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La vita interiore di F. Pollien cap.VI

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VI

L’INCOSTANZA

457. L’incostanza dei miei capricci. – 458. Del mio comportamento troppo superficiale. – 459. Della mia debolezza. – 460. Rimedio: sincerità e confidenza.

457. L’incostanza dei miei capricci. – Occorre, inoltre, che l’anima non resti suddivisa e sballottata dall’incostanza di cui porto in me tante cause. Non sono troppo facilmente lo zimbello dei miei capricci? Un giorno fedele, perché la tal cosa mi piace; un altro negligente, perché mi annoia. Nella consolazione mi entusiasmo; nell’aridità abbandono ogni cosa, come la banderuola che gira secondo il vento. La scissione del mio spirito fra il dovere ed il piacere mi rende oscillante, e l’uomo oscillante è instabile in tutte le sue azioni (cf. Gc 1, 8). Svolazzo da un esercizio all’altro, sfiorandoli successivamente, senza posarmi su nessuno. Secondo il paragone di san Francesco di Sales, imito le vespe che « si abbandonano a una costante inquietudine e a una inutile frettolosità. Esse svolazzano, succhiano, cercano il cibo finché durano la loro estate e il loro autunno; ma, quando sopravviene l’inverno, si trovano senza rifugio, senza riserva di viveri e senza vita ». Se, al contrario, cerco, nei fiori dei miei esercizi, il vero miele della vera devozione, imito « le api che escono dall’arnia solo per raccogliere il polline, vivono insieme solo per comporre il miele, si danno da fare solo per questo, compiono un lavoro ordinato, e, nelle loro case e monasteri, si occupano solo del lavoro profumato del miele e della cera. Hanno come unico oggetto della vita, dell’odorato e del gusto la bellezza, la soavità e la dolcezza dei fiori adatti al loro scopo, non solo compiono un lavoro molto nobile, ma hanno un rifugio sicuro e amabile, una riserva di cibo delizioso e una vita allegra in mezzo ai frutti del loro lavoro ». Oh, se sapessi riposarmi sui fiori coltivati per me, servendomi unicamente di essi, per preparare il profumato miele della gloria divina e la cera della mia santificazione, avrei anch’io un amabilissimo raccoglimento nell’anima mia, una provigione gradevolissima e una vita assai soddisfacente.

458. Del mio comportamento troppo superficiale. – Allorché, negli esercizi spirituali, mi comporto come le vespe, non cercando in essi il miele della gloria divina, basta pochissimo per interrompere il mio lavoro. Infatti, siccome non mi attengo a questi esercizi se non dal lato esteriore, basta un’interruzione, un’infedeltà, per spezzare la catena e farmi restare senza niente. Così mi scoraggio presto e sono facilmente sviato; la mia vita spirituale è spesso sconcertata. Se, al contrario, miro soprattutto all’interno, l’abitudine contratta in tal modo, non scompare per uno o più atti tralasciati, e malgrado certe negligenze o infedeltà esteriori, sento che mi rimane sempre la trama, che nulla di essenziale è interrotto ed io non mi scoraggio. Ho una stabilità maggiore. Le mie infedeltà possono ritardare il cammino, ma non mi gettano fuori della strada.

459. Della mia debolezza. – Ecco già due cause d’incostanza: i capricci della mia soddisfazione e gli inganni del mio comportamento troppo superficiale. Ve n’è pure una terza: la mia natura. Ho lasciato, purtroppo, che le mie facoltà si deformassero nelle abitudini perverse; in queste deviazioni ho perduto parte della mia forza (n. 398). Le cattive tendenze m’impongono una tirannia assai gravosa, che sento tanto maggiormente quanto più voglio liberarmene.

La mia natura è, d’altronde, debole per se stessa; le rovine del peccato originale hanno indebolito non poco le mie potenze e la loro energia, e hanno deposto in me tanti germi di disgregazione e di morte. È forse necessario aggiungere che gli allettamenti seduttori sono numerosi e incalzanti?

Per tutte queste cause sono debole ed incostante. « Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo » (Rm 7, 18-24).

460. Rimedio: sincerità e confidenza. – La debolezza della mia miseria si fa sentire e produce l’incostanza in tutta la mia vita, specialmente nell’uso degli esercizi di pietà. Come guarirla? Con la fedeltà ai miei esercizi? Sarebbe un supporre fatto ciò che è da fare. Se posso essere fedele ai miei esercizi, posso esserlo anche agli altri miei doveri. Se l’incostanza non assale più i miei esercizi è segno ch’essa è già guarita.

