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La vita interiore di F. Pollien cap.VII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VII

L’ATTENZIONE A DIO

317. Quanto occorra conoscere l’azione divina. – 318. Evitare la curiosità. – 319. Attenzione e sottomissione. – 320. Il direttore spirituale.

317. Quanto occorra conoscere l’azione divina. – Prima di piantare qualcosa, il giardiniere pensa a preparare il suo terreno mediante una coltura generale, che lo renderà atto a ricevere le varie sementi. Allo stesso modo, nella vita spirituale il terreno dell’anima dev’essere preparato a ricevere la semente che il celeste giardiniere vorrà far fruttificare in esso. Questa preparazione di fondo è compiuta dall’attenzione generale a ricevere ogni azione di Dio, senza la preoccupazione di sapere quale sarà, quali germi voglia spargere, quali mezzi usare, quali modi seguire. Ed effettivamente Dio compie molte delle sue operazioni, senza domandarmi altra cosa fuori di questa disposizione fondamentale di ricezione, che gli lascia libertà e facilità di coltivarmi a suo piacere. Ma la sua azione diviene talvolta più insistente. Certi colpi vibrati sull’anima, ancora poco stabilita nella pietà passiva, corrono il rischio di essere misconosciuti, allontanati, distrutti, per così dire, dalla resistenza, o rivolti alla propria soddisfazione a detrimento della gloria di Dio. È perciò necessario qualche volta conoscere più espressamente alcune particolarità di quest’azione, per imparare almeno a non misconoscerla. Quando ciò è necessario, Dio lo manifesta. Egli sa parlare e, quando parla, sa farsi comprendere. Parli per mezzo di attrattive o di rimorsi, di avvenimenti o di impressioni, con la voce dei superiori o con quella della sofferenza, la sua parola è sempre assai chiara per essere afferrata da un cuore docile agli insegnamenti divini. Dio agisce sempre e la sua azione richiede una semplicissima apertura di sottomissione. Egli parla meno sovente e quando parla, basta, per intenderlo, l’attenzione che produce nell’anima il desiderio del suo avanzamento.

318. Evitare la curiosità. – Per intendere Dio bisogna evitare la curiosità; anzitutto una certa curiosità sospettosa od orgogliosa che pretenderebbe controllare la sua opera; e poi una curiosità vana e sensuale che cerca di pascere ed accontentare se stessa. Dio non si rivela né all’orgoglio né alla sensualità; non ama di essere guardato con sospetto, né permette che i suoi segreti siano abbandonati in pasto alla stoltezza. Del resto, ha le sue ragioni ed i suoi momenti per rivelare i suoi misteri; occorre saper rispettare il suo silenzio ed attendere la sua luce.

Non cercare quello che è al disopra di te, e quello che è al disopra delle tue forze non lo indagare; ma pensa sempre a quello che Dio ti ha comandato e non essere curioso scrutatore delle molteplici opere di lui; perché non è necessario per te vedere coi tuoi occhi le cose astruse. Non ti lambiccare il cervello in cose superflue e non essere curioso scrutatore delle molteplici opere di Dio; perché a te sono state mostrate molte cose che sorpassano l’intelligenza dell’uomo. Molti sono stati tratti in inganno dalle loro opinioni e ritenuti nell’errore dai loro sensi (cf. Sir 3, 22-24).

319. Attenzione e sottomissione. – Mio Dio! mi sembra di avere un sincero desiderio di vivere secondo le esigenze del vostro beneplacito. Fate dunque, vi prego, che il mio desiderio sia conforme al vostro. Fate che io conosca e che mi sottometta quanto lo esige la vostra volontà. Voi volete che io conosca, in una certa misura, la vostra azione e mi sottometta interamente ad essa. Datemi la sincerità dell’attenzione e la semplicità della sottomissione. Sinceramente attento, non ignorerò nulla di ciò che voi desiderate manifestarmi; sottomesso con semplicità, non cercherò nulla di ciò che volete tenermi nascosto. L’attenzione manterrà il mio occhio aperto alla vostra luce; la sottomissione manterrà la mia azione in accordo con la vostra. Mediante l’attenzione acquisterò ciò che tanto mi manca, ossia il senso divino degli avvenimenti. Mediante la sottomissione, arriverò alla tranquilla sicurezza del riposo nella confidenza. La sincerità dell’attenzione mi farà evitare gli sviamenti delle sbadataggini e delle negligenze. La semplicità della sottomissione mi preserverà dalle curiosità indiscrete e dai turbamenti. Mio Dio, fate che vi comprenda e vi segua!

