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Statuti delle monache dell’Ordine Certosino (cap. 6)

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CAPITOLO 6
A guardia della clausura

1 Fin dall’inizio l’intenzione dell’Ordine è stata quella di dare alla nostra assoluta consacrazione a Dio un’espressione visibile e un sostegno con una chiusura molto rigorosa. Quanto bisogna evitare di uscire senza seria necessità è evidente nel fatto che il priore di Chartreuse non varca mai i limiti del suo deserto. Poiché un Ordine religioso impone la stessa osservanza a tutti i suoi professi, noi che abbiamo adottato la forma di vita della Certosa – da cui il nostro nome di Certose – non ammettiamo facilmente eccezioni su questo punto. Se però la necessità ci obbliga a farlo, dobbiamo sempre chiedere il permesso al Reverendo Padre, salvo i casi urgenti o previsti dagli Statuti. (St 6.1)
3 Normalmente le persone esterne che devono circolare nella clausura sono accompagnate da una suora. Evitiamo il luogo dove sono. Se è necessario attraversarli, li salutiamo gentilmente e ci incamminiamo in silenzio. A meno che la priora non dia un permesso eccezionale, le monache non lavorano con fratelli o operai.
4 Le porte di accesso alla recinzione devono essere chiuse, sotto la responsabilità della porta, che sarà preferibilmente una conversa. Non fa entrare o uscire nessuno senza il permesso della priora.
5 La porta sarà a servizio di tutti; avrà un atteggiamento religioso ed eviterà ogni pettegolezzo: così il suo esempio gioverà al secolare. Se pensa di dover accogliere qualcuno o allontanarlo, lo farà con gentilezza, ma in poche parole. (St 13.6)
6 Tuttavia, una chiusura rigorosa sarebbe un’osservanza farisaica se non fosse il segno di quella purezza di cuore a cui è promessa solo la visione di Dio. Per riuscirci è necessaria una grande rinuncia, soprattutto per quanto riguarda l’istintiva curiosità che la natura ha per le vicende umane. Non lasciamo che la nostra mente corra per il mondo alla ricerca di novità e novità: la nostra parte è invece quella di rimanere nascosta nel segreto del volto di Dio. (St 6,4; 13,1)
7 Dobbiamo quindi evitare libri o periodici secolari capaci di turbare il nostro silenzio interiore. Sarebbe particolarmente contrario allo spirito dell’Ordine permettere ai giornali che parlano di affari politici di entrare nei nostri chiostri. Le priore cercheranno anche di persuadere le loro sorelle ad essere molto riservate riguardo alle letture secolari. Ma un tale invito, per essere compreso, richiede una mente matura e controllata, capace di assumersi fedelmente tutte le conseguenze per la parte migliore che ha scelto: sedersi ai piedi del Signore per ascoltare la sua parola. (St 6,5; 13,11)
8 Eppure l’unione con Dio non restringe il cuore, ma lo dilata; gli permette di portare in Dio le aspirazioni ei problemi del mondo, nonché le grandi intenzioni della Chiesa, di cui è normale che le monache abbiano una certa conoscenza. Tuttavia, la nostra sollecitudine per i fratelli, se è vera, si esprimerà non con soddisfazioni concesse alla curiosità, ma con un’intima comunione con Cristo. Spetta a ciascuna ascoltare lo Spirito per discernere ciò che può ammettere nel suo interno senza turbare il colloquio con Dio. (St 6,6; 13,10)
9 Se ci capita di apprendere qualche notizia dal mondo, stiamo attenti a non trasmetterla; piuttosto, lasciamo questi rumori esterni dove li abbiamo sentiti. Spetta alla priora far conoscere alle sue monache ciò che non dovrebbero ignorare: la vita della Chiesa anzitutto e le sue necessità. (St 6,7; 13,4)
10 Se per casa passano persone dell’Ordine o di altre parti, non si deve cercare di parlare con loro senza reale bisogno. Perché la suora, attaccata seriamente alla solitudine, desiderosa di silenzio e di pace, non guadagna nulla facendo o ricevendo visite senza motivo. (St 6,8; 14,9)
11 Sta scritto: Onora tuo padre e tua madre. Per accogliere i nostri genitori e i nostri cari, moderiamo la severità della nostra recinzione ogni anno per due giorni, consecutivi o meno. Altrimenti, se la carità di Cristo non ci impone davvero di fare un’eccezione, evitiamo di far visita agli amici e di parlare con le persone del mondo. Sappiamo che Dio è degno di questo sacrificio, più utile agli uomini delle nostre parole. (St 6,9; 13,7)
12 Se i nostri parenti più prossimi, in circostanze eccezionali, richiedono la nostra presenza al loro
lato, ricorderemo che scegliendo la solitudine per Dio abbiamo voluto donarci liberamente a Lui in modo completo e definitivo. Il nostro affetto li assiste così in modo più profondo, perché confidiamo che il Signore stesso poi si prenderà cura di loro per noi.
14 Non riceviamo nessuno in albergo per ritiri, ad eccezione di coloro che aspirano alla vita certosina. Queste possono, se lo desiderano e se la priora lo ritenga utile, stare dentro la clausura per un periodo non superiore a un mese, una o due volte.
16 Più prezioso della solitudine esteriore, il carisma della castità è un dono di Dio che libera il cuore in modo eccezionale e incoraggia ciascuno di noi, affascinato da Cristo, a dedicarsi interamente a Lui. Questa grazia non lascia spazio alla ristrettezza di cuore o all’egoismo, ma, in risposta all’amore inesprimibile che Cristo ci ha mostrato, deve dilatare la nostra anima nell’amore, e farle sentire un invito irresistibile a sacrificarsi sempre più completamente. Per questa verginità spirituale che è silenzio e semplicità quando è divenuta possesso di Dio, annunciamo queste misteriose feste di nozze da lui istituite per manifestarsi pienamente nel secolo futuro, in cui la Chiesa ha Cristo come unico Sposo. (St 6,15; 13,14)

Ma quanto ci conosce Gesù?

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Oggi cari amici, voglio farvi conoscere un monaco certosino olandese, autore di numerosi scritti sulla vita certosina e non solo. Vi proporrò alcuni dei suoi testi, ma dapprima conosciamolo meglio.

Tarcisio Jan Geijer, nacque il 9 giugno del 1907 a Leyde (Paesi-Bassi). Egli fece la professione solenne presso la certosa di La Valsainte in Svizzera, il 15 agosto del 1929. Per le sue enormi qualità, svolse le mansioni di coadiutore dal 1934 al 1940, anno in cui partì per raggiungere la certosa di Pleterije. Dal 1944 al 1945, Dom Geijer fu rettore e dal 1945 al 1946 svolse i compiti di Procuratore, in seguito dal 1946 al 1947 fu Maestro dei Novizi. Dal 1947 fu trasferito alla certosa di Calci a Pisa, dove fu Maestro dei Novizi fino al 1961, successivamente giunse a Serra San Bruno dove rimase dal 1961 al 1964. Alla metà di quest’anno, fu nominato coadiutore della certosa di Vedana, dove rimase fino al 1977, per poi fare ritorno alla certosa di Pleterije, dove si spense la sua vita terrena il 27 novembre del 1992, quando aveva l’incarico di Vicario. Come vi dicevo, egli ha scritto molti testi, diversi destinati ai novizi del quale è stato un egregio Maestro.

Vi propongo in questo articolo uno dei suoi scritti, ovvero una stupenda riflessione sulla conoscenza che Gesù ha di ciascuno di noi:

Ogni anima può dire: Gesù mi conosce e mi ama non in modo generico ed astratto, ma nella concretezza dei miei bisogni, dei miei desideri, della mia vita; e per lui conoscermi ed amarmi significa farmi buono, avvolgermi sempre più nella sua grazia, santificarmi.

Appunto perché mi ama, Gesù mi chiama per nome: mi chiama, quando nell’orazione, mi apre nuovi orizzonti di vita spirituale, oppure mi fa conoscere meglio i miei difetti, la mia miseria; mi chiama quando mi rimprovera o purifica mediante la sofferenza e quando mi consola e mi incoraggia infondendomi nuove forze e fervore; mi chiama quando mi fa sentire il bisogno di maggiore generosità, quando mi chiede dei sacrifici o mi concede delle gioie e più ancora quando desta in me un più profondo amore per lui.

