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  • Memini, volat irreparabile tempus

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Aspettando Natale

Buon

Cari amici lettori di Cartusialover, siamo giunti alla vigilia del Santo Natale, ed in questa occasione nel porgervi i miei più fervidi auguri, che spero possano raggiungervi come un caloroso abbraccio virtuale, vi offro questo splendido testo, di un certosino. “Aspettando Natale” è il titolo, l’autore con parole semplici ci illustra e ci esorta ad assumere dei comportamenti naturali per celebrare la nascita di Nostro Signore.

Vi invito a leggerlo ed a meditare!

Buon Natale a tutti voi

Poiché Gesù è nato a Betlemme, vuole nascere nei nostri cuori. Diciamo alcune parole su come dovremmo prepararci per la venuta di Nostro Signore.
In attesa di una visita, come si prepara la casa? Bene ! Dapprima puliamo, poi facciamo spazio e infine decoriamo.

Purifichiamo i nostri cuori, cioè, purifichiamoli dal peccato. Pensieri impuri, cattivi desideri, sentimenti di invidia e risentimento, odio, avidità o vendetta, questo è ciò che sporca i nostri cuori. Facciamo come la casalinga diligente; guardiamo attentamente nella nostra anima e se troviamo qualcuno di questi cattivi pensieri o sentimenti lì, rapidamente spazziamoli via!

Quindi, quando vuoi ricevere una visita, la prima cosa da fare è pulire, la seconda, fare spazio.
Cerchiamo di fare un po’più di spazio per le cose soprannaturali nella nostra vita. Quando uno ha veramente deciso una volta per tutte di non attribuire tanta importanza alle cose terrene e di riporre la sua fiducia solo in Dio, quello è in pace! Quanto siamo calmi e pacifici! È come la purezza e la serenità di un bel cielo azzurro che segue un’oscura congestione di nuvole …

Infine, quando vuoi ricevere una visita da qualcuno che ami, non ti limiti soltanto a pulire ed a fare spazio. Decoriamo anche, se abbiamo dei fiori addobbiamo l’appartamento.
È lo stesso con il buon Dio. Non basta mondare i nostri peccati, mantenere il nostro cuore puro e libero da tutte le preoccupazioni della terra: aggiungiamo ad esso i fiori dei nostri buoni pensieri e dei nostri buoni desideri. La piccola Teresa ha inventato questa parola: “Lanciare piccoli fiori”. Ciò che intendeva con ciò erano i piccoli sacrifici, gli atti che si fanno per piacere agli altri, le piccole sofferenze che si accettano senza lamentarsi, e anche gli atti di amore verso Dio che facciamo avvicinandoci ai sacramenti. Quale fiore più bello da offrire a Gesù di una buona confessione e santa comunione? »

Un certosino

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Attendendo il Santo Natale (parte terza)

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Si conclude con la terza parte lo splendido sermone del priore certosino. Ormai ci siamo quasi all’arrivo del Bambino Gesù, l’attesa sta per finire.

*******

“Riempite le valli, raddrizzate i sentieri del Signore …” Abbiamo detto cosa si intendeva per distruzione e livellamento delle montagne della nostra anima; ora ecco cosa si deve capire senza dubbio quando San Giovanni Battista ci parla di riempire le valli: sono, mi sembra, le nostre avversioni e i nostri risentimenti, le nostre paure e le nostre tristezze, insomma, da tutti i sentimenti dolorosi dell’anima. Dobbiamo anche dominarli e superarli affinché l’invisibile processione della grazia divina possa attraversare senza ostacoli il cammino del nostro cuore.

Non c’è quasi bisogno di soffermarsi su quei lati negativi dell’indifferenza e dell’uguaglianza soprannaturale in cui le nostre anime devono essere stabilite, per quello che abbiamo detto sui pericoli delle gioie naturali o dei desideri umani, e miserie che queste passioni comportano, potremmo naturalmente ripeterlo dei sentimenti opposti. Ciò che è dannoso per l’anima non è precisamente la gioia o il dolore, è la sensibilità alle cose di questo mondo.

C’è, ci dice san Paolo, una tristezza secondo Dio e una tristezza secondo la carne. Quando pensiamo di aver offeso Dio così tanto e di aver fatto così poco per la sua gloria, quando siamo consapevoli dei milioni di offese che vengono costantemente fatte alla divina Maestà, sicuramente soffriamo. Ma è una sofferenza calma e serena che non priva l’anima della sua pace. Ci spinge e ci dà forza per il servizio di Dio. È lei che rende i religiosi umili e generosi, espiazione e riparazione delle anime. È in questo stato d’animo che diceva San Paolo: la tristezza secondo Dio dà lo spirito di penitenza (2 Corinzi 7:10).

Ma la tristezza secondo il mondo, aggiunge, causa la morte. La tristezza secondo il mondo, è quella che deriva dall’amor proprio ferito o privato dei beni che brama. Un superiore ci fa un’osservazione piuttosto dura o ci ha rifiutato qualcosa. Un collega ha pensato che fosse suo dovere denunciarci quando eravamo in colpa … Immediatamente, il nostro cuore si ribella, ci vengono tutti i tipi di cattivi pensieri e se non stiamo attenti, se non reagiamo energicamente, ci sentiamo presto le nostre anime sono tutte turbate e Dio ci lascia. Abbandonarsi a tali stati di amarezza così come abbandonarsi alla malinconia dei ricordi e dei rimpianti, questi sono, per un religioso, difetti che manifestano una mancanza di vita interiore, rapporti molto rilassati e rallentati con il Buon Dio, e che promettono, se li rinnoviamo, di raffreddare e infine di spegnere ciò che può ancora rimanere nell’anima del focolare primitivo di pietà e fervore.

A proposito, facciamo una menzione speciale al cattivo umore. Un monaco, un cuore che si è veramente donato a Dio, non deve mai arrabbiarsi. Se ci arrabbiamo, è sempre per motivi di autostima. Gli insulti che crediamo di subire, l’indignazione per le colpe altrui, la rivolta di fronte alle ingiustizie e alle calunnie di cui siamo oggetto: tutto questo non esisterebbe se avessimo veramente dato tutto il nostro cuore a Gesù, e se non cercavamo più le nostre comodità, le nostre consolazioni e le meschine soddisfazioni della nostra piccola persona.

E c’è ancora una tristezza che non dobbiamo permettere che penetri nella nostra anima, una tristezza più profonda e pericolosa di ogni altra, senza dubbio, perché più intima. È lo scoraggiamento. Non ignori che la purificazione dell’anima avviene attraverso una serie di prove interiori o esteriori, tanto più benefiche quanto più si sopportano con più coraggio. Come sopportiamo una prova per uscirne più puri, più forti, più uniti a Dio? Non lasciandolo penetrare in fondo alla nostra anima: dicendogli di no.

No ! amarezza, scrupoli schiaccianti, dubbi sulla mia predestinazione, stanchezza spirituale, disgusto, disgusto, stanchezza, oscurità, oscurità, purgatorio e inferni interiori, no! non abbasserai la mia fiducia. Non sento più niente, non vedo più niente, ma voglio ancora credere e sperare in Dio.

