• Translate

  • Follow us

  • Memini, volat irreparabile tempus

    luglio: 2022
    L M M G V S D
     123
    45678910
    11121314151617
    18192021222324
    25262728293031
  • Guarda il film online

  • Articoli recenti

  • Pagine

  • Archivi

  • Visita di Benedetto XVI 9 /10 /2011

  • “I solitari di Dio” di Enzo Romeo

  • “Oltre il muro del silenzio”

  • “Mille anni di silenzio”

  • “La casa alla fine del mondo”

  • Live from Grande Chartreuse

  • Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi e-mail.

    Unisciti ad altri 635 follower

  • Disclaimer

    Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge N°62 del 07/03/2001. Rare immagini sono tratte da internet, ma se il loro uso violasse diritti d'autore, lo si comunichi all'autore del blog che provvederà alla loro pronta rimozione. L'autore dichiara di non essere responsabile dei commenti lasciati nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, il cui contenuto fosse ritenuto non idoneo alla pubblicazione verranno insindacabilmente rimossi.


Dialogo con San Bruno 6

6 dialogo

Proseguono le domande del certosino giornalista a san Bruno in questa immaginaria intervista. Apprezziamo la domanda e la risposta esaustiva.

La nostra realizzazione ‘come certosini’

CG – Padre, in questo nostro mondo si parla molto, attualmente, e la gente cerca tutti i mezzi per la “realizzazione personale”. Tutti vogliono “realizzarsi” e raggiungere ciò che vogliono essere…E anche noi, tuoi certosini, abbiamo avuto qualcosa di questa mentalità e di questo linguaggio: vogliamo anche realizzarci come certosini.

SB – Sii sicuro: quello spirito combattivo e quella gioia generosa vi aiuteranno nella vostra “realizzazione”.

È vero, con questo gioioso coraggio si riesce a penetrare nel più profondo, nel più essenziale di questo dono divino della solitudine come luogo privilegiato, per noi, del nostro incontro con Dio.

Quando, nella Lettera a Raul, cantavo le delizie della solitudine, cantavo la migliore esperienza della mia vita solitaria; Cantavo, come direste voi oggi, “la mia realizzazione personale”.

Non sorprenderti quindi quando ti dico che sei chiamato a vivere la stessa gioia, perché tutti i miei figli sono chiamati a sviluppare nella loro vita la grazia vocazionale della solitudine.

Il punto è, nel corso delle diverse fasi della propria esistenza, non stancarti o perdere il coraggio.

È un dono di Dio che devi ricevere e vivere con la gioia dell’amore, perché questo dono contiene in sé:

la parte migliore, concessa a Maria;

la bellezza di Rachele, che è stata preferita alla fecondità di Lia;

il fuoco del puro amore che, come il fuoco della sunamite, ravviva e riscalda il cuore del Re.

Te l’ho detto prima che a volte la solitudine è dura e oscura, è vero. Ma, d’altra parte, questa oscurità è anche luminosa e, inoltre, anche nel dolore genera una felicità profonda.

Ricorda, , a questo proposito, le parole del Salmista: “nemmeno le tenebre per te sono oscure, e la notte è chiara come il giorno” (Sl 139, 11), o come dice un’altra versione, “in lei trovo le mie delizie”.

E giustamente la solitudine è il luogo del nostro incontro con Dio, e anche quando quell’incontro avviene nelle tenebre, è anche segno della presenza divina. E nonostante le tenebre, Dio non cessa di essere Luce. Quella Luce è Vita e in quella Luce vedremo la Luce (Sal 36, 10).

6 copertina tonda

Chartae Capituli Generalis Pro Provincia Tusciae

fig. 1- Copertina

Cari amici lettori, nell’articolo odierno voglio comunicarvi la pubblicazione di un’importantissimo volume, del quale vi riporto la brillante recensione dell’amica Giuliana Marcolini, giù coautrice di un libro di cui vi ho parlato da questo blog.

L’Autore di questo importante, impegnativo e specialistico lavoro è un monaco certosino che, secondo la consuetudine dell’Ordine, rimane nell’anonimato; l’argomento trattato, come si evince dal titolo, è l’edizione delle Carte prodotte dal Capitolo generale dell’Ordine certosino relative alla Provincia Tusciae dal 1701 al 1730; note anche come “Carte di Ferrara” o “Carte di Toscana”, sono conservate negli archivi della Grande Chartreuse, la casa madre dell’Ordine, situata a Saint-Pierre-de-Chartreuse, nei pressi di Grenoble.

Queste Chartae sono parte dell’intera documentazione prodotta durante le riunioni del Capitolo Generale, organo legislativo ed esecutivo supremo dell’Ordine certosino, indetto inizialmente ogni anno, ora ogni due, presso la Grande Chartreuse di Grenoble, e operante fin dal 1142. La pubblicazione delle Carte dei Capitoli Generali, a partire da quelle prodotte in epoca medievale era iniziata nel 1982 per volontà del grande studioso e grande esperto, anche per esperienza personale, del mondo certosino quale fu James Hogg, che le aveva inserite nella collana Analecta Cartusiana. Questa collana, l’unica raccolta internazionale di scritti dedicati alla storia e alla spiritualità dei certosini, era stata fondata dallo stesso Hogg nel 1970 e poi, dopo la sua morte nel 2018 e per volontà degli eredi, è entrata a far parte delle collezioni editoriali di carattere religioso di CERCOR (Centre européen de recerche sur les communautés, congrégations et ordres religieux); con l’acquisizione di questa collana, CERCOR è divenuto il polo europeo delle pubblicazioni relative al mondo certosino.

Tutte le pubblicazioni riguardanti l’edizione delle Chartae Capitulorum Generalium sono contrassegnate dal numero 100 di «Analecta Cartusiana» ed il volume qui recensito è il 76° della serie.

Il testo di questa pubblicazione consta di 515 pagine, articolato in più parti:

Prefazione, pp. 3-14:

L’autore della Prefazione, Giovanni Malpelo, scrive che, partendo dal presupposto che ogni carta d’archivio è uno spiraglio privilegiato da cui gettare uno sguardo verso la Storia, e sottolineando in particolare l’importanza degli archivi ecclesiastici per comprendere i rapporti tra Stati e Chiesa nei vari momenti storici, afferma che la trascrizione delle Chartae Capituli Generalis pro Provincia Tusciae certosina ci offre una lettura che va oltre la conoscenza della vita nelle certose italiane comprese in tale circoscrizione geografica durante il secolo XVIII, ma ci fa intravedere come l’Ordine si sia posto in relazione con lo spirito dell’epoca; epoca che la storiografia odierna vede contrassegnata dal termine “rivoluzione”, identificabile in molti campi, da quello politico a quello industriale fino a quello culturale, e che ha dato inizio alla “modernità”.

