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Una testimonianza dall’Argentina

Dean Funes 1

Voglio ringraziare un amico cartusiafollower, che dall’Argentina ha voluto inviarmi un testo sulla sua esperienza fatta in certosa, è mio piacere proporre il suo scritto a tutti voi.

Cari amici amanti della certosa,

tra quelli di noi che ammirano l’Ordine certosino, molti di noi hanno avuto l’onore e il privilegio di aver vissuto per alcuni giorni in uno dei suoi monasteri. Dopo aver fatto diversi ritiri nella Cartuja San José, in Argentina, scrivo questa lettera per poter condividere questo dono con coloro che non hanno potuto stare in una Cartuja. Ci sono tre citazioni bibliche che mi vengono in mente quando penso alla mia esperienza. La  prima è Lc 4,1-2: «Gesù, pieno di Spirito Santo, tornò dal Giordano e per quaranta giorni fu condotto dallo Spirito nel deserto (…)». Come è noto, salvo poche eccezioni, si può andare a fare un ritiro alla Cartuja solo se si aspira ad abbracciare quel modo di vivere. Per 16 anni sono stato un’aspirante “cronico”, per vari motivi a volte sentivo di avere quella vocazione ed a volte no. E in quei 16 anni ho fatto diversi ritiri, 8 in totale, di circa 5 giorni ciascuno. Il che assomma ad un totale di circa 40 giorni. Forse ne erano di più, ma mi piace pensare che fossero 40; Mi aiuta a capire che non è stato un caso che ci sono andato, non è stato un errore nella mia storia personale. Ci sono andato per la prima volta quando avevo 17 anni, gennaio 2000, per una visita che è durata poche ore. Sapevo che dovevano passare almeno 4 anni per entrare per due motivi: i minori di 21 anni non sono accettati e ci sono voluti almeno 4 anni prima che il monastero fosse terminato. I 4 monaci fondatori vivevano in una mini-certosa provvisoria (ora si chiama “Casa San Bruno” e ha alcune dipendenze dei frati). Il luogo in cui ora sorge il monastero era a quel tempo solo terra rimossa ed alcune fondamenta. È così che mi sentivo anch’io, come qualcuno in costruzione. In quei 4 anni sono cresciuto con il monastero. Ho fatto 3 ritiri nel 2001, 2002 e 2003. Ma prima che il monastero fosse finito e prima di compiere 21 anni, molti dubbi mi hanno portato a rimandare il mio ingresso a tempo indeterminato. Invitato dal Padre Rettore (non c’era il priore allora) ho visitato nuovamente la Certosa nel 2006 e 2007, ma non come aspirante. Infatti non ho occupato le celle dei monaci, ho soggiornato nella locanda. Sono stati due ritiri molto certosini, ma ho seguito il mio ritmo e il mio programma. E poi ho smesso di andare. Nel 2011 ho attraversato di nuovo la Certosa quando con la mia famiglia siamo andati a vedere il rally di Dakar a Córdoba. Questa volta sono potuto andare con mia madre e due fratelli. Erano scioccati. Uno dei miei fratelli in realtà è ateo e un po’ anticlericale, ma anche oggi, quando si parla della Certosa, dice sempre che “sono qualcosa di diverso”. Anche quella visita mi ha colpito in modo speciale. Stavano per ricevermi, ed io mi sentivo più maturo. Dopo avermi ricevuto, nel gennaio 2013 ho deciso di fare un altro ritiro ed entrare. Sarebbe stato il mio sesto ritiro in Certosa, ma per la prima volta lo avrei fatto nella cella di un monaco, più precisamente nella cella di un padre. In quel ritiro, il maestro dei novizi ed io ci accordammo per una data di ingresso come postulante per luglio di quell’anno, perché avevo dei debiti da pagare. Ma ad aprile un evento doloroso nella mia famiglia e che ha coinvolto la chiesa (di cui preferisco non approfondire) ha fatto sì che la mia presenza all’esterno continuasse ad essere importante. E ancora una volta ho rimandato il mio ingresso. Questo doloroso evento di cui parlavo era un prima e un dopo nella religiosità della mia famiglia. Era una crisi. Ha colpito anche me. Ho avuto una profonda depressione e ho anche iniziato a prendere droghe. E una volta che le nuvole hanno cominciato ad aprirsi dopo la tempesta, qualche anno dopo, ho fatto i miei ultimi due ritiri spirituali nella Certosa, nel 2015 e nel 2016. Ho occupato le celle dei fratelli. E nel 2016 ho visto che quello non era il mio posto, infatti sono partito qualche giorno prima del previsto. O forse è il mio posto, ma personalmente non ero al meglio. Cinque anni fa sono stato in quella terra sacra per l’ultima volta, e credo che non sia mai passato così tanto tempo tra una visita e l’altra da quando ci sono andato per la prima volta. In questi 5 anni il contatto con i monaci è diminuito. Ricordo che nei primi anni ogni volta che li chiamavo al telefono mi rispondevano e potevo parlare con loro. Ora la mia comunicazione con loro è una e-mail ogni tanto con il padre maestro dei novizi, l’unico con cui continuo a essere in contatto. Visite come quelle che ho fatto nel 2006 e nel 2007 sono ormai impensabili. Così come sono molto diverso da quell’adolescente di 17 anni che ero alla mia prima visita, anche la Cartuja San José non è la stessa. Maturò anche, si assestò, e di conseguenza chiuse anche di più il recinto per somigliare all’ideale che aveva San Bruno quando fondò a Chartreuse ed in Calabria. Ecco perché il contatto è diminuito. Stanno pregando. A volte viene in mente l’idea di chiedere un’altra esperienza, ma a questo punto entrare sarebbe più difficile. Ho un lavoro stabile a cui dovrei rinunciare se volessi entrare, e se non funzionassi come certosino dovrei ricominciare da capo in un mondo in cui trovare lavoro è sempre più difficile, soprattutto per qualcuno vicino ai 40 anni. E’ la mia famiglia, che nella mia lontana adolescenza ho visto con occhi così buoni che mi consacro come religioso, in questo momento non lo vedrei lo stesso. Senza contare che la famiglia è cresciuta e ora ho dei nipoti. Ma anche se non fossi entrato, la certosa mi era rimasta impressa. Il che mi porta alla seconda delle 3 citazioni bibliche: “Se ti dimentico, o Gerusalemme…” (Salmo 137). Nessuno che ci sia stato se ne va senza aver imparato qualcosa. Tutti noi che passiamo e partiamo portiamo con noi un po’ di Certosino. Nel mio caso è stato distaccare la mia fede dai segni sensibili. Lì ho capito che Dio c’è ma noi non lo vediamo, ci ascolta anche se non parliamo e parla in silenzio. L’ho scoperto soprattutto nel silenzio della cella. Ho anche un’esperienza liturgica molto ricca con me. La Messa in rito certosino, così semplice e con tanti silenzi, con quell’equilibrato accostamento di latino e volgare, e il Mattutino e le Lodi a mezzanotte erano una vera scuola di preghiera. Non dimenticherò mai la Cartuja. È in me come la Terra Promessa era nel cuore di Mosè. E questo mi porta alla terza citazione biblica, che è Dt 34,4. Sento che a me, come Mosè, Dio mi dice: “Te l’ho fatto vedere con i tuoi occhi, ma tu non ci entrerai”.

un ex aspirante certosino

Un video del 1991

Cattura

Voglio concludere questo mese di agosto con una vera chicca che giunge dal passato. Si tratta di un brevissimo video estratto dal programma televisivo francese “Autrement dit” andato in onda sabato 6 luglio 1991. Risulta essere una gradevole testimonianza della vita quotidiana dei monaci certosini della Grande Chartreuse, con immagini inedite accompagnate da interviste in lingua francese.

