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La Nube della non-conoscenza 74

NUBE

CAPITOLO 74

Un’anima particolarmente portata a fare questo lavoro non può leggere o parlare o sentire qualcun altro leggere o parlare del contenuto di questo libro, senza provare una vera e propria consonanza con il fine a cui tende questo stesso lavoro; vi si ripete la raccomandazione del prologo.

Se ti sembra che questa maniera di lavorare non sia adatta alle tue disposizioni spirituali e fisiche, puoi pure metterla da parte e, in seguito al consiglio di un buon padre spirituale, prenderne un’altra in tutta sicurezza e senza alcun biasimo. In tal caso ti pregò di scusarmi, perché avrei voluto esserti di aiuto con questo scritto dettatomi dalla mia semplice scienza: questa, e non altra, era la mia intenzione. Pertanto, leggi questo libro da cima a fondo per due o tre volte, e più lo leggerai, meglio è, perché sarai in grado di comprenderlo sempre di più. E così una frase che magari ti era assolutamente incomprensibile alla prima o alla seconda lettura, poco dopo ti sembrerà facilissima. Sì, mi sembra impossibile che un’anima particolarmente portata a un simile lavoro possa leggere o parlare, o sentire qualcun altro leggere o parlare di questo argomento, senza provare subito dentro di sé una vera e propria consonanza con il fine a cui tende l’insegnamento che ti ho trasmesso. Se dunque hai l’impressione che questo lavoro ti fa del bene, ringrazia Dio di tutto cuore e, per l’amore di Dio, prega per me. Fa’ come ti dico! E ti prego, per l’amore di Dio, di non far vedere a nessuno questo libro, a meno che si tratti di qualcuno che sia adatto alla contemplazione, secondo quanto tu stesso puoi trovare più indietro, là dove ho spiegato quali uomini debbano intraprendere questo lavoro e quando debbano cominciarlo. Se fai vedere il libro a una persona del genere, allora ti prego di raccomandarle di spendere tutto il tempo necessario per esaminarlo fino in fondo. Vi può essere, magari, qualche argomento, all’inizio come in mezzo, lasciato in sospeso e non completamente sviluppato là dove si trova. Ma se non è trattato compiutamente in quel posto, lo sarà più avanti o comunque alla fine. Così, se uno dovesse prendere in esame solamente una parte e non l’altra, potrebbe facilmente cadere in errore: ecco perché ti prego di fare come ti dico. E se c’è una particolare questione che, secondo te, andrebbe trattata in modo più chiaro, fammi sapere qual è, e anche la tua opinione in proposito; da parte mia farò di tutto per spiegarmi con più completezza e secondo il mio limitato sapere. Non è stato affatto nelle mie intenzioni che i ciarloni, gli adulatori, i falsi modesti, i pettegoli o i maldicenti è ogni sorta di mettimale vedessero questo libro. Non è per essi che ho scritto. Per questo vorrei che ne facessero a meno loro e anche tutti quegli uomini, dotti o ignoranti, che sono semplicemente curiosi. Se fossero anche buone persone, eccellenti nella vita attiva, questo libro non fa per loro.

La Nube della non-conoscenza 73

NUBE

CAPITOLO 73

A somiglianza di Mosè, Bezaleel e Aronne, che si occuparono dell’Arca dell’Alleanza, simbolo della contemplazione, noi arriviamo in tre maniere diverse a questa grazia della contemplazione.