Anche i Certosini, pur nella loro beata solitudo, avendo chiaramente percepito che al di fuori del loro desertum vi era allora un mondo che andava mutando rapidamente avevano scelto di inserire nello stemma dell’Ordine Certosino, o meglio, in quello della Grande Chartreuse, la Casa madre, il motto Stat crux dum volvitur orbis: la terra si muove, si agita, muta, si ‘rivoluziona’ ma la croce di Cristo è la realtà immobile e immutabile cui ogni certosino di ogni certosa aspira ad identificarsi.

Questa aspirazione alla fedeltà alla più grande espressione della religiosità cattolica ed alla volontà di mantenerla immutata nel tempo universalmente in ogni certosa in qualunque situazione geografica e politica prende forma tangibile nelle Chartae Capituli Generalis, le cui pagine riportano fatti, notizie, disposizioni che si rivolgono in modo immutato nel tempo e universale nella territorialità del mondo certosino. Come esempio concretamente esplicativo Malpelo ci segnala che nelle Chartae di tutti i Capitoli generali “si fa memoria e si menzionano i fratelli defunti nell’anno di qualsiasi certosa di provenienza presente nel mondo (i cosiddetti obiit). Quest’abbraccio universale si ripete poi quasi in ogni parte delle Chartae”.

Introduzione, pp. 15-58:

L’Autore (un monaco certosino) ci ricorda che le Chartae Capitulorum Generalium contengono i suffragi per i vivi e per i morti che le singole Case dovevano assolvere, le disposizioni sui cambiamenti di ufficio e le ordinanze con valore di legge emanate per tutto l’Ordine o per gruppi di monasteri. Pur di “un’appassionante monotonia”, data una struttura monolitica ed invariata nella forma espressiva ed un testo costituito da frasi stereotipate e ripetute, la lettura di queste Carte ci fa ‘intravedere’ come, nel corso del tempo e dei momenti storici, quel ‘mondo’ che i singoli monaci pensavano di aver abbandonato, in realtà sia penetrato nella trama della loro quotidianità. I grandi problemi che scuotevano l’Europa e le prospettive generali della Christianitas nei confronti degli Stati riuscivano a penetrare la clausura certosina e questo è chiaramente visibile attraverso i numerosi suffragi per singoli e comunità estranee al mondo certosino che i monaci erano tenuti ad assolvere. Questo, però, è chiaramente leggibile solo nelle Carte più antiche; l’Autore ci propone una tavola sinottica (vedi nel testo pp. 24-26) in cui vengono messi a confronto gli “obblighi” di suffragi in epoca medievale e quelli del XVIII secolo e si può notare come in questi ultimi scompaiono dal primo posto gli obblighi di suffragi per “Principi e sacerdoti secolari”, e compaiono quasi al termine dell’elenco. Chiaro sintomo del fatto che i Certosini, in questo secolo di grandi ‘rivoluzioni’, hanno sentito la necessità di rafforzare il loro ‘distacco’ della loro realtà dal mondo esterno.

L’intero corpus delle Chartae Provinciae Tusciae consta di nove tomi manoscritti in lingua latina, composti da fascicoli di varie dimensioni, che contengono carte o estratti di carte relative ai ‘verbali’ redatti durante i Capitoli generali tenutisi alla Grande Chartreuse dal 1462 al 1796, contenenti le relazioni dei visitatori delle varie certose della Provincia Tusciae con le notizie specifiche di ogni certosa e le eventuali decisioni prese in seno al Capitolo sia riguardo ad una specifica certosa sia riguardo a disposizioni di carattere normativo generale; le copie di questi verbali, dopo il Capitolo, venivano consegnate ai Visitatori che le portavano poi ai vari priori delle singole certose della Provincia.

Benché già note da tempo nella letteratura specializzata certosina, le Chartae Provinciae Tusciae, conservate negli archivi della Grande Chartreuse in nove volumi (Ms 1 Cart 24), non sono state finora oggetto di studio particolareggiato.

La consultazione diretta della serie ne ha rilevato l’importanza per la storia dell’Ordine certosino e per la conoscenza del suo sviluppo in quelle regioni dell’Italia centro-settentrionale, Toscana, Emilia-Romagna e Veneto, che costituivano il territorio della storica Provincia Tusciae; da qui la decisione di progettare una pubblicazione della trascrizione di tutti i volumi manoscritti di dette Chartae nella collana «Analecta Cartusiana», cominciando dalle Carte del XVIII secolo, cioè i volumi 7-9 (con documentazione dal 1701 al 1789) dato che i primi sei (con documentazione dal 1462 al 1700) sono attualmente in fase di restauro e si potrà procedere alla loro trascrizione e pubblicazione al termine dell’operazione, in ragione di un tomo a stampa per ogni volume manoscritto, rendendoli così facilmente disponibili all’approfondimento degli studiosi della ‘certosinità’.

Trascrizione delle “Chartae Capituli Generalis pro Provincia Tusciae ab anno 1701 usque ad annum 1730 (manoscritto Grande Chartreuse 1 Cart 24 Volume 7) (pp- 59-438)

La trascrizione del volume manoscritto 7 delle Chartae Capituli Generalis pro Provincia Tuscia occupa la quasi totalità dell’intero testo in recensione; il volume contiene le carte di 30 Capitoli Generali tenutisi annualmente dal 1701 al 1730 ed è formato da 30 fascicoli composti ognuno di un numero di carte scritte variabile.

