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La Nube della non-conoscenza 27

NUBE

CAPITOLO 27

Chi dovrebbe impegnarsi in questo lavoro di grazia.

Per prima cosa ti voglio indicare chi deve darsi al lavoro contemplativo, e poi quando e come, e infine con quale moderazione. Se mi domandi chi deve assumersi questo lavoro, ecco la mia risposta: tutti coloro che hanno veramente abbandonato il mondo cori decisione per dedicarsi non alla vita attiva, ma alla vita contemplativa. Sono proprio costoro che dovrebbero impegnarsi in questo lavoro di grazia, chiunque essi siano, peccatori incalliti o meno.

La Nube della non-conoscenza 26

NUBE

CAPITOLO 26

Senza una grazia del tutto speciale o una lunga pratica nella grazia comune, la contemplazione si rivela un lavoro molto faticoso. E in questo lavoro qual è il compito dell’anima, aiutata dalla grazia, e quello di Dio.

Perciò lavora sodo, almeno per il momento, e picchia a più non posso su quest’alta nube della non-conoscenza. Ti riposerai più tardi. È un lavoro duro, è inutile nasconderlo, per chiunque voglia intraprendere la strada della contemplazione. Sì, è davvero un lavoro faticoso, a meno che non sia reso più agevole da una grazia del tutto speciale o dal fatto che ormai uno vi si è abituato da lungo tempo. Ma in che cosa consiste la fatica che accompagna questo lavoro? Certo, non in quel devoto slancio d’amore che sgorga senza sosta dall’animo del contemplativo, non per sua propria virtù, ma per mano di Dio onnipotente. Egli, infatti, è sempre pronto a suscitare questo forte desiderio in ogni anima volonterosa, che fa tutto il possibile, e già da molto tempo, per prepararsi adeguatamente a un simile lavoro. Ma in che cosa consiste, allora, questa fatica? Senz’altro nel soffocare il ricordo di tutte le creature che Dio ha creato e nel ricacciarle sotto quella nube d’oblio di cui abbiamo già parlato. Qui sta tutta la fatica, poiché essa è opera dell’uomo, anche se è aiutato dalla grazia di Dio. Quello invece a cui si è fatto cenno prima, lo slancio d’amore, è opera di Dio, e di lui solo. Continua, dunque, a fare la tua parte; ti assicuro che egli non mancherà di fare la sua. Su, datti da fare, e in tutta fretta! Vediamo come te la cavi. Non vedi che è lì ad aspettarti? Vergognati! Basta che tu ti metta a lavorar sodo per un momento, e ben presto ti accorgerai che il tuo lavoro non è così immane e difficile. Infatti, anche se all’inizio, quando la tua devozione è ancora scarsa, risulta difficile e arduo da compiere, tuttavia in seguito, una volta che la tua devozione sarà giunta a buon punto, quel che prima era così duro e gravoso diventerà soave e leggero. Può darsi che in certi momenti tu non abbia più niente da fare,. o comunque pochissimo, dal momento che Dio, talvolta compirà egli stesso tutto il lavoro. Non sempre però, né per lungo tempo, ma quando vuole lui e come vuole lui. In questo caso, sarai tutto contento di lasciargli fare a modo suo. A questo punto può anche darsi che, di tanto in tanto, egli emani un raggio di luce spirituale cosa da trapassare la nube della non-conoscenza che sta tra te e lui, e ti sveli parte dei suoi segreti, dei quali l’uomo non ha né il permesso né la facoltà di parlare. Allora sentirai ardere in cuore la fiamma del suo amore più di quanto io non riesca a dire in questo momento. Non mi arrischio infatti a parlare, con la mia lingua carnale così balbuziente, di quel lavoro che spetta a Dio, e a lui solo; e in definitiva, se anche potessi farlo, non lo farei ugualmente. Ma del lavoro che spetta all’uomo, quando si sente stimolato e aiutato dalla grazia, di questo parlo volentieri, poiché è meno rischioso che parlare del lavoro di Dio.

