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Nel silenzio parla una voce?

Cari amici lettori riprendo dalla rete un testo di una lettera scritta da Dom Jacques Dupont, ex priore della certosa di Serra, ed ora Procuratore Generale e Visitatore dell’Ordine delle certose di Spagna. Ci parla del silenzio, dal suo eremo tra le colline della Sabina, a Casperia, in provincia di Rieti. Un’ altra occasione per riascoltare l’amato Dom Dupont. 

Nel silenzio parla una voce?

C’è tutta una tradizione spirituale e monastica che esorta a fare silenzio per mettersi in ascolto di una Parola, con la P maiuscola. Si esorta a tacere per percepire una Parola che non assomiglia per niente alle parole che scambiano lungo la giornata. Ma in realtà chiamarla “Parola” è fonte d’inganno.

Ricordiamo l’esperienza del profeta Elia. Deluso di tutti e di se stesso, fugge nel deserto fino alla montagna dell’Oreb dove Dio lo invita a incontrarlo.

Dapprima c’è un vento che scuote tutto; non c’è dubbio che a volte Dio soffia a raffica, quando vuole liberarci dalle nostre illusioni o delusioni. Poi, avviene un terremoto; è ancora Dio che mette giù le nostre certezze e sicurezze. Invece infine Elia vede un fuoco; Dio si fa fuoco quando deve purificarci dalle nostre falsità o errori. Però tutto questo non fa che preparare il vero incontro tra Elia e Dio, un incontro in cui il primo deve scoprire con fatica la “voce sottile del silenzio”. Ecco, quando Dio si rivela, lo fa con una voce di silenzio, ossia appena udibile, perché questa voce sorge non da fuori di noi ma dal nostro profondo. E cos’è questa voce, secondo il nostro racconto: “Elia, che fai qui?”. Non è che Dio faccia un’affermazione o dia una risposta, anzi pone la domanda fondamentale che rivolge a tutti noi: chi sei? Che fai? Dove sei?

Perciò il silenzio è l’invito e la possibilità data all’uomo per conoscersi, per essere se stesso. Senza silenzio non posso esistere, non posso stare in piedi nella vita.

Ma si deve aggiungere che il silenzio è un’arte, e come tutte le arti, si impara, e la impariamo praticandola, come ci si allena a tutto ciò che richiede uno sforzo.

Vari sono i mezzi per imparare e coltivare il silenzio. Vedo soprattutto la necessità di liberarsi dal bisogno di rumore. Mi sembra che l’uomo, forse intimorito dal silenzio, cerca in tutti i modi il rumore, e lo crea quando non lo trova. I monaci, da sempre, riconoscono che la crescita umana e spirituale esige un’ascesi, una disciplina da imporsi, nello stesso modo in cui uno regola l’alimentazione per stare bene. Oggi l’ascesi di cui abbiamo bisogno più che il digiunare, è l’astinenza dal rumore.

Cosa cerchiamo nel silenzio? I frutti del silenzio possono non apparire subito. Ci vuole pazienza e perseveranza. Ma ne vale la pena. Al di fuori della dimensione specificamente religiosa, uno dei frutti più belli del silenzio è la libertà. Grazia al silenzio ritroviamo la vera libertà, non tanto quella che identifichiamo con la possibilità di fare ciò che mi piace, ma la libertà di essere me stesso, senza essere condizionato dagli eventi e dalle situazioni che mi imprigionano.

Ma, paradossalmente, il frutto specifico del silenzio è il silenzio stesso, accompagnato dalla dolcezza. Perciò rientro nel mio silenzio e lascio la parola a un grande maestro di vita spirituale, Isacco il Sirio:

Ama il silenzio più di tutto: ti porterà un frutto che la lingua non può descrivere. All’inizio il tacere ci richiede uno sforzo, ma in seguito dal nostro silenzio nasce qualcosa che ci attira al silenzio. Se cominci ad addentrarti in questa pratica, non so qual luce zampillerà da te. Dalla pratica del silenzio col tempo nasce nel cuore una dolcezza che spinge anche il corpo a rimanere pazientemente nell’esichia. Se tu metti su un piatto della bilancia tutte le opere della vita monastica, e sull’altro il silenzio, ti accorgerai che questo pesa molto di più… Molti corrono per trovare, ma nessuno trova se non colui che osserva il silenzio continuamente. Se ami la verità, sii amante del silenzio. Come un sole, esso farà sì che sia illuminato da Dio. Il silenzio ti unirà a Dio stesso.