Di fronte alla sua chiamata il mio atteggiamento deve essere quello della pecorella affezionata, che sa riconoscere la voce del suo Pastore e sempre lo segue”

Statuti delle monache dell’Ordine Certosino (cap.5)

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CAPITOLO 5
Il silenzio

1 Dio ci ha condotti nel deserto per parlare ai nostri cuori; ma solo chi ascolta in silenzio percepisce il soffio della brezza leggera in cui si manifesta il Signore. Sperimentando il silenzio, ne conosciamo i frutti. All’inizio ci vuole uno sforzo per tacere; ma se gli siamo fedeli, a poco a poco, dal nostro stesso silenzio nasce in noi qualcosa che ci attrae a più silenzio. È per ottenere questo che è prescritto di non parlare tra di noi senza permesso. (St 4.3; 14.1)
2 Essendo il silenzio di primaria importanza nella vita certosina, dobbiamo osservare questa regola con grande attenzione. Tuttavia, nei casi dubbi, non previsti dagli Statuti, ciascuna giudicherà con saggezza, secondo la propria coscienza e secondo le necessità, se le è concesso di parlare e fino a che punto. (St 14,3)
3 Le monache, quando saranno autorizzate a parlare, modereranno il numero e la portata delle loro parole, per rispetto dello Spirito Santo che abita in loro e per carità verso le compagne. Si può infatti credere che una conversazione prolungata inutilmente rattristi di più lo Spirito e provochi più dissipazione di poche parole, dette senza permesso ma subito interrotte. Spesso una conversazione utile all’inizio diventa rapidamente inutile e finisce per essere colpevole. (St 14,4)
4 Le monache possono parlare di ciò che è utile per il loro lavoro, ma con poche parole brevi e senza alzare la voce. (St 14.2) Riguardo alle persone che entrano nella clausura, si eviterà anche ciò che potrebbe dar luogo all’occasione di un colloquio con loro.
5 Quando più suore sono insieme, la capogruppo, e nessun altro, risponde a chi si fa avanti. (St. 14,5)
6 Quando le monache si incontrano, cedono con gentile sollecitudine e con un umile cenno del capo, poi continuano il loro cammino, tacendo. (St 14,6)
7 Nelle domeniche, nelle solennità e nei giorni di ritiro, le monache laiche osservano un silenzio più rigoroso e tengono maggiormente la cella. (St 14,7)
8 Ogni giorno, tra l’Angelus serale e l’Angelus mattutino, in tutta la casa deve regnare il silenzio assoluto e nessuno può romperlo se non per una necessità davvero urgente. Perché la notte, secondo gli esempi della Scrittura e il sentimento degli antichi monaci, è particolarmente favorevole al raccoglimento e all’incontro con Dio. (St. 14,7)
9 L’anima del solitario sia come un lago tranquillo, le cui acque sgorgano dalle più pure profondità dello spirito; nessun rumore dall’esterno viene ad agitarli e, come uno specchio limpido, riflettono l’unica immagine di Cristo. (St. 13.15)

13 novembre: Solennità di tutti i santi certosini

Genalogia dei Padri certosini (certosa Calci)

Cari amici di Cartusialover, ecco per voi un’articolo che ci ricorda la solennità che ricorre oggi, ovvero la memoria liturgica nelle certose di tutti i santi dell’Ordine.

Ma la cosa straordinaria è che il testo che segue mi è stato inviato da un amico che mi segue dall’Argentina, il quale ha espresso la sua volontà di vederlo pubblicato sul mio blog. Ho subito esaudito la sua richiesta, poichè da sempre, come sa bene chi mi segue, Cartusialover è uno spazio aperto a tutti coloro che vogliono comunicare su argomenti inerenti quello che io amo definire universo certosino. Finora ho ricevuto e pubblicato, testimonianze di esperienze vissute in certosa, che hanno riscontrato l’interesse di voi lettori, oggi dunque per la prima volta un’interessantissimo elaborato per il quale ho provveduto alla sola traduzione dallo spagnolo. Ringrazio Francisco Albarenque Rausch

Sono pertanto lieto di condividere con voi il testo che segue:

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La Certosa è più interessata a fare i santi che a dichiararli“, scriveva papa Benedetto XIV nel 1744. Per questo l’Ordine non introduce né incoraggia mai cause di canonizzazione di alcuno dei suoi membri. Tuttavia, la Chiesa ha riconosciuto nell’Ordine della Certosa 35 santi e beati: a capo il fondatore san Bruno, tre priori, otto vescovi, un frate monaco, due monache, diciotto martiri inglesi e due martiri francesi.
In genere, questo nutrito numero di santi è composto da vescovi e martiri, nel qual caso l’Ordine certosino non è richiesto per la loro beatificazione e canonizzazione. In altri casi una “causa” non è mai esistita, e la dichiarazione è stata decretata direttamente dal Papa. Questo è chiamato “canonizzazione equivalente” (“equipollens canonizatio” in latino). Ciò avviene quando il Papa riconosce e ordina il culto pubblico e universale di un defunto perché la venerazione del santo è stata data nella Chiesa fin dall’antichità e senza interruzione.
Il primo certosino ad essere aggiunto ai santi fu Sant’Ugo, Vescovo di Lincoln (Inghilterra), morto nel 1200 e canonizzato nel 1220. Contemporaneamente si aggiunse anche la celebrazione di Sant’Ugo da Grenoble, sebbene non fosse un certosino, ma viene considerato quasi come cofondatore della prima Certosa. La beatificazione di San Bruno porta naturalmente la sua festa nel 1515. La sua memoria oltrepassò i limiti dell’Ordine quando fu canonizzato nel 1623. Nel 1607 si aggiunge la memoria di Sant’Antelmo, che convocò il primo capitolo generale dell’Ordine nel 1142. E nel 1745 si aggiunge la memoria del Beato Niccolò Albergati, vescovo certosino italiano del XV secolo.
Durante il pontificato di Pio IX, nove santi e beati certosini furono incorporati nel calendario dell’Ordine: il Beato Giovanni di Spagna (iniziatore del ramo femminile dell’Ordine), Santa Rosalina e la Beata Beatrice (monache francesi del XIII e XIV secolo), Santi Stefano e Artoldo, Beato Ayraldo (questi ultimi tre, insieme a Sant’Antelmo, furono monaci della Certosa francese di Portes), Beato Guglielmo da Fenoglio (unico certosino tra i santi che non fu né sacerdote né martire), Beato Odone (di cui non si sa molto) e il beato Bonifacio (un novizio certosino che non fece mai la professione perché nominato Vescovo di Canterbury).
Nel 1887 papa Leone XIII beatifica i diciotto certosini inglesi martirizzati sotto il regno di Enrico VIII. E nel 1894 fu aggiunta al calendario la memoria del Beato Lanuino, compagno e successore di San Bruno nella Certosa di Calabria.
Dopo il Concilio Vaticano II, papa Paolo VI canonizza i priori Giovanni, Roberto e Agostino, che appartenevano al gruppo dei diciotto martiri inglesi beatificati da Leone XIII. I tre furono i primi di questo gruppo di monaci inglesi ad essere martirizzati, il 4 maggio 1535. Infine, nel 1995, Giovanni Paolo II aggiunse al calendario dei santi due nuovi beati: Claudio Beguignot e Lázaro Tiersot, martirizzati durante la Rivoluzione francese.
In nove secoli di storia alcuni di questi santi sono stati celebrati in date diverse, a volte a seconda del monastero. Questo è il motivo per cui esistevano diversi calendari certosini fino a tempi recenti. Solo 3 anni fa è stato approvato un calendario unificato per l’intero Ordine. Il calendario certosino (Calendarium ad usum Ordinis cartusiensis) è stato approvato il 30 novembre 2018 dal cardinale Robert Sarah, allora prefetto della Congregazione per il culto divino. In questo calendario sono stabilite le seguenti celebrazioni:

GENNAIO
3 Beato Ayraldo, monaco e vescovo (libera memoria)
14 Beato Odone, monaco e vescovo (libera memoria)

FEBBRAIO
4 Beato Lanuino, monaco (
memoria libera)

APRILE
22 Sant’Ugo da Grenoble, vescovo (
12 letture)

MAGGIO
4 Santi Giovanni, Agostino, Roberto e beati compagni, monaci e martiri (
12 letture)
10 Beato Niccolò Albergati, monaco e vescovo (
libera memoria)
24 Beato Guglielmo da Fenoglio, monaco (
12 letture)

GIUGNO
25 Beato Giovanni di Spagna, monaco (
3 letture)
26 Sant’Antelmo, monaco e vescovo (
12 letture)

LUGLIO
6 Santa Rosellina, vergine e monaca (
12 letture)
14 Beato Bonifacio, monaco e vescovo (
libera memoria)
16 Beati Claudio e Lazzaro e altri martiri certosini (
3 letture)

AGOSTO
5 Beato Guglielmo Horne, monaco e martire (
3 letture)

SETTEMBRE
7 Santo Stefano, monaco e vescovo (
libera memoria)

OTTOBRE
6 San Bruno, monaco (
solennità)
8 Sant’Artoldo, monaco e vescovo (
libera memoria)

NOVEMBRE
13 Tutti i santi monaci e monache certosine (
12 letture)
14 Commemorazione dei defunti dell’Ordine Certosino
17 Sant’Ugo di Lincoln, monaco e vescovo (
12 letture)
25 Beata Beatrice, vergine e monaca (
3 letture)

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Chi conosce il Rito Romano avrà notato che in questi santi non ci sono “feste” e ci sono celebrazioni chiamate “3” e “12 letture”. Avrai anche notato che esiste la categoria “monaco” e “monaca”, che non esistono nel rito romano. Conviene qui ricordare che l’Ordine certosino ha un proprio rito, sia nella messa che nelle ore canoniche. Nelle “memorie” il santo o il santo è menzionato solo nell’ultima frase. Nelle celebrazioni delle “3 letture” vi sono più elementi presi dal proprio o dal comune. Nelle celebrazioni delle “12 letture” e nelle “solennità”, sono proprie del santo le letture del “mattino” (equivalente all'”ufficio della lettura” nel rito romano). E, come suggerisce il nome, ci sono dodici letture.

