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Un sermone per l’Ascensione

Cari amici, oggi si celebra la festività dell’Ascensione, ed ho deciso di offrirvi uno splendido sermone del Reverendo Padre Dom Andrè Poisson, concepito per commemorare questa festa liturgica del 1984. Il testo è alquanto lungo, gradevolissimo e vi consiglio di leggerlo e meditarlo!

Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto ritornerò e vi prenderò con me” (Gv 14,3)

La promessa di Gesù, che annuncia ai discepoli che Lui stesso s’impegna a preparare il posto che essi occuperanno vicino a Lui nei secoli a venire, trova eco nella nostra orazione propria di San Bruno. Rileggiamola attentamente, poiché essa apre delle prospettive molto ricche sullo svolgimento della nostra vita monastica, in piena consonanza con le proposte di Bruno stesso nelle sue lettere. Ecco questa orazione: Dio onnipotente ed eterno, Tu prepari nel cielo un posto per coloro che rinunciano al mondo; nel tuo immenso amore accogli la nostra umile preghiera: per l’intercessione del nostro padre San Bruno donaci di essere fedeli ai nostri impegni e di raggiungere attraverso una via sicura il termine che hai promesso a coloro che ti saranno restati uniti fino alla fine. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

* * * * * * *

Ciò che più colpisce in questa preghiera è il modo accentuato in cui essa è rivolta all’avvenire. Essa considera la nostra vocazione non sotto l’aspetto di una pienezza appagante del momento presente, ma nella prospettiva della durata, in cui il senso profondo non si manifesta che una volta ultimata la corsa. Ciò è vero per ogni vita cristiana, ma in modo assoluto nel caso di una vita monastica nel deserto: non riconoscere ad essa altra giustificazione soddisfacente che il termine che la disorienta. Sotto questa prospettiva diciamo che la nostra vocazione è innanzitutto escatologica: il mondo presente è una via che ci conduce al di là di esso. Viviamo senza aver da costruire nulla di stabile quaggiù. Ma, alla stessa maniera dei compagni di cui ci parla San Bruno in Calabria, noi dobbiamo prendere alla lettera la consegna donata da Gesù stesso: vivere in stato di veglia continuo, nell’attesa ininterrotta del ritorno delle nozze del nostro Maestro (A Raoul 4). Qualunque sia la solidità dei monasteri di pietra nei quali viviamo, alla fine “ non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura” (Eb 13,14). Non è il senso primo della vocazione di San Bruno, quando nel giardino della casa d’Adamo egli fu travolto dallo Spirito Santo? “Infiammato di divino amore, scrive egli molto tempo dopo,… abbiamo deciso di lasciare senza indugio il secolo fugace per metterci alla ricerca delle verità eterne” (A Raoul 13). Una ferita si è formata nel cuore del Maestro di Università di Reims, improvvisamente divenuto ardente d’amore per Dio. Eccolo scavalcare tutte le tappe transitorie di questo mondo mutevole, per partire alla ricerca dell’eternità, il solo dono che potrà fargli il Signore, divenuto ormai l’Unico che conta ai suoi occhi. Tale è la logica alla quale non si può sfuggire se ci si mette alla scuola di Bruno: desiderare d’incontrare Dio è lasciarsi divorare dalla sete d’eternità. Gli Statuti Rinnovati, al seguito del Concilio, sviluppano fino alla fine la portata di questa dimensione escatologica della nostra vocazione: “La nostra vita, essi dicono, mostra che i beni del cielo sono già presenti quaggiù; essa è un segno precursore della resurrezione e come un’anticipazione dell’universo rinnovato” (SR 34.3). Noi abbiamo fatto la scelta, in maniera irrevocabile, d’orientare la nostra vita verso la resurrezione, là dove noi saremo appagati dalla sola pienezza che valga: la contemplazione di Dio stesso. Tutta la nostra esistenza terrestre si trova, così, segnata dal sigillo della contemplazione diretta dal solo Bene e a causa di ciò noi diveniamo testimoni per il mondo a venire, portatori nella nostra esistenza di una realtà che è già un pregustare lo stato di resurrezione. Dio voglia che la testimonianza che ci chiede di dare al mondo, trasformi innanzitutto i nostri propri cuori!

* * * * * * *

L’orazione di San Bruno mette in evidenza una seconda dominante della nostra vita: la fedeltà. E’ una grazia che noi imploriamo umilmente, perfettamente coscienti del fatto di non potervi far fronte con le sole nostre forze. Il testo dell’orazione parla di “fedeltà ai nostri impegni”. Bisognerebbe dare a queste parole un significato giuridico rigoroso e vedervi il pensiero stretto di non mancare alla lettera alla nostra formula di professione o di donazione? Ciò sarebbe, mi sembra, restringere in maniera indebita il senso di una preghiera di cui l’orientamento è tutto spirituale. L’impegno fondamentale che abbiamo preso è quello di seguire San Bruno nella sua scelta di “lasciare il secolo fugace” e di “mettersi alla ricerca delle realtà eterne” ( A Raoul 13). Bruno stesso ci orienta in questa direzione nella lettera ai suoi fratelli della Certosa. Anche se non bisogna forzare il senso dei consigli che a loro dona, mi sembra che egli attiri chiaramente la loro attenzione sulla sollecitudine con la quale essi devono vegliare, al fine di non far decadere la qualità della loro vita religiosa, raggiunta per grazia di Dio e per la loro generosità. La sua intenzione è assai chiara quando egli s’indirizza ai conversi. Egli conclude il paragrafo che è loro destinato con questo avvertimento: “Restate, miei fratelli, là dove siete pervenuti e fuggite come la peste la schiera malsana dei laici incostanti” (Ai suoi figli della Certosa 2.4), i quali potrebbero nuocervi molto se voi vi lasciaste influenzare dai loro esempi. Questi sono, punto per punto, la negazione di ciò che fa la qualità eccezionale dell’obbedienza contemplativa dei conversi della Certosa: un’obbedienza ammirabile, ma portatrice di vero frutto solamente se si renderà capace di essere fedele a sé stessa nel corso degli anni. Diversamente, essa non condurrà i fratelli al luogo che Dio ha loro preparato nel cielo. Si scopre un orientamento analogo alla fine del canto d’azione di grazie indirizzato da Bruno ai suoi figli, avendo raggiunto la tranquillità del porto più nascosto. Che bisogno ha lui di ricordare loro che “nessuno che abbia goduto di questa buona sorte così desiderabile e l’abbia persa… non ne abbia provata una pena continua…” (id.1.4) se non perché li vede esposti al pericolo? La nostra vita nel deserto è bella, è attraente, ma mette a nudo le fragilità del nostro cuore, nella misura in cui mette alla prova le inclinazioni legittime della nostra natura. Gli Statuti lo ricordano: “La santa vocazione che ci hanno trasmesso i nostri Padri ci impegna su una via molto alta: il rischio di mancare è tanto più grande per noi, non tanto forse per errori manifesti, quanto per l’inclinazione naturale dell’abitudine” (SR 33.1). Riconoscere che noi siamo continuamente esposti è una forma di saggezza. Senza di essa ci mancherebbe una visione realista della vita nella quale ci siamo impegnati. Non per crearci delle vane inquietudini, ma per ricevere da Dio, nella fiducia, la fedeltà di cui noi abbiamo bisogno. E perché non considerare questo dono, ininterrottamente rinnovato dal Padre dei cieli, come un anticipo di ciò che ci donerà in cielo?

* * * * * * *

Rimane, da considerare, un’ultima dimensione della nostra vita. L’orazione di San Bruno la evoca in maniera abbastanza discreta, ma mi sembra utile soffermarci, poiché essa rappresenta una componente importante del nostro equilibrio. L’orazione termina con questa richiesta: “Donaci di raggiungere il premio che Tu hai promesso a coloro che ti saranno rimasti fedeli fino alla fine”. La realtà evocata qui è vicina alla fedeltà di cui abbiamo appena parlato, ma differisce da essa : è la perseveranza, in altre parole, la capacità d’assumere un ritmo di vita umanamente abbastanza piatto, per lunghi periodi, in cui la monotonia della cella e del deserto non è spezzata da nulla d’importante. Generalmente, la vita certosina si dispiega con una cadenza lenta nel corso degli anni, i quali si accumulano senza fare rumore. E’ questa durata che diviene strumento d’incontro con Dio. Il testo latino dell’orazione impiega una formula quasi intraducibile, ma tuttavia eloquente: “perseverantibus in te”: “coloro che restano in te”. Rimanere in Dio senza fare rumore, “rientrare in sé stessi e lì dimorarvi”, dice San Bruno, “la pace che ignora il mondo”, egli riprende un po’ più in là (A Raoul 6). Percepiamo una dimensione preziosa della nostra esistenza e, tuttavia, ci fa male parlarne. Le permanenze nel deserto degli amici che Dio si riserva e di cui la Bibbia ci parla sono solitamente contraddistinte dal numero simbolico 40. Israele dimora 40 anni nel deserto; Mosè 40 giorni nella nuvola sul Sinai; la marcia di Elia nel deserto verso l’Oreb dura 40 giorni. Allo stesso modo Gesù, prima di essere tentato, rimane 40 giorni in preghiera nel deserto. Ciò rappresenta sempre l’idea di una permanenza molto lunga, utile, in cui Dio è l’unico sostegno di colui che egli attira a Sé. Queste lunghe permanenze sono apparentemente vuote. La durata si giustifica da sé stessa: non è importante ciò che si fa, ma ciò che si diviene, la disponibilità che si acquisisce ad incontrare l’Altissimo. Quest’interminabile durata non è, in fondo, la maniera più vera, più radicale di mettere in pratica il progetto di Bruno: “lasciare il secolo fugace”? Lasciarlo, non solamente nei suoi segni esteriori, ma là dove è più solidamente radicato, cioè in noi stessi? Lasciarlo, passando al vaglio del tempo, senza pietà, tutta la sostanza del nostro cuore che, alla fine, si trova sradicata fin nella sua più intima profondità. Potrebbe essere diverso per dei servitori che attendono il ritorno del loro Maestro senza saper né il giorno né l’ora? Essi divengono, poco a poco, pura attesa: essi non son più che “ricerca delle realtà eterne”, ricerca ardente e, tuttavia, certa di non approdar mai a nulla di veramente valido quaggiù, ma sicura d’essere appagata un giorno dall’unico raggio di luce che risplenderà nell’istante in cui il Maestro svelerà il suo volto. Amen.