320. Il direttore spirituale. – Per togliere ogni oggetto d’inquietudine e d’illusione, Dio ha stabilito gli interpreti ufficiali della sua parola. Il direttore spirituale ha la missione di riconoscere e d’interpretare le ispirazioni divine. Se non voglio misconoscerne alcuna, non ho che da sorvegliare, con calma diligenza, il mio interno e renderne conto al direttore, il quale mi dirà ciò che dovrò fare. Quando Nostro Signore atterrò Saulo sulla via di Damasco per farne un san Paolo, gli diede un segno straordinario della sua speciale volontà a suo riguardo. Il lupo rapace, atterrato, lo comprese: Signore, che volete ch’io faccia? Va’ a trovare Anania: egli ti dirà quel che devi fare (cf. At 22, 6-10). Dio non gli manifesta direttamente la sua volontà, ma lo invia all’uomo che ha la missione di manifestargliela. Ho già conosciuto l’importanza del ministero della direzione circa i doveri di stato (n. 260). La riconosco anche qui circa i segreti del beneplacito divino. Che v’è di sorprendente in ciò, dato che le due parti della pietà sono indissolubilmente corrispondenti?

Mistero Pasquale e solitudine

auguri-2017

In occasione della Santa Pasqua, voglio farvi giungere i miei più cordiali e sinceri auguri di pace, salute, gioia e serenità. Una splendida meditazione di un certosino,è il contenuto dell’articolo che ho scelto per voi, spero che la sua lettura possa riempirvi il cuore di gioia.

B u o n a   P a s q u a

Mistero Pasquale e solitudine

Presentare il mistero della solitudine come un incontro glorioso con Dio è eccitante, ma non rimaniamo con le sole parole. Per Gesù il mistero pasquale, è compiuto una volta per sempre. Il suo incontro con Dio era pieno fin dal primo momento e la sua rottura con il mondo fu definitiva, per noi non è la stesso: un livello di realtà esterna, il nostro passaggio da questo mondo al Padre, c’è ma con speranza; Quanto a noi, vediamo che la seduzione del mondo strofina le spalle con la purezza della risurrezione. L’esperienza quotidiana ci ricorda che una parte di noi stessi è ancora bloccato nel peccato, legati da molteplici contingenze di questo mondo, siamo legati disordinatamente a ciò che amiamo. Ogni giorno, quindi, dobbiamo approfondire la solitudine, vivere il mistero pasquale e passare da questo mondo al Padre, attraversando il nostro interiore.Questa Pasqua quotidiana condotta principalmente nella nostra osservanza monastica, nello sforzo ascetico e nella preghiera personale. Questa Pasqua ci dona il senso profondo della nostra vocazione. Pasqua non è un obiettivo, ma un punto permanente di partenza, una rinnovata scoperta di chiamata di Dio che ci invita a lasciare tutto: la casa di nostro padre, il nostro ambiente conosciuto per andare dopo di Lui alla terra che ci ha dimostrato.In queste condizioni, è normale che la nostra osservanza rimane marcata con il sigillo dell’infinito. Il suo unico significato è quello di stampare in tutta la nostra esistenza quell’aspetto di passaggio continuo del contingente per l’eterno, il relativo all’assoluto, dal molteplice all’Unico. Non è questo il momento di mostrare come questi propositi si realizzano nei principali aspetti della nostra vita esteriore: effettiva separazione dal mondo, la stabilità, il silenzio, la penitenza, etc. La cosa importante è far notare come tutte queste cose non hanno senso se non sono per noi un riflesso della chiamata di Dio per giungere a Lui, superando qualsiasi considerazione inferiore. Tuttavia, vorremmo rimanere sulla superficie del mistero se ridurremo la nostra solitudine alle semplici dimensioni che ho appena citato: l’osservanza ed il nostro sforzo personale. Il nostro vero passaggio dal mondo al Padre si realizza in Cristo e per Lui. È soprattutto l’intimo mistero della Chiesa, a cui apparteniamo, che si realizza senza sosta tra tutti i suoi membri, e che dovremmo sentire come il centro di risonanza magnetica spirituale. La vita della Chiesa è costantemente la Pasqua di Cristo quotidiana, estesa fino ai confini del mondo, realizzata in tutti gli uomini e che trova un’espressione privilegiata nella nostra solitudine. Inoltre, il mistero pasquale è l’Eucaristia che celebriamo quotidianamente, l’Eucaristia è messa a nostra disposizione dal Signore per farci assimilare questa esperienza come se la avessimo vissuta noi in prima persona la Pasqua dal momento della cena fino alla Ascensione alla destra del Padre Nostro. Il nostro autentico ingresso in solitudine, la nostra comunione è dunque sempre rinnovata nel passaggio di Gesù sempre disponibile in questo Sacramento. Con Lui, ogni giorno ci separiamo dal mondo per penetrare nel seno di Dio. Essere come Gesù risorto, nascosto da occhi umani può essere straziante, ma è ciò che ci permette di essere presenti a coloro che amiamo, tutta la Chiesa, per tutta la creazione in un modo simile a come lo è il Signore. Quando ha annunciato ai suoi discepoli che spariva dai loro occhi, mentre insisteva sul fatto che sarebbe stato con loro, in modo più profondo, più intimo: “Vado e tornerò a voi” (Gv 14,28). Anche noi, se ci lasciamo assimilare dalla ” solitudine-immagine di Dio”, noi diciamo: “E ‘opportuno che io vada, se non vado, non potrò venire a voi il Consolatore; se me ne vado, lo manderò” (Gv 16.7). Con Cristo e in Lui ci è concesso di poter comunicare agli altri lo Spirito confortante, lo Spirito di amore e di verità. Così si dovrebbe concludere l’itinerario pasquale del solitario. La sua cella, il suo deserto diventano manifestazione visibile di Dio segno che vi dà il benvenuto in sé. Incontro che si realizza nello Spirito per il Figlio per la gloria del Padre e che si irradia su ogni creatura. Tali viste sono contenute in un paio di frasi brevi, ma in poche parole non possono esaurire la ricchezza contenuta. La nostra solitudine, considerata sotto il bagliore, lo splendore della Resurrezione di Salvatore, è un mistero che contempliamo incessantemente con amore e vivere nella fede.