Vale anche la pena ricordare che il Beato Guillermo Horn è uno dei diciotto martiri inglesi beatificati da Leone XIII, e ha una propria celebrazione per essere stato l’ultimo martirizzato, il 4 agosto 1540. Infine, gli “altri martiri certosini ”menzionati nel calendario certosino il 16 luglio, insieme ai beati francesi Claudio e Lázaro, sono tutti quei martiri dell’Ordine che non sono stati beatificati né canonizzati. Essi sono:

  • altre Certosine vittime della Rivoluzione francese,
  • i certosini di Praga, assassinati dagli hussiti nel 1421;
  • Dom Justus van Schoonhoven, sacrestano della Certosa di Delft (Paesi Bassi), martirizzato dai calvinisti nel 1572;
  • i monaci della Certosa di Roermond (Paesi Bassi), anch’essi martirizzati dai calvinisti, nel 1572;
  • Sei monaci di Montalegre, assassinati a Barcellona durante la guerra civile spagnola nel 1936;
  • i dodici certosini di Farneta, vicino alla città di Lucca, Italia, fucilati da un contingente di SS naziste perché avevano dato rifugio a ebrei e partigiani italiani che erano nella lista di ricerca dell’esercito tedesco, nel 1944.

Ancora un plauso all’amico argentino Francisco per questo testo esaustivo, non dimenticando di recitare una preghiera per tutti i santi dell’Ordine.

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La Nube della non-conoscenza 19

NUBE

CAPITOLO 19

Una breve giustificazione dell’autore del libro sul fatto che tutti i contemplativi dovrebbero scusare pienamente gli attivi che parlano o agiscono contro di loro.

Qualcuno potrebbe pensare che io porto poco rispetto a Marta, questa santa del tutto particolare, paragonando le sue parole di rimprovero nei confronti della sorella a quelle degli uomini del mondo o viceversa. Sia ben chiaro che io non intendo affatto mancare di rispetto né a lei né a essi. Dio non voglia che io dica in questo libro qualcosa che possa gettar discredito su qualcuno dei servi del Signore, a qualunque grado appartenga, e in special modo su questa sua santa del tutto particolare. Penso, infatti, che si debba comprendere e scusare appieno la sua lamentela se si considera il momento e il modo in cui la fece. La causa prima di tutto quel che disse, era la sua ignoranza. Non c’è da stupirsi se in quel momento. Marta non sapeva in qual modo Maria era occupata: credo proprio che non avesse sentito parlar molto in precedenza di una simile perfezione. Inoltre, quel che disse, lo disse in maniera cortese e succinta. Perciò la si deve considerare pienamente scusata. Allo stesso modo, penso che questi uomini e queste donne del mondo che vivono nella vita attiva, hanno tutte le buone ragioni per essere scusati delle loro parole di rimprovero, cui si è accennato poco sopra. E non importa se si esprimono in maniera rude: bisogna tener conto della loro ignoranza. Come Marta sapeva ben poco di quel che sua sorella Maria stava facendo, quando lei si lamentava con nostro Signore, così le persone del nostro tempo sanno anch’esse ben poco o niente di quel che si propongono i giovani discepoli di Dio quando lascian da parte gli affari di questo mondo e si sforzano di diventare servi speciali di Dio in spirito di santità e giustizia. Che se invece lo sapessero, son proprio sicuro che non parlerebbero e non agirebbero a quel modo. Perciò penso che dobbiamo ritenerli scusati in qualsiasi caso: non conoscono alcun genere di vita migliore di quel che essi stessi vivono. Inoltre, quando penso alle innumerevoli colpe che io ho commesso in passato, sia in parole che in opere, a causa della mia ignoranza, allora mi viene in mente che se voglio essere scusato da Dio per questi miei peccati d’ignoranza, anch’io devo aver pietà e misericordia per gli altri, scusando sempre quelle parole e azioni che derivano dalla loro ignoranza. Altrimenti, non farei certo agli altri quel che vorrei che essi facessero a me.

Commemorazione dei defunti

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“La morte non è spegnere la luce. Si sta mettendo la lampada perché l’alba è arrivata. “(Tagore)

Commemorazione dei defunti

Oggi in occasione della celebrazione della commemorazione dei defunti, cari amici, voglio offrirvi un testo estratto da un libro scritto da un certosino. Egli in questo capitolo, dopo una premessa sul senso della morte per un monaco certosino, ci descrive minuziosamente cosa avviene in una certosa quando muore un loro confratello. Ho trovato questo testo alquanto interessante.

La morte per un monaco certosino

La vita dei certosini diventa una preparazione alla morte. Non c’è niente di strano che il certosino la accetti e la riceva quando arriva, senza quasi essere sorpreso o intimidito. Il che non significa che lui provi il disgusto naturale e l’orrore istintivo che lei le ispira.

Perché quella è la morte: la separazione da tutte le cose, da tutto ciò in cui è posto tutto l’affetto; la violenta rottura del legame naturale così stretto e che unisce intimamente e strettamente il corpo con lo spirito che lo anima. Un mistero tanto facile da capire quanto da spiegare. La morte ci disgusta e ci fa orrore perché per noi non dovrebbe esistere. Nel disegno di Dio, siamo stati creati per l’immortalità; Ma quei disegni furono derisi dai nostri primogenitori, che violando il precetto che Dio aveva dato loro, aprirono la porta attraverso la quale il peccato entrò nel mondo e con esso la morte.

Due visioni completamente diverse della morte ci vengono offerte nelle Sacre Scritture. Nei libri dell’Antico Testamento, la morte è rappresentata in un aspetto terrificante; ci viene mostrato come realmente era allora, come strumento di giustizia divina, come vendicatore di un Dio offeso e irritato. La morte era così terrificante in quel momento, perché l’eco paurosa della maledizione abbattuta da Dio su Adamo poteva ancora essere udita echeggiare nello spazio: “Polvere tu sei ed in polvere ritornerai“.

Dopo la venuta di Cristo, o meglio, dopo la sua risurrezione e ascensione al cielo in cui si è mostrato liberatore dal peccato e dalla morte, la morte è stata vinta e disarmata, insieme al peccato. Per questo, da quando è morto, senza essere soggetto all’impero della morte, ha cessato di essere quello di prima. Nella lingua dei primi cristiani, la morte era rappresentata sotto l’immagine pacifica del sonno. Di coloro che sono morti si diceva che si erano addormentati nel Signore, morire per loro era semplicemente passare dalla vita temporale a quella eterna. Si riduceva, quindi, a un cambiamento di vita, o meglio, a una trasformazione.

Quella che non sarà mai è la morte in cui l’anima muore. Questa seconda morte, in cui è fissato per sempre l’orrendo destino dell’anima e del corpo, è quella che infonde nella prima lo stesso orrore e lo stesso timore che chi non ha i conti della propria coscienza ben adattato a Dio; quelle angosce e quelle difficoltà sono completamente sconosciute nelle nostre Case. La cosa ordinaria è che, quando arriva, viene accolto senza il minimo segno di allarme o di preoccupazione, con calma, con ogni rassegnazione.

Ci sono casi di religiosi a cui il pensiero della morte abbatte il loro spirito e li spaventa; Ma quando la vedono arrivare o affrontarla, sentono il terrore svanire all’improvviso e muoiono sereni, in pace e grazie a Dio, con la supplica sulle labbra alla loro benedetta Madre di essere presente alla sua morte e di proteggerla e difenderla nel suo ultimo minuto.

Più frequente è quello dei religiosi che non hanno paura della morte, ma al contrario la desiderano e la aspettano, e quando arriva, la ricevono pieni di gioia e di felicità.

corteo funebre

La cerimonia di sepoltura nelle certose.

