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  • Memini, volat irreparabile tempus

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“Meditationes”

copertina

241. Quale donna è così impudente al punto di dire al marito: ” Và e cerca quel tale o un altro perchè io possa dormire con lui; egli mi piace più di te; così potrò trovare riposo”, Tu fai lo stesso nei confronti del tuo Sposo, quando amando un bene di questo mondo più di lui, glielo chiedi per te.

242. Abbandoni lo Sposo, cioè Dio, e ti attacchi al servitore, cioè il mondo. Dunque, quale che sia il male che ti giunge da quest’ultimo, o a causa di lui, non c’è nessuno che tu possa chiamare per avere aiuto.

243. Quando dici a Dio: ” Donami questo o quello”, è come se dicessi. ” Donami quelle cose mediante le quali poterti offendere o esserti infedele”. In effetti quando gli domandi un altro bene che non sia lui stesso, riveli, per la tua sola domanda,la tua colpa e la tua infedeltà nei suoi confronti, e non te ne accorgi neppure.

244. E’ lo stesso tipo di follia, o peggio ancora, quella di piegare le ginocchia davanti alle opere delle tue mani, e quella di abbassare il tuo spirito verso ciò che distruggi, cioè i sapori o le altre cose sensibili.

245. Vedi, tu vendi e prostituisci il tuo amore come si fa in una taverna, e lo distribuisci agli uomini, secondo la misura dei beni che periscono, poichè tu l’hai venduto a forme che sono esse stesse effimere, cioè i corpi, senza mai averne il contraccambio. In questa taverna nessuno riceve nulla, se non dà niente o se non permette qualcosa. E tuttavia, tu non avresti niente da vendere, se non l’avessi ricevuto gratuitamente dall’altro. Tu hai dunque ricevuto il tuo salario (Mt 6, 2). Hai costruito la tua csa come il tarlo (Gb, 27, 18), avendola edificata su fondamenta instabili e necessariamente caduche.

“Meditationes”

copertina

236. Il nome di Cristo è Gesù. Quando, allora, per una qualsiasi ragione perdi la volontà di salvare qualsiasi uomo, tu ti separi dalle membra di Cristo, cioè dal salvatore (Mt 1, 21)

237. Perchè non vuoi accogliere quel fratello? Perchè egli è pieno di collera e di tutti i vizi. Che Dio agisca allo stesso modo conte! Con la tua stessa bocca hai affermato che non devi abbandonarlo. “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati” (Mt. 9, 12). Se chiedessi a una madre perchè ha abbandonato suo figlio, e lei ti rispondesse: ” Perchè è debole e malato”, domandale se ella vorrebbe che il figlio facesse altrettanto con lei. Quando, poi, ella ti avrà risposto: “No”, continua: “Tu, dunque, hai odiato per una causa cattiva”. Lo stesso vale per il medico.

238. Noi desideriamo che i santi ci dispensino la preghiera, l’insegnamento, l’esempio. Anche noi dobbiamo procurare agli altri gli stessi beni, con zelo e bontà.Non aver voluto essere utile, significa aver arrecato danno, poichè il Signore ha detto: ” Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mt 19, 19). Tutti appartengono dunque a ciascuno, e ciascuno appartiene a tutti. Di conseguenza, chi non mi ama, commette un furto nei miei riguardi, poichè mi priva di ciò che Dio mi ha donato: il suo amore.

239. Altro è amare qualcuno perchè se ne ha bisogno per essere buoni e felici, ed è amare Dio; altro è amare qualcuno perchè si è buoni, e non per il bisogno che se ne ha, ed è amare il prossimo. Noi, in effetti, amiamo gli altri augurando loro ogni bene. Ora, chi non è buono con gli altri, non è pienamente buono o felice. L’infelicità ci rende cattivi nei confronti degli altri, ed essa nasce per il fattoche ci allontaniamo da Dio e amiamo questo poema effimero che è il mondo.