San Paolo indica un solo rimedio: la grazia di Dio per Gesù Cristo. Che cosa vuol dire la grazia di Dio? Vuol dire che debbo aspettare la forza solo da Dio e che debbo attenderla con sincerità e pazienza. Anzitutto con quella piena sincerità di fede che sa contare su Dio senza esitare (cf. Gc 1, 6). Inoltre, con pazienza, poiché come non si passa in un sol giorno dalla debolezza dell’infanzia alla maturità virile, così pure le infermità dell’anima non scompaiono per un momento di sincerità. Ogni opera vitale si compie mediante un lento e proporzionato progresso. Posso essere profondamente sincero con Dio, e tuttavia cadere ancora in gravi debolezze ed essere sballottato da umilianti incostanze. La debolezza non toglie nulla alla sincerità. È necessario che lo ricordi per non scoraggiarmi. Qualunque sia la mia debolezza e la mia incostanza, non ho bisogno che di sincerità, per aprire in me le vie alla grazia, la quale, entrando in me, fortificherà la mia debolezza e correggerà la mia incostanza. Nessuna debolezza, nessuna incostanza deve scoraggiare la sincerità. Ah! se fossi abbastanza umile da mantenermi nella sincerità della vera contrizione, non avrei a gemere così a lungo sulla mia incostanza. La potenza di una regolarità saggia, sobria, ferma, viva si rafforzerebbe e si manifesterebbe, non solo nei miei esercizi di pietà, ma anche nella mia vita intera.

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La vita interiore di F. Pollien cap.V

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO V

L’ISOLAMENTO

Effetti particolari

451. La meditazione isolata. – 452. L’orazione degli antichi. – 453. La meditazione viva. – 454. Le distrazioni. – 455. L’unità del lavoro e della preghiera. – 456. 1 Salmi.

451. La meditazione isolata. – L’invasione del formalismo isolante, in nulla è più funesta quanto nell’orazione. Com’è esaltato dai santi l’esercizio dell’orazione! e com’è insistentemente consigliato! Per formarsi ad esso, i maestri spirituali raccomandano all’anima di applicarsi ogni giorno, almeno per mezz’ora, alla meditazione. Consiglio salutare, i cui frutti sono incomparabili in coloro che lo sanno praticare in modo vivo. Ma ecco introdursi il difetto paralizzante: l’isolamento, che chiude la meditazione in una mezz’ora formalista. Si farà questo esercizio per giustificarsi dinanzi alla propria coscienza; gli si concederà il tempo prescritto dalla regola; e sarà tutto. Si crederà di aver fatto meditazione, perché si è dato ad essa il tempo stabilito, mentre non avrà che poca o nessuna influenza pratica sul corso della giornata. Si crede che questo piccolo esercizio, troppo esteriore e compiuto tanto superficialmente, sia tutta l’orazione, e non si comprende affatto che cosa sia la vita di orazione.

Formalizzando in tal modo la meditazione, si è giunti ad estinguere la contemplazione. Ai giorni nostri non vi sono più anime veramente contemplative, eccetto alcune, semplici e rette, che senza aver mai saputo meditare formalmente, hanno cercato Dio nella semplicità del loro cuore. Si sono attenute, mediante l’umile fedeltà, alle direttive dello Spirito Santo; e l’azione intima e viva dello Spirito di vita le ha condotte ad intrattenersi con Dio senza sforzo e quasi per un’espansione naturale del loro essere.

452. L’orazione degli antichi. – Una volta si era meno formalisti, meno esclusivisti e più solleciti dell’unità e della circolazione della vita; ciò è attestato dalle regole degli ordini antichi. Si recitava l’ufficio canonico nelle diverse ore della giornata. Era questo il punto principale della devozione, anche per i laici pii. Come devozione privata, si recitavano i Salmi e, senza dubbio, con più gusto ed intelligenza del testo sacro. Si partecipava effettivamente alle funzioni liturgiche. Le cerimonie non erano lettera morta, come lo sono purtroppo ai giorni nostri per un gran numero di anime. In questa recitazione spesso reiterata nel corso della giornata, e in questa partecipazione alle funzioni sacre, l’anima si univa a Dio, viveva in comunicazione con lui e trovava di che alimentare la sua orazione, nelle ore di raccoglimento come in quelle di lavoro.

La regolarità viva e sostanziale di quest’alimentazione liturgica stabiliva una grande corrente di unità. Le idee, i sentimenti, le azioni si nutrivano di una medesima sostanza, si trasformavano, si elevavano. In tal modo l’anima andava a Dio. Che cosa sono infatti le prescrizioni esterne del culto, se non il canale regolatore della preghiera? Come non andrà a Dio un’anima, la quale, stabilitasi in questa corrente liturgica, attinge, da una parte, alla sorgente prima degli insegnamenti e dei sentimenti divini, e dall’altra, si mantiene sottomessa agli impulsi dello Spirito che insegna a pregare? Soltanto le anime fedeli a questa condotta andavano quindi a Dio. Le disposizioni interne, causate da questa frequenza divina, diventavano le disposizioni abituali, praticamente dominanti ed efficacemente direttrici della vita. L’anima viveva di esse; la vita si trasformava continuamente in uno stato meditativo permanente fino a giungere alla contemplazione.