“Che tu creda in Dio o no, non importa, ogni persona ha un valore fondamentale di se stessa”.

Buona visione!

La cella per un certosino

lo studio nella cella

lo studio nella cella

Nell’articolo di oggi ecco per voi un testo scritto da un certosino, sul luogo che rappresenta il fulcro della vita monastica certosina. Una descrizione a dir poco deliziosa.

“Fuggirò lontano e abiterò nel deserto” (Sal 54: 8).

Di tutte le ricchezze in certosa, le prime settimane in cella non ti riveleranno molto, forse niente. Bisognerà accontentarsi umilmente di annoiarsi e girare. Il tuo cuore è a pezzi per tutto ciò che ti hai appena lasciato, e sui muri imbiancati non è disegnato nulla, ma solo un Crocifisso e una Vergine. C’è ancora troppo scompiglio nella tua immaginazione e nella tua sensibilità per essere affascinato dall’Invisibile.

Avevi sognato questa casetta che la tua fantasia dipingeva tua sorella dall’autore dell’Imitazione di Cristo. In essa sei … e ti dà i brividi. Vuoi scappare. Devi pazientare. Pregare. Organizza “incontinenti” un ciclo di occupazioni, letture, un piccolo lavoro sulla Bibbia o qualsiasi altro argomento spirituale di tua scelta. A poco a poco scoprirai e assaporerai la mistica della cella. Coloro che l’hanno cantata in termini emotivi che hanno attraversato i secoli non erano novizi, puoi crederci, e proprio come te, hanno dimostrato, subito, la sua austerità.

La cella dell’eremita è una dimora unica nel suo genere. Non è l’ufficio di un ecclesiastico, né la stanza di un gesuita o di un mendicante. L’uomo solo dorme, lavora, mangia e si crogiola nella sua cella.

Ma il suo carattere distintivo è che lei è il suo intero universo.

A parte le tue visite in chiesa, non dovresti guardare fuori. Gli viene dato tutto lì, nella sua minuscola riserva. Tutti i tesori del deserto, del Monte e del Tempio sono talmente legati ad esso che l’eremita che lo abbandona senza motivo di peso controllato dall’obbedienza, li perde per il momento. Fuori non trova niente, non trae vantaggio. L’eremita è sottoposto alla cella per la sussistenza dell’anima.

È un rifugio dai miasmi del mondo; luogo santo in cui il Signore si fa coraggio, tiene segreti colloqui con l’anima che, per suo amore, si raccoglie in essa, dando mano a tutto il resto. È quella “cantina” (Ct 2,4) dove l’Amato presenta la sua amata per inebriarla con la sua presenza e con i suoi doni: abbandonarsi alle futilità sarebbe dissacrarla. Nella cella, Dio dà udienza all’anima solitaria. Giunto ai confini della vita terrena, distaccato dalle contingenze che fanno gemere per Dio tante anime assetate, attaccate come sono alle dure condizioni dell’esistenza, l’eremita inizia la sua eternità nella gioia del Signore. Se sei generoso, vedrai emergere dall’ombra, a poco a poco, quel mondo divino in mezzo al quale hai vissuto senza accorgertene, perché il lampo e il clamore dell’altro gli hanno impedito di manifestarsi. A tua volta, sperimenterai, estasiato, che non sei mai meno solo di quando sei solo.

Un certosino

Riflessioni sulla vocazione

monaca certosina cartoon
Cari amici, voglio condividere con voi questa testimonianza di una amica, della quale come di consueto rispetterò l’anonimato in stile certosino, sulla sua esperienza in certosa. Il titolo di questo articolo è “Riflessioni sulla vocazione”, come da lei richiestomi. Un ringraziamento speciale da parte mia e credo anche da parte di voi tutti.

Reflections on a vocation (in inglese)