Non appena si realizza la morte, davanti al cadavere vengono recitati i cinque salmi e le preghiere prescritti dallo Statuto. Subito dopo viene comunicato ai Fratelli che verranno ad avvolgerlo. Vestito con le sue vesti ordinarie, sdraiato sulla bara, entrambe le mani incrociate sul petto, il rosario appeso al collo, con la croce processionale in testa, il secchiello dell’acqua santa a sinistra e ai suoi piedi la candela gialla accesa che non si può spegnere finché non sarà sepolto, la veglia del cadavere inizia a alternarsi Padri e Fratelli ogni mezz’ora, senza interrompere un solo istante.

Un quarto d’ora prima dei Vespri, la Comunità si riunisce in chiesa e da lì, processionalmente, si reca alla cella del defunto. Di fronte c’è un Fratello con la ciotola dell’acqua santa; alle sue spalle, il Fratello con la sua candela accesa, seguito dall’ultimo novizio che porta la croce, volgendo il volto alla Comunità; poi il Procuratore con l’incensiere e il Priore vestito di stola nera. E dopo di lui, i monaci in ordine di anzianità. Arrivati alla cella, si allineano su entrambi i lati del chiostro. Il novizio con la croce sta alla testa della bara; il Fratello, con la candela in basso, e il Priore al centro. Quindi, canta il Pater Noster , che prega in silenzio mentre asperge il cadavere e incensa la croce. Finito il Pater Noster, la Comunità ritorna in chiesa nello stesso ordine; i monaci, incappucciati, cantano salmi e dietro di loro i quattro Fratelli che guidano la bara.

Mentre la bara entra nel coro dei Fratelli, il cadavere coperto da un panno tessuto di criniera come l’abito che indossava in vita, il Cantore canta il solenne responso Credo quod Redemptor meus vivit… .“Credo che il mio Redentore vive… e nell’ultimo giorno risorgerò dalla polvere della terra, e che vedrò con questi miei occhi in questa carne il mio Dio mio Salvatore”.

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Cantando questo salmo, la bara rimane nel coro dei Fratelli con la croce in testa e la candela accesa ai piedi. I monaci iniziano a cantare i Vespri del Giorno, a cui fa seguito l’ Agenda , come chiamiamo l’Ufficio completo dei Morti nella Certosa.

Il giorno successivo il Priore celebra la messa funeraria, dopodiché torna in sacrestia, si toglie la casula e attende qualche istante per dare il tempo ai monaci e ai confratelli di occupare il posto che corrisponde a ciascuno. I monaci sono disposti lungo i rispettivi stalli del coro; ed i Fratelli sono raggruppati nel coro dei monaci.

Il Priore esce dalla sacrestia, si mette al centro della chiesa a un lato della bara, di fronte a lui, e intona il Pater Noster, che prega a bassa voce, asperge il cadavere e lo incensa dopo averlo fatto attraversando. Il Cantore intona la risposta Credo quod Redemptor meus vivit… che è seguita da altre due.

Dopo che le risposte sono state cantate, vengono suonate tre lente campane, ripetute due volte, che è l’avvertimento che il cadavere viene condotto al cimitero, che sarà eseguito in processione con lo stesso ordine di quando il coro dei Fratelli è stato condotto dalla sua cella. All’uscita, il Cantore canta il salmo In exitu Israel of Egypt… che continuano i Padri, che non smettono di cantare salmi se non dopo la sepoltura.

Proprio nel momento della partenza inizia a suonare la campana che accompagna il corteo che avanza lentamente; si attraversa il chiostro, e quando si entra nel chiostro grande, i rintocchi della campana si fanno così intensi da attutire la voce dei Padri. Quando la processione è arrivata al cimitero, Padri e Fratelli stanno intorno alla tomba, i padri cantano o suonano incessantemente la campana.

Quando la bara arriva, viene lasciata ai piedi della tomba. In testa sta l’ultimo Novizio che porta la croce e, a destra, il Priore con chi porta il turibolo e l’acqua santa, che appena arrivato intona con voce sottomessa, il Pater Noster che prega in silenzio per l’eterno riposo del defunto. Dopo quella preghiera, recita una più lunga e poi benedice la fossa, spruzzandola con acqua santa e incensandola.

I Fratelli rimuovono il cadavere dalla bara e lo abbassano sul fondo della fossa profonda cinque piedi. Dopodiché, un Fratello presenta al Priore una pala carica di terra, che scarica sulla fossa; allo stesso tempo, altri Fratelli separano le assi che sostengono il cumulo di terra accumulato, sul bordo, che crolla con un ruggito sordo e pauroso; quindi riuniscono la terra rimanente fino a coprire completamente la fossa. Fatto ciò, attaccano alla sua testa la croce di legno alla cui ombra e sotto la cui protezione riposerà il defunto.

Entierro

Il Priore, durante la sepoltura, recita a bassa voce le preghiere del Rituale Certosino. La salmodia dei Padri continua intanto, così come il rintocco della campana.

Alla fine dei quattordici o quindici salmi (cantati dai Padri), il Priore canta ad alta voce il Pater Noster, cosparge il tumulo e lo incensa come la croce. Quindi, con l’issopo in mano, fa il giro del cimitero, cospargendo e tombe, e lo lascia seguito dalla Comunità che lo accompagna cantando il salmo “ Miserere …” e il ” De profundis” fino a Chiesa.

In piedi davanti al conferenziere e ai monaci seduti ai loro posti, recita una preghiera per tutti i fedeli defunti dai quali si congedò con il suo Requiescat a passo. Fatto ciò, si reca, seguito dai monaci, alla Sala Capitolare, dove, detta una preghiera per il defunto davanti all’altare, si siede ai piedi di esso e fece loro un breve discorso, generalmente un commento sul testo evangelico: “finché hai luce, cammina, perché le tenebre non ti sorprendono”.

Al termine di questo breve intervento, raccomanda ai suoi ascoltatori di richiedere al defunto i suffragi che gli sono dovuti nello Statuto … un certosino cadrebbe nel profondo del purgatorio se, nonostante i tanti voti con cui viene aiutato quotidianamente, Messe, indulgenze, servizi per i defunti, ecc., La sua partenza avrebbe dovuto essere ritardata a lungo.

Il giorno della sepoltura è quello della solitudine assoluta e del raccoglimento rigoroso. Tuttavia, quel giorno la riflessione è fatta senza di lui; non per celebrare la partenza di chi è stato assente, ma per rafforzare ulteriormente i legami di fratellanza tra coloro che rimangono. La lettura, che come di consueto si fa in refettorio, affronta sempre il tema di come deve essere onorata la memoria dei defunti e cosa possiamo e dobbiamo fare a loro favore e in loro aiuto, come spiega sant’Agostino in una sua predica, che è il testo letto più spesso in questo caso.

nel cimitero

Una nota curiosa per finire:

Nel Capitolo Generale dell’Ordine che si tiene ogni due anni nella Grande Certosa si legge in prima seduta l’elenco dei defunti di quell’anno con l’indicazione dei loro nomi e della Casa in cui è avvenuta la morte. Viene indicata anche l’età del defunto se supera i limiti di quella che è considerata una vita ben realizzata in Certosa, e quella degli anni di professione se raggiungono i regolamenti. Ora, se qualcuno dei defunti ha dato prova costante per tutta la sua vita religiosa di essere stato un esemplare molto religioso, perfetto esempio della più rigorosa osservanza regolare, senza lacune o eclissi, senza ombre di alcun tipo e questo è stato registrato il voto unanime del religioso della sua Casa, poi, quando si fa la lista dei morti lì, è conveniente sapere:

“In una casa del genere moriva un tale religioso, qui laudabiliter vixit in Ordine”.