Secondo l’Antico Testamento, i tre uomini che più si occuparono dell’Arca furono Mosè, Bezaleel e Aronne. Mosè imparò da nostro Signore, là sul monte, come doveva essere fatta. Bezaleel la realizzò e la costruì nella valle, seguendo il modello che era stato mostrato sul monte. Aronne, infine, ebbe il compito di custodirla nel tempio, e poteva vederla e toccarla tutte le volte che lo voleva. Questi tre esempi ci indicano le tre diverse maniere con cui giungiamo alla grazia della contemplazione. A volte vi arriviamo solo per grazia, e allora siamo simili a Mosè, il quale, nonostante la difficile salita e il duro lavoro sul monte, non poteva vedere l’Arca se non raramente, solo quando a nostro Signore piaceva mostrargliela, e non come ricompensa per tutto il suo lavoro. Altre volte vi arriviamo in forza della nostra stessa penetrazione spirituale, con l’aiuto e l’assistenza della grazia, e allora siamo simili a Bezaleel, il quale non era in grado di vedere l’Arca prima ancora di averla fatta con le sue stesse mani, seguendo il modello mostrato a Mosè sul monte. Infine, noi vi arriviamo grazie all’insegnamento di qualcun altro, e allora siamo simili ad Aronne, il quale aveva l’incarico di custodire l’Arca che Bezaleel aveva precedentemente realizzato e costruito con le sue stesse mani; egli aveva altresì la facoltà di vederla e toccarla tutte le volte che lo voleva. Vedi, amico spirituale, per quanto il linguaggio sia infantile e improprio, in questo lavoro io faccio la parte di Bezaleel, anche se sono una creatura miserabile e assolutamente indegna di insegnare agli altri: ecco quindi che io costruisco e depongo in qualche modo nelle tue mani questa specie di arca spirituale. Ma se vuoi diventare un Aronne, devi lavorare ancor meglio di me, e in maniera più eccelsa; ciò significa che non devi mai smettere un momento di attendere alla contemplazione, per il tuo bene e anche per il mio. Fa’ come ti dico, te ne prego, per l’amore di Dio onnipotente. E dal momento che siamo tutt’e due chiamati da Dio a diventare contemplativi, ti scongiuro, per l’amore di Dio, di colmare da parte tua quel che manca in me.

La Nube della non-conoscenza 72

NUBE

CAPITOLO 72

Il contemplativo non può giudicare un altro in base alla sua esperienza.

Da tutto questo puoi ben capire che l’uomo a cui è dato di giungere alla contemplazione perfetta e di farne esperienza, ma solo dopo un enorme lavoro e in rare occasioni, può facilmente cadere in errore se si mette a parlare, a pensare o a dar giudizi sugli altri uomini in base alla sua esperienza personale, perché ritiene che anch’essi non vi possano giungere che raramente e dopo un enorme lavoro. Allo stesso modo, l’uomo in grado di contemplare quando vuole, può facilmente cadere in errore se giudica gli altri prendendo come metro se stesso e dicendo che anch’essi sono in grado di contemplare quando vogliono. Lascia perdere tutto questo: no, non è certamente così che si deve ragionare. Infatti, quando a Dio piace e se lui vuole, può darsi che quelli che in un primo momento raggiungono la contemplazione solo di rado, e dopo un enorme lavoro, in seguito possano arrivarci quando vogliono e tutte le volte che a loro piace. Un esempio a questo proposito l’abbiamo ancora in Mosè, il quale dapprima non poteva vedere la forma dell’Arca se non raramente e dopo un enorme lavoro, là sul monte; ma in seguito era in grado di vederla nella valle tutte le volte che lo voleva.

La Nube della non-conoscenza 71

NUBE

CAPITOLO 71

Alcuni riescono ad avere l’esperienza della contemplazione perfetta solo nell’estasi, altri invece quando vogliono e nelle normali condizioni di vita spirituale.