240. Ciò che per noi è più piacevole tra le realtà transitorie, è anche ciò che per noi è più morale.

Celebrazione di Ognissanti

Icona Bruno

Oggi 1 novembre si celebra il giorno di tutti i Santi, noto popolarmente anche come Ognissanti. Per questa occasione vi propongo un lungo ma gradevole sermone di Dom Andrè Poisson dal titolo:

“Che sete nella mia anima per il Dio forte e vivente!” (Bruno a Raoul)

In questa festa di Ognissanti, in un anno più specialmente consacrato a metterci alla scuola di San Bruno, mi è parsa interessante l’idea di cercare ciò che il nostro stesso Beato Padre lascia cogliere della sua santità, soprattutto nella lettera a Raoul le Verd. Perché preferibilmente in questa lettera? Perché Bruno, desideroso di toccare il cuore del suo vecchio amico, vi lascia parlare il suo cuore. La lettera è composta sotto il segno di una sottile alternanza tra il richiamo alle esigenze spietate della giustizia dell’Onnipotente e l’esposizione di ciò che vi è di seducente, in una vita tutta consacrata a Dio. Quando si lancia su questo secondo tema è evidente che Bruno non fa della retorica: in termini appena velati egli dice ciò che ha vissuto, ciò che vive ancora nell’istante in cui scrive.

Anche se il desiderare di convincere Raoul può indurire alcune affermazioni di Bruno, non sembra imprudente cercare di ritrovare il movimento profondo e sincero della sua anima in ciò che dice con tanto ardore di fiamma, per la bellezza della vita che conduce.

* * *

E’ facile ascoltare, così, Bruno confidarci il segreto della sua santità, poiché ciò è contenuto in tre paragrafi di una rimarchevole unità, ciascuno secondo una propria linea.

Il primo forma ciò che si può chiamare l’inno alla solitudine. Bruno, in termini non equivoci, ci racconta ciò che vive nel suo deserto della Calabria; a quattro riprese egli comincia la sua frase: Qui gli uomini ardenti … Qui si ricerca quest’occhio puro… Non è un’esposizione astratta che egli ci dona sui frutti spirituali della vita nel deserto. Sono considerazioni concrete, poi evocazioni rapide, quasi folgoranti, delle figure bibliche che sono per lui le illustrazioni più convincenti della luce che lo abita (cf. A Raoul 6).

Il secondo paragrafo – il più apertamente autobiografico – è il racconto della conversione di Bruno, nel giardino della casa d’Adam, in compagnia di Raoul e di Foulcoie le Borgne. I fatti sono ancora vivi nel cuore di Bruno come se li avesse appena vissuti. Egli ha ricevuto là un’impronta di Dio stesso che mai scomparirà (cf. 13).

Il terzo passaggio chiave, a nostro proposito, è quello in cui Bruno lascia intravedere la scottatura del suo cuore, fronte all’unico bene: “ Esiste un bene comparabile a Dio? Esiste un altro bene all’infuori di Dio?… Davanti allo splendore incomparabile di questo bene l’anima è accesa d’amore” (16). Come dubitare che Bruno, scrivendo queste parole, ci confidi qualche cosa del suo segreto?

* * *

La prima impressione che si prova, leggendo questi testi, è quella di trovarsi alla presenza di un’anima ardente e traboccante di sensibilità spirituale. Già l’insieme della lettera ce lo mostra animato di una tenerezza inesauribile per l’amico dei vecchi tempi, a dispetto degli anni e delle distanze.

Ma quando incomincia a parlare delle cose di Dio, egli non può contenere la sua emozione.

Si è anche colpiti di vedere il vecchio monaco, formato dalla rude disciplina del deserto, utilizzare liberamente il vocabolario dell’amore umano: quando vuole dire “quanto la solitudine e il silenzio del deserto donano ai loro innamorati utilità e godimento divino “, “Qui, continua, si ricerca quest’occhio puro e limpido di cui il chiarore guarda ferito d’amore lo sposo.” (6).

