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La Nube della non-conoscenza 69

NUBE

CAPITOLO 69

La sensibilità dell’uomo cambia meravigliosamente nell’esperienza spirituale di questo «niente» prodotto «in nessun posto».

Quando un uomo fa l’esperienza spirituale di questo «niente» in «nessun posto», la sua sensibilità subisce delle mutazioni sorprendenti. Non appena comincia a posarvi lo sguardo, egli trova che tutti i peccati personali che ha commesso nel corpo e nello spirito fin dalla nascita, vi sono segretamente dipinti sopra a tinte fosche. E per quanto cerchi di distogliere la propria attenzione, i suoi peccati gli appaiono sempre dinanzi agli occhi, finché, dopo molto lavoro estenuante, molti sospiri dolorosi e molte lacrime amare, non li abbia in gran parte cancellati. In un simile travaglio interiore talvolta gli sembra di star a osservare l’inferno, perché ormai dispera di pervenire, attraverso questa sofferenza, alla perfezione del riposo spirituale. Molti sono quelli che giungono fino a questo punto nel loro cammino spirituale, ma poi, siccome sentono che la loro sofferenza è troppo grande e che non ricevono alcun conforto, tornano indietro a considerare le cose materiali. E cercano delle consolazioni mondane ed esteriori per compensare quelle spirituali che a quel punto non hanno ancora meritato, ma che avrebbero senz’altro ottenuto se avessero perseverato. Chi invece persevera, prova di tanto in tanto un certo qual conforto e ha una certa qual speranza, di perfezione, perché comincia a sentire e a vedere che, con l’aiuto della grazia, molti dei suoi peccati personali commessi in passato vengono in gran parte cancellati. Nonostante tutto, si sente ancora immerso nella sofferenza, ma ora pensa che un bel giorno questa svanirà, perché va diminuendo sempre più. Pertanto, quel «niente» non lo chiama più inferno, ma purgatorio. A volte non vi trova scritto sopra alcun peccato particolare, ma in quei momenti gli sembra che il peccato sia come un blocco massiccio di cui non sa assolutamente nulla, se non che si tratta, in fondo, di se stesso. Allora quel «niente» lo si può chiamare come la radice e la pena del peccato originale. A volte crede di essere in paradiso o in cielo, per via delle svariate e meravigliose dolcezze, e delle innumerevoli consolazioni, gioie e virtù benedette che vi può trovare. Altre volte, infine, gli sembra che quel «niente» sia Dio stesso; tale è la pace e il riposo che vi trova. Sì, pensi pure quello che vuole: troverà sempre la nube della non-conoscenza tra sé e Dio.

La Nube della non-conoscenza 68

NUBE

CAPITOLO 68

«In nessun posto» materialmente, significa «dappertutto» spiritualmente; il nostro uomo esteriore chiama «niente» il lavoro di cui parla questo libro.