È forse il caso di aggiungere che la liturgia è la forma pubblica ed ufficiale della preghiera della Chiesa, e che l’orazione, cercando in essa le sue sorgenti, è in comunicazione con la vita della Chiesa, ne prende lo spirito, forma il senso cattolico, unisce le anime tra loro, le immedesima alla loro Madre, vivifica questi grandi atti della vita cristiana e concorre potentemente a creare l’unità vivente delle idee e dei sentimenti cattolici? Si tratta di una questione d’immensa portata sociale e individuale.

453. La meditazione viva. – Se ai giorni nostri, la mezz’ora di meditazione fatta da ogni anima sollecita del proprio avanzamento, s’isolasse di meno in un concetto troppo formalista; se invece di essere una semplice parte come le altre, mirasse maggiormente ad essere come il cuore di tutta la giornata, ove il sangue degli altri esercizi e degli altri atti venisse a vivificarvisi; se invece di farla scaturire esclusivamente da un metodo, talora troppo convenzionale, e da libri troppo superficiali e particolareggiati, si cercasse piuttosto di farla scaturire dalle profondità dell’anima e della vita ordinaria; se mettesse in opera la liturgia delle ore, la messa, le preghiere, gli incidenti e le occupazioni della vita, riferendole a Dio; se, per mezzo suo, si imparasse a leggere l’azione di Dio, a vederla nelle sue relazioni viventi con l’anima; se non si confinasse nella sua mezz’ora, e tendesse maggiormente ad estendersi agli altri momenti della giornata, creando nel cuore come un bisogno di rituffarsi, tratto tratto, in colloquio con Dio, allora essa sarebbe ad un tempo più potente e più facile; costerebbe di meno e gioverebbe di più. L’isolamento uccide tutto, ma nulla esso uccide tanto, quanto l’orazione.

454. Le distrazioni. – L’isolamento, infine, mantiene le distrazioni. L’abitudine di non pensare che a me stesso nelle mie occupazioni, di agire da me stesso, senza mettere Dio a parte della mia vita, o meglio in cima a tutto, mi ha condotto a questa idea, del tutto falsa, che, nella preghiera, io debba pensare soltanto a Dio. Determino così due parti distinte: l’una, nella quale vorrei vivere in Cielo tutto in Dio; l’altra, in cui pretendo di vivere sulla terra tutto per me. Mi lusingo, almeno lo tento, di far passare la mia anima dall’una all’altra, in modo che, stando da una parte, non pensi assolutamente all’altra.

Confesso che, quando mi trovo nelle mie occupazioni perdo troppo facilmente il ricordo di Dio. Ma quando sono in preghiera!… Vi sono io mai, o mio Dio?… Le distrazioni abbondano… mi assalgono… mi opprimono… Il mio spirito vi ricade continuamente, ed i miei sforzi più energici non riescono a raccogliermi totalmente in Dio. Ciò sarebbe contro la natura. L’anima non cambia affatto le abitudini, come il corpo cambia gli abiti. Se bisognasse soltanto lasciare gli abiti da lavoro e indossare quelli da festa, la preghiera sarebbe cosa agevole; ma non avviene così per le mie potenze. Le abitudini sono permanenti e l’anima le porta ovunque con sé. Se ho l’abitudine di pensare a me, senza pensare a Dio; di pensare al mio lavoro e a tutte le vicende della vita all’infuori di Dio, porterò quest’abitudine nella preghiera; e l’unico rimedio per non portarvela sarebbe quello di cambiarla.

455. L’unità del lavoro e della preghiera. – Come cambiare questa abitudine? Unificando la mia vita, sopprimendo quella stolta suddivisione in scompartimenti, che spezza e guasta tutto. Certo, la mia vita ha bisogno di un regolamento, come è necessaria una scorza all’albero e un corpo all’anima. Il regolamento è come la scorza e il corpo. Ma se è necessaria una scorza all’albero e il corpo all’anima, ci vuole inoltre la linfa per la scorza e un’anima per il corpo. È dunque necessario uno spirito al regolamento. Qual è questo spirito che circola dappertutto e vivifica tutte le parti del corpo? Non ho che da richiamare alla mente il grande principio: Tutto, nella mia vita, dev’essere diretto alla gloria di Dio, animato da Dio, retto da lui. Dovrei abituarmi a vedere e a consultare Dio, nel mio lavoro come nei miei esercizi di pietà; a trattare i miei affari con lui, facendoli come pregando; e a vivere con lui nel lavoro come nella preghiera.

La vera religione consiste nell’unione di me stesso con Dio. Debbo vivere con lui, per mezzo di lui, in lui. Il mio lavoro non dev’essere più umano della mia preghiera, né questa più divina del mio lavoro. Debbo lavorare con Dio, come parlo con lui; attendere da lui la direzione del mio lavoro, come l’ispirazione della mia preghiera; nel mio lavoro, rivolgere a lui il mio pensiero; e nella mia preghiera, parlargli del mio lavoro.