Dom Jacques

Sono stato trenta giorni in cielo!

Ingresso certosa

Cari amici sono lieto di proporvi una toccante testimonianza di un giovane brasiliano, che a breve fara’ ingresso nella Certosa di Medianeira come postulante.

Queste sue riflessioni, risalgono al novembre precedente, allorquando ha vissuto la sua prima esperienza vocazionale in certosa, durata trenta giorni, e come egli afferma apparsagli come: trenta giorni trascorsi in cielo!

Leggiamo con attenzione.

Dio è misericordia ed amore, ci ama fino al punto di suscitare nei nostri cuori il forte desiderio di seguirLo nella radicalità di una vita silenziosa e raccolta. Successe a San Bruno molti secoli fa, ma ancora oggi uomini e donne seguono questo esempio, questo ideale di vita. Ed è successo a me. Dio ha visto la mia condizione di peccatore e ha voluto darmi la possibilità di seguire questa via che ha lo scopo di condurmi alla santità ed all’unione con Lui, che è tutta la nostra verità e la nostra salvezza. Sono un’aspirante alla vita certosina, non per merito mio, ma per la bontà e la misericordia di Dio. Sin da giovanissimo sento la chiamata a consacrare la mia vita a Dio, ma ho lasciato trascorrere il tempo, perché pensavo che questo stile di vita non fosse per me. Però quando Dio chiama, resta in noi l’irrequietezza e solo ci calmiamo quando rispondiamo, con amore, a questo appello d’amore. Ho sempre pensato ad una vita radicale, e quando ho conosciuto la Certosa mi sono innamorato dello stile di vita che vivono questi uomini e queste donne.

Ho trovato molte difficoltà lungo la strada ed ancora le trovo, ma con la grazia di Dio tutto sta andando bene e queste difficoltà solo mi rendono più forte. Nel novembre del 2017, il Buon Dio tramite una benefattrice, mi ha dato il regalo di poter fare la mia esperienza nella Certosa di Nostra Signora Medianeira, qui a ‘Rio Grande do Sul’. Se dovessi descrivere la mia esperienza, questo sarebbe il titolo: SONO STATO 30 GIORNI IN CIELO! Il titolo non potrebbe essere altro, sono stato davvero in cielo, circondato da angeli buoni, caritatevoli, amorevoli, disponibili, pazienti e pieni di fede ed amore per Dio e la sua Chiesa.

Sono arrivato al monastero verso le nove e mezza del mattino. Quando mi sono imbattuto in quella porta d’ingresso, non credevo che finalmente ero lì per vivere quell’esperienza che non conoscevo, ma che sarebbe stata in grado di cambiare la mia vita. Ricordo che ho pregato nella mia mente una preghiera che fa parte della professione dei monaci: “MI RICEVI SIGNORE, SECONDO LA TUA PAROLA E VIVRÒ. E NON SARÒ CONFUSO NELLA MIA SPERANZA”.

Dopo ho affidato quei giorni di esperienza alla Madonna, a San Giovanni Battista ed a San Bruno, poi sono rimasto a contemplare quel luogo così sacro in un silenzio incredibile. Improvvisamente, quel silenzio è stato interrotto da un rumore di una porta che si apriva, ed io mi sono incontrato con il primo monaco certosino che ho conosciuto. Era il Fratello Francisco, piccolo, magro, con i capelli corti e bianchi, anche se giovane, vestiva un’abito blu ed è venuto ad incontrarmi. Si è presentato e mi ha portato in una sala d’attesa. Quando è arrivato il Padre Maestro con un abito bianco ed un sorriso in faccia, ho provato tanta pace in quello sguardo che ha reso felice il mio cuore e sapevo solo ringraziare Dio, per un così grande dono nella mia vita. Sono stato presentato al Padre Priore, poi il Padre Maestro mi ha portato alla cella 5, dove ho vissuto momenti molto profondi con Dio.

 

Ho iniziato a vivere come un monaco certosino, poiché ha preso il mio telefono cellulare, mi ha dato tutti gli orientamenti e mi ha detto che per qualsiasi domanda potevo rivolgermi a lui.