Certi ritengono la contemplazione una materia così difficile e pericolosa che, affermano, non vi si può arrivare senza aver fatto in precedenza una gran mole di lavoro e una fatica enorme. Dicono, inoltre, che la si ottiene raramente, e solo in un momento d’estasi. A costoro voglio rispondere, misero come sono, dicendo che tutto dipende dalla volontà e dal beneplacito di Dio, oltre che dalla capacità e predisposizione dell’anima in ordine alla grazia della contemplazione e del lavoro spirituale di cui sto parlando. Indubbiamente ci sono alcuni che senza una lunga e impegnativa preparazione spirituale non vi possono arrivare. E quand’anche giungano alla pienezza della contemplazione, tutto ciò non capita che raramente, e grazie a una chiamata tutta particolare da parte di nostro Signore: è quella che noi chiamiamo «estasi». Ci sono altri, però, che hanno l’animo così sensibile all’azione della grazia, e hanno una tale familiarità con Dio durante la contemplazione, che possono immergervisi quando vogliono e nelle normali condizioni di vita: si trovino seduti o in cammino, in piedi o in ginocchio. E in tutto questo tempo rimangono nel pieno possesso delle loro facoltà fisiche e spirituali, e possono farne uso, se lo desiderano; naturalmente incontrano delle difficoltà, ma niente affatto eccessive o insormontabili. Prototipo degli uni è Mosè; degli altri Aronne, il sacerdote del Tempio. Infatti la grazia della contemplazione è raffigurata nell’Antico Testamento dall’Arca dell’Alleanza, e i contemplativi sono raffigurati da coloro che più dovevano occuparsi dell’Arca, come la storia ci insegna. Ed è perfettamente corretto paragonare questa grazia e questo lavoro all’Arca, perché come l’Arca conteneva tutti i gioielli e le reliquie del Tempio, così questo piccolo atto d’amore diretto verso la nube della non-conoscenza contiene dentro di sé tutte le virtù dell’anima umana, che è il tempio spirituale di Dio. Mosè, prima ancora di poter vedere l’Arca e di sapere in qual modo doveva essere fatta, salì con lungo sforzo e grande fatica fin sulla cima del monte, e restò lì a lavorare in una nube per sei giorni, aspettando il settimo giorno perché Dio acconsentisse a mostrargli la maniera di costruire l’Arca. Il lungo lavoro di Mosè e la sua visione tardiva, stanno a indicare coloro che non riescono ad arrivare alla perfezione di questa opera spirituale, senza un previo lavoro lungo e faticoso. E anche se vi arrivano, ciò capita loro raramente, e solo se Dio acconsente a dischiudere il loro cuore all’estasi contemplativa. Ma quello che Mosè poteva vedere solo in rarissime occasioni, e dopo un lungo sforzo e una grande fatica, Aronne l’aveva sempre a sua disposizione, in virtù del proprio ufficio, dal momento che poteva vedere l’Arca nel Tempio al di là del velo, ogniqualvolta voleva entrarvi. Aronne sta a indicare tutti coloro di cui ho parlato prima, i quali in base alla loro penetrazione spirituale e all’assistenza della grazia, possono pervenire alla meta della contemplazione perfetta tutte le volte che lo vogliono.

La Nube della non-conoscenza 70

NUBE

CAPITOLO 70

Come cominciamo a giungere più prontamente alla conoscenza delle realtà spirituali se mettiamo a tacere i nostri sensi, così cominciamo a giungere più prontamente alla suprema conoscenza di Dio, per quel tanto che è possibile avere per grazia su questa terra, se facciamo a meno delle nostre facoltà spirituali.

Perciò lavora alacremente in questo «niente» e in questo «nessun posto», e lascia da parte i tuoi sensi e la loro maniera di operare: in verità ti dico che questo tipo di lavoro non lo si può nemmeno concepire per mezzo di essi. Con gli occhi puoi solo farti un’idea apparente di una determinata cosa, è cioè se è lunga o larga, grande o piccola, quadrata o rotonda, vicina o lontana, colorata o meno. E con le orecchie puoi solo coglierne il rumore o il suono; con il naso, la puzza o il profumo. Con il gusto puoi sapere se è acre o dolce, conservata sotto sale o fresca, amara o gradevole; con il tatto, se è calda o fredda, dura o tenera, soffice o ruvida. Ma, a dire il vero, queste qualità e questi attributi non li possiede né Dio, né alcun’altra cosa spirituale. Perciò, lascia da parte i tuoi sensi, e non lavorare con essi né all’interno né all’esterno di te stesso. Si sbagliano di grosso e operano contro l’ordine naturale delle cose, quanti vogliono diventare contemplativi, e quindi operatori spirituali nel più intimo di se stessi, e nonostante questo pensano di dover vedere o sentire o annusare o gustare o tastare le realtà spirituali in visioni esterne o interne al loro essere. Per natura i sensi sono ordinati in tal modo che gli uomini possono aver conoscenza, per mezzo di essi, di tutte le cose materiali ed esteriori; ma non possono certo giungere alla conoscenza delle realtà spirituali, se si servono dei sensi. Nella misura in cui ne riconosciamo i limiti, i sensi possono arricchire la nostra conoscenza. Per esempio, quando leggiamo o sentiamo parlare di certe cose, e ci rendiamo conto che i nostri sensi non sono assolutamente in grado di darci informazioni sulle loro qualità e sui loro attributi, allora possiamo veramente esser certi che si tratta di realtà spirituali e non materiali. Sotto un profilo spirituale, avviene allo stesso modo per quel che riguarda le nostre facoltà intellettuali, allorché ci sforziamo di conoscere Dio stesso. Per quanto grande possa essere la conoscenza e la comprensione di tutte le cose spirituali create, l’uomo non può mai giungere per mezzo dell’intelligenza alla conoscenza di una realtà spirituale non creata, qual è Dio stesso. Ma se riconosce il suo limite, allora sì che può giungere a una simile conoscenza. Quanto infatti limita l’intelligenza umana, non è altro che Dio, e lui solo. Ecco perché s. Dionigi disse: «La più perfetta conoscenza di Dio si ottiene con la non-conoscenza». In verità, chiunque farà passare i libri di Dionigi, troverà che le sue parole confermano chiaramente tutto quanto io ho detto o dirò ancora, dall’inizio di questo libro fino alla fine. Altrimenti non lo citerei nemmeno a questo punto, né lui né nessun altro dottore. Una volta gli uomini ritenevano di fare un atto di umiltà nel non dir niente di propria testa che non fosse sorretto da citazioni scritturali o dotte. Ma ora questa pratica è diventata un mezzo per mettere in mostra la propria abilità ed erudizione. A te tutto ciò non servirebbe a niente, ed è per questo che me ne astengo. Chi ha orecchie per intendere, intenda; e chi si sente mosso a credere, creda: non c’è altra alternativa.