Allo stesso modo va inteso l’invito che un altro ti potrebbe rivolgere, di raccogliere le tue facoltà e i tuoi sensi nell’intimo di te stesso e di adorare Dio dentro di te. Quantunque questo sia certamente del tutto giusto e vero, e nessuno potrebbe dire cosa più assennata, se ben la si comprende, io invece per paura che tu abbia a intendere in maniera fisica, e quindi sbagliata, queste parole, non ti dico assolutamente di far così. Questo è quanto voglio da te: che tu non sia in alcun modo dentro di te. E di conseguenza, voglio che tu non sia nemmeno fuori di te stesso, né sopra, né dietro, né da una parte, né dall’altra. «Ma allora», mi dirai, «dove devo stare? A quanto pare, da nessuna parte!» Ebbene, sì, hai pienamente ragione: è così che ti voglio. Perché quando non sei in nessun posto materialmente, sei dappertutto spiritualmente. Pertanto sta’ ben attento, perché il tuo lavoro spirituale non sia ancorato a nessun posto materiale. In questo caso, dovunque si trovi l’oggetto su cui stai coscientemente applicando la tua intelligenza, è proprio lì che ti trovi in spirito, in modo così vero e reale come il tuo corpo si trova nel luogo dove tu sei materialmente. E anche se i tuoi sensi non vi possono trovar nulla di cui nutrirsi, perché secondo loro tu non stai facendo assolutamente niente — proprio così! —, continua a fare questo «niente», se non altro per amore di Dio. Perciò, non smettere in alcun modo, ma lavora alacremente in questo «niente», con desiderio sempre vigilante e volontà ferma di possedere Dio, che nessun uomo può conoscere. Ti dico, in verità, che preferirei essere in questo «nessun posto» fisicamente, a lottare con questo cieco «niente», piuttosto che essere un signore così potente da poter essere fisicamente dappertutto, se solo lo volessi, intento a godere allegramente di tutto come fa un padrone con le proprie cose. Lascia perdere questo «dappertutto» e questo «tutto», in cambio di questo «nessun posto» e di questo «niente». Che importa se le tue facoltà intellettuali non riescono a scandagliare questo «niente»? Io lo amo ancor di più! È una cosa così eccelsa in se stessa, che non la si può comprendere in alcun modo. Questo «niente» è più facile sentirlo per esperienza che vederlo, perché è completamente cieco e oscuro agli occhi di coloro che solo da poco si son messi a guardarlo. Ma a voler parlare più correttamente, l’anima che ne fa esperienza è accecata dalla sovrabbondanza di luce spirituale, piuttosto che dall’oscurità o dall’assenza di luce fisica. Chi è che allora lo chiama «niente»? Il nostro uomo esteriore, di certo, e non quello interiore. Il nostro uomo interiore lo chiama «tutto», perché per mezzo suo impara a conoscere la ragione di tutte le realtà, materiali e spirituali, senza considerare in particolare ogni singola cosa in se stessa.

Il Magnificat di un certosino

Virgen de Las Cuevas e certosini

Per cominciare il mese di maggio, dedicato a Maria, ho scelto per voi miei cari amici un testo concepito da un certosino, una vera lode, un sublime Magnificat.

A voi tutti buona lettura, e che sia utile per l’inizio di questo mese mariano. Ho inserito qui la traccia audio del Magnificat cantato dai monaci…una vera delizia.

Il Magnificat di un certosino

(Parafrasi)

La Vergine Madre è costantemente presente nel cammino di fede del Popolo di Dio verso la luce. Lo dimostra in modo particolare il cantico del Magnificat che, provenendo dalla profonda fede di Maria, non cessa di vibrare nel cuore della Chiesa lungo i secoli» (Giovanni Paolo II. RM 35).

Vorrei invitare il mondo e tutte le cose create a cantare a te, amata Regina, con venerazione e amore, che come ogni angelo quando ti guarda ti venera, così tutta la terra deve vibrare in tuo onore. Cantiamo dunque alla nostra Madre Celeste, alla “Grazia” di questa terra. l’imperatrice di Sion. Spalanchiamo i torrenti della tenerezza, e nei nostri cuori sgorga la pietà pura e filiale. Oggi della mia santa Madre canterò il canto sacro, perché più volo si leva cantando ciò che canta, per essere da lei creata.

“La mia anima proclama la grandezza del Signore”.

Mi unisco, mia Regina, a questa tua alta lode, sperando che un giorno la continuerò nella gioia della beatitudine. Cantate insieme il celeste e il terrestre in suo onore, santo inno gloria a lei, fanciulla del Signore.

“Il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore”.

Mi rallegro dell’amore che professi con tanto fervore al Signore eterno, per il quale chiedo fervore per piacergli, misericordioso. Pura Vergine, Madre Santa, amiamo andare da te; chi aspetta fiducioso, non dimenticato vive qui.

«Perché ha visto l’umiliazione del suo schiavo».


La tua incomparabile umiltà piacque così tanto all’Eterno che l’augusta Trinità ti riempì di santità e ti fece un “Tempio Santo”. Conserva il mio d’ora in poi, Signora, il tuo è: ti offro arreso, il suo palpito, come vedi.