Anche il testo di queste carte, come quello di tutte quelle prodotte durante ogni Capitolo generale, era impostato prima della riunione generale in Grande Chartreuse. I fascicoli erano composti da 6 fogli in 4°, piegati al centro (12 carte); sul primo recto veniva scritto il nome della provincia (Provincia Tusciae, Provincia Sancti Brunonis, Provincia Picardiae, ecc.) cui il documento era indirizzato. Si preparavano poi i dati generali e sempre fissi fin dal primo Capitolo: il titolo e la data del Capitolo generale, la data della Settuagesima, la lista delle SS. Messe dello Spirito Santo e della Beata Vergine per varie intenzioni e la parte finale del documento con le generalità, e le disposizioni per le singole certose. I defunti (per i quali quella certa certosa aveva l’impegno di celebrare i suffragi) il cui obitus era già pervenuto alla Gran Certosa erano trascritti secondo l’ordine che si era codificato nel XVIII secolo, che vedeva in primis i visitatori, seguiti dai convisitatatori, dai monaci semplici, dai monaci diaconi, dai conversi, e, nel caso di un monastero femminile, dalle monache certosine, poi veniva l’elenco dei sacerdoti secolari, i secolari e per ultime le Donne. Ricordiamo che nelle carte più antiche, l’elenco dei defunti vedeva come prima voce i principi e i sacerdoti secolari, seguiti dai priori e monaci certosini (si veda nel testo la esplicativa tabella sinottica della situazione alle pp. 24-26).

È da rilevare che in questo volume 7 le Carte prodotte dal Capitolo generale dal 1715 al 1724 furono affidate a Dom Daniele Campanini, priore della certosa di Ferrara dal 1703 al 1725, convisitatore della Provincia Tusciae dal 1715 al 1720 e visitatore della stessa dal 1721 al 1725 e che in questi periodi fu presente ai vari Capitoli tenutisi nella Grande Certosa, perché le portasse alle certose della Provincia Tusciae; personaggio di grande spessore religioso e culturale, dom Campanini era già stato priore della Casa ferrarese dal 1692 al 1698 e fu committente per la sua Casa di varie importanti opere d’arte celebrative della ‘certosinità’.

A seguito della trascrizione di tutte le Carte del volume 7, l’Autore ha predisposto otto Appendici (pp. 439-496), con notizie ricavate da varie fonti di carattere certosino, utili per agevolare la consultazione del testo stesso e fornire molti dati ed informazioni inediti di particolare interesse per l’approfondimento della storia dell’ordine nel XVIII secolo:

Appendice I. Elenco dei fascicoli dei volumi 7, 8 e 9 delle Chartae Tusciae

Appendice II. Liste dei Priori della Provincia Tusciae secolo XVIII (fino alle soppressioni)

Appendice III. Lista dei Visitatori e Convisitatori della Provincia Tusciae secolo XVIII

Appendice IV. Lista dei Reverendi Padri, Priori della Gran Certosa XVIII secolo (fino alle soppressioni (tratta da La Grande Chartreuse per un charteux, Bellegarde 1984, pp. 292-293)

Appendice V. Lista dei Vicari della Gran Certosa XVIII (desunta dalle Chartae Provincia Tusciae)

Appendice VI. Elenco delle Ordinanze, Ammonizioni ed Esortazioni promulgate dai Capitoli Generali nel secolo XVIII, desunte dalle Chartae Provincia Tusciae

Appendice VII. Le Case della Provincia Tusciae (da Monasticon Cartusiense, IV, 4: Provincia Tusciae, «Analecta Cartusiana» 185/4/4, 2010)

Appendice VIII. Trascrizione del Manoscritto Grande Chartreuse 6/ITAL/11.

A corredo dell’intera pubblicazione si segnala una significativa e ricca Bibliografia, di riferimento (pp. 13-14) e specialistica (pp. 50- 58).

I documenti d’archivio sono lo strumento oggettivamente più efficace per la conoscenza e l’interpretazione della ‘storia’ di qualunque realtà che lo studioso attento e ‘curioso’ utilizza con particolare entusiasmo. Ma non sempre è possibile la consultazione diretta delle fonti, come nel caso della documentazione prodotta dall’Ordine Certosino che, nel suo eremitismo estremo, precludeva e preclude il contatto fisico diretto con le sue realtà; ecco che allora iniziative editoriali come quella che ha preso l’avvio con l’esperienza di «Analecta Cartusiana», di cui questo volume è un significativo esempio, sono preziosissimi strumenti per la conoscenza e l’interpretazione del mondo certosino.

Attraverso queste pubblicazioni riusciamo, infatti, a percepire quanto il mondo certosino non fosse così ‘impermeabile’ alla realtà esterna alle sue mura quanto si poteva ritenere e nel contempo, ci rendono possibile entrare in un mondo a noi totalmente precluso, conoscerne la sua struttura e le sue modalità di perpetuazione e mantenimento nel tempo di quella ideologia religiosa che ne determinò la nascita.

Giuliana Marcolini

fig. 2- Frontespizio Chartae

Nell’esprimere gratitudine all’amica Giuliana Marcolini, la quale ha redatto tale recensione che ho voluto ospitare su Cartusialover al fine di renderne nota tale pubblicazione e diffonderla a voi tutti.

Vi inoltro il link dove poter acquistare online questo prezioso volume, disponibile all’approfondimento di chiunque voglia studiare gli argomenti in esso illustrati.

https://www.i6doc.com/en/book/?gcoi=28001100197820

Dialogo con San Bruno 4

6 dialogo

Proseguono le domande del certosino giornalista a San Bruno in questa immaginaria intervista. Apprezziamo la domanda e la risposta esaustiva.

Cos’era per te la solitudine?

CG – Padre, per grazia di Dio condividiamo la tua vocazione al deserto. Sappiamo che, come te, anche noi dobbiamo santificarci nella solitudine. Ma poiché lo Spirito Santo ti ha illuminato, come Fondatore, sui misteri di quella solitudine, vuoi dirci qualcosa di cos’era per te la solitudine?

SB – Avrai già notato che nelle mie lettere quasi non mi soffermo sulla solitudine materiale, per quanto essa sia la base e la condizione della solitudine spirituale. Preferisco esaminare la solitudine spirituale di questo elemento così importante del nostro carisma vocazionale.

E la prima cosa che scopro è che la solitudine è un dono gratuito di Dio. Se ci ha chiamati perché l’ha voluto e ci ha portato nel deserto, la solitudine profonda e stabile è una grazia divina ordinata per la realizzazione dei disegni di Dio su di noi.

Perciò ora non posso dirti di meno di quanto dissi ai primi figli: “Rallegratevi della felice fortuna che vi è data e dell’abbondanza della grazia di Dio su di voi. Rallegratevi di aver raggiunto il tranquillo e sicuro rifugio di un porto nascosto” (Lettera ai monaci della Certosa).

