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Lettera di Santa Caterina a Dom Bartolomeo Serafini

copertina

In un precedente articolo, cari amici lettori, vi avevo parlato di Dom Bartolomeo Serafini, e del suo rapporto con Santa Caterina da Siena. Oggi voglio proporvi il testo di una lettera, che la santa gli aveva indirizzato. In essa vi è l’invito a recarsi a Roma, per dare consigli al pontefice Urbano VI. Tale missiva, non datata, è da ritenersi di poco anteriore alla partenza di Dom Bartolomeo per Roma, e cioè alla seconda metà del dicembre 1378.

lettera CCCXXIII

Al Priore di Gorgona dell’ordine della Certosa in Pisa

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.

Carissimo figlìuolo in Cristo dolce Gesù. Io Catarina, serva e schiava de’ servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo; con desiderio di vedervi sollicito ad esercitarvi in servizio della dolce sposa di Cristo, la quale si vede ora in tanta necessità. Ora è il tempo nostro, chè si vedrà chi sarà amatore della verità, o no. Non è da dormire, ma è da destarsi dal sonno, e ponersi per obietto il sangue di Gesù Cristo crociffisso, acciocchè siamo più inanimati alla battaglia. Il nostro dolce Santo Padre papa Urbano VI, vero sommo pontefice, pare che voglia pigliare quello remedio che gli è necessario alla reformazione della santa Chiesa, cioè, di volere i servi di Dio allato a sè, e col consiglio loro guidare sè e la santa Chiesa. Per questa cagione vi manda questa Bolla, nella quale si contiene che voi abbiate a richiedere tutti quelli che vi saranno scritti. Fatelo sollicitamente, e tosto, e non ci mettete spazio di tempo; chè la Chiesa di Dio non ha bisogno d’indugio. Lassate stare ogni altra cosa, sia ciò che si vuole; e sollecitate gli altri che vi saranno scritti, che tosto siano qui. Non tardate, non tardate, per l’amore di Dio. Entrate in questo giardino a lavorare di qua; e frate R. è ito a lavorare di là, perocchè il Santo Padre l’ha mandato al, re di Francia. Pregate Dio per lui, che ‘l faccia vero seminatore della verità; e s’egli è bisogno, che ne ponga la vita. Il Santo Padre si conforta, bene e realmente, come uomo virile giusto e zelante dell’onore di Dio, ch’egli è. Altro non vi dico. permanete nella santa e dolce dilezione di Dio, e bagnatevi nel, sangue di Cristo crocifisso. Gesù dolce, Gesù amore.

La “cella di rigore”

La “cella di rigore”

chartreuse-de-villeneuve

Portone accesso cella di rigore  (Villeneuve les Avignon)

L’argomento di cui voglio parlarvi in questo articolo di oggi, lo avevo già trattato nel sito alcuni anni orsono. Vi parlerò della cosiddetta  cella di rigore. Trattasi di un tema alquanto controverso, poiché non supportato da documenti che ne spieghino l’esatto funzionamento e le eventuali prescrizioni che lo regolavano.

Nella certosa francese di Villeneuve-les-Avignon, ed in quella di Scala Coeli ,ad Evora, in Portogallo vi sono rare tracce, testimonianza di quegli ambienti tipici delle fondazioni del Medio Evo destinati a celle di rigore o prigione. Di questa cella particolare, si sa, che era contraddistinta dagli spazi molto ridotti, circa 12 m² e costituita da un tavolo un camino ed un letto, inoltre su di una parete vi era un lucernario, che consentiva al penitente di poter osservare un altare posto in una stanza prospiciente, per poter seguire l’ufficio. Subivano l’onta di questo luogo, tutti quei religiosi che si concedevano qualche sbavatura alla severa regola certosina. Un sistema adoperato dal Priore per raddrizzare quei giovani monaci forti nella vocazione ma deboli nell’assimilare la disciplina.

Come sempre auspico, sarebbe interessante una interazione con chiunque abbia altre informazioni su questo argomento. Vi invito ad inviarmi ulteriori notizie per corroborare questo scarno articolo.

cella prigione 2

Cancello ingresso cella di rigore (Scala Coeli) foto di Paulo Falcao Tavares

cella prigione

Grata recinzione (Scala Coeli) foto di Paulo Falcao Tavares

La certezza della reale esistenza di questa cella di rigore è testimoniata anche da una lettera che santa Caterina da Siena, amica dei certosini, scrisse ad un monaco recluso in una di essa,in una imprecisata certosa. Vi allego il testo:

Ad un Monaco della Certosa essendo in carcere

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.

A voi, dilettissimo e carissimo fratello in Cristo Gesù, io Catarina, serva e schiava de’ servi di Dio, scrivo, e confortovi nel prezioso sangue del Figliuolo suo; con desiderio di vedere il cuore e l’anima vostra unito e trasformato nel consumato amore del Figliuolo di Dio. Perocchè senza questo vero amore non possiamo avere la vita della Grazia, nè portare i pesi con buona e perfetta pazienzia. E questa vera carità non veggo, carissimo fratello, che possiamo avere, se l’anima non ragguarda lo inestimabile amore che Dio ha avuto a lui; e singolarmente vederlo svenato in sul legno della santissima croce, dove solo l’amore l’ha tenuto confitto e chiavellato.

Dicovi, carissimo fratello, che non sarà veruna amaritudine che non diventi dolce, nè si gran peso che non diventi leggiero. Ho inteso la molta fadiga e tribulazioni, le quali voi avete; cioè reputiamo noi, che siano tribulazìoni, ma se noi apriremo l’occhio del cognoscimento di noi medesimi, e della bontà di Dio, ci paranno grandi consolazioni. Del cognoscimento di noi, dico; cioè, che noi vediamo, noi non essere; e come siamo sempre stati operatori d’ogni peccato e iniquità. Perocchè quando l’anima ragguarda sè avere offeso il suo Creatore, sommo ed eterno bene, cresce in uno odio di sè medesima, intanto che ne vuole fare vendetta e giustizia; ed è contenta di sostenere ogni pena e fadiga per satisfare all’offesa che ha fatta al suo Creatore. Onde, grandissima grazia reputa che Dio gli abbia fatta, che egli il punisca in questa vita, e non abbia riservato a punire nell’altra, dove sono pene infinite. O carissimo fratello in Cristo Gesù, se noi consideriamo la grande utilità a sostenere pene in questa vita, mentre che siamo peregrini, che sempre corriamo verso il termine della morte, non le fuggiremo. Egli ora ne segue molti beni dallo stare tribolato. L’uno si è, che si conforma con Cristo crocifisso nelle pene e obbrobri suoi. Or che può avere maggiore tesoro l’anima che essere vestita dagli obbrobri e pene sue? L’altro si è, che egli punisce l’anima sua, scontando i peccati e i difetti suoi, fa crescere la grazia, e porta il tesoro nella vita durabile, per le sue fadighe, che Dio gli dà, volendola remunerare delle pene e fadighe sue.