Ma quanto ci conosce Gesù?

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Oggi cari amici, voglio farvi conoscere un monaco certosino olandese, autore di numerosi scritti sulla vita certosina e non solo. Vi proporrò alcuni dei suoi testi, ma dapprima conosciamolo meglio.

Tarcisio Jan Geijer, nacque il 9 giugno del 1907 a Leyde (Paesi-Bassi). Egli fece la professione solenne presso la certosa di La Valsainte in Svizzera, il 15 agosto del 1929. Per le sue enormi qualità, svolse le mansioni di coadiutore dal 1934 al 1940, anno in cui partì per raggiungere la certosa di Pleterije. Dal 1944 al 1945, Dom Geijer fu rettore e dal 1945 al 1946 svolse i compiti di Procuratore, in seguito dal 1946 al 1947 fu Maestro dei Novizi. Dal 1947 fu trasferito alla certosa di Calci a Pisa, dove fu Maestro dei Novizi fino al 1961, successivamente giunse a Serra San Bruno dove rimase dal 1961 al 1964. Alla metà di quest’anno, fu nominato coadiutore della certosa di Vedana, dove rimase fino al 1977, per poi fare ritorno alla certosa di Pleterije, dove si spense la sua vita terrena il 27 novembre del 1992, quando aveva l’incarico di Vicario. Come vi dicevo, egli ha scritto molti testi, diversi destinati ai novizi del quale è stato un egregio Maestro.

Vi propongo in questo articolo uno dei suoi scritti, ovvero una stupenda riflessione sulla conoscenza che Gesù ha di ciascuno di noi:

Ogni anima può dire: Gesù mi conosce e mi ama non in modo generico ed astratto, ma nella concretezza dei miei bisogni, dei miei desideri, della mia vita; e per lui conoscermi ed amarmi significa farmi buono, avvolgermi sempre più nella sua grazia, santificarmi.

Appunto perché mi ama, Gesù mi chiama per nome: mi chiama, quando nell’orazione, mi apre nuovi orizzonti di vita spirituale, oppure mi fa conoscere meglio i miei difetti, la mia miseria; mi chiama quando mi rimprovera o purifica mediante la sofferenza e quando mi consola e mi incoraggia infondendomi nuove forze e fervore; mi chiama quando mi fa sentire il bisogno di maggiore generosità, quando mi chiede dei sacrifici o mi concede delle gioie e più ancora quando desta in me un più profondo amore per lui.

Di fronte alla sua chiamata il mio atteggiamento deve essere quello della pecorella affezionata, che sa riconoscere la voce del suo Pastore e sempre lo segue”

La Nube della non-conoscenza 25

NUBE

CAPITOLO 25

Durante la contemplazione l’anima perfetta non si interessa di nessuna persona in particolare.