(Ascensione 1984)

Attendendo il Santo Natale (parte terza)

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Si conclude con la terza parte lo splendido sermone del priore certosino. Ormai ci siamo quasi all’arrivo del Bambino Gesù, l’attesa sta per finire.

*******

“Riempite le valli, raddrizzate i sentieri del Signore …” Abbiamo detto cosa si intendeva per distruzione e livellamento delle montagne della nostra anima; ora ecco cosa si deve capire senza dubbio quando San Giovanni Battista ci parla di riempire le valli: sono, mi sembra, le nostre avversioni e i nostri risentimenti, le nostre paure e le nostre tristezze, insomma, da tutti i sentimenti dolorosi dell’anima. Dobbiamo anche dominarli e superarli affinché l’invisibile processione della grazia divina possa attraversare senza ostacoli il cammino del nostro cuore.

Non c’è quasi bisogno di soffermarsi su quei lati negativi dell’indifferenza e dell’uguaglianza soprannaturale in cui le nostre anime devono essere stabilite, per quello che abbiamo detto sui pericoli delle gioie naturali o dei desideri umani, e miserie che queste passioni comportano, potremmo naturalmente ripeterlo dei sentimenti opposti. Ciò che è dannoso per l’anima non è precisamente la gioia o il dolore, è la sensibilità alle cose di questo mondo.

C’è, ci dice san Paolo, una tristezza secondo Dio e una tristezza secondo la carne. Quando pensiamo di aver offeso Dio così tanto e di aver fatto così poco per la sua gloria, quando siamo consapevoli dei milioni di offese che vengono costantemente fatte alla divina Maestà, sicuramente soffriamo. Ma è una sofferenza calma e serena che non priva l’anima della sua pace. Ci spinge e ci dà forza per il servizio di Dio. È lei che rende i religiosi umili e generosi, espiazione e riparazione delle anime. È in questo stato d’animo che diceva San Paolo: la tristezza secondo Dio dà lo spirito di penitenza (2 Corinzi 7:10).

Ma la tristezza secondo il mondo, aggiunge, causa la morte. La tristezza secondo il mondo, è quella che deriva dall’amor proprio ferito o privato dei beni che brama. Un superiore ci fa un’osservazione piuttosto dura o ci ha rifiutato qualcosa. Un collega ha pensato che fosse suo dovere denunciarci quando eravamo in colpa … Immediatamente, il nostro cuore si ribella, ci vengono tutti i tipi di cattivi pensieri e se non stiamo attenti, se non reagiamo energicamente, ci sentiamo presto le nostre anime sono tutte turbate e Dio ci lascia. Abbandonarsi a tali stati di amarezza così come abbandonarsi alla malinconia dei ricordi e dei rimpianti, questi sono, per un religioso, difetti che manifestano una mancanza di vita interiore, rapporti molto rilassati e rallentati con il Buon Dio, e che promettono, se li rinnoviamo, di raffreddare e infine di spegnere ciò che può ancora rimanere nell’anima del focolare primitivo di pietà e fervore.

A proposito, facciamo una menzione speciale al cattivo umore. Un monaco, un cuore che si è veramente donato a Dio, non deve mai arrabbiarsi. Se ci arrabbiamo, è sempre per motivi di autostima. Gli insulti che crediamo di subire, l’indignazione per le colpe altrui, la rivolta di fronte alle ingiustizie e alle calunnie di cui siamo oggetto: tutto questo non esisterebbe se avessimo veramente dato tutto il nostro cuore a Gesù, e se non cercavamo più le nostre comodità, le nostre consolazioni e le meschine soddisfazioni della nostra piccola persona.

E c’è ancora una tristezza che non dobbiamo permettere che penetri nella nostra anima, una tristezza più profonda e pericolosa di ogni altra, senza dubbio, perché più intima. È lo scoraggiamento. Non ignori che la purificazione dell’anima avviene attraverso una serie di prove interiori o esteriori, tanto più benefiche quanto più si sopportano con più coraggio. Come sopportiamo una prova per uscirne più puri, più forti, più uniti a Dio? Non lasciandolo penetrare in fondo alla nostra anima: dicendogli di no.

No ! amarezza, scrupoli schiaccianti, dubbi sulla mia predestinazione, stanchezza spirituale, disgusto, disgusto, stanchezza, oscurità, oscurità, purgatorio e inferni interiori, no! non abbasserai la mia fiducia. Non sento più niente, non vedo più niente, ma voglio ancora credere e sperare in Dio.

Rimarrò fedele alla mia vocazione e al mio ideale di devozione e abbandono a Dio, anche se la tempesta spirituale soffia dieci volte più forte.

Conosco anime che per anni hanno combattuto in questo modo contro il dubbio, lo scrupolo e l’angoscia, che si sono forgiate così un temperamento d’acciaio e che, oggi, nella gioia dell’unione profondi e continui con Dio, benedite questi anni di tormento che sembravano non finire mai e li hanno preparati e maturati alla beatitudine presente.

Ma so che tali promesse fanno poco per alleviare l’anima alle prese con queste tempeste. È proprio questo il carattere che rende queste prove così difficili: nessun aiuto esterno può alleviarci e siamo in qualche modo certi che non finirà mai. Ricorda solo che più siamo vigili ed energici, per rifiutare l’ingresso dei nostri cuori a questi aliti di disperazione, più velocemente il demone si stancherà e maggiore sarà la raccolta delle grazie quando il sole della pace risorgerà di nuovo.

Perché questo è l’esempio e il silenzioso consiglio che ci ha dato il Precursore: taglia corto e attacca il male dalla sua radice. È così che ha fatto lui stesso: lasciare il mondo, la sua famiglia, i suoi beni e gli amici giovanissimi per andare a vivere da solo nel deserto. Non si può dire abbastanza quanto questo sia importante nelle opere e nelle lotte della vita interiore: guardare gli inizi, non fare piccole concessioni. Non appena ci accorgiamo di una cattiva tenerezza o di un pensiero maligno, presto, fate come San Giovanni Battista, voltate le spalle e coraggiosamente ritiratevi nella solitudine interiore dove Gesù ci attende. Non giochiamo, non giochiamo con pensieri sensuali o con pensieri di scoraggiamento: stiamo alla porta del nostro cuore, come un soldato armato di spada a doppio taglio, e non lasciare che passi nulla che non porti il marchio del soprannaturale e il marchio del divino.

Questo principio è così importante che vorrei inciderlo nella tua memoria con alcuni esempi. Considera un fiume alla sua sorgente: com’è facile deviarne il corso! Un bambino può farlo scavando un piccolo fosso nel terreno. Ma se aspettiamo che il fiume abbia corso per 50 chilometri, diventa umanamente impossibile cambiare direzione. È lo stesso con i cattivi pensieri. Quando sono appena nati, ci vuole solo un po’di forza di volontà per distrarre l’attenzione. Ma se aspettiamo finché non hanno invaso l’anima e l’hanno riempita con le loro onde impure, portando a concessioni dopo concessioni e colpe dopo colpe, naturalmente, sarà ben altra cosa sbarazzarsene.

San Giovanni Battista senza dubbio giudicava che l’uomo nel mondo fosse come un albero piantato in un terreno cattivo. Se lo strappiamo molto piccolo e lo trasportiamo in un buon terreno, crescerà e darà frutti. Questo è quello che ha fatto per se stesso quando ha lasciato il mondo così giovane. È così facile tirare su un piccolo germoglio di un abete: ma tirare su un grande abete è impossibile. Se l’albero è stato piantato in un luogo sfavorevole dove ha preso la direzione sbagliata, e avete aspettato troppo a lungo per trapiantarlo, non resta che una cosa da fare: tagliarlo e gettarlo sul fuoco. Perché il nostro Signore ci avverte: ogni albero che non dà nulla di buono per la vita eterna sarà gettato nel fuoco (Matteo 3, 10).

Imitiamo dunque questo santo, selvaggio e gentile, questo mangiatore di insetti e miele che fu in qualche modo il primo certosino; siamo vigili, energici e veloci nella lotta con noi stessi, abbreviamo ciò che ci impedisce di vivere uniti al buon Dio. Possiamo dire che questo amore per le soluzioni radicali è caratteristico dello spirito monastico e soprattutto dello spirito certosino. Ed è, in fondo, ciò che è più abile. Perché è più facile rinunciare del tutto, completamente, tutto in una volta a ciò che ci turba e ci infastidisce (ad esempio una curiosità, un desiderio di vanità) che volerlo accontentare a metà rimanendo nell’amicizia di Dio. Un’anima divisa è un’anima infelice. Coloro che non pensano affatto a Dio possono assaporare i piaceri grossolani dei sensi. Coloro che si donano totalmente al Buon Dio sono felici come gli uccelli, come i bambini, come gli angeli, perché non hanno più preoccupazioni.

Ma quelli che vogliono dare pur conservando, essere sia a Dio che a se stessi, avere le consolazioni di Gesù e ancora altre consolazioni, questi sono sempre preoccupati, titubanti, turbati. Non possono essere felici. Quindi, per avere successo nella vita interiore come in ogni cosa, ricorda questi due consigli: osserva gli inizi ei principi e non prendere mai mezze misure.

In conclusione, diciamo una parola su ciò che accade nell’anima quando ha seguito fedelmente il consiglio di San Giovanni Battista e si è purificata dalle gioie e dai dolori dell’amor proprio, quando non si lascia più trasportare dai piaceri, grandi o piccoli, né sopraffatti da dolori e fastidi.

Questi affetti e queste passioni, questi affetti su noi stessi o sugli altri, questi desideri e queste amarezze avevano fatto perdere alla nostra anima la sua serenità: era agitata da ogni genere di movimento che non permetteva più alla luce di attraversarla.

Ora lo abbiamo stabilizzato con calma e vediamo: è come un’acqua che, tempo fa, era agitata e turbata, e che viene lasciata riposare per qualche istante. Il disturbo scompare gradualmente; riacquista la sua limpidezza, la luce del sole lo attraversa di nuovo e vi si riflette come in un cristallo. Così fa la luce di Dio nell’anima dove si è placato il tumulto delle passioni egoistiche: quest’anima trova la pace e la fiducia e la luce dolce della fede. Eccola di nuovo, tutta limpida e schietta come acqua pura, leale a Dio ed a se stessa, umilmente benefica, gentile, caritatevole con gli altri nelle cose piccole come in quelle grandi.

