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Deus absconditus?

Forza silenzio 6

Ancora un estratto del libro del cardinale R. Sarah, “La Forza del silenzio”.

Alla domanda di Nicholas Diat così formulata: Il Dio cristiano è un Dio Occulto, Questo è uno dei grandi misteri del modo in cui la Provvidenza governa il mondo. Nonostante, questo “Deus absconditus” (Dio nascosto) e uno degli aspetti della vita in questa terra che impedisce credere, seguirà la risposta di Dom Dysmas de Lassus.

 

A tal proposito conviene citare la frase di San Paolo: ” L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio”. (Rm 8,19) Anche se ignoriamo quello che siamo, e quello che saremo.

Nel cammino quotidiano del mondo, il silenzio di Dio è un fenomeno emozionante. Come si può comprendere il senso di questa assenza? Senza dubbio, è più facile comprenderlo nella nostra vita personale.

L’uomo in quanto creatura, è segnato da un egocentrismo ontologico. Solo il bambino appena nato ha coscienza di se stesso. Inizialmente percepisce la madre come una estensione del proprio corpo. Tutti, quando abbiamo iniziato siamo stati solipsisti!

Progressivamente, delusione dopo delusione, il bambino finisce con il comprendere che sua madre è un altra persona. Diverse fasi ed il trascorrere degli anni finiranno per guidarlo prima ad un amore interessato e ben integrato.

Parallelamente, nell’ ordine della vita spirituale abbiamo una lunga strada da percorrere. Bisogna passare dall’egocentrismo assoluto all’amore oblativo, totalmente decentralizzato da uno solo, a somiglianza dell’immenso amore di Dio. Questo è lil tragitto della creatura più piccola fino all’infinito del Cielo… Una evoluzione simile richiederebbe anche molto tempo. Però è come se Dio avesse fretta. Per questo, non dovremmo sorprenderci che questa rotta accellerata sia qualcosa di grezzo.

La vita è molto breve ed il viaggio considerevole!

Visto dall’eternità. La nostra vita è solo un istante. Questo non impedisce la sensazione che il tempo si allunga, soprattutto quando si soffre. Non perdiamo di vista questa differenza, che ci aiuterà a comprendere. Quando siamo al fianco di Dio, il nostro sguardo sarà lo stesso che il suo. Così lo spiega Gesù: La donna, quando partorisce, è triste perchè è giunto il momento. Ma una volta che ha dato alla luce il suo bambino, non ricorda più la sofferenza, per la gioia di aver dato alla luce una nuova vita. (Gv 16, 21)

In questo mondo noi abbiamo un opportunità unica di amare Dio, anche quando sfugge ai nostri occhi ed alle nostre orecchie.

La fede non si manifesta nella luce, perchè il bagliore si manifesta nell’eternità.

Ma viene il tempo in cui Egli si rivela pienamente, la nostra allegria sarà eterna per averlo amato senza vederlo. Gesù disse ai suoi discepoli: “Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove;e io preparo per voi un regno, come il Padre l’ha preparato per me,perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno e siederete in trono a giudicare le dodici tribù di Israele”. (Lc 22, 28-30) E in quanto a se stesso: “Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?» (Lc,24-26) Lo stesso occorre con gli uomini invitati a prendere la sua Croce.

Questa croce può essere pesante e terribile, ma San Paolo ci ricorda che ” fedele è Dio che non permetterà che siate tentati al di là delle vostre forze”(1Co 10,13)

Siamo umili quando parliamo della sofferenza aliena. Solo chi ha sofferto veramente a diritto di parlare. In “Le heurtoir”. Paul Claudel scrisse: “Dio non è venuto per evitarci le sofferenze e nemmeno a spiegarcelo. E’ venuto a riempirlo della Sua presenza.” Vorrei aggiungere: è venuto per condividerlo e questo mistero registrato nel corpo resuscitato di Gesù, mai smetterà di essere una fonte di allegria e stupore. Come dice il salmo 116: Come potrò ricambiare al Signore per tutto il bene che mi ha dato ?