Non temete, carissimo fratello mio, perchè vedeste o vediate che il dimonio, per impedire la pace e la pazienzia del cuore e dell’anima vostra, mandi tedi e tenebre nell’anima vostra, mettendovi le molte cogitazioni e pensieri. Ed eziandio parrà che ‘l corpo vostro voglia essere ribello allo spirito. Alcuna volta, ancora, lo spirito della bestemmia vorrà contaminare il cuore in altre diverse battaglie; non perchè creda che l’anima caggia in quelle tentazioni e battaglie, perocchè già sa che egli ha deliberato d’eleggere la morte innanzi che offendere Dio mortalmente con la volontà sua; ma fàllo per farlo venire a tanta tristizia, parendogli offendere colà dove non offende che lasserà ogni esercizio. Ma non voglio che facciate cosi; perocchè non debba l’anima mai venire a tristizia per neuna battaglia che abbia, nè lassare mai veruno esercizio, o officio, o altra cosa. E se non dovesse fare altro, almeno stare dinanzi alla croce, e dire: Gesù, Gesù! Io mi confido in domino nostro Jesu Christo. Sapete bene: perchè vengano le cogitazioni, e la volontà non consente, anco vorrebbe innanzi morire, non è peccato: ma solo la volontà è quella cosa che offende.

Adunque vi confortate nella santa e buona volontà, e non curate le cogitazioni: e pensate, che la bontà di Dio permette alle dimonia che molestino l’anima vostra per farci umiliare e ricognoscere la sua bontà, e ricorrere dentro a lui nelle dolcissime piaghe sue, come il fanciullo ricorre alla madre. Perocchè noi benignamente saremo ricevuti dalla dolce madre della Carità. Pensate che egli non vuole la morte del peccatore; ma vuole che si converta e viva. é tanto smisurato amore, che ‘l muove a dare le tribolazioni, e permettere le tentazioni quanto le consolazioni; perocchè la sua volontà non vuole altro che la nostra santificazione. E per darci la nostra santificazione, diè sè medesimo a tanta pena, e all’obbrobriosa morte della santissima croce. Permanete dunque nelle piaghe dolci di Gesù Cristo, e nella santa dilezione di Dio. Gesù dolce, Gesù amore.

 

Lettera di Santa Caterina da Siena ad un certosino di san Martino

Lettera di Santa Caterina da Siena

ad un certosino di san Martino

statua di santa.caterina fuori la certosa di Pontignano (Siena)

E’ trascorso del tempo da quando vi ho proposto una delle dodici lettere inviate da santa Caterina ai suoi amici certosini, ed ho quindi deciso di proporvene un’altra. L’epistola che vi offro in questo articolo è indirizzata a Padre Cristofano della certosa di san Martino a Napoli. Il conforto offerto da Caterina al giovane monaco, riguarda i turbamenti di questi in preda a forti pulsioni fisiche. Avendo inteso, che egli si ritrovava in grandi tentazioni, e confusioni di mente, desidera vederlo illuminato di viva Fede, mostrandogli, come per esso conosciamo noi stessi, come la Divina  Bontà agisce, e perveniamo alla vera virtù della Pazienza. A seguire il testo completo della lettera che ci mostra una profonda vicinanza spirituale utile al conforto ed al raggiungimento della pace interiore.

Lettera CCCXXXVA don Cristofano monaco di Certosa del monastero di San Martino di Napoli

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.

Carissimo padre in Cristo dolce Gesù. Io Catarina, serva e schiava de’ servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo; con desiderio di vedere in voi il lume e il fuoco dello Spirito Santo; il quale lume caccia ogni tenebra, e il fuoco consuma ogni impazienzia e amore proprio che fusse nell’anima, o corporalmente o spiritualmente che fusse. Però, ho grande desiderio di vedere in voi questo lume e fuoco; perchè, secondo che mi scriveste, avete passioni e tribulazioni spirituali e corporali, per le quali egli vi bisogna questo lume. E perchè ci bisogna, padre carissimo, questo lume? perchè è uno vedere che ha l’occhio dell’intelletto; perchè, come nella visione di Dio sta la nostra beatitudine, cosi nel vedere e nel cognoscimento di noi medesimi e della bontà di Dio, che è in noi, riceviamo il lume della Grazia dello Spirito Santo; il qual lume e Grazia fortifica l’anima, e accende a portare con grande desiderio e pazienzia ogni infirmità e tribulazione e tentazione che ricevessimo o dagli uomini o dal dimonio o dalla carne propria. E non vuole eleggere neuno tempo a modo suo; ma ogni tempo e stato che ha, ha in reverenzía, siccome persona che è vestita della dolce e eterna volontà di Dio. Perocchè, subito che l’uomo volle l’occhio dell’intelletto a cognoscere e vedere la volontà di Dio in sè, e quello che la volontà di Dio richiede; truova che egli non cerca nè vuole altro da lui che la sua santificazìone. Che-se egli avesse voluto altro, Dio non ci averebbe dato il Verbo dei Figliuolo suo, e il Figliuolo non averebbe dato la vita con tanto fuoco d’amore. Vede dunque l’aníma, che ciò che Dio le permette in questa vita, o d’infirmità corporale o spirituale per diverse tentazioni, il fa per suo bene; e tutte le giudica nella volontà di Dio: la quale permettendole solo per nostro bene, vede l’uomo che una foglia d’arbore non cade senza la providenza sua. Dio ci lassa tentare per prova delle virtù, e per accresci mento di Grazia; non perchè noisiamo vinti, ma perchè noi siamo vincitori; non confidandoci nella nostra fortezza, manell’adiutorio divino; dicendo con l’Apostolo dolce Paolo: «Per Cristo crocifisso ogni cosa potrò; il quale è in me, che mi conforta». Facendo così, il dimonio rimane sconfitto: e questaè l’arme con che rimane sconfitto: spogliarsi della sua volontà, e vestirsi di quella di Dio,giudicando che ciò ch’egli permette, è per nostra santificazione. Perocchè niuna cosa è chedia pena nell’anima, se non la propria volontà.