La lode, come puoi vedere, non potrebbe essere più modesta; Ma in tutto il XX secolo, meno di una dozzina sono state giudicati degni meritevoli. Per dimostrare che non è così facile vivere lodevolmente nella Certosa come chiunque potrebbe immaginare …

Non si parla di anni di professione se non raggiungono i cinquant’anni, né di età se non raggiungono gli ottanta. L’età di ognuno di loro verrà registrata nel registro della casa.

interro a Farneta

Dialogo con San Bruno 1

6 dialogo
Come vi avevo promesso, ecco per voi la prima risposta di San Bruno alla domanda fattagli dal certosino intervistatore.
CG – Perfettamente! Veniamo a ciò che conta.
Come ti dicevo, abbiamo ricevuto per tua mediazione la grazia di essere certosini. Vuoi dirmi cos’è per te essere certosino?
SB – Penso che essere certosino sia soprattutto aver ricevuto dallo Spirito una mozione ed una forza che ci identifica con Cristo, risorto ed attratto dal Padre.
In altre parole, potrei dire così: essere certosino significa sentire nel profondo della propria anima un’imperiosa necessità di vivere per Dio e per Dio nel silenzio e nella solitudine.
Naturalmente, questa necessità non è sempre sentita allo stesso modo o nella stesso grado.
Infatti, questa è la grazia che, uscendo dal cuore di Dio, viene al mio cuore di Padre per comunicarvelo.
In questo senso, non dici niente di sbagliato quando mi chiami “canale”; nel caso “vocazionale” o “vita cartusiana”.
Sì, è una grazia dell’amore di Dio, come opportunamente è stato ricordato dal primo numero degli Statuti.
D’altra parte, se leggi con un po’ di attenzione le mie lettere, vedrai che il mio cuore di Padre esulta di gioia per questo dono che vi è stato dato una volta per tutte.
Ciò significa che se esiste un legame fra te e me e fra tutti i certosini, e se vuoi avere un autentico sigillo della nostra dipendenza reciproca, tale legame e sigillo non può essere altro che un amore generoso per questo Dio che ci ha chiamati per puro amore e verso tutti coloro che ci ha dato come fratelli.
In verità, è stato Dio che ci ha chiamati per il nostro nome e ci ha riuniti per formare un’unica Famiglia nell’amore, nella pace e nella gioia.
Infine, penso che essere certosino significhi anche, ora, nel tuo secolo, mettere il cuore in Dio, vivere con Lui faccia a faccia, mantenere viva la sua intimità e attendere, nel silenzio dell’amore e della contemplazione, la salvezza di Dio.
Ora, quando senza veli di alcun genere sono alla presenza del Dio vivente, così ardentemente desiderato sulla terra, questo è il ruolo di padre che devo svolgere finché ci saranno certosini nel mondo: trasmettere ai miei figli la grazia del ‘desiderio di Dio’; una passione sempre più ardente di cercarLo senza venir meno, di trovarLo con maggiore facilità e di possederLo pienamente nell’esperienza dell’amore.
Questa è la strada per diventare veramente certosini. Questa è la nostra vocazione. Questo è essere certosini secondo il desiderio dello Spirito che ci ha chiamati.
Perciò io dico a te e attraverso di te a tutti i certosini di oggi la stessa cosa che dissi ai certosini di un tempo:
«Rallegratevi, carissimi, per il destino della vostra felicità e per l’ampiezza della grazia di Dio su di voi.
Rallegratevi di essere sfuggiti alle acque tumultuose del mondo e ai suoi numerosi pericoli e naufragi.
Rallegratevi di avere raggiunto il rifugio tranquillo e sicuro di un porto nascosto, dove molti desiderano arrivare; e molti ci provano facendo qualche sforzo ma non vi arrivano» (Lettera ai monaci della Certosa).

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Statuti delle monache dell’Ordine Certosino (cap.3)

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La vocazione certosina
CAPITOLO 3
Monache

1.Fin dall’inizio, il nostro Ordine, come un corpo le cui membra non hanno tutte stessa funzione, trova la sua unità nelle varie forme di vita.

I monaci del chiostro vivono nel segreto della cella; sono sacerdoti o chiamati a diventare sacerdoti. I monaci laici dedicano la loro vita al servizio del Signore non solo attraverso la solitudine, ma anche, e più che i padri, attraverso il lavoro manuale. Ai primi fratelli che si chiamavano fratelli laici, si è aggiunto nel tempo un altro gruppo, quello dei donati. Allo stesso modo, ci sono tra noi monache di clausura dedite più specialmente alla solitudine della cella, monache laiche e monache donate. Tutti partecipano alla stessa vocazione, ma in modi diversi; diversità grazie alla quale la famiglia certosina adempie più perfettamente la sua funzione nella Chiesa. (St 11,1)

Le monache del chiostro

2 I nostri padri nella vita certosina seguirono una luce proveniente dall’Oriente, quella di questi antichi monaci, condannati alla solitudine e alla povertà di spirito, che popolavano i deserti in un tempo in cui la memoria vicinissima del sangue versato dal Signore ardeva ancora nei cuori. E siccome le monache del chiostro si misero per la stessa via, debbono, sull’esempio di questi primi padri, stare in un eremo sufficientemente lontano dai luoghi abitati, e dalle celle dove i rumori del mondo, né quelli della Casa ; soprattutto devono rendersi estranei alle dicerie del secolo. (St 3,1) 3 Colei che persevera senza venir meno nella cella e si lascia ammaestrare da essa, tende a fare di tutta la sua esistenza un’unica continua preghiera. Ma non può entrare in questo riposo senza passare attraverso la prova di una dura lotta: queste sono le austerità a cui si applica come assidua presso la Croce, o le visite del Signore, che è venuto a provarla come l’oro. . Così, purificata dalla pazienza, nutrita e fortificata dalla diligente meditazione della Scrittura, introdotta dalla grazia dello Spirito Santo nel profondo del suo cuore, potrà ormai non solo servire Dio, ma aderire a Lui. (St 3.2)

4 Si dovrebbe fare anche qualche lavoro manuale, non tanto per il momentaneo rilassamento della mente quanto per sottoporre il corpo alla comune legge umana, e per mantenere vigile il gusto per le attività spirituali. Alla suora in cella vengono quindi forniti gli strumenti di lavoro necessari, per non costringerla ad uscire. Per questo non è mai consentito al di fuori delle riunioni di chiesa o di clausura, e altre occasioni previste dalla regola. Ma il modo austero che abbiamo abbracciato ci obbliga più rigorosamente a usare solo cose povere. Dobbiamo seguire l’esempio di Cristo nella sua povertà se vogliamo condividere le sue ricchezze. (St 3.3)

5 Secondo l’uso antico, il nostro Ufficio si estende per tempi piuttosto lunghi, specialmente durante la veglia notturna, ma senza eccedere i limiti della discrezionalità. In questo modo la salmodia alimenta il raccoglimento interiore e possiamo altre volte, senza che la fatica ci opprima, entrare nella segreta preghiera del cuore. (St 3,7)

6 L’amore del Signore, la preghiera, il fervore per la solitudine univano le monache della clausura. Uno stretto legame li unisce anche in Cristo ai condannati, grazie ai quali possono così vivere nella solitudine della cella. (San 3.4,5)

Le monache converse e donate

7 I primi fratelli certosini, Andrea e Guarino, con i nostri padri, vollero dedicarsi alla solitudine e alla povertà spirituale. Questo è ancora oggi oggetto di monache laiche e religiose. Per questo devono non solo stare in un eremo sufficientemente lontano dai luoghi abitati, ma occupare celle il cui isolamento permette loro, una volta entrati e chiusa la porta, di lasciare fuori ogni preoccupazione, e di pregare in pace il Padre in segreto. (St 11,2)

8 A imitazione della vita nascosta di Gesù e di Maria a Nazaret, i laici dialogano, quando svolgono i lavori quotidiani della casa, lodano il Signore nelle sue opere, consacrano il mondo alla gloria del Signore. Creatore e far cooperare le cose della natura al servizio della vita contemplativa; durante le ore dedicate alla preghiera solitaria, e quelle riservate alla divina liturgia, sono a completa disposizione di Dio solo. I loro luoghi di lavoro, come quelli in cui vivono, devono quindi essere organizzati in modo da favorire il raccoglimento; e pur essendo provvisti del necessario e dell’utile, avranno l’aspetto di vera dimora di Dio, non di premesse profane. (St 11,3)

9 È una via molto sicura per andare a Dio per seguire le orme dei nostri fondatori: i Conversi prenderanno dunque a modello i primi fratelli laici della Certosa che, prima di ogni regola scritta, hanno dato il loro genere di vita forma e il suo spirito. Pensando a questi primi fratelli, san Bruno, con il cuore pieno di gioia, scriveva: Di voi, miei carissimi fratelli laici, dico: l’anima mia glorifica il Signore, perché vedo la sua misericordia senza misura posarsi su di voi. Sono pieno di gioia perché, pur non avendo la scienza delle lettere, Dio Onnipotente scrive con il dito nei vostri cuori non solo l’amore, ma anche la conoscenza della sua santa legge. In effetti, mostri in azione ciò che ami e conosci, quando pratichi la vera obbedienza con tutta la cura e lo zelo possibile. Questo è il compimento della volontà di Dio, chiave e sigillo distintivo della totale sottomissione allo Spirito. Non esiste mai senza una grande umiltà e una notevole pazienza, ed è sempre accompagnata dal puro amore del Signore e dalla carità genuina. È così evidente che stai raccogliendo con sapienza il frutto tanto gustoso e vitale di ciò che Dio scrive in te. Rimanete dunque, fratelli miei, dove siete arrivati. (St 11,9)