456. I Salmi. – Non è forse la lezione ricavata dai Salmi, quella che la Chiesa predilige al punto da farne il centro quotidiano della sua preghiera ufficiale? Quasi senza transizione e con una unione ammirevole, il salmista si occupa alternativamente della gloria di Dio e dei suoi interessi personali. Canta le lodi sacre e innalza il grido della sua miseria; tutto ciò si unisce, si alterna, si lega formando un solo cantico. L’anima sale dalla terra al cielo; ritorna dal cielo sulla terra; ed è in continuo colloquio con Dio. Ai più sublimi slanci d’amore e di lode, il profeta unisce la litania delle sue angosce e dei suoi pericoli, senza neppure pensare che una cosa sia meno degna di un’altra, alle orecchie di Dio. Ecco la sua preghiera; come si nota bene il suo tenore sempre uguale! Il Signore e lui formano una cosa sola; gli interessi dell’uomo sono mescolati agli interessi di Dio; la sua vita è una.

Perché la Chiesa invita tanto insistentemente a recitare questi Salmi, se non per dire: « Ecco il tuo modello, unifica così la tua vita e la tua preghiera »? Oh, se ne fossi capace!… Trattare ogni cosa con Dio, confidargli tutto, affidargli la direzione di tutto! Vedrei allora tutte le cose nella sua luce; le cose viste in tal modo non mi causerebbero distrazioni, perché non mi allontanerebbero mai da lui. Le mie azioni e le mie preghiere costituirebbero una sola e medesima corrente, un solo e medesimo stato soprannaturale; vi sarebbe allora la pietà, la vera pietà. Fiat! Fiat!…

Orazione di offerta di un certosino

prostrazione nella cappella

Cari amici lettori, il testo che vi propongo oggi è di un anonimo certosino, ed è una dichiarazione di abbandono totale ed assoluto a Dio. Egli sembra offrirsi pienamente, donando tutto se stesso pregando umilmente affinchè venga assistito ed accolto in questa sua richiesta! Sublime e potente atto d’amore, per celebrare oggi la festività liturgica dell’Esaltazione della Santa Croce 

Ti ringrazio, Signore, la fede che mi hai dato; fa rivivere la grazia che è nel mio Battesimo, nella Cresima e negli altri sacramenti. Ti offro con tutta la fermezza, la determinazione e la gioia del cuore, la mia vita.

“Mio Signore e mio Dio!” Voglio corrispondere il tuo amore immenso ed eterno; Ti amo con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutto il mio spirito, con tutte le mie forze!

Io non voglio avere altra preoccupazione che quella di corrispondere l’amore che Tu hai per me. Non voglio sapere altro, non voglio pensare a niente altro, o lavorare, o soffrire o vivere per nulla, ma solo ed unicamente per il Vostro amore.

Voglio che tutte le mie occupazioni, il mio desiderio, la mia vita sia per amarti; nulla dovrà distrarre i miei pensieri o le mie azioni al fine di privarmi o disturbarmi dal darti affetto.

E anche quando io sarò in difficoltà, perseguitato, umiliato, nelle tentazioni e nel martirio, e fino alla morte, anche vorrò stimarti di cuore e troverò la tua azione ugualmente dolce e gentile, provvidente e benevole.

Ricordo e medito ogni giorno il vostro amore per poter ricambiare con tutta la mia conoscenza, il potere e l’amore.

Fa che Ti ami ogni giorno di più ed aumenti il mio amore in Te fino alla morte. Desidero avere la mia volontà del tutto unita a te, mio Dio, il più perfettamente possibile e concedimi la grazia suprema di vivere e morire in unione d’amore con Te, per la perseveranza della grazia e la pratica della carità disinteressata al servizio della mia fratelli.

Tu mi hai amato eternamente, e per salvarmi, sei venuto al mondo, per rinunciare a tutto e tutti con estrema umiltà derivante dalla sofferenza e dalla dolce bontà. Ti sei fatto uomo, come ognuno di noi, Sacramentando fino alla fine dei tempi.

Voglio ricambiare ciò, con la donazione assoluta di me stesso totalmente e perennemente, senza riserve alcune, e con tutto l’amore, la gioia e dolcezza che il mio cuore è capace di offrirti.

Confidando pienamente in Te, mio Redentore, e con gli occhi bassi della mia indegnità e miseria fino a sentire la confusione e la vergogna per i miei peccati e per i peccati del mondo, concedimi un sincero pentimento ed il cuore e le lacrime per purificarmi.

Io mi dono e mi consacro interamente e per sempre al tuo amore misericordioso pregandoti che questa mia volontà e donazione, dominino il mio spirito in tutti i momenti e le circostanze della vita ed a Tua somiglianza, mi faccia essere sempre con tutto e tutti, imperturbabilmente docile e umile di cuore.

Gesù, mite e umile di cuore, rendi il mio cuore come il Tuo. Cuore di Gesù, confido in Te.

Vergine Maria, Madre di Dio e mia madre, Assunta in Cielo il corpo e l’anima, Regina e signora del Cielo e della Terra, Madre della Chiesa: Mi consacro interamente a te, anima e corpo con tutte le mie forze e con i sensi tutto quello che ho e sono, con tutto ciò che posso e spero che mi doni a tuo Figlio divino e il mio redentore, Gesù Cristo, che si è comportato con tanto amore e devozione, con tanta purezza e umiltà.

