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I monaci certosini secondo Giorgio la Pira

Costa la Pira

Dom Costa e G. La Pira

Oggi vi propongo un articolo contenente un testo scritto da Giorgio La Pira, un politico italiano nonchè sindaco della città di Firenze. Si dice che la Pasqua del ’24 segnò, per Giorgio La Pira, il momento della reale conversione e l’approdo alla fede. Per la sua vita esemplare, infatti, è in corso la causa di beatificazione. Lo scorso 5 novembre si è celebrato il quarantesimo anniversario della sua scomparsa.

Egli ebbe modo di conoscere la spiritualità certosina, entrando in contatto tra gli altri con Dom Antonio Gabriele Costa, che divenne ben presto il suo confessore. La Pira attratto dal mondo certosino visitò la Grande Chartruse il 12 settembre del 1960.

Di seguito vi riporto un suo scritto riguardante la contemplazione certosina:

La contemplazione di Dio – solidamente poggiata sulla parola di Gesù a Marta e sulla rivelazione dell’ultima cena agli apostoli (haec est vita aeterna ut cognoscant te solum Deurn verum, et quem misisti Jesum Christum) – è l’atto supremo verso il quale converge, come a suo punto finale, lo sforzo ascensionale della grazia e dell’uomo: si può dire che in certo senso essa definisce il cristiano; è il fiore ed il frutto al quale tende la totalità dell’ordine della natura e della sopra natura: perché nella visione di Dio consiste la completezza finale ed il finale coronamento della natura umana.
E questa visione, anche se totalizzata soltanto nell’altra vita, non è senza rapporto con la vita presente: la fede, infatti, è una incoatio di questa visione futura: e quanto più essa si approfondisce tanto più questa incoatio si fa penetrante: gli occhi interiori della fede sono già, in certo modo, un inizio degli occhi interiori della gloria.
L’orientazione del pensiero umano verso l’atto supremo della contemplazione costituisce il motivo dinamico più vitale della più alta meditazione filosofica.
Ma un secondo problema si impone subito alla riflessione: la Chiesa è il Corpo mistico di Cristo e una multitudo ordinata: la vita religiosa, anche se vita personale, dialogo interiore di ciascun anima con Dio, è tuttavia anche espressione collettiva di adorazione e di amore: non avrà anche la contemplazione questa espressione collettiva? Non vi sarà una vocazione in tal senso? Un ordine che esprima nella sua totale purità – quanto è possibile in questo mondo – questo atto immacolato di ‘visione’? Che sia depositario, per dir così, di questo assoluto primato della contemplazione? Che abbia per unico scopo l’esercizio puro di questo unum necessarium?
Se si medita la vita di San Bruno – collocata all’albeggiare, quasi del 1000 – si trova la risposta di questo problema.
C’è sempre una ragione profonda, che lo Spirito Santo persegue, nella genesi di un grande movimento religioso: non che mancassero, al tempo di San Bruno, Ordini votati alla contemplazione: pure la Certosa ha qualcosa di nuovo, nella totalità della sua concezione: qui la contemplazione ha valore totale, per se stesso: non è unita a nessun altro valore: lo stesso apostolato, in quanto azione esterna, è eliminato in radice: l’unico scopo dell’Ordine, il punto unico di convergenza che ne collega tutte le strutture liturgiche, architettoniche, temporali, è costituito da questo atto di adorazione e di lode perenne che deve fluire di notte e di giorno come sacro profumo e sacra testimonianza resa dall’anima a Dio.
Nessun interesse, anche buono e santo, deve disturbare questo interesse unico: Dio solo: dall’alba al tramonto, dal tramonto all’alba ogni certosino per proprio conto e la Certosa nella sua totalità esprima con energia di amore questa lode che non si allenta: come se si prolungasse sulla terra la schiera beata delle gerarchie angeliche: l’ultima, perché infima, gerarchia di angeli tocca la cima di questa ultima, perché suprema, gerarchia di oranti!
Concezione grandiosa che lascia incantati chi la medita e chi la esperimenta.
E se la Chiesa avesse bisogno attivo di un Certosino? Ecco San Bruno guidare, in certo senso, come consigliere attivo di Urbano II la Chiesa di Dio; eccolo vicino a Cardinali, a Vescovi, a Principi; guida che traccia linee concrete nella storia del suo tempo; che si interessa di guerre e di paci, di concili e di riforme; ma si tratta sempre di attività di margine: la novità assoluta della Certosa sarà in questo deserto totale della natura e della storia perché su questo distacco anche visibile dalle cose e dagli uomini si possa costituire una città strana: la piccola silenziosa fatta di piccole case di solitari che esprimono individualmente e collettivamente il massimo di orazione ed il massimo di amore!
Piccola città del deserto, che ha per protettore il Battista e per Regina Maria!”