È suonato il campanello chiamando i fratelli a pregare l’ufficio dei vespri, quindi sono andato in chiesa e mi sono seduto accanto al Priore. Posso dire che ho conosciuto diversi santi nella certosa, ma il Padre Priore emanava un’aria di angelo, una bontà ed umiltà che mi commuoveva. Mi sono seduto vicino a lui solo alcuni giorni, poi sono andato al coro vicino al Padre Maestro. All’inizio mi perdevo nelle pagine di quel libro grande e pesante, ed il Priore, percependo la mia difficoltà, lasciava il suo posto nel coro e veniva ad aiutarmi, o qualche volta anche dal suo posto mi mostrava quale era la pagina del libro. Quando guardavo i suoi occhi, vedevo solo bontà. Che uomo santo!!! Dio sia benedetto!

I giorni passavano e l’esperienza mi lasciava sempre più incantato da quegli uomini che, lasciando tutto, vivevano per il Bene più grande con molta gioia. Sono uomini caritatevoli e molto gentili. Ho potuto approfondire quel carisma, perché ho vissuto tutto ciò che un monaco vive, ho fatto le passeggiate, ho partecipato alle ricreazioni, ho partecipato a due Capitoli e la grazia di Dio mi coinvolgeva sempre di più. Ma voglio sottolineare due cose nella Certosa che mi hanno lasciato incantato, appassionato…la Santa Messa e le Veglie…tutto lì è speciale, ma queste due cose mi hanno lasciato davvero senza parole…

Quando mancavano quindici minuti alla mezzanotte, il Maestro dei novizi è venuto a chiamarmi in cella per andare a pregare le veglie (ero così innamorato di questo ufficio divino che già il secondo giorno sono andato da solo in chiesa ed ero sempre il primo ad arrivare). Ci siamo andati in chiesa, faceva freddo ma la notte era stellata…nel chiostro c’era solo il silenzio e la luce della luna illuminava i miei passi. Sono entrato in chiesa e tutto era silenzio, solo la lampada accanto al tabernacolo indicava la ragione della nostra presenza lì, era Gesù che ci chiamava a vivere con Lui. Presto i fratelli sono arrivati, alcuni con il mantello nero, i novizi, fino quel momento io non li avevo ancora visti. Ed al tocco del Priore iniziava la bellissima salmodia. Quelle voci piene di amore e fede cantando al Creatore, lodando Dio per ogni cosa. Sentivo di essere in un luogo pieno di luce d’amore, era indescrivibile, tanto che mi rallegravo ogni volta che arrivava il momento di unirmi a loro per cantare a Dio.

Al mattino c’era la Messa…Dio mio, quanto amore, devozione e rispetto per la Sacra Eucaristia! Vorrei citare solo un esempio del rispetto e devozione che hanno per Gesù Eucaristico: dopo la Messa, ero accanto al refettorio, davanti alla porta della chiesa con alcuni novizi, aspettando il Fratello Procuratore per indicarci il lavoro del giorno che stavamo per svolgere. Ed è passato il celebrante della Messa con alcune ostie consacrate per portarle alla Cappella del noviziato. In quel momento tutti si sono inginocchiati e hanno baciato il pavimento. Questo mi ha confermato ancora di più che volevo essere lì per rispettare, come loro, Gesù nella Santa Eucaristia. Ma torno a parlare della Messa: non ho mai assistito ad una Messa piena di devozione, di rispetto e di amore così come è nella Certosa. Che bella cosa! I canti, le letture, la profonda prostrazione che tutti fanno al momento della consacrazione.

Un altro fatto ha anche attirato la mia attenzione: io, il Priore ed il Padre Maestro eravamo vicino alla mia cella quando è suonata la campana dell’Angelus e loro si sono inginocchiati e hanno baciato il pavimento tre volte. Solo ringraziavo Dio perché ero lì con quei fratelli, che sono peccatori, ma che cercano nelle loro vite la grazia di Dio, in primo luogo.

La mia esperienza è stata una benedizione incalcolabile. Non posso esprimere con le parole tutto ciò che ho vissuto, è impossibile, tutto emanava bontà e pace. Era un’atmosfera così diversa.