10 L’amore del Signore, la preghiera, il fervore per la solitudine e la stessa vocazione al servizio legano i conversi. Nel proprio ambiente di solitudine e raccoglimento, provvedono attraverso il lavoro ai bisogni materiali della casa che sono loro affidati in modo speciale. Grazie a questo aiuto delle monache laiche, le monache di clausura possono assistere più liberamente al silenzio della cella, di cui assumono tutta l’austerità nella preghiera e nel lavoro. Monache di clausura e monache laiche, conformi a Colui che è venuto non per essere servito, ma per servire, esprimono ciascuna a suo modo le ricchezze di una vita totalmente consacrata a Dio nella solitudine. Queste due forme di vita, nell’unità dello stesso corpo, hanno grazie diverse, ma tra loro c’è una comunicazione di benefici spirituali, così che si completano a vicenda. Questo armonioso equilibrio permette al carisma affidato dallo Spirito Santo al nostro padre san Bruno di raggiungere la sua pienezza. (St 11,4,5)

11 Ci sono così diverse forme di vita che contribuiscono in modo necessario alla perfezione della nostra vocazione unica. Possa ciascuno continuare il suo corso verso questo termine, rimanendo nello stato in cui è impegnato. Sarebbe inutile confrontare le chiamate, poiché tutte ricevono la loro identica consacrazione e valore dalla loro partecipazione al sacerdozio di Cristo. (St 11,6)

12 monache di clausura e laiche si rispettano e vivono nella carità. Veri discepoli di Cristo, di fatto e di nome, si applicano, in un affetto reciproco, ad avere lo stesso sentimento, ad accettarsi e perdonarsi reciprocamente ogni offesa, per avere un solo cuore e una sola voce per lodare Dio . (St 3,4; 11,4)

13 Il dovere della priora verso tutte le sue figlie, monache di clausura e laiche, è di essere segno vivo dell’amore del Padre celeste per loro; per unirli così in Cristo, in modo che formino un’unica famiglia e che, nelle parole di Guigo, ciascuna delle nostre case sia veramente una chiesa certosina. (St 3,6; 11,7)

14 Essa si radica e trova il suo fondamento nella celebrazione del sacrificio eucaristico, segno efficace di unità. È Lui il centro e il culmine della nostra vita, la manna dell’esodo spirituale che, nel deserto, ci riporta al Padre per mezzo di Cristo. Attraverso la liturgia, il mistero di Cristo conferisce la sua unità alla nostra vita monastica: è Lui che prega per noi, come nostro Sacerdote, e in noi, come nostro Capo. Così riconosciamo in lui le nostre voci, e in noi le sue. (St 3,7; 11,8) 15 Interamente ordinato alla contemplazione, il nostro Ordine deve conservare con estrema fedeltà la sua separazione dal mondo. Inoltre, qualunque sia l’urgenza dei compiti apostolici, siamo esentati da ogni ministero pastorale, per adempiere alla nostra propria funzione nel Corpo mistico di Cristo. Spetta a Marta esercitare un ministero lodevole, è vero, ma non senza preoccupazioni e affanni; che lascia solo sua sorella seduta ai piedi di Cristo, dove completamente libera e disponibile, vede che è Dio. Purifica la sua mente, raccoglie la sua preghiera nel suo cuore, ascolta il Signore che le parla dentro; così, secondo la piccola misura possibile a chi contempla per riflessione ed enigma, gusta e vede quanto è buono; allo stesso tempo prega per Marta e per tutti coloro che lavorano come lei. Maria ha per lei non solo il più imparziale dei giudici, ma anche il più fedele degli avvocati, il Signore stesso, che non si limita a difendere la sua vocazione, ma la loda dicendo: Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta: la esonera così dal farsi coinvolgere nelle preoccupazioni e nelle attività di Marta, per quanto caritatevoli possano essere. (San 3,9)

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Celebrando San Bruno

 

San Bruno..

Carissimi amici lettori di questo blog, eccoci giunti al 6 ottobre giorno del dies natalis del nostro amato San Bruno. Per questa lieta ricorrenza, voglio omaggiarvi di un piccolo dono. Da oggi vi proporrò estratti di in testo molto singolare concepito in maniera alquanto originale da “un certosino“, il quale ha voluto porre delle domande al Fondatore dell’Ordine certosino. Si, avete compreso bene… la fantasia di questo certosino l’ha spinto ad immaginare di essere un sorta di giornalista che pone domande a San Bruno, in un’intervista impossibile. Ecco per voi l’introduzione, che ci aiuta a comprendere le motivazioni che hanno spinto l’autore di questo testo geniale.

Nell’articolo odierno leggeremo la presentazione e la prima domanda.

Buona Festività di San Bruno a tutti!!!

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DIALOGO CON SAN BRUNO

Presentazione

Il 1984 ha portato un grande evento al mondo certosino. Così grande che si celebra solo ogni cento anni e, quindi, non tutti i certosini hanno l’opportunità di celebrarlo.

È vero. Nel 1984 l’Ordine Certosino ha celebrato il IX centenario della sua vita nella Chiesa. Il Capitolo generale del 1983 aveva già avvertito che la commemorazione di tale evento doveva essere certosina, cioè non rivolta all’esterno, ma all’interno. Pertanto, se avessimo intenzione di realizzare qualcosa in questo Centenario, ciò che realizzassimo dovrebbe essere per un aumento della nostra consegna al Signore e un aumento della comprensione e dell’esperienza della vocazione che abbiamo ereditato dal nostro Fondatore. Sarebbe il miglior ringraziamento per i 900 anni di vita che Dio ci ha donato, al servizio della sua Chiesa.

Infatti, come partecipanti allo stesso carisma e vocazione di san Bruno, era necessario come cosa naturale e dovere filiale, il desiderio di conoscere meglio quel carisma e questa vocazione. E, naturalmente, questo richiedeva un contatto personale, intimo, segreto – nella “cella” del cuore e non solo nella cella materiale della clausura – con il nostro Padre e Fondatore. Non per nulla egli è il “canale” della grazia per tutti i suoi figli. E solo avvicinandoci a questo “canale” che Dio ci dona, potremo bere senza sosta l’acqua vivificante che ci giunge attraverso di essa.

Nei piani di Dio “tutto è grazia”; non poteva non esserlo anche la celebrazione di quel IX Centenario certosino. Tutti i figli di San Bruno sono stati invitati a celebrarlo con il massimo fervore e devozione.

E accadde l’imprevedibile: che un certosino della Certosa “X“ non avesse altro da fare, che diventare “giornalista” in quello stesso Centenario. Disposto, quindi, a svolgere questo “ufficio”, non aveva altro che il ricordo di “intervistare” suo padre, San Bruno.

Se quello che si celebra è il IX Centenario della fondazione dell’Ordine Certosino, diceva a se stesso, non c’è niente di meglio che proporre al Padre di questa Famiglia certe domande che aleggiavano nel suo spirito e sulle quali vorrebbe avere una risposta autorizzata. Quindi, ovviamente, per questo non c’è niente di meglio di un “intervista” nello stile di quelli che si fanno in questo mondo.

Non è il caso di riferirsi alle peripezie che tale avventura ha comportato, per esempio, per raggiungere il cielo; per superare la negazione del “portiere celeste”, basato sull’idea che un certosino vivente non poteva né entrare in paradiso né San Bruno poteva andarsene; per ottenere che il “colloquio” desiderato avvenisse nel vestibolo, per non mancare di rispetto alle procedure celesti; e, infine, per far accettare a San Bruno, che in questo mondo era così poco amico di parlare delle sue cose, accettasse di parlare con un certosino del XX secolo, ora che è fuori tempo…

Si dice che i giornalisti ottengano tutto. Non so se è vero; Quel che è certo è che il nostro certosino, potenziale giornalista, è stato fortunato e ha fatto a modo suo: ha realizzato la prevista intervista al suo Fondatore. Gli serve per qualcosa essere un Padre.

Fortunatamente per noi, si è anche ricordato di scriverla. Dieci anni dopo quel Centenario, la scrittura è caduta nelle mie mani e ho avuto l’idea di tradurla in portoghese.

Questo è ciò che, in queste pagine, presento e offro nella speranza che sia utile.

L’autore ci dice che non ha scritto tutto quello che ha visto e sentito e non tutto quello che avrebbe voluto scrivere dopo quella singolare “intervista”. Tuttavia, il testo corrisponde alla verità di quanto discusso; l’autore si scusa abbondantemente se, nelle idee trascritte, qualcosa è meno chiaro. Ma confessa che è molto difficile scrivere tutto ciò di cui si discute in un’intervista con un cittadino del cielo.

Per finire, si tenga presente che non era un “giornalista” professionista ma solo “occasionale”; amatoriale, come si dice ora.

Fatto questo avvertimento, che ho ritenuto necessario, mi limito a tradurre il testo originale.