E perchè di questo il dimonio se ne avvede; non potendo ingannare li servi di Dio nelle cose che paiono male, e in troppo larga coscienzia; egli si pone ad ingannarli sotto colore di virtù, con disordinata confusione e strema coscienzia, dicendo all’infermo: «Se tu fussi sano, molto bene potresti fare». E a colui ch’è tentato e molestato da esso dimonio, di qualunque tentazione o molestia si vuole essere, per cogitazioni e pensieri, dice nella mente sua, volendo che egli le rifiuti: «Se tu non l’avessi, ne piaceresti più a Dio; averesti la mente pacifica; l’officio, e l’altre operazioni tue sarebbero grate e piacevoli a Dio» volendogli far vedere che, per quelli pensieri e forti battaglie, neuno suo detto o fatto piaccia alla bontà di Dio. E, perocchè il dimonio guadagna più nelli servi di Dio dalla confusione che da altro, poichè egli non li può fare cadere con colore di vizio, e’ gli vuole fare cadere sotto colore di virtù.

Sappiate dunque, carissimo padre, che Dio ci permette le fadighe, solo perchè noi proviamo in noi la virtù della pa zienzia, della fortezza e della perseveranzia; le quali virtù escono dal cognoscimento di sè. Perocchè nella battaglia io cognosco, me non essere:

perchè, se io fussi alcuna cosa, io me la leverei; ma io non posso levarmi le battaglie dell’anima nè le infirmità del corpo possiamo, bene, levare la volontà, che non consenta; e in questa volontà troviamo la bontà di Dio, che per amore ineffabile ci donò questa volontà libera, nella quale sta il peccato e la virtù. Chè, siccome donna ch’ella è, nè dìmonio nè creatura la può costringere, più che ella si voglia, a neuno peccato. Vedendo dunque questo l’anima prudente, nel tempo delle battaglie gode, vedendo che Dio glie le permette per farla crescere in maggiore e più provata virtù. Perocchè la virtù non è mai provata se non per lo suo con trario; e non si vede se ella è virtù: siccome la donna che ha conceputo in sè il figliuolo, che infino che nol parturisce, non può vedere di verità quello che è se non per opinione. Così l’anima, se ella non parturisce le virtù con la pruova delle molte pene, da qualunque lato elle vengono, o dalla carne o dal dimonio o dagli uomini, non può mai vedere se ella l’ha, o sì o no. Perocchè molte volte l’anima che anco non è provata in virtù, si dispone a portare ogni cosa per lo Dio suo. E quando Dio vede conceputo il desiderio dell’anima, subito la mette alla pruova, e vuole pruovare l’amore suo, se egli è fedele o mercennaio: perocchè allora il pruova l’anima in sè quando il truova fedele, cioè, che tanto si muova per la tribulazione, quanto per la consolazione. E perchè vede che ogni cosa è permessa da Dio, gode e diletta di ciò ch’ella ha, perocchè è fatta una volontà con quella di Dío. Ma se egli si truova servo, cioè che nel tempo della pruova egli voglia fuggire la pena; questi sarebbe mercennaio, e non fedele. Onde ha materia allora di correggersi. Adunque bene è la verità, che Dio ogni cosa permetta a noi per accrescimento di Grazia e provazione della virtù, come detto è: perocchè l’anima per questo ne cognosce meglio sè; nel quale cognoscimento s’umilia, e non si leva in superbia; e cognosce la bontà di Dio in sè, trovando che gli conserva la volontà, che non consente a tante molestie e illusioni di dimonio. Or questo è la volontà di Dio: cioè, che per questo fine ce le concede. Ma la volontà perversa del dimonio, quale è? è questa: che per far venire l’anima a tedio, a confusione, a tristizia di mente, e a stimolo di coscienzia, non ci tenta l’antico nemico di peccato dissoluto, dandoci molte volte molestia e movimento nel corpo nostro, perchè egli creda che noi vi cadiamo; perocchè egli vede bene che la volontà ha deliberato innanzi di morire che di consentire. Ma fàllo per giungerlo nel secondo, cioè facendogli reputare, che quella sia offesa colà dove ella non è; dicendogli: «Le tue operazioni e orazioni debbono essere con purità di mente e di cuore; e tu le fai con tanta immondizia!». Questo dice egli, perché l’orazione gli venga in tedio, acciocchè nel tedio e nella tristizia egli l’abbandoni, e quello e ogni buona e santa operazione. Perocchè egli ragguarda solo che modo possa tenere di farci gittare l’arme a terra, con la quale noi ci difendiamo; perocchè gli è più agevole averci nel primo che nel secondo. L’arme nostra è questa, la santa orazione e le cogitazioni Sante, fondate nella dolce ed eterna volontà di Dio; nella quale volontà l’anima non cerca sè per sè, ma sè per Dio, il prossimo per Dio, e Dio per Dio, e non per propria utilità, inquanto Dio è somma ed eterna bontà, e degno d’essere amato e servito da lui. Sicchè dunque l’ama e serve in ogni stato e tempo ch’egli è. Onde allora sta in su la rócca sicura, con un acceso e ardito desiderio, levandosi sopra di sè; tenendosi ragione con uno odio santo di sè medesimo, reputandosi degno delle pene e delle battaglie, e indegno del frutto che sèguita dopo la pena. E per umilità si reputa indegno della pace e quiete della mente; e dilettasi di stare in croce con Cristo crocifisso. Egli si vuole satollare d’obbrobri, di pena, di scherni, di villanie, purchè egli si possa conformare con Cristo; perocchè vede che l’anima non si può unire col suo Creatore se non per amore. E per amore Cristo Gesù elesse questa vita per la più perfetta e migliore che avere potesse: e però egli ci insegnò ch’ella era la via della verità e della luce dicendo: «Io son via, verità e vita. Chi va per questa via, non erra; anco, va per la luce». E però i servi di Dio, volendolo seguitare, se possibile fusse loro di fuggire l’inferno e avere paradiso e uscire dal mondo senza pena; non vogliono. Anco, con pena vogliono uscire dal mondo, campare dell’inferno, ed avere vita eterna; per conformarsi col loro diletto Cristo. Onde, se essi sono infermi, godono, perchè veggono vendetta del corpo loro e di quella legge perversa che impugna contro lo spirito: e se essi sono in battaglie e in tenebre di mente, o in tentazione di bastemmia o di disperazione o d’infidelità, o d’altra molestia che il dimonio gli desse; essi godono per vera umilità, reputandosi indegni della pace. E non curano fadighe; ma attendono pure a conservare la rôcca forte della sua volontà, sicchè ella non s’inchini a neuno suo sentimento; sentendo che la rôcca della volontà, per la grazia di Dio, sta forte: che non tanto che ella consente, ma d’altro non ha pena se non per timore che ha di non offendere Dio. Ma in questa pena voglio che v’abbiate cura: perocchè mi pare che il dimonio vi ci dia molta molestia: anco, tutte le vostre pene sono ridotte qui su. E però sappiate che questa pena vuole essere ordinata, come detto è; cioè, fondata in cognoscimento di sè per umilità, e nel cognoscimento della bontà di Dio, il quale vi conserva la volontà. E a questo modo sarà pena ingrassativa, che ingrasserà l’anima nella virtù; e non consumativa per disperazione: e traranne la virtù piccola della umilità per cognoscimento di sè, e la virtù della carità, per cognoscimento di Dio; che sono queste due ale, che fanno volare l’anima a vita eterna. Perocchè non sarebbe buono a pigliare solo il timore dell’offesa; che non fusse mesco lato con la speranza della divina misericordia. Chè altro non vorrebbe il dimonio, che conducerci in su la confusione e tristizia, la quale disecca l’anima. La quale tristizia e confusione di mente gitta a terra l’arme che lo Spirito Santo hadato nell’anima, cioè della volontà sua, conformata con quella di Dio; e cominci poi a volere la sua propria, sotto colore di meglio servire a Dio, volendo levare la infirmità e l’altre pene mentali che egli ha avute, e ha; dicendo: «Meglio e più liberamente servirei al mio Creatore». Questo cotale s’inganna; e lo inganno gli viene dal disordinato timore che ildimonio gli dà: il quale fa questo per rivestirlo della volontà sua propria. Onde gli nasce allora una impazienzia; che diventa in comportabile a sè medesimo: con una occupazione di mente, uno parere proprio e uno volere eleggere le vie e gli stati a suo modo, non secondo che Dio gli permette. Dunque non ci voglio più confusione nè tristizia nè volontà vostra; ma una letizia, e fuoco dolce d’amore, e lume di Spirito Santo, con uno cuore virile e non timoroso; vesten dovi della dolce ed eterna volontà di Dio, la quale v’ha per messo e permette ogni pena che avete, corporale e mentale: e questo ha fatto e fa per vostra santificazione, e per singolare amore donato a voi, e non per odio. Orsù dunque con l’arme! e sconfiggiamo questo dimonio con la eterna volontà sua; e col pensiero cacciamo il pensiero, cioè con pensieri di Dio cacciamo quelli del diavolo. E se voi mi diceste: «io non posso pensare di Dio, nè dire l’officio, nè fare neuna altra buona operazione, sì per la infirmità e sì per li molti contrarii che nella mente mi vengono»; io vi rispondo: nol lassate però; ma nella infirmità adoperate la pazienzia, perocchè ine si pruova. E nelle cogitazioni del dimonio, adoperate l’officio e i pensieri santi di Dio; non occupandovi la mente di stare a contrastare col dimonio, volendo per questo modo fare re sistenzia a lui. Non fate così: perocchè ella se ne occuperebbe più. Ma fate ragione che sia fuore di voi, perocchè la potete fare: però che tanto sono dentro di voi, quanto la volontà consente. Non consentendo, non sono entrati nella casa, ma bussano alla porta. Debbesi dunque levare l’anima, e non pigliare la saetta del dimonio, e con essa volerlo ferire, perocchè nol ferirebbe mai; cioè, di volere stare a contrastare con lui: ma è da pigliare la saetta della volontà di Dio e dell’odio e dispiacimento di sè, e con esso percuoterlo; rispondendo al dimonio: «Se tutto il tempo della vita mia, il mio Creatore mi volesse tenere in questa pena e fadiga, io sono apparecchiato di volerla per gloria e loda del nome suo». E dire alle tentazioni: «Voi siate le molto ben venute»; e riceverle come carissimo amico; perocchè sono cagione e strumento di levarmi dal sonno della negligenzia e farmi venire a virtù.

