorella Isabelle, vengono ghigliottinate il 27 giugno 1794 nella pubblica piazza ad Arras per “fanatismo e idee controrivoluzionarie”. La brutalità del gesto, prosegue poichè i poveri resti vennero gettati senza umana pietà in una fossa pubblica.

La certosa dopo la confisca, viene venduta il 7 febbraio del 1794 a Jean-Baptiste Taffin, procuratore distrettuale generale.

Dal 1999, il sito ove sorge l’antica certosa di Gosnay è stato oggetto di scavi archeologici. Nel è stato trovata, una scultura di un Cristo del XV ° secolo, esattamente un “Cristo legato” iconografia tipica dell’epoca, raffigurante Cristo con le mani legate. Si stima che fu danneggiato durante la rivoluzione francese, e gettato nelle vecchie latrine tra il 1793 ed il 1794, quando la chiesa fu distrutta. Il disprezzo e la cupa violenza dei rivoluzionari si abbattè su opere e persone, distruggendo ogni espressione di cristianità.

Dom Joseph Martinet, un certosino in fuga

Dom Joseph Martinet, un certosino in fuga

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Dom Joseph Martinet celebra clandestinamente la messa (tela anonima musée des Chartreux, Marseille)

Nell’ articolo odierno,  torno a parlarvi di un personaggio che ha vissuto avventurose esperienza durante la tremenda persecuzione religiosa che ha fatto seguito alla Rivoluzione francese.  In precedenti articoli vi avevo già narrato storie drammatiche che coinvolsero monaci certosini cosiddetti refrattari alle nuove leggi anticlericali. Il personaggio che intendo farvi conoscere fu un monaco certosino di Marsiglia noto come Dom Joseph Martinet.

Allo stato civile Marie Gervais Thomas Martinet, nacque a a Auvillars (Tarn-et-Garonne) in  Francia, il 20 dicembre 1750 da suo padre Giuseppe Arnaud Martinet, signore di Artigadais, avvocato in Parlamento e da Elizabeth Beauquesne la quale morì prematuramente quando il figlio aveva solo cinque anni. Il giovane Martinet dopo aver dedicato la sua adolescenza agli studi, fu pervaso da una vocazione verso la vita religiosa di clausura, pertanto decise di entrare nella certosa di Villeneuve-lès-Avignon nel 1771. Dopo aver fatto la professione solenne presso questa certosa il 27 dicembre del  1771, e preso il nome Joseph, egli fu inviato alla certosa di Marsiglia dove svolse il compito di sacrista tra il 1787 ed il 1788. Purtroppo la sua vita monastica come quella di tutta la comunità certosina di Marsiglia venne turbata dalle leggi anticlericali, difatti a seguito di ciò la certosa chiuse ed i monaci furono dispersi. Dom Joseph, impavido, sfidò tale odiosa prescrizione, difatti abbandonata la sua cella il 14 luglio 1792, rimase nei paraggi della certosa in clandestinità continuando a svolgere la sua attività di sacerdote. Egli da prete refrattario, fu accolta da varie famiglie cattoliche che si prestarono a dargli accoglienza e rifugio. Tra agosto 1792 e luglio 1793 Dom Martinet, fu l’unico sacerdote ad esercitare il ministero in tutta Marsiglia, e da buon certosino viveva umilmente dedicando molte ore alla preghiera e tralasciando le ore di sonno per essere di ausilio ai fedeli. Ebbe vari nascondigli, sono riportati in cronache dell’epoca i suoi scampati arresti da parte dei poliziotti che braccavano i refrattari come lui, e che prodigiosamente non riuscirono mai ad arrestarlo. Amava predicare e coinvolgere fedeli alla recita del Rosario, tenuto furtivamente in luoghi nascosti. Durante tutto questo periodo rivoluzionario, dal 1793 al 1795,  nel quale Dom Martinet visse in clandestinità, redasse, in una sorta di agenda, i sacramenti che impartì: 276 battesimi e 36 matrimoni!