 

 

Una spirale di silenzio

Forza silenzio dysmas 1

Ancora uno splendido pezzo di Dom Dysmas de Lassus, tratto dal libro del cardinale Robert Sarah “La forza del silenzio – Contro la dittatura del rumore”.

I monasteri, e le certose in particolare sono strade di accesso silenziose e privilegiate per giungere a Dio. Si può dunque parlare di una spirale di silenzio?

Dom Dysmas de Lassus: L’uomo può percepire queste spirali in ogni relazione amorosa che si va consolidando. Inizialmente trionfa la parola, c’è molto da scoprire nell’altro. Con il tempo conquista terreno la presenza silenziosa. E’ sufficiente stare uniti, gli sguardi uniti valgono più delle parole. Nella relazione con Dio troviamo questo medesimo processo: come tutte le relazioni possiede la sua storia ed il suo sviluppo. Nel testo che ho già citato, Isacco di Ninive lo esprime così: “Poco a poco qualcosa ci attrae ad un silenzio maggiore”, ciò implica una nuova forma di relazione. Accade lo stesso con un libro: per scoprire la pagina seguente, devi tornare indietro, devi nascondere e, in nessun modo, abbandonare la precedente.

Con Dio questo movimento non ha fine, perchè Egli è l’infinito.

Poco a poco, l’intimità divina che ci colmava inizia a cedere terreno alla insoddisfazione: ascoltiamo come una chiamata ad allontanarci, pur ignorando in quale direzione. E’ come se il signore non andasse all’appuntamento, o per essere più precisi , siamo noi che non andiamo all’appuntamento: noi siamo rimasti nello stesso punto, mentre Dio è avanzato. In questo preciso momento, dobbiamo abbandonare qualcosa per cercare di cogliere i segnali che Egli ci offre, a simiglianza del bambino che si perde nel bosco che ascolta in assoluto silenzio per poter percepire una voce che gli indichi la strada da prendere. In un delizioso testo sulla preghiera del cuore, Dom Andrè Poisson racconta come, prima di entrare nella certosa, aveva incontrato ” una piccola fonte che creava tra il mio cuore e Dio un vincolo infinitamente profondo e reale”. Un bel giorno, molto tempo dopo, lo assalirono i dubbi e se quella piccola fonte a cui ho dato conto non era Dio, giacchè solo di Egli aveva sete. Dom Andrè comprese che doveva abbandonare quella fonte che tanto apprezzava per trovare il mezzo, l’attitudine del cuore che mi permetterà di aprire la porta direttamente a Colui che da tanto tempo stava chiamando a sè invano, perchè nella mia preghiera centravo essenzialmente in me stesso”. La piccola fonte di Dom Andrè era senza dubbio qualcosa di buono e prezioso, ma solo temporaneamente: non doveva rimanere in egli. Così’ come un viaggiatore che scopre uno splendido paesaggio, e si ferma per godere di esso lentamente: ma ciononostante, arriva il momento in cui bisogna riprendere il cammino, in attesa di incontrare nove sorprese ancora più belle. Questa è la ragione delle alternanze che si presentano come una spirale. Per scoprire una nuova relazione, un nuovo linguaggio, il quale ci risulta conosciuto dobbiamo tacere. C’è bisogno di molto silenzioe molta attenzione per scoprire una nuova musica alla quale non siamo abituati. Il maggiore ostacolo di solito vive nella nostra tendenza di rimanere fermi in un sistema che funziona. Al nostro cuore, abituato ad una determinata relazione con Dio, risulta riluttante al cambiamento per creare una nuova relazione; il Signore, tuttavia, è desideroso di andare avanti. Si va avanti per obbligarci a riprendere la marcia.

Nel silenzio parla una voce?