Godete, dunque, e esultate e perseverate infino alla morte. E innanzi morire, che innovarvi dal luogo che Dio v’ha chiamato. Ma con una pazienzia abbracciate la croce, nascondendovi tra Dio e le pene; aprendo l’occhio all’Agnello svenato e consumato per voi; essendo contento di permanere in quello che Dio vi pone, e vi ponesse per lo tempo avvenire. Questo debbiamo fare, perchè noi siamo certi che Dio ci chiama ed elegge in quello modo che più piacciamo a lui. Facendo così, acquisterete lume sopra lume; e le pene per Cristo crocifisso vi saran diletto, e il diletto e le consolazioni del mondo vi recherete a pena: e in questa vita comincerete a gustare l’arra di vita eterna. Perocchè questa è una delle beatitudini principali che ha l’anima che è nella vita durabile; che è confermata e stabilita nella volontà del Padre eterno: onde ine gusta la divina dolcezza. Ma non la gusta mai di lassù, se egli non se ne veste prima, di quaggiù, mentre che siamo peregrini e viandanti. Ma quando n’è vestito gusta Dio per Grazia nelle pene, empiesi la memoria del sangue dell’Agnello immacolato; lo intelletto s’apre, e ponsi per obietto l’amore ineffabile che Dio gli ha manifestato nella sapienza del Figliuolo: onde allora l’amore che trova nella clemenzia dello Spirito Santo, caccia l’amore proprio di sè e d’ogni cosa creata, fuore di Dio. Non temete dunque, padre carissimo, ma con letizia portate, di conformarvi bene con la volontà sua, o infermo o sano o in qualunque modo o stato vi vuole. Perocchè ora non vi richiede altro che la pazienzia e la fortezza, con dolce perseveranzia; la quale perseveranzia averete, se delibererete nel cuore vostro di non volere altro che fadighe e pene. E seguiteravvene la corona; però ch’ella è data alla fortezza ed alla perseveranzia. Questa riceve l’anima che è alluminata e piena del fuoco dello Spirito Santo: e senza questa guida non possiamo andare: la quale guida s’acquista e perde per lo modo detto di sopra. E però dissi che io desiderava di vedervi il lume e l’ardore dello Spirito Santo, e cosi prego e pregherò la somma ed eterna Verità, che ve ne riempia sì perfettamente, che voi cognosciate il tesoro delle molte tribolazioni e tentazioni che v’è messo nelle mani solo per amore, e perchè voi siate de’ suoi eletti, e per remunerarvi delle vostre fadighe nella eterna sua visione. Altro non dico. Se piacerà alla bontà di Dio, che voi serviate al luogo di Gorgona; so’ certa che egli ne farà quello che sarà meglio per voi. Or state dunque contento in ogni luogo: e guardate che non credeste alla tenerezza e compassione del corpo. Siate contento alla vita degli altri frati e fratelli, che sono stati e sono di quella carne che voi; e quello Dio è per voi che è per loro. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio.

Gesù dolce, Gesù amore.

Lettera di Santa Caterina da Siena ad un certosino

Lettera di Santa Caterina da Siena

al certosino Francesco Tebaldi della certosa di Gorgona

In un articolo precedente abbiamo percepito il rapporto particolare, che Santa Caterina nutriva per i certosini della Gorgona. Qualche anno dopo quel suggestivo e toccante incontro descrittovi, Caterina scrisse ed inviò due lettere al Fratello converso Francesco Tebaldi di Firenze, che aveva in quell’occasione conosciuto. Volle con queste missive, confortare il giovane monaco esprimendogli la sua vicinanza ed il suo sostegno spirituale. Vi propongo il testo integrale della prima delle due, la numero 150, nella quale la mistica senese argomenta sulla”perseveranza”.

A frate Francesco Tebaldi di Fiorenza nell’isola di Gorgona,

monaco certosino.

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.

Carissimo e dolcissimo figliuolo in Cristo dolce Gesù. Io Catarina, serva e schiava de’ servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo; con desiderio di vedervi costante e perseverante nella virtù infino alla morte; perocchè la perseveranzia è quella virtù che è coronata. Ella porta il fiore e la gloria della vita dell’uomo: ellaè compimento d’ogni virtù; tutte le altre le sono fedeli. Ella non esce mai dalla navicella della religione, ma sempre vi naviga dentro infino che giunge a porto di salute. Ella non è sola, ma accompagnata; tutte le virtù le sono compagne, ma singolarmente due; cioè, la fortezza e la pazienzia. Ed ella è lunga e perseverante. Perchè è detta lunga questa perseveranzia? perchè tiene dal principio che l’anima comincia a volere Dio, infino all’ultimo; che mai non si lassa scortare, per veruno inconveniente che venga. Non la scòrta la prosperità per disordinata allegrezza nè leggerezza di cuore, nè consolazione spirituale, nè veruna altra cosa che a consolazione s’appartenga: e non la scòrta la tribulazione, nè ingiuria, scherno, villania che le fusse fatta o detta; non per peso nè gravezza dell’Ordine nè per grave obedienzia che gli fusse imposta. Tutte queste cose non la scòrtano per impazienzia; ma con pazienzia persevera nelle fadighe sue. Non per battaglie o molestie di dimonio, con false e varie cogitazioni, e con disordinato timore o infedeltà che gli mettesse verso il suo prelato. Non la scòrtano; perocchè non è senza il lume, ma il lume della fede sempre leva innanzi. Onde la perseveranzia risponde al disordinato timore, dicendo: «Io spero, per Cristo crocifisso, ogni cosa potere, e perseverare infino alla fine con fidelità». Risponde la perseveranzia all’affetto dell’anima, con fede di perseverare, dicendo: «Per veruno tuo volere nè parere non voglio diminuire la reverenzia debita, nella subiezione la quale io debbo avere e portare al prelato mio».

Ella piglia uno giudicio santo nella dolce volontà di Dio acciocchè non gli venga giudicato la volontà della creatura; perocchè il lume le ha mostrato che, facendo altrimente, essofatto sarebbe scortata, e non sarebbe lunga la reverenzia nè l’obedienzia nè l’amore. E però il lume le mostra, acciocchè l’amore non allenti nel tempo che il dimonio, sotto colore di far meglio e più pace sua, suade che si ritragga dalla conversazione del prelato suo e della presenzia d’esso, o di chiunque avesse dispiacere; ma che egli più s’accosti e più conversi, sforzando sè medesimo, ricalcitrando al suo falso parere, acciocchè la infedelità non se gli notrichi nell’anima; e non sia scortata dallo sdegno.

O dolcissimo, dilettissimo e carissimo figliuolo, caro mi sete quanto l’anima mia. La lingua non potrebbe narrare quanti sono gli occulti inganni che ‘l dimonio dà sotto colore di bene, per scortare la via della lunga perseveranzia. E massimamente sopra quest’ultima, della quale io ora v’ho detto; perchè da questo se egli vel fa cadere, il potrà poi pigliare in ogni altra cosa. Se il suddito a qualunque obedienzia si sia, perde la fede di chi l’ha a guidare; cioè che egli sèguiti quello che gli detta lainfedelità; il dimonio ha il fondamento dove si debba ponere l’edificio della virtù e però si pone egli ine. Perocchè colui che, per sua ignoranzia in non resistere, si lassa tollere questo principio, non è pronto all’obedienzia: egli è atto a giudicare gli atti e l’operazioni secondola sua infirmità e non secondo la sua verità: egli è impaziente, e molte volte cade nell’ira; generali tedio e rincrescimento in ogni sua operazione. Veramente questa infedelità è uno veleno che ci attosta tanto il gusto dell’anima, che la cosa buona gli pare cattiva, e l’amara dolce; il lume gli pare tenebre, e quello che già vidde in bene, gli pare vedere in male. Sicchè drittamente ella è veleno.