La fama di santità di questo certosino costretto alla fuga, crebbe allorquando morì in una casa di una famiglia di Marsiglia che gli offriva ospitalità, il 12 giugno del 1795 e fu seppellito segretamente in un giardino de la rue d’Aix. Successivamente passate le turbolenze rivoluzionarie, i suoi resti furono traslati il 23 febbraio del 1856 nella chiesa della certosa di Marsiglia, nel frattempo diventata Parrocchia di Santa Maria Maddalena. Oggi si può ammirare all’interno di questa chiesa, il monumento funerario, alto metri 2,50 eretto nel 1856 in memoria di Dom Joseph Martinet al di sopra del quale si scorge la maschera funebre del venerabile certosino. Sulla lapide marmoreo l’incisione in lettere d’oro recita:

“Memoria in benedictione è Cujus / Qui giace / Dom Joseph Martinet / Auvillars nato a Tarn-et-Garonne / 26 dic 1730 / Religioso dell’Ordine di San Bruno / professo della Chartreuse di Villeneuve-les-Avignon / poi inviato a Marsiglia / dove rimase fino al tempo della Rivoluzione / Apostolo di Marsiglia / durante i giorni peggiori di persecuzione / costantemente a rischio della sua vita / è esaurito nell’esercizio delle carità eroica / morì nella stessa città in odore di santità / 12 giugno 1795 / depositato nella ex chiesa certosina / attualmente parrocchia di S. Maria Maddalena / 23 febbraio 1856. “

Ho voluto rinverdire la memoria di questo straordinario personaggio, il quale nella città di Marsiglia è ricordato ancora oggi con grande amore e particolare devozione.

26 tomba martinet

                                     Monumento funebre con iscrizione

maschera funebre

                                                    maschera funebre

Stat Crux Dum volvitur Orbis posto sulla base

                                                          Stat Crux Dum Volvitur Orbis (posto sulla base)

L’indomito Dom Ephrem Coutarel

L’indomito Dom Ephrem Coutarel

Ritratto di Dom Ephrem Coutarel,

Nella mia continua ricerca, mi sono imbattuto nella affascinante storia di questo certosino che ha vissuto la sua vita monastica durante la tremenda persecuzione religiosa a seguito della Rivoluzione francese. In precedenti articoli vi avevo narrato storie drammatiche che coinvolsero monaci certosini cosiddetti refrattari alle nuove leggi anticlericali. La storia che oggi vi narro ha per protagonista Jean Coutarel, nato il 27 marzo del 1764 a Freyssinoux, un piccolo villaggio rurale nei pressi di Auvergne, in una famiglia di nove figl. Jean vive la sua infanzia con i suoi genitori in un ambiente benestante, cresce  ricevendo una buona educazione ed ottimi insegnamenti religiosi da un suo zio prevosto, che contribuisce alla sua formazione cristiana. Ne consegue una particolare inclinazione verso la vita monastica certosina, che ha conosciuto dai racconti ricevuti da un suo domestico che aveva frequentato la certosa di Valbonne. L’attrazione per la vita eremitica e la forte spiritualità dell’ordine, fanno crescere in lui il desiderio di entrare in una certosa ed abbracciare la vita monastica. Prende così contatti con la certosa di Port Saint Marie, laddove poco dopo, nel 1784, entrerà diventando novizio  dimostrando da subito una particolare inclinazione per il rigore e la disciplina. Il maestro dei novizi, percepisce la sua forte personalità e decide di fargli continuare il percorso di formazione monastica alla Grande Chartreuse. Il giovane Jean è accolto bene, dimostrando di poter proseguire il suo cammino seguendo il propositum cartusiense, in maniera più draconiana. Il 13 gennaio del 1786, Jean indossa l’abito certosino scegliendo il nome di Ephrem per poi ricevere la professione solenne l’anno successivo il 14 gennaio del 1787, continuando con gioia e dedizionea dedicarsi ad una zelante vita claustrale. Ma gli eventi che accadranno a seguito della Rivoluzione francese e la conseguente legge anticlericale del 18 agosto 1792, stravolgeranno la sua vita e quella dell’intera comunità monastica, turbando la quiete del chiostro. Il Priore avvisa la comunità delle nuove leggi sulla nazionalizzazione delle proprietà ecclesiastiche. Le proprietà terriere monastiche vengono vendute a privati cittadini.  Dom Ephrem nonostante la sua giovane età (26 anni) concorda con il suo Priore ed afferma “che intende vivere e morire nella sua condizione di certosino a Dio piacendo”.  Consultata l’intera comunità il Priore appura che la maggioranza intende proseguire la vita monastica e non cedere alle nuove leggi.  La tragedia sta per cominciare.