Prego Dio, per l’intercessione della Beata Vergine Maria, San Bruno, San Giovanni Battista e San Giuseppe, che i giovani cristiani di oggi, aprano i loro cuori per rispondere alla chiamata di Dio a seguire il suo Santo Figlio Gesù nel deserto, nell’amore, che è la Certosa.

Possa San Bruno pregare Dio per tutti noi!

A me non resta che aggiungere…AMEN

la gioiosa comunità certosina brasiliana

Seconda pubblicazione della collana su san Bruno

copertina

Cari amici, dopo avervi annunciato l’uscita del primo volume (Bonaventura Bova, Breve compendio della vita di San Brunone Cartusiano), vi comunico, che è stato pubblicato nella scorsa settimana, dall’editore Analecta Cartusiana dell’Università di Salisburgo il secondo libro della serie “Collectanea Cartusiae Sanctorum Stephani et Brunonis”, dal titolo ” Cronache della certosa dei SS. Stefano e Bruno” (1807-1862)

Con questo secondo volume l’attenzione si sposta dal XVII secolo, epoca di composizione del testo di Bova, al XIX, con l’edizione di due importanti cronache della Certosa di Serra nelle quali vengono raccontati, tra l’altro, due passaggi cruciali della sua storia: il periodo 1840-1844, nel quale ci fu il primo tentativo di riapertura della Certosa dopo il terremoto del 1783 e il biennio 1856-1857, anni in cui, anche grazie all’indefessa opera svolta dal priore certosino Dom Vittore Nabantino, la Certosa venne “recuperata” e le reliquie di San Bruno, conservate a Serra in seguito al sisma settecentesco, fecero ritorno nel monastero con una solenne cerimonia di traslazione.

A tali cronache si aggiungono, nell’appendice del volume, ulteriori documenti che consentono una “lettura” di prima mano di quanto avvenne in quel periodo: la cronotassi dei priori della Certosa dal priorato di Dom Pietro Paolo Arturi* (1781-1803) al priorato di Dom Ambrogio Bulliat** (1894-1903); una lettera di Dom Paul Gérard, presentata nell’originale in francese, scritta da Serra il 27 marzo del 1840 e indirizzata al Priore Generale dei certosini; due lettere di Dom Vittore Nabantino al vescovo di Pistoia Mons. Leone Niccolai*** e, infine, il dettagliato resoconto della trasferimento delle reliquie di San Bruno dalla chiesa Matrice di Serra alla Certosa il 30 maggio 1857.

Completa il volume un ricco repertorio iconografico che riporta mappe topografiche del territorio di Serra, sito nel nel cuore delle Serre Calabre, e del tenimentum certosino, vedute e piante della Certosa, particolari architettonici del monastero dopo il terremoto del 1783 e che costituisce un importante corredo di materiali visuali, tutti prodotti tra il Settecento e l’Ottocento, i quali contribuiscono in maniera significativa alla conoscenza della storia dell’insediamento monastico calabrese.

 

Brevi note biografiche dei personaggi citati:

Dom Arturi, Pietro-Paolo nato a Cosenza, il 14 settembre del 1738, egli fece ingresso nella certosa calabrese. Fu nominato Priore di questa certosa nel 1781 e vi rimase fino alla sua morte, avvenuta nel 1803. Dom Arturi, fu visitatore delle congregazioni delle cinque certose del regno di Napoli, e presiedette due volte il capitolo generale nella sua certosa.

**Dom Bulliat, Ambroise-Marie Pierre nacque a Crémieu (Isère) il 2 novembre 1834. Egli fece ingresso alla Grande Chartreuse dove fece professione solenne l’8 dicembre 1864. Dopo un breve soggiorno alla certosa di Le Reposoir, fu inviato come coadiutore a Selignac nel1871 dove rimase per 24 anni. Quindi cominciò la sua attività storica. Nel 1894, fu inviato in calabria per dirigere la ricostruzione dapprima come rettore ed in seguito come Priore. In seguito egli passerà alla casa di rifugio di La Cervara, in seguito alla certosa femminile di Burdinne, in Belgio, dove morì il 2 marzo 1911.