Rimarrò fedele alla mia vocazione e al mio ideale di devozione e abbandono a Dio, anche se la tempesta spirituale soffia dieci volte più forte.

Conosco anime che per anni hanno combattuto in questo modo contro il dubbio, lo scrupolo e l’angoscia, che si sono forgiate così un temperamento d’acciaio e che, oggi, nella gioia dell’unione profondi e continui con Dio, benedite questi anni di tormento che sembravano non finire mai e li hanno preparati e maturati alla beatitudine presente.

Ma so che tali promesse fanno poco per alleviare l’anima alle prese con queste tempeste. È proprio questo il carattere che rende queste prove così difficili: nessun aiuto esterno può alleviarci e siamo in qualche modo certi che non finirà mai. Ricorda solo che più siamo vigili ed energici, per rifiutare l’ingresso dei nostri cuori a questi aliti di disperazione, più velocemente il demone si stancherà e maggiore sarà la raccolta delle grazie quando il sole della pace risorgerà di nuovo.

Perché questo è l’esempio e il silenzioso consiglio che ci ha dato il Precursore: taglia corto e attacca il male dalla sua radice. È così che ha fatto lui stesso: lasciare il mondo, la sua famiglia, i suoi beni e gli amici giovanissimi per andare a vivere da solo nel deserto. Non si può dire abbastanza quanto questo sia importante nelle opere e nelle lotte della vita interiore: guardare gli inizi, non fare piccole concessioni. Non appena ci accorgiamo di una cattiva tenerezza o di un pensiero maligno, presto, fate come San Giovanni Battista, voltate le spalle e coraggiosamente ritiratevi nella solitudine interiore dove Gesù ci attende. Non giochiamo, non giochiamo con pensieri sensuali o con pensieri di scoraggiamento: stiamo alla porta del nostro cuore, come un soldato armato di spada a doppio taglio, e non lasciare che passi nulla che non porti il marchio del soprannaturale e il marchio del divino.

Questo principio è così importante che vorrei inciderlo nella tua memoria con alcuni esempi. Considera un fiume alla sua sorgente: com’è facile deviarne il corso! Un bambino può farlo scavando un piccolo fosso nel terreno. Ma se aspettiamo che il fiume abbia corso per 50 chilometri, diventa umanamente impossibile cambiare direzione. È lo stesso con i cattivi pensieri. Quando sono appena nati, ci vuole solo un po’di forza di volontà per distrarre l’attenzione. Ma se aspettiamo finché non hanno invaso l’anima e l’hanno riempita con le loro onde impure, portando a concessioni dopo concessioni e colpe dopo colpe, naturalmente, sarà ben altra cosa sbarazzarsene.

San Giovanni Battista senza dubbio giudicava che l’uomo nel mondo fosse come un albero piantato in un terreno cattivo. Se lo strappiamo molto piccolo e lo trasportiamo in un buon terreno, crescerà e darà frutti. Questo è quello che ha fatto per se stesso quando ha lasciato il mondo così giovane. È così facile tirare su un piccolo germoglio di un abete: ma tirare su un grande abete è impossibile. Se l’albero è stato piantato in un luogo sfavorevole dove ha preso la direzione sbagliata, e avete aspettato troppo a lungo per trapiantarlo, non resta che una cosa da fare: tagliarlo e gettarlo sul fuoco. Perché il nostro Signore ci avverte: ogni albero che non dà nulla di buono per la vita eterna sarà gettato nel fuoco (Matteo 3, 10).

Imitiamo dunque questo santo, selvaggio e gentile, questo mangiatore di insetti e miele che fu in qualche modo il primo certosino; siamo vigili, energici e veloci nella lotta con noi stessi, abbreviamo ciò che ci impedisce di vivere uniti al buon Dio. Possiamo dire che questo amore per le soluzioni radicali è caratteristico dello spirito monastico e soprattutto dello spirito certosino. Ed è, in fondo, ciò che è più abile. Perché è più facile rinunciare del tutto, completamente, tutto in una volta a ciò che ci turba e ci infastidisce (ad esempio una curiosità, un desiderio di vanità) che volerlo accontentare a metà rimanendo nell’amicizia di Dio. Un’anima divisa è un’anima infelice. Coloro che non pensano affatto a Dio possono assaporare i piaceri grossolani dei sensi. Coloro che si donano totalmente al Buon Dio sono felici come gli uccelli, come i bambini, come gli angeli, perché non hanno più preoccupazioni.

Ma quelli che vogliono dare pur conservando, essere sia a Dio che a se stessi, avere le consolazioni di Gesù e ancora altre consolazioni, questi sono sempre preoccupati, titubanti, turbati. Non possono essere felici. Quindi, per avere successo nella vita interiore come in ogni cosa, ricorda questi due consigli: osserva gli inizi ei principi e non prendere mai mezze misure.

In conclusione, diciamo una parola su ciò che accade nell’anima quando ha seguito fedelmente il consiglio di San Giovanni Battista e si è purificata dalle gioie e dai dolori dell’amor proprio, quando non si lascia più trasportare dai piaceri, grandi o piccoli, né sopraffatti da dolori e fastidi.

Questi affetti e queste passioni, questi affetti su noi stessi o sugli altri, questi desideri e queste amarezze avevano fatto perdere alla nostra anima la sua serenità: era agitata da ogni genere di movimento che non permetteva più alla luce di attraversarla.

Ora lo abbiamo stabilizzato con calma e vediamo: è come un’acqua che, tempo fa, era agitata e turbata, e che viene lasciata riposare per qualche istante. Il disturbo scompare gradualmente; riacquista la sua limpidezza, la luce del sole lo attraversa di nuovo e vi si riflette come in un cristallo. Così fa la luce di Dio nell’anima dove si è placato il tumulto delle passioni egoistiche: quest’anima trova la pace e la fiducia e la luce dolce della fede. Eccola di nuovo, tutta limpida e schietta come acqua pura, leale a Dio ed a se stessa, umilmente benefica, gentile, caritatevole con gli altri nelle cose piccole come in quelle grandi.

Noi persone sole possiamo fare molto per la gloria di Dio e la salvezza delle anime, semplicemente offrendo a Dio un cuore calmo, pacificato dal sacrificio, dove Dio può venire e riposare come il raggio di sole nel cristallo, Riposarsi, dico, moltiplicarsi in qualche modo, e risplendere con lucidità di fede e consolazione di speranza sulle anime che ci sono vicine e su quelle che sono lontane da noi, in questo mondo e nell’eternità.

Un chartreux

Attendendo il Santo Natale (parte seconda)

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Ecco per voi, la seconda parte del lungo sermone. Meditiamo su queste sagge parole, nell’attesa del Santo Natale.

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Le disuguaglianze della nostra anima che rendono difficile la penetrazione per il soffio dello Spirito Santo, e che di conseguenza ostacolano lo sviluppo della nostra vita interiore, sono i nostri affetti e le nostre inclinazioni incontrollabili, tutto amore e tutto odio, ogni gioia e ogni dolore. che hanno per oggetto la creatura e che, di conseguenza, ci allontanano da Dio. Diciamo prima qualche parola sull’affetto che possiamo provare nelle nostre relazioni esterne: amicizia per le persone o attaccamento alle cose.