Questo è il mio desiderio; Spero che presentato ed offerto nella Vostra mediazione, mi accetti e mi prenda come suo eternamente. Fa che corrisponda con amore e possa dire e ripetere nell’Eucaristia e sempre, con la verità e la sincerità: Di, mio unico bene, Tu sei tutto per me; che io sia tutti per Te. Possiedimi con la forza potente del Tuo amore esclusivo, assorbente, trasformante.

Convertimi, rivestimi e trasformami in Gesù Cristo. Fa che io viva sempre nella pienezza della intimità del tuo amore.

Amen, Dio mio, io sono pronto e preparato per qualsiasi cosa tu vorrai da me!

Un certosino

Il Raccoglimento interiore e la Realtà Divina

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Ecco a voi, in questo articolo odierno, una meditazione di un certosino della certosa svizzera di La Valsainte.

È nello spazio creato dal raccoglimento che si manifesta la realtà del Dio vivente. Il primo obiettivo ed il primo sforzo della preghiera è quello di raggiungere questa realtà; il secondo è quello di rimanere davanti a questa santa presenza e corrispondere alle sue esigenze”.

Usiamo la parola “sforzo” di proposito, perché la preghiera può davvero essere uno sforzo. A volte è facile come una conversazione viva che nasce dal cuore; ma questo è un’eccezione, se consideriamo la vita nel suo complesso e la maggior parte degli uomini. La maggior parte del tempo deve essere supportata dalla volontà e dall’esercizio fisico, e lo sforzo che richiede questo esercizio viene, in gran parte, perché non sentiamo la realtà di Dio. In questo caso, l’uomo che prega si sente nel vuoto e tutte le altre cose sembrano più urgenti, perché sono più palpabili. Quindi la cosa più importante è perseverare.

Chi afferma che la preghiera non porta nulla di nuovo, oppure che il suo interiore non la richiede, che la considera artificiale, abbandona la pratica della preghiera e perde ciò che dà senso a essa; perché la perseveranza nei momenti di aridità ottiene un risultato speciale, una conquista che non può essere compensata da un’altra preghiera, non importa quanto spontanea sia. La perseveranza dimostra che la Fede è veramente presa sul serio, che ci dedichiamo alla preghiera solamente per fedeltà alla parola di Dio. Perseverare è parlare al buio a Colui che ascolta, anche quando Egli non si manifesta a noi.
Ci sono molte forme di vuoto interiore. C’è una che significa semplicemente assenza: il fatto che nulla esiste in noi; c’è una altra, però, che è una forma speciale di presenza. Non è facile distinguere queste due forme. A volte è come se Dio non fosse effettivamente presente e, naturalmente, è affatto ragionevole finire con la preghiera e anche con la fede; ma in realtà, è solo una prova di Fede, perché «Il cielo e la terra sono pieni della magnificenza di Dio», come cantiamo nel «Sanctus». Inoltre, al credente è stato anche annunciato che per lui, Dio non è presente come lo è in relazione alle rocce ed agli alberi, ma in modo speciale. È «in lui» perché Egli lo ama! Ma la terra è un luogo di tenebre, e uno dei più densi veli che si può estendere a Dio, è proprio la mancanza del senso della Sua presenza.

La vita interiore di F. Pollien cap.IV

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO IV

L’ISOLAMENTO

Effetti generali

447. Definizione. – 448. I cassetti. – 449. La svogliatezza. – 450. La sterilità.

447. Definizione. – I difetti che pervertono la concezione stessa della vita e ne falsificano lo scopo sono di loro natura i più perniciosi, perché lo scopo domina tutto. Gli altri, che contrastano l’unità della vita e nuocciono al suo ordinamento, sono ugualmente dannosi, perché l’unità è necessaria alla vita e l’ordinamento è necessario all’unità. Segnaliamo, tra gli altri, l’isolamento che altera l’ordine e spezza l’unità degli esercizi, e l’incostanza che è la mancanza di legame e di continuità nei movimenti dell’anima. L’uno causa la sconnessione delle pratiche, l’altro la sconnessione delle facoltà.

Innanzitutto vediamo l’isolamento. Chiamo isolamento l’abitudine di ripartire la propria giornata in parti sconnesse, separate, destinate ciascuna ad un’occupazione distinta, senza che tra esse vi sia corrispondenza né influenza né legame vitale. Non si tratta qui della santissima, utilissima e necessaria abitudine di una regolarità armonica e vivente, che stabilisce ad ogni azione il suo posto e il suo momento, secondo le esigenze del dovere e degli avvenimenti. La regolarità è una grande e indispensabile qualità. Chi vuol vivere per Dio deve vivere secondo una regola. Ho già trattato a sufficienza, nel capitolo precedente (n. 444), la necessità che ciascuno ha di conformarsi alle regole del proprio stato.