***Dom Nicolai, Léon Jean-Louis Nicolaï, nato a Firenze il 28 settembre 1782, era seminarista quando fece il suo ingresso nella certosa della sua città natale il Galluzzo, dove fece professione solenne il 6 ottobre 1802. A Calci, successivamente, fece il procuratore dal 1823 al 1836 epoi fu nominato priore dal 1836 al 1839. In seguito andò nuovamente a Firenze dal 1839 al 1842. Fu poi nominato procuratore generale a Roma, fino al settembre del 1849. Divenne Vescovo di Pistoia e Prato il 5 novembre del 1849, e morì a Pistoia il 13 luglio del 1857 Egli era stato anche Visitatore delle certose italiane e visitatore apostolico degli olivetani e dei cistercensi di Casamari. Va detto che non va confuso con Dom Jean Louis de Nicolai, di cui vi ho parlato in un precedente articolo.

 

Prima pubblicazione della collana su san Bruno

copertina volume

Cari amici, come vi avevo annunciato in un precedente articolo, la casa editrice austriaca Analecta Cartusiana, afferente all’Istituto di Anglistica e Americanistica dell’Università di Salisburgo e principale editore al mondo per quel che riguarda le pubblicazioni sull’universo delle Certose, inaugura la nuova serie Collectanea Cartusiae Sanctorum Stephani et Brunonis, interamente dedicata al monastero serrese. Ebbene, qualche giorno fa è stata pubblicato il Breve compendio della vita di San Brunone Cartusiano raccolta dagli autentici Diplomi della sospesa Real Certosa di Santo Stefano del Bosco. Gli scritti del converso certosino calabrese Bonaventura Bova, hanno costituito il primo volume della collana. Il volume presenta diversi motivi di notevole interesse, tra i quali, in primo luogo, l’edizione del poema settecentesco di Bova (conservato in forma manoscritta nell’archivio della Certosa di Serra), l’ampio corredo iconografico in cui si documenta l’immagine del cosiddetto “San Bruno calabrese” (ovvero del San Bruno “barbuto” che impugna il bastone a “tau”) e i saggi, in apertura e chiusura del libro, dello stesso Ceravolo e di Giovanni Leoncini dell’Università di Firenze. Questo volume, tuttavia, non è destinato soltanto agli studiosi del monachesimo e della vita di San Bruno, ma si segnala, tra l’altro, per un curioso “inserto”, presente nel testo di Bova e abbastanza “eccentrico” rispetto al contenuto dell’opera, in cui l’autore, che compone il Breve compendio alla fine del XVIII secolo, descrive in versi alcuni aspetti della vita a Serra in quel tempo. Una descrizione di prima mano e di grandissima rarità, se si pensa che sono molto scarse le fonti che prima dell’Ottocento si soffermano sul paese per coglierne elementi di vita quotidiana, che potrete leggere a seguire. Introdotti da una laudatio del “clero della Serra”, che Bova definisce di “scienza ornato”, i versi sul paese costituiscono un parallelo ed evidente elogio dei suoi abitanti, dei quali vengono segnalati soprattutto la laboriosità e la fatica del lavoro, senza dimenticare di richiamare lo speciale rapporto che lega i serresi al monastero certosino:

Di anime cinque mila popolato. / Di scienza il Clero della Serra ornato, / Nè fà pompa qual’altro Vescovato. / Pratica in Chiesa con tutto decoro, / Salmeggia ancora con canto sonoro; / Non differisce di ogni Cattedrale / Nell’onorar quel Dio, sommo immortale; / Nella Provincia si stima esemplare, / Abbonda di virtudi, anche più rare; Dona norma alle Terre, e alle Cittade, / E del Ciel c’insegna ancor le strade; / L’abiti porta a lungo decorati, / Chè dona esempio a tutti j vescovati. / Sù del pulpito ancora, e sù l’altare / Insegna il suo dovere al secolare. / Imita in tutto il gran Filippo Neri, / La mente ci empie di Santi pensieri, / Del nostro Eremo allievo è un tanto Clero, / E il decoro de’ Padri, Ei serba intero. / A gran Bruno, ah, stupor, ancor tu vivi / Trà tanti ceti il tuo fervore avvivi; / Tu risplendi qual face in sù di un monte, / Siegue ciascun le tue virtù si conte. / La gente in arte vedesi fiorita, / Ed è all’uso Francese ancor vestita; Di mercadanti anch’ella alquanto abbonda, / E ogni fiera con mercanzia circonda; / La bassa gente astuta, ed industriosa / Di ogni sesso la vedi labboriosa; / Solèa con zappa il duro suol rovente, / E pur del suo sudor, non si risente; / Nel verno a lavorare intorno gira / Scalza, ignuda tale or sempre si mira. / Per tutta la Provincia incaminati, / Si veggon, e da ladri ancor spogliati. / Ognun poi perfin la donna vile / Portava al petto pria un grosso stile. / Ogni nativa donna della Serra / Porta legni sul capo, e pietre, e terra. / E stanca, e lassa alfin si riposa / Pell’amara fatica, e lagrimosa. / La donna sù la neve congelata, / Per far legni cammin la sconsolata. / Notte, e di tien in man la rocca, e il fuso, / E fila lana, e lin secondo l’uso. / Tre dì la settimana il pan si è dato / Dall’Eremo a colui, chè si è portato; / Ivi ognor della Serra, e soccorrea / Folla immensa di gente, chè occorrea. / Ed il Procurator denar donava / Al pezzente Cristian, chè si trovava; / L’inverno poi pel gel, la gente chiusa, / Cantava al suon della cornamusa, / Aspettando il soccorso dal Priore, / Chè mandava un fratel con tanto amore / Con some, chè ripiene di ogni vitto, / Fa ciascun contento, e non afflitto”.