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La solitudine di Dio

 

Le Masson, Innocent

Ecco a voi uno splendido brano scritto da Dom Innocent Le Masson, nel quale egli ci descrive la relazione tra la solitudine e Dio.

Dio per natura ed essenza è solo e solitario. In effetti, è impossibile che ci siano più Dio; e la solitudine di Dio non è ostacolata dalla presenza delle tre Persone della Santissima Trinità.

Questo mistero ci mostra solo ciò che è l’incessante opera e l’occupazione della solitudine divina,

cioè, la generazione del Figlio dal Padre per azione, comprensione e processione dello Spirito Santo con l’azione della volontà, occupazioni perfettamente solitarie, perché nulla di ciò che è stato creato collabora. Troviamo, quindi, nella stessa Essenza Divina il modello della solitudine istituita dal nostro Santo Padre Bruno.

Troviamo, infatti, la separazione di tutte le creature e la fuga da uno sterile tempo libero, per opera di quella immutabile attività attraverso la quale sempre si contempla e si ama Dio, ciò costituisce l’eterna operazione ed occupazione di questa solitudine divina; poi c’è la continua permanenza in questa solitudine: infatti, tutto ciò che Dio opera fuori di ciò, lo fa senza uscire da se stesso e senza interrompere mai quella operazione che gli è propria e che è solitaria.

Dio anche nella sua essenza, è anche solo nelle sue operazioni, ci governa e ci da soccorso. Queste occupazioni solitarie di Dio, per Egli naturali, ci insegnano quali devono essere le nostre occupazioni in solitudine: conoscere e volere rettamente, cioè, intendere ed amare con cuore puro: Dio ha anche la assoluta necessità di rimanere costantemente nella sua solitudine, perchè Egli è immutabile, e pertanto non puo che essere un solitario, sempre assorto nella contemplazione.

Nella solitudine della Essenza Divina è possibile ottenere la ragione fondamentale per cui l’uomo ha bisogno della pratica della solitudine. Non esito a vedere in questo bisogno una caratteristica della immagine e somiglianza divina che onora l’uomo. Per essa, infatti, l’uomo è incoraggiato a raccogliersi in sé stesso e produrre, in solitudine, frutti che in qualche modo riflettono quelli che Dio produce nella sua solitudine.

Dom Innocent Le Masson “Disciplina. lib.I,c.IV, p.13”

Collaborazione nell’opera divina (2)