Con questo voglio ricordarti ora quanto segue: se la solitudine è una grazia di Dio, dobbiamo esserne grati. Se è ordinata alla nostra vocazione, dobbiamo custodirla con amore preferenziale; essendo una grazia, è evidente che non possiamo conquistarla con le nostre forze; essendo un dono di Dio, è inutile impiegare tecniche umane; infine, essendo grazia vocazionale, è necessario coltivarla con la preghiera, per conservarla, vivificarla, per non lasciarla sprecare o lasciarla sterile a causa della vostra incuria.

Sì, “avete paura di perdere per colpa vostra quella fortuna inestimabile, quel desiderato bene, se non volete rimpiangerlo per tutta la vita» (ib.).

Durante la mia permanenza nel mondo, mi piaceva essere realistico perché la realtà è parte della verità. Ora che sono in paradiso, non voglio nasconderti una realtà che fa parte della solitudine, per quanto tu la sappia.

La solitudine, ti dicevo prima, vissuta con la pace, la gioia e il silenzio che le sono propri, ci permette di vivere con Dio, di stare con Lui senza vederlo, per quanto questo è possibile sulla terra.

Ma quella stessa solitudine ha anche le sue ore buie e dolorose, dure e austere. E che, come dice Guigo, che cito, “esige uno spirito che sia padrone di sé”, cioè uno spirito che sappia e voglia accettare le conseguenze di una scelta coraggiosa, che ha la sua origine nella chiamata di Dio e che è disposto ad accontentarsi di Dio.

Sì, a volte la solitudine è dura. Ma non siate sorpresi di questo: è la durezza della croce. Il deserto, l’esodo dalla sua vita, è stato duro anche per Gesù, e non parlo solo del deserto della Quarantena.

Ma se apprezzi l’essere “soldati di Cristo”, “atleti di Dio”, allarga il tuo cuore e accetta, con gioia, le dure ore della solitudine. Solo con questa generosa accoglienza si può ricevere la ricompensa promessa: «la pace che il mondo non conosce e la gioia nello Spirito Santo» (Lettera a Raul). È questa gioia e questa pace che fanno vivere appieno la vostra solitudine, sono loro che portano al compimento della vostra vocazione.

La Nube della non-conoscenza 68

NUBE

CAPITOLO 68

«In nessun posto» materialmente, significa «dappertutto» spiritualmente; il nostro uomo esteriore chiama «niente» il lavoro di cui parla questo libro.

Allo stesso modo va inteso l’invito che un altro ti potrebbe rivolgere, di raccogliere le tue facoltà e i tuoi sensi nell’intimo di te stesso e di adorare Dio dentro di te. Quantunque questo sia certamente del tutto giusto e vero, e nessuno potrebbe dire cosa più assennata, se ben la si comprende, io invece per paura che tu abbia a intendere in maniera fisica, e quindi sbagliata, queste parole, non ti dico assolutamente di far così. Questo è quanto voglio da te: che tu non sia in alcun modo dentro di te. E di conseguenza, voglio che tu non sia nemmeno fuori di te stesso, né sopra, né dietro, né da una parte, né dall’altra. «Ma allora», mi dirai, «dove devo stare? A quanto pare, da nessuna parte!» Ebbene, sì, hai pienamente ragione: è così che ti voglio. Perché quando non sei in nessun posto materialmente, sei dappertutto spiritualmente. Pertanto sta’ ben attento, perché il tuo lavoro spirituale non sia ancorato a nessun posto materiale. In questo caso, dovunque si trovi l’oggetto su cui stai coscientemente applicando la tua intelligenza, è proprio lì che ti trovi in spirito, in modo così vero e reale come il tuo corpo si trova nel luogo dove tu sei materialmente. E anche se i tuoi sensi non vi possono trovar nulla di cui nutrirsi, perché secondo loro tu non stai facendo assolutamente niente — proprio così! —, continua a fare questo «niente», se non altro per amore di Dio. Perciò, non smettere in alcun modo, ma lavora alacremente in questo «niente», con desiderio sempre vigilante e volontà ferma di possedere Dio, che nessun uomo può conoscere. Ti dico, in verità, che preferirei essere in questo «nessun posto» fisicamente, a lottare con questo cieco «niente», piuttosto che essere un signore così potente da poter essere fisicamente dappertutto, se solo lo volessi, intento a godere allegramente di tutto come fa un padrone con le proprie cose. Lascia perdere questo «dappertutto» e questo «tutto», in cambio di questo «nessun posto» e di questo «niente». Che importa se le tue facoltà intellettuali non riescono a scandagliare questo «niente»? Io lo amo ancor di più! È una cosa così eccelsa in se stessa, che non la si può comprendere in alcun modo. Questo «niente» è più facile sentirlo per esperienza che vederlo, perché è completamente cieco e oscuro agli occhi di coloro che solo da poco si son messi a guardarlo. Ma a voler parlare più correttamente, l’anima che ne fa esperienza è accecata dalla sovrabbondanza di luce spirituale, piuttosto che dall’oscurità o dall’assenza di luce fisica. Chi è che allora lo chiama «niente»? Il nostro uomo esteriore, di certo, e non quello interiore. Il nostro uomo interiore lo chiama «tutto», perché per mezzo suo impara a conoscere la ragione di tutte le realtà, materiali e spirituali, senza considerare in particolare ogni singola cosa in se stessa.

La Nube della non-conoscenza 67

NUBE

CAPITOLO 67

Chi non conosce le facoltà dell’anima e la maniera con cui operano, può essere tratto in inganno con tutta facilità quando si tratta di capire parole e attività spirituali; come l’anima è resa un dio nella grazia.