Noi persone sole possiamo fare molto per la gloria di Dio e la salvezza delle anime, semplicemente offrendo a Dio un cuore calmo, pacificato dal sacrificio, dove Dio può venire e riposare come il raggio di sole nel cristallo, Riposarsi, dico, moltiplicarsi in qualche modo, e risplendere con lucidità di fede e consolazione di speranza sulle anime che ci sono vicine e su quelle che sono lontane da noi, in questo mondo e nell’eternità.

Un chartreux

Attendendo il Santo Natale (parte seconda)

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Ecco per voi, la seconda parte del lungo sermone. Meditiamo su queste sagge parole, nell’attesa del Santo Natale.

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Le disuguaglianze della nostra anima che rendono difficile la penetrazione per il soffio dello Spirito Santo, e che di conseguenza ostacolano lo sviluppo della nostra vita interiore, sono i nostri affetti e le nostre inclinazioni incontrollabili, tutto amore e tutto odio, ogni gioia e ogni dolore. che hanno per oggetto la creatura e che, di conseguenza, ci allontanano da Dio. Diciamo prima qualche parola sull’affetto che possiamo provare nelle nostre relazioni esterne: amicizia per le persone o attaccamento alle cose.

Senza dubbio, non ci è proibito amare i nostri fratelli, abbiamo anche il dovere di amarli. Non ci è nemmeno vietato, nel senso stretto del termine, di amare un collega più di un altro. Ma è certo comunque che, per i contemplativi, l’ideale dell’amore puro e disinteressato è amare tutti gli uomini con tutto il cuore, senza nemmeno chiederci se uno ci piace più degli altri, secondo quanto dice il Vangelo: “Sii come il tuo Padre celeste che fa splendere il suo sole sui buoni come sui malvagi”.

Quando proviamo un affetto speciale, chiediamo lealmente perché amiamo questo compagno piuttosto che gli altri? Nella grande maggioranza dei casi, non tarderemo a scoprire che la base della nostra preferenza non è altro che l’amor proprio; è perché questo confratello è più gentile con noi, perché ha fiducia in noi, perché i rapporti con lui sono più piacevoli, perché lui stesso ci mostra affetto. Tutte ragioni che più o meno si riducono all’autostima e che non avrebbero presa su di noi se fossimo veramente soprannaturali e se avessimo dato il nostro cuore totalmente al Buon Dio. È ovvio che tali affetti ostacolano il nostro rapporto con Dio, diminuiscono il fervore e la profondità della nostra vita spirituale. Chi ama veramente gli uomini, li ama tutti in Dio, con un amore troppo immenso per potersi attaccare all’uno o all’altro. Notatelo bene, questa indifferenza del contemplativo è ben diversa dall’indifferenza di chi è troppo egoista per amare. L’egoista ha un cuore troppo piccolo per amare qualcosa di diverso da se stesso; il contemplativo ha un cuore troppo grande per attaccarsi a qualcosa di diverso da Dio.

Se il nostro cuore, fatto per Dio, è troppo grande per attaccarsi a un uomo, molto di più è troppo grande per attenersi a una cosa. Eppure spesso accade che perdiamo il nostro equilibrio interiore perché ci aggrappiamo a un oggetto o, più spesso ancora, a un’occupazione. È soprattutto per noi monaci contemplativi, è per noi certosini che san Paolo ha dato questo consiglio: “fare le cose come non farle” (1 Cor 7,30). Il difetto contro il quale ci vuole mettere in guardia presenta per noi, mi sembra, due forme principali: l’attaccamento a un lavoro che ci è stato affidato dai nostri superiori, o la curiosa ricerca di un’occupazione estranea al nostro lavoro. .

Nella prima forma non credo sia necessario espandersi; troppo spesso abbiamo esempi di religiosi ai quali dobbiamo prestare ogni tipo di cura, per sapere se questo o quel lavoro, questo o quel carico piace loro, se possiamo cambiare la loro obbedienza senza perderli. coraggio…

Capite cosa intendo: possiamo, e dobbiamo anche far conoscere ai nostri superiori i nostri bisogni e anche le nostre capacità. Ma è comunque vero che dobbiamo essere sempre pronti a sacrificare le nostre preferenze personali, non appena sentiamo che Dio ci chiede di farlo.

Su questo punto, purtroppo, ci somigliamo tutti e la nostra povera natura umana si attacca come un’ancora a tutto ciò che incontra. Ecco un’altra forma che spesso assume il nostro attaccamento alla terra: i religiosi che di tanto in tanto non sono molto persi in Dio sperimentano attacchi di curiosità che è naturalmente più o meno difficile soddisfare per un oggetto o per l’altro. Qualcuno vuole un libro, un altro vuole scrivere a varie persone, ecc. Tale curiosità crea nell’anima una preoccupazione e quindi un disturbo. L’anima non è più uguale, non è più calma e serena e Nostro Signore se ne va. Abbiamo urgente bisogno di fare quello che ci consiglia San Giovanni Battista: “livellare l’anima, raddrizzare le vie del Signore”.

Quanto detto finora riguarda il nostro attaccamento alle soddisfazioni esterne, ma ci sono altri piaceri ai quali la nostra autostima si attacca in modo più sottile e comunque molto pericoloso per la solidità della nostra vita spirituale. Queste sono le consolazioni, le dolcezze, gli accessi di fervore e di grazie sensibili che molte persone ricevono quando iniziano la loro vita interiore. Ci mettiamo alla presenza di Dio, percorriamo la Via Crucis, diciamo le litanie della Beata Vergine e il nostro cuore è tutto caldo, tutto tenero. Abbiamo momenti deliziosi alla presenza del Santissimo Sacramento: ci sentiamo pieni di fuoco e ardore per il servizio di Dio. Sfortunatamente, tali stati non durano; prima sono intermittenti e poi, dopo pochi mesi o pochi anni, noi ci accorgiamo che stiamo diventando sempre più freddi e secchi e ci chiediamo se è la vita interiore che è diminuita e se siamo ancora nell’amicizia del Buon Dio.

Ma anche qui va ricordato che le gioie, anche queste gioie purissime, sono pur sempre solo accidenti dell’anima: non si deve mai attribuire loro un’importanza secondaria. Senza dubbio, quando il Buon Dio ci manda tali dolci e tali impulsi, dobbiamo accettarli con gratitudine e sforzarci di trarne vantaggio essendo molto fedeli e molto generosi. Ma dobbiamo sapere che queste grazie non costituiscono santità o vita interiore. Se li abbiamo usati come dovremmo, se ne andranno per fare spazio a grazie più profonde, per un attaccamento molto più puro e più solido della fede e della volontà che abbraccia Dio nella siccità e nelle tenebre. con appassionata testardaggine. Chi vive così senza sentire forse altro che il soffio gelido delle tentazioni e dei dubbi, ma fedele, immobile, aggrappato in qualche modo a Dio: questo somiglia davvero al Divino Crocifisso, è un figlio di Dio. Accumula tesori di luce per la vita eterna e il giorno in cui i veri volti degli uomini saranno finalmente rivelati, gli angeli si prostreranno davanti alla sua bellezza!

Continua…

Attendendo il Santo Natale (parte prima)

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Carissimi amici lettori, da oggi e per i successivi due articoli vi proporrò, un testo estratto dal libro “Ecole de silence”. Il lungo sermone, che ho diviso in tre parti, è stato concepito da un priore certosino per la propria comunità monastica, ed è una preparazione per la venuta di Gesù Cristo nella nostra anima. Credo sia il modo migliore per attendere il Santo Natale. Meditiamo su queste sagge parole…

*******

Sai che il nostro Dio infinitamente saggio ha creato questo mondo in modo tale che, nell’ordine naturale come nell’ordine soprannaturale, tutto risponde e corrisponde.

Le cose inferiori sono l’immagine delle cose superiori. Così la nostra vita animale e la nostra vita spirituale presentano su diversi punti un’ovvia analogia. L’anima nasce alla vita di grazia, si nutre dei sacramenti e della parola di Dio, può diventare la sposa di Nostro Signore e acquisire un’immensa fecondità spirituale. Può anche, purtroppo, morire di peccato. Proprio come la carne, quindi, ha salute e malattia, nascita, crescita e fioritura.

Allo stesso modo, le cose esteriori sono come i riflessi delle realtà interiori. L’anima ha le sue sorgenti molto più belle di quelle della natura, e anche inverni più terribili; ha le sue serate autunnali e i suoi pomeriggi estivi. Tutte le cose sono collegate tra loro, intrecciate come in una cornice divina, come in un romanzo infinitamente complicato per noi, infinitamente semplice per Dio che solo conosce l’ultima parola.

Quindi c’è di nuovo una stretta somiglianza tra la vita e le azioni di Nostro Signore in Giudea 2000 anni fa e la sua vita e le sue azioni nei nostri cuori; tra la sua nascita a Betlemme, la sua morte e la sua risurrezione da un lato e, dall’altro, il suo ingresso nella nostra anima a cui si unisce, attraverso le sofferenze che sopporta con lei, e infine la gioia di l’anima che ha superato vittoriosamente le sue prove e che risorge con Gesù per l’eternità.

È in questa luce della corrispondenza della storia della Redenzione con la storia della nostra anima che vorrei dare uno sguardo oggi con voi al periodo che ha preceduto e preparato la venuta di Nostro Signore. su questa terra.

Sono tre le persone che hanno un ruolo immediato nella preparazione della festa del Natale: la Santissima Vergine, San Giuseppe e San Giovanni Battista.

È su quest’ultimo che vi parlerò questa sera.

Ricordate quello che Nostro Signore stesso ha detto di lui nel vangelo di oggi: “Chi è quest’uomo che la gente vedrà e sentirà nel deserto? Eppure non è un principe vestito di magnifici tessuti, ma è più grande di tutti i principi e anche di tutti i profeti, perché è l’angelo, cioè l’inviato di Dio. chi mi prepara la via. E nessuno è più grande di lui tra gli uomini ”(Luca 7, 24-28).