prostrazione

Sulla nostra piccolezza e la cura delle piccole cose
Parte seconda

Ci sono cristiani che si credono pronti per grandi sacrifici e volentieri svolgerebbero compiti eroici, ma trascurano i piccoli compiti come se essi fossero indegni di loro. Chi alimenta un’illusione simile, si perde miseramente perché nulla è insignificante alla luce dell’amore. Tutti gli atti animati dalla carità sono una nobiltà divina. Dimentichiamo troppo spesso che il Figlio di Dio e sua Madre hanno vissuto nascosti la maggior parte della loro vita, impegnati nei compiti più comuni e umili, e che nemmeno per un attimo hanno lasciato di rendere al Padre la pienezza della Sua gloria. Prima di insegnarci, Gesù ci ha dato l’esempio: «Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto» (Lc 16,10).
Chi disprezza il dettaglio, non ci vuole molto tempo a cadere nelle debolezze più gravi e, talvolta, anche a perdere poco a poco la nozione di peccato. Se tutti i discepoli di Gesù avessero osservato i Suoi precetti su questa fedeltà, Giuda non avrebbe commesso il suo crimine sotto la minaccia che è la controparte della promessa che abbiamo appena citato: «Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto» (Lc 16,10).
Non c’è nulla di sacro nella vita dell’anima che non può essere profanato: per più in alto che essa sale, si può sempre cadere. Ma, al contrario, non c’è nulla di profano nell’anima che non può essere santificato: lo dimostra l’esperienza dei santi che abbiamo l’obbligo di imitare.
Tra le persone pie ci sono delle anime che vogliono raggiungere gradi elevati di preghiera e credono di avere il diritto, in un certo senso, alla più intima unione, semplicemente perché osservano più o meno i comandamenti di Dio. Non sono consapevoli dell’alto concetto esagerato che fanno di se stesse, che è appunto un ostacolo alle vere grazie, di cui non hanno nemmeno l’ombra. Sarebbe necessario che una nuova purificazione le facesse confessare, prima, con sincerità che non hanno né il merito né il valore e dipendono in ogni momento della misericordia divina. «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare» (Lc 17,10).
Quando Dio diventerà per noi l’unica realtà, l’ardore e la certezza viva traboccheranno sull’ambiente in cui viviamo con tale forza che rapirà le anime. Perché nessun uomo, nessuna creatura può impedire questa influenza, questa donazione spontanea di un’anima fervente verso tutti coloro che hanno bisogno di sostegno, di salvezza e di aiuto. Il Maestro vuole che l’amore irradii dal cuore dei suoi. «Ma io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede. E tu, quando sarai tornato, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22, 32). Queste parole sono state dette a Pietro, ma sono rivolte a ciascuno di noi, perché nessuno può tenere per sé i tesori che gli sono stati affidati, se sono veramente spirituali. L’ultimo di noi ed il più nascosto ha una missione da quale non può schivarsi. La Verità vuole che le nostre azioni la manifesti, che tutto il nostro comportamento la faccia, che il nostro stesso essere, vivendo del suo amore, dia testimonianza. Guai a colui che si vergogna della sua fede, perché il Signore si vergognerà di lui. Dobbiamo combattere per Dio e per i Suoi diritti inalienabili, costi quel che costi. Il Salvatore predisse la sanguinosa storia della sua Chiesa: «Ma prima di tutto ciò vi prenderanno con violenza e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti ai loro re e ai loro governatori, a causa del mio nome. Allora avrete occasione di dare testimonianza. Ritenete per sicuro che non vi dovete preoccupare di quello che direte per difendervi; io stesso vi darò linguaggio e sapienza, così che i vostri avversari non potranno resistere né controbattere…Sarete odiati da tutti per causa del mio nome. Eppure, nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime!» (Lc 21, 12-15; 17-19)

(Un certosino)

Collaborazione nell’opera divina (1)

monache

Ancora una nuova meditazione di un certosino, riguardante la: “Collaborazione nell’opera divina”. Essendo essa molto lunga, ho optato di proporvela dividendola in due articoli. Un grazioso e dolce invito a collaborare…