Naturalmente non intendo dire che in questo lavoro il contemplativo debba avere un particolare riguardo nei confronti di chicchessia su questa terra, amico o nemico, parente o estraneo. Questo, infatti, non può assolutamente avvenire nella contemplazione perfetta, quando ogni cosa, tranne Dio, deve essere rigettata nell’oblio più completo. Ma quel che voglio dire è che, grazie a questo lavoro, egli sarà reso così virtuoso e caritatevole, che anche quando scenderà dalle sue altezze per conversare o pregare per il suo prossimo, si mostrerà sollecito in egual misura verso il suo amico come verso il suo nemico, verso gli estranei come verso i parenti. Sì, e talvolta più verso i suoi nemici che verso i suoi amici. Non è che per fare questo egli smetta di contemplare, il che sarebbe peccato grave. Ma di tanto in tanto è bene che discenda in fretta dalle sue altezze, per soddisfare le esigenze della carità. In questo lavoro d’amore non ha tempo di considerare chi è amico o nemico, parente o estraneo. Non voglio negare che a volte, e anche frequentemente, sente un affetto più intenso verso alcuni piuttosto che verso altri: si tratta di una cosa del tutto legittima, e per molte ragioni. È la carità stessa che lo richiede. Anche Cristo, infatti, sentiva un affetto più intenso verso Giovanni e Maria e Pietro, piuttosto che verso molti altri. Ma quando uno tutto preso da questo lavoro, allora, qualsiasi persona gli è ugualmente cara, poiché non trova altro motivo d’amore se non Dio stesso. Così che egli ama tutti come se stesso, in maniera piena e  semplicemente per amore di Dio. Tutti gli uomini sono sulla via della perdizione in Adamo, ma quelli che testimoniano con le opere il loro desiderio di salvezza sono salvati in virtù della passione di Cristo, e di nessun altro. Ora, in maniera non troppo dissimile, un’anima dedita totalmente alla contemplazione, e quindi unita a Dio in spirito, fa tutto il possibile (ne è prova questo stesso lavoro) per rendere gli altri perfetti come lei. Se un membro del nostro corpo e malato, tutte le altre membra ne risentono e soffrono con lui; se invece un membro è sano, gioiscono con lui tutte le altre membra. La stessa cosa vale spiritualmente per le membra della santa chiesa. Cristo, infatti, è il nostro capo, e noi. siamo le membra, sempre se restiamo nella carità. E chiunque vuol farsi discepolo perfetto di nostro Signore, deve compiere ogni sforzo in questo lavoro spirituale per la salvezza, di tutti coloro che per natura sono a lui fratelli e sorelle, cosa come nostro Signore diede la sua vita sulla croce. E non la diede solo per i suoi amici più intimi o per i suoi parenti più prossimi, per tutta l’umanità in generale, senza alcuna particolare attenzione nei confronti dell’uno o dell’altro. Cosicché quanti intendono rinunciare al peccato e invocare la misericordia di Dio saranno salvati in virtù della passione di Cristo. Quanto è stato detto a proposito dell’umiltà e della carità vale anche per tutte le altre virtù. Queste, infatti, sono tutte veramente racchiuse in quel piccolo slancio d’amore a cui si è già fatto cenno.

La Nube della non-conoscenza 24

NUBE

CAPITOLO 24

Che cos’è la carità, e come è veramente e perfettamente contenuta nella contemplazione.

Abbiamo parlato dell’umiltà, di come essa è tutta racchiusa, in maniera vera e perfetta, in quello slancio d’amore così piccolo e cieco che va a colpire l’oscura nube della non-conoscenza, dopo aver soppresso e rigettato, nell’oblio ogni altra cosa. Questo vale, tuttavia, per tutte le virtù, e in particolare per la carità La carità, infatti, consiste unicamente (e tu non dovresti intenderla in altro modo) nell’amare Dio in se stesso, al di sopra di ogni creatura, e nell’amare il prossimo come se stessi, per amore di Dio. Ora, che nella contemplazione si debba amare Dio in se stesso, al di sopra di ogni creatura, mi sembra abbastanza evidente: come ho già detto prima, in sostanza questo lavoro non è nient’altro che un puro anelito diretto a Dio in se stesso, e a lui solo. Sì, l’ho chiamato puro anelito, perché in quest’opera chi sta diventando vero contemplativo non pretende né una riduzione della pena, né un aumento della ricompensa, ma per dirla in breve, non chiede altro che Dio. Cosicché non gli importa più niente se è afflitto o contento: la sua unica preoccupazione è che sia fatta la volontà di colui che egli ama. Ecco come in questo lavoro si arriva ad amare Dio in se stesso, al di sopra di ogni creatura e in maniera perfetta. Chi compie alla perfezione il lavoro, non permetterà mai che il semplice ricordo di una creatura, fosse anche la più santa che Dio abbia mai creato, venga ad occupare la sua attenzione. Nella contemplazione si realizza in maniera perfetta anche il secondo aspetto della carità, quello relativo al prossimo. Che ciò sia vero non ci vuol molto a dimostrarlo. Infatti il perfetto contemplativo non tiene in particolare considerazione nessun uomo in quanto tale, parente o estraneo, amico o nemico che sia. Tutti gli uomini sono suoi fratelli in egual misura e nessuno gli è estraneo; tutti gli uomini sono suoi amici e nessuno è suo nemico: ecco come la pensa. E giunge al punto di considerare come suoi amici carissimi proprio quelli che gli fan del male o che lo fanno soffrire, e si sente spinto ad augurar loro lo stesso bene che si augura all’amico più caro.