1. Come hai fatto a prendere contatti con una certosa femminile?
Ho deciso di entrare in contatto con il Priore della Certosa nel mio Paese, Inghilterra, e gli ho chiesto consigli su come aderire all’Ordine Certosino. È stato molto gentile e mi ha messo in contatto con la Maestra delle novizie di una Certosa in Francia. La comunicazione non è stata difficile perché già parlavo un po’ di francese, ma per approfondimenti e domande più complessi, un monaco di lingua inglese ci visitava dalla Grande Certosa ed una suora di lingua inglese dalla ‘Society of St. Paul”, che era una psicologa esperta, ci visitava anche per comunicare con me.
2. Quale certosa preferivi tra quelle femminili?
Non avevo preferenze perché non conoscevo nessuna delle Certose o delle comunità, anzi non sapevo che ci fossero differenze tra le comunità o le case, mi fidavo solo della Divina Provvidenza e accettavo la direzione che mi era stata data dal Priore della Certosa di Sant’Ugo, che mi aveva incontrato personalmente e scambiava corrispondenza con me.
3. Come hai capito di essere incline allo stile di vita claustrale delle certosine?
Avevo letto tutti i libri della “DLT series” dai certosini: “They Speak by Silences”, “The Prayer of Love and Silence”, ecc. E qualcosa si è mossa profondamente nella mia anima, un’attrazione, un sussurro che diceva “Ti voglio”. Quindi, per testare l’autenticità di questo movimento nella mia anima, ho scritto prima al Priore di Sant’Ugo e poi, dopo averlo incontrato e le sue istruzioni, ho contattato la Maestra di Novizie a Reillanne, in Francia. Mi ha risposto invitandomi a venire a provare la vita per una settimana durante le mie vacanze di Natale (all’epoca ero insegnante in un collegio). Dopo questa visita iniziale sono stata invitata a tornare per una seconda visita durante le vacanze di Pasqua. In questa seconda visita, mi è sembrato più chiaro che Dio voleva che lasciassi tutto e Lo seguissi nel deserto, perché mi è stato chiesto di dimettermi dalla mia posizione in collegio e mi è stato dato una notevole somma di denaro per farlo! Nell’estate di quell’anno avevo venduto la mia casa e quindi ero libera da attaccamenti mondani ed obblighi finanziari per unirmi definitivamente alla comunità, e così ho fatto, nell’agosto 1996.
4. Come hai affrontato l’idea di distaccarti dalla tua famiglia?
Avevo lasciato la casa e la sicurezza della famiglia molti anni prima di unirmi ai certosini a 34 anni, quindi non è stato difficile per me staccarmi da loro o lasciarmi andare. In precedenza, avevo già provato la mia vocazione con le Suore di San Giuseppe di Cluny e con i Cistercensi della Stretta Osservanza, quindi questo era solo un altro passo nel mio cammino di fede e discernimento di ciò che Dio voleva da me.
5. Come hanno reagito i tuoi genitori?
I miei genitori sono stati lieti e tuttavia anche cauti. Avevano avuto precedenti esperienze dei miei “pellegrinaggi”, la mia ricerca di qualcosa di profondo ed avvincente che mi assorbisse e soddisfacesse. In segreto, mio padre era molto “orgoglioso” di pensare che una sua figlia sarebbe diventata certosina, questa non è una piccola cosa, una tale chiamata è un grande dono di Dio, quindi era determinato a pregare per me ed a sostenere il mio viaggio. Ma anche era aperto alla possibilità che la strada fosse dura e che Dio potesse indicarmi un altro cammino. Mia madre era più preoccupata, temeva che io non trovassi una comunità che mi accogliesse, ma che, forse, fossi stata ferita o danneggiata dall’esperienza.
6. Quando è arrivato il giorno della partenza, cosa è successo?
Ho noleggiato un’auto e l’ho caricato con tutti i miei libri ed altri materiali che immaginavo che la comunità potesse usare, ad esempio un computer e una stampante, biancheria da letto, asciugamani, statue e vestiti ecc. Poi ho guidato per più di 1500 Km fino a Reillanne, prendendo un amico lungo la strada, che aveva accettato di riportare la macchina per me. Mi ci sono voluti 4 giorni in totale, quindi ho avuto la possibilità di vedere la campagna e praticare il mio francese, e sintonizzare l’orecchio con l’accento.
7. Giunta in Francia, chi ti ha accolto?
Sono arrivata alla Certosa nel pomeriggio e sono stata subito accolta dalla Maestra di Novizie, che stava ascoltando il suono della macchina. Lei è rimasta un po’ stupita da tutti i libri che avevo portato con me, ma ha preso un piccolo carrello e dopo aver svuotato il bagagliaio della macchina e salutando l’amico accompagnatore, abbiamo portato quello che potevamo e lei mi ha mostrato la cella che dovevo occupare per i successivi 12 mesi.
8. Come ti è apparsa la certosa appena sei entrata?
Sono rimasta sorpresa dalle dimensioni della cella. Nelle mie due precedenti visite ero rimasta nella foresteria e frequentavo i servizi liturgici solo attraverso la cappella pubblica, rimanendo per il resto del tempo nella stanza a me assegnata e non mescolandomi affatto con la comunità, appena visitata dalla Maestra di Novizie ogni giorno per un’ora di conversazione, il resto del tempo lo trascorrevo in silenzio, leggendo e pregando, dormendo e mangiando. La Maestra di Novizie mi ha assicurato che le dimensioni della cella erano necessarie affinché lo spirito crescesse ed espandesse, in totale, la piccola casa ed il giardino occupavano circa. 15×17 metri.
9. Da chi era composta la comunità?
C’erano 16 membri della comunità di cui io ero la più giovane a 34 anni, mentre la più anziana aveva 90 anni. C’era una novizia (tedesca) a quel tempo, una postulante, una signora americana matura che aveva già vissuto come eremita professa per molti anni e durante i 12 mesi in cui ero lì, 1 altra postulante (francese sui 20 anni) che si era unita poi ha lasciato la comunità dopo un mese o due. Durante i 12 mesi in cui sono stata lì è morta la fondatrice della comunità, ho avuto il grande privilegio di sedermi e pregare con lei nelle ore prima che andasse nella sua agonia. La comunità aveva inoltre due sacerdoti e un fratello laico appartenenti all’Ordine.
10. Come ti è sembrata la vita in certosa?
È stata una benedizione! Pensavo di aver trovato il paradiso in terra. Ero così felice. Tutte le preoccupazioni e le cure che si avvolgono intorno alle spalle nella vita nel mondo, sono svanite da me, il mio spirito ha sperimentato una grande libertà e un senso di pace. Durante l’anno, anche la mia anima è entrata nel silenzio interiore, un silenzio in cui cessa la voce interiore e si prende coscienza solo della creazione e della presenza di Dio nella sua creazione.
11. Cosa facevi e cosa non facevi?
Ho svolto la maggior parte del mio lavoro in cella, dal momento che è stato determinato fin dall’inizio che mi sarei addestrata per diventare una suora del coro. Ho dovuto studiare il francese, in modo da poter comunicare meglio con le altre sorelle; Latino, in modo che potessi approfittare profondamente la liturgia; cantando in modo che la mia voce fosse adeguatamente allenata; Ho anche fatto giardinaggio, preparato il legno per la stampa di icone, cucito un abito da lavoro per il fratello monaco che era un membro della comunità, preparato verdure e tradotto un libro per lo psicologo in visita collegato alla comunità. Una volta ho aiutato l’altra postulante a piegare i panni nella lavanderia, ma a parte il lavaggio comune di piatti e pentole che si faceva ogni domenica, lavoravo da sola o nella mia cella o in altre celle vuote della Certosa che necessitavano delle cure di un giardiniere, o pulizie o pittore / stuccatore / decoratore.
12. Quanto era distante la realtà da della vita in certosa da come l’avevi immaginata?
La vita nella Certosa era esattamente come l’avevo immaginata, comprese le prove interne ed esterne. Ogni giorno si svolgeva con un ritmo rilassato e facile, ogni settimana seguiva uno schema prevedibile ed equilibrato, ogni anno era scandito dal cambio delle stagioni e dalle celebrazioni liturgiche. Il mio corpo si è adattato molto rapidamente ai rigori della dieta e al ritmo del sonno, poiché i miei livelli di stress sono diminuiti rapidamente, i miei capelli sono diventati folti e molto lunghi, i miei occhi hanno guadagnato una gioia che brillava da loro, il peso in eccesso è caduto da me. Piccoli incidenti hanno dato origine a storie che mi hanno insegnato lezioni e aperto prospettive nella mia mente. L’uccello che bussa alla finestra durante l’inverno chiedendone un pezzo; il serpente emerso sotto una roccia dove ero seduta 5 minuti prima; l’ultraleggero che girava in cerchio è un pilota che spia la nostra libertà sotto il sole estivo; la mia rimozione di tutte le piantine di fiori scambiandole per erbacce; il mio beato oblio del tempo in cui dovevo essere nella dispensa a lavare i piatti con gli altri.
13. Quanto ti ha spaventato il silenzio?
Il silenzio non mi ha mai spaventato, e il silenzio della cella mi ha attirato verso un silenzio più profondo e sensibile, un ascolto del cuore che mi ha aperto la mente ad altri mondi interiori ed esteriori.
14. E la notte? Quanto dormivi?
Dormivo dalle 20.00 a mezzanotte e poi dalle 3.00 alle 6.00, 7 ore in totale. Il secondo sonno è stato sempre più difficile per me, la mia mente era più sveglia dopo le ore di canto gregoriano, e mi è stato consigliato di prendere una bevanda calda di latte e miele per aiutare il mio riposo dopo essere tornata in cella, il che ha aiutato enormemente.
15. Il bilancio di questi dodici mesi?
Ogni domenica mattina mi univo alle novizie e alle altre postulanti con la Maestra delle Novizie per la condivisione spirituale, una rilettura del Vangelo domenicale e la condivisione dei pensieri che esso provocava; dopo il pranzo della domenica lavavamo, ho anche lavato i piatti della comunità; ogni lunedì pomeriggio le accompagnavo anche nella loro passeggiata / spaziamento settimanale; e partecipavo pienamente al programma liturgico quotidiano e ai pasti della comunità domenicale, alle uscite annuali (sì, ad eccezione delle suore molto fragili e malate, uscivamo tutte insieme in un minivan per un’intera giornata di escursione e picnic) e le ricreazioni trimestrali (un incontro di gioia, giochi e condivisione nella sala ricreativa della comunità tutte insieme, comprese le suore molto anziane). Le uniche cose da cui ero esclusa erano le riunioni capitolari settimanali ed il regolare lavoro quotidiano nelle obbedienze come la cucina, la lavanderia e la foresteria in cui erano impegnate le sorelle converse e donate; inoltre non mi era permesso cantare in coro, ma solo seguire la notazione musicale nei libri dell’ufficio con gli occhi e le orecchie mentre cantavano le suore professe.
16. Come ti è sembrato tornare a casa?
L’anno mi è stato dato come momento per il discernimento di ciò che Dio voleva fare con me. Dopo 11 mesi di beatitudine vivendo come una suora del coro, ma senza cantare, (posso cantare in modo molto bello con gioia quando lo Spirito Santo prende il sopravvento sulla mia voce, ma di solito sono completamente sorda e suona male stonata e quindi non ho fiducia nel cantare), ho provato la vita di una suora donata con la comunità, partecipando al lavoro delle suore converse e donate nelle loro obbedienze, lavorando specificatamente per il cellario nella cucina. Il cambio di orario e di routine mi ha aperto all’enorme sacrificio di rinunciare al silenzio più profondo e alla solitudine della cella, e mi ha fatto riconoscere che il mio orgoglio di non essere una suora del coro era gravemente intaccato dall’opportunità di crescere in umiltà e pratica, essendo la serva di tutte come una sorella donata. Così, dopo un ulteriore mese, 12 mesi in totale, mi è stata data la scelta di tornare nel Regno Unito, accompagnato dalla postulante americana che aveva terminato tre anni di discernimento, e così, seguire il consiglio della mia Maestra di Novizie, che dovevo perseguire un cambiamento di carriera, passando dal mondo dell’educazione alla medicina, per darmi l’opportunità di incontrare qualcuno che potrebbe diventare mio marito; o di continuare altri tre mesi con la comunità e poi vestirmi ed entrare in noviziato, come novizia, con lo scopo di unirmi alla comunità allora fondata in Corea del Sud. Ho scelto di tornare nel Regno Unito.
17. Cosa ti mancava di più?
L’assenza di stress che il mondo ci rapisce in cui ci rientriamo subito, ma che è assenza in una vita ordinata alla gloria di Dio, e una vita vissuta solo per Lui, solo, nell’accogliente sicurezza di una amorevole comunità religiosa
18. In cosa consiste la tua vita adesso?
Ora sono sposata, ho due figli adulti e seri problemi di salute miei da affrontare, quindi la vita è molto diversa, ma è pur sempre un viaggio nel mistero dell’amore che quotidianamente ognuno di noi è invitato ad impegnarsi.
19. Cosa consiglieresti alle giovani donne lettrici di Cartusialover attratte dalla vocazione certosina?
Ascolta il tuo cuore e “Non avere paura”!
La comunità è così adorabile che ti aiuterà ad ascoltare la voce di Dio, a discernere la Sua volontà per te senza alcuna pressione. Sarai ampiamente ricompensata se vai con il cuore aperto a dare tutto e e ricevere molto di più.