C’è già in queste poche parole, un insegnamento singolare. Il più grande degli uomini, non è quello che conquista imperi o che costruisce città, che già conoscevamo, ma non è nemmeno quello che compie grandi virtù, penitenze e miracoli. No, è più semplice di così: il più grande tra i figli degli uomini è quello che prepara la via a Dio.

C’è un grande, mostruoso errore che è comune a tutti noi e che non riusciremo mai a sradicare completamente. L’errore qui è: immaginiamo sempre che faremo qualcosa da soli, facciamo più o meno affidamento sulle nostre forze. Ma da soli, come Nostro Signore dice altrove nel suo Vangelo (Luca 12:25), non siamo in grado di aggiungere un piede alla nostra altezza. Questo è vero in tutto, ma è vero soprattutto per quanto riguarda la vita di preghiera, la vita interiore. Non possiamo darci le grazie di cui abbiamo bisogno, grazie di luce e di amore, grazie di forza e dolcezza, siamo mendicanti e peggio di così, perché non siamo nemmeno in grado, spesso, di esprimere i nostri bisogni, per conoscerli; lui no

Questa vita di preghiera, questa luce e questa forza soprannaturale che ci permetterebbero di vivere continuamente alla presenza e nell’amicizia di Dio, questo è però ciò che tutti desideriamo avere. E infatti per noi è fondamentale acquisirlo se vogliamo raggiungere l’ideale che ci siamo prefissati entrando in Certosa. Ma se, come abbiamo appena affermato, non possiamo ottenerlo da soli, cosa faremo?incrociare le braccia? No, non proprio, faremo quello che ha fatto San Giovanni Battista; preparare la via a Nostro Signore.

E notate bene, questo non è un lavoro da poco, né un compito facile che uno può intraprendere nel tempo libero e finire senza troppi sforzi. Non possiamo darci affatto queste grazie, ma possiamo prepararci a riceverle, dobbiamo prepararci ad esse rimuovendo gli ostacoli: e questa è sia un’opera di forza che di pazienza in cui ciascuno di noi deve applicarsi costantemente. Ed è un’opera che richiede generosità, come ci dice Nostro Signore, parlando ancora di san Giovanni Battista: poiché la via per il cielo è aperta, possiamo conquistarla, ma a condizione di fare violenza a noi stessi e per non risparmiarti. “Da San Giovanni Battista, il Regno dei Cieli ha subito violenze, e sono i violenti che prevalgono con la forza” (Matteo 11)

Ma colui da cui oggi vogliamo trarre una lezione – San Giovanni Battista – specifica ancora un po’ quale deve essere questo lavoro che faremo nella nostra anima. Queste sono le sue parole: “Io sono la voce di Lui che grida nel deserto: Preparate le vie del Signore, livellate i suoi sentieri, ogni valle deve essere riempita e ogni montagna e collina deve essere livellata. Ciò che è piegato deve essere raddrizzato e ciò che è irregolare deve diventare uguale ”(Luca 3).

Pensiamo un po ‘a queste parole: cosa significava il misterioso precursore, nutrito di miele selvatico e cavallette, in che senso livellare i sentieri della nostra anima, riempire le nostre valli, livellare le nostre montagne? Come equalizzare la nostra anima in modo che Nostro Signore possa facilmente venire lì, penetrarvi e stabilirsi lì?

Continua…

Celebriamo San Bruno

BRUNO e ANTAO

Al termine della Novena al nostro amato San Bruno, eccoci giunti oggi al giorno del suo dies natalis. In occasione di questo 6 ottobre voglio offrirvi il testo dell’ultimo sermone capitolare che Dom Antao Lopes, volle concepire lo scorso anno per la sua comunità che si sarebbe sciolta per la chiusura della certosa di Scala Coeli.

Il testo, un pò lungo ma molto ricco, ed edificante per tutti noi.

Ave Maria, fratelli.

Quando ero ancora molto piccolo era il momento in cui la televisione ha debuttato in Spagna. Era un apparato di TV. immenso dei primi ad arrivare in barca con le navi dagli USA. Là tutti i ragazzi del quartiere grassi e magri per vedere i film, alcuni cowboy o i meravigliosi cartoni animati di Disney … beh, per chiudere il programma … c’era un programma che si intitolava:… e, alla fine, Speranza; a che un prete ha rivolto alcune pie parole agli spettatori …. che tempi quelli!

Oggi sarebbe impensabile. Quello che voglio condividere con te è che nel mio cuore quel titolo mi ha colpito da bambino: e, alla fine, Speranza. Che mistero racchiudeva quella frase! …ma io la capivo, a modo mio, non so come, ma io capìi e mi affascinò: la speranza era oltre ogni progetto umano, realizzato o troncato …

Che bell’atteggiamento è questo per l’esperienza che ora viviamo come i certosini qui a Scala Coeli: Cosa proviamo in questo finale? tristezza? Malinconia? disincanto? Tentazione alla delusione? Paura di futuro? No, fratelli! … ALLA FINE, SPERANZA.

Una profonda e radicale esperienza di SPERANZA.Prendo ora in prestito le parole di un poeta, che ci dice:”Quanto sono belli gli inverni per coloro che hanno nel loro cuore la primavera”.

Senza dubbio, fratelli, chi ha il suo cuore pieno di primavera, anche gli addii sono pieni di significato, di bellezza e, soprattutto, di speranza. Chi ha il calore nel cuore possiede il privilegio di godersi sempre il bel tempo nella propria anima. E questo significa anche che può vivere come una festa sia gli incontri che gli addii; la vicinanza come la distanza, il successo come il fallimento.

E quell’atteggiamento, fratelli, è puro vangelo. L’hai notato dei momenti culminanti dei vangeli è la Cena. Dov’è istituita l’Eucaristia? … e questo ha tutto gran parte di una santa celebrazione dell’addio. “Non Lascio gli orfani… tornerò ”; “Il mio momento è arrivato … ma berremo di nuovo vino insieme in paradiso ”.La novità cristiana arriva lì, fratelli. In una società plurale come quella attuale, dove coesistono tutti i tipi sociali, intellettuale, politico, religioso … Siamo chiamati e sollecitati a testimoniare: la sapienza del Vangelo; quello che ci fa definire l’uomo come un essere di incontri. Sì, incontro: con Dio, con altri uomini, con la Natura, con se stesso. E questo è possibile solo perché il Dio cristiano è Stesso INCONTRO dei Tre Persone divine. Così Dio ci ha incontrato in Cristo. Se non portiamo questa capacità di incontro alla società attuale, stiamo deludendo qualcosa Umanità. Fratelli, sì, Dio è venuto ad incontrarci e ci ha insegnato e permesso di affrontare la vita in un atteggiamento perenne di incontro. Il cristiano vive incontri. Pertanto, quel dono dell’incontro che è il La grazia è ciò che ci abilita e rivela anche il pieno significato dei nostri addii …Non c’è dubbio che un cuore pieno di sorgenti sarà sempre un po ‘pazzo agli occhi del mondo. E, Questo è precisamente il cuore cristiano, perché ha sempre una primavera perenne per contribuire al mondo, una Buona Novella, un Vangelo … anche in Arrivederci. C’è qualcosa di più umano dell’addio? Perché cose, oggetti sono distanziati l’uno dall’altro; e il gli animali si allontanano dai loro congeneri, ma solo l’essere umano vive l’addio … Perché? perché prima Aveva quella realizzazione personale che chiamiamo incontro.La Certosa Scala Coeli è stata per secoli luogo di incontro privilegiato tra le persone Misticismo contemplativo portoghese e cristiano come la certosa vive. Ha portato molti frutti di fervore e santità anonima, silenziosa nei suoi chiostri sia qui a Évora così come nella Certosa di Lisbona. E allo stesso tempo, silenziosamente irradiava una spiritualità i cui frutti sono ormai palpabili le espressioni di affetto e gratitudine da parte di questa amata diocesi e città, i suoi abitanti e le istituzioni, i nostri amici e lavoratori … La verità è da cui sono commosso, ma anche quasi umiliato dì questo. Perché?

Beh, sto parlando di questo lusso umano che è l’esperienza cristiana di arrivederci nientemeno che in Portogallo … che piace tutto il mondo sa è riuscito a fare da lontano, da addio, assenza, un’arte !: fratelli, la saudade fa già parte della tua anima, è un elemento configurativo dei vostri cuori incardinati in questo Mondo portoghese. Come certosini possiamo valorizzare e apprezzare pienamente quella sensazione, quel modo di essere così completamente umano; Ebbene, il cristiano contemplativo lo è quella persona che alberga sempre nel suo cuore saudades di Dio; saudades del Regno. È Gesù stesso che ce lo ricorda nel Vangelo di Giovanni: “ d’ora in poi non mi vedrai … ma tornerò e ti riempirai di gioia”. È già la salvezza … ma ancora dentro pellegrinaggio, è il Maranatha. Gesù stesso l’ha seminata saudade essenziale nel nostro cuore. Ha vissuto così a lungo addio che ne ha fatto un sacramento. In quel modo ci ha insegnato anche a vivere i nostri addii.

Sappiamo tutti per esperienza che le nostre vite sono pieno di saluti … ecco perché possiamo farlo anche noi oggi sacramento del nostro addio. Vale a dire, celebriamo la Speranza che contiene ogni addio veramente umano. Nel mondo di oggi dove tutto è transitorio, in cui nulla dura, in cui tutto è vive veloce e sussulta addio, questa potrebbe essere la nostra testimonianza di più genuinamente evangelico: rivelare la SPERANZA con lettera maiuscola che germina in ogni addio. Così la saudade diventa molto più che una nostalgia per cosa assente o persa per essere l’esperienza già iniziata del promettere.

Confesso che mi sarebbe piaciuto venire oggi a reinaugurare o promuovere questa Certosa di Scala Coeli …riempirla di nuovo con monaci certosini innamorati di Dio nella sua bella vocazione solitaria faccia a faccia con Lui … Ma io Era il momento di venire all’addio, al ruolo di portiere di chiudere a chiave la porta … triste? Certo, la Certosa è stata incarnato a lungo a Évora e con la gente portoghese! Questo ci ha configurato reciprocamente; ma, come dice Gesù “… la tua tristezza diventerà Allegría ”, è di più: ci fa vivere ADESSO con quella rara Allegría con cui il cristiano vive tutte le sue circostanze vita: si tratta di SPERANZA , che è l’aspetto più emozionante dell’AMORE.