La Nube della non-conoscenza 69

NUBE

CAPITOLO 69

La sensibilità dell’uomo cambia meravigliosamente nell’esperienza spirituale di questo «niente» prodotto «in nessun posto».

Quando un uomo fa l’esperienza spirituale di questo «niente» in «nessun posto», la sua sensibilità subisce delle mutazioni sorprendenti. Non appena comincia a posarvi lo sguardo, egli trova che tutti i peccati personali che ha commesso nel corpo e nello spirito fin dalla nascita, vi sono segretamente dipinti sopra a tinte fosche. E per quanto cerchi di distogliere la propria attenzione, i suoi peccati gli appaiono sempre dinanzi agli occhi, finché, dopo molto lavoro estenuante, molti sospiri dolorosi e molte lacrime amare, non li abbia in gran parte cancellati. In un simile travaglio interiore talvolta gli sembra di star a osservare l’inferno, perché ormai dispera di pervenire, attraverso questa sofferenza, alla perfezione del riposo spirituale. Molti sono quelli che giungono fino a questo punto nel loro cammino spirituale, ma poi, siccome sentono che la loro sofferenza è troppo grande e che non ricevono alcun conforto, tornano indietro a considerare le cose materiali. E cercano delle consolazioni mondane ed esteriori per compensare quelle spirituali che a quel punto non hanno ancora meritato, ma che avrebbero senz’altro ottenuto se avessero perseverato. Chi invece persevera, prova di tanto in tanto un certo qual conforto e ha una certa qual speranza, di perfezione, perché comincia a sentire e a vedere che, con l’aiuto della grazia, molti dei suoi peccati personali commessi in passato vengono in gran parte cancellati. Nonostante tutto, si sente ancora immerso nella sofferenza, ma ora pensa che un bel giorno questa svanirà, perché va diminuendo sempre più. Pertanto, quel «niente» non lo chiama più inferno, ma purgatorio. A volte non vi trova scritto sopra alcun peccato particolare, ma in quei momenti gli sembra che il peccato sia come un blocco massiccio di cui non sa assolutamente nulla, se non che si tratta, in fondo, di se stesso. Allora quel «niente» lo si può chiamare come la radice e la pena del peccato originale. A volte crede di essere in paradiso o in cielo, per via delle svariate e meravigliose dolcezze, e delle innumerevoli consolazioni, gioie e virtù benedette che vi può trovare. Altre volte, infine, gli sembra che quel «niente» sia Dio stesso; tale è la pace e il riposo che vi trova. Sì, pensi pure quello che vuole: troverà sempre la nube della non-conoscenza tra sé e Dio.

La Nube della non-conoscenza 68

NUBE

CAPITOLO 68

«In nessun posto» materialmente, significa «dappertutto» spiritualmente; il nostro uomo esteriore chiama «niente» il lavoro di cui parla questo libro.

