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Seconda pubblicazione della collana su san Bruno

copertina

Cari amici, dopo avervi annunciato l’uscita del primo volume (Bonaventura Bova, Breve compendio della vita di San Brunone Cartusiano), vi comunico, che è stato pubblicato nella scorsa settimana, dall’editore Analecta Cartusiana dell’Università di Salisburgo il secondo libro della serie “Collectanea Cartusiae Sanctorum Stephani et Brunonis”, dal titolo ” Cronache della certosa dei SS. Stefano e Bruno” (1807-1862)

Con questo secondo volume l’attenzione si sposta dal XVII secolo, epoca di composizione del testo di Bova, al XIX, con l’edizione di due importanti cronache della Certosa di Serra nelle quali vengono raccontati, tra l’altro, due passaggi cruciali della sua storia: il periodo 1840-1844, nel quale ci fu il primo tentativo di riapertura della Certosa dopo il terremoto del 1783 e il biennio 1856-1857, anni in cui, anche grazie all’indefessa opera svolta dal priore certosino Dom Vittore Nabantino, la Certosa venne “recuperata” e le reliquie di San Bruno, conservate a Serra in seguito al sisma settecentesco, fecero ritorno nel monastero con una solenne cerimonia di traslazione.

A tali cronache si aggiungono, nell’appendice del volume, ulteriori documenti che consentono una “lettura” di prima mano di quanto avvenne in quel periodo: la cronotassi dei priori della Certosa dal priorato di Dom Pietro Paolo Arturi* (1781-1803) al priorato di Dom Ambrogio Bulliat** (1894-1903); una lettera di Dom Paul Gérard, presentata nell’originale in francese, scritta da Serra il 27 marzo del 1840 e indirizzata al Priore Generale dei certosini; due lettere di Dom Vittore Nabantino al vescovo di Pistoia Mons. Leone Niccolai*** e, infine, il dettagliato resoconto della trasferimento delle reliquie di San Bruno dalla chiesa Matrice di Serra alla Certosa il 30 maggio 1857.

Completa il volume un ricco repertorio iconografico che riporta mappe topografiche del territorio di Serra, sito nel nel cuore delle Serre Calabre, e del tenimentum certosino, vedute e piante della Certosa, particolari architettonici del monastero dopo il terremoto del 1783 e che costituisce un importante corredo di materiali visuali, tutti prodotti tra il Settecento e l’Ottocento, i quali contribuiscono in maniera significativa alla conoscenza della storia dell’insediamento monastico calabrese.

 

Brevi note biografiche dei personaggi citati:

Dom Arturi, Pietro-Paolo nato a Cosenza, il 14 settembre del 1738, egli fece ingresso nella certosa calabrese. Fu nominato Priore di questa certosa nel 1781 e vi rimase fino alla sua morte, avvenuta nel 1803. Dom Arturi, fu visitatore delle congregazioni delle cinque certose del regno di Napoli, e presiedette due volte il capitolo generale nella sua certosa.

**Dom Bulliat, Ambroise-Marie Pierre nacque a Crémieu (Isère) il 2 novembre 1834. Egli fece ingresso alla Grande Chartreuse dove fece professione solenne l’8 dicembre 1864. Dopo un breve soggiorno alla certosa di Le Reposoir, fu inviato come coadiutore a Selignac nel1871 dove rimase per 24 anni. Quindi cominciò la sua attività storica. Nel 1894, fu inviato in calabria per dirigere la ricostruzione dapprima come rettore ed in seguito come Priore. In seguito egli passerà alla casa di rifugio di La Cervara, in seguito alla certosa femminile di Burdinne, in Belgio, dove morì il 2 marzo 1911.

***Dom Nicolai, Léon Jean-Louis Nicolaï, nato a Firenze il 28 settembre 1782, era seminarista quando fece il suo ingresso nella certosa della sua città natale il Galluzzo, dove fece professione solenne il 6 ottobre 1802. A Calci, successivamente, fece il procuratore dal 1823 al 1836 epoi fu nominato priore dal 1836 al 1839. In seguito andò nuovamente a Firenze dal 1839 al 1842. Fu poi nominato procuratore generale a Roma, fino al settembre del 1849. Divenne Vescovo di Pistoia e Prato il 5 novembre del 1849, e morì a Pistoia il 13 luglio del 1857 Egli era stato anche Visitatore delle certose italiane e visitatore apostolico degli olivetani e dei cistercensi di Casamari. Va detto che non va confuso con Dom Jean Louis de Nicolai, di cui vi ho parlato in un precedente articolo.