Cari amici lettori riprendo dalla rete un testo di una lettera scritta da Dom Jacques Dupont, ex priore della certosa di Serra, ed ora Procuratore Generale e Visitatore dell’Ordine delle certose di Spagna. Ci parla del silenzio, dal suo eremo tra le colline della Sabina, a Casperia, in provincia di Rieti. Un’ altra occasione per riascoltare l’amato Dom Dupont. 

Nel silenzio parla una voce?

C’è tutta una tradizione spirituale e monastica che esorta a fare silenzio per mettersi in ascolto di una Parola, con la P maiuscola. Si esorta a tacere per percepire una Parola che non assomiglia per niente alle parole che scambiano lungo la giornata. Ma in realtà chiamarla “Parola” è fonte d’inganno.

Ricordiamo l’esperienza del profeta Elia. Deluso di tutti e di se stesso, fugge nel deserto fino alla montagna dell’Oreb dove Dio lo invita a incontrarlo.

Dapprima c’è un vento che scuote tutto; non c’è dubbio che a volte Dio soffia a raffica, quando vuole liberarci dalle nostre illusioni o delusioni. Poi, avviene un terremoto; è ancora Dio che mette giù le nostre certezze e sicurezze. Invece infine Elia vede un fuoco; Dio si fa fuoco quando deve purificarci dalle nostre falsità o errori. Però tutto questo non fa che preparare il vero incontro tra Elia e Dio, un incontro in cui il primo deve scoprire con fatica la “voce sottile del silenzio”. Ecco, quando Dio si rivela, lo fa con una voce di silenzio, ossia appena udibile, perché questa voce sorge non da fuori di noi ma dal nostro profondo. E cos’è questa voce, secondo il nostro racconto: “Elia, che fai qui?”. Non è che Dio faccia un’affermazione o dia una risposta, anzi pone la domanda fondamentale che rivolge a tutti noi: chi sei? Che fai? Dove sei?

Perciò il silenzio è l’invito e la possibilità data all’uomo per conoscersi, per essere se stesso. Senza silenzio non posso esistere, non posso stare in piedi nella vita.

Ma si deve aggiungere che il silenzio è un’arte, e come tutte le arti, si impara, e la impariamo praticandola, come ci si allena a tutto ciò che richiede uno sforzo.

Vari sono i mezzi per imparare e coltivare il silenzio. Vedo soprattutto la necessità di liberarsi dal bisogno di rumore. Mi sembra che l’uomo, forse intimorito dal silenzio, cerca in tutti i modi il rumore, e lo crea quando non lo trova. I monaci, da sempre, riconoscono che la crescita umana e spirituale esige un’ascesi, una disciplina da imporsi, nello stesso modo in cui uno regola l’alimentazione per stare bene. Oggi l’ascesi di cui abbiamo bisogno più che il digiunare, è l’astinenza dal rumore.

Cosa cerchiamo nel silenzio? I frutti del silenzio possono non apparire subito. Ci vuole pazienza e perseveranza. Ma ne vale la pena. Al di fuori della dimensione specificamente religiosa, uno dei frutti più belli del silenzio è la libertà. Grazia al silenzio ritroviamo la vera libertà, non tanto quella che identifichiamo con la possibilità di fare ciò che mi piace, ma la libertà di essere me stesso, senza essere condizionato dagli eventi e dalle situazioni che mi imprigionano.

Ma, paradossalmente, il frutto specifico del silenzio è il silenzio stesso, accompagnato dalla dolcezza. Perciò rientro nel mio silenzio e lascio la parola a un grande maestro di vita spirituale, Isacco il Sirio:

Ama il silenzio più di tutto: ti porterà un frutto che la lingua non può descrivere. All’inizio il tacere ci richiede uno sforzo, ma in seguito dal nostro silenzio nasce qualcosa che ci attira al silenzio. Se cominci ad addentrarti in questa pratica, non so qual luce zampillerà da te. Dalla pratica del silenzio col tempo nasce nel cuore una dolcezza che spinge anche il corpo a rimanere pazientemente nell’esichia. Se tu metti su un piatto della bilancia tutte le opere della vita monastica, e sull’altro il silenzio, ti accorgerai che questo pesa molto di più… Molti corrono per trovare, ma nessuno trova se non colui che osserva il silenzio continuamente. Se ami la verità, sii amante del silenzio. Come un sole, esso farà sì che sia illuminato da Dio. Il silenzio ti unirà a Dio stesso.