(Un certosino)

 

La morte di Gesù

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Crocifissione Bartolomeo Cesi (certosa di Bologna)

In occasione di questo Venerdi santo, voglio offrirvi un estratto da un omelia di un certosino, che ci illustra in maniera semplice ma profonda il significato ed il senso della sofferenza.
La morte di Gesù in modo così tragico e disumano, a prima vista, è un fallimento, senza alcun sostegno, da parte del Padre. Ma in realtà esegue il compimento salvifico che rivela l’amore nell’obbedienza e la solidarietà con noi. Il Padre non protegge il Figlio al momento della sua Passione, ma lascia che Egli manifesti fino alla fine la sua fedeltà alla missione ricevuta e la sua incrollabile fiducia nel Padre. Nella risurrezione di Gesù avremo la pienezza della rivelazione. Gesù rivela quanto il Padre lo ama e gli dà la sua fiducia; nella sua obbedienza al Padre, Gesù rivela il suo amore filiale e lo offre al Padre anche a nostro nome; e così ci rende figli come Lui, figli del Padre, attraverso l’azione del suo amore che è lo Spirito Santo. In altre parole, dall’alto della croce Gesù proclama: “Chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv 14,9). Egli proclama più che con le parole, lo proclama silenziosamente nel suo atteggiamento. Il Padre ha così grande fiducia nel Figlio che lo consegna a noi e per noi; ed il Figlio riceve e percepisce questa fiducia e la fa sua. “Chi ha visto me ha visto il Padre…Io sono nel Padre e il Padre è in me” (Gv 14).
Dal momento della morte di Gesù, ciò che nella vita umana era stupidità diventa un valore supremo, perché tutta la sofferenza unita alla sofferenza di Gesù diventa redentrice, diventa il percorso che ci purifica e ci porta alla risurrezione. A nessuno piace soffrire. La nostra reazione e la nostra difesa naturale davanti alla sofferenza e la rinuncia, è spontanea e comprensibile. Però quando ci svegliamo o quando siamo aperti e vigili, la nostra fede ci fa scoprire una ricchezza nella sofferenza: il dolore ricevuto come un dono di Dio è l’inizio della risurrezione; poi cominciamo a risorgere, trasformiamo ciò che è odioso in valore di salvezza e offerta d’amore.
È stato scritto che quando Dio ci sottomette alla sofferenza con la sua mano sinistra, la sua mano destra è già occupata a tenerci ed a sostenerci, ed il suo cuore occupato a rafforzarci ed a consolarci. Il suo disegno è sempre un disegno di amore per noi, un piano che ci conduce ad una fioritura a quello per cui siamo stati creati: per sempre figli di Dio, chiamati alla sua vita, alla sua luce, al suo amore, alla sua gioia.
Riconoscere nella morte di Gesù e nel silenzio del Padre, in questo dolorosissimo momento, il segno più eloquente dell’amore divino e della misericordia del Padre per noi, è una grande grazia che può e deve illuminare la nostra vita e la nostra filiale e umile partecipazione alla passione di Gesù e nel suo valore salvifico.
La fedeltà del Padre a suo Figlio va oltre la morte; di esso la risurrezione sarà il segno toccante. Un segno che vale anche per noi nelle nostre prove. La fedeltà e la vicinanza del Padre ci è garantita e promessa, come lo è stato per Gesù. La prova è sempre un segno di benedizione. Per quale motivo? Perché Colui che nella sua morte appare agli occhi umani sfigurato e senza bellezza, al punto da costringere gli spettatori a deviare il volto, come è scritto in Isaia (servo sofferente 53,2-3), rivela pienamente la bellezza e la forza dell’amore divino, proprio sulla croce, che purifica e salva l’umanità (Vita Consacrata di Giovanni Paolo II, nº 24).