Grazie

Testimone di un’eruzione

11 tarfaglioni foto
Cari amici, il titolo dell’articolo odierno fa riferimento ad un’eruzione vulcanica, ma di quale vulcano si tratta? E chi è questo testimone?
Il vulcano in questione è il Vesuvio, ed il testimone un monaco certosino.
Il Vesuvio è noto soprattutto per la sua eruzione nel 79 d.C. che portò alla distruzione delle città romane di Pompei ed Ercolano. Il 16 dicembre 1631, dopo 492 anni, 6 mesi, e 17 giorni , scoppiò di nuovo rimanendo attivo fino al marzo 1632. L’eruzione del 1631 è la seconda eruzione più catastrofica dopo quella del 79, poiché seppellì molti paesi sotto flussi di lava e uccise almeno 4000 persone.
La terribile eruzione del Vesuvio, che avvenne il 16 dicembre del 1631 ebbe un testimone d’eccezione, ovvero un padre certosino della certosa di san Martino a Napoli. Egli da una posizione di osservazione privilegiata, come la sua cella che si affacciava sul golfo ed aveva di fronte il temibile vulcano, ebbe modo di registrare quanto accadde. Ma chi era questo certosino?
Dom Severo Tarfaglioni, nativo di Napoli, fece la professione solenne nella certosa della sua città, per questo motivo talvolta è conosciuto anche come Severo di Napoli. Egli trascorse la sua vita monastica dedicandosi allo studio della storia dell’Ordine, e per questo fu lodato da Dom Benedetto Tromby. Fu trasferito nella certosa francese di Port Sainte Marie, laddove terminò i suoi giorni nel gennaio del 1642.
Egli, come vi dicevo, su richiesta del suo Priore Dom Macario Monno stilò, in un manoscritto, una cronaca dettagliata del terribile evento della eruzione del Vesuvio, risultando essere uno dei testi più importanti ed analitici esistenti. Questo manoscritto è ora conservato tra le carte di Peiresc presso la Bibliothèque Inguimbertine di Carpentras in Francia, dove è incorporato in un volume di manoscritti intitolato “Osservazioni di varie meraviglie naturali. Invenzioni …Istruzioni per curiosità”.
Dom Severo, nella compilazione dimostra tutta la sua erudizione, frutto di studi e ricerche, egli divide il manoscritto in tre sezioni. Nella prima dimostrando la sua profonda conoscenza classica ci offre una storia dettagliata del vulcano e di tutte le sue precedenti eruzioni, richiamando testi antichi. Nella seconda parte vi è una cronaca minuziosa degli accadimenti, giorno per giorno, da martedi 16 dicembre 1631 data dell’eruzione a venerdi 2 gennaio 1632. Dom Severo annota tutto ciò che accade in città relazionando sui comportamenti della popolazione, e cita le processioni, le preghiere e la notoria esibizione del sangue di San Gennaro. Questo diario fornisce anche un resoconto dettagliato degli eventi geologici- terremoti, eruzioni, colate laviche e dei fenomeni meteorologici. L’autore riporta le testimonianze di numerosi testimoni, nonché le sue personali osservazioni dalla certosa di San Martino, da dove aveva una vista incomparabile sul Vesuvio.
Nella terza sezione, in conclusione, egli espose la sua idea sulla causa dell’eruzione, considerando il Vesuvio come una “bocca dell’inferno”. Questa teoria ereditata dal Medioevo, è in contrasto con le idee più moderne di altri studiosi del tempo, in particolare da Peiresc, possessore del manoscritto.
Dom Severo completò il manoscritto il 27 marzo del 1632.
Trasferitosi in Francia, Dom Tarfaglioni, prima di morire, ebbe cura di inviare tutti i suoi fogli manoscritti alla certosa di Napoli, dove aveva fatto la sua professione. Dopo la sua morte, per le sue brillanti doti, gli fu concessa una messa de Beata in tutto l’Ordine. La morte di questo illustre certosino è registrata nel Capitolo del 1643.
Ma che fine fece questo testo?
Nel catalogo della biblioteca di San Martino – dopo che la certosa fu trasformato in museo – non fu trovato nessun testo attribuibile a Dom Tarfaglioni. Il manoscritto, non sappiamo come, entrò in possesso di Nicolas-Claude Fabri, signore di Peiresc [1580–1637] e consigliere nel parlamento di Aix-en-Provence, Peiresc è considerato uno dei grandi studiosi degli inizi del XVII° secolo.
Ma ora voglio inserire in questo articolo, alcuni stralci significativi della cronaca di quei giorni:
14 ottobre 1631 Il preludio