Dom Jacques

Il silenzio…un cammino privilegiato.

copertina italiano

Ritorna in questo articolo odierno un estratto del libro del cardinale R. Sarah.

Alla domanda di Nicholas Diat così formulata: “Come imparano i monaci certosini a domare il silenzio, a superare il frastuono di fronte ad un silenzio che si fa impossibile e, in definitiva, a non averne paura?” seguirà la risposta di Dom Dysmas de Lassus, estratta dal libro “La forza del silenzio”.

Dom Dysmas de Lassus: Cominciando dall’ultima parte della sua domanda, io direi che chi teme il silenzio non rimarrà molto tempo con noi. L’inquietudine non nasce dal silenzio in sè, se non da quello che rivela. Chi si ritira in certosa per incontrarsi con Dio, si incontra con qualcuno di inaspettato: egli stesso. La sorpresa non è molto gradita.

Supponiamo che la propria stanza è alquanto oscura e che egli non è particolarmente appassionato all’ordine ed alla pulizia. Poichè si vede poco, la cosa non risulta troppo molesta. Improvvisamente un ospite ha la nefasta idea di accendere un fuoco molto vigoroso. Allora lo spettacolo che si vede risulta alquanto vergognoso…Quando un aspirante viene in ritiro, vengono alla luce molti ricordi. Erano da molto tempo dentro di se stessi, coperti dai rumori della vita. Quando si fermano questi movimenti, non si può scappare dai propri ricordi; e si comprende che il silenzio e la solitudine della cella, che potevano sembrare uno spazio di riposo, sono anche uno spazio di prova, laddove dover confrontarsi con il combattimento più difficile: la battaglia contro se stessi.

Si tratta di domare la casa delle bestie che abitano in noi se vogliamo che queste finiscano con il lasciarci qualche giorno in silenzio. Il silenzio esterno, quello della propria casa e delle labbra, fa parte del percorso. Si trova sancito nei nostri Statuti. La sola esperienza silenziosa suona una corda invisibile dentro di noi. Il fatto di stare in silenzio insieme contiene una dimensione molto ricca, l’espressione sensibile che tutti vogliamo preservare il dialogo con Dio. Devi rispettare il silenzio dell’altro. L’apprendimento di questo aspetto esteriore si effettua con il tempo. Apprendiamo a conferire significato al silenzio.

Senza dubbio, il più difficile è il silenzio interiore. I grandi rumori dell’anima possono scoppiare nella cella, nella orazione. I giochi mentali, i pensieri e le emozioni compaiono allegramente per distrarci dallla nostra orazione: il significato etimologico della parola allude ad un rumore che ci divide e ci separa. Quali sono queste distrazioni? Se le osserviamo da vicino ci accorgiamo che è sempre un dialogo immaginario. Parliamo con altre persone della tal cosa o di altro…

Il silenzio delle labbra esige la volontà; prestare una attenzione interna, nel silenzio, a ciò che abita in noi, richiede un grande sforzo, una vera domesticazione, per riprendere l’espressione che lei ha utilizzato nella domanda.

L’apprendimento del silenzio esige il permanere in presenza del Signore. Non consiste nel lottare contro i nostri pensieri interiori, ma nel tornare incessantemente a Dio. Le distrazioni sono temibili, perchè non le vediamo arrivare, e prima che ce ne rendiamo conto ci hanno trascinato con esse. Il movimento di ritorno a Dio in quanto constatiamo che ci siamo allontanati rivela che la nostra intenzione, di stare con Lui, non è cambiata.Vi è una componente nello sforzo che si ripete nel lasciarsi attrarre. Ma ciò che è essenziale è il Signore.