Allo stesso modo va inteso l’invito che un altro ti potrebbe rivolgere, di raccogliere le tue facoltà e i tuoi sensi nell’intimo di te stesso e di adorare Dio dentro di te. Quantunque questo sia certamente del tutto giusto e vero, e nessuno potrebbe dire cosa più assennata, se ben la si comprende, io invece per paura che tu abbia a intendere in maniera fisica, e quindi sbagliata, queste parole, non ti dico assolutamente di far così. Questo è quanto voglio da te: che tu non sia in alcun modo dentro di te. E di conseguenza, voglio che tu non sia nemmeno fuori di te stesso, né sopra, né dietro, né da una parte, né dall’altra. «Ma allora», mi dirai, «dove devo stare? A quanto pare, da nessuna parte!» Ebbene, sì, hai pienamente ragione: è così che ti voglio. Perché quando non sei in nessun posto materialmente, sei dappertutto spiritualmente. Pertanto sta’ ben attento, perché il tuo lavoro spirituale non sia ancorato a nessun posto materiale. In questo caso, dovunque si trovi l’oggetto su cui stai coscientemente applicando la tua intelligenza, è proprio lì che ti trovi in spirito, in modo così vero e reale come il tuo corpo si trova nel luogo dove tu sei materialmente. E anche se i tuoi sensi non vi possono trovar nulla di cui nutrirsi, perché secondo loro tu non stai facendo assolutamente niente — proprio così! —, continua a fare questo «niente», se non altro per amore di Dio. Perciò, non smettere in alcun modo, ma lavora alacremente in questo «niente», con desiderio sempre vigilante e volontà ferma di possedere Dio, che nessun uomo può conoscere. Ti dico, in verità, che preferirei essere in questo «nessun posto» fisicamente, a lottare con questo cieco «niente», piuttosto che essere un signore così potente da poter essere fisicamente dappertutto, se solo lo volessi, intento a godere allegramente di tutto come fa un padrone con le proprie cose. Lascia perdere questo «dappertutto» e questo «tutto», in cambio di questo «nessun posto» e di questo «niente». Che importa se le tue facoltà intellettuali non riescono a scandagliare questo «niente»? Io lo amo ancor di più! È una cosa così eccelsa in se stessa, che non la si può comprendere in alcun modo. Questo «niente» è più facile sentirlo per esperienza che vederlo, perché è completamente cieco e oscuro agli occhi di coloro che solo da poco si son messi a guardarlo. Ma a voler parlare più correttamente, l’anima che ne fa esperienza è accecata dalla sovrabbondanza di luce spirituale, piuttosto che dall’oscurità o dall’assenza di luce fisica. Chi è che allora lo chiama «niente»? Il nostro uomo esteriore, di certo, e non quello interiore. Il nostro uomo interiore lo chiama «tutto», perché per mezzo suo impara a conoscere la ragione di tutte le realtà, materiali e spirituali, senza considerare in particolare ogni singola cosa in se stessa.

Il Magnificat di un certosino

Virgen de Las Cuevas e certosini

Per cominciare il mese di maggio, dedicato a Maria, ho scelto per voi miei cari amici un testo concepito da un certosino, una vera lode, un sublime Magnificat.

A voi tutti buona lettura, e che sia utile per l’inizio di questo mese mariano. Ho inserito qui la traccia audio del Magnificat cantato dai monaci…una vera delizia.

Il Magnificat di un certosino

(Parafrasi)

La Vergine Madre è costantemente presente nel cammino di fede del Popolo di Dio verso la luce. Lo dimostra in modo particolare il cantico del Magnificat che, provenendo dalla profonda fede di Maria, non cessa di vibrare nel cuore della Chiesa lungo i secoli» (Giovanni Paolo II. RM 35).

Vorrei invitare il mondo e tutte le cose create a cantare a te, amata Regina, con venerazione e amore, che come ogni angelo quando ti guarda ti venera, così tutta la terra deve vibrare in tuo onore. Cantiamo dunque alla nostra Madre Celeste, alla “Grazia” di questa terra. l’imperatrice di Sion. Spalanchiamo i torrenti della tenerezza, e nei nostri cuori sgorga la pietà pura e filiale. Oggi della mia santa Madre canterò il canto sacro, perché più volo si leva cantando ciò che canta, per essere da lei creata.