E non sono che delle figure femminili piene di tenerezza che egli evoca per illustrare, dalla Bibbia, il suo entusiasmo: Rachele la preferita, anche se ha poco dell’innocenza infantile; Maria di Betania, appassionatamente silenziosa ai piedi di Gesù; la bella Sunammita, che ha saputo riaccendere il cuore di Davide. Sole queste immagini sembrano, a Bruno, capaci d’esprimere la profondità dell’incontro con il Signore che egli esperimenta in solitudine.

E’ lo stesso uomo che si ritrova nel giardino d’Adam. La grazia lo colpisce all’improvviso nel corso di una conversazione sulla futilità dell’esistenza mondana ed eccolo, in un sol colpo, stravolto per sempre. Egli si dona totalmente e mai tornerà indietro, a differenza dei suoi compagni.

* * *

Pertanto Bruno non è un sentimentale che si lascia guidare da impressioni a fior di pelle. Altri hanno già notato quanto per lui la nozione di utilità sia importante. Non certo nel senso di un rendimento umano da conquistare, ma nel senso di una vita che deve portare autentici frutti divini.

Bruno è un uomo pratico. Per lui la via contemplativa non consiste nel nutrire flutti d’idee sublimi: si tratta di prendere i mezzi efficaci per giungere a Dio. Egli è perfettamente cosciente che la sua solitudine è il luogo dove “si abbandona ad un ozio assai occupato e ad una attività completamente rilassata. Qui, egli dice, in premio dello sforzo nella battaglia, Dio dona ai suoi valorosi la ricompensa attesa: la pace che il mondo ignora e la gioia nello Spirito Santo.”

Allo stesso modo, dall’istante in cui la grazia della conversione ha trafitto la sua anima, egli non tergiversa. Le decisioni concrete seguono immediatamente: lasciare il mondo, prendere l’abito monastico, mettersi alla ricerca delle verità eterne. La scelta è fatta: egli si lega con un voto.

Non è un eco di questo movimento radicale verso l’assoluto che si trova nel crescendo così rapido del suo esposto sul desiderio dell’unico bene? Presentarsi davanti al volto di Dio, non vi è che quello di veramente utile (cf.16).

* * *

Un’altra dominante del movimento interiore di Bruno è l’evidenza che lo abita della vanità di tutte le ricchezze terrestri, di tutti gli effetti in cui il successo umano fronteggia la pienezza traboccante che si trova in Dio. La sua vocazione, egli dice, consiste nel “ lasciare il secolo fugace per mettersi alla ricerca delle realtà eterne” (13).

Tutta la lettera indirizzata a Raoul è costruita secondo questo schema di pensiero. Spontaneamente Bruno vi è ritornato, non solamente poiché considera l’argomento adatto a convincere il suo interlocutore, ma molto più, forse, poiché egli non vive che di ciò, dal giorno in cui egli stesso ha ricevuto la chiamata. Questo stesso itinerario è da lui descritto quando evoca le sue occupazioni in solitudine: “Qui agli uomini ardenti è permesso, tanto quanto desiderino, di rientrare in sé stessi, di dimorarvi, di coltivare senza riposo i germogli delle virtù e di nutrirsi con gioia dei frutti del paradiso” (6). Bruno è stato definitivamente sedotto dalla bellezza, dalla bontà divina nella quale egli trova grande pace e non può comprendere la situazione di lacerazione interiore del suo amico: “Non è una pena orribile e inutile essere tormentati dai propri desideri, straziarsi d’affanni e d’angoscia senza posa, nel timore e nel dolore che generano questi desideri?…Fuggi dunque, o mio fratello, fuggi tutti questi turbamenti e queste inquietudini e passa dalla tempesta di questo mondo al riposo e alla sicurezza del porto” (9). Anche tenuto conto dell’esagerazione letteraria di queste affermazioni, è certo che Bruno si considera come privilegiato d’aver trovato il suo riposo nel segreto del volto di Dio.