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La vita interiore di F. Pollien cap.VI

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VI

L’ATTESA DI DIO

313. Calma nel risveglio. – 314. Attesa premurosa. – 315. Alla scuola di Dio. – 316. L’attesa del Messia.

313. Calma nel risveglio. – « In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel “regno dei cieli » (Mt 18, 3). Mio Dio! se mi sono inoltrato così poco nel vostro regno, non è forse perché, troppo preso dalle agitazioni, o troppo assopito nelle mie negligenze, non ho saputo restare aperto alla vostra azione? Purtroppo è così difficile, all’indipendenza orgogliosa o indolente, ritornare con voi alla confidenza del fanciullo verso la madre, confidenza così calma nella sua semplicità, così interrogativa anche nella sua attività, che riposa e risveglia nello stesso tempo tutto il suo essere! Ed ecco la calma nel risveglio, in cui l’anima mia dovrebbe costantemente mantenersi davanti a Dio per ricevere le operazioni del suo beneplacito.

«Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese, siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli » (Lc 12, 35-37). Duplice preparazione, dunque: di raccoglimento in se stessi e di attesa del padrone, affinché il servo non sia colto all’improvviso, né il padrone trattenuto alla porta.

314. Attesa premurosa. – Dio continua a compiere, ad ogni istante e con tutti i mezzi, le sue operazioni vitali nell’anima mia, e io devo tenerla costantemente in grande semplicità e in tranquilla avidità, sempre aperta all’azione divina. I miei occhi siano rivolti verso colui che abita nei cieli. « Come gli occhi dei servi alla mano dei loro padroni, come gli occhi della schiava alla mano della sua padrona, così i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio, finché abbia pietà di noi » (Sal 122, 2). In questa preparazione fondamentale non devo fare preferenze od esclusioni, ma devo esser disposto a ricevere indifferentemente tutto da Dio.

Ecco come san Francesco di Sales parla del grado supremo dell’indifferenza e dell’abbandono al divin beneplacito: « Mi pare, dice, che l’anima che si trova in questa indifferenza e che non ha alcun desiderio, ma lascia agire Dio secondo il suo volere, debba mantenere la sua volontà in una semplice e generale attesa; in quanto che, attendere non significa agire, ma restare disposto a qualche avvenimento. E, se ben si considera, l’attesa dell’anima è veramente volontaria; tuttavia, non è azione, ma una semplice disposizione a ricevere quel che verrà. Alorché gli avvenimenti sono giunti e ricevuti, l’attesa si muta in consenso o acquiescenza; ma prima della loro venuta l’anima è in una semplice attesa, indifferente a tutto ciò che alla divina volontà piacerà disporre ».