Nessun vocabolario dà, come sinonimi, questi due termini: regolarità ed isolamento; sarebbe come dire che salute e malattia sono sinonimi. L’isolamento, infatti, è la malattia e la morte della regolarità. Isolare, confinare, chiudere, significa arrestare la circolazione della vita, stabilire una separazione mortale che produce l’effetto di una fasciatura o quello dell’amputazione di un membro. Bisogna svincolare la regolarità dal suo isolamento, per renderla libera e feconda.

448. I cassetti. – Questa previsione materialistica della regolarità, questo regolamento meccanico, fa della vita un mobile a scompartimenti. Al mattino apro un cassetto: meditazione. Mezz’ora dopo lo chiudo; ciò basta per quel giorno. Più tardi ne apro un altro: ufficio divino; tre quarti d’ora ed è richiuso. Così per le altre pratiche ed occupazioni; ognuna ha il suo cassetto. Gli esercizi di pietà sono, in tal modo, confinati in un angolo della giornata, separati dalla corrente vitale e non esercitano sull’anima che l’influenza del momento, se pure la esercitano… L’insieme della mia vita è sconnesso, privo di unità.

Il pensiero di Dio è rinchiuso in alcuni cassetti di esercizi, e non esce che ad intervalli fissi. Talora esso appare, ma non come abitudine dell’anima, bensì come atto transitorio. È un ricordo della memoria, o una scintilla dell’immaginazione, ma non un principio vitale. Esso non compenetra l’essere, non ispira i pensieri, non alimenta l’amore, non dirige le azioni. Dovrebbe essere la vita della mia vita; invece non è che un accessorio; dovrebbe unificare l’anima, le sue azioni, i suoi affetti, le sue idee, la sua vita intera e farne un tutto compatto, coerente; invece io vivo troppo fuori di esso. La mia vita, i miei esercizi diventano così una successione abbastanza disordinata di particolari spesso in lotta gli uni contro gli altri.

449. La svogliatezza. – Gli esercizi di pietà sono allora compiuti molto male. Non orientando la mia vita, perché non ne sono l’anima, mi riescono di peso. Essi stonano troppo nell’insieme delle mie occupazioni e preoccupazioni. L’anima mia, dovendo farsi violenza per arrestare il corso delle sue disposizioni abituali ed elevarsi ai sentimenti richiesti per questi esercizi, ha fretta di sbarazzarsi di questo costringimento e farla finita con essi. Sono un peso che mi addosso con pena, che lascio con piacere e da cui mi esento quanto più mi è possibile. Io soccombo così alla precipitazione e alla svogliatezza, conclusione affatto naturale di questo triste modo di isolare gli esercizi di pietà. Se non arrivo sempre a questo punto, i miei esercizi non hanno però alcuna espansione; concedo loro il tempo strettamente richiesto, li faccio approssimativamente, ma non progredisco.

450. La sterilità. – Isolando i miei esercizi, li sterilizzo e li annullo. « La religione vera e viva, dice il Solov’èv, non è una specialità, un dominio separato, un angolo a parte nell’esistenza umana. Rivelazione diretta dell’assoluto, la religione non può essere qualche cosa; essa è tutto o nulla ». Ciò che Solov’ev dice della religione, io lo dico degli esercizi di pietà, che ne sono l’applicazione alla vita pratica (n. 229). Se essi non penetrano interamente la vita, sono nulla.

L’esperienza m’insegna questa triste verità. Perché i miei esercizi si trascinano penosamente a guisa di moribondi? Perché, non formando il tutto della mia vita, ma solo un angolo separato, non sono altro che agonizzanti, pronti ad emettere l’ultimo gemito, ed ai quali riesco a stento mantenere un soffio di vita. Tutto li uccide, ed essi si uccidono a vicenda, perché sconnessi, distaccati, urtano in tutto e cozzano tra loro. Questi urti sono mortali. Vedrò più avanti (n. 462) come si possano evitare e come gli esercizi possano rivivere e diventare nuovamente il tutto della mia vita.