“D’ora in poi tutte le generazioni si congratuleranno con me”.

Mi rallegro, mia Regina, che tutti i secoli ti chiamino “Regina dell’amore e della gioia” e in cielo e in terra tutti gli esseri ti amano. Tanto il grande quanto il piccolo che è padrone o servo, in unione fraterna ti amano e ti acclamano con fervore.

Perché il Potente ha fatto in me grandi opere.”

La Sacra Incarnazione del Figlio dell’Eterno Dio è l’azione più grande che risplende nella Creazione e nel suo governo divino. Non c’è mai stata un’altra creatura con un tale dono. Sei solo “piena grazia”, solo riempi il cuore.

“Il suo nome è santo e la sua misericordia raggiunge i suoi fedeli di generazione in generazione”.

Per la tua intercessione, spero ferventemente e così raggiungo dal Signore eterno la speranza, la fede e l’amore per potermi salvare. Se chi pecca si pente, presto si sente chiamato; lo chiami tutto affabile per essere gentile con Dio da portare.

“Fa prodezze con il suo braccio.”

Con il suo braccio potente Dio ha fatto mille meraviglie, anche se guarda piamente colui che geme pauroso e alle anime semplicissime. Nel tuo aiuto chi confida, o Maria!, sarà salvo; e in cielo alla tua presenza canterà la tua eccellenza.

“Disperde i superbi nel loro cuore”.

E per lo stesso motivo, dal suo cuore bandisce il cuore superbo, che ignora la sua condizione di essere fatto di terra. O Maria, mia Regina, o Signora del Cielo! Oggi, per favore, accetta il mio cuore filiale.

“Deponi i potenti dai loro troni”.

Adoro il tuo giusto giudizio, Signore onnipotente, che ricompensi il servizio umile e condanna al supplizio il superbo peccatore. Perché sono sempre riposata e fiduciosa in te, e perciò d’ora in poi, a te, Signora, mi dono.

“E esalta gli umili”.

Ebbene, è sempre stata l’umiltà propria della nostra condizione, che ha attirato la bontà di Dio, donando santità ed elevazione al cielo. Canti il mondo riconoscente, colui che si è donato alla Madre del buon amore e si è consegnato nel suo grembo non è perduto.

“Riempie gli affamati di cose buone”.

Anche a chi geme affamato di ciò che ti piace, tu dai grazia, sostentamento, mentre lasci assetato l’abominevole peccatore. Illumini ogni mente che si sente occupata in te. Gli dai ispirazioni e movimenti per agire.

“Aiuta Israele suo servo”.

Che tu mi riceva per le mani di Maria, spero; che tutto a te quando ti ho incontrato, mi sono dato, per amarti notte e giorno. Ella muta ogni dolore in piacevole dolce pace, se ci mostra amore, tuo glorioso Santo Volto. “Ricordando la sua misericordia.” Ricorda allora, Signore, da me, per questo bene; E così gemevo peccatore, venni a raggiungere il mio timore con viva fede e carità. Madre, prega fin da ora e nell’ora dell’espirazione, di andare con grazia dalla terra al cielo per riposare.

Come avevo promesso ai nostri padri, a favore di Abramo e della sua discendenza per sempre”,

Fermo nella tua parola spero, o mio Dio, di poterti vedere; mentre io continuo sulla via che Cristo ha seguito prima per compiacerti. Mamma, se dici: “È mio figlio”, vero, certo, tranne che lo sono; e, perciò, oggi ti amo e ti accolgo MADRE. Perché la gioia eterna sia il tuo tenero servitore, come uno schiavo si arrese a te, posseduto dal tuo amore. “Magnificat!” là canterò, vedendomi sempre al tuo fianco e salvata per sempre in canti che mi disfarò. Rifugio, Avvocata, Guida, Faro del porto eterno, tutto questo e altro è María. Amarla è salvarsi davvero!

Un certosino

La Nube della non-conoscenza 66

NUBE

CAPITOLO 66

L’altra facoltà secondaria è la sensibilità; il suo operato e la sua obbedienza alla volontà, prima e dopo il peccato.