Domenica li 14 di Ottobre fù una gagliarda, e furiosa tramontana che appena si poteua per il claustro caminare facendoci venire le vesti in faccia il vento. La notte s’acquietò il vento. Lunedi li 15 fù il meglior tempo che si hauesse potuto desiderare in staggione d’inverno, tranquillo, e chiaro con lucido sole; et successe la notte simile con lucenti stelle aspettandosi giorno eguale, quando verso le quattr’hore della notte secondo l’horologio d’Italia incominciorno à sentirsi scosse della terra nelle terre, et casali intorno il monte, et in Somma doue sta la nostra Grangia furno numerati 36 terremoti insino alla matina da un’ nostro converso Fra Carlo che iui staua, quanti apunto hò trouati stampati dopò, et nell’ultimo che fù alle 12 hore et mezza fù uno più gagliardo con tre rimbombi quando scoppiò la terra nella falda del monte à basso verso il mare un miglio sopra Resina. Qui nel nostro monastero non si sentì cosa alcuna essendo stato io vegliante insino dopò le 11 hore, se bene in Napoli s’era inteso come un vento scorrere sotto terra, come in alcune relazioni ho letto.
16 dicembre 631 L’eruzione

Martedi dunque li 16 di Ottobre del 1631 s’aperse la prima bocca del fuoco nel luogo detto, dalla quale non vedendosi fuoco incominciò con gran violenza ad uscire fumo oscuro et denso come di pece, et solfo, il quale con gran impeto alzandosi in alto à globo, e globo veniua à formare un grande, et grosso pino apunto come fù descritto da Plinio giovane, et in breue tempo superò la sommità istessa del monte, fratanto uscì il sole, et essendo tempo chiaro et sereno riflettendo i raggi in quella gran mole fumosa faceva bella vista à riguardarsi. Uscivano dalla voragine col fumo di quando in quando tuoni, e saette che si vedeuano da qua sù come fauille scintillare in una gran fucina con rimbombo come d’Arteglierie, et per la concussione tutte le vitriate, e porte stauano in continuo tremore, che durò insino à notte…
Venuta la notte del martedi la quale sarà sempre memorabile et mai si scorderà da chi la vidde si vedeuano in horrida oscurità lampeggiare tuoni, et sfauillare saette dall’accesa voragine apunto quando cascano dal cielo nelle maggiori tempeste, et simili à lingue lunghe di fuoco come si sogliono pingere le saette che cascano dalle nubbi; ma erano si spesse che pareuano continue coruscationi et non hauendo cosa humana alla quale più viuamente le possi assimigliare, pareua più presto bocca d’inferno che altro…
Per tutta questa notte che fù oscurissima, et piena più d’ogn’altro d’horrore da qua sù non si sentiua altro per la città che suono di campane, strepiti et voci di litanie che si faceuano dalle processioni per ogni parte. Io facendomi forza di volere un poco dormire, ben che con timore che douesse essere l’ultima notte per me, essendomi quanto più meglio seppi raccomandato à Dio, e messomi in letto, non fù possibile per li frequenti terremoti che questi ad ogni quarto d’hora scoteuano la cella, et il letto à modo di culla, pigliar’ un poco di sonno, et dopò le quattr’hore e mezza per la stanchezza serrati un poco gli occhi, alle 5 hore fù un terribile, e lungo terremoto, che all’infretta mi constrinse saltar fuori dal letto, temendo all’hora all’hora mi cascasse adosso la cella, et così me ne andai subito in chiesa, doue mi posi con gl’altri che vi trouai e tra essi il Padre Dom Giuseppe Caudino Priore di Roma il giorno istesso qui arriuato, à fare oratione auanti il S.S.mo Sacramento. Nell’andare che feci alla chiesa si sentiva una puzza di solfo, et era gran vento, et erano cessati di vedersi quelli lampi, et corruscationi uscire dalla voragine del monte. Prima delle 7 hore si cominciò il matutino, il quale si disse con gran divotione, et grauità, che non mi ricordo essersi cantato un’altro simile con tanta compuntione (tanto fà la morte, ò afflizione presente). Dopò il quale ritornando in cella poco prima delle 9 hore si vidde per ogni banda insino alle porte delle celle una couerta di minuta, et quasi impalpabile cenere quanto può essere la grossezza d’un foglio di carta, et era cosi crassa, e tenace che s’attaccò per le colonne, et angoli dei marmi delle porte, che sino ad’hoggi vi stà attaccata, et dalle statue et marmi lauorati, ne per venti, ne per pioggia si è potuta staccare. Mentre si disse il matutino furno tre gagliardi terremoti.

17 dicembre 1631
La processione delle reliquie e la apparizione prodigiosa di san Gennaro

Fatto il giorno di mercoledi li 17 dicembre…. Alle 21 hore si ordinò la Generale processione, la quale uscendo dall’Arciuescouado, e stando per uscire la testa et sangue del glorioso protettore S. Gennaro, essendo il tempo oscuro, et caliginoso, si vidde in un’ subito apparire un’ non sperato, et insolito splendore da quelli che stauano dentro la chiesa, quali rallegrati e molti alzando gl’occhi sopra al soffitto, verso la vitriata sopra la porta maggiore donde spiccaua la luce, viddero corporalmente il Santo martire in habito pontificale che con la destra benediceua il suo deuoto popolo, onde incominciorno à gran voce a gridare miracolo miracolo. Quest’apparitione li hanno testificata molte persone graui, e degne di fede, et alcune con lacrime all’occhi, e stanno disposte à deponerla con giuram[en]to in giuditio sempre che ne saranno richieste. S’inuiò la processione fuora la porta capuana, doue arriuate le sante reliquie à vista aperta del monte, l’Eminentissimo Arciuescouo prese in mano le carrafine del pretioso sangue, et con esse fè più volte il segno della S. Croce verso l’incendio, e quell’infocate nubbi che veniuano sopra la città, et qui si vidde, come molti scriueno, nuouo miracolo che alla vista del sangue, et al segno della croce si squarciorno, et dispersero le nubbi dense et oscure, et comparue il sole che diede con la sua luce dopò tante tenebre consolatione, et allegrezza à tutti; et rischiarandosi appresso il tempo comparue l’arco celeste, ò iride, che haveva un’estremo del mezzo circolo verso la porta Capuana, et l’altro verso il monte, et quando io il viddi mi ricordai di quell’altro che fù dopò il generale diluvio dato in segno di Pace, pigliai gran fiducia che s’era placata l’ira di Dio sopra noi per i meriti del glorioso protettore S. Gennaro.

Potrei continuare nel raccontarvi la affascinante cronistoria di quei tragici giorni, ma ora vi propongo la fine del manoscritto, con le considerazioni ed i ringraziamenti del nostro certosino, che ho voluto ricordare in questa sua splendida opera, caduta nell’oblio.

Ho fatto quanto ho possuto, et saputo in descriuere se bene rozzamente quello che Vostra Paternita m’ha imposto, dove se non trouà quell’eloquenza, et doctrina, che desidera, mi tenghi per scusato, che io volentieri mi sarrei ritirato da tal impresa che eccedeua il mio ingegno, ma per non saper venire meno alle supplicate sue instanze mi son posto à scrivere queste cassature. Mi perdoni se non sono come s’aspettaua, et facendoli riuerenza, et pregandoli dal cielo ogni suo vero consenso, con la buona futura Pasca finisco.
Da San Martino, li 27 di marzo 1632.
Di V. P. M. V( “Vostra Paternità Molto Venerabile”).
Affettuosissimo servo nel Signore
Dom Severo di Napoli Certosino

Un raro video della certosa di Aula Dei

Aula dei

Nell’articolo di oggi, vi propongo un breve video che rappresenta una vera chicca. Questo filmato mi è stato segnalato da un amico lettore, ed io lo offro a voi. Trattasi di un cortometraggio realizzato nel 1947 dal cineasta amatoriale Guillermo Fatás, padre di due fratelli monaci certosini nella certosa di Aula Dei di Zaragoza. La peculiarità di questo breve filmato, sono le rare immagini dell’ interno della certosa, ma soprattutto il montaggio con le scene della vita mondana e frenetica del genere umano, a cui si contrappone la quiete monastica. Ad oltre settanta anni da quelle immagini, il contrasto ci appare ancora molto attuale.