 

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Prima pubblicazione della collana su san Bruno

copertina volume

Cari amici, come vi avevo annunciato in un precedente articolo, la casa editrice austriaca Analecta Cartusiana, afferente all’Istituto di Anglistica e Americanistica dell’Università di Salisburgo e principale editore al mondo per quel che riguarda le pubblicazioni sull’universo delle Certose, inaugura la nuova serie Collectanea Cartusiae Sanctorum Stephani et Brunonis, interamente dedicata al monastero serrese. Ebbene, qualche giorno fa è stata pubblicato il Breve compendio della vita di San Brunone Cartusiano raccolta dagli autentici Diplomi della sospesa Real Certosa di Santo Stefano del Bosco. Gli scritti del converso certosino calabrese Bonaventura Bova, hanno costituito il primo volume della collana. Il volume presenta diversi motivi di notevole interesse, tra i quali, in primo luogo, l’edizione del poema settecentesco di Bova (conservato in forma manoscritta nell’archivio della Certosa di Serra), l’ampio corredo iconografico in cui si documenta l’immagine del cosiddetto “San Bruno calabrese” (ovvero del San Bruno “barbuto” che impugna il bastone a “tau”) e i saggi, in apertura e chiusura del libro, dello stesso Ceravolo e di Giovanni Leoncini dell’Università di Firenze. Questo volume, tuttavia, non è destinato soltanto agli studiosi del monachesimo e della vita di San Bruno, ma si segnala, tra l’altro, per un curioso “inserto”, presente nel testo di Bova e abbastanza “eccentrico” rispetto al contenuto dell’opera, in cui l’autore, che compone il Breve compendio alla fine del XVIII secolo, descrive in versi alcuni aspetti della vita a Serra in quel tempo. Una descrizione di prima mano e di grandissima rarità, se si pensa che sono molto scarse le fonti che prima dell’Ottocento si soffermano sul paese per coglierne elementi di vita quotidiana, che potrete leggere a seguire. Introdotti da una laudatio del “clero della Serra”, che Bova definisce di “scienza ornato”, i versi sul paese costituiscono un parallelo ed evidente elogio dei suoi abitanti, dei quali vengono segnalati soprattutto la laboriosità e la fatica del lavoro, senza dimenticare di richiamare lo speciale rapporto che lega i serresi al monastero certosino:

Di anime cinque mila popolato. / Di scienza il Clero della Serra ornato, / Nè fà pompa qual’altro Vescovato. / Pratica in Chiesa con tutto decoro, / Salmeggia ancora con canto sonoro; / Non differisce di ogni Cattedrale / Nell’onorar quel Dio, sommo immortale; / Nella Provincia si stima esemplare, / Abbonda di virtudi, anche più rare; Dona norma alle Terre, e alle Cittade, / E del Ciel c’insegna ancor le strade; / L’abiti porta a lungo decorati, / Chè dona esempio a tutti j vescovati. / Sù del pulpito ancora, e sù l’altare / Insegna il suo dovere al secolare. / Imita in tutto il gran Filippo Neri, / La mente ci empie di Santi pensieri, / Del nostro Eremo allievo è un tanto Clero, / E il decoro de’ Padri, Ei serba intero. / A gran Bruno, ah, stupor, ancor tu vivi / Trà tanti ceti il tuo fervore avvivi; / Tu risplendi qual face in sù di un monte, / Siegue ciascun le tue virtù si conte. / La gente in arte vedesi fiorita, / Ed è all’uso Francese ancor vestita; Di mercadanti anch’ella alquanto abbonda, / E ogni fiera con mercanzia circonda; / La bassa gente astuta, ed industriosa / Di ogni sesso la vedi labboriosa; / Solèa con zappa il duro suol rovente, / E pur del suo sudor, non si risente; / Nel verno a lavorare intorno gira / Scalza, ignuda tale or sempre si mira. / Per tutta la Provincia incaminati, / Si veggon, e da ladri ancor spogliati. / Ognun poi perfin la donna vile / Portava al petto pria un grosso stile. / Ogni nativa donna della Serra / Porta legni sul capo, e pietre, e terra. / E stanca, e lassa alfin si riposa / Pell’amara fatica, e lagrimosa. / La donna sù la neve congelata, / Per far legni cammin la sconsolata. / Notte, e di tien in man la rocca, e il fuso, / E fila lana, e lin secondo l’uso. / Tre dì la settimana il pan si è dato / Dall’Eremo a colui, chè si è portato; / Ivi ognor della Serra, e soccorrea / Folla immensa di gente, chè occorrea. / Ed il Procurator denar donava / Al pezzente Cristian, chè si trovava; / L’inverno poi pel gel, la gente chiusa, / Cantava al suon della cornamusa, / Aspettando il soccorso dal Priore, / Chè mandava un fratel con tanto amore / Con some, chè ripiene di ogni vitto, / Fa ciascun contento, e non afflitto”.

Un ritratto in presa diretta di Serra, del suo clero e della sua laboriosa popolazione, che, dal Settecento, è potuto giungere sino a oggi per illustrare uno squarcio della sua storia. Una preziosa rarità!

 

Tre aspetti della vita eterna

certosino e sole che sorge

Eccovi un estratto di una meditazione di un padre Priore certosino rivolto alla sua comunità sui tre aspetti della vita eterna.