La Nube della non-conoscenza 23

NUBE

CAPITOLO 23

Dio risponde e provvede in modo spirituale a favore di coloro che per amor suo dimenticano se stessi.

Indubbiamente, se avremo un vero desiderio e ci sforzeremo, almeno per quanto sta a noi e con l’aiuto della grazia e della direzione spirituale, di conformare il nostro amore e il nostro modo di vivere a quello di Maria, nostro Signore non mancherà di rispondere in maniera spirituale anche per noi, oggi e sempre, nell’intimo del cuore di coloro che dicono o, pensano male di noi. Con questo non intendo dire che per tutto il tempo che passiamo in questa vita piena di affanni, non avremo più detrattori o criticoni, come li ebbe invece Maria. Dico piuttosto che se non presteremo orecchio alle loro critiche e non lasceremo a metà il nostro interiore lavoro spirituale a causa delle loro parole e dei loro pensieri — seguendo così l’esempio di Maria —, allora nostro Signore risponderà a essi in spirito, se avranno parlato o pensato senza pregiudizi, così che nel giro di pochi giorni si vergogneranno delle loro parole e dei loro pensieri. E come risponderà per noi in spirito, così indurrà altri in maniera tutta spirituale a darci il necessario per vivere: cibo, vestiti, e cosa via, sempre se vedrà che noi non abbiamo alcuna intenzione di smettere di amarlo per attendere a queste cose. Questo dico per confutare l’errore di quanti sostengono che non è giusto mettersi a servire Dio nella vita contemplativa, se prima non ci si è assicurati il necessario per il proprio sostentamento. Essi dicono: «Aiutati che Dio ti aiuta». In realtà sparlino di Dio, e lo sanno bene. Infatti, chiunque tu sia ad aver abbandonato con tutta sincerità il mondo per volgerti a Dio, sta’ pur certo che egli ti manderà, indipendentemente dai tuoi sforzi personali, l’una o l’altra di queste due cose: una gran quantità di beni o la forza fisica e la pazienza spirituale per sopportare. Che importa quale delle due si ottiene? Per il vero contemplativo non c’è alcuna differenza. Per chi ha dei dubbi a questo proposito, si dovrà dire che ha in cuore il diavolo che gli impedisce di credere, oppure non si è ancora convertito cosa sinceramente come dovrebbe, per quanto possano essere ingegnose e pie le scuse da lui addotte. Perciò, tu che ti proponi di diventare un contemplativo al pari di Maria, accetta di buon grado di essere umiliato dall’incomparabile grandezza e perfezione di Dio (questa è l’umiltà perfetta), piuttosto che dalla tua miseria personale (questa è l’umiltà imperfetta). In altre parole, fissa in maniera speciale la tua attenzione più sull’eminenza di Dio che sulla tua pochezza. A quelli che possiedono l’umiltà perfetta non manca assolutamente niente, né di materiale né di spirituale. Essi, infatti, hanno Dio, in cui sta tutta la pienezza, e chi possiede lui, come questo libro va continuamente dicendo, non ha bisogno di nient’altro in questa vita.

La Nube della non-conoscenza 22

NUBE

CAPITOLO 22

L’amore meraviglioso di Cristo per Maria, che rappresenta tutti i peccatori sinceramente pentiti e chiamati alla grazia della contemplazione.