Godiamoci il fascino di questi fotogrammi, tremolanti e con scarsa risoluzione, ma davvero rari.

Buona visione….

Da Dom Antão Lopes un messaggio per la pandemia

stat vs covid

Negli ultimi mesi dello scorso anno, vi ho raccontato e testimoniato con interviste, testi audio, e video, la chiusura della certosa portoghese di Santa Maria Scala Coeli di Evora. Una storia che ci ha rattristato tanto.

Ma da quel 3 novembre scorso, giorno del trasferimento degli ultimi quattro certosini non vi ho più parlato di loro. Ebbene, un giornalista della rivista portoghese “Expresso“, ha provato a scrivere una missiva a Dom Antao Lopes, l’ex Priore della soppressa certosa chiedendogli le sue condizioni in questo terribile periodo di pandemia. Inaspettatamente, ha ricevuto una risposta che è stata pubblicata sulla rivista per cui lavora, e che io oggi vi propongo, tradotta dal portoghese.

Dom Antao Lopes

Facciamoci confortare dalle sagge parole dell’anziano certosino.

Noi, i quattro certosini di Scala Coeli, restiamo così giovani o così vecchi come quando eravamo a Évora. Due spagnoli (ed il portoghese), nonagenari, si trovano alla Certosa di Montalegre, vicino a Barcellona. Così ben curati e, quindi, così sani, come in Évora. Ed io, con più di ottant’anni, sono tornato alla mia certosa a Burgos, che avevo lasciato 66 anni fa. Ugualmente ben conservato… Noi siamo capaci di “durare”. Un mio co-novizio spera di compiere 100 anni questo novembre, se il virus non lo trova: vive nascosto nella cella. In Spagna ci sono circa ottocento conventi di clausura. Di loro, solo quattro (tre delle Clarisse, uno dei Carmelitani) hanno lasciato entrare il virus. La domenica delle Palme non c’era ancora nessun defunto. Vantaggi della clausura! Questo ci rassicura.

Hanno trascorso alcuni giorni di “ritiro” con noi. Abbiamo sempre rifiutato, in modo da non perdere il nostro ritiro. Lo dico perché molte persone ci invidiano. Certo, una settimana è facile. Ma hanno trascorso molte settimane. Ancora meglio! Iniziare costa, come mi è costato il noviziato. Ma con il passare del tempo, ci abituiamo a tutto. Penso, quindi, che per molte persone questa esperienza sarà una scoperta positiva. È già troppo se scoprono se stessi, sostenendosi più di prima.

Posso dirvi il nostro segreto, ciò che ci rende non solo rassegnati, ma anche felici nella nostra solitudine, nelle nostre celle. Direi che ci sono due consigli, uno esterno e l’altro interno. Innanzitutto, essere sempre occupato. Il monaco deve spazzare la sua cella, lavare i suoi vestiti, riparare, segare il legno che brucia; (abbiamo provato, secoli fa, a cucinare ognuno, ma per alcuni questo era un pericolo di morte, per fame o avvelenamento). Tuttavia, quando parlo di occupazione, mi riferisco alla preghiera e alla lettura. Dedichiamo un terzo della giornata al lavoro ed un altro terzo alla vita spirituale.

Alcuni suppongono ciò che intendo, altri non sospettano nemmeno. Il certosino non è solo, non vive da solo. Né è sufficiente la fede nell’esistenza di un Dio. È necessario ricordare la presenza di Dio. Ora, quando ci si pensa, la solitudine cambia, la solitudine cambia da deserto a paradiso. Dio basta, con Lui non abbiamo bisogno di nessun altro.

Commenterò una delle notizie che stiamo ricevendo: il divieto o l’impossibilità della liturgia eucaristica per il popolo di Dio. Ora noi, i certosini, non abbiamo Gesù Sacramento nelle nostre celle (come alcuni parroci nelle loro case), perché viviamo dalla fede nella presenza di Dio nelle nostre anime. E quella presenza ci rende felici. I cristiani cercano di vivere nella grazia di Dio e Lo sentiranno in loro, nei loro cuori. Forse dirò una barbarie, ma non è mia, è una citazione letteraria: ‘Non mi sono mai sentito più solo di quando ero con gli uomini.’

Soluzione al problema della solitudine…Al contrario, credere e sapere che Dio è in me, nella mia anima, è un’idea che non fallisce. Ovviamente, funziona meglio quando abbiamo la coscienza pulita. Ma anche quando dubitiamo di noi stessi, leggiamo nella Scrittura che “anche se il nostro cuore ci condanna, Dio è più grande del nostro cuore”. Significa che, in compagnia di Dio, non siamo soli e con Lui siamo felici.

Quando ci hai scritto, hai ripreso il nostro motto che “il mondo continua a girare, ma la croce rimane” e hai detto che ora anche il mondo si è fermato. Questa tua idea è originale. Altri scrittori hanno confrontato la clausura dei monaci con l’attuale confinamento di tutti. La tua allusione all’arresto, ci fa pensare ad un altro aspetto della crisi, che può essere utile. Per me, che sono spagnolo, l’idea è più chiara, perché ciò che in Portogallo si chiama “disoccupazione”, la tragedia temuta per ora, qui si chiama “paro obrero” (interruzione del lavoro). La disoccupazione riceverà un aiuto economico statale. Il “paro” non ha medicina vitali per gli umani, necessaria per la salute psicologica. Anche con i sussidi, il “paro” sarà un dramma per molti, specialmente per i giovani, tanto o più di questo confinamento forzato, con cui hanno imitato la libera clausura dei certosini.

Vorrei dare un consiglio: impegnatevi ad aiutare gli altri. C’è il volontariato, c’è la Caritas. Forse il mondo bloccato, ma impegnato ad aiutare, può portare meglio la Croce che, come noi, i certosini, ricordiamo, Dio ha messo sopra il mondo.

Stat Crux Cartusialover

 

Dalla Corea un nuovo film

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Visione satellitare della certosa

Carissimi amici lettori di Cartusialover, ho il piacere di annunciarvi una lieta notizia. Lo scorso mese di dicembre la tv nazionale della Corea del Sud, KBS, ha mandato in onda un documentario dal titolo “La casa alla fine del Mondo”. Un dettagliato ed interessantissimo reportage sulla certosa Nostra Signora di Corea , diviso in tre parti, trasmesse il 19, 25 e 26 dicembre, della durata complessiva di circa tre ore! Un vero capolavoro realizzato a quindici anni di distanza da “Il grande silenzio” girato nel 2005 da Philip Groning nella Grande Chartreuse. I produttori hanno trascorso del tempo all’interno delle mura certosine, contemplando e meditando sulla vita monastica degli undici monaci di varie nazionalità che abitano la certosa. Sono state catturate splendide immagini in alta definizione, il tempo che scorre lento e che vede l’avvicendarsi delle stagioni sotto lo sguardo silenzioso e contemplativo dei certosini. I silenzi assordanti, accompagnati dai rumori naturali che squarciano la quiete della solitudine in cella, splendidi inoltre i pochi momenti comunitari ed i pochi dialoghi ripresi con estrema discrezione. Una meraviglia!