La certosa viene occupata da 600 uomini che turbando la vita claustrale, prendono possesso degli alloggi dei monaci impotenti, che assistono inermi al comportamento blasfemo dei soldati che danneggiano con sdegno alcuni simboli sacri, consentendo l’ingresso di concubine per sollazzare i propri sordidi piaceri. I poveri monaci che non intendono abbandonare la certosa, sperano in una risoluzione della squallida invasione, e rivolgono le loro preghiere a tale causa.  Ma purtroppo al peggio non vi è mai fine, ed il 6 ottobre (giorno di san Bruno) del 1792 arriva la conferma dello scioglimento della comunità monastica, composta da 30 padri e 40 fratelli conversi, che deve disperdersi ed abbandonare la certosa entro il giorno 14. Tre padri lasciano l’abito monastico, dopo la messa solenne per assumere abito secolare, gli altri fuggono cercando rifugio, poiché la  legge lascia poche alternative al più recalcitrante: lasciare il Paese o rimanere illegalmente in Francia.  Dom Ephrem vive la sua clandestinità nei paraggi della Grande Chartreuse, in rifugi e spelonche da lui ben note poiché eccellente conoscitore della zona. Viene rifocillato ed assistito dalla popolazione dei villaggi ed in cambio di questo sostegno, Dom Coutarel rende alcuni servizi come dire messa, battezzare i bambini, celebrare matrimoni, visitare i malati, confessare i fedeli a Saint-Laurent-du-Pont, Saint-Pierre-de-Chartreuse, Saint-Pierre-d’Entremont e Villette. Nell’estate del 1793, Dom Coutarel ritorna in certosa segretamente  ma dopo varie peripezie viene acciuffato ed arrestato. Come tante  migliaia di religiosi viene incarcerato e sommariamente condannato alla deportazione sulla nave The Republican  destinazione Guyana. Il viaggio fu effettuato durante un inverno gelido con un mare spesso burrascoso, durante il quale centinaia di prigionieri persero la vita. La Provvidenza volle che grazie alla sua forte fibra Dom Ephrem resistesse a questa dura prova fino all’ordine di rilascio comunicato da un generale in data 11 aprile 1795. Appena sbarcato egli volle fare ritorno nei paraggi della Grande Chartreuse, dedicandosi alla stesura di testi che contribuirono al successivo reintegro dei monaci in certosa. Nel 1804, egli divenne parroco di Villette, vicino a Grenoble e nel 1813,  partecipò con estremo zelo ai negoziati per il ripristino dell’ordine in Francia.  Il 16 luglio del 1816 dopo svariate contrattazioni,  e terminata la tempesta rivoluzionaria,  i poveri certosini poterono riprendere la attività claustrale nel silenzio e nella preghiera.

Dom Ephrem morì nel  1842 nella Grande Certosa, dopo 55 anni di professione religiosa. Voglio ricordarlo per aver profondamente contribuito con il suo encomiabile zelo per la conservazione del rito nel triste periodo di transizione tra il 1816 ed il 1830, insegnando alle nuove generazioni di confratelli le radici della vita certosina, fissando in maniera indelebile la massima  “Cartusia nunquam reformataquia nunquam deformata.” Siamo grati dunque a questo eroe certosino la cui storia risulta essere poco conosciuta.