Davvero dolce era l’amore tra nostro Signore e Maria. Ella lo amava tanto, ma ancor più grande era il suo amore per lei. Chiunque si mettesse a esaminare attentamente il rapporto stabilito tra loro due, non secondo quanto può riferire un ciarlatano qualsiasi, ma secondo la testimonianza che deriva dal racconto del vangelo, in cui non vi può essere niente di falso, troverebbe che l’amore di Maria per Cristo era così vivo che nessuna cosa al di sotto di Lui riusciva a soddisfarla o ad allontanare il suo cuore da Lui. Colei di cui stiamo parlando, è la stessa Maria che non volle essere consolata dall’angelo, quando cercava il Signore al sepolcro tutta piangente. Nonostante le dolci e amorevoli parole degli angeli: «Non piangere, Maria; colui che cerchi, nostro Signore, è risorto; potrai averlo e vederlo vivo in tutta la sua bellezza tra i suoi discepoli in Galilea, così come aveva preannunciato», ella non smise di piangere. Infatti pensava che chiunque intende veramente cercare il Re degli angeli, non vuol fermarsi a dei semplici angeli. Che c’è ancora? Indubbiamente chi esamina con attenzione i racconti evangelici riguardanti Maria, vi può trovare molti altri episodi meravigliosi di amore perfetto, scritti sul suo conto a nostra edificazione e in così stretta armonia con l’insegnamento di questo libro, come se fossero stati redatti a tal proposito. E certamente è così. Chi ha orecchie per intendere, intenda. E se qualcuno vuol vedere scritto nel vangelo quell’amore meraviglioso e particolare che nostro Signore aveva verso Maria, figura di tutti i peccatori abituali sinceramente pentiti e chiamati alla grazia della contemplazione, costui troverà che nostro Signore non permise a nessuno, uomo o donna che fosse, e nemmeno a Marta, di pronunciare una sola parola contro la sorella; anzi, si mise a difenderla lui stesso. Ancora, rimproverò Simone il lebbroso nella sua stessa casa per aver pensato male di lei. Questo sì che è un grande amore; un amore davvero impareggiabile.

La Nube della non-conoscenza 21

NUBECAPITOLO 21

L’esatta interpretazione di questa frase del Vangelo: «Maria ha scelto l’ottima parte».