Sulla volontà e la perseveranza

Parte prima

La cosa più necessaria alle anime desiderose di servire Dio è la perseveranza. Si inizia al mattino con un entusiasmo che diminuisce lentamente, in modo che a mezzogiorno le risoluzioni del mattino sono abbandonate del tutto. Spesso la causa è il peso del corpo che opprime lo spirito. Ed il rimedio per questo è abituarsi a riprendere il contatto con Dio durante la giornata, il senso della sua presenza. Che una fervente invocazione la rinnovi: «Gesù, mio Dio, io credo e spero in Te; Ti amo e quello che sto facendo in questo momento, lo faccio per amore di te». Nulla può essere perso: tutte le occasioni possono essere approfittate per alimentare questa vita interiore e divina. Dio ci chiede solo ciò che Egli stesso ci ha dato – la grazia di poter dare. Quello che Egli vuole è un cuore umile e un’ardente preghiera che implori il suo aiuto con sincerità. Egli provvede tutto ai nostri bisogni, con grazie sufficienti ed anche sovrabbondanti, in modo che nessun ostacolo potrà spaventarci: non c’è niente che abbia potere contro la bontà. «Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla» (l Cor 10,13).

Dobbiamo collaborare come se tutto dipendesse da noi. Prima di tutto, dobbiamo evitare di asservirci alle nostre tendenze e ai nostri gusti, perché la vita spirituale non è una ricerca di un piacere sensibile, ma una paziente sottomissione del sensibile allo spirituale. Dio ci ha dato il cuore e il sentimento affinché li mettiamo al servizio del vero amore. Ciò che non oltrepassa il sensibile ha poca nobiltà, non è degno del Dio della verità. È necessario che il cuore manifesti la sua sincerità attraverso le opere e sia provato nel fuoco del sacrificio. Il vero amore è radicato nella volontà: è dalla volontà che l’amore guida tutte le persone ragionevoli e ne determina la sua azione. Quando il nostro desiderio si sottomette perfettamente a Dio e corrisponde a Lui, tutto il nostro essere si pone in armonia con la sua idea eterna. Da qui l’insistente esortazione del Signore: «Avete solo bisogno di costanza, perché dopo aver fatto la volontà di Dio possiate raggiungere la promessa» (Eb 10,36).

È un pericolo per tutte le anime che desiderano il progresso, la cui intenzione è ancora imperfetta, perdersi nei dettagli della vita quotidiana, fermarsi in questa contabilità morale, che è ingannevole quando ci soddisfa e, spesso, quando ci lascia insoddisfatti. Al contrario, per volare a Dio in un impulso libero e diretto, non basta una forte volontà: è necessario che la grazia ci liberi dalla cura di noi stessi e che lo Spirito ci porti al di là del rispetto umano. «Obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, con semplicità di spirito, come a Cristo, e non servendo per essere visti, come per piacere agli uomini, ma come servi di Cristo, compiendo la volontà di Dio di cuore, prestando servizio di buona voglia come al Signore e non come a uomini» (Ef 6, 5-7).

La nostra ferma volontà di collaborare con Dio, di fare fruttificare i Suoi migliori doni, è tuttavia indispensabile: Egli non vuole santificarci senza di noi. Noi dobbiamo fruttificare al cento per cento il talento che ci è stato affidato. Non è senza una lotta che saremo fedeli alla grazia, né senza sforzo che noi verremo a vivere alla presenza di Dio. Solo il servo fedele dà la prova del suo amore. «Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone» (Mat 25, 22-23).

Se vogliamo vivere in modo soprannaturale, non dobbiamo accordarci con qualsiasi tirchieria: solo si può servire Dio con tutto il cuore, solo uno spirito aperto è in grado di riflettere la Sua luce. Mentre la pusillanimità accompagna la fede, è un segno che questa è ancora legata agli elementi della natura; e quando la vita interiore è profonda, non cessa di creare nell’anima un’audacia equilibrata, la libertà di guardare e l’ampiezza dello spirito, senza le quali non si può concepire una fioritura di forze nella grazia. «Corro per la via dei tuoi comandamenti, perché hai dilatato il mio cuore» (Sl 119, 32).

Questo è il motivo per cui le anime fedeli hanno una carità comprensiva e delicata, si sentono a loro agio ovunque e si soddisfanno di tutto. Nessun sacrificio è troppo grande per loro e nessun servizio da fornire è troppo piccolo: non c’è legno da cui non facciano produrre la fiamma luminosa dell’amore. «Nella gloria e nel disonore, nella cattiva e nella buona fama…Afflitti, ma sempre lieti; poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto» (II Cor 6, 8.10).