Senza dubbio, non ci è proibito amare i nostri fratelli, abbiamo anche il dovere di amarli. Non ci è nemmeno vietato, nel senso stretto del termine, di amare un collega più di un altro. Ma è certo comunque che, per i contemplativi, l’ideale dell’amore puro e disinteressato è amare tutti gli uomini con tutto il cuore, senza nemmeno chiederci se uno ci piace più degli altri, secondo quanto dice il Vangelo: “Sii come il tuo Padre celeste che fa splendere il suo sole sui buoni come sui malvagi”.

Quando proviamo un affetto speciale, chiediamo lealmente perché amiamo questo compagno piuttosto che gli altri? Nella grande maggioranza dei casi, non tarderemo a scoprire che la base della nostra preferenza non è altro che l’amor proprio; è perché questo confratello è più gentile con noi, perché ha fiducia in noi, perché i rapporti con lui sono più piacevoli, perché lui stesso ci mostra affetto. Tutte ragioni che più o meno si riducono all’autostima e che non avrebbero presa su di noi se fossimo veramente soprannaturali e se avessimo dato il nostro cuore totalmente al Buon Dio. È ovvio che tali affetti ostacolano il nostro rapporto con Dio, diminuiscono il fervore e la profondità della nostra vita spirituale. Chi ama veramente gli uomini, li ama tutti in Dio, con un amore troppo immenso per potersi attaccare all’uno o all’altro. Notatelo bene, questa indifferenza del contemplativo è ben diversa dall’indifferenza di chi è troppo egoista per amare. L’egoista ha un cuore troppo piccolo per amare qualcosa di diverso da se stesso; il contemplativo ha un cuore troppo grande per attaccarsi a qualcosa di diverso da Dio.

Se il nostro cuore, fatto per Dio, è troppo grande per attaccarsi a un uomo, molto di più è troppo grande per attenersi a una cosa. Eppure spesso accade che perdiamo il nostro equilibrio interiore perché ci aggrappiamo a un oggetto o, più spesso ancora, a un’occupazione. È soprattutto per noi monaci contemplativi, è per noi certosini che san Paolo ha dato questo consiglio: “fare le cose come non farle” (1 Cor 7,30). Il difetto contro il quale ci vuole mettere in guardia presenta per noi, mi sembra, due forme principali: l’attaccamento a un lavoro che ci è stato affidato dai nostri superiori, o la curiosa ricerca di un’occupazione estranea al nostro lavoro. .

Nella prima forma non credo sia necessario espandersi; troppo spesso abbiamo esempi di religiosi ai quali dobbiamo prestare ogni tipo di cura, per sapere se questo o quel lavoro, questo o quel carico piace loro, se possiamo cambiare la loro obbedienza senza perderli. coraggio…

Capite cosa intendo: possiamo, e dobbiamo anche far conoscere ai nostri superiori i nostri bisogni e anche le nostre capacità. Ma è comunque vero che dobbiamo essere sempre pronti a sacrificare le nostre preferenze personali, non appena sentiamo che Dio ci chiede di farlo.

Su questo punto, purtroppo, ci somigliamo tutti e la nostra povera natura umana si attacca come un’ancora a tutto ciò che incontra. Ecco un’altra forma che spesso assume il nostro attaccamento alla terra: i religiosi che di tanto in tanto non sono molto persi in Dio sperimentano attacchi di curiosità che è naturalmente più o meno difficile soddisfare per un oggetto o per l’altro. Qualcuno vuole un libro, un altro vuole scrivere a varie persone, ecc. Tale curiosità crea nell’anima una preoccupazione e quindi un disturbo. L’anima non è più uguale, non è più calma e serena e Nostro Signore se ne va. Abbiamo urgente bisogno di fare quello che ci consiglia San Giovanni Battista: “livellare l’anima, raddrizzare le vie del Signore”.

Quanto detto finora riguarda il nostro attaccamento alle soddisfazioni esterne, ma ci sono altri piaceri ai quali la nostra autostima si attacca in modo più sottile e comunque molto pericoloso per la solidità della nostra vita spirituale. Queste sono le consolazioni, le dolcezze, gli accessi di fervore e di grazie sensibili che molte persone ricevono quando iniziano la loro vita interiore. Ci mettiamo alla presenza di Dio, percorriamo la Via Crucis, diciamo le litanie della Beata Vergine e il nostro cuore è tutto caldo, tutto tenero. Abbiamo momenti deliziosi alla presenza del Santissimo Sacramento: ci sentiamo pieni di fuoco e ardore per il servizio di Dio. Sfortunatamente, tali stati non durano; prima sono intermittenti e poi, dopo pochi mesi o pochi anni, noi ci accorgiamo che stiamo diventando sempre più freddi e secchi e ci chiediamo se è la vita interiore che è diminuita e se siamo ancora nell’amicizia del Buon Dio.

Ma anche qui va ricordato che le gioie, anche queste gioie purissime, sono pur sempre solo accidenti dell’anima: non si deve mai attribuire loro un’importanza secondaria. Senza dubbio, quando il Buon Dio ci manda tali dolci e tali impulsi, dobbiamo accettarli con gratitudine e sforzarci di trarne vantaggio essendo molto fedeli e molto generosi. Ma dobbiamo sapere che queste grazie non costituiscono santità o vita interiore. Se li abbiamo usati come dovremmo, se ne andranno per fare spazio a grazie più profonde, per un attaccamento molto più puro e più solido della fede e della volontà che abbraccia Dio nella siccità e nelle tenebre. con appassionata testardaggine. Chi vive così senza sentire forse altro che il soffio gelido delle tentazioni e dei dubbi, ma fedele, immobile, aggrappato in qualche modo a Dio: questo somiglia davvero al Divino Crocifisso, è un figlio di Dio. Accumula tesori di luce per la vita eterna e il giorno in cui i veri volti degli uomini saranno finalmente rivelati, gli angeli si prostreranno davanti alla sua bellezza!

Continua…

Attendendo il Santo Natale (parte prima)

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Carissimi amici lettori, da oggi e per i successivi due articoli vi proporrò, un testo estratto dal libro “Ecole de silence”. Il lungo sermone, che ho diviso in tre parti, è stato concepito da un priore certosino per la propria comunità monastica, ed è una preparazione per la venuta di Gesù Cristo nella nostra anima. Credo sia il modo migliore per attendere il Santo Natale. Meditiamo su queste sagge parole…

*******

Sai che il nostro Dio infinitamente saggio ha creato questo mondo in modo tale che, nell’ordine naturale come nell’ordine soprannaturale, tutto risponde e corrisponde.

Le cose inferiori sono l’immagine delle cose superiori. Così la nostra vita animale e la nostra vita spirituale presentano su diversi punti un’ovvia analogia. L’anima nasce alla vita di grazia, si nutre dei sacramenti e della parola di Dio, può diventare la sposa di Nostro Signore e acquisire un’immensa fecondità spirituale. Può anche, purtroppo, morire di peccato. Proprio come la carne, quindi, ha salute e malattia, nascita, crescita e fioritura.