Cosa significa questa frase: «Maria ha scelto l’ottima parte»? Ogni qualvolta si stabilisce o si nomina una cosa come «ottima», si presume l’esistenza di altre due prima di essa: l’una «buona», l’altra «migliore», cosicché vi sia «l’ottima», che è terza per numero. Ma quali sono queste tre cose buone di cui Maria ha scelto «l’ottima»? Tre tipi di vita, no di certo, poiché la santa chiesa ne conosce soltanto due: la vita attiva e quella contemplativa. E questi due tipi di vita sono allegoricamente raffigurati nel brano evangelico dove si parla delle due sorelle, Marta e Maria. Marta rappresenta la vita attiva, Maria quella contemplativa. Nessun uomo si può salvare senza l’una o l’altra di queste vite; d’altra parte, è impossibile scegliere quale sia l’ottima, dal momento che fra due cose soltanto se ne dà unicamente una migliore dell’altra. Ma sebbene ci siano solo due tipi di vita, tuttavia in essi sono comprese tre parti, ognuna superiore all’altra. Di queste tre parti si è già parlato prima in questo libro e ciascuna è stata. messa secondo un certo ordine. La prima parte, come si è detto, consiste in opere di carità e di misericordia corporale, tutte cose buone e oneste. Questo è il primo stadio della vita attiva. La seconda parte di questi due tipi di vita è composta da efficaci meditazioni spirituali sulla nostra miseria., sulla passione di Cristo e sulle gioie celesti. Se la prima parte e buona, questa e ancora migliore, poiché e il secondo stadio della vita attiva e il primo di quella contemplativa. In questa seconda parte, la vita attiva e quella contemplativa sono unite insieme in una sorta di parentela spirituale, e fatte sorelle come Marta e Maria. Fino a tale altezza di contemplazione può giungere un attivo, e non più in alto, tranne in rarissime occasioni e per una grazia tutta particolare. Fino a tale profondità può scendere verso la vita attiva un contemplativo, e non più in basso, se non in casi rarissimi e per grave necessita. La terza parte di questi due tipi di vita e tutta racchiusa nella nube della non-conoscenza ed è fatta di innumerevoli slanci d’amore rivolti a Dio così com’è, nel segreto del proprio cuore. La prima parte è buona, la seconda è migliore, la terza è ottima sotto ogni aspetto. Questa è «l’ottima parte» di Maria. Di qui si può facilmente comprendere perché nostro Signore non disse che Maria aveva scelto «l’ottima vita», dal momento che ci son solo due vite e che tra le due non si può scegliere l’ottima, ma solo la migliore. Di questi due generi di vita «Maria ha scelto — disse — l’ottima parte, quella che non le sarà tolta mai». La prima e la seconda parte sono sì buone e sante, ma terminano con questa vita. Infatti, nell’altra vita non ci sarà bisogno, come adesso, delle opere di misericordia, né di piangere per la nostra miseria o per la passione di Cristo. E nessuno soffrirà la fame o la sete, come invece su questa terra; nessuno morirà di freddo, né sarà ammalato o senza casa o in prigione nessuno avrà bisogno di essere seppellito, perché nessuno dovrà più morire. Ma la terza parte che Maria ha scelto, la scelga chi per grazia di Dio si sente chiamato a seguirla. O meglio, chiunque è scelto da Dio per quella parte, segua con lena e con gioia la sua inclinazione. Quella parte non gli sarà tolta mai: infatti, anche se comincia in questa vita, durerà per sempre. Lasciate, dunque, che la voce del Signore si levi contro questi attivi, come se stesse parlando loro in questo momento in nostro favore, così come fece allora con Marta per difendere Maria, dicendo: «Marta, Marta!». «Attivi, attivi!, datevi da fare più che potete nella prima e nella seconda parte, ora nell’una, ora nell’altra, o se proprio volete e vi sentite pronti, in tutt’e due contemporaneamente. Ma non impicciatevi degli affari dei contemplativi. Voi non sapete niente del loro travaglio interiore. Lasciateli stare, seduti nel loro riposo a godersi la terza e ottima parte scelta da Maria».

La Nube della non-conoscenza 20

NUBECAPITOLO 20

La bontà di Dio onnipotente che risponde per conto di tutti quelli che, piuttosto che difendersi dalle accuse, non smettono di amarlo.