Che tristezza, invece, vedere alcune anime pie fermate alla minima difficoltà, si direbbe che preoccupate a fare una montagna da ogni piccola collina, costantemente preoccupate con se stesse e sempre pronte a giudicare che fanno del male a loro! C’è bisogno di una scossa di coraggio per rimuoverle, finalmente, da questa miseria. Che loro guardino Gesù e sua Madre nelle sue sofferenze indicibili, e così le loro piccole difficoltà si dissolveranno come gocce d’acqua nell’oceano! La grazia di Dio cambia il segnale a tutte le cose: solo essa ha il potere di dare un valore positivo per il male che noi supportiamo ed il potere di farci accettarlo con amore. «Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia…Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo» (Eb 12, 1-3).

Continua….nel prossimo articolo

Gli Effetti della Grazia (I)

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Vi propongo una nuova meditazione di un certosino, riguardante gli effetti della Grazia. Essendo essa molto lunga, ho optato di proporvela dividendola in due articoli.

Gli Effetti della Grazia

(parte prima)

Tutto si rinnova in noi da quando troviamo nel Figlio di Dio una gioventù eterna. San Giovanni ci dà la certezza, con il suo sguardo d’aquila egli guarda la fonte di tutta la luce e ci dice: “la vita si è manifestata e noi l’abbiamo veduta e ne diamo testimonianza e vi annunziamo questa vita eterna che era presso il Padre e che si è manifestata a noi” (I Gv 1,2). Il discepolo amato ci comunica ciò che ha visto con le parole semplici e trasparenti, ci mostra la verità essenziale e chiunque vive in essa, vede aprire la strada che porta alle profondità di Dio. Le circostanze di questo mondo ci fanno fermare solo, se smettiamo di prestare attenzione all’essenziale. La ragione umana, incapace di concentrarsi sull’Unico bene necessario per le nostre anime redente, non può illuminare i percorsi interiori. Solo la fede li scopre in una confessione sincera della nostra totale impotenza. L’umiltà fedele fa nascere tutte le fonti di grazia. Dal momento in cui smettiamo di bloccare il suo ingresso nella nostra anima a causa del peccato, la luce divina penetra tutto il nostro essere. La sua misura non è uguale alla nostra, e la sua libertà infinitamente generosa è il segreto di Dio. “Farò misericordia a chi voglio fare misericordia, avrò pietà di chi voglio avere pietà” (Rm 9,15). “Sono stato trovato da quelli che non mi cercavano, sono divenuto manifesto a quelli che non mi interrogavano” (Rm 10,20).

Perché Egli ci ha scelto? Perché ci ha preferito tra milioni di altri? Questa grazia solo può essere il segno di un grande amore. “Predestinandoci ad essere suoi figli adottivi, tramite Gesù Cristo, secondo il benevolo disegno della sua volontà” (Ef 1,5). Questo Padre che ci ha dato il suo Figlio, potrà effettivamente rifiutarci qualcosa? “Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?” (Rm 8,32).

Il Figlio ha offerto il suo sangue e la sua vita. Potrebbe darci più perfetta prova del suo amore? E tra i beni del suo cuore ci ha dato la sua amata Madre, quella che l’angelo ha lodato per la sua fede, affinché ci trasmettesse tutte le ricchezze della grazia. E ci chiede soltanto in cambio che crediamo in Lui e nel Padre, che crediamo nella virtù del suo prezioso sangue versato per noi, nel valore dei suoi sacramenti, nella vita della Chiesa, sua Sposa, e nel potere della preghiera. “Qualsiasi cosa chiediate al Padre nel nome mio, nel mio nome ve la darà. Chiedete e riceverete, in modo che la vostra gioia sia completa” (Gv 16, 23-24).