315. Alla scuola di Dio. – Non riuscirò certamente a raggiungere d’un tratto questa perfezione. Un primo sguardo ed un orientamento parziale e momentaneo dell’attenzione possono essere compiuti in un attimo; ma l’educazione di questa attitudine dell’anima, la sua chiaroveggenza, la sua stabilità sono necessariamente frutto di lungo esercizio, e tanto più lungo quanto più io debbo giungervi da lontano. Mi sono smarrito nelle vie della mia volontà, della mia agitazione, delle mie distrazioni, delle mie negligenze; non ho saputo ascoltare la voce di Dio, prestargli attenzione, interrogarlo; ed egli mi ha abbandonato ai desideri del mio cuore, mi ha lasciato seguire le vie della mia immaginazione (cf. Sal 80, 12-13). È di là ch’io devo giungere. Come si arriverà a questa tranquilla attenzione? Per gradi. La pietà incomincia lentamente, con la fuga del peccato, per elevarsi fino alla consumazione. Poiché la volontà di Dio è la via che conduce alla pietà, è chiaro che la via è in rapporto con il fine. Se vi sono dei gradi all’arrivo, è perché ve ne sono nella via. Dunque, all’inizio, potrò ricevere molto imperfettamente l’azione divina. La mente, il cuore e i sensi sono troppo abituati a vedere solo la creatura in sé, e non possono perciò elevarsi subito a comprendere, gustare e raggiungere il sacramento universale dell’operazione divina. Ho qui un lungo e paziente tirocinio soprannaturale da intraprendere e da proseguire con una serena sincerità. E, per essere sicuro di riuscirvi, occorre che, da docile allievo, mi metta alla scuola di colui che è il mio unico Maestro.

316. L’attesa del Messia. – E’ necessario venire a questa scuola senza il preconcetto di voler essere diretto e di apprendere a modo mio, di interrogare i miei desideri anziché quelli del Maestro. Chi più del popolo eletto fu alla scuola di Dio? Eppure, dopo tanti secoli d’insegnamento, non seppe riconoscere colui che gli era stato indicato e che attendeva. Il Messia venne in casa sua ed i suoi non lo ricevettero (Gv 1, 11). Non lo ricevettero perché non lo riconobbero; non lo riconobbero perché, legati ai loro concetti ed alle loro ambizioni, l’attendevano diverso e diversamente dal come venne. Ecco il pericolo e la disgrazia. Quantunque circondato da tanti ammaestramenti divini, posso anch’io misconoscere, nella sua azione, la venuta di colui che fa di tutto per farsi conoscere ed accogliere. Quanto è vero, allora, che non bisogna legarsi a modi o a mezzi particolari, ma al di là di ogni mezzo o modo, occorre aderire all’azione purissima, che è distinta e che bisogna distinguere da ciò che ne è soltanto il veicolo!

L’attesa allora è serena, perché sta al disopra e al di fuori di ogni contingenza; ed è veramente un riposo ristoratore dell’anima. Inoltre, perpetuamente saziata dal torrente dell’azione divina, sempre avida di quest’azione, che segue e di cui è sicura, l’anima non conosce né le angosce d’un vuoto presente, né le ansietà d’una privazione futura. Dio le basta ora e per sempre.

La pace

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«Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv14,27).

Eccoci giunti ad un altro dono dello Spirito Santo: la pace. Una meditazione di un certosino che ci esterna in questo brano parole su cui riflettere. Facciamone tesoro!

La pace è un altro frutto dello Spirito Santo. Essa presuppone l’assenza di agitazione, che è esattamente l’opposto della pace; presuppone il riposo della volontà in possesso stabile del bene desiderato. Questo è esattamente lo stato della persona che è totalmente consegnata allo Spirito Santo. Se ci troviamo in questa situazione, cosa sarebbe in grado di disturbare la pace? La malattia, la debolezza, le umiliazioni, le tentazioni? La persona sa che tutto questo, è permesso dal Padre del cielo e sarà per lei un gran bene. Potrebbe essere la morte? No, perché la aspetta con amore e sente che non le manca il valore ed il coraggio di accettarla, continuando, così, a vivere.

Come questa persona potrebbe non sentirsi inondata di pace, sapendo che è consegnata a Colui che è l’unico centro di tutte le cose, e avendo un unico timore: offendere, in qualsiasi modo, un Padre così buono? È pienamente immersa nell’ordine, quindi usufruisce della tranquillità che è il risultato necessario della vera pace. Questa è la pace che il Signore desiderava ai suoi discepoli dopo la risurrezione: “La pace sia con voi, vi do la mia pace”, così diversa dalla pace del mondo.