Un certosino “refrattario” durante la Rivoluzione Francese

Un certosino “refrattario” durante la  Rivoluzione  Francese

La storia che oggi voglio raccontarvi, si inserisce in un contesto storico, la Rivoluzione Francese, che ha visto una cruenta repressione e persecuzione subita dai francesi cattolici. Durante questo periodo, fu eseguito un vero e proprio tentativo di decristianizzare la nazione attraverso l’introduzione di leggi anticlericali. Ho già descritto, in un precedente articolo a cui vi rimando le violenze e le imposizioni  perpetrate, nonché le vicissitudini di quei certosini che non sopravvissero a tale soprusi, i cosiddetti “Martiri dei Pontoni di Rochefort”mentre nell’articolo odierno tratterò di una storia estremamente travagliata ma conclusasi con un lieto fine. Jean-Charles Guerquin, è il nome del protagonista di questo racconto, egli nacque a Metz, il 26 Luglio 1763 in una famiglia borghese, e da giovanissimo, all’età di ventidue anni decise di diventare certosino. Fece il suo ingresso nella certosa di Montmerle, il 5 ottobre del 1785 egli fece la professione temporanea ricevendo, in presenza di tutta la comunità e del priore Guillaume ARMÉLY,  il nome Gabriel. Nonostante il clima surriscaldato a seguito dei burrascosi eventi che si svolsero nell’estate del 1789, e le nuove leggi, severe contro le congregazioni ed ordini religiosi, Dom Gabriel svolse la sua professione solenne all’età di ventisette anni pochi giorni prima della pubblicazione del decreto che vietava tassativamente la presa dei solenni voti religiosi. Questo decreto, del 13 Febbraio 1790, consentiva ai monaci che volevano abbandonare la vita monastica di unirsi al clero secolare o di ritornare alla vita civile. Tuttavia lo stesso decreto prevedeva che coloro i quali non volessero lasciare la vita monastica, potevano riunirsi in un’unica struttura appositamente prescelta. La certosa scelta per asservire a questo scopo, fu proprio la certosa di Montrmerle, che accolse così tutti i certosini provenienti dalle altre cerose soppresse, ciò avvenne dal 24 marzo del 1790. ma malgrado la volontà espressa da quei certosini che vollero mantenere saldo il loro ideale di vita, le autorità francesi insistevano nel farli dissuadere dal loro proposito. Il 18 giugno del 1790 i commissari della Repubblica ed il sindaco del luogo si recarono alla certosa di Montmerle, nel tentativo di estorcere da qualche religioso la rinuncia a proseguire la vita claustrale. In tale occasione Dom Guerquin ebbe a precisare: “ Voglio vivere e morire da certosino!!!”, ed insieme ai suoi confratelli continuò a godersi la quiete monastica, pur sapendo dei rischi a cui si sarebbero sottoposti. La pace della comunità certosina era continuamente turbata dalle visite delle autorità comunali, ed il 20 giugno 1791, i padri furono nuovamente interpellati circa la loro volontà, Dom Guerquin a nome di tutti i religiosi ribadì in modo energico il loro ferreo intento. La frequenza delle visite dei funzionari divenne sempre maggiore, con il chiaro obiettivo di destabilizzare l’attività monastica ed indurre i religiosi ad andarsene da Montmerle. Il 20 luglio 1792 la certosa è costretta a subire una perquisizione da parte della Guardia Nazionale, che però non riscontra “nulla contrario alla Legge”,  ed in agosto i monaci vengono costretti a prestare giuramento di “Libertà ed Eguaglianza” imposto dal legislatore. Dom Guerquin ed i confratelli si impegnarono inizialmente ma poi ritirarono il loro impegno. A tutto ciò farà seguito un decreto dell’Assemblea Legislativa del 1 ottobre 1792, che ordinò l’evacuazione e la soppressione di tutte le istituzioni religiose, dando inizia ad una vera odissea per migliaia di religiosi. A questo punto Dom Guerquin, in compagnia di altri compagni si rifugiano, nei primi mesi del 1793 a Bourg-en Bresse, ed in clandestinità creano uno spazio dove riunirsi per pregare, esponendosi così ad un grosso rischio. In quell’anno i sacerdoti o tutti coloro che erano sospettati di esserlo, venivano denunciati alle autorità, difatti il 16 novembre 1793 o 26 brumaio, Guerquin ed i suoi compagni vengono arrestati ed internati in un ex convento delle clarisse trasformato in prigione. Dopo qualche settimana il gruppo di certosini viene trasferito al carcere di Bicetre riservato ai sacerdoti “refrattari”. E’ questo il momento peggiore, poiché verranno tenuti in una prigione scalcinata ed umida in condizioni disumane, ed essendo malnutriti finirono per ammalarsi. A causa delle loro pessime condizioni di salute, vi saranno ripetute richieste di scarcerazione che purtroppo non saranno accolte. Solamente nel marzo del 1795, Dom Jean Guerquin viene rilasciato dopo aver trascorso un anno e quattro mesi di detenzione, in quell’orrida prigione. Uscendo dal carcere egli svolge in pieno la sua attività di sacerdote refrattario nella clandestinità, adottando addirittura lo pseudonimo di Desgranges, e vestito da contadino celebra battesimi, matrimoni, amministra l’estrema unzione ai moribondi, ed insegna il catechismo ai bambini, tutto in gran segreto. Egli si muove tra i paesi di Marboz, Beny, Attignat, Étrez dove trova tanti fedeli disposti a garantire la sua sicurezza offrondogli ospitalità, protezione e rifugio. Tutte queste precauzioni non furono sufficienti, poiché il 16 dicembre del 1796, Dom Guerquin alias Descarges rifugiatosi sotto il pavimento di una fattoria, ospite dei proprietari fu scoperto ed arrestato dalla Guardia Nazionale che durante un rastrellamento lo scorse. Trasportato a Marboz tra tante angherie e violenze il povero Guerquin, viene condotto temporaneamente in un osteria in attesa del carcere, ma diffusasi la notizia del suo arresto nei paraggi si assiepa una moltitudine di persone, che protestando vivamente verso i soldati, chiedono la liberazione del religioso. Le guardie si avvicinano alla folla minacciando di sparare, ed intimano loro di allontanarsi, nell’assistere a questa scena Dom Guerquin si rivolge ai suoi fedeli pregandoli di non essere violenti, ma ciò provoca un ulteriore confusione, che porterà i soldati a sparare e mietere una vittima per disperdere i contadini in rivolta. Condotto a Coligny il nostro protagonista viene sottoposto ad un processo,  il sacerdote è interrogato sulle sue attività clandestine, le sue residenze, la sua mancata sottomissione alle leggi. Viene ascoltato e condannato per non essere stato conforme alle leggi sull’esercizio della religione ed incarcerato nella prigione di Bourg.en Bresse.