E dunque, amico spirituale, puoi ben vedere in che misera condizione siamo caduti a causa del peccato. Che c’è da meravigliarsi, allora, della nostra cecità e della facilità con cui restiamo ingannati nel comprendere parole e operazioni spirituali? Quest’illusione è frequente in particolar modo in quanti di noi non conoscono ancora le facoltà dell’anima e la maniera con cui operano. Ogni volta che la tua memoria è occupata da qualche oggetto materiale, fosse anche per uno scopo nobilissimo, tu sei, tuttavia, al di sotto di te stesso in questa occupazione, e al di fuori della tua anima. E ogniqualvolta ti accorgi che la tua memoria, nell’intento di condurti alla conoscenza di te stesso in vista della perfezione, è tutta presa dalle sottigliezze riguardanti le facoltà dell’anima e le loro operazioni sulle realtà spirituali, come nel caso di vizi o virtù, tuoi o di qualche altra creatura spirituale simile a te per natura, allora tu sei dentro di te e a livello con te stesso. Ma ogniqualvolta senti che la tua memoria non è impegnata in nessun oggetto materiale o spirituale, ma è tutta presa dalla sostanza stessa di Dio, e da lui solo, come avviene, a esempio, se si mette in pratica il lavoro indicato in questo libro, allora tu sei al di sopra di te stesso, e al di sotto di Dio. Tu sei al di sopra di te stesso, perché sei riuscito ad arrivare per grazia là dove non avresti mai potuto arrivare per natura: essere unito a Dio in spirito, in amore e in armonia di volontà. Ma resti al di sotto di Dio, anche se a questo punto si può dire che in certo senso tu e Dio non siete più due, ma uno solo in spirito; e chiunque sperimenta la perfezione di quest’opera, a causa di tale unità lo si potrà chiamare a buon diritto «Dio», come attesta la bibbia stessa. Tu però resti al di sotto di lui. Egli, infatti, è Dio per natura e dall’eternità. Tu invece una volta non esistevi nemmeno; e in seguito, quando egli con la sua potenza e il suo amore ti fece diventare qualcosa, tu non esitasti a renderti meno di niente con il peccato. E ora, per la sua misericordia e senza alcun merito da parte tua, sei reso un dio nella grazia, e sei unito inseparabilmente a Dio in spirito, in questa vita e nella beatitudine celeste senza fine. Così, anche se tu sei una sola cosa con lui nella grazia, tuttavia sei infinitamente al di sotto di lui per natura. Ecco, amico spirituale: da qui puoi comprendere, almeno in parte, come chi non conosce le facoltà della propria anima e la maniera in cui operano, può essere tratto in inganno con tutta facilità, quando si tratta di capire parole scritte con intendimento spirituale. E con questo puoi anche comprendere, almeno in parte, il motivo per cui non mi sono arrischiato a chiederti di mostrare apertamente il tuo desiderio a Dio; al contrario, ti ho invitato, quasi fosse un gioco per ragazzi, a fare di tutto per nasconderlo e occultarlo. E l’ho fatto per paura che tu comprendessi in senso materiale quel che invece era inteso in senso spirituale.

Statuti delle monache dell’Ordine Certosino (cap. 16)

251038170_2957459617830480_3677666592919879777_n

Capitolo 16

La priora

1 La priora, sull’esempio di Cristo, è tra le sue sorelle colei che serve; li guida secondo lo spirito del Vangelo e secondo la tradizione dell’Ordine che lei stessa ha ricevuto. Si sforza di essere utile a tutti con la sua parola e con la sua vita. In particolare, sarà esempio di pace contemplativa, stabilità, solitudine e fedeltà alle osservanze della nostra vocazione. (St 23,5)
2 In ogni luogo, i paramenti della priora, come il suo seggio, non sono distinti da alcun segno di dignità o di lusso; non indossa nulla da cui sembri essere la priora. (St 23.6)

L’elezione della priora

3 Può eleggere la sua priora qualsiasi casa dell’Ordine in cui vi siano almeno sei professe abilitate ad eleggere. L’elezione deve essere fatta entro quaranta giorni; trascorso tale termine, il Reverendo Padre o il Capitolo generale nomina la nuova priora. Hanno voce attiva per l’elezione tutti i professi di voti solenni che risiedono nella casa, a norma del capitolo 34 n° 2. (St 23,1)

La priora al servizio delle sorelle

7 La priora dovrebbe mostrare la sollecitudine di una madre per tutti. Le visiterà, di tanto in tanto, nella cella e nelle loro obbedienze. Se qualcuno verrà a trovarla, la sua accoglienza sarà piena di carità; tutti la troveranno sempre disposta ad ascoltare. Sarà tale che le sue monache, specie nei momenti di prova, possano ricorrere a lei, come a una madre di cuore buonissimo, e, se lo desiderano, aprirle l’anima spontaneamente e in piena libertà. Non si arrenderà alle visioni umane, ma si sforzerà con le sue monache di ascoltare lo Spirito in una comune ricerca della volontà di Dio, di cui ha ricevuto la missione di essere interprete per le sue sorelle. (St 23.8)
8 La priora non deve permettere, per farsi amare, un allentamento della disciplina regolare: ciò non sarebbe costruire la casa di Dio, ma distruggerla. Al contrario, governi le sue monache come figlie di Dio, cercando di sviluppare in loro un atteggiamento di libera e amorosa sottomissione che le renda più pienamente conformi, nella loro solitudine, al Cristo obbediente. (St 23.9)
9 Le monache, a loro volta, ameranno la loro priora in Cristo e la rispetteranno, mostrando sempre la sua umile e deferente obbedienza. Avranno fede in colei che, nel Signore, ha ricevuto la custodia delle loro anime; e poiché dobbiamo credere che ella tiene per noi il posto di Cristo, lasceranno ogni preoccupazione nelle sue mani. Lungi dall’essere sagge ai propri occhi e fare affidamento sul proprio giudizio, volgeranno il loro cuore alla verità e ascolteranno gli avvertimenti della madre. (St 23.10)

10 Le giovani monache di clausura, all’inizio del loro soggiorno tra i professi di voti solenni, le converse subito dopo la professione perpetua, e le donate che hanno appena lasciato la direzione della padrona, non devono essere lasciati a se stessi e a i capricci della propria volontà; ci penserà la priora, perché secondo l’esperienza questi anni sono decisivi per una vocazione e da essa dipende tutto il futuro. Durante colloqui molto semplici, potrà aiutare queste suore come una madre, e anche come una sorella. Infine, avrà cura, per quanto possibile, di non incaricare nessuno troppo presto, soprattutto se si tratta di farne una economa. (St 23.11)