Ma voi direte a me, figliuolo mio: «Chi camperà l’anima di questo? o perchè modo? Chè io non vorrei cadere in questo, se io potessi». Dicovelo. La virtù piccola dellavera umilità è quella che tutti questi lacci rompe e fracassa; e tràne l’anima non diminuita, ma cresciuta. Perocchè ‘l lume gli mostra che elle erano permesse dalla divina bontà per farla umiliare, o per crescerla in essa virtù; onde con affetto d’amore l’ha presa, umiliandosi e conculcando il suo parere continuamente sotto ai piei dell’affetto. Per questo modo resiste continuamente.

E’ vero che un altro modo ci è a resistere; il quale non esce però di questo: cioè, che giammai non fugga il luogo della presenzia, perocchè egli non fuggirebbe il sentimento dentro; anco, il troverebbe sempre vivo: perchè, a fuggire, non si stirpa, ma con la impugnazione. E però la perseveranzia, che l’ha veduto col lume, sta ferma e perseverante nel campo della battaglia; non schifando colpo di veruna tentazione. Piglia bene l’arme dell’umile continua e fedele orazione; la quale orazione è una madre vestita di fuoco e inebriata di sangue, ch’e’ notrica alpetto suo i figliuoli delle virtù. Onde è di bisogno che l’anima virtuosa participi e vestasi di questo medesimo fuoco, e l’affetto sia inebriato del sangue. Quale sarà quello dimonio o quale creatura, o noi medesimi dimonii, cioè la propria sensualità nostra, che possano resistere a cosiffatte armi? Quale sarà quello lacciuolo che possa legare l’umiltà? neuno ne sarà che resistere ci possa; perchè la perseveranzia, per lo modo che detto aviamo, non basti infino all’ultimo, quando la carità metterà in possessione l’anima nella vita durabile, dove è ogni bene senza veruno male. Ine riceverà il frutto d’ogni sua fadiga. Questa fa l’anima forte, che mai non indebolisce; fa il cuore largo e non stretto, che vi cape ogni creatura perDio, in tanto che tutte reputa che siano l’anima sua.

Adunque levatevi su, figliuolo; attaccatevi al petto di questa madre orazione, se voi volete essere perseverante con vera umiltà. E non lassate mai, sì che compiate la volontà di Dio in voi, il quale vi creò per darvi vita eterna, e havi tratto dal loto del secolo, perchè corriate morto per la via della perfezione. O quanto sarà beata l’anima mia quando sentirò d’avere un figliuolo che viva morto; e nella morte della propria volontà e parere, perseveri infino alla morte corporale! Se questo non fusse, non mi reputerei beata, ma molto dolorosa. E però fuggo questo dolore con grande sollicitudine, nel cospetto di Dio, dove io vi tengo per continua orazione. E però dico: con desiderio io desidero di vedervi costante e perseverante nella virtù infino alla morte. E così vi prego e stringo da parte di Cristo crocifisso, che giammai non perdiate tempo, ma sempre vi annegate nel sangue dell’umile Agnello. L’amaritudine vi paia uno latte; e il latte delle proprie consolazioni, per odio santo di voi, vipaia amaro. Fuggite l’ozio quanto la morte. La memoria s’empie de’ benefici di Dio e della brevità del tempo: l’intelletto si specoli nella Dottrina di Cristo crocifisso; ela volontà l’ami con tutto il cuore e con tutto l’affetto econ tutte le forze vostre, acciocchè l’affetto e tutte le vostre operazioni siano ordinate e drizzate ad onore e gloria del nome di Dio, e in salute dell’anime. Spero nella sua infinita misericordia che a voi ed a me darà grazia che voi il farete.

Ho ricevuta grande consolazione dalle lettere che ci avete mandate, io e gli altri: perchè grande desiderio aviamo di sapere novelle di voi. Parmi che’ l dimonio non abbia dormito nè dorma sopra di voi; della quale cosa ho grande allegrezza, perchè veggo che per la bontà di Dio la battaglia non è stata a morte, ma a vita. Grazia, grazia al dolce Dio eterno che tanta grazia ci ha fatta! Ora si vuole cominciare a cognoscere, voi non essere; ma l’essere, e ogni grazia posta sopra l’essere, ricognoscere da colui che è. A lui si renda grazia e loda; perchè così vuole egli che a lui diamo il fiore e nostro sia ilfrutto. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio. Gesù dolce, Gesù amore.