La mia intenzione? Solo questo: che sia umile memoria del passato IX Centenario della fondazione del nostro Ordine e che, a Dio piacendo, quando avverrà la commemorazione del X Centenario, un altro figlio di San Bruno che l’abbia letto sia incoraggiato a ripetere l’avventura del certosino che ci ha lasciato questo lavoro e che si avventuri ad intervistare ancora il nostro Padre e Fondatore, o meglio, a continuare l’intervista qui descritta. “Audaces fortuna juvat” ovvero “La fortuna aiuta gli audaci”.

INTERVISTA A NOSTRO PADRE SAN BRUNO

Cos’è essere certosino?

Dopo la necessaria presentazione del giornalista improvvisato, che San Pietro, come Portiere del Cielo, la fece gentilmente.; dopo la non meno necessaria spiegazione della presenza di un certosino all’ingresso del Paradiso; e, naturalmente, dopo alcuni abbracci commossi, il nostro “giornalista”, pieno di fiducia filiale e senza alcun timore, perché la paura non esiste in quella dimensione, si è espresso così:

Certosino Giornalista (d’ora in poi CG):

Caro padre S. Bruno, perdonami se sono venuto a distrarre la tua contemplazione celeste. Ma guarda, come ti ha spiegato San Pietro, stiamo per celebrare il IX Centenario della nostra Famiglia; Mi sono quindi sentito spinto a fare questa “visita straordinaria”.

Succede che a noi, uomini terreni, ci dicono che eri – e sei! − un mare di bontà; che hai avuto una bontà meravigliosa, come riflesso della bontà divina che tanto avevi sperimentato; e che nessuno si allontanava dalla tua presenza sconsolato e triste.

Questo ricordo mi ha dato le ali per venire a trattare con te delle domande sulla vita certosina, che hai iniziato 900 anni fa e che ci hai lasciato in eredità. E, prima che mi dimentichi, infinitamente ti ringraziamo per averci lasciato questa eredità! Vi preghiamo di trasmettere questa gratitudine al nostro buon Dio “che ci ha scelti e ci ha condotti nella solitudine per unirci a Sé, per intimo amore”.

Inoltre, scusami se non ti lascio parlare, ci viene insegnato, da quando siamo entrati nel deserto certosino, che siamo una Famiglia, di cui tu sei Padre e Fondatore e che, come tale, sei presente in mezzo a noi.

Sì. Ci viene detto che sei presente, non solo perché viviamo la vita che ci hai comunicato; non solo perché partecipiamo alla tua vocazione ed ereditiamo il carisma che hai ricevuto dallo Spirito per tuoi figli; ma anche perché, continuando ad essere nostro Padre, tu sei il “canale” scelto da Dio per comunicarci incessantemente qualcosa della tua vita. Immagino per comunicarci qualcosa della tua santità, dei tuoi esempi, del tuo amore, della tua mentalità e della tua guida.

Se non fosse troppo audace, si direbbe che, come Padre, in un certo senso ti “incarni” nella vita dei tuoi figli. È evidente che con questo non vogliamo pensare alle chimeriche “reincarnazioni” che alcuni mondani immaginano.

Inoltre, ci ricordiamo, e lo sai benissimo, che dobbiamo “assomigliare” a te. E ci viene assicurato che anche i genitori in Cielo nutrono un affetto speciale per quei figli che, in ordine di grazia, sono più simili a loro.

E soprattutto, non possiamo nemmeno dubitarne.

Dico questo perché il Vaticano II − di cui suppongo tu sia ben informato − ha invitato ed esortato tutti i religiosi a sistemare la nostra attenzione e il nostro sguardo spirituale sui nostri rispettivi Fondatori. Il Concilio, infatti, ci dice che «il vostro carisma non ha origine in una mentalità “conforme al mondo presente”, ma è frutto dallo Spirito Santo, che opera costantemente nella Chiesa” (ET 11).

In verità, Padre, questo ci riempie di gioia e di contentezza, perché possiamo considerarti come il “canale di Dio” attraverso il quale ci arriva il dono della vocazione, la grazia per viverla, le grazie per conservarla e gli opportuni ausili per trasmetterla, pura e incontaminata, alle generazioni future.

Perdonami, Padre, queste spiegazioni precedenti, ma ho pensato che fossero opportune per “giustificare” la nostra intervista e la mia comparsa davanti a te, così…

S. Bruno (d’ora in poi SB)… “inaspettata ed audace”.

CG – Quindi, se me lo permetti, ti farò alcune domande sulla nostra vita. Lo farò con filiale fiducia e spero che mi risponda con la tua paterna benevolenza. D’accordo?

SB – Sì. E se qualche domanda è avventata, cosa propria dei mondani, rimarrà senza risposta.

CG – Perfettamente! Veniamo a ciò che conta. Come ti dicevo, abbiamo ricevuto per tua mediazione la grazia di essere certosini. Vuoi dirmi cos’è per te essere certosino?

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Cosa risponderà il Nostro amato San Bruno a questo insolito intervistatore?

Lo scopriremo in un prossimo articolo…

Statuti delle monache dell’Ordine Certosino

Stat prologo

Carissimi lettori, non è stato semplice nel corso di questi anni darvi molte informazioni sulle monache dell’Ordine Certosino. Nel corso degli anni, vi ho proposto testi antichi o testimonianze di giovani aspiranti ed alcune notizie sulle certose femminili, avete inoltre apprezzato i loro soavi canti. Ma per avere una conoscenza maggiore e più approfondita sulla loro vita claustrale, ho deciso di proporvi gli Statuti appositamente dedicati al ramo femminile dell’Ordine. Si parte oggi con il primo capitolo il “Prologo”, e si proseguirà ogni mese con articoli dedicati.

È giunto dunque il tempo che queste sante donne di Dio ricevano la gratitudine che meritano per la loro vita di preghiera a favore dell’umanità intera.

Voglio precisare, che il mio intento è quello di divulgare e diffondere questo testo al fine di coinvolgere coloro che possano essere interessate a questo tipo di vita di clausura, auspicando che con l’aiuto della Provvidenza, possano germogliare nuove vocazioni.

Statuti delle monache
dell’Ordine Certosino

Capitolo 1

Prologo

La grazia di nostro Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi. Amen.

1 A lode della gloria di Dio, Cristo, Verbo del Padre, ha sempre scelto per opera dello Spirito Santo uomini per condurli nella solitudine e per unirli in un intimo amore. Rispondendo a questa chiamata, Maestro Bruno, anno del Signore 1084, entrò con sei compagni nel deserto della Chartreuse e vi si stabilì. Lì, questi uomini ei loro successori, rimanendo alla scuola dello Spirito Santo e lasciandosi formare dall’esperienza, svilupparono uno stile specifico di vita eremitica, trasmesso alle generazioni successive non con la scrittura ma con l’esempio. Altri eremi furono fondati ad imitazione di quello della Certosa, e su loro ripetute richieste Guigues, quinto priore della Certosa, scrisse una descrizione di questo modo di vivere; tutti lo accolsero e decisero di conformarsi ad esso, affinché fosse legge della loro osservanza e vincolo di carità della loro nascente famiglia. Per lungo tempo i priori dell’osservanza certosina hanno insistito sul priore e sui frati della Certosa perché fosse loro concesso di tenere un Capitolo comune in questa casa; infine, sotto il priorato di Anthelme, si riunisce il primo Capitolo Generale, al quale tutte le case, compresa quella di Chartreuse, hanno rimesso per sempre i loro destini. Nello stesso periodo, le monache di Prébayon in Provenza decisero di abbracciare la regola di vita certosina. Questa fu l’origine del nostro Ordine. (St 1.1)

2 Il Capitolo Generale si impegnò ormai ad adattare la vita certosina nel corso dei secoli, tenendo conto dell’insegnamento dell’esperienza o dell’apparire di nuove circostanze; e così facendo ha rafforzato e sviluppato il nostro modo di vivere. Ma questo continuo e attento aggiornamento dei nostri costumi ha causato, alla lunga, un accumulo di ordinanze; anche il Capitolo Generale del 1271 riunisce il contenuto della Dogana di Guigues, le ordinanze dei Capitoli Generali e gli usi della Certosa, e promulgò gli Statuti Antichi. Nel 1368 furono integrati da altri documenti, intitolati Nuovi Statuti; nel 1509 fu aggiunta una serie di testi; questa era la Terza Compilazione. Il Concilio di Trento fu l’occasione per unire in un’unica opera le tre raccolte allora vigenti. Questa Nuova Raccolta ha ricevuto nella sua terza edizione l’approvazione in forma specifica di Innocenzo XI dalla Costituzione Apostolica Iniunctum nobis Una nuova edizione, riveduta e corretta secondo le prescrizioni del Codice di Diritto Canonico allora vigente, ha ricevuto anche l’approvazione in forma specifica dalla Costituzione Apostolica Umbratilem di Papa Pio XI. (St 1.2) Come prescritto dal Concilio Ecumenico Vaticano II, e secondo lo spirito delle sue decisioni, si è intrapreso un adeguato rinnovamento della nostra forma di vita, che doveva preservare in modo inviolabile la nostra separazione dal mondo e dalle attività proprio della vita contemplativa. (St 1.3)