* * *

Fermiamoci, infine, ad un ultimo aspetto dell’attitudine interiore di Bruno. Di fronte alla realtà incomparabile di Dio egli non pensa più a se stesso. Per tutto il corso della sua lettera, egli rimane preoccupato per i pericoli spirituali incorsi dal suo amico, ma lascia sgorgare il suo entusiasmo di fronte alla pienezza infinita dell’Onnipotente. Ad eccezione di una corta frase per deplorare le sue miserie interiori, sembra che Bruno si sia totalmente dimenticato (cf.3). Egli non è più in nulla centrato su sé stesso.

La contemplazione di Bruno è pura; essa è rivolta verso la realtà di Dio e non sulle opere, pur le più meravigliose che egli potrebbe compiere nella sua anima. Troppo sovente, in noi goffi debuttanti, la preghiera è un modo distratto di occuparci di noi stessi: sotto il pretesto di essere attenti a progredire verso la perfezione, Dio rischia di essere soprattutto il benefico fattore che plasmerà la nostra santità personale. Non vi è traccia di questa debolezza in Bruno.

Per lui non vi è niente di così giusto e di così utile che d’amar il bene, l’unico Bene (cf.16).

* * *

Possiamo, al termine di questa breve lettura della lettera a Raoul, farci un’idea della fisionomia di San Bruno? E’ un uomo “afferrato dall’Unico”, come dirà uno dei suoi amici dopo la sua morte. Con tutta la fiamma del suo cuore egli vuole fare opera utile, vale a dire cercare il volto di Dio, acquisire lo sguardo puro e semplice al quale si rivela l’Altissimo. Egli lo fa in un movimento di grande amore per i suoi fratelli, ma nel desiderio vigoroso di liberarsi di tutte le costrizioni di questa terra che non sono ordinate a questo scopo.

Anche se questi tratti ci permettono di abbozzare un volto molto caratteristico del nostro Padre, riconosciamo pure che grandi zone della sua fisionomia restano evanescenti. Che sappiamo, per esempio, del posto di Cristo, della sua morte e della sua Pasqua nella preghiera di Bruno?

Molte altre questioni analoghe potrebbero sorgere, alle quali, gli scritti lasciati da San Bruno stesso, non recano risposta.

E’ dunque una sorta d’icona stilizzata del nostro Beato Padre che la Provvidenza ha voluto esporre al nostro amore e alla nostra devozione. Tutto il resto lo si attinge nel patrimonio generale e non costituisce parte essenziale dell’apporto di Bruno, figlio obbedientissimo della Chiesa. Lasciamoci, dunque, semplicemente modellare da questa icona che è portatrice del senso perpetuo del nostro posto nel Corpo di Cristo.

Amen.

Ognissanti 1983

“Meditationes”

copertina

231. E’ un vizio occuparsi dei peccati degli altri, ed è ugualmente un vizio non curarsene. L’uno e l’altro, però, diventano una virtù, se vi si aggiunge la volontà di correggere. Togli l’amore e rimarrà il vizio.

232. Occorre impegnarsi,non tanto perchè gli uomini non abbiano più la possibilità di peccare, quanto perchè essi non lo vogliano più. Infatti, degno di lode non è colui che non può peccare, ma colui che non vuole peccare. Ora, se la volontà di peccare è già peccato, nessuno può trattenere l’uomo dal peccare, salvo colui che può fare in modo che l’uomo non voglia più commettere il peccato, cioè Dio solo. Piaccia a Dio che non potessimo più voler peccare, poichè allora non potremmo peccare!

233. Potente impotenza quella di non poter volere il male! Dio è onnipotente, poichè non può volere il male. Impotente potenza quella di poter volere ciò che è nocivo per noi: più noi lo vogliamo e più noi siamo deboli e sottomessi ai nostri nemici.

234. La più grande di tutte le opere dell’uomo è di volere ciò che deve. Più lo vuole e più lo raggiunge. Quanto più lo desidera, tanto più vi riesce. Infatti, volere il bene, significa raggiungerlo. Ora, il vero bene è la giustizia, il vero male l’iniquità.