Allo stesso modo, le cose esteriori sono come i riflessi delle realtà interiori. L’anima ha le sue sorgenti molto più belle di quelle della natura, e anche inverni più terribili; ha le sue serate autunnali e i suoi pomeriggi estivi. Tutte le cose sono collegate tra loro, intrecciate come in una cornice divina, come in un romanzo infinitamente complicato per noi, infinitamente semplice per Dio che solo conosce l’ultima parola.

Quindi c’è di nuovo una stretta somiglianza tra la vita e le azioni di Nostro Signore in Giudea 2000 anni fa e la sua vita e le sue azioni nei nostri cuori; tra la sua nascita a Betlemme, la sua morte e la sua risurrezione da un lato e, dall’altro, il suo ingresso nella nostra anima a cui si unisce, attraverso le sofferenze che sopporta con lei, e infine la gioia di l’anima che ha superato vittoriosamente le sue prove e che risorge con Gesù per l’eternità.

È in questa luce della corrispondenza della storia della Redenzione con la storia della nostra anima che vorrei dare uno sguardo oggi con voi al periodo che ha preceduto e preparato la venuta di Nostro Signore. su questa terra.

Sono tre le persone che hanno un ruolo immediato nella preparazione della festa del Natale: la Santissima Vergine, San Giuseppe e San Giovanni Battista.

È su quest’ultimo che vi parlerò questa sera.

Ricordate quello che Nostro Signore stesso ha detto di lui nel vangelo di oggi: “Chi è quest’uomo che la gente vedrà e sentirà nel deserto? Eppure non è un principe vestito di magnifici tessuti, ma è più grande di tutti i principi e anche di tutti i profeti, perché è l’angelo, cioè l’inviato di Dio. chi mi prepara la via. E nessuno è più grande di lui tra gli uomini ”(Luca 7, 24-28).

C’è già in queste poche parole, un insegnamento singolare. Il più grande degli uomini, non è quello che conquista imperi o che costruisce città, che già conoscevamo, ma non è nemmeno quello che compie grandi virtù, penitenze e miracoli. No, è più semplice di così: il più grande tra i figli degli uomini è quello che prepara la via a Dio.

C’è un grande, mostruoso errore che è comune a tutti noi e che non riusciremo mai a sradicare completamente. L’errore qui è: immaginiamo sempre che faremo qualcosa da soli, facciamo più o meno affidamento sulle nostre forze. Ma da soli, come Nostro Signore dice altrove nel suo Vangelo (Luca 12:25), non siamo in grado di aggiungere un piede alla nostra altezza. Questo è vero in tutto, ma è vero soprattutto per quanto riguarda la vita di preghiera, la vita interiore. Non possiamo darci le grazie di cui abbiamo bisogno, grazie di luce e di amore, grazie di forza e dolcezza, siamo mendicanti e peggio di così, perché non siamo nemmeno in grado, spesso, di esprimere i nostri bisogni, per conoscerli; lui no

Questa vita di preghiera, questa luce e questa forza soprannaturale che ci permetterebbero di vivere continuamente alla presenza e nell’amicizia di Dio, questo è però ciò che tutti desideriamo avere. E infatti per noi è fondamentale acquisirlo se vogliamo raggiungere l’ideale che ci siamo prefissati entrando in Certosa. Ma se, come abbiamo appena affermato, non possiamo ottenerlo da soli, cosa faremo?incrociare le braccia? No, non proprio, faremo quello che ha fatto San Giovanni Battista; preparare la via a Nostro Signore.

E notate bene, questo non è un lavoro da poco, né un compito facile che uno può intraprendere nel tempo libero e finire senza troppi sforzi. Non possiamo darci affatto queste grazie, ma possiamo prepararci a riceverle, dobbiamo prepararci ad esse rimuovendo gli ostacoli: e questa è sia un’opera di forza che di pazienza in cui ciascuno di noi deve applicarsi costantemente. Ed è un’opera che richiede generosità, come ci dice Nostro Signore, parlando ancora di san Giovanni Battista: poiché la via per il cielo è aperta, possiamo conquistarla, ma a condizione di fare violenza a noi stessi e per non risparmiarti. “Da San Giovanni Battista, il Regno dei Cieli ha subito violenze, e sono i violenti che prevalgono con la forza” (Matteo 11)

Ma colui da cui oggi vogliamo trarre una lezione – San Giovanni Battista – specifica ancora un po’ quale deve essere questo lavoro che faremo nella nostra anima. Queste sono le sue parole: “Io sono la voce di Lui che grida nel deserto: Preparate le vie del Signore, livellate i suoi sentieri, ogni valle deve essere riempita e ogni montagna e collina deve essere livellata. Ciò che è piegato deve essere raddrizzato e ciò che è irregolare deve diventare uguale ”(Luca 3).

Pensiamo un po ‘a queste parole: cosa significava il misterioso precursore, nutrito di miele selvatico e cavallette, in che senso livellare i sentieri della nostra anima, riempire le nostre valli, livellare le nostre montagne? Come equalizzare la nostra anima in modo che Nostro Signore possa facilmente venire lì, penetrarvi e stabilirsi lì?

Continua…

La tenerezza di Dio (parte seconda)

3

E come promesso, ecco la seconda parte dell’omelia di Dom Poisson.

* * *

Eccoci ora a piè d’opera per scoprire la pedagogia di Bruno di fronte al lavoro, incessantemente rinnovato, della conversione monastica.

Chiunque, un giorno, ha seriosamente scelto di divenire monaco ha dapprima incontrato una misteriosa Sunammita. Essa ha infiammato il suo cuore d’amore divino e tutte le seduzioni del mondo si sono “trovate senza sforzo rigettate”. L’ideale verso il quale tende il monaco è divenuto molto chiaro ai suoi occhi e con fermezza vi si è vincolato. Ma quanto lontana, nello scorrere dei giorni, diviene la bella Sunammita di fronte alla realtà concreta del quotidiano. L’amore del mondo, che si era rifugiato nei recessi segreti del cuore, compare di nuovo e un segno ben chiaro manifesta la sua presenza: il disordine che esso mantiene nell’animo.

Inquietudini, tenebre, disgusto, tutto ciò riflette che “l’amore del Padre non regna in lui” esclusivamente. Sovente non è la volontà cosciente che provoca ciò che Bruno chiama “impareggiabile manifestazione di uno spirito sregolato e decaduto”, ma delle tensioni scaturite dalla zona oscura del cuore dove regnano ancora gli amori per la creatura che non sono stati purificati. Situazione dolorosa e che a volte sembrerebbe senza uscita, poiché non si arriva ad individuare la radice del male.

Cosa fare allora, o amatissimo, dice Bruno, cosa fare se non credere ai consigli divini, credere alla Verità che non può sbagliare? Essa dona in effetti questo avvertimento a tutti: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi ed io vi ristorerò”. Tale è la grande risposta quando l’opera di conversione supera le nostre forze: non cercare, in primo luogo, di purificarsi, ma cominciare ad andare a Gesù poiché Egli ha promesso di ristorarci. Venire a Lui, caricati del suo pesante fardello e depositarlo semplicemente tra le sue mani.