La sensibilità è la facoltà dell’anima che concerne e governa i sensi, attraverso i quali conosciamo e sentiamo materialmente tutte le creature corporee, piacevoli o fastidiose che siano. Essa ha due funzioni: una si occupa delle esigenze del corpo, e l’altra soddisfa le bramosie dei sensi. È questa stessa facoltà che si lamenta quando il nostro corpo viene a mancare del necessario, e che ci spinge, nel rispondere ai nostri bisogni, a prendere più del necessario per alimentare e incoraggiare le nostre voglie. Si lamenta della mancanza di cose o creature piacevoli, ed è tutta felice e appagata della loro presenza. Si lamenta della presenza di cose o creature fastidiose, e si compiace vivamente della loro assenza: Sia questa facoltà che l’oggetto su cui opera, sono entrambi contenuti nella memoria. Prima che l’uomo peccasse, la sensibilità era così obbediente alla volontà, di cui è in certo senso la serva, che non le forniva mai piaceri o dispiaceri disordinati verso creature materiali, né contraffazioni spirituali di piaceri o dispiaceri, prodotti nei sensi da qualche nemico spirituale. Ma ora non è così. Se non è ricondotta dalla grazia a obbedire alla volontà, così da soffrire con umiltà e moderazione la pena del peccato originale — avvertita nell’assenza dei piaceri necessari e nella presenza dei dispiaceri così salutari per lei —; se non è quindi in grado di dominare le sue voglie alla presenza dei piaceri, e il suo avido godimento in assenza dei dispiaceri, allora la sensibilità andrà ad avvoltolarsi, misera e lasciva, come un porco nel fango, nelle ricchezze di questo mondo e nella corruzione della carne, tanto che tutta la nostra vita sarà bestiale e carnale, piuttosto che umana o spirituale.

La Nube della non-conoscenza 65

NUBE

CAPITOLO 65

La prima facoltà secondaria è l’immaginazione; il suo operato e la sua obbedienza alla ragione, prima e dopo il peccato.

L’immaginazione è la facoltà con la quale raffiguriamo tutte le immagini delle cose presenti o assenti. Sia l’immaginazione che l’oggetto su cui opera, sono entrambi contenuti nella memoria. Prima che l’uomo peccasse, l’immaginazione era così obbediente alla ragione, di cui è in certo senso la serva, che non le forniva mai immagini contraffatte di creature materiali, né immagini fantastiche di creature spirituali. Ma ora non è così. Se non è ricondotta dalla luce della grazia a obbedire alla ragione, essa non cesserà mai, sia nel sonno che nella veglia, di rappresentare diverse immagini contraffatte delle creature materiali, oppure qualche allucinazione, che non è altro che la rappresentazione materiale di una cosa spirituale, ovvero la rappresentazione spirituale di una cosa materiale. E tutto ciò è sempre fittizio e falso, e parente prossimo dell’errore. La disobbedienza dell’immaginazione si può chiaramente rilevare nelle preghiere di coloro che solo da poco hanno lasciato il mondo per volgersi alla vita di devozione. Verrà senza dubbio il tempo in cui l’immaginazione sarà in gran parte ricondotta dalla luce della grazia a obbedire alla ragione, dopo la costante meditazione sulle cose spirituali, come la propria miseria, la passione e la bontà di nostro Signore, e così via. Ma finché non si perverrà a questo stadio, non sarà possibile in alcun modo rigettare la sorprendente varietà di pensieri, fantasticherie e immagini che vengono suscitate e impresse nella mente dalla sola luce e curiosità dell’immaginazione. Questa disobbedienza è la pena connessa al peccato originale.

La Nube della non-conoscenza 64

NUBE

CAPITOLO 64

Le altre due facoltà principali sono la ragione e la volontà; il loro operato prima e dopo il peccato.