“La mia anima proclama la grandezza del Signore”.

Mi unisco, mia Regina, a questa tua alta lode, sperando che un giorno la continuerò nella gioia della beatitudine. Cantate insieme il celeste e il terrestre in suo onore, santo inno gloria a lei, fanciulla del Signore.

“Il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore”.

Mi rallegro dell’amore che professi con tanto fervore al Signore eterno, per il quale chiedo fervore per piacergli, misericordioso. Pura Vergine, Madre Santa, amiamo andare da te; chi aspetta fiducioso, non dimenticato vive qui.

«Perché ha visto l’umiliazione del suo schiavo».


La tua incomparabile umiltà piacque così tanto all’Eterno che l’augusta Trinità ti riempì di santità e ti fece un “Tempio Santo”. Conserva il mio d’ora in poi, Signora, il tuo è: ti offro arreso, il suo palpito, come vedi.

“D’ora in poi tutte le generazioni si congratuleranno con me”.

Mi rallegro, mia Regina, che tutti i secoli ti chiamino “Regina dell’amore e della gioia” e in cielo e in terra tutti gli esseri ti amano. Tanto il grande quanto il piccolo che è padrone o servo, in unione fraterna ti amano e ti acclamano con fervore.

Perché il Potente ha fatto in me grandi opere.”

La Sacra Incarnazione del Figlio dell’Eterno Dio è l’azione più grande che risplende nella Creazione e nel suo governo divino. Non c’è mai stata un’altra creatura con un tale dono. Sei solo “piena grazia”, solo riempi il cuore.

“Il suo nome è santo e la sua misericordia raggiunge i suoi fedeli di generazione in generazione”.

Per la tua intercessione, spero ferventemente e così raggiungo dal Signore eterno la speranza, la fede e l’amore per potermi salvare. Se chi pecca si pente, presto si sente chiamato; lo chiami tutto affabile per essere gentile con Dio da portare.

“Fa prodezze con il suo braccio.”

Con il suo braccio potente Dio ha fatto mille meraviglie, anche se guarda piamente colui che geme pauroso e alle anime semplicissime. Nel tuo aiuto chi confida, o Maria!, sarà salvo; e in cielo alla tua presenza canterà la tua eccellenza.

“Disperde i superbi nel loro cuore”.

E per lo stesso motivo, dal suo cuore bandisce il cuore superbo, che ignora la sua condizione di essere fatto di terra. O Maria, mia Regina, o Signora del Cielo! Oggi, per favore, accetta il mio cuore filiale.

“Deponi i potenti dai loro troni”.

Adoro il tuo giusto giudizio, Signore onnipotente, che ricompensi il servizio umile e condanna al supplizio il superbo peccatore. Perché sono sempre riposata e fiduciosa in te, e perciò d’ora in poi, a te, Signora, mi dono.

“E esalta gli umili”.

Ebbene, è sempre stata l’umiltà propria della nostra condizione, che ha attirato la bontà di Dio, donando santità ed elevazione al cielo. Canti il mondo riconoscente, colui che si è donato alla Madre del buon amore e si è consegnato nel suo grembo non è perduto.

“Riempie gli affamati di cose buone”.

Anche a chi geme affamato di ciò che ti piace, tu dai grazia, sostentamento, mentre lasci assetato l’abominevole peccatore. Illumini ogni mente che si sente occupata in te. Gli dai ispirazioni e movimenti per agire.

“Aiuta Israele suo servo”.

Che tu mi riceva per le mani di Maria, spero; che tutto a te quando ti ho incontrato, mi sono dato, per amarti notte e giorno. Ella muta ogni dolore in piacevole dolce pace, se ci mostra amore, tuo glorioso Santo Volto. “Ricordando la sua misericordia.” Ricorda allora, Signore, da me, per questo bene; E così gemevo peccatore, venni a raggiungere il mio timore con viva fede e carità. Madre, prega fin da ora e nell’ora dell’espirazione, di andare con grazia dalla terra al cielo per riposare.