La pace è una condizione necessaria per una perfetta vita della grazia in noi. Ed il diavolo lo sa bene. Quindi cerca di seminare l’inquietudine, in ogni modo, particolarmente nelle persone consacrate a Dio. Questo è l’obiettivo immediato dei suoi sforzi. Una persona irrequieta, si lascia sopraffare dalla tristezza e si ripiega su se stessa, ciò la impedisce di aprirsi come un fiore al sole dell’amore divino e, quindi, di glorificare Dio come dovrebbe farlo. La via d’uscita da questa situazione, quando non se sa evitare le insidie del diavolo, è umilmente aprire il cuore al confessore o al suo maestro di novizi. Questo rimedio è più efficace quanto più spiacevole al demonio dell’orgoglio, e prepara la persona, in modo efficiente, a lasciarsi muovere dallo Spirito divino.

Infine, questa pace sarà più consolidata in noi, quanto più ci applichiamo a essere fedeli di fronte alle piccole ispirazioni della grazia, con l’unica preoccupazione di compiere la volontà di Dio, anche nei piccoli dettagli. “Grande pace hanno quelli che amano la tua legge”, canta il salmista (Sl 119). La pace è il frutto della santità e dell’amore filiale. Felice la persona che è pia – “farò scorrere verso di essa, come un fiume di pace” (Is 66, 12).

(Un certosino)

 

 

La vita interiore di F. Pollien cap.V

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO V

LA PIETA’ PASSIVA

306. Tenere aperto. – 307. Accettare. – 308. Riconoscere, accogliere, subire. – 309. Semplice accettazione. – 310. Con pace e tranquillità. – 311. Il riposo in Dio. – 312. Definizione della pietà passiva.

306. Tenere aperto. – Che cosa si deve fare per corrispondere alle operazioni del divin beneplacito? La corrispondenza diretta e immediata non consiste qui nell’azione, ma nell’accettazione. Alla volontà significata devo corrispondere direttamente e formalmente facendo i piccoli passi della pietà attiva. La volontà di beneplacito richiede, come corrispondenza propria e speciale, ch’io mi lasci portare nelle braccia di Dio. « Esponi al Signore il tuo stato, spera in lui: Egli provvederà » (n. 294). Affinché l’azione divina possa agire nell’anima, è necessario che entri in essa e che l’anima si apra a tale azione. E poiché questa azione è di tutti gli istanti, richiede un’apertura costante. Come assicurarle questa costante apertura? Come tenerle la via aperta? Col fare quel che Dio mi domanda per mezzo della sua volontà significata; coll’apportare questa parte d’azione che egli attende da me; col fare con lui i piccoli passi che costituiscono la pietà attiva. È chiaro che, se non faccio quanto Dio mi domanda, mi chiudo alla sua azione, poiché sono in lotta contro di lui. Al contrario, è evidente che nei momenti in cui eseguisco la sua volontà significata, la corrispondenza tra la mia anima e lui è stabilita. Di conseguenza, uno dei risultati della pietà attiva, il suo effetto più santificante è di tener l’anima accessibile alle influenze divine, di dare libero ingresso ai movimenti ispiratori e vivificatori della grazia. Ma questa apertura è già il seguito di un movimento divino:

307. Accettare. – Come, infine, sarà a lungo spiegato nel libro seguente, la mia azione non può precedere quella di Dio. La prima e principale apertura non è dunque eseguita dalla mia azione, ma dalla mia accettazione. Accettare il beneplacito divino, sottomettermi a ciò che Dio compie in me e per me, è il modo con cui, prima di tutto e soprattutto, apro la via a Dio, e dò libero corso alle sue operazioni. Il mio compito qui è dunque passivo; si limita ad accettare, a lasciar fare, a lasciarmi portare, ad adorare e ringraziare. Dio mi porta fra le sue braccia ed io mi ci abbandono. Lasciar libera la via a Dio, accettare la sua azione, non rifiutargli nulla è ciò che chiamo pietà passiva o parte passiva della pietà. La disposizione unica, essenziale, qui, è la sottomissione amorosa, senza riserva, senza inquietudine, senza curiosità, senza mormorazione, all’azione di Dio, alla sua volontà di beneplacito.

308. Riconoscere, accogliere, subire. – Ma come avviene questa accettazione? In che cosa consiste questa sottomissione? In questo: che la mente riconosca, il cuore accolga, i sensi subiscano in ogni avvenimento di beneplacito, l’operazione di Dio. Avvenimento, operazione: sono le due parti dell’azione divina, precedentemente distinte (n. 291). Occorre riconoscere, accogliere, subire l’uno e l’altra; ma l’uno in modo diverso dall’altra; l’uno a causa dell’altra; l’avvenimento, in vista dell’operazione, adattandosi e passando oltre; l’operazione, per se stessa, unendovisi in modo da custodirne gli effetti.