La ragione è la facoltà con la quale distinguiamo il male dal bene, il male dal peggio, il bene dal meglio, il peggio dal pessimo, il meglio dall’ottimo. Prima che l’uomo peccasse, la ragione era in grado di fare tutto questo per natura. Ma ora è così accecata dal peccato originale, che non può farlo se non è illuminata dalla grazia. E sia la ragione stessa che l’oggetto su cui opera, sono entrambi compresi e contenuti nella memoria. La volontà è la facoltà con la quale scegliamo il bene (una volta che è stato stabilito dalla ragione) e con la quale amiamo Dio, desideriamo Dio, e infine, con piena adesione e immensa gioia, riposiamo in Dio. Prima che l’uomo peccasse, la volontà non poteva sbagliare nel scegliere o nell’amare o nel fare qualsiasi altra cosa di sua competenza, perché allora era in grado per natura di gustare ogni cosa nella sua vera realtà. Ma ora non può più farlo, se non con l’unzione della grazia. Spesso, infatti, a causa della corruzione del peccato originale, la volontà gusta come buona una cosa assolutamente cattiva che ha solo l’apparenza del bene. E sia la volontà che quanto ne costituisce l’oggetto, sono contenuti e compresi nella memoria.

Gioia cosmica

risurrezione

Il giorno dopo Pasqua è chiamato Lunedì di Pasqua oppure Lunedì dell’Angelo perché si ricorda l’apparizione dell’Angelo alle donne che erano venute a visitare Gesù nel sepolcro, alle quali questi annuncia con gioia l’avvenuta Resurrezione.

Per gioire di ciò, per voi un altro testo estratto da “Vita Christi” di Dom Ludolfo dal titolo eloquente.

GIOIA COSMICA

Cessiamo perciò ogni mestizia, dissipiamo le nubi della tristezza, e respiriamo nell’atmosfera tersa di una santa letizia, e se fino ad ora abbiamo seguito nella tristezza la Passione e morte del nostro Redentore che morendo «ha vinto la morte» (2Tm 1, 10), ora invece rallegriamoci ed esultiamo per la risurrezione e la gloria di colui che risorgendo riparò la vita. Infatti: «Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui»(Rut 6, 9), perché il Padre lo ha vestito d’immortalità e di gloria, lo ha arricchito della gioia e felicità del cielo. Tutto perciò fu in lui colmo di gaudio, tutto pieno di letizia, tutto sovrabbondante di esultanza. Infatti la carne di Cristo, quel fiore bellissimo della radice di Jesse, che sbocciò nel suo grande splendore, quando nella nascita uscì senza alcuna macchia dal seno verginale della Madre sua immacolata, e poi sfiori e parve spegnersi nella Passione, perché non restò in lui né bellezza né forma, rifiori nella risurrezione, e, ripreso il sangue che aveva sparso sulla croce, riapparve cinta di nuova luce immortale, vestita di tanta gloria e splendore da oscurare il sole! Egli forse non disse che: si giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre (Mt 13, 43), cioè nella beatitudine eterna? E se ogni giusto risplenderà come il sole, chissà quale deve essere la luce e lo splendore di colui che è il sole di giustizia! Allora la gioventù di Cristo fu veramente rinnovata come quella dell’aquila; allora rotti i vasi antichi, il vasaio fece con la stessa pasta un altro vaso come più gli piacque; allora Giona usci illeso dal ventre del pesce; allora il candelabro fu ricoperto d’oro, Allora fu rialzato il tabernacolo di Davide che era caduto; allora risplendette il sole, prima avvolto nelle nubi; allora torno in vita il grano di frumento, che cadendo in terra era morto. Allora Giuseppe uscito di prigione fu posto a capo dell’Egitto; allora «hai mutato il mio lamento in danza, la mia veste di sacco in abito di gioia» (Sal 29, 12).

Pasqua 2022

Auguri di buona Pasqua
Nell’augurarci che lo spirito della Pasqua aiuti tutti noi a trovare la gioia e la speranza, e ravvivi la nostra fede nel Signore che ha dato la vita per la nostra salvezza vi offro una meditazione di Dom Ludolfo di Sassonia estratto dalla sua opera “Vita Christi”.
Vi invito a riflettere e meditare su questo sublime testo a cui fa seguito una dolce preghiera.