Sapete bene, fratelli, che i primi certosini i compagni di San Bruno hanno vissuto un’esperienza simile alla nostra di adesso. Passati pochissimi anni dalla fondazione di La Chartreuse; e Papa Urbano II, chiamò Bruno a Roma per aiutarlo a riformare la Chiesa … E Bruno gli obbedì, e Bruno se ne andò dalla sua amata solitudine, e Bruno salutò, quel piccolo gruppo di fratelli dei primi certosini e la amata solitudine della sua montagna … Il colpo fu tremendo per tutti, tant’è che decisero che senza Bruno non volevano continuare quell’avventura un po’ folle contemplativa …

La cosa divertente è quella, che contro ogni previsione, solo con quella e da quel doloroso addio, la certosa si alzò, divenne più forte, e si diffuse tempo. Fratelli, l’addio cristiano è sempre pieno di Futuro, di Promessa, sempre il potere del Domani… Ovviamente, come è successo ai primi Certosini, quasi mai corrisponde alle nostre aspettative e criteri puramente umani e terreni … Saremo anche noi siamo capaci di vivere così speriamo questa esperienza di addio?

Si spera !!!, quello che so è che si tratta di un’ESPERIENZA DI GRAZIA ,un’esperienza del DONO DI DIO, un privilegiato Kairos per tutti noi. Chiediamo alla Vergine di farlo di accompagnarci e aiutarci a viverla pienamente, come Lei per tutta la vita ha avuto una tale cagliata di addii … e, quindi delle risurrezioni! da allora è iniziale e rischioso: “Sia fatto di me … secondo la tua Parola”. Si tratta di questo, fratelli, come vi ho detto nell’aneddoto della mia infanzia televisiva; che assumiamo con gioia nei nostri cuori che … alla fine, Spero, spero sempre! Da lì, tutto l’addio per il cristiano è un inizio. Tu, caro Antao, Isidoro, José María, Antonio e anche tutti e tutti coloro che sono in qualche modo integrati e hai contribuito a dare forma a questa bellissima comunità di Scala Coeli … sai, perdonami, ma mi piace vederti triste; sì, non sono un sadico ma perché questo indica quanto apprezzi questa comunità che hai in mezzo tutto configurato. La tua tristezza indica che l’hai fatto ed hai creato qualcosa insieme, che senti di essere parte di qualcosa, che sei riuscito a creare una comunità. E questo è un vero lusso. Quindi ora hai un compito, a vocazione preziosa e importante: le tante esperienze da Certosino di cui hai fatto tesoro qui devi portarlo dove vai: Montealegre, Miraflores, altri destinazioni, lavori … Hai una missione, perché non parti vuoto ma carico di esperienza certosina, pieno di convivenza comunitaria di cui siete portatori privilegiato per arricchire altre comunità ad altre situazioni. Abbiamo bisogno di te pieno di vita e, quindi, vivificante ovunque tu vada. E vi ringrazio per la vostra disponibilità dalla quale partiremo tanti tutti! vincente. Grazie. Fammi finire con una poesia che parla di questo, di ciò che gli altri contribuiscono al nostro viaggio, del Dono che sono i fratelli, gli amici, il privilegio che hanno gli incontri … e quindi anche gli addii. fiduciosamente

Mi piace.

Esaltazione della Santa Croce

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Cari amici eccoci giunti al giorno in cui si celebra la festività dell’Esaltazione della Santa Croce. Un sermone del 1968 di un Priore, certosino per voi.

Miei venerati padri in nostro Signore,

“Quando sarò sollevato da terra, disegnerò tutto per me.”

Queste parole di Cristo, alla vigilia della sua morte, ci rivelano tutta una parte del mistero della croce e della sofferenza qui sotto. La croce deve innalzarci al di sopra delle cose della terra, farci salire mentre ha sollevato Cristo, poiché Gesù innalzato sopra la folla è un simbolo. Dalla cima della sua croce, che domina il mondo, gli rivela fede, speranza e amore. Attira tutti gli uomini per portarli al Padre.

Deve essere lo stesso per noi. Di fronte alla sofferenza e alla croce, possiamo ricadere su noi stessi, diminuirci. Lo sappiamo tutti. Quando qualcuno o qualcosa ci ha fatto del male, quando soffriamo nel nostro corpo o nella nostra anima, possiamo ricadere su noi stessi e abbassarci. Quindi le nostre vite in cella diventano pesanti e senza vita, proviamo le nostre difficoltà, non riusciamo a arrampicarci e a volte la croce diventa un dramma doloroso e infruttuoso.

Ma la sofferenza può anche sollevarci. Lungi dal chiuderci agli altri o a Dio, apre le nostre anime, ci fa superare noi stessi. È una grande cosa, quando uno è stato ferito dolorosamente da un confratello, sapere come superare la sua sofferenza, continuare ad amarlo, perdonarlo regalmente il male che ha detto su di noi o che ha fatto e non lasciarlo mai sospettare l’infortunio. È bello continuare a essere fedeli nella sofferenza del proprio corpo, mentre la pigrizia ci porterebbe alla codardia e al riposo. È una cosa grandiosa sopportare, senza mai disperare, le proprie miserie e le proprie imperfezioni, superarle per vivere al di sopra, in pace, riportando la propria anima a Dio. E potrei citare molte altre prove che ci spezzano la vita.

Possiamo sempre guardare Cristo sulla croce perché ha preso tutte le nostre sofferenze. I farisei e i capi del popolo erano lì, prendendosi gioco di lui, insultandolo: “Ha salvato gli altri e non può salvarsi … È il re di Israele, lascialo ora scendere dalla croce e noi crederemo in lui e confideremo in Dio, salvandolo ora se si prende cura di lui, poiché disse: “Io sono il Figlio di Dio”. “Gesù non discese dal cross, ma ha fatto molto meglio. Senza una parola di amarezza, li perdonò e pregò per loro: “Padre, perdona loro, perché non sanno cosa fanno”. Fu sopraffatto dalla sofferenza fisica, ma non per un momento cessò di essere unito a suo Padre, di pregarlo, con gli occhi fissi sulle Scritture per vedere se tutto fosse compiuto. “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?” gemette, portando il peso della miseria umana e della disperazione. Eppure non ha mai disperato. Al momento della sua morte, in grande pace, esclamò: “Padre, nelle tue mani ho rimesso il mio spirito”.

Quindi attira tutti noi, qualunque siano le nostre prove; si prese su tutte le nostre sofferenze; Ci insegna a sostenerli, a salire dal Padre, a ringraziarli, attraverso di loro. È il grande maestro della sofferenza, ed è per questo che andiamo da lui come ci ha chiesto: “Vieni da me, tutti voi che siete carichi e rifarò la vostra forza”.

Tutti i santi vennero da lui, amarono la croce, videro lì gioia, gioia perfetta, disse San Francesco d’Assisi; e l’autore dell’Imitazione non dice: “Quando sarai arrivato a questo, la sofferenza ti sarà dolce e la assaggerai per Cristo, quindi considerati felice, perché hai trovato il paradiso sul terra “? E altrove dirà: “Se vuoi qualcosa di utile, impara a essere disprezzato e non conta nulla”.

In questo giorno della croce, dobbiamo meditare a lungo su queste cose. Tutti, senza dubbio, dobbiamo soffrire, partecipiamo alla croce di Cristo. Queste croci, che sono nostre, ci fanno risorgere o ritirarci a noi stessi? Li sosteniamo regalmente, il nostro sguardo fisso su Cristo? Troviamo pace, gioia, nel segreto e nel silenzio delle nostre anime? Nella comunità, questa pace e gioia si irradiano come quelle di Cristo sulla croce?

Perché è solo leggere la vita dei santi per vedere quanto la loro sofferenza, così amorevolmente sostenuta, abbia attratto le anime. Li hanno avvicinati a Cristo; li hanno trasformati in lui, ed è giunto il giorno in cui gli uomini sono stati attratti da loro come da Cristo. Spesso, anche durante la loro vita, si irradiavano intorno a loro. I loro stessi nemici, quelli che li avevano fatti soffrire così tanto dalle loro calunnie e calunnie, quelli che li disprezzavano e non li amavano, riconoscevano la loro santità. Il loro amore fu vittorioso, la pace che irradiava da loro nonostante la loro sofferenza fisica e morale attirava le anime a confidare in loro, sicure di trovare in loro misericordia e compassione, frutto della sofferenza e della croce.

Certamente, ci sono sempre stati uomini che si rifiutano di riconoscere la santità, di essere attratti dall’amore dei santi. Sembra che siano diminuiti dalla santità dei loro fratelli. Ed è triste. Ma va bene. Le anime che amano la croce devono continuare ad avanzare in modo reale nelle vie della croce e della pace. È solo dopo la loro morte, troppo spesso, che viene fatta giustizia ai santi, ed è così. Molti uomini credono solo a quelli che hanno dato tutto, anche la loro vita. Fintanto che questo dono non viene fatto, proclamano, e in effetti hanno ragione, che non è totale, che si potrebbe fare di più e meglio, e dubitano. Ci sono anime che saranno vinte solo da questo dono totale che ci solleva sopra di noi e ci fa irradiare il volto divino nella morte che è offerta per loro con quella di Cristo.

Questa è la cosa più grande che un uomo possa fare qui. Alzandosi così sopra se stesso e il mondo, dando se stesso per i suoi fratelli in questo movimento d’amore, entra con Cristo nella vita di Dio per l’eternità e porta in quelli che gli piace. Così sia.

Esaltazione della Santa Croce 1968

 

Serena Pasqua 2019

Resurrezione Pontormo (certosa di Firenze)

Resurrezione Pontormo (certosa di Firenze)

A tutti voi, cari amici lettori vanno i miei più sinceri auguri di una serena e gioiosa Pasqua. Meditiamo sulla morte di Cristo ed in attesa della sua Risurrezione, riflettiamo sui due momenti essenziali di questi giorni. La luce della risurrezione non fa scomparire la morte sulla croce, ma aiuta il credente a capire il mistero di vita e di amore che da essa si sprigiona.

Una splendido sermone di un Priore certosino per la sua comunità, è il contenuto dell’articolo che ho scelto per voi, spero che la sua lettura e meditazione possa riempirvi il cuore di gioia.