La vita interiore di F. Pollien cap.III

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

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CAPITOLO III

DIFETTI CONTRARI ALLA VITA

443. Fariseismo. – 444. Formalismo. – 445. Vanità. – 446. Sentimentalismo.

443. Fariseismo. – Gli esercizi non sono che mezzi di vita nei doveri del proprio stato. Hanno perciò valore solo in quanto servono allo sviluppo della vita soprannaturale ed al compimento del dovere, nello stato stabilito dalla Provvidenza. Tale è la pura e completa nozione del loro compito. Nozione fondamentale per guidare nella scelta, e altrettanto importante per guidare nella condotta. Se la perdo di vista, scelgo male e conservo male ciò che ho scelto. Si può dire che tutti i difetti commessi, sia nella scelta che nella custodia di ciò che scelgo, hanno la loro sorgente nella perdita di vista di questo punto fondamentale. Per convincersene, basta esaminare i difetti principali. Gli uni sono più nettamente contrari alla vita, gli altri più visibilmente opposti alla sua unità. Che cosa è innanzitutto il fariseismo, se non la perversione del senso religioso? Esso fu aspramente flagellato dall’indignazione del Salvatore. Dimentico del fine, pone l’apice della sua perfezione nella fedeltà meccanica alle pratiche esteriori, ritiene e considera gli esercizi come base e sostanza della pietà, si imprigiona in un angusto formalismo, filtra il moscerino ed inghiotte il cammello (cf. Mt 23, 24), ha una cura meticolosa di correggere ciò che appare agli occhi degli uomini e trascura ciò che solo Dio può vedere. Sotto l’esteriore impeccabilità nasconde la putredine del sepolcro (cf. Mt 23, 27) e si affida alla vanità delle sue molteplici osservanze (cf. Lc 18, 12). Questa illusione si ripartisce in gradi molto vari; ma, sia essa grave o leggera, è sempre l’esterno che è coltivato a detrimento dell’interno; è il mezzo preso per fine.

444. Formalismo. – A questo fariseismo dell’orgoglio se ne può paragonare un altro, che, come questo, fa consistere la sua pietà nel compimento di vuote formalità. E’ il fariseismo della pigrizia, volgarmente chiamato: formalismo. Noncuranza dell’anima che si abitua al più facile, che non ama la fatica, che teme lo sforzo, e giunge a persuadersi che basta curare l’esterno, che può fermarsi lì, e far uso degli esercizi solo quanto basti ad acquietarsi e ad addormentare la coscienza, nella supposizione che il suo dovere è sufficientemente adempiuto. Il primo è esagerato nella sua pretesa esattezza, quanto questo è rilassato nella fedeltà; sotto forme diverse, ma per una causa identica, ambedue vegetano senza espansione, senz’aria e senza vita.

Se occorre ripetere all’uno che la regolarità è indispensabile, e all’altro che essa non basta da sola, occorre ripetere ad ambedue, che la fedeltà esteriore vale in proporzione al risultato di glorificazione divina, di intima trasformazione e di grazia a cui essa contribuisce; che la sapienza consiste nel saper custodire ciò che è necessario e mutare ciò che non lo è, in modo da adattare tutto alle necessità, ai doveri ed ai progressi dell’anima, come nel pasto si regola l’ordine di preparazione secondo quanto conviene alla salute.

445. Vanità. – Posso però misconoscere la vita anche in un altro modo e, pur senza prendere i mezzi per il fine, assegnare agli esercizi un fine che non è il loro, cercando in essi il nutrimento umano, anziché quello divino; cercando insomma me stesso, pur mostrando di cercarci Dio.

Illusione! Ci vuol così poco a ripiegarsi su se stessi! e quanta fatica, invece, per elevarsi a Dio! Illusione dell’orgoglio che credendo di attingere di là idee, affetti ed energie divine, sviluppa in realtà soltanto le sue vedute personali, i suoi sentimenti e gli allettamenti della natura, e si stabilisce così bene in se stesso, credendo di unirsi a Dio. In questa illusione, l’anima trarrà motivo di vanità dai suoi supposti progressi nella perfezione, si stimerà molto elevata, quasi uguale ai santi di cui ambisce perfino i doni. I lumi e gli ardori della sua vita la seducono così bene, da non rilevare i suoi difetti; e quando qualche mancanza più notevole la costringe a costatare ciò che non vorrebbe, si rassicura attribuendo la cosa alle miserie della natura. E’ la forma più sottile della vanità.

Un’altra forma più volgare è quella di cercare, nelle pratiche pie, la stima degli uomini, la lode o la venerazione, certi privilegi o preferenze. Una terza, ancor più bassa e meno incosciente, è quella di cercare la fedeltà esteriore, solo per salvaguardare le convenienze e le apparenze, e nascondere sistematicamente certi difetti, per non apparire inferiore agli altri.

Di qualsiasi cosa si componga l’umano che essa ricopre, e il mantello con cui lo ricopre, la vanità negli esercizi è uno dei più fatali sconvolgimenti dell’ordine. Vi è orgoglio peggiore di quello che si nutre di alimenti spirituali? Cambiare gli alimenti divini in veleno dell’anima, servirsi di Dio per la ricerca personale, coprirsi di lui per conservare il proprio io: ecco la falsa devozione, molto falsa in verità, poiché è la negazione della devozione.