Buona Pasqua a tutti voi!!!

Molte cose che il Signore soffrì, possono essere raccolte nelle seguenti parole di sant’Agostino: “Osserva e comprendi, o anima mia, il tempo della santissima Passione. Il mio Gesù, il mio amore, la mia dolcezza, speranza, felicità e consolazione, ha sofferto in ogni momento, in tutto il suo corpo e in tutte le sue azioni: nell’infanzia, la ristrettezza del seno, la povertà, l’austerità, l’umiltà dal presepe, la ricerca del nemico, la fuga in Egitto. In gioventù si affretteranno. In maturità la sua passione più amara e ignominiosa. “Ha sofferto su tutto il corpo. Negli occhi, lo spargimento di lacrime; nelle orecchie, sentendo rimproveri e bestemmie; in faccia, gli schiaffi; nel naso puzza di sputi; in bocca l’amarezza dell’aceto e del fiele; nelle mani, le corde e la sofferenza delle ferite, la stessa cosa nei piedi; su tutto il corpo, la flagellazione. Con le loro azioni calunniavano la sua predicazione, il suo modo di vivere, la sua opera di miracoli. Fu tradito, l’innocente legato, come un agnello al sacrificio, come un ladro inchiodato; tuttavia, non ha cercato vendetta, non ha mostrato impazienza, – ma comunque – rimprovera Pietro che gli ha tagliato l’orecchio; e poté ottenere dal Padre dodici legioni di angeli. “Sei stato legato come un ladro, accusato come un ladro, respinto come un ladro, colpito tra i ladri, capo dei ladri. Signore, sei stato arato per liberarci dalla schiavitù della malvagità e dalle corde dell’umiliazione. Sei stato ferito, buon Gesù, con spine, chiodi e lance perché in noi l’intenzione sia giusta, l’azione discreta, l’amore manifesto. Sei stato flagellato per scagliare lontano da me le frustate della tua indignazione. Sei stato trafitto, Signore Gesù, a causa dei nostri peccati, schiacciato dai nostri delitti, affinché le tue piaghe siano una medicina efficace per le nostre piaghe. “Anche il tempo, dolce Gesù, ha aggravato la tua passione. Hai sofferto notte e giorno, con freddo e caldo. Punito a Matina, accusato all’alba, acclamato all’ora di Terza, condannato venerdì, sei spirato con un grido e lacrime a Nona. “O anima mia, piangi, dunque, abbi pietà, affannati e i tuoi occhi versano lacrime, e non chiudere le pupille dei tuoi occhi su tuo fratello così bello, più amabile dell’amore delle donne, che ti vestirono di porpora e ornamenti. Ti farà male se consideri le lacrime delle donne, le lacrime dei pescatori, le lacrime delle cose insensibili; se vedete che il sole si oscura per nascondere le membra del Signore sofferente, il terremoto, lo schianto delle pietre, la risurrezione dei morti, l’apertura delle tombe e il velo squarciato; le lacrime di colui che soffre la Passione e le lacrime di sua Madre. La Santa Vergine Maria è anche addolorata per il tradimento, la cattura, la condanna, la crocifissione, soprattutto quando il Figlio ne commissionò lo spirito e discese dalla croce”.

(Vita Christi Libro 2, cap. 67, n.2.)
Preghiera
Dolcissimo Signore Gesù! Ti prego, infondi in me, peccatore, la moltitudine della tua carità, affinché non desideri nulla di terreno o di carnale, ma che ti amo solo sopra ogni cosa; che la mia anima rifiuta assolutamente di essere consolata, se non in te, mio dolcissimo Dio. Scrivi con il dito sulle tavole del mio cuore il ricordo delle cose che hai sofferto per me, perché le abbia sempre davanti agli occhi, e rendimi dolce non solo a pensarle, ma anche, se necessario, secondo la mia misura, sopportali. E che non solo io ti serva con tutte le mie forze, ma che sia afflitto da rimproveri per te, o condannato a una morte infame.

Amen.