Situata in un luogo remoto ed isolato ai piedi della valle montana del Sangju, Gyeongbuk, nella certosa, si svolge la vita dei monaci che perseguono la verità dell’eternità in uno spazio ristretto scelto da loro stessi. Come sappiamo, vivono in un profondo silenzio, e ciò ci offre l’opportunità di riflettere sul significato vero della vita. Attualmente vi sono 11 monaci. Tra questi, sei sono Padri di cui due coreani un francese, uno spagnolo, un tedesco ed un croato I cinque Fratelli conversi sono tre coreani, un tedesco ed uno spagnolo. Sorprendentemente questo film è stato concepito per il mercato asiatico, di sicuro per portare a conoscenza la vita monastica certosina in quel continente, e magari per reclutare nuove vocazioni. Fin qui vi ho esposto una descrizione di questo nuovo film dedicato alla vita certosina, ma voglio esporvi le mie intenzioni per poterne condividere la visione con voi tutti. Oggi vi propongo solamente un breve trailer, ma in un prossimo articolo vi offrirò degli estratti, che dividerò in tre articoli che saranno pubblicati ad Aprile, a Maggio ed a Giugno. Per ora solo estratti, in attesa di ricevere le autorizzazioni dalla KBS per poter eventualmente diffondere a scopo divulgativo l’intero film. Speriamo che ciò possa realizzarsi al più presto. Va detto che il film è in coreano con sottotitoli coreani, pertanto i pochi dialoghi restano incomprensibili a tutti coloro che non conoscono questo idioma asiatico. Ma le sole immagini sono un vero tesoro.

Pertanto già da oggi voglio fare un appello a tutti voi lettori ed ai vostri amici o conoscenti, che vogliano collaborare, a titolo amichevole, con la traduzione dei testi del video dal coreano ad una lingua europea (inglese, francese, spagnolo, italiano, portoghese) per consentire una maggiore comprensione e conseguente diffusione e divulgazione al fine di far conoscere sempre più l’Ordine certosino in tutto il pianeta.

Chiunque voglia e soprattutto sia in grado di tradurre può contattarmi al seguente indirizzo di posta elettronica: cartusialover@hotmail.it

Ora largo ai trailer!

Trailer parte prima

Trailer parte seconda

Trailer parte terza

 

 

Dom Dysmas de Lassus sugli abusi in religione

Dom Dysmas e la Grande Chartreuse

Dom Dysmas e la Grande Chartreuse

Cari amici, apro questo mese di marzo con una preziosa intervista rilasciata dal Priore Generale Dom Dysmas de Lassus, al sito francese cristiano d’attualità “La Vie”. Dom Dysmas ha ricevuto “La Vie” alla Grande Chartreuse, a pochi giorni dall’uscita di un suo libro, frutto delle sue riflessioni sugli abusi nelle comunità religiose. Per ora vi propongo l’intervista integrale, tradotta dal francese rilasciata lo scorso 11 febbraio alla giornalista Sophie Lebrun che pone interessanti quesiti al Priore certosino, il quale risponde con il suo stile su temi molto delicati.
Già questa intervista sembra una pietra miliare, immaginiamo cosa sarà il contenuto del libro!
Essendo il testo molto lungo ho suddiviso in due articoli l’intera intervista. Buona lettura.
La neve si fa attendere, quest’anno. A malapena imbianca le falesie del Grand Som, che si slancia verso il cielo culminando a 2026 metri. Ai suoi piedi, i numerosi edifici del monastero della Grande Certosa, muri bianchi sovrastati da tetti grigi, si annidano in un angolo della vallata. Malgrado i numerosi cartelli “zona di silenzio” scritti sotto lo schizzo di un monaco, i colpi di martello su barre di ferro risuonano da una parete rocciosa all’altra. «Siamo in un edificio dichiarato monumento storico: ci sono sempre dei lavori…», spiega Dysmas de Lassus, ministro generale dei Certosini, che ci accoglie davanti al grande portale rosso del suo monastero. Fatto eccezionale, l’uomo dal saio bianco e dalle folte sopracciglia ci accompagna oltre la scritta incisa in nero su una targa in legno: “Il monastero non si visita”. Penetriamo nella Grande Certosa. Una volta dall’altra parte della enorme porta di legno dall’impressionante serratura – «Anch’essa dichiarata monumento storico», accenna il priore divertito – dobbiamo fermarci. Davanti a noi un giardino con vialetti di ghiaia contornati da siepi di bosso, che conduce a un immenso edificio di quattro piani. In certe famiglie della regione si raccontano ancora le visite lungo i misteriosi corridoi, abbandonati, quando – nella prima parte del XX secolo – i frati erano in esilio in Italia dopo essere stati cacciati dallo Stato francese. Non avremmo attraversato quei quattro cardini arrugginiti fissi nella pietra squadrata. «La clausura comincia qui», si scusa don Dysmas, tanto piú desolato in quanto una donna non può assolutamente oltrepassarla, laddove per un uomo ci sarebbe stata una chance…
Bisognerà accontentarsi delle parole, eccezionali, di questo religioso normalmente dedito a una vita di solitudine e di silenzio. Seduto nel faldistorio di un salone grazioso, sotto lo sguardo di san Bruno, fondatore del luogo e dell’ordine certosino, Michel de Lassus, che ha scelto come nome di religione quello del Buon Ladrone del Vangelo, rilascia a La Vie una lunga intervista in occasione della pubblicazione del suo libro, Risques et dérives de la vie religiose (Cerf).

Perché esce dal suo silenzio?

Non “ho” deciso di parlare, né di scrivere, sugli abusi nella vita religiosa: questa cosa mi si è imposta. Dopo essere diventato priore della Grande Certosa, nel 2014, ho intrattenuto uno scambio epistolare che mi ha condotto a incontrare una donna in difficoltà; sono stato toccato dalla sua testimonianza. Ne ho lette altre, e ancora altre vittime mi hanno sollecitato per dei colloqui. Nella nostra regola si trova specificato che noi non facciamo direzione spirituale: difatti non è quanto ho fatto, però ho potuto essere una persona in ascolto per coloro – principalmente delle religiose o delle ex suore – che non avevano trovato orecchie attente. Davanti alla coerenza tra i racconti di abusi in comunità molto differenti, ho progressivamente preso coscienza che siamo davanti a un problema considerevole.

Siamo dunque di fronte a una situazione storicamente rilevante?

La Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica indica che, nel 2018, il 3,8% degli istituti nel mondo è toccato da una visita apostolica e dunque presenta motivo d’attenzione. Un dato che è al contempo piccolo… e grande; se non bisogna dire che va tutto male, esso resta elevato in misura anomala. Gli abusi spirituali non sono cosa di ieri – sono cosa umana e sono sempre esistiti –, ma non vedo un periodo in tutto simile a quello che viviamo. C’è, in effetti, la scoperta di un aspetto totalitario nei fenomeni coi quali ci troviamo a confrontarci. Si è molto parlato della questione degli abusi sessuali su minori – è una benedizione che si sia usciti dal silenzio, a tal riguardo –, al punto che per questo specifico aspetto penso che possiamo essere fieri della Chiesa in Francia e del modo in cui essa reagisce. Non lo avrei detto, prima del 2019… Il campo delle violenze sessuali su persone adulte in contesti ecclesiali resta meno noto. Quanto a quello degli abusi spirituali, esso è poco compreso e difficile da apprendere.
La mia riflessione ha incontrato quella di altri responsabili religiosi in Francia. Presidente della Conferenza Monastica di Francia, il padre abate dell’abbazia di Maylis, François You ha posto in essere due anni di studî sugli abusi, nel 2016 e nel 2017, essendosi egli stesso trovato a confrontarsi col problema. Quest’ultimo anno, egli ha proposto che l’assemblea regolare dei superiori monastici si tenga alla Grande Chartreuse perché io potessi assistervi. Non eravamo pronti a ricevere quaranta persone tutte insieme! È stato un momento di confronto importante per una presa di coscienza generalizzata. Mi ricordo delle parole d’introduzione di François You: sono i superiori di comunità che hanno creato le situazioni di abuso, non sempre avendo cattive intenzioni. Forse siamo tutti minacciati da codesto cancro, dunque sarà meglio sapere di che cosa si tratta.