st
11 La priora assicurerà che le monache ricevano una solida formazione dottrinale, spirituale, biblica e liturgica adeguata alle loro necessità spirituali. Ella farà anche in modo che ciascuno sappia trovare nella lettura dei nostri Statuti lo spirito che deve permeare tutta la loro vita.
12 Poiché i libri sono il nutrimento perpetuo delle nostre anime, la priora volentieri li fornirà alle sue monache. Il cibo che fa per loro è soprattutto la Sacra Scrittura, i Padri della Chiesa, i provati autori monastici. La priora fornirà anche altre opere solide, scelte con cura e adattate alle esigenze di ciascuna. Nella solitudine, non leggiamo per aggiornarci con tutte le nuove idee, ma per nutrire la nostra fede nella pace, e mantenere la preghiera. La priora potrebbe anche, se necessario, vietare un’opera alle sue monache. (St 23.15)
13 La sua sollecitudine sarà particolarmente attenta verso le malate, e verso coloro che soffrono tentazioni o altri dolori: perché sa per esperienza come talvolta la nostra solitudine possa essere gravata di prove. (St 23.13)
18 La priora, prima di affrontare una questione importante concernente l’obbedienza di un’officiante ascolterà quest’ultimo e si sforzerà di prendere una decisione di comune accordo con lei. Le officianti accetteranno sempre le sue disposizioni con filiale deferenza. Avrà l’affetto di una madre per conoscerli con le loro difficoltà, per aiutarli, per sostenere la loro autorità davanti a tutti e, se necessario, per correggerli con carità. Eviterà di apparire preoccupata solo del buon ordine esterno, ma obbedendo lei stessa allo Spirito, manifesterà a tutti l’amore di Cristo. Perché la pace e l’armonia nella casa dipendono in larga misura dall’unità di vedute e dalla comunione esistente tra le officianti e la priora. (St 23.19)
21 Quando la vecchiaia o la malattia impediscono ad una priora di vegliare sul suo gregge e di dargli l’esempio di una vita regolare, lo riconoscerà umilmente e, senza attendere il Capitolo generale, chiederà pietà al Reverendo Padre. Esortiamo i definitori a non mantenere le priore sopraffatte dall’età o dalle infermità. (St 23.23)
22 L’ufficio di priora richiede un sacrificio di sé non comune: ella applicherà a sé le parole di Guigo: Dio ti ha fatto serva dei tuoi figli. Quindi non cercare di fargli fare ciò che ti piace, ma ciò che è bene per loro. Tuo dovere è prestarti ai loro bisogni e non piegarli alla tua volontà, perché ti sono stati affidati per metterti, non al di sopra di loro, ma al loro servizio. (St 23.25)

Il Pastore buono

El-Buen-Pastor Pedro Orrente

Eccoci giunti ad iniziare la settimana che ci condurrà alla Domenica di Pasqua. Voglio offrirvi una deliziosa omelia del certosino Dom Tarciso Geijer, concepita nel 1968 nella certosa di Vedana ed offerta ai suoi confratelli.

statbn

Il pastore è tutto per le sue pecore: la loro vita, il loro nutrimento; la loro custodia è interamente nelle sue mani; e se il pastore è buono, sotto la sua protezione non hanno nulla da temere e nulla verrà loro a mancare. Gesù è il pastore buono per eccellenza: egli non solo ama, nutre, custodisce le sue pecorelle, ma dà ad esse la vita e la dà a prezzo della sua. Mediante l’Incarnazione il Figlio di Dio viene sulla terra in cerca degli uomini che, simili a pecore erranti, si sono allontanati dall’ovile e sperduti nella tenebrosa valle del peccato.

Viene come pastore amatissimo che, per meglio soccorrere il suo gregge, non teme di condividerne la sorte. L’epistola odierna ce lo presenta così, in atto di caricarsi i nostri peccati per guarirci con la sua Passione, come disse San Pietro: «Egli stesso ha portato i nostri peccati sul suo corpo, sul legno della croce, affinché, morti al peccato, viviamo per la giustizia, risanati dalle sue piaghe. Infatti, eravate come pecore erranti, ora siete ritornati al pastore e duce delle anime vostre». «Io sono il buon pastore – ha detto Gesù – e per le mie pecore do anche la vita». Nell’ufficiatura del tempo pasquale la Chiesa canta ripetutamente: «È risorto il buon Pastore, che diede la vita per le sue pecorelle e si degnò morire per il suo gregge».

Come si potrebbe meglio sintetizzare tutta l’opera della Redenzione? E questa appare ancor più grandiosa quando, dalla bocca di Gesù, sentiamo dichiarare: «Son venuto perché abbiano la vita e l’abbiano più abbondantemente». Veramente egli potrebbe ripetere a ciascuno di noi la questione di Dio al suo popolo per il profeta Isaia: «Che cosa avrei potuto fare per te che non te l’abbia fatto?». Oh, se la nostra generosità nel darci a lui non avesse limiti come non ne ha avuti la sua nel darsi a noi!

Gesù dice ancora: «Io conosco le mie pecore e le mie conoscono me, come il Padre conosce me ed io conosco il Padre». Benché non si tratti di uguaglianza, ma di semplice similitudine è però tanto confortante e glorioso per noi vedere come Gesù ami paragonare le sue relazioni con noi alle sue relazioni col Padre. Anche nell’ultima cena ha detto: «Come il Padre ha amato me, così anch’io amo voi». E ancora: «Come tu Padre, sei in me e io sono in te, anch’essi siano uno in noi». Questo ci mostra come tra noi – le pecore – e Gesù – nostro Pastore – non vi sia solo un rapporto di conoscenza, ma anche di amore e più ancora di comunanza di vita, simile a quello che esiste tra il Figlio e il Padre.

E a tali rapporti col nostro Dio – tanto profondi che ci fanno partecipare alla sua stessa vita intima – noi giungiamo proprio mediante la grazia, la fede e la carità che il buon Pastore ci ha acquistato dando per noi la sua vita. Ecco dunque, che tra il buon Pastore e le sue pecore si stabilisce un’intima relazione di conoscenza amorosa, tanto intima che il pastore conosce ad una ad una le sue pecore e le chiama per nome ed esse riconoscono la sua voce e lo seguono docilmente. Ogni anima può dire: Gesù mi conosce e mi ama non in modo generico ed astratto, ma nella concretezze dei miei bisogni, dei miei desideri, della mia vita; e per lui conoscermi ed amarmi significa farmi buono, avvolgermi sempre più nella sua grazia, santificarmi. Appunto perché mi ama, Gesù mi chiama per nome: mi chiama, quando nell’orazione, mi apre nuovi orizzonti di vita spirituale, oppure mi fa conoscere meglio i miei difetti, la mia miseria; mi chiama quando mi rimprovera o purifica mediante la sofferenza e quando mi consola e mi incoraggia infondendomi nuove forze e fervore; mi chiama quando mi fa sentire il bisogno di maggiore generosità, quando mi chiede dei sacrifici o mi concede delle gioie e più ancora quando desta in me un più profondo amore per lui. Di fronte alla sua chiamata il mio atteggiamento deve essere quello della pecorella affezionata che sa riconoscere la voce del suo Pastore e sempre lo segue. Così sia!