Noi vediamo qui all’opera la tenerezza di Dio nostro Salvatore. Che noi siamo giovani novizi o anziani veterani, non abbiamo altra salvezza a nostra disposizione che Colui che viene in questa Tenerezza incarnata, Colui il quale ha portato e continua a portare, fino alla fine dei tempi, tutte le nostre infermità. Così, grazie a Lui, lasciamo la regione pericolosa delle tempeste e degli uragani per penetrare nel “riposo e sicurezza del porto”.

Ma occorre, malgrado tutto, fare il passo grazie al quale noi supereremo l’ostacolo sul quale abbiamo inciampato, questo amore segreto per il mondo che si opponeva nel nostro cuore all’amore leale del Padre. Bruno parla allora di rinunciare a tutto ciò che si ha per divenire il discepolo della Saggezza. La lotta che abbiamo conosciuto veniva dal fatto che noi contavamo sui nostri propri beni, le nostre piccole luci, la sicurezza tutta umana di ciò che noi immaginavamo aver ben compreso. Con tutto questo, di cui noi eravamo divenuti proprietari, noi speravamo volare con le nostre proprie ali verso il Signore. E la Saggezza eterna, attraverso la voce di Bruno, ci dice tutto il contrario. “Ti conviene rinunciare a ciò che tu credi avere, restare alla scuola di questa Saggezza divina, sotto la guida del Santo Spirito e apprendervi la filosofia di Dio”. Occorre che il tuo sia un cuore di discepolo, un cuore che apprende. “Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me” (Gv 6,43), dice Gesù stesso nel Vangelo di Giovanni. Utile e bell’insegnamento, dice Bruno, che è il frutto della sofferenza portata e finalmente affidata alla tenerezza di Dio.

* * *

Bruno cambia, allora, bruscamente di registro. Ci sono giorni, sembra egli dire, in cui la situazione si presenta completamente diversa. Sono le scelte fondamentali di fronte a Dio che bisogna saper riassumere, un po’ come se ripartissimo da zero. Alla fin fine, il cammino percorso fino allora non era che una tappa preparatoria a questo nuovo incontro con la Gloria e la Bellezza di Dio. Lo stato di dialogo profondo tra Dio e il monaco si trova messo a nudo, in piena luce. Io mi sono impegnato di fronte all’Altissimo: Egli si è impegnato di fronte a me (cf.12). Dove sono io nei confronti di questa scelta? Il mio cuore ha seguito il dritto cammino implicato nel dono primo che Egli ha fatto di sé stesso?

Bruno impiega, allora, un vocabolario che ci urta, forse nella misura in cui egli sembra consegnarci senza difese alla vendetta di Dio. In realtà, sotto queste parole vigorose è evocata la distanza infinita che si è formata tra ciò che noi avremmo dovuto donare, di noi stessi, a Dio e ciò che, parsimoniosamente, per leggerezza o inconseguenza, ci siamo accontentati di donare.

Viene il momento in cui è bene rendersi conto che essere amati da Dio e aver da rispondere al suo amore non è un gioco o una sorta di contrattazione dalla quale ci si può ritirare a buon mercato. Agli occhi di Dio il nostro amore ha grande valore, ha valore infinito, poiché è la risposta al suo proprio amore. Come potrebbe Egli non aprirci gli occhi, un giorno, su ciò che noi rappresentiamo per Lui? Forse ci ritroveremo brutalmente scrollati dalla scoperta che ci è così imposta. Ma non è l’unica via di salvezza per noi, quella di rimetterci sul giusto cammino?

* * *

Bruno segnala, allora, a Raoul un’ultima maniera di cercare di crearsi dei falsi pretesti per evitare di donarsi puramente e semplicemente all’amore di Dio. Ci siamo esposti, anche noi, nel silenzio della nostra cella o proprio nel segreto del nostro cuore: non ci sono tutte le buone ragioni di pensare che si potrebbe mostrare utile e generoso rendere dei servizi che non ci sono richiesti, intraprendendo dei lavori che non nascono dall’obbedienza?

La risposta di Bruno è appassionata e tanto più tagliente quanto più è appassionata : “Niente di più giusto e di più utile che amare il bene, l’unico Bene”, egli dice. Là è il nostro posto e non altrove. La giustizia o l’utilità di tutto l’agire impallidisce di fronte a quest’abbandono totale in Dio. Bruno ci riporta così alla fonte ultima di tutto l’amore di Dio. Lui solo è buono, interamente, senza riserva, senza equivoco. Lui ci ha creati per trovarlo e mai il nostro cuore si quieterà fintanto che non l’avrà pienamente incontrato.

* * *

L’ultimo paragrafo della lettera, in cui Bruno termina di perorare la causa di Raoul, abbiamo notato che è pieno d’una dolcezza e di un calore umano che si dovrebbe ritrovare presso tutti coloro che camminano sulle tracce del nostro beato Padre. Tutto ciò che Bruno ha potuto dire fino allora, delle vie previste da Dio per attenderlo nel silenzio della solitudine, è bello, ma vi è un’altra via semplice, modesta, quanto vera ed efficace: quella di camminare verso Dio a fianco dei nostri fratelli di cui l’amore ci sostiene, ci accompagna, ci incoraggia. Aver la certezza che le nostre lotte sono supportate dalla loro preghiera e dalla loro amicizia, che le nostre prove pesano sul loro proprio cuore e che le nostre gioie li illuminano tanto quanto noi, tutto ciò e già un incontro con la tenerezza di Dio nostro Signore.

Veramente è buono e dolce per dei fratelli restare nell’unità, quella dell’amore che viene dal Padre.

Amen.

La tenerezza di Dio (parte prima)

1

In questa vigilia del Santo Natale, cari amici eccovi un testo su cui meditare.

Vi offro una omelia letta da Dom Andrè Poisson, priore generale dell’ordine certosino ( 1967-2005) alla sua comunità nel Natale del 1983. A causa della sua lunghezza ho preferito dividerla in due parti, dopodomani seguirà la parte conclusiva.

La tenerezza di Dio

Natale 1983

La tenerezza di Dio nostro Salvatore si è manifestata per noi uomini”

(cf. Tit 3,4-6)

La liturgia dei giorni di Natale ci porta a leggere, a più riprese, queste parole in cui San Paolo lascia trasparire la sua meraviglia davanti ad una realtà che oltrepassa sempre la nostra attenzione, ogni volta che noi la contempliamo: l’amore infinito dell’Altissimo per le sue creature, nascosto ai secoli eterni, è divenuto la tenerezza di Dio nostro Salvatore. Essa si è manifestata. Essa è ora vicina a noi. Essa ha aderito al reale di ciò che noi viviamo. Questa tenerezza del Padre è il piccolo bambino che ci è donato; ma essa è opera di salvezza ed è per questo che fin dal primo istante il neonato si trova sfidato dalla durezza dell’umanità concreta. Non vi è posto per accogliere i poveri viaggiatori che sono i suoi genitori. La sola culla disponibile è una mangiatoia degli animali. Il re ha paura di perdere il suo trono e reagisce di conseguenza. In breve, Gesù non ha nemmeno il tempo di apparire quaggiù che il peccato dell’uomo, nostra debolezza congenita, si getta su di Lui. E’ quella la vera tenerezza di Dio: una bontà che va a ricongiungersi con coloro che lo amano, laddove essi sono realmente.