I problemi di salute riaffiorano ed in attesa del processo, dall’esito negativo scontato avviene un inaspettato intervento della Provvidenza. Il funzionario di Polizia che ha arrestato Guerquin, viene accusato di abuso di potere durante la ricerca del prelato, pertanto il 18 aprile del 1797 il sacerdote certosino viene prosciolto e liberato, ed immediatamente riprende la sua attività in clandestinità tra la solidarietà del popolo. Susseguiranno altre denunce e condanne, ma l’indomito Guerquin sfuggirà all’arresto continuando imperterrito la sua attività fino all’ 11 dicembre del 1798 quando verrà fermato e condannato all’esilio sull’isola di Ré. I giorni della Rivoluzione giunsero al termine e fece seguito un concordato nel 1801 tra Pio VII e Napoleone, che permise un miglioramento delle condizioni di culto dei religiosi,  i quali erano ormai pochissimi ed in condizioni di totale disorganizzazione. Il nostro Dom Guerquin fu nominato parroco dapprima a Romanèche-la-Montagne, dove esercita il suo ministero per due anni da febbraio 1801 al marzo 1803, e poi a Malafretaz dal marzo del 1803 al 1 ° gennaio 1809. Spostatosi a Tossiat, farà il parroco per ben dieci anni e sarà in questo incarico affiancato da due ex certosini come lui. Vi ho preannunciato all’inizio di questo racconto un lieto fine, ed infatti Jean Charles Guerquin nel giugno del 1819, dopo le traversie raccontatevi e dopo aver  trascorso 24 anni come sacerdote nel clero secolare, decide di ritornare alla vita claustrale. Il 15 luglio del 1819 fa il suo ingresso alla Grande Chartreuse, ricevendo per la sua esperienza e le sue qualità la nomina a Maestro dei novizi istruendo i giovani alla vita certosina. Svolse egregiamente questa mansione fino al 1827, ed in seguito fu inviato alla certosa di Mougères, dove fece il priore per sei anni dal 1831 al 1837. La Provvidenza, dopo avergli fatto affrontare tante prove gli ha concesso una possibilità imprevista, regalandogli l’opportunità di vivere per altri ben 29 anni quell’ideale di vita monastica certosina da lui abbracciata in gioventù. La sua tribolata gioventù fu coronata da una serena e felice vecchiaia, trascorsa tra le mura di una certosa, Dom Guerquin si spense il 18 ottobre del 1848 all’età di 85 anni tra il conforto dei suoi amati confratelli.