Mistero Pasquale, Mistero Trinitario (2)

crocifissione

Oggi, venerdì santo, il giorno in cui i cristiani commemorano la passione e la crocifissione di Gesù Cristo, ecco per voi la seconda parte del testo “Mistero Pasquale, Mistero Trinitario”.

Il mistero di Cristo, che è il mistero di Dio che si dona a noi, è nascosto ai nostri occhi superficiali. Solo Dio può farsi capire. Quante volte nel Vangelo (Lc 18,32; Mc 8,17; ecc) sta scritto: “E non capivano quello che diceva…”; i suoi occhi erano chiusi ed anche le sue orecchie, soprattutto quando si trattava di predizioni della passione e morte.

Solo nella preghiera profonda possiamo capire, perché la preghiera è amore, l’amore è comprensione dall’interno. C’è, per così dire, un’incapacità di percepire il disegno misterioso di Dio, ancor più particolarmente riguardo alla vulnerabilità di Dio in Cristo e in se stesso (perché è amore), Dio senza difesa, come Dio nella sua passione. Dio in Gesù diventa vulnerabilità, perché è amore.

Posso dire che mi ci sono voluti 50 anni di vita religiosa per raggiungere la soglia del mistero e capirne un po’, molto poco la sua profondità. La passione e la morte di Gesù rivelano l’amore del Padre per Gesù, l’amore del Padre per noi, l’amore di Gesù per il Padre e l’amore divino del Redentore per noi.

Ecco, io vengo a fare la tua volontà, o Dio”.

Gesù rivela lo Spirito Santo, rivela il suo amore per il Padre, il Padre rivela la sua fiducia in Gesù. E resterà per sempre che l’ultima e decisiva espressione di questo amore divino e tenero è l’esaurimento di un povero uomo svuotato del suo sangue: rivelazione della vulnerabilità di Dio. In quel momento della morte di Gesù, si rivela ciò che è vissuto eternamente in Dio.

È difficile capirlo senza amore; se l’amore è assente dal nostro cuore, non c’è possibilità di comprensione. È lì che possiamo vivere la nostra partecipazione al mistero pasquale, il nostro ‘passaggio’ nella notte dei sensi, nel buio della tomba, dove dobbiamo lasciare le nostre forze (immaginazione, intelligenza, memoria, volontà), nella tomba da cui possiamo uscire luminosi con Gesù. Solo la Parola di Dio può illuminarci, trasformarci e rivelarci ciò che è superiore alla nostra intelligenza.

Il mistero pasquale ci supera e non penetra nella conoscenza umana, come dice l’Apostolo (Ef 3,19), è la rivelazione definitiva della Santissima Trinità.

San Tommaso d’Aquino definisce “Conoscenza per connaturalità”. È l’amore che fa conoscere Dio, la conoscenza conduce all’amore. Non si può conoscere Dio senza amarlo. Chi non lo ama è perché non lo conosce.

Ciò che si rivela nel mistero pasquale è un mistero che esiste in Dio, prima della creazione del mondo. L’esaurimento di Dio nell’incarnazione. Esaurimento totale del Padre nel Figlio e del Figlio nel Padre. Il ruolo del Crocifisso Risorto consiste proprio nel rivelare in modo drammatico e definitivo la Passione del Padre.

Gesù soffre, perché già nella Santissima Trinità c’è una passione d’amore che ha condotto il Verbo al seno a Maria e l’uomo Gesù alla morte di croce.

Si nota la difficoltà di spiegare l’incomprensibile, l’inspiegabile (al di sopra della conoscenza umana). Le parole si moltiplicano per cercare di concepire l’inconcepibile. Dio soffre o non soffre? Risposta: Dio ama.

Il mistero pasquale può essere compreso solo nell’amore e attraverso l’amore.

Mistero Pasquale, Mistero Trinitario

-Ultima_Cena_di_Ottavio_Semino

Ultima cena (Ottavio Semino) certosa Pavia

Cari amici, eccoci giunti anche quest’anno al Triduo pasquale. Ebbene ho scelto per voi un testo del 1989 tratto da un’omelia di un padre priore certosino rivolto alla sua comunità e sul quale vi invito a meditare. Ho diviso il testo in due parti che saranno pubblicate oggi giovedì santo e domani venerdì santo.