Noi lavoriamo una parte del giardino, ma i bocciuoli li da Dio.

Le parole di Isacco di Ninive sono molto eloquenti: ” Dio ha condotto il suo servo nel deserto per parlare al suo cuore; ma solo quando egli rimane all’ascolto nel silenzio percepirà il soffio della lieve brezza nella quale si manifesterà il Signore. Inizialmente bisogna sforzarsi per restare in silenzio; ma se siamo fedeli, dal nostro silenzio nasce qualcosa che poco a poco ci attrae verso un silenzio maggiore” Sappiamo che questo qualcosa, che non saprei definire, è Qualcuno che ci trascina ogni volta più vicino al suo mistero.

Quando il monaco si raccoglie nella profondità della solitudine, e il suo desiderio di stare con Dio è sufficientemente intenso, il silenzio si converte realmente in un cammino privilegiato.

Il silenzio di Dio è in noi?

Forza silenzio 6

A questa domanda risponde Dom Dysmas de Lassus, nel libro del cardinale Robert Sarah “La forza del silenzio – Contro la dittatura del rumore”.

Si, per sempre, perchè stiamo parlando di un silenzio di comunione. Io unirei queste due dimensioni complementarie: Dio in noi e noi in Dio giacchè Gesù dice: “Voi siete in me ed io in voi” (Gv 14, 20). “Padre tu sei in me ed io in te” (Gv 17,21). Sono due facce della stessa realtà. Possiamo essere più sensibili ad una che ad un’altra, ma credo che non si possa separere del tutto.

Nel battesimo la Trinità viene a fare di noi la sua dimora. Secondo san Paolo, siamo templi dello Spirito Santo. Lo stesso battesimo ci fa figli di Dio. Ah se solo fossimo capaci di intendere realmente queste semplici parole! Un mistero insondabile che nasce nella sublime semplicità del sacramento; l’acqua e la parola per significare una realtà inimmaginabile. Ricordo le parole di un poeta bizantino in riferimento alla teofania del Sinai: ” Tuono, fulmine, tremore della terra. Ma, quando scendesti al seno di una Vergine, il tuo passo non fece nessun rumore”. Se la entrata di Dio in noi avviene in silenzio, è logico che la comunione con Lui è contrassegnata dallo stesso timbro.

I nostri Statuti citano Basilio di Ancira: ” Sia, quindi, l’anima del monaco, in solitudine, come un lago tranquillo le cui acque, germogliando dalla purissima fonte dello spirito, e non turbati da rumore alcuno introdotto dall’esterno, come un nitido specchio riproducono la sola immagine di Cristo”

Dio in noi! Quale perplessità ci può lasciare questa espressione! E, tuttavia, è una realtà: ” Se qualcuno mi ama – dice Gesù – ascolterà la mia parola, e mio Padre le amerà, e verremo in lui e faremo dimora in lui” (Gv 14, 23). Questa verità della fede ci apre hic et nunc alla intimità più profonda con Dio. E’ il faro della nostra vita. Sono pienamente convinto che, se i cristiani fossero più coscienti di questa realtà, la propria vita si vedrebbe trasformata, e con essa anche il mondo.

Un silenzio vivo, eloquente, abitato. Un’attesa tremante con la speranza riposta nel giorno del grande incontro, faccia a faccia.

Se è fondamentale vivere in intimità con Dio e nella sua straordinaria semplicità – nella sua familiarità con noi, direbbe – , lo è anche il comprendere il senso della trascendenza, questa immensità che ci supera e ci reclama in uno stesso movimento. Solo questo equilibrio può fornirci di tutta la sua profondità nella relazione con Dio, perchè la meraviglia ineffabile della intimità divinanasce esattamente da questa trascendenza. Come può l’infinito non solo salire al nostro incontro, impegnandosi in una relazione intima con il finito, sua creatura?