Dom Ginoux, un eroe solitario

Dom Ginoux, un eroe solitario

La storia che oggi voglio raccontarvi, fa riferimento ad un episodio accaduto nel 1799 alla Certosa di San Martino a Napoli, e che vede come protagonista Dom Ginoux, un eroe solitario. Recentemente ho voluto citare tale aneddoto, in occasione di un approfondimento tematico tenuto da me, sull’argomento riguardante le vicende burrascose che hanno segnato la comunità monastica napoletana negli ultimi sessant’anni vissuti nella loro certosa. Gli avvenimenti storici, che si svolsero a seguito della Rivoluzione Francese, e che causarono un radicale sconvolgimento sociale politico e culturale di proporzioni immani, in tutta Europa, ricaddero anche sulla certosa napoletana, ma vediamo come.


Un primo segno premonitore delle imminenti disavventure, che sconvolsero la quiete monastica, lo si ebbe quando nel 1794, il re Ferdinando IV ordinò il sequestro del prezioso Tesoro dei monaci certosini composto da argenti ed ori, poi fusi nella Zecca di Napoli, per finanziarsi e fronteggiare l’avanzata delle truppe francesi verso Napoli. Dopo tale accadimento, ed a seguito degli sconvolgenti episodi legati alla Rivoluzione francese, era giunto alla certosa di San Martino un tale Dom Ginoux, un certosino francese in fuga dalla certosa di Valbonne (Linguadoca) che chiese asilo alla comunità napoletana, che lo accolse calorosamente. Forse fu la Provvidenza a condurre quel certosino francese a Napoli, investendolo inconsapevolmente di una missione. Difatti poco tempo dopo,  il 23 gennaio del 1799, allorquando l’esercito francese entrò in Napoli, tutti i monaci di San Martino scapparono sentendosi in pericolo, ad eccezione di Dom Ginoux. Egli rimase da solo all’interno del convento, convinto di poterlo salvaguardare dalla furia dei soldati transalpini. Fu cosi che giunse al portone della certosa con intenti bellicosi il generale Defresse, il quale venne rabbonito dall’intrepido certosino che basandosi sulla comune nazionalità ed esprimendosi nella stessa lingua, poté assicurare al militare la disponibilità nella concessione delle celle, del Chiostro Grande e delle cucine alle truppe come ricovero, in cambio della salvaguardia della chiesa, degli arredi e delle ricchezze in essa contenute. Il generale acconsentì rispettando i patti, ed apprezzando il coraggio dell’indifeso certosino che protesse e stimò per tutto il periodo del soggiorno delle sue truppe a Napoli. Successivamente i francesi furono costretti alla fuga per il ritorno di re Ferdinando nel regno di Napoli, per effetto di ciò anche i certosini allontanatisi fecero ritorno nella città partenopea ed attraversandola, osservavano rammaricati le devastazione delle chiese e dei conventi perpetuate dalle truppe francesi, immaginando la loro certosa ridotta ad un cumulo di macerie. Saliti sulla collina del Vomero, ed avvicinandosi al loro convento rimasero basiti, nel vedere la loro certosa pressoché indenne, grazie alla provvidenziale mediazione di Dom Ginoux.

Questo eroe solitario era riuscito, con la sola forza della persuasione a mitigare la furia delle truppe francesi, riuscendo a salvaguardare l’immenso patrimonio artistico contenuto nella sontuosa certosa di San Martino, che anche grazie al suo provvidenziale impegno, ancor’oggi ci è consentito di poter ammirare. Nel rievocare questo aneddoto, spero di aver reso noto le gesta di questo eroe solitario, protagonista assoluto, ma dimenticato dall’oblio del tempo!!!