235. Non condividiamo la gioia o il dolore di coloro che stimiamo felici o infelici. Ora, noi giudichiamo felici, o infelici, quanti godono o meno dei beni che noi reputiamo buoni e degni di essere amati. Così chiunque condivide la gioia di coloro che godono dei beni effimeri, o la pena di quanti ne sono privi, è certamente esente dalla gelosia, ma ritiene degni di essere amati dei beni che sono destinati a perire.

Nobiltà spirituale seconda parte

5

Ecco a voi la seconda parte. Buon completamento di lettura.

Il Salvatore dice sono beati i poveri di spirito, che non sono attaccati alle cose di questo mondo e non vogliono avere nulla, ma loro non hanno il cuore chiuso all’orizzonte di una ricchezza terrena : aprirlo verso il cielo. Essi sono in attesa per i privilegi dei primi posti, o la fortuna di vantaggi: essi non cercano sembrano grandi agli occhi di tutto il mondo sanno che sono nulla davanti a Dio, che distribuisce l’umile sua ricchezza e svela i loro segreti. Fu per avvertirci che Cristo pronunciò queste minacce: “Guai a voi, ricchi! perché hai la tua consolazione in questo mondo!Guai a chi sei pieno! Guai a te quando gli uomini ti lodano! “(Lc., VI, 24-26).

La rinuncia a ciò che gli uomini chiamano ricchezza è una delle prime garanzie della libertà interiore. Beati quelli che saccheggiano e si lasciano saccheggiare nello spirito di fede! La loro povertà di un giorno si trasformerà in ricchezza duratura e raggiungerà la pace. Non lo scambieranno per tutti i tesori del mondo: sono gli spazzini dell’eternità. “Esulta e rallegrati, poiché grande è la tua ricompensa in cielo” (Mt., V, 12).

Mantenerci concentrati su Dio in tutte le nostre occupazioni non significa, in alcun modo, abbandonare il prossimo, ignorando le realtà che ci circondano. Il dovere più elevato non esclude la fedeltà alle occupazioni secondarie; al contrario, lo ispira e lo esige. Coloro il cui spirito si rivolge alla verità primaria sono quelli che si concedono nei compiti più insignificanti: trovano in essi il bagliore della gloria divina, pura come nelle occupazioni che – senza ragione – sono generalmente considerate nobili o importanti. Ascoltano costantemente le parole di Cristo: “Tutto ciò che hai fatto a uno dei minimi fratelli, l’hai fatto a me” (Matteo XXV, 40). “E chiunque berrà una tazza di acqua fredda per uno di questi piccoli, solo per essere mio discepolo, in verità io vi dico che non perderà la sua ricompensa” (Mt X, 42).

La crescita e lo sviluppo del seme divino nelle anime fedeli è uno spettacolo che gli angeli contemplano. Supera l’orizzonte di un destino personale: risuona nell’armonia dei mondi, a cui questa consacrazione di una creatura conferisce una nuova bellezza. Se la storia registra eventi in base alla loro reale importanza, un’anima che diventa figlia di Dio occuperebbe un posto molto più importante dell’incoronazione e delle conquiste. Proprio come il peccato ha disturbato l’intero universo, così il ritorno dell’uomo all’intimità divina restituisce alla creazione l’ordine perduto e lo splendore. Un nemico di Dio che diventa suo amico è un’alba più luminosa di quella di un nuovo sole nel firmamento. “I giusti risplenderanno come il sole nel regno di suo Padre” (Mt., Xiii, 43).

Appena l’uomo, vivendo per fede, rinuncia generosamente a se stesso, è inondato di luce e trasformato dall’amore. Ma prima è necessario che intorno a noi il mondo sia ridotto al silenzio, o almeno che la sua voce sia dominata dal sì e dall’amore dell’anima che risponde alla grazia divina. È questo dialogo interiore che dà senso all’universo e abitua l’uomo alla condizione eterna. “Non sei più né ospite né avventizio, ma sei concittadino con i santi e membri della famiglia di Dio” (Efesini 2: 19).