Quanto è importante non fare confusioni! Il capitolo precedente mi ha dimostrato come l’aderire o l’arrestarsi al mezzo divengano ostacolo all’azione (n. 305). Ricevere, ad esempio, la consolazione per la consolazione, significa indebolirmi nel trastullo; subire la prova per la prova, significa condannarmi ad uno schiacciamento. Ma accettare la consolazione o la prova quali operazioni divine, o piuttosto, accettare nella consolazione e nella prova l’operazione divina, significa ricevere la libertà e lo slancio del mio progresso. La sapienza dell’accettazione consiste, dunque, nell’adattarsi al fatto provvidenziale e nell’unirsi in tutti gli avvenimenti all’azione divina; riconoscere, accettare, subire gli avvenimenti come operazioni divine. Felice l’anima, che, senza più arrestarsi alle sue impressioni naturali di gioia o di dolore, incomincia a sentire, a gustare ed a comprendere il bisogno che Dio ha di operare in essa! A mano a mano che si diventa meno sensibili all’umano, ci si rende più sensibili al divino. Quando lo spirito impara ad uscire dal creato, giunge a vedere o ad intravedere, nei suoi incontri quotidiani, l’idea del suo Creatore. Il cuore che vuole allontanarsi dagli affetti naturali giunge a gustare, negli avvenimenti il desiderio del suo Dio. I sensi stessi, allorché diventano indifferenti alla gioia e al dolore, si sentono inondare dall’operazione purificatrice e vivificatrice. Oh, i grandi segreti della vita! Quanto è bella l’esistenza, vista, gustata e sentita in questo irraggiamento celeste!

309. Semplice accettazione. – Non mi è però necessario, né sempre possibile, avere la chiara percezione delle intenzioni di Dio e rendermi conto dei suoi modi di agire (n. 290). Talvolta egli preferirà svelarmele, ma agirà anche senza dire i suoi motivi. A me allora basterà sapere che agisce secondo il suo desiderio e la sua idea, basterà che mi pieghi puramente e semplicemente alla sua azione in quanto tale, per conformarmi al suo desiderio e realizzare la sua idea. Faccia pure quel che a lui piace; sia egli libero di modificare il suo lavoro su di me, secondo il suo desiderio attuale e la sua idea eterna, senza che la mia adesione a tale gioia, o la mia ripulsione per tale pena vengano ad ostacolarlo. Devo adorare sempre i suoi disegni, aderire alla sua intenzione, baciare la sua mano e ricevere ogni sua azione, unicamente perché viene da lui e a lui conduce. Qui è la vera e perfetta accettazione.

310. Con pace e tranquillità. – Ma ecco una questione importante: Dio agisce costantemente; occorre dunque ch’io ripeta continuamente atti di accettazione? No. Sarebbe anzitutto impossibile perché, se volessi rispondere positivamente, con atto di sottomissione, a ciascun particolare dell’azione del divin beneplacito, non basterebbe ogni mio respiro. Non bisogna qui, a causa dell’accettazione, ricadere nell’agitazione umana in cui non v’è Dio (cf. 1Re- 19, 11). Il luogo dell’azione divina è la pace; qui essa si compie; qui, di conseguenza, si riceve, si attinge, si gusta. Quest’azione giungerà all’anima solo nella misura in cui l’intelligenza e il cuore saranno custoditi in Cristo Gesù, mediante la pace che è elevata, che eleva al disopra di tutto ciò che è sensibile (cf. Fil 4, 7).

In questa pace, in questa unità, l’anima s’addormenta e si riposa nella confidenza assoluta nella quale è confermata dal Signore (cf. Sal 4, 9). Ma questa dolce confidenza è uno dei segreti che l’uomo difficilmente sa trovare, poiché egli è sempre incline ad agitarsi. Nel tempo stesso in cui gli si domanda la tranquillità egli fa degli sforzi per riuscire ad averla. Il solo mezzo sicuro per riposarsi è quello di incominciare a non agitarsi. Il bimbo che è portato sul seno materno ha bisogno di dimenarsi, per restare sulle braccia che lo sostengono? È precisamente ciò che richiede l’accettazione: riposarsi, addormentarsi nel divino beneplacito, allontanando ogni inquietudine e agitazione esteriore e interiore. Ecco il significato di questo riposo e di questo sonno. Oh! il riposo nella volontà di Dio! il sonno misterioso della confidenza in cui si ritempra la vita (n. 347), la serena tranquillità della pace al disopra dei turbini creati, la beatitudine dell’unità in cui l’anima è tutta stabilita in Dio!