Mi sembra molto importante guardare l’equilibrio tra la vicinanza e la trascendenza di Dio. Nelle sue Confession, sant’Agostino impiega una celebre frase per spiegare questo tema: Intimior intimo meo et superior summo meo. Appoggiarsi ad una escludendo l’altra può condurre ad una infermità spirituale: da una parte, ad una eccessiva familiarità con un Dio troppo fatto ai nostri bisogni e che non è realmente Dio; dall’altra ad una distanza perturbatrice, quasi giansenista.

Il mistero non è altro che la relazione divina che ci viene offerta. Se potessimo comprenderlo! Se potessimo viverlo meglio! Nulla sarebbe capace di renderci inquieti. Le difficoltà della nostra vita non cambierebbero, ma non potranno danneggiare il nucleo della nostra vita.

Dice san Paolo “Colui che non perdonò il suo proprio figlio, ma lo ha donato a tutti noi, come non ci darà tutte le cose?2 ( Rm 8, 32)

Se so di aver ricevuto tutto, niente può mancarmi. Stiamo parlando del silenzio: la profonda pace dell’anima che conosce se stessa ed ama più dei propri sogni, la calma inalterabile che abita in essa.

Non è questo il silenzio interiore?

L’ incontro con Dio avviene in silenzio

copertina italiano

Sebbene il silenzio non si cerchi per il silenzio, la realtà è che è presente in ogni momento. Questa la domanda fatta a Dom Dysmas de Lassus nel libro del cardinale Sarah “La forza del silenzio – Contro la dittatura del rumore” .

La risposta, è come sempre, semplice acuta dalla quale si percepisce una profonda umiltà.

“Questo è il nostro desiderio più fervente, ma ” Raggiungiamo questo ideale?” Siamo realisti: Anche tra i certosini esiste il rumore; lo sappiamo troppo bene. Risulta paradossale che il silenzio esteriore e la solitudine, il cui obiettivo è facilitare il silenzio interiore, cominci esponendoci a tutto il rumore che è in noi.

Se porti in tasca una radio accesa , è possibile che nel mezzo del trambusto di una città o di una strada non te ne accorgi perché il suo suono è mescolato con quello dell’ambiente circostante. Ma se si entra in una chiesa, non tarderai a percepire che dalla tua tasca si leva un parlottare, la prima cosa che si proverà a fare e tentare di spegnerla. Ma, purtroppo non esiste un pulsante che riduca il parlottio della nostra immaginazione….La prima fase consiste nell’essere cosciente di ciò anche se non ci piace.

Il silenzio che regna in una certosa non è sufficiente. Per raggiungere la comunione nel silenzio è necessario un compito di lavoro radicale. Dobbiamo armarci di pazienza e dedicare ad esso ardui sforzi. Quando alla fine la nostra immaginazione accetta di collaborare e rilassarsi, i momenti di profonda intimità con Dio pagano a caro prezzo gli sforzi che sono stati necessari per dare spazio a Lui.

Ma noi non siamo capaci di creare la intimità con Dio; essa procede sempre dall’alto; quello che a noi spetta è costruire l’ascolto dove possa aver luogo l’incontro. La solitudine ci aiuta. E’ molto più facile raggiungere il silenzio interiore quando siamo da soli. Mi è sempre piaciuto il momento dell’orazione solitaria in cella che precede l’ufficio notturno nella chiesa. Questo momento appena colto, a metà della notte, ha qualcosa di eccezionale. Non idealizzerò, non dico che in quel momento vi è sempre la pace del cuore, ma in generale la comunione silenziosa cresce con una maggiore naturalezza.Mi piacerebbe prolungare quel raccoglimento durante l’Ufficio nel coro che poi segue, ma poche volte riesco a recuperare la stessa qualità di comunione, perchè la dimensione comunitaria della liturgia consente il movimento dei pensieri. Mentre ci sono innamorati nel mondo, che cercheranno di stare da soli per cercare in silenzio l’incontro. Forse questo è il modo più semplice per spiegare la nostra scelta di vita. Il silenzio e la solitudine certosina acquistano il loro significato nell’immenso desiderio di intimità con Dio. Per i figli di san Bruno il silenzio e la solitudine sono il luogo perfetto per l’incontro da cuore a cuore”.