La creatura entra così nella relazione più intima con il Creatore, che si piega ad essa con tenera sollecitudine per soddisfare i suoi desideri. “Secondo l’eterna determinazione che ha fattoin Gesù Cristo nostro Signore, in cui abbiamo sicurezza e accesso a Dio con fiducia, attraverso la fede in lui “(Efesini 3: 11-12).

L’amore non sceglie le parole, si esprime senza curarsi di formule o convenzioni: “La bocca parla dell’abbondanza del cuore” (Mt XII, 34). Inoltre, quando due cuori d’amore si incontrano, il silenzio è spesso più espressivo delle parole: meglio esprime la comunicazione immediata di una pienezza. Che gioia donarci totalmente a Gesù e appartenere a Lui senza condizioni! E quale arricchimento per noi se, raccogliendo noi stessi, sappiamo come dare posto allo Spirito di Cristo, nel consenso di tutto il nostro essere, in una muta comunione dell’anima con l’anima! Questo è ciò che il Maestro si aspetta da noi: ci vuole uniti a lui in tutta semplicità, così che il nostro cuore, in mezzo alle preoccupazioni e ai doveri di stato, non si muova un attimo dalla Sua presenza. “Dobbiamo sempre pregare e non smettere mai di farlo” (Lc., XVIII, 1).

E ‘qualcosa che va oltre le nostre capacità naturali, ma, aiutato dalla sua grazia, fedelmente soddisfano le condizioni stabilite nel Vangelo di Cristo, possiamo essere sicuri che Egli anticiperà i nostri desideri.Perché ha sete di darsi e di diffondere il suo amore sugli uomini, che sono così ingrati alla carità infinita e sembrano disprezzare i suoi tentativi di riavvicinamento. Anche tra coloro che sembrano voler dedicarsi al suo servizio cuore vero, spesso troviamo una consapevolezza imperfetta dei requisiti e regali d’amore: il medesimo zelo che conduce all’azione sembra rendere impossibile per calmare abbandono in cui stabilire con Dio una relazione interiore, personale e vivente. Tuttavia, questa unione non metterebbe il minimo ostacolo alla sua attività, e nulla li scusa per ignorare la fonte più ricca che il Creatore ha fatto sorgere: vuole agire con le nostre mani, sia che siamo strumenti per il suo servizio, strumenti dotati di libertà e vita soprannaturale, nella misura in cui si prestano a volontà divina. È così che l’uomo raggiunge se stesso e supera se stesso. “Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio sono figli di Dio” (Romani 8:14).

Lasciarsi cavaliere da Cristo è entrare nella famiglia divina: non siamo più soli, siamo accompagnati dal cielo che portiamo dentro di noi. “Se qualcuno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo da lui e dimoreremo in lui” (Giovanni, XIV, 23).

Tale è l’abbondante ricompensa che ci porta la fede vissuta nell’amore che gli orizzonti umani sono stati superati; d’ora in poi è con Dio che contiamo di guidarci: illumina i nostri passi e ci indica la via. L’unica cosa che dobbiamo fare è seguirlo: la notte è finita, la luce dell’alba annuncia il giorno eterno. La terra è ancora nell’ombra, è vera, ma diminuisce sempre di più e scompare prima della purezza del mattino. L’ombra stessa è una testimonianza dell’approccio della luce che la proietta. La vera luce si è rivelata ai nostri occhi e ci è apparsa. “In quel giorno, saprai che io sono in mio padree tu in me e io in te “(Giovanni, XIV, 20).

Nobiltà spirituale prima parte

1

Ancora un brano per voi, tratto dal libro ” Intimidade com Deus” dall’originale francese “Parole de Dieu et vie divine”.

Il sermone che vi offro oggi dal titolo “Nobiltà spirituale” l’ho diviso in due parti, data la sua lunghezza,…eccovi la prima.