Come avevo promesso ai nostri padri, a favore di Abramo e della sua discendenza per sempre”,

Fermo nella tua parola spero, o mio Dio, di poterti vedere; mentre io continuo sulla via che Cristo ha seguito prima per compiacerti. Mamma, se dici: “È mio figlio”, vero, certo, tranne che lo sono; e, perciò, oggi ti amo e ti accolgo MADRE. Perché la gioia eterna sia il tuo tenero servitore, come uno schiavo si arrese a te, posseduto dal tuo amore. “Magnificat!” là canterò, vedendomi sempre al tuo fianco e salvata per sempre in canti che mi disfarò. Rifugio, Avvocata, Guida, Faro del porto eterno, tutto questo e altro è María. Amarla è salvarsi davvero!

Un certosino

La Nube della non-conoscenza 66

NUBE

CAPITOLO 66

L’altra facoltà secondaria è la sensibilità; il suo operato e la sua obbedienza alla volontà, prima e dopo il peccato.

La sensibilità è la facoltà dell’anima che concerne e governa i sensi, attraverso i quali conosciamo e sentiamo materialmente tutte le creature corporee, piacevoli o fastidiose che siano. Essa ha due funzioni: una si occupa delle esigenze del corpo, e l’altra soddisfa le bramosie dei sensi. È questa stessa facoltà che si lamenta quando il nostro corpo viene a mancare del necessario, e che ci spinge, nel rispondere ai nostri bisogni, a prendere più del necessario per alimentare e incoraggiare le nostre voglie. Si lamenta della mancanza di cose o creature piacevoli, ed è tutta felice e appagata della loro presenza. Si lamenta della presenza di cose o creature fastidiose, e si compiace vivamente della loro assenza: Sia questa facoltà che l’oggetto su cui opera, sono entrambi contenuti nella memoria. Prima che l’uomo peccasse, la sensibilità era così obbediente alla volontà, di cui è in certo senso la serva, che non le forniva mai piaceri o dispiaceri disordinati verso creature materiali, né contraffazioni spirituali di piaceri o dispiaceri, prodotti nei sensi da qualche nemico spirituale. Ma ora non è così. Se non è ricondotta dalla grazia a obbedire alla volontà, così da soffrire con umiltà e moderazione la pena del peccato originale — avvertita nell’assenza dei piaceri necessari e nella presenza dei dispiaceri così salutari per lei —; se non è quindi in grado di dominare le sue voglie alla presenza dei piaceri, e il suo avido godimento in assenza dei dispiaceri, allora la sensibilità andrà ad avvoltolarsi, misera e lasciva, come un porco nel fango, nelle ricchezze di questo mondo e nella corruzione della carne, tanto che tutta la nostra vita sarà bestiale e carnale, piuttosto che umana o spirituale.

La Nube della non-conoscenza 65

NUBE

CAPITOLO 65

La prima facoltà secondaria è l’immaginazione; il suo operato e la sua obbedienza alla ragione, prima e dopo il peccato.

L’immaginazione è la facoltà con la quale raffiguriamo tutte le immagini delle cose presenti o assenti. Sia l’immaginazione che l’oggetto su cui opera, sono entrambi contenuti nella memoria. Prima che l’uomo peccasse, l’immaginazione era così obbediente alla ragione, di cui è in certo senso la serva, che non le forniva mai immagini contraffatte di creature materiali, né immagini fantastiche di creature spirituali. Ma ora non è così. Se non è ricondotta dalla luce della grazia a obbedire alla ragione, essa non cesserà mai, sia nel sonno che nella veglia, di rappresentare diverse immagini contraffatte delle creature materiali, oppure qualche allucinazione, che non è altro che la rappresentazione materiale di una cosa spirituale, ovvero la rappresentazione spirituale di una cosa materiale. E tutto ciò è sempre fittizio e falso, e parente prossimo dell’errore. La disobbedienza dell’immaginazione si può chiaramente rilevare nelle preghiere di coloro che solo da poco hanno lasciato il mondo per volgersi alla vita di devozione. Verrà senza dubbio il tempo in cui l’immaginazione sarà in gran parte ricondotta dalla luce della grazia a obbedire alla ragione, dopo la costante meditazione sulle cose spirituali, come la propria miseria, la passione e la bontà di nostro Signore, e così via. Ma finché non si perverrà a questo stadio, non sarà possibile in alcun modo rigettare la sorprendente varietà di pensieri, fantasticherie e immagini che vengono suscitate e impresse nella mente dalla sola luce e curiosità dell’immaginazione. Questa disobbedienza è la pena connessa al peccato originale.