Pasqua

– Un passaggio ad una vita migliore nella fede –

L’intero mistero di Gesù Cristo durante i giorni della sua vita, passione e morte, può essere riassunto in queste parole di San Paolo: “Si è umiliato e si è fatto ubbidiente fino alla morte” (Fil 2, 8). È una parola chiave che apre ed illumina il Mistero Pasquale. Ma la sua passione manifesta anche un altro aspetto che potremmo chiamare la conseguenza della sua obbedienza. La sua santa ed estrema obbedienza al piano di Dio opera un miracolo tra Dio e tutta l’umanità. La sottomissione di Gesù ci ha meritato la misericordia del Padre e tutte le grazie per salvarci e santificarci, cioè seguire Gesù nel suo itinerario pasquale, nella comunione e nell’intimità del Padre. Perché se la parola di San Paolo può riassumere la sua vita, passione e morte, c’è un’altra parola dello stesso Paolo che può riassumere il mistero della sua risurrezione: “Vive per Dio. Vive in Dio.” Quest’uomo Gesù, che ha trascorso 33 anni in mezzo a noi, che è entrato nella nostra storia ed è stato martirizzato dagli uomini, vive in Dio. Vive per Dio. Ha ricevuto da Dio, suo Padre, una nuova vita, misteriosa per noi, una vita gloriosa, senza malattie o limiti. La resurrezione di Cristo è il passaggio ad una situazione migliore, la Pasqua è la nascita alla nuova vita. Nuova vita anche per noi, basata non sulle nostre forze, ma sulla fede in Gesù Cristo e sulle meraviglie che Dio ha adempiuto per Lui e in Lui per noi. Siamo tutti chiamati a condividere la Pasqua di Cristo. In Lui tutta l’umanità era presente ed è stata riconciliata con il suo Creatore e Padre.

Attraverso di Lui, nonostante il nostro peccato, ogni uomo può realizzare nuovamente la sua piena vocazione di comunione di vita e di amore con Dio Padre. La grande iniziativa pasquale di Dio è l’incarnazione del suo Figlio, incaricato di realizzare il piano primitivo di Dio Padre, piano ostacolato dalla disobbedienza del primo uomo. E qual è il piano di Dio? Rendere l’uomo un partecipante del suo amore, della sua vita, della sua immortalità e della sua felicità. Piano manifestato e già realizzato in Gesù Cristo e Maria Santissima, attraverso la sua passione e compassione. A questo mistero pasquale appartiene tutta l’opera della Creazione e della salvezza. Gesù Cristo in se stesso è tutto questo mistero, mentre nella sua umanità si realizza il piano eterno di salvezza. Quindi la Pasqua è il passaggio ad una situazione migliore!

Alla Pasqua di Cristo la forza dell’amore divino è molto chiara, e spetta a ognuno di noi aprire i nostri cuori all’invasione della vita e della gioia, del perdono e della forza per camminare. Celebrare la Pasqua è celebrare ed esaltare la forza divina dell’amore. San Paolo ci fa meditare e cantare questa parola: “Cristo è la nostra Pasqua”. Cosa significa? Significa che in Gesù, il Figlio di Dio in mezzo a noi, accade la vera Pasqua, mentre Dio passa in mezzo a noi con la sua incarnazione, e poi la nostra umanità passa in Dio nella Pasqua di Cristo, nostro Signore. Passaggio alla vita migliore per tutti noi. L’obbedienza di Gesù al piano di Dio ci ha meritato questo passaggio. Gesù ci porta con sé nella sua vita a Dio. È grazia pasquale: donazione totale a Dio nella fede, nella speranza e nell’amore. Questo è ciò che San Paolo ci consiglia nella Liturgia del tempo pasquale, con così insistenza: “Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù”. Le cose di Dio sono il suo piano di salvezza e santificazione.

Nel Cristo risorto, la fede incontra il Padre onnipotente, che resuscita il suo Figlio e ci dona il suo Spirito. Il mistero pasquale, infatti, è carico di ‘dynamis’, cioè della forza della Santa Trinità. A lei sia la lode e il ringraziamento, l’adorazione e tutta la gloria! Amen! Alleluia!

 

A U G U R I 

Auguri da certosa

 

Celebrazione di Ognissanti

Icona Bruno

Oggi 1 novembre si celebra il giorno di tutti i Santi, noto popolarmente anche come Ognissanti. Per questa occasione vi propongo un lungo ma gradevole sermone di Dom Andrè Poisson dal titolo:

“Che sete nella mia anima per il Dio forte e vivente!” (Bruno a Raoul)

In questa festa di Ognissanti, in un anno più specialmente consacrato a metterci alla scuola di San Bruno, mi è parsa interessante l’idea di cercare ciò che il nostro stesso Beato Padre lascia cogliere della sua santità, soprattutto nella lettera a Raoul le Verd. Perché preferibilmente in questa lettera? Perché Bruno, desideroso di toccare il cuore del suo vecchio amico, vi lascia parlare il suo cuore. La lettera è composta sotto il segno di una sottile alternanza tra il richiamo alle esigenze spietate della giustizia dell’Onnipotente e l’esposizione di ciò che vi è di seducente, in una vita tutta consacrata a Dio. Quando si lancia su questo secondo tema è evidente che Bruno non fa della retorica: in termini appena velati egli dice ciò che ha vissuto, ciò che vive ancora nell’istante in cui scrive.

Anche se il desiderare di convincere Raoul può indurire alcune affermazioni di Bruno, non sembra imprudente cercare di ritrovare il movimento profondo e sincero della sua anima in ciò che dice con tanto ardore di fiamma, per la bellezza della vita che conduce.

* * *

E’ facile ascoltare, così, Bruno confidarci il segreto della sua santità, poiché ciò è contenuto in tre paragrafi di una rimarchevole unità, ciascuno secondo una propria linea.

Il primo forma ciò che si può chiamare l’inno alla solitudine. Bruno, in termini non equivoci, ci racconta ciò che vive nel suo deserto della Calabria; a quattro riprese egli comincia la sua frase: Qui gli uomini ardenti … Qui si ricerca quest’occhio puro… Non è un’esposizione astratta che egli ci dona sui frutti spirituali della vita nel deserto. Sono considerazioni concrete, poi evocazioni rapide, quasi folgoranti, delle figure bibliche che sono per lui le illustrazioni più convincenti della luce che lo abita (cf. A Raoul 6).

Il secondo paragrafo – il più apertamente autobiografico – è il racconto della conversione di Bruno, nel giardino della casa d’Adam, in compagnia di Raoul e di Foulcoie le Borgne. I fatti sono ancora vivi nel cuore di Bruno come se li avesse appena vissuti. Egli ha ricevuto là un’impronta di Dio stesso che mai scomparirà (cf. 13).

Il terzo passaggio chiave, a nostro proposito, è quello in cui Bruno lascia intravedere la scottatura del suo cuore, fronte all’unico bene: “ Esiste un bene comparabile a Dio? Esiste un altro bene all’infuori di Dio?… Davanti allo splendore incomparabile di questo bene l’anima è accesa d’amore” (16). Come dubitare che Bruno, scrivendo queste parole, ci confidi qualche cosa del suo segreto?

* * *

La prima impressione che si prova, leggendo questi testi, è quella di trovarsi alla presenza di un’anima ardente e traboccante di sensibilità spirituale. Già l’insieme della lettera ce lo mostra animato di una tenerezza inesauribile per l’amico dei vecchi tempi, a dispetto degli anni e delle distanze.

Ma quando incomincia a parlare delle cose di Dio, egli non può contenere la sua emozione.

Si è anche colpiti di vedere il vecchio monaco, formato dalla rude disciplina del deserto, utilizzare liberamente il vocabolario dell’amore umano: quando vuole dire “quanto la solitudine e il silenzio del deserto donano ai loro innamorati utilità e godimento divino “, “Qui, continua, si ricerca quest’occhio puro e limpido di cui il chiarore guarda ferito d’amore lo sposo.” (6).

E non sono che delle figure femminili piene di tenerezza che egli evoca per illustrare, dalla Bibbia, il suo entusiasmo: Rachele la preferita, anche se ha poco dell’innocenza infantile; Maria di Betania, appassionatamente silenziosa ai piedi di Gesù; la bella Sunammita, che ha saputo riaccendere il cuore di Davide. Sole queste immagini sembrano, a Bruno, capaci d’esprimere la profondità dell’incontro con il Signore che egli esperimenta in solitudine.

E’ lo stesso uomo che si ritrova nel giardino d’Adam. La grazia lo colpisce all’improvviso nel corso di una conversazione sulla futilità dell’esistenza mondana ed eccolo, in un sol colpo, stravolto per sempre. Egli si dona totalmente e mai tornerà indietro, a differenza dei suoi compagni.

* * *

Pertanto Bruno non è un sentimentale che si lascia guidare da impressioni a fior di pelle. Altri hanno già notato quanto per lui la nozione di utilità sia importante. Non certo nel senso di un rendimento umano da conquistare, ma nel senso di una vita che deve portare autentici frutti divini.

Bruno è un uomo pratico. Per lui la via contemplativa non consiste nel nutrire flutti d’idee sublimi: si tratta di prendere i mezzi efficaci per giungere a Dio. Egli è perfettamente cosciente che la sua solitudine è il luogo dove “si abbandona ad un ozio assai occupato e ad una attività completamente rilassata. Qui, egli dice, in premio dello sforzo nella battaglia, Dio dona ai suoi valorosi la ricompensa attesa: la pace che il mondo ignora e la gioia nello Spirito Santo.”

Allo stesso modo, dall’istante in cui la grazia della conversione ha trafitto la sua anima, egli non tergiversa. Le decisioni concrete seguono immediatamente: lasciare il mondo, prendere l’abito monastico, mettersi alla ricerca delle verità eterne. La scelta è fatta: egli si lega con un voto.

Non è un eco di questo movimento radicale verso l’assoluto che si trova nel crescendo così rapido del suo esposto sul desiderio dell’unico bene? Presentarsi davanti al volto di Dio, non vi è che quello di veramente utile (cf.16).