È nel mondo dell’uomo che tutto lusinga i sensi e la vanità, che dovremmo creare una sacra solitudine, praticare la rinuncia e lasciarci spogliare secondo le esigenze della grazia. Ma da questo non ci risulta nessuna perdita: ogni volta che rinunciamo ad apparente soddisfazione, ci viene assicurato un aumento dei beni reali. I piaceri che il mondo cerca sono una costante delusione, congelano il cuore e lo lasciano vuoto prima della morte, indeboliscono il suo istinto di nobiltà e lo privano della sua pace, e spesso lo conducono alla disperazione. Per questo mondo rimane sordo alla parola di Cristo e rifiuta di credere nella verità che lo riguarda, si difende con l’ira contro la gioia di Cristo, contro Dio e contro il suo, la cui pena teme. “Ora vengo da te; e dico queste cose mentre sono ancora nel mondo, che possano avere in sé la pienezza della mia gioia. Ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché non sono del mondo, ma io non sono del mondo “(Giovanni, XVIII, 13-14).

Non è il nostro valore personale che ci rende degni dello sguardo di Dio: Egli cerca solo in noi l’immagine di Suo Figlio, il frutto della sua passione e delle ricchezze che meritava per noi morendo per noi. Questo ricordo di amore infinito è sfortunatamente ignorato dalla maggior parte degli uomini e sembra essere perso per loro. Altri, anche se non del tutto ignoranti, ne traggono solo un mediocre beneficio, perché non penetrano nello spirito della loro realtà profonda e traducono nella loro vita solo una minima parte. Avremo il coraggio di pagare con tanta ingratitudine la divina generosità?


Essere chiamati alla dignità dei figli di Dio e avere la possibilità illimitata di prendere dai tesori della sua grazia una somiglianza sempre maggiore con il Figlio è un destino che non può essere paragonato a nessuno di quelli che i poteri creati ci promettono. Dio vuole compiacere se stesso in noi e il suo piano eterno è diventare come Gesù. “Per coloro che conosceva nella sua prescienza, li predestinò anche a conformarsi all’immagine di suo Figlio, affinché potesse essere il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8:29).

Non c’è nessuno che non sia invitato a questa gloria: per parteciparvi è sufficiente seguire fedelmente le ispirazioni della grazia, vivere interiormente e cercare l’essenziale, cioè l’amore in tutte le occasioni che ci vengono durante il giorno. Non abbiamo alcun motivo valido per ritardare il nostro consenso a continuare a preferire le voci della natura e i rumori del mondo alla preghiera di Cristo. Chi non cerca l’unione con Dio e non mantiene una relazione vivente con lui, perché preferisce una sordida povertà ai doni più ricchi che lo Spirito costantemente esorta ad accettare. Dio non mantiene nessuno dalla sua amicizia; al contrario, insiste su tutti in modo tale che il suo invito quasi costringa a ribellarsi alle volontà, e tutta la tragedia delle nostre vite consiste in questo disprezzo che ci opponiamo alla generosità divina. Il freddo ambiente dell’assenza di Dio ci dà un’anticipazione della dannazione eterna: invece di un paradiso interiore, è un inferno che portiamo dentro di noi, quando il collegamento ha rotto la nostra colpa. Perché sfortunatamente abbiamo il potere di soffocare il seme che è stato messo nelle nostre anime per crescere e dare frutti. Tutto il nostro tempo, tutte le nostre forze, le nostre facoltà e le nostre capacità devono essere dedicate a questa crescita della vita eterna. Gli oggetti e le azioni più insignificanti devono continuare a nutrirli in modo che nulla venga perso dall’opera di Dio, tutte le nostre forze, le nostre facoltà e le nostre capacità devono essere consacrate a questa crescita della vita eterna. Gli oggetti e le azioni più insignificanti devono continuare a nutrirli in modo che nulla venga perso dall’opera di Dio. tutte le nostre forze, le nostre facoltà e le nostre capacità devono essere consacrate a questa crescita della vita eterna. Gli oggetti e le azioni più insignificanti devono continuare a nutrirli in modo che nulla venga perso dall’opera di Dio.