Cari fratelli,

Il mistero pasquale si presenta ancora una volta agli occhi dei cristiani, e soprattutto alla loro meditazione, alla loro celebrazione festiva. Un mistero che implica soprattutto un’azione potente e un gesto grandioso di Dio stesso, attraverso il quale il Padre ci salva, attraverso un apparente fallimento – un apparente fallimento della missione di Gesù. È un annuncio silenzioso e meraviglioso di Dio: non c’è empietà umana che possa porre un limite all’amore infinito di Dio. Com’è bello prolungare la nostra meditazione su questa verità! Il peccato umano non pone limiti a Dio. La grandezza e la potenza di Dio si manifestano nel suo amore sovrano. La passione di Gesù, la sua morte e risurrezione insegnano che l’amore di Dio è, e sarà sempre, il più grande.

Il mistero pasquale è un mistero trinitario che possiamo chiamare eterno. Tutto è già vissuto e condiviso in Dio eternamente. La sofferenza immane e disumana di Gesù è una manifestazione umana, esteriore, storica dell’infinita tenerezza in cui Dio vive eternamente. Una cosa è certa: la dimensione trinitaria della croce di Gesù, della sua passione e risurrezione, in cui il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono coinvolti in modi diversi, ma veri.

A proposito, i nostri Statuti ci invitano alla preghiera contemplativa, all’umile tensione contemplativa di una vita silenziosa, dove il nostro cuore partecipa alla pienezza del mistero in cui Cristo, crocifisso e risorto, ritorna al seno del Padre.

Sì, il mistero dell’amore di Gesù martire, morto e risorto, lo possiamo comprendere solo nella preghiera. Bisogna ricordare che un minimo grado di intimità con Gesù e con il Padre può essere raggiunto solo attraverso la partecipazione alle sue sofferenze, conformandosi alla sua morte (Fil 3,10). Non si tratta necessariamente di camminare alla ricerca della sofferenza, ma di saper accogliere con saggezza, con coraggio, con fede, con amore, la piccola sofferenza che avviene nella nostra vita, perché ci unisce – con la preghiera in modo speciale – a Gesù nel suo mistero pasquale, nella sua obbedienza al Padre attraverso le mille mediazioni umane e le circostanze impreviste e, talvolta, previste della nostra vita quotidiana.

Sì, il mistero pasquale, il mistero trinitario in cui il Padre ha compassione perché il Figlio soffre, ci insegna che la sofferenza ha in sé il suo significato e la sua soluzione, alla luce della passione e della risurrezione, opera del divino Spirito Santo. La sofferenza con fede ci fa scoprire la ragione della sofferenza, la preghiera illumina il cuore e comprendiamo che non siamo capaci, dopo il peccato, di camminare con Dio e di progredire nella santità, senza sofferenza, senza rinuncia, senza croce. È chiaro, quindi, perché la sofferenza cessa di essere un problema per i Santi e diventa una grazia, come dice l’Apostolo: «A voi è stata data la grazia non solo di credere in Cristo, ma anche di soffrire per lui» (Fil 1, 29). È un onore per noi essere trattati dal Padre come ha trattato l’amato Figlio, non è solo un onore, è la manifestazione di un amore di predilezione.

Alla luce della fede che ci viene dal mistero pasquale, dall’ingiusta sofferenza del Figlio di Dio e dalla tenerezza del Padre che lo accompagna nella sua passione e lo risuscita, siamo convinti che non c’è preghiera inutile, per quanto miserabile possa essere, né c’è un problema senza soluzione, né contraddizione o sofferenza che non sia per il nostro bene, che non sia partecipazione al mistero pasquale, attraverso il nostro inserimento – attraverso il battesimo e l’Eucaristia – nel mistero pasquale del Signore Gesù, mistero trinitario della nostra salvezza e santificazione.

CONTINUA…