* * *

Un’altra dominante del movimento interiore di Bruno è l’evidenza che lo abita della vanità di tutte le ricchezze terrestri, di tutti gli effetti in cui il successo umano fronteggia la pienezza traboccante che si trova in Dio. La sua vocazione, egli dice, consiste nel “ lasciare il secolo fugace per mettersi alla ricerca delle realtà eterne” (13).

Tutta la lettera indirizzata a Raoul è costruita secondo questo schema di pensiero. Spontaneamente Bruno vi è ritornato, non solamente poiché considera l’argomento adatto a convincere il suo interlocutore, ma molto più, forse, poiché egli non vive che di ciò, dal giorno in cui egli stesso ha ricevuto la chiamata. Questo stesso itinerario è da lui descritto quando evoca le sue occupazioni in solitudine: “Qui agli uomini ardenti è permesso, tanto quanto desiderino, di rientrare in sé stessi, di dimorarvi, di coltivare senza riposo i germogli delle virtù e di nutrirsi con gioia dei frutti del paradiso” (6). Bruno è stato definitivamente sedotto dalla bellezza, dalla bontà divina nella quale egli trova grande pace e non può comprendere la situazione di lacerazione interiore del suo amico: “Non è una pena orribile e inutile essere tormentati dai propri desideri, straziarsi d’affanni e d’angoscia senza posa, nel timore e nel dolore che generano questi desideri?…Fuggi dunque, o mio fratello, fuggi tutti questi turbamenti e queste inquietudini e passa dalla tempesta di questo mondo al riposo e alla sicurezza del porto” (9). Anche tenuto conto dell’esagerazione letteraria di queste affermazioni, è certo che Bruno si considera come privilegiato d’aver trovato il suo riposo nel segreto del volto di Dio.

* * *

Fermiamoci, infine, ad un ultimo aspetto dell’attitudine interiore di Bruno. Di fronte alla realtà incomparabile di Dio egli non pensa più a se stesso. Per tutto il corso della sua lettera, egli rimane preoccupato per i pericoli spirituali incorsi dal suo amico, ma lascia sgorgare il suo entusiasmo di fronte alla pienezza infinita dell’Onnipotente. Ad eccezione di una corta frase per deplorare le sue miserie interiori, sembra che Bruno si sia totalmente dimenticato (cf.3). Egli non è più in nulla centrato su sé stesso.

La contemplazione di Bruno è pura; essa è rivolta verso la realtà di Dio e non sulle opere, pur le più meravigliose che egli potrebbe compiere nella sua anima. Troppo sovente, in noi goffi debuttanti, la preghiera è un modo distratto di occuparci di noi stessi: sotto il pretesto di essere attenti a progredire verso la perfezione, Dio rischia di essere soprattutto il benefico fattore che plasmerà la nostra santità personale. Non vi è traccia di questa debolezza in Bruno.

Per lui non vi è niente di così giusto e di così utile che d’amar il bene, l’unico Bene (cf.16).

* * *

Possiamo, al termine di questa breve lettura della lettera a Raoul, farci un’idea della fisionomia di San Bruno? E’ un uomo “afferrato dall’Unico”, come dirà uno dei suoi amici dopo la sua morte. Con tutta la fiamma del suo cuore egli vuole fare opera utile, vale a dire cercare il volto di Dio, acquisire lo sguardo puro e semplice al quale si rivela l’Altissimo. Egli lo fa in un movimento di grande amore per i suoi fratelli, ma nel desiderio vigoroso di liberarsi di tutte le costrizioni di questa terra che non sono ordinate a questo scopo.

Anche se questi tratti ci permettono di abbozzare un volto molto caratteristico del nostro Padre, riconosciamo pure che grandi zone della sua fisionomia restano evanescenti. Che sappiamo, per esempio, del posto di Cristo, della sua morte e della sua Pasqua nella preghiera di Bruno?

Molte altre questioni analoghe potrebbero sorgere, alle quali, gli scritti lasciati da San Bruno stesso, non recano risposta.

E’ dunque una sorta d’icona stilizzata del nostro Beato Padre che la Provvidenza ha voluto esporre al nostro amore e alla nostra devozione. Tutto il resto lo si attinge nel patrimonio generale e non costituisce parte essenziale dell’apporto di Bruno, figlio obbedientissimo della Chiesa. Lasciamoci, dunque, semplicemente modellare da questa icona che è portatrice del senso perpetuo del nostro posto nel Corpo di Cristo.

Amen.

Ognissanti 1983

Un sermone per l’ Esaltazione della Santa Croce

croce

Cari amici ecco per voi un sermone del 1965 di un priore certosino, realizzato per la festività che si celebra oggi: l’Esaltazione della Santa Croce.

Un sermone per l’ Esaltazione della Santa Croce
Miei venerabili Padri,

“Quando sarò stato esaltato, attirerò tutto a me stesso.” Così ha parlato Gesù, e la sua profezia si è adempiuta. Oggi, in tutto il mondo, la croce sta in piedi e gli uomini la guardano.

Cos’è questo mistero? Perché la croce di Cristo attira così le anime quando, presa in se stessa, rivela solo una sofferenza che tutti noi fuggiamo? È che la croce di Cristo è una croce presa dall’amore e liberamente acconsentita.

Solo l’amore attrae l’uomo. Ora, come ha scritto uno scrittore moderno e incredulo: “L’ amicizia vera, la vediamo in un uomo il cui amico era stato imprigionato e che dormiva ogni notte sul pavimento della sua stanza per non goderselo un conforto che era stato rimosso da colui che amava. ” L’unica domanda seria è questa: “Chi, caro signore, chi dormirà sul pavimento per noi stasera?” L’uomo crede nell’amore solo se partecipa alla propria sofferenza. Egli ritiene che solo l’amore che va alla sofferenza e alla morte che espia per lui in silenzio, senza una parola di rimprovero, perché la stessa parola che richiama il servizio è un reato per la delicatezza del l’amore.

È solo quando ha incontrato un amico vero e disinteressato, un vero amore che l’uomo si dà a sua volta e che spiega l’attrazione della croce sulle nostre anime. La croce è la prova dell’amore. Siamo tutti lì dolorosi, schiacciati un giorno o l’altro sotto il peso della sofferenza, il peso della vita. Cristo è venuto liberamente per condividere la tristezza umana. “La mia anima è triste fino alla morte”, ha detto, e poco prima ha anche detto: “Io do la mia vita, e nessuno me la prende”.

Così la Parola di Dio che non avrebbe potuto essere incarnata, Gesù che avrebbe potuto glorificare Dio sulla terra con una vita di pace e di gioia, ha voluto soffrire con noi e per noi. Voleva sentire tutte le nostre sofferenze fisiche e morali. Il suo corpo fu distrutto, le mani ei piedi trafitti, la testa coronata di spine. Vide i suoi discepoli abbandonarlo, uno di loro lo tradiva. Vide il dolore di sua madre ai piedi della croce, si sentì abbandonato dal Padre. Tutto ciò, ha sopportato di condividere la sofferenza umana, di espiare al posto di coloro che lo hanno negato, di mostrare loro che il suo amore non era una parola. Già Platone aveva visto solo morire senza un reclamo, i profeti avevano descritto, e oggi gli stessi non credenti che non conoscono Cristo vedere in liberamente accettato la sofferenza per coloro che amiamo l’unico e sommo prova di amore.

Così morì Gesù, senza una parola di rimprovero o amarezza, perdonando tutto nell’angoscia, ma anche nella dolcezza del cuore. Ed è per questo che lo amiamo e gli disegna tutto. Questo rispetto per la nostra libertà anche nella morte non è ciò che è meno attraente in Cristo. Si è donato liberamente, non ha limitato il nostro amore; vuole che ci diamo a lui liberamente. Si è donato completamente, vuole che ci diamo tutto. La croce è la testimonianza di questo dono.

Ora comprendiamo questa frase di Gesù per designare la sua croce. La croce la esalta, perché rivela al mondo ciò che è meglio: la profondità e la verità del suo amore. È questo amore che rende Gesù il centro del mondo, che fa girare tutto attorno a lui, che gli consente di dare il mondo al Padre. È questo amore che Dio incoronerà nel giorno della Risurrezione e del Giorno dell’Ascensione, ed è per questo che è il Cristo crocifisso che entrerà nella gloria. E ora tocca a noi imparare le lezioni della croce. Dobbiamo anche dimostrare il nostro amore a Cristo e alle anime. Deve essere la nostra testimonianza di sacerdoti e religiosi perché, se non ci piace, la nostra vita è futile. Ma come dimostreremo questo amore agli altri, come potremo testimoniare a noi stessi che il nostro amore è genuino? È la croce che la rivelerà a noi.

Dovrebbe essere insopportabile per le nostre anime come sacerdoti per vivere, noi i discepoli più amati di Gesù, nella dolcezza di una vita tranquilla e indolore, mentre i suoi membri soffrono spesso di freddo, fame e nudità. Seguendo l’esempio di Gesù, dobbiamo unirci, non solo nel pensiero, ma attraverso una vita crocifissa, a coloro che soffrono. Senza questo, è inutile parlare loro dell’amore. Come potevano davvero credere nella profondità e nella verità del nostro amore, e così anche il nostro amore per Cristo? Anche lui ha sofferto per tutta la vita. Si è dato per noi sulla croce. Il dono che gli diamo deve prendere l’aspetto della croce. Senza questo, possiamo noi stessi interrogarci e chiederci se il nostro dono è vero. E può chiederci …

Non dobbiamo fuggire dalla croce. È centrale nella vocazione del cristiano e soprattutto nella nostra vocazione di monaco, che è solo il culmine e il completamento. Lei è la prova del nostro amore, ci unisce a Cristo e ai nostri fratelli. È in lei solo che è fatto l’incontro divino di Dio con la nostra anima. Ci colloca al centro del mondo e ci rende redentori, ci consente di donarlo al Padre. Ci esalta, ci fa crescere e ci fa andare oltre noi stessi. Lei ci rende veramente sacerdoti.

Nel giorno della nostra morte, è su di lei, sulla sua accettazione che saremo giudicati, poiché lei è il principio della nostra risurrezione e il nostro ingresso nella gloria, poiché saremo giudicati per amore, e la croce identificarti con amore

Qualunque sia la sua forma, dobbiamo quindi amarla, accettarla come un dono del Padre, non ribellarci contro, ma umilmente, gentilmente, silenziosamente, riceverla. Perché se fosse accettato solo, l’amarezza, il lamento o il rimprovero avrebbero offuscato la radiosa bellezza e sarebbero stati un’offesa all’amore che ci chiama a testimoniare. Così sia.