In effetti, non c’è niente che non può e non deve essere santificato dalla donazione, che non può servire per la gloria di amore in un essere umano attaccato alla Parola divina. Non rifiutiamo nulla di ciò che ci viene chiesto per questa vita misteriosa dentro di noi, e vedremo che si dispiega nella pienezza che supera tutte le parole.”Fino a quando arriviamo tutti all’unità della fede e del Figlio della conoscenza di Dio, allo stato di uomo perfetto, secondo la misura dell’età di Cristo; per non essere più ragazzi galleggiante e ha portato, alla mercé di ogni vento di dottrina, per la malignità degli uomini, in astuzia con un all’errore, ma praticare la verità nell’amore, cresciamo in ogni cosa, che è il capo, il Cristo “(Ef., IV, 13-15).

La vita interiore è la stessa di quello che succede con la vita vegetale e la cura che richiede: è necessario eliminare tutte le escrescenze avventizie o anormali che potrebbero deviare il suo impulso e minacciare i suoi frutti.Da qui il consiglio di mirare all’unica cosa necessaria, in modo da non perdersi in ciò che è puramente casuale. Per portare a pieno il lavoro che Dio ha iniziato in noi, abbiamo bisogno di avere una coscienza delicata che capisca i suggerimenti di Dio e un coraggio virile da seguire senza compromessi. Possa Dio essere l’unica ragione profonda e il motivo di tutte le nostre azioni! Nessuna autorità al mondo ha il diritto di distrarci. Cercheremo sempre di mantenere la nostra intenzione pura e gradita a Dio. “Se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo avrà luce” (Mt., VI, 22).

Continua….

“Meditationes”

copertina

226. Guai non a coloro che hanno perso i beni terreni, ma a coloro che hanno perduto il coraggio di sopportare tale privazione. Nessuna sofferenza, in effetti, è superata, se non per se stessa. Poichè mangiando, non si trionfa sulla fame, ma la si serve; la stessa cosa si può dire per la sete, quando si beve. Ecco dunque a che cosa tendono queste azioni: inclinare l’animo a fruire delle forme esteriori dei corpi. Quando ciò accade, esse non sono vinte, ma, al contrario, regnano, essendo giunte al loro scopo: sottomettete il nostro animo, ponendo le premesse per una sottomissione ancora maggiore.

227. Ti rammarichi di venire meno nelle forze del corpo. Non ti lamenti di mancare di forza d’animo per sopportare questa fragilità.

228. Si prova più gioia per avere ottenuto, o più pena per aver perso, ciò che è migliore o ciò che si ama? Ciò che si ama, più o meno buono che sia. Ma che cosa si ama di più? Ciò che si stima migliore. E che cosa si stima migliore? Quello che è causa di maggior piacere. E’ falso. In effetti, non soffriamo per la perdita, o non siamo felici per aver ottenuto dei beni secondo il loro vero valore, ma secondo l’amore che ci sottomette a essi. Certo, tra le due cose, noi soffriamo di più per la perdita, o godiamo per l’acquisizione di quelle cose che preferiamo a tutte le altre, peggiori o migliori che siano. Che grande controsenso! L’uomo, di fatto, soffre di aver perso anche solamente un uovo, e non si cura di aver perso Dio, il Sommo Bene.

229. Tutto ciò che un uomo compie, lo fa con la volontà di compiere il bene o, almeno, di non compiere il male. Come è triste tendere con uno sforzo continuo verso la felicità, o l’allontanamento del male, percorrendo una via che non solo non vi giunge, ma se ne allontana sempre di più, cioè la via dei vizi. Come è triste stravolgere la forza donata da Dio o la volontà con la quale l’uomo tende alla felicità e la raggiunge, per immergersi tutto intero nella miseria, cioè nel godimento dei beni perituri.

230. Ciascuno fugga i propri vizi, quelli degli altri non possono recargli nessun danno.