(Certosa di Vedana, 1968 Tempo di Pasqua….Omelia di P. Tarcisio Geijer)

Pregando per il cibo

6 the-refectory-theophile-gide

Cari amici lettori, dopo aver dedicato diversi articoli al cibo sia come ricette, che come astinenza in periodo di Quaresima oggi voglio offrivi le preghiere recitate prima e dopo dei pasti.

Indipendentemente se il pasto venga consumato in solitudine in cella, o come sappiamo, insieme ai confratelli in refettorio si recitano le seguenti preghiere.

6 cibo be

BENEDIZIONE DEL CIBO PRIMA DEL PASTO

Gli occhi di tutti guardano fiduciosi a te, o Signore, e tu dai loro il cibo a suo tempo. Apri la tua mano e soddisfi il desiderio di ogni essere vivente. Sal. 144,15-16.

(Gloria al Padre, e al Figlio e allo Spirito Santo. Come era all’inizio, è ora e sarà per sempre. Amen.)

Signore, abbi pietà. Cristo, abbi pietà. Signore, abbi pietà. Preghiera silenziosa. Benedici, O Signore, questi tuoi doni che stiamo per ricevere dalla tua bontà, per Cristo, nostro Signore. Amen.

Qui vengono letti alcuni versetti della Scrittura di propria scelta.

6 cibob

DOPO PRANZO

Qui vengono letti alcuni versetti della Scrittura di propria scelta.

Ti rendano grazie, o Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli. Sal. 144.10

(Gloria al Padre, e al Figlio e allo Spirito Santo. Come era all’inizio, è ora e sarà per sempre. Amen.)

Ti rendiamo grazie, Dio onnipotente, per tutte le tue benedizioni, che vivono e regnano nei secoli dei secoli. Amen.

Qui viene recitato un salmo a scelta.

Signore, abbi pietà. Cristo, abbi pietà. Signore, abbi pietà. Preghiera silenziosa.

A mani aperte, dona ai poveri; la sua giustizia dura per sempre. Il suo capo si alzerà in gloria. Sal. 111.9 Benedirò il Signore a tutte le melodie, la sua lode sempre sulle mie labbra. Sal. 33.2 Che la mia anima si glori nel Signore. Gli umili ascolteranno e si rallegreranno. Sal. 33.3 Glorifica il Signore con me. Insieme lodiamo il suo nome. Sal. 33.4

Sia benedetto il nome del Signore, ora e per sempre. Signore, concedi ai nostri benefattori la vita eterna per amore del tuo santo nome. Amen.

Possano le anime di tutti i fedeli defunti per la misericordia di Dio riposare in pace. Amen.

Lodiamo il Signore e rendiamolo grazie.

6 nuns

Dialogo con San Bruno 3

6 dialogo

Proseguono le domande del certosino giornalista a san Bruno in questa immaginaria intervista. Apprezziamo la domanda e la risposta esaustiva.

CG – Padre, prima mi avevi detto che avevi un’anima sentimentale. Me lo vuoi spiegare? È perché a volte mi lascio trasportare dai sentimenti.

SB – Per favore, non fraintendere quell’espressione. Tutto il vero amore è sentimentale, in quanto agisce su un essere per natura pieno di sentimenti.

Se guardi bene, Dio stesso ci ha mostrato i suoi “sentimenti” per noi in modo molto sensibile e pieno d’amore: lo ha mostrato donandoci ciò che più amava, il proprio Figlio. E hai già visto nel Vangelo che il Figlio ci ha mostrato ugualmente la grandezza del Suo amore attraverso tutti i sentimenti propri dell’essere umano.

Te lo dico perché tu non escluda sentimenti d’amore e le sue diverse manifestazioni nella tua vita umana e certosina. Il nostro essere umano e divino non deve fare a meno di ciò che Dio ha posto in lui. Devi contare su questo nel tuo cammino verso Dio.

Ma attenzione! Non far consistere tutto in “sentimenti”, né lasciarti trasportare da un amore puramente sentimentale. In questo modo non andresti molto lontano.

No, figlio mio, la vita contemplativa, il cammino di santità che ho percorso e che tu devi percorrere, non consiste nel lasciarsi guidare dai sentimenti, né nel formulare teorie sublimi, né nell’avere belle idee, né cercare meravigliose ricette di santità, né immaginare questo o quello… È qualcosa di molto più semplice: consiste nel cercare ed impiegare i mezzi più semplici, più adatti ed efficaci per raggiungere Dio, così come siamo: corpo e anima.

Per questo ho lasciato scritta quella frase che fa piacere a molti, ma che non tutti lo fanno: «Nella solitudine, l’anima pratica un ozio molto laborioso e riposa in un’attività tranquilla» (Lettera a Raul).

E perché non ci fossero dubbi su quello che volevo dire, ho subito aggiunto: “Qui, per la fatica del combattimento, Dio premia i suoi atleti con la desiderata ricompensa, che è «la pace che il mondo ignora e la gioia nel Spirito Santo» (Ib.).

Potresti già conoscere l’avvertimento che ci ha lasciato Sant’Ambrogio: “La grazia dello Spirito Santo non ammette dilazioni”. Egli non le ha acconsentite in me né te le ammetterà. Dopo aver ascoltato la chiamata, è urgente dare la risposta e procedere con essa. E dobbiamo entrare nel combattimento e diventare “atleti di Dio”.

Ciò implica: entrare con coraggio in questo movimento radicale che ci conduce all’Assoluto e lasciamoci dominare dalla forza dell’Amore, e presentandoci completamente vuoti di tutto, affinché non rimanga in noi altro che il “desiderio di Dio”.

CG – Ma perché?

SB – Perché solo questo desiderio, mosso dall’amore, dà forza all’anima per abbandonare ricchezze e grandezza, gli onori e gli amici, i successi e le vanità del mondo.

La mia vocazione, quella santità di cui mi interroghi, ha cominciato a realizzarsi quando ho preso la ferma decisione di «abbandonare presto il mondo, per conquistare l’eterno e ricevere l’abito monastico” (Lettera a Raul).