Dio è silenzioso quando parla

Forza silenzio 6

Ancora uno stralcio della “preziosa conversazione” di Dom Dysmas de Lassus, contenuta all’interno del libro del cardinale Sarah, La forza del silenzio – Contro la dittatura del rumore”. Parole semplici e preziose!

Nella relazione con Dio tutto è paradossale. Le realtà che nell’uomo si contrappongono, in Egli sono una cosa sola. La presenza e l’assenza si sovrappongono, come dice la deliziosa quartina del poeta Rainer Maria Rilke.

Per incontrare Dio bisogna essere felici

perchè quelli che lo invocano con angustia

vanno molto veloci e cercano poco

l’assenza della sua intimità.

Parola senza voce o comunione silenziosa; queste espressioni indicano la realtà sempre misteriosa dell’incontro con Dio. Non potrebbe essere diversamente. Quando l’infinito si incontra con il finito, questo incontro sfugge ai nostri limiti naturali.

In certosa non cerchiamo il silenzio, ma la intimità con Dio attraverso il silenzio. E’ lo spazio privilegiato che permetterà la comunione; appartiene all’ordine del linguaggio, ma un linguaggio di altra categoria.

Per questo gli Statuti dell’Ordine, cominciano con queste parole essenziali:

A lode della gloria di Dio, Cristo, Verbo del Padre, per mezzo dello Spirito Santo, si scelse fin dal principio degli uomini per condurli nella solitudine e per unirli a sé in intimo amore. Seguendo tale chiamata, nell’anno 1084, Maestro Bruno entrò con sei compagni nel deserto di Certosa e vi si stabilì. ” (1,1)

Dobbiamo tornare di nuovo indietro al mistero di Gesù. Duemila anni fà, Dio parlò nel mezzo del mondo con una parola umana identica alla nostra. Cristo visse trentatrè anni su questa terra e, durante trenta dei quali, la sua parola non oltrepassò i confini di un villaggio di un centinaio di abitanti. Questo è il silenzio di Dio. E’ sulla terra e rimane nascosto. Si può parlare di un Dio silenzioso? Io parlerei piuttosto di un Dio nascosto. Sono due sfumature della stessa realtà che offrono lo stesso contrasto: Quello che è silenzioso è il modo di parlare di Dio. Dio è silenzioso quando parla. Quando il Verbo si fa carne, si mostra davanti ai nostri occhi, e per questo stesso, velato nella sua divinità.Quando parla con parole umane, la parola divina ci risulta ascoltabile ed è nascosta: la maggioranza ascolta le parole umane senza prestare attenzione. E’ un sorprendente paradosso. Dio si abbassa fino a parlare il nostro linguaggio e ciò ci rende sordi alle inflessioni divine di questa voce troppo terrena.

Per tutta la vita, Gesù parlo con parole, ed una volta anche con corde. Ma davanti al Sinedrio, al cospetto di Erode e Pilato tace. Al sommo sacerdote gli dice: Io ho parlato chiaramente al mondo, e non ho detto niente in segreto. Domanda a quelli che mi ascoltarono, di cosa gli ho parlato, loro sanno quello che ho detto (Giovanni 18, 20-21). Questa risposta gli valse uno schiaffo: non è esattamente la situazione di oggi? Gesù ha pronunciato la parola che Dio voleva indirizzare al mondo. Ha compiuto la sua missione fino alla fine. Se vogliamo sapere quello che ci dice, dobbiamo domandare a coloro che sono i suoi testimoni, o a quelli che sono accreditati da Lui, ovvero la Chiesa. Ma questa è una risposta che non piace…

Il silenzio di Dio, non ha nulla a che vedere con chi non parla con il suo modo di esprimersi e con la poca voglia di ascoltarlo.