Anche se siamo deboli e miserabili, abbiamo una strada aperta e sicura; per guarire la nostra anima, ci è offerto un rimedio efficace: la preghiera. Dio conosce le nostre necessità, ma aspetta la nostra umile richiesta e la nostra supplica per il suo aiuto. Abbiamo bisogno di pregare! Non come un torrente di parole, ma con il più semplice impulso interiore: invocare il nome di Dio con fiducia durante il lavoro quotidiano può essere sufficiente. Ciò che importa è la nostra volontà filiale di appoggiarci nel Padre e lo sforzo delicatamente insistente per elevare a Lui una preghiera piena di fede. Questa perseveranza tocca infallibilmente il cuore di Dio. “Infatti chi chiede riceve; chi cerca trova; a chi bussa sarà aperto” (Mt 7, 8). Niente resiste all’anima che confida nell’amore del Padre. Egli stesso si arrende alla speranza fedele, all’abbandono che invoca la Sua bontà infinita. Lo Spirito stesso ci ispira questa condotta e ci rivela questi segreti di potere e d’amore. “È Dio che opera tutto in tutti. Ma tutte queste cose è l’unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole” (I Cor 12, 6.11).

Egli non parla di opere sovrumane o di cura straziante, ma di raccoglimento, di verità interiore, di umiltà e dolcezza e, soprattutto, parla di fiducia e filiale abbandono. “Non vi angustiate, dunque…Ora il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste altre cose vi saranno date in sovrappiù” (Mt 6, 31-33).

Continua….nel prossimo articolo

Il silenzio del cuore (Dom Giovanni Giusto Lanspergio)

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Ecco a voi un testo estratto da “Enchiridion Militiae Christianae” di Dom Lanspergio. In esso l’autore certosino ci illustra l’importanza fondamentale del silenzio del cuore per incontrare Dio.

“Ecco la regola che si dovrebbe osservare: tutti i vostri sforzi devono tendere a rendere il vostro cuore sempre continuamente in silenzio ed in una solitudine perpetua, in modo che la vostra mente rimanga libera da tutto ciò che Dio non accoglierebbe e che impedirebbe di portare il vostro cuore in alto, verso di Lui. Anche il vostro spirito deve essere puro, semplice e spogliato di ogni pensiero, di ogni cosa sensibile, di forme, di immagini, in modo da poter calmare e liberamente servire Dio solo, per aderire solo a Lui.

Il vostro cuore deve essere libero da ogni desiderio e sensibile all’amore verso qualsiasi creatura, in modo che l’amore per ogni creatura sia solo in Dio e per Dio.

Così si dovrebbe mirare a mantenere il proprio cuore diretto verso a Dio, al quale solo ci si unisce. Quindi è necessario non pensare a nulla, non parlare di nulla, non attaccarsi a nulla, non desiderare nulla, non amare nulla e non preoccuparsi di nulla, tranne che di Dio e di ciò che ti attrae ad Esso, e tutto ciò per Dio.

Non è necessario per questo abbandonare le occupazioni esterne, che bisogna svolgere per obbedienza, per carità o per necessità, poichè esse si fanno per Dio.

Ma lo spirito non deve essere così tanto assorto da queste operazioni al fine di non distrarsi dal dialogo con Dio nella solitudine e nel silenzio interiore”.

(Lanspergio. Enchiridion militiae christianae, c.XVI.)

Dionigi il certosino: “Il bacio dell’immensa Luce”

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Voglio condividere oggi con voi, un brano estratto da una opera minore di Dionigi di Rijkel, De fonte lucis ac semitis vitae”. In esso l’autore certosino descrive alla sua maniera, come, e con quale intensità avviene il prodigio di essere travolto e baciato dall’immensa Luce dell’estasi. Una descrizione coinvolgente e mirabolante.