Un ritratto in presa diretta di Serra, del suo clero e della sua laboriosa popolazione, che, dal Settecento, è potuto giungere sino a oggi per illustrare uno squarcio della sua storia. Una preziosa rarità!

 

Tre aspetti della vita eterna

certosino e sole che sorge

Eccovi un estratto di una meditazione di un padre Priore certosino rivolto alla sua comunità sui tre aspetti della vita eterna.

Ci sono tre aspetti della vita eterna che la rendono una sola pienezza di perfetta felicità: Vedere Dio, Possedere Dio ed Amare Dio.

Vedere Dio
Carissimi fratelli, la nostra occupazione principale nei cieli sarà la visione incessante ed entusiastica di Dio, in modo che il nostro spirito, la nostra intelligenza, il nostro cuore, tutto il nostro essere non potrà prestare la minima attenzione alla cosa minima. Tutto ciò che esiste, è e sarà, è incluso nella visione immediata di Dio e della sua eterna attività immutabile.
L’anima santa degli eletti si sente stupita ed affascinata, e resta come “fuori di sé”, o piuttosto, stupefatta davanti a questa fornace di luce e di amore che è Dio. Ecco il cielo degli eletti! Più uno stato che un posto: la partecipazione alla vita divina.
La divinità sarà impressa nel nostro spirito e nulla potrà allontanarci da essa; il nostro spirito diventerà prigioniero nella sua perfetta libertà. Non potrà non contemplare la bellezza divina. Vedremo anche le Sue opere al di fuori di se stesso, tra cui è essenziale la meraviglia dell’incarnazione divina nella Vergine Maria. Capiremo ed ammireremo la bellezza del piano divino nella nostra redenzione ed il peso del Suo amore. Il piano di Dio per ognuno di noi sarà anche oggetto della nostra ammirazione nel bagliore della luce divina. Vedremo ancora molte altre luci, tutte in Dio.
Questo è ciò che significa vedere Dio. Ma ora ci rivolgiamo ad un altro aspetto della vita celeste.

Possedere Dio
La visione di Dio non è come una visione sulla terra, il risultato della vista. Qui l’oggetto della nostra ammirazione è sempre fuori di noi, per quanto sia bello e prezioso. In cielo, la visione di Dio non è una semplice immagine, ma è l’essenza divina – l’essere divino – Dio stesso, visto faccia a faccia, che penetra l’anima nel più intimo e vive in essa come il mio pensiero vive in me; è Lui stesso, avvolto nella luce eterna, che comunica infinita scienza per partecipazione e visione.
È un possesso di Dio; è anche essere posseduto in modo tale che non esista un minimo del nostro desiderio che non sia pienamente realizzato. Possedere Dio è possedere la felicità eterna, che compie infinitamente tutto ciò che sulla terra la mia condizione di uomo peccatore e di creatura mi ha negato. Vedere e possedere Dio è una pienezza a cui non si può aggiungere niente. È pienezza e compimento definitivo in Dio.
E così arriviamo alla terza attività dell’anima santa in cielo, un’attività che nella sua pienezza assorbe e riassume le due altre e le rende una sola.