Nella vita spirituale, si alternano in successione, un Dio che si mostra ed un Dio che si nasconde, un Dio che si fa ascoltare ed un Dio che tace. La preghiera ci insegna la sottigliezza della parola divina.

E’ Dio che è silenzioso, o siamo noi che non lo ascoltiamo perchè il nostro orecchio interiore e la nostra intelligenza, non sono abituate al suo linguaggio?

Il frutto del silenzio consiste nell’apprendere a distinguere la sua voce, anche quando conserva sempre il suo mistero.

Nella preghiera, la voce è potente nel senso che è capace di giungere nel più intimo del nostro essere, ma si manifesta in maniera estremamente discreta. Le strade della vita spirituale sono molto diverse, e c’è chi può attraversare un deserto che sembra non aver fine. Alcuni toccano, praticamente, con tutte le dita il silenzio di Dio nella propria vita. Questo può dar vita a forme mistiche, come dimostra la dolorosa esperienza di Madre Teresa di Calcutta; dopo anni di profonda intimità con il Signore, la santa vide come tutto andava scomparendo. Anche Teresa del Bambino Gesù, visse questa forma di abbandono nei suoi ultimi due anni di vita. Ciononostante, non è questa la regola generale, e l’anima contemplativa che ha appreso il linguaggio dello Sposo divino, se non lo ascolta mai come si ascolta la parola umana, apprende progressivamente a percepire in tutta la sua traccia. Inoltre questa anima somiglia ad una donna innamorata che sa di essere intensamente amata, e che aspetta di riunirsi nuovamente con il suo sposo per la notte. Per questo, per tutto il giorno, anche senza incontrarlo, vede ovunque segnali della sua presenza. Ecco una lettera affettuosa senza firma, ma il cui testo conosce troppo bene per poter dubitare la provenienza; c’è un mazzo di fiori, senza altre spiegazioni, anche se alcuni dettagli rivelano chi possa averlo lasciato. Più tardi andando in campagna ed ascoltando la musica di un flauto la cui origine non si percepisce chiaramente, ma la donna sa che si tratta di lui che suona per lei, mentre la persona che la accompagna non sospetta niente. E così tutto il giorno. Lei lo sente dappertutto, dappertutto vede segni della sua presenza, ma dell’attenzione che presta e che sembra che non smetta mai di parlare con lui, anche se non lo vede. Si va preparando per l’incontro della notte, quando finalmente potranno parlare. E’ lì come un profumo, impalpabile, ma totalmente percepibile, presente in ogni luogo, anche se non si riesce a stabilire da dove proviene.

Credo che Dio parli in silenzio.Non finisce mai di stupirmi la sua discrezione, i suoi modi delicati, infinitamente rispettosi della nostra libertà. Siamo fragili come il cristallo, e Dio modula il suo potere e la sua parola per adattarsi alla nostra debolezza.

L’amore non si impone, non può imporsi. E come Dio è l’amore infinito, il suo rispetto e la sua delicatezza ci sconcertano. Precisamente perchè è presente dappertutto, a cura di nascondersi, per non imporsi. C’è un comandamento divino che ci ordina di amarlo, ma questo è soltanto un primo livello; così lo esprima in modo splendido la lettera di un fratello certosino: “Mio Dio, è incredibile che ci hai detto di amarci l’un l’altro. Dato quello che sei e quello che noi siamo, dovresti proibircelo, ma se ce lo permetterai noi ti ameremo segretamente.”