Gorgona ed il mantello di Santa Caterina

Gorgona ed

il mantello di Santa Caterina

Come abbiamo già visto in precedenti articoli, Santa Caterina da Siena ha avuto eccellenti rapporti con l’Ordine certosino. Oltre alle dodici lettere inviate per vari motivi ad alcuni monaci, ed allo speciale rapporto con il suo segretario personale il beato Stefano Maconi, la mistica toscana si rese protagonista dell’episodio che sto per narrarvi. Santa Caterina, fu nota per essere la benefattrice delle certose toscane, ed in particolare di quella di Calci e della Gorgona. La devozione dei certosini fu tale, che il Priore Dom Bartolomeo Serafini da Ravenna, divenuto priore della certosa della Gorgona inviò una lettera a Raimondo da Capua, perché convincesse Caterina a fargli visita sull’isola, e tenesse una conversazione spirituale ai suoi monaci. Qualche tempo dopo Santa Caterina, accettò l’invito e non esitò a mettersi in viaggio, in compagnia della sua brigata. Con lei dodici uomini ed otto donne, si imbarcarono su di un’agile barca a vele latine, che discese la corrente dell’Arno, per poi immettersi nelle acque del mar Tirreno. Al tramonto di una calda giornata del luglio 1375, essi giunsero ai piedi della torre di vedetta, eretta dai monaci a difesa dell’isola della Gorgona dalle incursioni dei pirati saraceni. Furono accolti dalla comunità monastica con a capo Dom Bartolomeo, che salutò calorosamente l’illustre ospite. In serata Caterina e le sue amiche, furono alloggiate nella foresteria del monastero, distante un miglio dalla certosa, mentre i domenicani poterono essere ospitati all’interno di essa. L’indomani mattina, tutti si recarono nella chiesa certosina, che da pochi giorni aveva ottenuto la consacrazione del pontefice Gregorio XI, il quale volle insediare alla Gorgona i seguaci di San Bruno grazie all’intercessione di Santa Caterina. Dopo aver ascoltato la messa, tutti si recarono nel chiostro, laddove la comunità certosina si dispose in circolo intorno a Caterina, aspettando le sue parole. Ella ruppe il silenzio dicendo:” Non sono che una donna, una donna ignorante e incapace. Che cosa potrei dirvi, per elevare le vostre menti e il vostro cuore? Meglio sarebbe se fossi io ad ascoltare da voi la parola di Dio. Tuttavia, parlerò. Non per mia volontà, ma come mi suggerisce lo Spirito Santo”. In quell’atmosfera suggestiva, la voce ieratica di Caterina cominciò a riecheggiare nel chiostro, permeando nelle menti e nei cuori dei suoi uditori. In particolar modo si soffermò a  parlare delle innumerevoli tentazioni e degli inganni, che il demonio tende a chi vive in solitudine, fissando, con sguardo profondo e con infinita pietà, soprattutto un novizio che aveva minacciato di uccidersi per il tormento di essere stato sepa­rato dalla famiglia e dalla sua terra. L’incontro si protrasse fino a sera, e lascio nell’animo dei monaci un ricordo imperituro, tranquillizzando le inquietudini e le profonde ansie dei giovani novizi. Il giorno successivo, all’alba, i monaci seppur rammaricati per la partenza di Caterina, la accompagnarono fino alla spiaggia laddove ella si imbarcò, non prima di aver salutato affettuosamente tutti. Dom Bartolomeo, prima che la barca salpasse, affascinato dall’aura di santità che emanava la giovane senese, chiese a Caterina di lasciargli in dono il suo mantello nero, così come Eliseo ebbe il mantello del Profeta Elia, quando il carro di fuoco lo trasportò in Cielo. E mentre la vela scompariva dalla costa della Gorgona dirigendosi verso il porto senese di Talamone, sulla spiaggia, i certosini visibilmente commossi si attardavano nei saluti, mentre il priore stringeva tra le mani, come una reliquia, il mantello nero che Caterina gli aveva lasciato come ricordo. Dom Bartolomeo, alcuni giorni dopo che la sua comunità visse questa esperienza unica, confidò a Raimondo da Capua: “Io essendone il confessore, conosco uno per uno i miei confratelli, so tutto di loro, ma Caterina ne sa molto di più!!! Se infatti li avesse confessati, non avrebbe potuto conoscerli meglio. Ha individuato, guardandoli negli occhi,  le pene, i dubbi, le paure di ciascuno di loro”.

Stefano Maconi

STEFANO MACONI

(1347-1424)


Macóni, Stefano nasce a Siena nel 1347, è noto per essere stato uno dei segretari personali di   Caterina da Siena, come abbiamo già visto nell’articolo riguardante appunto la patrona d’Italia, e che riportiamo di seguito:

Stefano Maconi, descritto dalle cronache del tempo, “bello nella persona”, rampollo di una ricca famiglia della borghesia senese, amante della vita spensierata e gaudente. Egli conobbe Caterina grazie  ad un suo amico, in quegli anni era in corso una faida fra le famiglie Rianaldini e Tolomei e quella del Maconi. Caterina fece da mediatrice fra queste famiglie giungendo ad una pace duratura,  e per riconoscenza il Maconi si impegnò a farle da redattore, scrivendo ciò che ella dettava, A forza di sentire Caterina parlare, il Maconi sentiva che dentro di se stava avvenendo un cambiamento. Molti giovani gaudenti senesi lo deridevano per il suo ruolo di segretario che svolgeva alla figlia di un tintore, si facevano beffe di lui per la sua improvvisa conversione  e lo chiamavano  appunto “caterinato”. Stefano seguì Caterina anche nel suo viaggio dal Pontefice ad Avignone, per far riportare la santa sede a Roma (cosa che il Santo Padre Gregorio XI, fece il 17 gennaio 1377). Le fu accanto anche in punto di morte, quel 29 aprile del 1380 quando Caterina si spense a soli 33 anni (come Gesù Cristo). Poco prima ella gli aveva raccomandato di entrare nell’Ordine dei Certosini, cosa che avvenne il 19 maggio 1381. Maconi entrò nella Certosa di Pontignano, a pochi chilometri da Siena, nel luogo che era già stato meta di visita e ritiro spirituale per Caterina, diventandone poi priore dall’1383 al 1389. Stefano Maconi fu  dunque discepolo e segretario di Caterina, di cui tradusse in latino il Dialogo della divina provvidenza dettatogli nel 1378 (traduzione erroneamente attribuita a Raimondo da Lipsia) e volgarizzò la Leggenda minore di S. Caterina da Siena opera di T. Caffarini. Diverse sono inoltre le lettere che Caterina gli scrisse. Egli  inoltre dopo averla assistita nel momento del trapasso fece conservare la reliquia dell’anulare, per poi riporla in una cappella fatta appositamente costruire nella certosa di Pontignano ed affrescata dal Nasini, il frammento sacro fu poi trasferito altrove nel 1810, al momento della soppressione della certosa. Il Maconi fece poi una brillante carriera ecclesiastica, tanto da divenire Priore della certosa di Milano nel 1390. Sotto l’influenza della mistica si prodigò per riformare l’ordine, del quale fu anche Priore Generale (1398-1410) in un periodo particolarmente lacerante per la Chiesa occidentale, impegnandosi fortemente per eliminare le divisioni derivanti dal Grande Scisma d’Occidente. Dopo aver dato le dimissioni da Priore Generale (1410) egli ritornò a Pontignano, e poi a Pavia, ricoprendo l’incarico di priore. Morirà il 7 agosto 1424, alla certosa di Pavia, come semplice monaco, poichè egli già da tre anni aveva smesso di ricoprire l’incarico di massima autorità della comunità monastica. È venerato come beato dall’ordine certosino, che lo commemora l’8 dicembre.