446. Sentimentalismo. – Non è solo lo spirito ad utilizzare falsamente le pratiche di pietà; la sensibilità causa dei danni ancor più frequenti. La manìa di cercare le consolazioni di Dio anziché il Dio delle consolazioni, secondo il detto di san Francesco di Sales, è una delle più seducenti e tenaci. Il sentimentalismo, aderendo alle dolcezze esterne che adorna dei più brillanti fiori di misticismo, cullandosi negli inquietanti vapori dei sensi, impedisce che l’anima penetri nelle profondità, le cela l’opera che dovrebbe compiere nel suo interno. Là è il lavoro, la lotta; lavoro su se stessa, lotta contro se stessa. Il lavoro è rude e le gioie sembrano rare. Vi sono sì, gioie, più vere, anzi, più piene di prima; i sensi però non le conoscono. Certe anime vedono le spine del cammino, le fatiche della salita, e si spaventano. È così facile illudersi quando, da una parte, s’incontrano senza grandi difficoltà gioie che si credono purissime e, dall’altra, fatiche che non si credono necessarie! Così, i pretesti abbondano, per preferire le dolcezze immediate e facili della superficie alle pene del combattimento. È così piacevole l’essere soddisfatti di Dio… e di sé! E quando si sta così bene su questo Tabor, perché non farvi tre tende? (cf. Mt 17, 4). Sì, ma là non faranno sosta né Cristo, né Mosè, né Elia; al contrario, in compagnia della pietà sensibile, alloggeranno la sensualità e l’orgoglio. Lo scopo degli esercizi di pietà non è certamente quello di preparare ed adornare una dimora per tali ospiti.

Meditando sulla Natività della Vergine Maria

certosino e Vergine

Oggi, nel giorno della Festa della Natività della Beata Vergine Maria vi propongo una
meditazione concepita da un Priore certosino alla propria comunità. A voi la lettura di questo splendido testo.

Oggi celebriamo la Madonna, Madre di Dio, nel mistero della sua nascita, piena di grazia. Evento destinato ad illuminare, con grande speranza e promessa, tutto il mondo e tutta la sua storia. Quel giorno indica che è vicino il Messia, il Salvatore. Per questo Maria è stata chiamata “Stella del Mattino”. L’aurora che precede e annuncia il sorgere del Sole sul nostro triste orizzonte: l’apparizione della grazia. La Chiesa si rallegra oggi: Maria, la causa della nostra gioia!
È naturale che il giorno della nascita della Madre venga celebrato come lo è in ogni famiglia. Come non dovremmo riempirci di gioia e di ringraziamento a Dio celebrando la nascita della nostra Buona Madre? Inoltre, la nascita di Maria precede e annuncia l’abbagliante e sorprendente venuta del Dio incarnato per noi nel suo seno benedetto, pieno di grazia.
Maria è stata destinata dal disegno amorevole del Padre, a manifestare e dare alla luce Colui che dovrebbe incarnare in un modo unico e irripetibile, l’infinita misericordia della Santissima Trinità.
È motivo di grande gioia la nascita di quella che tutte le generazioni chiameranno benedetta e piena di grazia. Non dobbiamo mai, però, dimenticare il motivo per cui Maria sarà proclamata Beata. È a causa della sua fede, della sua docilità, della sua obbedienza alla Parola; è per la sua umiltà. Questa è la vera grandezza di Maria, piena di grazia, confermata da Cristo stesso, quando una donna l’ha congratulata per aver allattato tale figlio. La donna proclama: “Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!”. E Gesù risponde: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!” (Lc 11,27-28). Così, Gesù aiuta quella donna e tutti noi a capire dove si trova la vera grandezza di sua Madre e la vera felicità: nell’ascolto della Parola.
Cosa dobbiamo fare per mettere in pratica ciò che lo Spirito Santo ci ha voluto dire attraverso Maria ed il suo atteggiamento di credente e obbediente alla Parola di Dio?
La risposta più valida non è nella nostra devozione, è nella nostra imitazione. Ma che la nostra legittima devozione ci porti ad un’imitazione filiale! Qualcuno potrebbe dire: Sì! Ma come possiamo fare per imitare Maria a cui l’angelo chiamò “piena di grazia, il Signore è con te”? Innegabilmente Maria è piena di grazia dalla sua nascita. Ricordiamo, tuttavia, che Dio dà la sua grazia secondo la missione, secondo la vocazione. Quando contempliamo la pienezza di grazia, di bellezza spirituale e di unione con Dio, in Maria Santissima, dobbiamo pensare con la fermezza della fede, che Dio nella sua bontà dona a ciascuno di noi le grazie necessarie e sufficienti, senza mancare alcuna, perché portiamo avanti la nostra vocazione personale e specifica che Egli stesso ci ha regalato. La grazia di Maria è proporzionale alla sua missione, ed anche la nostra. La fedeltà di Maria è, dunque, un atto d’amore e di docilità allo Spirito Santo, nonostante sia suscitata da Dio e da Lui sostenuta; ma misteriosa, come è sempre l’incontro tra la grazia e la libertà.
Prima di concludere la nostra riflessione, vorrei dire che l’annuncio della grazia che viene dalla nascita della Beata Vergine e, poi, dalla parola dall’angelo, porta anche un carico di consolazione e coraggio che abbiamo bisogno di accettare e mantenere vivo nei nostri cuori. Maria è invitata dall’angelo a rallegrarsi per la grazia ed a non temere, a causa della stessa grazia. Anche noi siamo invitati a fare lo stesso. A tutte le anime è rivolto l’invito: “Rallegrati, piena di grazia! Non temere, perché hai trovato grazia presso Dio”.