* * *

Amerei meditare un po’, in questa prospettiva, sulla nostra vita monastica ispirandomi a dei passaggi della lettera a Raoul le Verd, nei quali San Bruno lascia al suo cuore tutta la libertà di esprimersi per scuotere il suo vecchio amico ed aiutarlo a prendere, infine, la decisione di essere fedele al suo voto.

A dire il vero, le avventure di Raoul non ci toccherebbero affatto se questo personaggio non fosse stato così prossimo a Bruno, in circostanze così eccezionali. Ciò che ci interessa in lui è che egli è stato, in qualche modo, lo specchio nel quale si sono riflessi i sentimenti profondi del nostro primo Padre di fronte alla decisione, che tutti a qualsiasi età siamo chiamati a prendere, di consacrare la vita interamente al Signore: perché siamo così lenti, così reticenti, così fiacchi a donarci per qualcosa di buono?

Bruno, il santo Maestro Bruno stesso, nelle sue due lettere si lascia sfuggire dei gemiti quando pensa a tutto ciò che gli fa difetto, in confronto a ciò che egli vorrebbe donare a Dio: ”Veramente io attendo in preghiera un gesto della divina misericordia affinché guarisca tutte le mie miserie interiori e appaghi il mio desiderio”.

Forse lo dimentichiamo troppo facilmente: la vita monastica è una via di perpetua conversione, vale a dire un incontro continuamente rinnovato tra “la tenerezza di Dio nostro Salvatore che si manifesta per noi”, poveri monaci, e le condizioni così difettose di accoglienza che noi gli offriamo. La grazia di Natale, così come noi ora cerchiamo di considerarla, s’identifica realmente con il nostro voto di conversione dei costumi.

* * *

Veniamo dunque alla lettera di Bruno a Raoul. Un ultimo dubbio deve essere affrontato, prima di poterci mettere senza reticenze alla sua scuola. E’ legittimo prendere come guida di vita monastica un testo di circostanza, indirizzato ad un uomo vivente nel mondo? Quale ispirazione ha guidato Bruno nello scriverlo?

La sua intenzione non crea dubbi. Egli s’indirizza ad un uomo che, contemporaneamente a lui, si è impegnato davanti a Dio. “Tu ti ricordi che io ti amo. Noi eravamo un giorno entrambi in compagnia di Fulcoie le Borgne… Infiammati di divino amore noi abbiamo deciso di lasciare senza indugio il secolo fugace per metterci alla ricerca delle realtà eterne e di ricevere l’abito monastico”. Agli occhi di Bruno, Raoul è già legato davanti a Dio dalla sua decisione. E’ già vincolato alla vita monastica.

Raoul è sottomesso alla tentazione, una tentazione da principiante. Ma c’è una differenza essenziale tra la prova di un esordiente e quella che dei vecchi monaci conoscono molti anni dopo? Si tratta sempre, anche se le modalità di dettaglio evolvono, di scelte fondamentali di cui le conseguenze vanno dispiegandosi fino al fondo dell’intimo del nostro cuore: amare Dio o amare il mondo. Tale è la questione posta da Bruno, senza equivoci e che ciascuno di noi deve affrontare ogni volta che una nuova manifestazione di “Dio nostro Salvatore” gli mostra che il mondo regna ancora sovrano in un angolo del suo cuore. Bruno, d’altronde, non lascia posto ad alcun dubbio; anche i servizi esteriori legittimamente esercitati per l’utilità della Chiesa impallidiscono davanti alla suprema utilità e alla suprema giustizia: amare esclusivamente l’unico bene. Noi siamo veramente in presenza della scelta monastica in tutta la sua purezza.

* * *

Cominciamo a ritrovare, brevemente, il filo del pensiero di San Bruno mentre espone al suo amico la lotta dei due amori di cui il suo cuore è in balìa e che dovrebbe risolversi in una sete esclusiva per il Dio forte e vivente.

Dopo aver cantato “quanto la solitudine e il silenzio del deserto apportino agli innamorati utilità e piacere divino” , Bruno viene alla bella Sunammita, la vergine che simboleggia per lui tutta la forza d’attrazione dell’incontro con Dio nel deserto e scrive: “Se mai la tenerezza per lei nascesse nel tuo animo, allo stesso modo la seducente e carezzevole ingannatrice, che è la gloria del mondo, tu disgusteresti” .

Ecco posto il dilemma. Ma ahimé oggi Raoul è amico del mondo e dunque si è fatto nemico di Dio. Eccolo coinvolto nel peggiore dei disordini, calato in una situazione contro ogni ragione.

Che cosa gli resta da fare, se non ascoltare il richiamo della Verità: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi ed io vi ristorerò”. E’ l’unica via che si apre a Raoul per uscire “dalla tempesta di questo mondo e passare al riposo e alla sicurezza del porto”. Allora egli potrà divenire il discepolo della divina Saggezza, restare alla sua scuola e lì apprendervi la filosofia di Dio che sola rende veramente felici.

Bruscamente il tono cambia e Bruno pone il suo amico in faccia a Dio, di fronte alla santità di Dio, o piuttosto di fronte alla gloria dell’Altissimo che non può accettare di essere oltraggiato dal rifiuto di Raoul di adempiere al suo voto; poi di fronte alla bellezza, allo splendore del solo vero bene, Dio stesso, che attira con il suo infinito potere di seduzione, qualsiasi siano i servizi umani che Raoul potrebbe rendere nella sua carica di prevosto della chiesa di Reims.

E per finire, ecco un ultimo argomento, chiaro rivelatore del cuore di Bruno. Dopo tutti i grandi motivi teologici, pensa a me, egli dice al suo amico, pensa al mio amore per te: “che cessi nella mia anima il tormento delle inquietudini, delle preoccupazioni e della paura che essa prova per te”.

Continua dopodomani….

Omelia per il Santo Natale

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Natività (Biagio Bellotti – Certosa di Garegnano)

Eccoci giunti al giorno del Santo Natale, auguri a tutti voi miei cari amici lettori di Cartusialover. In questo giorno di festa, voglio offrirvi una deliziosa omelia di un Priore certosino, un testo immensamente profondo pur nella sua semplicità. Nonostante sia stato scritto diversi decenni fa, il suo contenuto risulta essere di una attualità impressionante. Augurandovi una buona lettura, il mio auspicio e che la nascita di Gesù Cristo Nostro Signore, possa illuminarci il cuore arrecandoci pace, gioia e serenità per una profonda rinascita interiore. Buon Natale!

Cari fratelli,

Tutti i misteri della vita di Gesù sono pieni di amore, ma nella nascita del Figlio Unigenito di Dio nella povertà e nella notte di Betlemme, c’è qualcosa che dovrebbe emozionarci, perché siamo davanti ad una delle più grandi meraviglie dell’amore divino. Un amore che riduce l’onnipotenza in una estrema impotenza e povertà, in una semplicità ammirevole che diventa grande.