Le lettere ai certosini

LE LETTERE AI CERTOSINI

Santa Caterina

Quando non poteva recarsi di persona nei luoghi di suoi interesse, Caterina scriveva le famose Lettere

Fra tutte le 381 Lettere che lei scrisse, vogliamo segnalare quelle destinate ai certosini. Ne furono ben dodici, inviate tra l’altro a Giacomo Tondi  della certosa di Pontignano, a Taddeo Malevolti  e a Giovanni dei Sabbatini di Bologna della certosa di Belriguardo, ed a  Pietro di Giovanni da Viva della certosa di Maggiano.  A don Jacomo nella certosa di Pontignano, a don Niccolò di Francia  anch’esso a Belriguardo, a don Giovanni della certosa di Roma e ben due missive a don Pietro da Milano ed un’altra al priore della Gorgona. Altri destinatari certosini furono il Priore Generale Don Guglielmo Rainaudo, il conforto di una lettera di Caterina da Siena giunse anche a don Cristofano della certosa di San Martino a Napoli tentato da forti pulsioni fisiche, ed ad un altro monaco detenuto in una cella di rigore di una certosa non definita, come era in uso a coloro che non si attenevano alla dura regola dell’Ordine.

I numeri con cui sono state catalogate queste  lettere sono i seguenti:

  • Libro I     lettera numero    IV – XXXIX –  LV
  • Libro II                                      CXLI
  • Libro III                                    CLXXII – CLXXXVII – CCI
  • Libro IV                                     CCLXXXVII
  • Libro V                                        CCCXV – CCCXXIII – CCCXXXI – CCCXXXV

Inoltre altre tre missive scritte da certosini, sono raccolte in quelle dei discepoli di Santa Caterina.

  • La numero III
  • La numero XXII
  • La numero XXXIX

Per visualizzare i testi completi http://www.ilpalio.siena.it/Personaggi/LettereCaterina/

Santa Caterina ed i certosini

SANTA CATERINA ED I CERTOSINI

Madonna col Bambino, santa Caterina e il beato Stefano Maconi, 1490

L‘esperienza mistica di Santa Caterina si rende esplicita nelle sue Lettere. In esse rivive in tutta la sua immensa forza, l’ardore della sua passione religiosa e insieme la sua azione di predicazione, espresse con un’eccelsa efficacia.

Caterina si circondò di una “famiglia spirituale” formata da ecclesiastici, letterati, artisti, uomini e donne desiderosi di santificarsi e di fare del bene al prossimo, un gruppo di persone di ogni età e ceto sociale.

Riversò su di loro il fuoco delle sue esperienze per esortarli a proseguire nel cammino ascetico intrapreso. Caterina non era acculturata e inizialmente era perfino incapace di scrivere. Quando imparò la scrittura, cominciò a inviare lettere di conforto, di consigli e di esortazioni a quanti da lontano imploravano un suo intervento. Le sue lettere a dotti, a condottieri del tempo, a re e responsabili della vita politica italiana suscitarono immenso interesse e in pochi anni Caterina riuscì ad esercitare un influsso benefico in molte questioni di politica e controversie locali.

I suoi discepoli saranno detti in seguito “Caterinati”, tale appellativo deriva dai tempi di Caterina stessa, quando i suoi seguaci, uomini e donne della Siena del tempo, venivano così soprannominati in senso quasi dispregiativo. In particolare, l’epiteto entrò in uso in riferimento al discepolo Stefano Maconi, descritto dalle cronache del tempo, “bello nella persona”, rampollo di una ricca famiglia della borghesia senese, amante della vita spensierata e gaudente. Egli conobbe Caterina grazie  ad un suo amico, in quegli anni era in corso una faida fra le famiglie Rianaldini e Tolomei e quella del Maconi. Caterina fece da mediatrice fra queste famiglie giungendo ad una pace duratura,  e per riconoscenza il Maconi si impegnò a farle da redattore, scrivendo ciò che ella dettava, A forza di sentire Caterina parlare, il Maconi sentiva che dentro di se stava avvenendo un cambiamento. Molti giovani gaudenti senesi lo deridevano per il suo ruolo di segretario che svolgeva alla figlia di un tintore, si facevano beffe di lui per la sua improvvisa conversione  e lo chiamavano  appunto “caterinato”. Stefano seguì Caterina anche nel suo viaggio dal Pontefice ad Avignone, per far riportare la santa sede a Roma (cosa che il Santo Padre fece il 17 gennaio 1377). Le fu accanto anche in punto di morte, quel 29 aprile del 1380 quando Caterina si spense a Roma, a soli 33 anni (come Gesù Cristo).  La salma fu portata da Stefano Maconi, nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva, dove fu esposta ai fedeli per tre giorni, per poi essere tumulata nel cimitero della Minerva. Poco prima della morte ella aveva raccomandato al suo discepolo di entrare nell’Ordine dei Certosini, cosa che avvenne il 19 maggio 1381 nella Certosa di Pontignano, a pochi chilometri da Siena,  nel luogo che era già stato meta di visita e ritiro spirituale per Caterina.

Maconi fù  dunque discepolo e segretario di Caterina, di cui tradusse le opere, egli  inoltre dopo averla assistita nel momento del trapasso fu colui che fece conservare la reliquia dell’anulare per poi riporla in una cappella fatta appositamente costruire ed affrescata dal Nasini, ma trasferita altrove nel 1810 al momento della soppressione della certosa.

Il Maconi fece poi una brillante carriera ecclesiastica, tanto da divenire Priore della certosa di Milano e poi di quella di Pavia. Ricordando Caterina ebbe a dire Essa mi amava, con la tenerezza di una madre, molto più che io non meritassi, e questo svegliava non poco di invidia nell’animo dei miei compagni”. Don Stefano Maconi attuò delle riforme in seno all’Ordine  diventando Priore Generale dal 1389 al 1410, morì nel 1424 ed è venerato come beato.

Caterina venne canonizzata da papa Pio II nel 1461; nel 1970 è stata dichiarata dottore della Chiesa da papa Paolo VI; è patrona d’Italia dal 1939 e compatrona d’Europa per nomina di papa Giovanni Paolo II il 1º ottobre 1999.