Amare Dio
Un amore definitivo, quindi tranquillo e gratificante, senza alcuna paura di perderlo. Un amore che diventerà dono di se stesso a Dio. Amore contemplativo, come l’amore di Dio che nasce dalla conoscenza della propria bellezza e pienezza.
Conoscere Dio, vedere Dio ed amarlo, un solo atto. Un solo stato interiore. Qui sulla terra, il nostro amore è sempre inquieto, fragile, vulnerabile. Viviamo tra luce ed ombra – a volte con paura di perderlo, offenderlo e sapendo che dovremmo amare di più. In cielo, no, perché la visione di Dio si verifica nel più intimo dell’essere umano e non al di fuori; si verifica nell’area profonda dell’anima, dove la conoscenza e l’amore non si differenziano. Una sola cosa, in cui il cuore si espande con una indicibile dolcezza d’amore. La visione di Dio è come un atto di comprensione infiammato dall’amore e, allo stesso tempo, un atto d’amore illuminato dalla comprensione.
In cielo l’amore del nostro povero cuore si sentirà perfettamente soddisfatto e adempiuto. E l’amore sarà ininterrotto, incessante e senza fine, perché la visione sarà definitiva. Non possiamo smettere di vedere Dio e, dunque, di amarLo. La visione e l’amore diventano la nostra unica occupazione ed azione, e niente di più.

I monaci certosini secondo Giorgio la Pira

Costa la Pira

Dom Costa e G. La Pira

Oggi vi propongo un articolo contenente un testo scritto da Giorgio La Pira, un politico italiano nonchè sindaco della città di Firenze. Si dice che la Pasqua del ’24 segnò, per Giorgio La Pira, il momento della reale conversione e l’approdo alla fede. Per la sua vita esemplare, infatti, è in corso la causa di beatificazione. Lo scorso 5 novembre si è celebrato il quarantesimo anniversario della sua scomparsa.

Egli ebbe modo di conoscere la spiritualità certosina, entrando in contatto tra gli altri con Dom Antonio Gabriele Costa, che divenne ben presto il suo confessore. La Pira attratto dal mondo certosino visitò la Grande Chartruse il 12 settembre del 1960.

Di seguito vi riporto un suo scritto riguardante la contemplazione certosina:

La contemplazione di Dio – solidamente poggiata sulla parola di Gesù a Marta e sulla rivelazione dell’ultima cena agli apostoli (haec est vita aeterna ut cognoscant te solum Deurn verum, et quem misisti Jesum Christum) – è l’atto supremo verso il quale converge, come a suo punto finale, lo sforzo ascensionale della grazia e dell’uomo: si può dire che in certo senso essa definisce il cristiano; è il fiore ed il frutto al quale tende la totalità dell’ordine della natura e della sopra natura: perché nella visione di Dio consiste la completezza finale ed il finale coronamento della natura umana.
E questa visione, anche se totalizzata soltanto nell’altra vita, non è senza rapporto con la vita presente: la fede, infatti, è una incoatio di questa visione futura: e quanto più essa si approfondisce tanto più questa incoatio si fa penetrante: gli occhi interiori della fede sono già, in certo modo, un inizio degli occhi interiori della gloria.
L’orientazione del pensiero umano verso l’atto supremo della contemplazione costituisce il motivo dinamico più vitale della più alta meditazione filosofica.
Ma un secondo problema si impone subito alla riflessione: la Chiesa è il Corpo mistico di Cristo e una multitudo ordinata: la vita religiosa, anche se vita personale, dialogo interiore di ciascun anima con Dio, è tuttavia anche espressione collettiva di adorazione e di amore: non avrà anche la contemplazione questa espressione collettiva? Non vi sarà una vocazione in tal senso? Un ordine che esprima nella sua totale purità – quanto è possibile in questo mondo – questo atto immacolato di ‘visione’? Che sia depositario, per dir così, di questo assoluto primato della contemplazione? Che abbia per unico scopo l’esercizio puro di questo unum necessarium?
Se si medita la vita di San Bruno – collocata all’albeggiare, quasi del 1000 – si trova la risposta di questo problema.
C’è sempre una ragione profonda, che lo Spirito Santo persegue, nella genesi di un grande movimento religioso: non che mancassero, al tempo di San Bruno, Ordini votati alla contemplazione: pure la Certosa ha qualcosa di nuovo, nella totalità della sua concezione: qui la contemplazione ha valore totale, per se stesso: non è unita a nessun altro valore: lo stesso apostolato, in quanto azione esterna, è eliminato in radice: l’unico scopo dell’Ordine, il punto unico di convergenza che ne collega tutte le strutture liturgiche, architettoniche, temporali, è costituito da questo atto di adorazione e di lode perenne che deve fluire di notte e di giorno come sacro profumo e sacra testimonianza resa dall’anima a Dio.
Nessun interesse, anche buono e santo, deve disturbare questo interesse unico: Dio solo: dall’alba al tramonto, dal tramonto all’alba ogni certosino per proprio conto e la Certosa nella sua totalità esprima con energia di amore questa lode che non si allenta: come se si prolungasse sulla terra la schiera beata delle gerarchie angeliche: l’ultima, perché infima, gerarchia di angeli tocca la cima di questa ultima, perché suprema, gerarchia di oranti!
Concezione grandiosa che lascia incantati chi la medita e chi la esperimenta.
E se la Chiesa avesse bisogno attivo di un Certosino? Ecco San Bruno guidare, in certo senso, come consigliere attivo di Urbano II la Chiesa di Dio; eccolo vicino a Cardinali, a Vescovi, a Principi; guida che traccia linee concrete nella storia del suo tempo; che si interessa di guerre e di paci, di concili e di riforme; ma si tratta sempre di attività di margine: la novità assoluta della Certosa sarà in questo deserto totale della natura e della storia perché su questo distacco anche visibile dalle cose e dagli uomini si possa costituire una città strana: la piccola silenziosa fatta di piccole case di solitari che esprimono individualmente e collettivamente il massimo di orazione ed il massimo di amore!
Piccola città del deserto, che ha per protettore il Battista e per Regina Maria!”