Dio si umilia affinché possiamo avvicinarci a Lui e convincerci di come e quanto ci ama. Dio viene a noi, sconosciuto a tutti. L’evento più sublime nella storia dell’umanità si realizza con una estrema semplicità e in totale ignoranza. Siamo abituati ad apprezzare le novità che provocano uno spettacolo e che hanno luminosità, ma dobbiamo concentrare profondamente la nostra mente ed il nostro cuore per catturare, con umiltà, lo splendore che illumina ancora i nostri giorni e le nostre vite dopo 2.000 anni. Di generazione in generazione, le promesse di Dio hanno alimentato la speranza del suo popolo. E quando arriva il tempo in cui la misericordia divina deve compiere queste promesse, tempo che San Paolo chiama “la pienezza del tempo” (Gal 4,4), nasce un bambino sconosciuto che assolutamente non corrisponde alle aspettative. Egli sarà considerato un pericolo per la religione stabilita ed anche per il suo popolo che aspettava qualcosa di diverso. Così Dio agisce, destabilizza le nostre certezze e sicurezze, umilia il nostro orgoglio e offre un messaggio silenzioso, difficile da accettare. Quante volte, durante l’Avvento ed anche durante tutto l’anno liturgico, noi cantiamo: “Mostraci il tuo volto e noi saremo salvi”. Ed il profeta ci risponde: “La mia gloria splenderà su Gerusalemme e ogni creatura la contemplerà”. Il risultato di questa preghiera e di questa promessa è la banalità di un neonato privo di tutto ed ignorato.

Oggi brilla su di noi la luce dell’amore che inverte la scala dei valori umani. Di fronte alla luce di Betlemme, chi non si chiede circa la necessità di uno sforzo di semplicità interiore che ci diventi come un bambino, così come Gesù lo vuole? Quante volte complichiamo la nostra vita e cerchiamo comodità e facilità, cerchiamo i beni superficiali e sensibili che ci allontanano dalla imitazione di Gesù e Maria! Alla luce di Betlemme, che è luce d’amore, chiediamoci se abbiamo ancora oggi un vero amore per la povertà in cui contempliamo il Figlio di Dio. Chi di noi si preoccupa con il confine tra il necessario ed il superfluo? Tutti i difetti che offendono Dio nel mistero del Suo amore incarnato nella povertà di Betlemme, offuscano nel nostro cuore la luce del Natale e, con essa, anche la serenità e la gioia spirituale. Sempre nuove e ingannevoli esigenze di possedere, di godere, di approffitare, portano il cuore alla disillusione ed al disagio spirituale.

Gesù oggi ci chiama anche a riconsiderare, alla sua luce, l’obbedienza che abbiamo promesso e che ci rende figli piccoli ed umili come Egli. Siamo, quindi, prudenti, perché la nostra naturale tendenza all’orgoglio e all’egoismo non muore facilmente. Il Padre celeste ci chiede di mettere in moto la nostra fede quando obbediamo, perché la sua volontà non si manifesta con un’apparecchiatura rumorosa. Contemplando oggi Gesù, Maria e Giuseppe nella sua umiltà e nel suo silenzio, dovremmo renderci conto che Dio si manifesta in una strada dove noi non lo aspettavamo. La gloria del Signore oggi, nel Santo Natale, si manifesta nella contraddizione e nel sacrificio di tutto ciò che la natura richiede; e lo splendore divino si rivela in uno spettacolo umiliante per la ragione umana e per il nostro orgoglio, ma che commuove il cuore. Perché Dio è amore e vuole parlare al cuore (Os 2, 14). Spetta a noi il silenzio interiore e l’umiltà. La paternità divina si rivela al cuore di chi accetta e ama la sua condizione di essere bambino piccolo.

Cari fratelli, rafforziamo, allora, il nostro sguardo sul presepe per assaporare tutta la ricchezza divina offerta alla nostra fede. Ed apriamo i nostri cuori! È a lui che Dio vuole parlare; e parlare del suo amore. La manifestazione di così grande amore divino ci chiama a corrispondere con il nostro amore, perché la nostra libertà si arrenda, non tanto alla vista del suo potere umiliato, ma davanti alla meraviglia del suo amore rivestito, non di gloria e splendore, ma di semplicità, umiltà e obbedienza filiale nella povertà.

E cercando così di scoprire la pienezza del mistero del Santo Natale, riceveremo la conferma che niente di meglio può onorarlo, che il nostro silenzio, la nostra adorazione e la nostra fiducia in questo bambino nato per noi, al fine di rivelarci come e quanto il Padre ci ama.

Cari fratelli, che lo Spirito Santo di Dio, per l’intercessione della Beata Vergine ed il suo sposo San Giuseppe, ci illumini per consentirci di percepire, con un cuore semplice, la ricchezza e la bellezza di questa proclamazione silenziosa del Figlio dell”Altissimo incarnato per noi; la ricchezza, la bellezza ed il fascino di una proclamazione silenziosa e commovente, che attesta: “È stato così che Dio ha amato il mondo” (Jo 3,16). “L’amore che trascende ogni conoscenza” (Ef 3,19).

Amen.

Come di consueto voglio offrirvi un piccolo dono, che spero vi piaccia, un calendario da scegliere tra tre tipi,  e che potrete scaricare (in formato PDF) e stampare.

  1. Calendario_2017_Silenzio
  2. Calendario_2017_Monache certosine
  3. Calendario  2017   San Bruno (F.Balbi)
  4. Calendario-2017  San Bruno (locandina film)

Un omelia per il Santo Natale

Un omelia per il Santo Natale

copertina Palavras do silencio

In occasione della ricorrenza del Santo Natale, cari amici voglio donarvi una magnifica omelia, di “un certosino” e destinata alla propria comunità monastica, realizzata in occasione del giorno di Natale del 1995, ed estratta dal libro “Palavras do silencio”. Parole che accarezzeranno la nostra anima, in questo giorno di gioia per la nascita di Nostro Signore Gesù Cristo.

 

PUER NATUS EST

“Tu che siedi sui cherubini, rifulgi, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi”

(Sl 80, 2 e 4)

“In quei giorni uscì un editto di Cesare Augusto che ordinava il censimento di tutta la terra”

(Lc 2,1)

Oggi possiamo chiaramente vedere che il decreto dell’imperatore romano è stato una provvidenza divina. Maria e Giuseppe andarono a Betlemme, al momento in cui “si completavano i giorni del parto della Vergine Maria”. È stato così che Dio ha voluto apparire personalmente nella nostra storia umana. Lui che siede sui cherubini. Anche se questo sia un evento marginale nel grande mistero dell’Incarnazione del Verbo Divino, non lascia di essere per noi un insegnamento molto profondo. Il più grande evento della storia della umanità si realizza durante un viaggio ed una estrema semplicità, nella povertà e nel silenzio di una grotta per gli animali. “Non c’era posto per loro all’albergo”. Aveva tanti altri modi Dio per far nascere suo Figlio…È necessario approfittare di questo insegnamento. Quante volte ci accade non diamo agli eventi provvidenziali il suo valore, la sua importanza, mentre trasmettono a noi una volontà di Dio sempre piena d’amore. E quante volte anche noi vogliamo apparire ed anche sembrare qualcosa che non siamo e manifestare la nostra singolarità.