3 Il Capitolo Generale dei monaci del 1967 decise di dare alle monache Statuti pubblicati separatamente e che avrebbero seguito quelli dei padri e dei fratelli con i necessari adattamenti. Questo lavoro è stato quindi intrapreso con la collaborazione di tutte le case di monache, e potrebbe essere completato sotto il nome di Statuti delle monache dell’Ordine Certosino dagli Statuti dei monaci rinnovati, approvati e confermati dal Capitolo Generale del 1973. Il primo Capitolo Generale delle Certosine, tenutosi nel 1973, ha approvato questi Statuti. Per adeguarsi al Codice di Diritto Canonico del 1983, sono state nuovamente riviste e divise in due parti, la prima delle quali comprende i libri da 1 a 4 che ora costituiscono le Costituzioni dell’Ordine. Noi dunque, umile fratello André, priore della Certosa, e gli altri membri del Capitolo generale delle monache del 1989, approviamo e confermiamo questi Statuti. (cfr St 1,3)

4 Rivolgiamo perciò a tutte le monache dell’Ordine la seguente esortazione e preghiera, in nome della bontà misericordiosa di Dio, che ha circondato di tanta benevolenza la famiglia certosina dalle sue origini fino ad oggi, proteggendola e guidandola, e che ci ha generosamente fornito di tutti i mezzi utili alla nostra salvezza e alla nostra perfezione. Che ciascuno di noi, secondo i doveri della nostra vocazione, si sforzi di rispondere con tutta la gratitudine possibile a tanta liberalità e paterna benevolenza da parte del Signore nostro Dio. Lo faremo, applicandoci a seguire l’osservanza trasmessa da questi Statuti con tale fedeltà e sollecitudine, che il nostro uomo esteriore, istruito e formato da ciò che essi prescrivono, permette all’uomo interiore di cercare Dio stesso. più rapidamente e di possederla più pienamente; così potremo, per grazia del Signore, giungere alla carità perfetta, che è il fine del nostro stato come di tutta la vita monastica, e che ci condurrà alla beatitudine eterna. (San 1.4).

Capitolo 2

Elogio di Guigo della vita solitaria

I monaci che hanno lodato la solitudine hanno voluto dare una testimonianza del mistero di cui avevano sperimentato le ricchezze e che in verità solo i beati conoscono pienamente. Qui si compie un grande mistero: quello di Cristo e della Chiesa, di cui la Vergine Maria è un esempio eminente; tale mistero sta nascosto tutto anche in ogni anima fedele ed è rivelato più profondamente dalla stessa forza della solitudine.

Perciò nel presente capitolo, tratto dalle Consuetudini di Guigo, si devono ricercare come delle scintille sfavillanti dall’anima di colui che lo Spirito incaricò di formare le prime leggi del nostro Ordine. Infatti queste parole del quinto priore, mentre interpretano la Sacra Scrittura secondo l’antica allegoria, con esatto senso attingono la sublime verità che ci unisce ai nostri padri nella fruizione della medesima grazia.

Nel tessere l’elogio della vita solitaria, alla quale siamo chiamati in modo speciale, diremo poche parole, perché sappiamo che è stata grandemente lodata da molti santi e sapienti di così grande autorità, che non ci sentiamo degni di seguirne le orme.

Sapete infatti che nell’Antico e soprattutto nel Nuovo Testamento quasi tutti i più grandi e profondi segreti furono rivelati ai servi di Dio non nel tumulto delle folle, ma quando erano soli. Gli stessi servi di Dio, tutte le volte che li accendeva il desiderio di meditare più profondamente qualche verità o di pregare con maggiore libertà o di liberarsi dalle cose terrene con l’estasi dello spirito, quasi sempre evitavano gli ostacoli della moltitudine e ricercavano i vantaggi della solitudine.

È per questo, tanto per farne qualche breve accenno, che Isacco esce da solo nella campagna per meditare, e dobbiamo credere che ciò non fosse per lui occasionale, ma abituale; così anche Giacobbe, mandati innanzi tutti gli altri, rimasto solo, vede Dio a faccia a faccia, ed è favorito simultaneamente della benedizione e del cambiamento del nome in uno migliore, conseguendo più in un attimo di solitudine che non in tutto il tempo della vita trascorso in compagnia degli uomini.

La Scrittura attesta quanto anche Mosè, Elia ed Eliseo amino la solitudine e quanto per essa progrediscano nella conoscenza dei divini segreti; come tra gli uomini si trovino frequentemente in pericolo, e come invece, mentre sono soli, vengano visitati da Dio.

Allo stesso modo Geremia siede solitario, perché è penetrato dalle minacce di Dio; anzi, domandando che sia data acqua al suo capo e una fonte di lacrime ai suoi occhi per poter piangere gli uccisi del suo popolo, chiede anche un luogo dove poter compiere con maggiore libertà un’opera così santa dicendo: Chi mi darà nella solitudine un rifugio di viandanti?, come se non potesse dedicarsi a questo in città; in tal modo indica quanto la presenza di altri uomini precluda il dono delle lacrime. Egli afferma ancora: È bene attendere nel silenzio il soccorso del Signore; attesa che riceve sommo aiuto dalla solitudine, e aggiunge: È bene per l’uomo sottoporsi al giogo fin dall’adolescenza, parole queste che sono di grandissimo conforto a noi che quasi tutti abbiamo abbracciato questa vocazione fin dalla giovinezza. Il profeta dice infine: Siede solitario ed in silenzio per poter elevarsi sopra di sé, indicando così quasi tutto ciò che vi è di meglio nella nostra vocazione: la quiete e la solitudine, il silenzio e il desiderio dei beni celesti.

Il profeta poi mostra quale trasformazione opera una tale disciplina in coloro che vi si sottomettono, dicendo: Porgerà la guancia a chi lo schiaffeggia e sarà saziato di obbrobri. Nel primo caso rifulge una somma pazienza, nell’altro una perfetta umiltà.

Anche Giovanni Battista, di cui, secondo l’elogio del Salvatore, nessuno è sorto più grande tra i nati di donna, mostra con evidenza quanta sicurezza e utilità procuri la solitudine. Egli, non stimandosi sicuro né per gli oracoli divini che avevano predetto che, ripieno di Spirito Santo fin dal seno materno, sarebbe stato il precursore di Gesù Cristo con lo spirito e la forza di Elia, né per la sua mirabile natività, né per la santità dei suoi genitori, fuggì la compagnia degli uomini come piena di pericoli e scelse come sicura la solitudine del deserto; e finché dimorò solitario nell’eremo, non conobbe né pericoli né morte. L’aver battezzato il Cristo e affrontato la morte per la giustizia dimostrano quanta forza e quanti meriti vi abbia acquistato. La solitudine infatti lo rese il solo degno di battezzare il Cristo che tutto purifica e di non indietreggiare né davanti al carcere né davanti alla morte per la verità.

Lo stesso Gesù, Dio e Signore, la cui virtù non poteva essere aiutata dalla solitudine né impedita dalla presenza degli uomini, tuttavia per giovare a noi col suo esempio, prima di predicare e di compiere miracoli, volle nel deserto essere sottoposto alle tentazioni e ai digiuni come ad una prova. Di lui la Scrittura dice che, lasciata in disparte la folla dei discepoli, saliva da solo sul monte a pregare. E nell’imminenza della Passione lascia gli apostoli per poter pregare da solo, insegnandoci soprattutto con questo esempio quanto la solitudine giovi all’orazione, perché non vuole pregare insieme con altri, fossero pure suoi compagni gli apostoli.

Non possiamo passar qui sotto silenzio un mistero che merita tutta la nostra attenzione: lo stesso Signore e Salvatore del genere umano si degnò di darci nella sua persona il primo modello vivente del nostro Ordine, col dimorare solo nel deserto, attendendo alla preghiera e agli esercizi della vita interiore, macerando il corpo con digiuni, con veglie e altre pratiche di penitenza, e vincendo le tentazioni e il nostro avversario con le armi spirituali.

Ed ora considerate voi stessi quanto profitto spirituale nella solitudine trassero i santi e venerabili padri Paolo, Antonio, Ilarione, Benedetto e innumerevoli altri, e avrete la prova che nulla, più della solitudine, può favorire la soavità della salmodia, l’applicazione alla lettura, il fervore della preghiera, le penetranti meditazioni, l’estasi della contemplazione e il dono delle lacrime.

Né vi bastino questi pochi esempi che vi abbiamo citato a lode della vocazione abbracciata, ma piuttosto voi stessi raccoglietene altri, attingendo sia dall’esperienza quotidiana, sia dalle pagine delle Sacre Scritture.