Penso, dunque, che quanti intendono diventare contemplativi non solo dovrebbero scusare gli altri per le loro parole di rimprovero, ma dovrebbero altresì essere così occupati spiritualmente da prestare poca o addirittura nessuna attenzione a ciò che si va dicendo o facendo nei loro confronti. È quel che fece Maria, nostro esempio in tutto questo, quando sua sorella Marta si lamentò di lei con nostro Signore. E se noi faremo altrettanto, nostro Signore non mancherà di fare per noi oggi quel che fece allora per Maria. Ecco quanto fece, nella sua bontà, nostro Signore Gesù Cristo, a cui non può sfuggire nessun segreto. Quando Marta gli chiese di far da giudice e di dire a Maria di alzarsi per aiutarla a servire, siccome vedeva che Maria era tutta spiritualmente intenta ad amare la sua divinità, con grande cortesia e correttezza rispose lui al suo posto. Ella, infatti, non se la sentiva di lasciar da parte il suo amore per lui, per poter così discolparsi. E come rispose nostro Signore? Certo non come, giudice, secondo quanto aveva invocato Marta; ma come avvocato prese legittimamente le difese di colei che lo amava e disse: «Marta, Marta!». Per ben due volte pronunciò il suo nome, e questo fece per il suo bene, perché voleva che ella lo sentisse e prestasse attenzione alle sue parole. «Tu ti preoccupi — le disse — e ti affanni per molte cose». Gli attivi, infatti, devono sempre occuparsi e interessarsi di una gran varietà di cose, dapprima per provvedere ai loro bisogni, e poi per fare delle opere di misericordia verso il prossimo, come richiede la carità cristiana. Così disse a Marta perché voleva farle comprendere che il suo affanno era cosa buona e utile alla salute dell’anima. Ma perché non pensasse che il suo lavoro fosse il migliore che si potesse fare, aggiunse: «Ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno». Qual è dunque questa cosa? Certamente che si ami e lodi Dio per se stesso, al di sopra di ogni altra attività, materiale o spirituale, che l’uomo possa fare. E affinché Marta non pensasse di poter amare e lodare Dio al di sopra di ogni altra attività materiale o spirituale, e contemporaneamente occuparsi delle necessità di questa vita, per liberarla dunque dal dubbio di poter servire Dio in maniera perfetta attraverso le attività materiali e spirituali nello stesso tempo — poteva sì farlo, ma in maniera imperfetta aggiunse che Maria aveva scelto «l’ottima parte» che non le sarebbe mai stata tolta. Infatti, quel perfetto slancio d’amore che inizia qui sulla terra è ancora lo stesso che durerà per sempre nella beatitudine del cielo: l’uno e l’altro sono una sola cosa.

La Nube della non-conoscenza 19

NUBE

CAPITOLO 19

Una breve giustificazione dell’autore del libro sul fatto che tutti i contemplativi dovrebbero scusare pienamente gli attivi che parlano o agiscono contro di loro.

Qualcuno potrebbe pensare che io porto poco rispetto a Marta, questa santa del tutto particolare, paragonando le sue parole di rimprovero nei confronti della sorella a quelle degli uomini del mondo o viceversa. Sia ben chiaro che io non intendo affatto mancare di rispetto né a lei né a essi. Dio non voglia che io dica in questo libro qualcosa che possa gettar discredito su qualcuno dei servi del Signore, a qualunque grado appartenga, e in special modo su questa sua santa del tutto particolare. Penso, infatti, che si debba comprendere e scusare appieno la sua lamentela se si considera il momento e il modo in cui la fece. La causa prima di tutto quel che disse, era la sua ignoranza. Non c’è da stupirsi se in quel momento. Marta non sapeva in qual modo Maria era occupata: credo proprio che non avesse sentito parlar molto in precedenza di una simile perfezione. Inoltre, quel che disse, lo disse in maniera cortese e succinta. Perciò la si deve considerare pienamente scusata. Allo stesso modo, penso che questi uomini e queste donne del mondo che vivono nella vita attiva, hanno tutte le buone ragioni per essere scusati delle loro parole di rimprovero, cui si è accennato poco sopra. E non importa se si esprimono in maniera rude: bisogna tener conto della loro ignoranza. Come Marta sapeva ben poco di quel che sua sorella Maria stava facendo, quando lei si lamentava con nostro Signore, così le persone del nostro tempo sanno anch’esse ben poco o niente di quel che si propongono i giovani discepoli di Dio quando lascian da parte gli affari di questo mondo e si sforzano di diventare servi speciali di Dio in spirito di santità e giustizia. Che se invece lo sapessero, son proprio sicuro che non parlerebbero e non agirebbero a quel modo. Perciò penso che dobbiamo ritenerli scusati in qualsiasi caso: non conoscono alcun genere di vita migliore di quel che essi stessi vivono. Inoltre, quando penso alle innumerevoli colpe che io ho commesso in passato, sia in parole che in opere, a causa della mia ignoranza, allora mi viene in mente che se voglio essere scusato da Dio per questi miei peccati d’ignoranza, anch’io devo aver pietà e misericordia per gli altri, scusando sempre quelle parole e azioni che derivano dalla loro ignoranza. Altrimenti, non farei certo agli altri quel che vorrei che essi facessero a me.