Gesù nasce povero e sconosciuto, e ci insegna la felicità che ci porta l’abbandono filiale alla divina provvidenza. Dobbiamo imparare a contemplare ciò che Dio fa per noi, anche se non siamo in grado di capire tutto. Dio ha il suo piano d’amore e di tenerezza. Una mangiatoia è un insegnamento di grande valore. Dobbiamo imparare ad ammirare ciò che Dio fa. È sempre bello, anche se non abbiamo l’accesso alla piena comprensione.

Non è nel subbuglio della città né dell’albergo che Gesù nascerà. Se ricerchiamo il luogo scelto da Dio per apparire, troveremo una stalla, un nascondiglio scavato nella roccia. Gesù nascerà nel silenzio, nella solitudine, nell’intimità della sua madre e del suo padre adottivo. Raccoglimento totale ed accoglienza totale nell’intimità dell’amore verginale di Maria e Giuseppe e, allo stesso tempo, nella totale indifferenza. Ecco come il Figlio dell’Altissimo appare sulla terra per salvare coloro che tante volte vogliono apparire e sembrare anche qualcosa che non sono. Che lezione a tutti noi!

“La gloria del Signore avvolse dei pastori di luce” (Lc 2,9).

“Oggi vi è nato un Salvatore” (Lc 2,11).

Dio ha cercato gente semplice, povera, lavoratori, di notte, per rivelare al mondo intero l’evento che avvia la proclamazione evangelica. La gioia dell’incarnazione redentrice arriva in primo posto a quei pochi cuori semplici e umili. Questo anche può alimentare la nostra meditazione. A noi, anche Gesù si rivela nel mezzo delle cose normali di ogni giorno. Abbiamo bisogno delle stesse disposizioni di semplicità ed apertura di cuore, per poter capire quello che Dio vuole dirci. Spesso il Signore nella sua bontà ci invia segni che, visti dagli occhi umani, non significano niente.

I pastori devono scoprire un segno di una straordinaria semplicità: trovare il bambino avvolto in fasce e giacente in una mangiatoia. Nessuna manifestazione eclatante. Un fatto così banale è il segno della nostra salvezza. È nato il Salvatore. Un neonato, avvolto in fasce, non è un grande segno. L’umiltà divina! Niente di più semplice e naturale. Ma loro, i pastori, sono chiamati alla scoperta del divino nell’umano semplice e umile. Ed anche noi. Il nostro sguardo di fede deve andare al di là di quello che gli occhi vedono: scoprire ed ammirare la tenerezza divina. Spesso il nostro giudizio vacilla e si trova sulla superficie delle cose, soprattutto avverse. Un velo pesante ed opaco ci impedisce la scoperta della “ampiezza della carità” (Statuti 35,1). Abbiamo bisogno di un giudizio finemente sintonizzato e di un cuore aperto (apertura seguita nella fedeltà alla preghiera), per scoprire la vera misura e la proporzione delle cose banali della nostra vita. Molte volte loro sono una Parola di Dio e noi La ignoriamo. L’azione di Dio nel mondo e le opere della divina Provvidenza, sfuggono dal cuore che neglige il raccoglimento interiore.

Se ci fermiamo davanti alla grotta di Betlemme, capiremo la bellezza di ciò che Dio fa e come lo fa – come Lui si rivela. Ed il piccolo sforzo che dobbiamo fare per avere un cuore aperto a ciò che Dio fa con tanto amore ci porterà la calma e la serenità di chi si riconosce amato da Dio. Anche se si tratta di collaborare nel desiderio supremo di Dio che Egli vuole realizzare nel nostro cuore: la nostra unione intima con Gesù nell’amore. Per quanto umile e nascosta che sia l’esistenza del monaco, l’amore e la pace, l’abbandono filiale che regna nel suo cuore è un bene all’umanità. Si trata di una partecipazione silenziosa, ma feconda, nella proclamazione angelica: “Oggi vi è nato un Salvatore”. Si tratta di un messaggio traboccante di gioia. Leggiamo in San Luca: “I pastori dicevano a tutti quello che videro e udirono. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano” (Lc 2, 18). È di questa gioia, di questa proclamazione che ogni uomo cammina essenzialmente bisognoso, anche quando intende essere pienamente soddisfatto.

Carissimi fratelli: il nostro raccoglimento, il nostro silenzio, la nostra lode proclamano che è nato per noi oggi un Salvatore. La nostra carità fraterna, il nostro silenzio, la nostra preghiera, la nostra fedeltà alla tradizione monastica e, poi, alla nostra vocazione, tutto questo proclama silenziosamente che Dio esiste, Dio ci ama, Dio ci salva. È nato per noi il Salvatore. La nostra vita monastica è proclamazione.

Il mistero del Santo Natale che i pastori proclamano e si rallegra “tutti quelli che udirono” (Lc 2,18), ci impone – anche a noi – un debito ed un obbligo con gli altri uomini e donne del nostro tempo. Noi che abbiamo visto la luce di Cristo ed abbiamo ricevuto il Salvatore, siamo obbligati, per la grandezza della grazia data a noi, non solo a ringraziare e lodare Dio come fecero i pastori di Betlemme, ma come loro, a far conoscere la buona notizia dell’amore di Dio che ci salva. Questo faremo, non proclamando la sua venuta con le parole – non è la nostra vocazione nella Chiesa – ma rivelando nelle nostre vite. Il Verbo divino nasce in noi ogni giorno nella nostra umile fedeltà, come nella grotta di Betlemme, e dobbiamo manifestarlo attraverso la nostra testimonianza nella lode, nel silenzio e nelle umili opere della nostra reciproca carità fraterna. Non abbiamo il diritto di dubitare che una vita come la nostra sia una testimonianza eloquente che è nato per noi un Salvatore. Si tratta di una proclamazione che non ci appartiene: appartiene alla grande proclamazione della Chiesa; appartiene alla Luce che è la Chiesa – Lumem Gentium – luce del Mondo; appartiene alla manifestazione divina. È un’epifania! È di questa manifestazione che ogni uomo e donna camminano bisognosi senza saperlo. La risposta alla loro angoscia è nel nostro cuore, nella nostra vita silenziosa.

Carissimi fratelli, mentre ci avviciniamo oggi dal bambino Gesù, l’apparizione della bontà del Padre, quando contempliamo il presepe eloquente di povertà e silenzio, quando meditiamo questo grande mistero dell’incarnazione di Dio in mezzo a noi, rinnoviamo la nostra lode e ringraziamento a Dio per tanto amore, rinnoviamo il nostro desiderio di lasciarci salvare e amare da Dio e, in terzo luogo, rinnoviamo il nostro desiderio e l’impegno di essere fedeli alla nostra proclamazione silenziosa dell’amore divino attraverso la nostra umile fedeltà alla vocazione, sempre più consapevoli che il mondo attuale in cui viviamo e con cui siamo solidali, ha bisogno urgente e terribilmente di questo annuncio gioioso che non ci appartiene: “È nato per noi oggi un Salvatore”. Senza minimamente sottovalutare la proclamazione verbale della Chiesa, facciamo fedelmente la nostra parte silenziosa, come la nostra vocazione, nella gioia. E che tutta la nostra umile vita monastica proclami alla nostra società vuota e angosciata: “È nato per noi oggi un Salvatore.”

Alleluia!