La solitudine di Dio

 

Le Masson, Innocent

Ecco a voi uno splendido brano scritto da Dom Innocent Le Masson, nel quale egli ci descrive la relazione tra la solitudine e Dio.

Dio per natura ed essenza è solo e solitario. In effetti, è impossibile che ci siano più Dio; e la solitudine di Dio non è ostacolata dalla presenza delle tre Persone della Santissima Trinità.

Questo mistero ci mostra solo ciò che è l’incessante opera e l’occupazione della solitudine divina,

cioè, la generazione del Figlio dal Padre per azione, comprensione e processione dello Spirito Santo con l’azione della volontà, occupazioni perfettamente solitarie, perché nulla di ciò che è stato creato collabora. Troviamo, quindi, nella stessa Essenza Divina il modello della solitudine istituita dal nostro Santo Padre Bruno.

Troviamo, infatti, la separazione di tutte le creature e la fuga da uno sterile tempo libero, per opera di quella immutabile attività attraverso la quale sempre si contempla e si ama Dio, ciò costituisce l’eterna operazione ed occupazione di questa solitudine divina; poi c’è la continua permanenza in questa solitudine: infatti, tutto ciò che Dio opera fuori di ciò, lo fa senza uscire da se stesso e senza interrompere mai quella operazione che gli è propria e che è solitaria.

Dio anche nella sua essenza, è anche solo nelle sue operazioni, ci governa e ci da soccorso. Queste occupazioni solitarie di Dio, per Egli naturali, ci insegnano quali devono essere le nostre occupazioni in solitudine: conoscere e volere rettamente, cioè, intendere ed amare con cuore puro: Dio ha anche la assoluta necessità di rimanere costantemente nella sua solitudine, perchè Egli è immutabile, e pertanto non puo che essere un solitario, sempre assorto nella contemplazione.

Nella solitudine della Essenza Divina è possibile ottenere la ragione fondamentale per cui l’uomo ha bisogno della pratica della solitudine. Non esito a vedere in questo bisogno una caratteristica della immagine e somiglianza divina che onora l’uomo. Per essa, infatti, l’uomo è incoraggiato a raccogliersi in sé stesso e produrre, in solitudine, frutti che in qualche modo riflettono quelli che Dio produce nella sua solitudine.

Dom Innocent Le Masson “Disciplina. lib.I,c.IV, p.13”