Quali sono i sintomi di codesto “cancro”?

Codesta malattia è resa visibile anzitutto dallo stato di quante e quanti lasciano la vita religiosa a pezzi, distrutti. Ho sentito da parte loro questa terribile frase: «Non so piú chi sono». È totalmente anormale! Ci sono alti e bassi, nella vita religiosa (come in tutte); ma quando si esprime che non si trova piú il senso della vita, l’urgenza della situazione dovrebbe balzare alla vista.
Essendo stato per vent’anni maestro dei novizi, mi è capitato di confrontarmi con un giovane religioso preso da pensieri suicidiarî. La sera stessa l’ho mandato a stare con degli amici perché non restasse solo. Quando – raggelato dalla testimonianza di una donna che ha accompagnato delle suore alla loro uscita da una comunità – tutte, con la sola eccezione di una, avevano avuto l’idea di mettere fine ai loro giorni – ho trasmesso l’informazione a dei responsabili in seno alla Chiesa per i quali ho stima da piú punti di vista… e non c’è stata reazione alcuna… Il livello di anestesia è colossale!

Quali sono le cause di questa malattia generalizzata?

La piú facile da identificare è una struttura piramidale costruita attorno a un superiore. Egli riceve tutte le informazioni e limita, o impedisce, il dialogo profondo tra i membri della comunità. La deviazione si colloca allora al livello del controllo. A questo può aggiungersi l’ingiunzione della trasparenza, un terreno scivoloso che sconfina nel controllo dei pensieri. José Rodríguez Carballo, segretario della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, sottolinea il rischio di un istituto che si considera al di sopra degli altri, insistendo su un ruolo di “salvatore della Chiesa” che avrebbe ricevuto.
Questi elementi possono sussistere in diverse gradazioni, e una gradazione va tenuta a mente; ma quando essi entrano nello spirito delle persone queste non possono piú lottare, a poco a poco esse perdono coscienza di cosa sia la discrezione – nel senso monastico del termine, vale a dire la facoltà di discernere, il potere di fare una scelta libera. Esse non sanno piú che cosa sia un’interiorità realizzata. Alcune si ribellano, davanti a questo; eppure, se una persona all’interno di una comunità deviante può percepire intuitivamente degli elementi, essa non può convincersi da sé. Da solo, uno finisce col dirsi che ha torto, che il problema è lui, che ha capito male; perché non può avere ragione contro tutti. E allora si abdica davanti agli altri, davanti all’autorità.

Nella vita religiosa il rapporto con l’autorità è importante. In che cosa sarebbe un segnale di rischio?

La maniera di esercitare l’autorità è spesso una faccenda di trasmissione. Giovane scout, poi ufficiale di riserva in quanto capo-sezione in montagna durante il mio servizio militare, da parte mia ho ricevuto dei punti di riferimento. È stato osservando dom André, mio priore per vent’anni, che mi sono forgiato nella materia. Noi Certosini abbiamo nove secoli di tradizione – è un’eredità pesante da portare, ma dà una stabilità che garantisce grande sicurezza. Nelle comunità nuove c’è maggiore libertà… ma non è piú facile. Spesso la struttura di controllo viene impostata per paura di perdere il potere, alla nascita dell’istituto. Ora, quando il fondatore o la fondatrice la pone in essere – non necessariamente con malafede – la seconda generazione la eredita: o la rimette in discussione, o la mantiene identica a sé stessa, reiterando gli errori del passato.

È difficile mettere in discussione la propria eredità…

Questa difficoltà si annida nel passaggio da un’avventura quasi famigliare, delle origini, a una struttura piú grande. Io vengo da un contesto marittimo e mi viene un’immagine che esprime bene questa realtà: fare della vela e comandare una portaerei non sono cose che si fanno alla stessa maniera. In un piccolo gruppo, si seguono le idee del fondatore e tutto si discute. Quando il gruppo cresce, non si può continuare. Diventano indispensabili capitoli tra membri e formazioni adatte per tutti; vengono espressi i pareri divergenti e il movimento di tutti diventa piú lento. Ciò permette all’autorità di restare sufficientemente decentralizzata, e lo spirito dell’istituto non è perduto. L’agilità degli inizî lascia il posto a un appesantimento delle strutture che in sé non è cosa cattiva: una portaerei pesa piú di una barca a vela, non ci si può far nulla! Di sicuro non basta piú che il fondatore o i suoi successori schiocchino le dita perché tutta la carovana si muova… ma è piú sano. Ogni potere deve invocare un contro-potere; l’espressione di contrappesi e di resistenze fa parte degli elementi di equilibrio.
Continua…

Ritorno a Medianeira

Certosa Medianeira

Per completare il rapporto epistolare circa l’esperienza del giovane brasiliano che vi ho raccontato nei precedenti articoli, ecco l’ultima lettera. Ma prima di leggerla, vi spiego brevemente cosa gli è successo, nel giugno scorso, dopo Farneta. Uscitovi con l’intento di ritornare dopo qualche settimana, il nostro amico fatto ritorno in patria per preparare la documentazioni e per salutare i propri cari, si è imbattuto in una serie di problemi tra cui le gravi condizioni di salute di suo padre. Ciò ed altri problemi burocratici gli hanno impedito di fare ritorno in Italia, il suo sogno di diventare certosino sembrava svanire definitivamente. Ma la sua tenacia e l’intervento della Provvidenza, hanno permesso che con il tempo si riuscisse a trovare una soluzione, ed ecco che il nostro amico è riuscito ad entrare lo scorso 17 gennaio nella certosa brasiliana di Medianeira. Prima di entrare ha voluto inviarmi questa missiva che vi offro.

Maria accolga il nostro amico

Maria accolga il nostro amico

“Ritornare a “Medianeira”

“confesso che non immaginavo che potesse succedere, il luogo, laddove in un certo modo è iniziato tutto. Ma anche non farebbe tanta differenza se fosse a Farneta, pero è più facile per la mia famiglia raggiungere nei tempi che sarà determinati per loro venire a trovarmi, per loro è molto più comodo. Ma comunque esiste un insieme di tante cose che si muove dentro di me, perché ritornare lì, e anche restare lì sarebbe come fare memoria di tutto quello che mi ha portato a desiderare questa particolare vita. La Medianeira è un cielo in terra, ma è diversa dalle Certose europea nel senso architettonico, è una costruzione moderna, ma molto semplice e modesta. Medianeira mi ha provocato delle cose che Farneta non mi ha provocato, e viceversa, ma la cosa più gioiosa dentro di me è pensare che ritornare in quel logo magari forse stato pensato da Dio, e quello sì ho la ansia di fare prima, la volontà di Dio.”

Questo è il mio piccolo pensiero, e scusa per il mio italiano, io non sono bravo”.

(Goiânia 2020)

Attendendolo al suo ritorno, preghiamo per lui.

 

San Bruno assisti il nostro amico

San Bruno assisti il nostro amico