Un sermone per la Santa Pasqua

maddalena, particolare S. Peterzano

M.Maddalena, particolare Crocifissione S. Peterzano (certosa di Garegnano)

Cari amici, Cristo è risorto!

Auguri dalla certosa di Serra

 

Nell’augurarvi una serena e gioiosa Pasqua, piena di luce e speranza, voglio offrirvi un sermone capitolare che un Priore certosino rivolse alla sua comunità nel giorno di Pasqua del 1963. Un testo alquanto lungo, ma davvero delizioso, imperniato sulla figura della Maddalena, che mi auguro possa servirci come spunto di riflessione e meditazione.

Miei cari Fratelli,

Non possiamo fare meglio, a me sembra, che passare questo giorno di Pasqua in compagnia di Santa Maria Maddalena. È proprio a questa povera peccatrice che Gesù è apparso in primo luogo, perché “lei aveva amato molto”. Vorrei che noi, poveri peccatori, potessimo vivere vicino a lei in questo giorno di Pasqua, il cui ricordo in cielo dev’essere così dolce per lei. Forse, se abbiamo un po ‘di amore, se vogliamo cercare Gesù con lei, forse lei si degnerà di rivelarsi alla nostra anima.

Per tutto il giorno del Venerdì Santo, Maria ha sofferto terribilmente nel suo cuore. Non c’è dubbio che, se fosse stato un discepolo, sarebbe stata vicino a Gesù per dargli la prova del suo amore, per soffrire e morire con lui. Ma cosa poteva fare, povera donna e donna peccatrice, se non attirarsi la derisione e il disprezzo, compromettendo il suo padrone, se avesse voluto condividere il destino di Gesù? Così era rimasta in silenzio, ma aveva fatto i dolori di tutti i suoi amici; e dopo aver agonizzato ai piedi della croce con lui, aveva dolorosamente aiutato a metterlo nella tomba. Pertanto, miei cari fratelli, e questa è la prima lezione di Maria Maddalena, deve prima aver fedelmente sofferto con Gesù durante i giorni santi a partecipare con Maddalena alla gioia della Pasqua. L’apparizione che Cristo le ha donato è stata la ricompensa e l’adempimento della fedeltà del suo amore.

Maria, tutto il sabato, pensava solo di vedere il suo padrone e, persino la morte, circondarlo ancora una prova del suo rispetto e della sua tenerezza. Non ha fatto nulla a fatica, sfinendosi negli ultimi giorni: dall’alba, lei fu in piedi e corse al sepolcro, è per noi ancora una lezione d’amore. Se vogliamo che Gesù ci appaia, noi dobbiamo superare la fatica sin dall’inizio delle nostre giornate, andare alla ricerca di Gesù, essere fedeli alla preghiera che, spinti dall’amore, non ci lasceremo andare né a dormire né a altre distrazioni. Maria Maddalena parte con altre donne, le sue amiche, portando tutto ciò che era necessario per completare l’imbalsamazione del corpo di Gesù. Non hanno paura di nulla in questa città, ancora così ostile, in questa mezza giornata in cui i brutti incontri potrebbero essere fatti così facilmente: se ne vanno, guidati dall’amore, senza curarsi di cosa diranno di loro, poveri sciocchi che pagheranno onori al corpo di un torturato. Quindi, per trovare Gesù, dobbiamo prima camminare senza paura nell’oscurità, guidati dall’amore, pronti a sopportare la beffa di coloro che non comprendono il nostro amore e vedono solo il sogno e la stupidità.

Arrivano alla tomba e vedono la pietra rimossa. Marie Maddalena va in panico, guarda la tomba e la vede vuota. Questo è abbastanza per lui; colei il cui amore ha preceduto anche le sue compagne, lei che, per prima cosa, si precipitò a vedere la tomba, non avrà il primo annuncio della risurrezione. Per lei, per la sua fedeltà, Gesù si riserva molto di più e molto meglio. Proprio ora, si mostrerà direttamente a lei, e sarà la sua ricompensa, l’unica degna di lei. Alle donne sante, più calme, ma anche meno amorevoli, manderà un angelo per dire loro che è risorto, e saranno nella gioia; per Maddalena, che stava solo cercando Gesù, un tale messaggio sarebbe stato una delusione. La vediamo da qui, ascoltandola a malapena e chiedendo “suo Signore”. Anche noi contemplativi, possiamo, meditare su questo unico e grande amore, chiedere al Signore. È lui e lui solo che dobbiamo cercare nella nostra anima, a volte così vuota. Se vogliamo che lui si mostri, dobbiamo cercarlo da solo, non cercare consolazione, non importa quanto in alto, ma vogliamo solo Gesù: è questa la nostra vocazione di certosini.
Maria Maddalena pensa solo a trovare Gesù, a vederlo; corre anche dai due discepoli ai due più affettuosi apostoli del Signore, Pietro e Giovanni. Sa che anche loro correranno nell’angoscia quando vedranno la tomba vuota. “Abbiamo tolto il Signore dalla tomba”, disse loro, “e non sappiamo dove sia stato messo”. Pietro e Giovanni si alzarono subito e corsero verso la tomba. Maddalena, senza dubbio, è già partita, guardando nel giardino ma non trova tracce di Gesù; poi, scoraggiata, infinitamente triste, si siede vicino alla tomba e comincia a piangere. Quanto saranno state preziose queste lacrime d’amore davanti a Dio! Ci sono così tanti che cercano Gesù con un cuore freddo, in modo speculativo, senza coinvolgerlo in tutto il loro essere. Possiamo persino dire ma lo stanno davvero cercando? In ogni caso, non è per loro che Gesù si mostra. Si rivela solo a coloro che bruciano con il desiderio di vederlo, solo a quelli che soffrono, che piangono per la sua assenza, che pensano solo a questo e dimenticano tutto il resto; e questa è la nostra vocazione di certosini. Piangendo, ora si sporge verso la tomba e vede due angeli, “seduti, vestiti di bianco, uno in testa e l’altro ai piedi, dove era stato depositato il corpo di Gesù”. E gli dissero: “Donna, perché piangi?” Non possiamo immaginare la bellezza di questi angeli che Gesù aveva scelto di testimoniare della sua risurrezione, il candore dei loro vestiti, la gioia che brillava sui loro volti. Le altre donne, nel vederli, “erano stupefatte, erano fuori di sé”. Maria Maddalena non presta attenzione a questo, ed è qui che vediamo tutta la purezza del suo amore. Lei risponde, tuttavia, ma la sua frase riflette solo il desiderio della sua anima: “Perché ho preso il mio Signore, e non so dove è stato messo”. Mentre le altre donne, piene di terrore, sono fuggite, Maria Maddalena non prova paura; lei non fugge da queste voci molto dolci, che non erano, tuttavia, della terra. Sta solo cercando Gesù, sta piangendo per non averla trovata e, senza aspettare una risposta, si gira dall’altra parte, cercando il suo padrone che non c’è.
Questa volta, Gesù non resisterà alle sue lacrime e al suo amore. Se Maria Maddalena avesse cominciato a conversare con gli angeli, senza dubbio, non sarebbe apparso. Notiamo, inoltre, la delicatezza degli angeli. Alle altre donne, hanno immediatamente annunciato: “Cerchi Gesù di Nazareth, il crocifisso: non è qui, è risorto”. Ma a Maria Maddalena fanno solo una domanda: “Donna, perché piangi?”, Come se fossero commossi dal mistero di queste lacrime e non volessero disturbare la santa donna.
Maria Maddalena è tornata senza prestare attenzione agli angeli. Ed ecco Gesù, attratto dal suo amore. Così è a questo povero peccatore, che aveva precedentemente liberato da sette demoni, a questa donna con un corpo sudicio, che appare per primo nel suo corpo glorificato. Finché è vero che agli occhi di Gesù conta solo l’amore, e che le lacrime di pentimento sono sufficienti a cancellare ogni colpa. Ma è bello vedere che, nella sua appassionata ricerca di Gesù, non pensava alla sua indegnità, alle sue miserie passate, ma solo a quella che amava. Quindi, nella nostra ricerca di Dio, dopo aver umilmente pianto i nostri peccati ai piedi di Gesù, dovremmo dimenticarli, dimenticare noi stessi, solo per pensare di trovare Dio, perché questo è ciò che attrae Gesù.
Lui è lì e, nella sua delicatezza, a voler provocare la risposta di Maria Maddalena, così dolce al suo cuore, pone la stessa domanda degli angeli: “Donna, perché piangi?” Maria Maddalena è così assorta nel dolore che pensa di avere a che fare con il giardiniere, e gli rivolge queste parole così commoventi: “Signore, se lo porti via, dimmi dove lo metti e io andrò prendilo. ” Mi sembra che in queste parole si veda tutto il candore, tutta la purezza recuperata dall’anima di Maddalena. Ha davvero trovato l’anima di un bambino assolutamente limpida. Si rivolge al giardiniere senza nemmeno nominare Gesù, come se tutti dovessero sapere, capire, condividere un dolore come il suo; nulla di impossibile lo ferma: “Vado a prenderlo”, disse. A queste parole, Gesù non può contenere se stesso; dice solo una parola, il suo nome, ma con quell’accento che lei aveva tanto amato, dove ha messo tutta la sua tenerezza: “Maria,” disse semplicemente. La sera, apparirà ai discepoli di Emmaus, ma che differenza tra le due scene! Si mette a svelarsi a poco a poco e preparare i loro cuori quanto più tempo! Qui tutto è così semplice, vediamo solo l’amore. Perché Maria risponde solo una parola: “Rabboni, maestro”, e si precipita ai piedi di Gesù per baciarli, come lei amava tanto fare.
Il tempo sta finendo, miei cari Fratelli, per finire la meditazione su questo vangelo pasquale, ma non è su questo punto di vista di Maddalena che è bello finire, su questa visione di Maddalena e del maestro che dice che una sola parola nell’incontro del loro amore? Sarà eternamente il loro atteggiamento, e vorrei che, contemplandolo, lo renderemmo nostro qui di seguito. Così sia.

Domenica di Pasqua, 14 aprile 1963