311. Il riposo in Dio. – Questo è il riposo in Dio, nell’azione di Dio, nella vita di Dio. Non è il riposo incurante, pigro, egoista, gaudente, il riposo in me stesso e nel creato, quel riposo che ha bisogno di non far nulla, che ha in orrore l’attività, che è disordine (n. 115) ed è la seconda forma della malattia umana. Questo non è riposo, ma la perdita della vita; mentre il riposo in Dio è la prima condizione della vita, che è composta essenzialmente di riposo e di movimento. Quando infatti l’anima si apre a Dio, si fida di lui, egli la invade, la penetra, la vivifica col suo soffio, la riempie della sua vita, le mette in azione tutte le energie, la conduce, la sostiene, le fa compiere veri atti di santità.

Chi rimane in Gesù Cristo deve comportarsi come lui (cf. 1Gv 2, 6). Se so rimanere in lui, nel riposo della vera accettazione, egli resterà in me colla sua azione e mi farà produrre molti frutti (cf. Gv 15, 5). Quando comprendo e pratico il vero riposo in Dio, la mia anima è come la locomotiva la cui chiavetta è totalmente aperta; il vapore può entrare, circolare e mettere tutto in movimento. Ma quando mi agito e mi riposo fuori di Dio, la chiavetta è chiusa. Dio resta alla porta dell’anima mia, la sua azione non mi penetra, il suo desiderio e la sua idea non si attuano.

312. Definizione della pietà passiva. – L’apertura d’anima con Dio è la prima condizione della vita; e tale apertura si chiama pietà passiva. Essa è il lato recettivo, la parte passiva della pietà cristiana. Cos’è la pietà passiva? È una disposizione recettiva dell’anima che si mantiene accessibile alle influenze divine, per essere animata e condotta dalle operazioni del divin beneplacito alle opere proprie della vita soprannaturale. Vedrò più per esteso, nel libro seguente, come questa passività conduca alla vera attività, e come l’una e l’altra formino una sola pietà.

Ma posso fin d’ora intravedere come l’apertura di recettività, mantenuta nell’anima da un’attitudine fedele di pietà passiva, tenga l’anima in condizione di riposo davanti a Dio e in contatto vitale con lui. Posso pure intravedere come l’azione di Dio, potendo entrare ininterrottamente dal punto di contatto sempre aperto, comunichi incessantemente il movimento di vita divina alle mie potenze, per l’esecuzione soprannaturale del dovere. Cosicché, l’anima, stabile in questo stato di accettazione, è nel medesimo tempo mutata in proporzione alla sua stabilità in Dio e compie le sue opere con un’intensità proporzionata a questa stabilità. Essa è contemporaneamente passiva ed attiva; ed è tanto più attiva quanto più è passiva; più riceve e più agisce; se non ricevesse nulla, non farebbe nulla.

Dalla Mystica Theologia di Ugo de Balma: Il sole di amore

Dalla Mystica Theologia di Ugo de Balma:

Il sole di amore

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Un brano estratto dall’opera Mystica Teologia, nel quale Ugo di Balma ci parla della potenza de il sole d’amore come metafora della passione travolgente per Dio.

Poiché Dio è un fuoco travolgente, divorante, lo spirito dell’uomo espelle tutti i tipi di freddezza, nella misura in cui si accede a stretto contatto con gli impulsi di fuoco d’amore. Quando l’anima, si eleva verso Dio, aspira a una più intima unione con Lui, esponendosi al sole cocente dei dardi dello spirito divino, e come stoppa è esposta ai raggi del sole ed incendiata dal fuoco disceso dal cielo.

Questo sole accende lo spirito in tre modi: in primo luogo, perché per sua natura aumenta l’ardore nello stato d’animo, e mediante questo ardore che si incenerisce gli ostacoli che impediscono all’amore di ardere ancora più incessantemente. In secondo luogo, perché dà benefici spirituali che fanno perfetto l’amore. Terzo e ultimo, perché infiamma la mente in modo che tu possa amare solo Dio con amore estremamente ardente. Oltre a questa saggezza l’anima si infiamma in modo che l’amore ardente per il prossimo diventi come amare se stesso, affinchè non ci si scoraggi nell’ avere un insaziabile desiderio di totale unione con Dio.