Il bacio dell’immensa Luce

Dio nasconde la luce nelle sue mani, poi dà modo di brillare di nuovo; parlare di lei al suo amico (dicendo) che è in suo possesso e può salire fino ad essa “(Gb 36,32). Dio tenendo in mano la luce della contemplazione e un raggio di visione mistica, a volte le apre e le fa scorrere in onde radianti fino a giungere alla luce dell’anima purificata, altre volte, diversamente, si ritira e si nasconde e quindi questa bella luce si nasconde o si visualizza a secondo della volontà di Dio, e delle sue disposizioni, e brilla con una abbondanza o un più o meno grande bagliore. Quando l’Onnipotente mostra all’anima questa luce, subito, in un istante, in un batter d’occhio, la sua folgore cattura l’anima di sorpresa e cogliere la sua delicatezza e senza violenza, con la sua imponenza, con la sua pienezza e l’eccellenza della sua maestà, la sua perfezione, il suo immenso bagliore.
Allora l’anima perde i sensi e trasuda fuori di se stessa vinta dall’amore, a bocca aperta in soggezione della maestà della luce immensa di Colui che contempla; nella deliziosa serenità della visione della Divinità , si dimentica di se.

Si è illuminato e infiammato immediatamente con una tale forza che morendone, si perdono le proprie forze ed i sensi del corpo. Poi, introdotto nel segreto della luce increata, sprofondando nell’abisso di questa infinito chiarezza; estaticamente ci si perde in un oceano di felicità eterna; si arde, liberati nel fuoco di un amore immenso; si va da qui a lì come un’avventura, ma con una maggiore sicurezza nel vasto e impossibile da attraversare, una vasta estesa ed immensa mera solitudine; si abbandonano i sentieri battuti con gioia, perdendosi senza sapere come.

Tuttavia, l’anima umana non può rimanere a lungo fisso in questa contemplazione Angelica completamente pieno di pace. Dio toglie la luce che aveva infuso poco prima, e la nasconde nelle sue mani. Poi, dopo qualche tempo, invia l’anima di nuovo, e poi lei viene spesso con una luminosità maggiore rispetto a prima. Quando questa luce brilla nell’anima, splende di nuovo, si infiamma, e poi ancora, la si ammira e se ne vienesommerso, si sviene.

Poi il Dio di immensa dolcezza rende noto “al suo amico,” il suo fervente amore, questa luce, prima in “mani nascoste” ora “è in suo possesso”, perché disprezzava tutto ciò che è carnale e mutevole, e non ha voluto nulla, tranne Dio e nient’altro che Dio, in modo che si possa “arrivare ad essa”, con l’aiuto del Signore, cresce ogni giorno nella luce, restare, infine, devotamente attento alla più dolce luce originaledi Dio, uniti a lui in fruizione, ed immerso nel suo amore eterno.

Infine, dal momento che una grande elevazione del genere soprannaturale dello spirito, in modo ammirevole e di alta contemplazione è una nobilitazione ed una divinizzazione, segno e il lavoro della bontà infinita e l’amore di Dio per lui, la Scrittura aggiunge subito dopo la parole citate: “il mio cuore trema e salta fuori dal petto” (Gb 37,1)

La grazia preveniente di Dio, che scorre in questa profonda contemplazione, tocca i sensi dell’amante, lo solleva e lo unisce a se. Chi fa questa esperienza è rapito da Dio, dice S. Bernardo, in chiaro giorno sopra il tumulto delle cose, le gioie del silenzio, vale a dire, alla luce più chiara del supremo splendore; riposa lì delicatamente, al sicuro dai torrenti dei desideri di questo mondo, l’immaginazione senza riposo e pensieri mutevoli, e cullato dentro la sua amata. Così, nel’immediato che ciò è possibile, per un attimo, è dato di vedere Dio così come Egli è (cfr 1 Gv 3,2) … Poi il contemplativo si incontra con il bacio del Padre e del Figlio.

Dionigi el Certosino “De fonte lucis ac semitis vitae, art.XVI, t.41, 115.”