Sì, dal momento in cui ho fatto questo proposito, sono stato – ed è questa la rivelazione del mio segreto – sedotto da Dio per sempre, dalla sua immensa Bontà, vissuta da me come la pienezza suprema dell’amore, della pace e della gioia. E quella Bontà è stata per me quel fuoco che, come divorò l’anima del profeta Geremia, divorò la mia anima, ma di cui non potevo né volevo prescindere.

Questa è stata la grazia di Dio per me, o meglio per la nostra vita contemplativa: un orientamento totale a Dio; non per le sue opere o creature, né per le sue meraviglie, anche dentro di noi; solo per Lui, che ci ha affascinato con il suo amore e “ci ha portato nel deserto per unirci a Sé in un amore intimo”.

Quindi, se vuoi essere santo, lasciati santificare. Questo significa: lasciati dominare dalla forza dell’amore e della bontà di Dio.

Non è pensare troppo a te stesso che sarai in grado di progredire in santità, ma amando con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le tue forze l’unico Amore, l’unico Bene degno di questo Nome.

In questo amore, in questa vita d’amore nel deserto, è la nostra santificazione, la nostra vocazione.

In questa esperienza Dio ci fa comprendere, in qualche modo, che vuole essere totalmente nostro e ci insegna ad essere totalmente Suo. Da questo sentimento nasce in noi il desiderio di Dio di cui ti ho parlato. Un desiderio veemente, immenso, una fame profonda e insaziabile che non si sazia di nessun dono di Dio, ma dell’autore di tutti i doni.

È questo desiderio, che diventa così ardente, che ci spinge a perseguirLo con fervore in tutto ciò che facciamo. Non misuriamo ciò che otteniamo, solo ciò che ci manca. Ciò che ci nutre è la Bontà di Dio, ma sperimentiamo che non possiamo esaurirla. Sentiamo la sua infinita grandezza, ma vediamo che non possiamo abbracciarla. Lo sentiamo vicino a noi e siamo scontenti di non poterci immergere in Lui. E per quanto il desiderio sia un fuoco divorante, non possiamo smettere di essere ciò che siamo. Dio attiva il desiderio, facendoci capire che vuole essere nostro, e riattiva la nostra attività per amare quella Bontà eterna; e per amarla ci fa conoscere qualcosa della sua grandezza infinita; ci immerge nella sua immensità. E più gustiamo, più vogliamo gustare ciò che ci dona, perché sentiamo che la sua Bontà è immensa, incomprensibile, insondabile, infinita.

Tutto questo si comprende benissimo dentro… ma non si può ancora entrare.

Vuoi un modo efficace per raggiungere questo obiettivo, finché dura il tuo pellegrinaggio nel deserto? Sì? Quindi eccolo qui:

Cerca Dio con tutto l’ardore del tuo cuore.

Cerca quello sguardo puro che ferisce d’amore lo Sposo.

Cerca la tua santificazione attraverso un grande amore per Dio e per i tuoi fratelli.

6 copertina tonda

La Nube della non-conoscenza 54

NUBE

CAPITOLO 54

Grazie a questo lavoro l’uomo sa governare se stesso con tutta saggezza e diventa piacevole sia nel corpo che nell’anima.

Chiunque si dedica al lavoro della contemplazione, si accorge che ne riceve benefici effetti sia nel corpo che nell’anima, tanto da riuscire gradevole e simpatico agli occhi di tutti coloro che lo guardano. Tutto questo è così vero, che se l’uomo o la donna più brutti del mondo dovessero diventare, per grazia di Dio, dei contemplativi, si ritroverebbero improvvisamente cambiati, per effetto della grazia, anche nell’aspetto fisico. Qualsiasi persona buona, nell’incontrarli, resterebbe contenta e felice di godere della loro compagnia, e per di più si sentirebbe riconfortata spiritualmente dalla loro presenza e in qualche modo ravvicinata a Dio. Chiunque può, cerchi dunque di avere per grazia questo dono; infatti, chi l’ha veramente, è in grado di governare se stesso e tutto ciò che gli appartiene, in virtù di questo dono. Sa, anche usare moderazione quando occorre, per tutti i tipi e i caratteri. Sa essere a suo agio con tutti, peccatori incalliti o meno, senza che in lui ci sia peccato, meravigliando così tutti quelli che lo vedono, e attirando altri, con l’aiuto della grazia, allo stesso lavoro spirituale che fa lui. La sua condotta e le sue parole sono piene di saggezza spirituale, di fuoco e di frutti, sono ferme e veraci, e non conoscono falsità, né ogni altra finzione o lusinga propria degli ipocriti. In effetti ci sono certuni che sprecano tutte le loro energie, esteriori e interiori, per abbellire i loro discorsi, e pensano soltanto a rinforzare la loro figura e a puntellarla da ogni lato, per timore che cada, con numerose paroline, umili piagnucolii e gesti appariscenti di devozione. Costoro si preoccupano più di apparire santi agli occhi degli uomini, che non di esserlo effettivamente agli occhi di Dio e dei suoi angeli. Se la prendono di più e restano maggiormente afflitti per un gesto inconsulto o una parola indecente o sconveniente detta in pubblico, che non per mille pensieri vani e altrettanti impulsi peccaminosi e maleodoranti che, essi hanno deliberatamente ammassato dentro di sé o che hanno depositato con noncuranza davanti a Dio, ai santi e agli angeli del cielo. Ah, Signore Iddio! Se di dentro c’è l’orgoglio, allora all’esterno si ritrovano con uguale abbondanza dolci parole e umili piagnucolii. Sono pronto a riconoscere come giusto e conveniente che le persone umili di dentro manifestino all’esterno la loro umiltà con parole e gesti appropriati. Ma non per questo devono esprimersi con voce rotta o piagnucolosa, andando contro la loro stessa natura e il loro carattere. Se la loro umiltà è genuina, allora devono parlare con fermezza e pienezza di voce e di spirito. E se uno ha per natura una voce normale o addirittura potente, ma poi parla a bisbigli e piagnucolii — a meno che sia malato, o stia parlando con Dio o con il suo confessore —, questo è un segno evidente di ipocrisia. Può trattarsi di ipocrisia propria di un principiante o di uno già avanti negli anni: resta sempre ipocrisia. Che devo dire ancora a proposito di simili malefici errori? Credo proprio che se questi ipocriti non hanno la grazia di smettere dalla loro condotta, tra l’orgoglio segretamente nascosto nel loro cuore e le umili parole che escono dalle loro labbra, l’anima smarrita rischia di sprofondare nel dolore e nella disperazione.