Philibert Aspairt, alla ricerca del tesoro certosino

Philibert Aspairt,

alla ricerca del tesoro certosino

La città di Parigi, fin dalla sua fondazione ha sfruttato il suo sottosuolo come cave prelevandone i materiali adatti per costruire la sua infrastruttura. Dal periodo romano fino al medioevo, e con la conseguente espansione della città, le numerose cavità del sottosuolo hanno dato origine a circa trecento chilometri di gallerie sotterranee. Questo intricato dedalo di cunicoli e gallerie sotterranee, fu sostanzialmente scoperto nel XVIII secolo, quando si decise nel 1777 di esplorarle, al fine di mettere in sicurezza la città stessa. Successivamente, gli eventi storici che si susseguirono videro Parigi teatro della Rivoluzione che segnò radicalmente la politica europea. Nello scenario legato agli anni del Terrore si svolge la storia che sto per narrarvi, riguardante la sparizione di Philibert Aspairt nelle viscere della capitale francese. La narrazione necessita di un antefatto, altrettanto leggendario circa la presenza dei certosini a Parigi, i quali invitati da Luigi IX per bonificare una zona degradata in una località fuori le mura cittadine, vi si insediano. Inizialmente giungono a Parigi nel 1257, e si stabiliscono a Gentilly, ma poco dopo il priore Jean de Josserand ed i sette suoi confratelli vengono destinati ad occupare il castello abbandonato di Vauvert. Questo luogo è situato in una località malsana e malfamata, che la popolazione crede infestata dal demonio al punto tale che era noto come Via Infera. A tal proposito la leggenda riferisce che i monaci una volta insediatisi il 21 novembre del 1258, abbiano passato tre giorni e tre notti in preghiera per scacciare il maligno!!! Da quel momento era nata la fondazione certosina nella città di Parigi, i monaci cominciarono a sfruttare gli ambienti sotterranei di Vauvert, e lentamente cominciarono ad ingrandire la propria struttura. Ciò fu possibile poiché vennero esplorati i sotterranei che furono sfruttati estraendone la pregiata roccia calcare “lai”, che fu abilmente utilizzata per la costruzione di due chiostri, dei giardini monumentali e di un mulino ad acqua. Queste trasformazioni fecero assumere, nel seicento al complesso monastico un aspetto sontuoso caratterizzato anche da un famoso vivaio.

Purtroppo poi, a causa della Rivoluzione, nel periodo di massimo splendore i monaci furono, nell’ottobre del 1792, costretti ad abbandonare il convento. I prestigiosi ambienti claustrali, vennero destinati a fabbrica di polvere da sparo, e via via demoliti, cosicché dell’antico splendore della vita monastica rimasero come traccia i soli sotterranei. Premesso ciò, per identificare il luogo che fa da sfondo alla vicenda che vi narro, dobbiamo localizzare i sotterranei della certosa di Vauvert, essi sono situati a sud del parco dei Giardini di Lussemburgo e sotto l’attuale Liceo Montaigne . Il protagonista della vicenda leggendaria è Philibert Aspairt, il portiere del ex convento di Val de Grace diventato ormai Ospedale militare dopo che nel 1790 ne è stata fermata l’attività religiosa. Questa costruzione è situata a pochi isolati dai sotterranei certosini, ed egli, approfittando dei trambusti causati dal periodo del Terrore, ed  avendo sentito parlare della presenza di un misterioso tesoro (forse ingenti quantità di liquore Chartreuse) decide incautamente di accedervi. Così, la domenica 3 novembre 1793, il neofita esploratore attraverso una scala posta nel cortile dell’ex convento, equipaggiato solo di un candelabro si cala negli intricati sotterranei parigini. Tra l’oscurità dei  meandri Aspairt, si avvia in direzione rue Saint Jacques, ingolosito dal ritrovare il presunto tesoro ignora che davanti ai suoi occhi si aprono tre itinerari che lambiscono l’antico convento certosino, che lo confondono. Totalmente disorientato è verosimile che abbia affannosamente tentato di tornare indietro, ma probabilmente la candela si sarà spenta per una ridotta quantità di ossigeno, lasciando il povero e sprovveduto avventuriero in preda al panico nel buio totale. Con ogni probabilità, egli rimase coscientemente intrappolato per qualche giorno, e non avendo provveduto a portarsi del cibo e dell’acqua, sarà morto di inedia vivendo una disperata agonia spesa nel cercare invano a tentoni una via d’uscita nel dedalo di cunicoli. In quei giorni, tormentati dalle tristi vicende del Terrore, nessuno cercò quell’uomo. Soltanto undici anni dopo il 30 aprile 1804, durante una perlustrazione dei membri dell’Ispettorato delle miniere, venne ritrovato lo scheletro di un uomo, che fu riconosciuto dalla moglie (per il candelabro ed il mazzo di chiavi personali) essere Philibert Aspairt. Nel luogo ove furono ritrovate le spoglie mortali, egli fu seppellito e vi fu eretta una stele che ricorda la temeraria impresa, posta come monito per chi incautamente(catafili) ancora oggi si avventura nei labirintico sottosuolo parigino. Questo tragico episodio ha i connotati di un romanzo con i tipici ingredienti: il mistero, il labirinto, il tesoro maledetto, ed invece il protagonista della leggenda Philibert Asprait pare sia veramente esistito, ed è tuttora un “eroe” della mitologia catafila.