Ci sono tre aspetti della vita eterna che la rendono una sola pienezza di perfetta felicità: Vedere Dio, Possedere Dio ed Amare Dio.

Vedere Dio
Carissimi fratelli, la nostra occupazione principale nei cieli sarà la visione incessante ed entusiastica di Dio, in modo che il nostro spirito, la nostra intelligenza, il nostro cuore, tutto il nostro essere non potrà prestare la minima attenzione alla cosa minima. Tutto ciò che esiste, è e sarà, è incluso nella visione immediata di Dio e della sua eterna attività immutabile.
L’anima santa degli eletti si sente stupita ed affascinata, e resta come “fuori di sé”, o piuttosto, stupefatta davanti a questa fornace di luce e di amore che è Dio. Ecco il cielo degli eletti! Più uno stato che un posto: la partecipazione alla vita divina.
La divinità sarà impressa nel nostro spirito e nulla potrà allontanarci da essa; il nostro spirito diventerà prigioniero nella sua perfetta libertà. Non potrà non contemplare la bellezza divina. Vedremo anche le Sue opere al di fuori di se stesso, tra cui è essenziale la meraviglia dell’incarnazione divina nella Vergine Maria. Capiremo ed ammireremo la bellezza del piano divino nella nostra redenzione ed il peso del Suo amore. Il piano di Dio per ognuno di noi sarà anche oggetto della nostra ammirazione nel bagliore della luce divina. Vedremo ancora molte altre luci, tutte in Dio.
Questo è ciò che significa vedere Dio. Ma ora ci rivolgiamo ad un altro aspetto della vita celeste.

Possedere Dio
La visione di Dio non è come una visione sulla terra, il risultato della vista. Qui l’oggetto della nostra ammirazione è sempre fuori di noi, per quanto sia bello e prezioso. In cielo, la visione di Dio non è una semplice immagine, ma è l’essenza divina – l’essere divino – Dio stesso, visto faccia a faccia, che penetra l’anima nel più intimo e vive in essa come il mio pensiero vive in me; è Lui stesso, avvolto nella luce eterna, che comunica infinita scienza per partecipazione e visione.
È un possesso di Dio; è anche essere posseduto in modo tale che non esista un minimo del nostro desiderio che non sia pienamente realizzato. Possedere Dio è possedere la felicità eterna, che compie infinitamente tutto ciò che sulla terra la mia condizione di uomo peccatore e di creatura mi ha negato. Vedere e possedere Dio è una pienezza a cui non si può aggiungere niente. È pienezza e compimento definitivo in Dio.
E così arriviamo alla terza attività dell’anima santa in cielo, un’attività che nella sua pienezza assorbe e riassume le due altre e le rende una sola.

Amare Dio
Un amore definitivo, quindi tranquillo e gratificante, senza alcuna paura di perderlo. Un amore che diventerà dono di se stesso a Dio. Amore contemplativo, come l’amore di Dio che nasce dalla conoscenza della propria bellezza e pienezza.
Conoscere Dio, vedere Dio ed amarlo, un solo atto. Un solo stato interiore. Qui sulla terra, il nostro amore è sempre inquieto, fragile, vulnerabile. Viviamo tra luce ed ombra – a volte con paura di perderlo, offenderlo e sapendo che dovremmo amare di più. In cielo, no, perché la visione di Dio si verifica nel più intimo dell’essere umano e non al di fuori; si verifica nell’area profonda dell’anima, dove la conoscenza e l’amore non si differenziano. Una sola cosa, in cui il cuore si espande con una indicibile dolcezza d’amore. La visione di Dio è come un atto di comprensione infiammato dall’amore e, allo stesso tempo, un atto d’amore illuminato dalla comprensione.
In cielo l’amore del nostro povero cuore si sentirà perfettamente soddisfatto e adempiuto. E l’amore sarà ininterrotto, incessante e senza fine, perché la visione sarà definitiva. Non possiamo smettere di vedere Dio e, dunque, di amarLo. La visione e l’amore diventano la nostra unica occupazione ed azione, e niente di più.

I monaci certosini secondo Giorgio la Pira

Costa la Pira

Dom Costa e G. La Pira

Oggi vi propongo un articolo contenente un testo scritto da Giorgio La Pira, un politico italiano nonchè sindaco della città di Firenze. Si dice che la Pasqua del ’24 segnò, per Giorgio La Pira, il momento della reale conversione e l’approdo alla fede. Per la sua vita esemplare, infatti, è in corso la causa di beatificazione. Lo scorso 5 novembre si è celebrato il quarantesimo anniversario della sua scomparsa.

Egli ebbe modo di conoscere la spiritualità certosina, entrando in contatto tra gli altri con Dom Antonio Gabriele Costa, che divenne ben presto il suo confessore. La Pira attratto dal mondo certosino visitò la Grande Chartruse il 12 settembre del 1960.

Di seguito vi riporto un suo scritto riguardante la contemplazione certosina:

La contemplazione di Dio – solidamente poggiata sulla parola di Gesù a Marta e sulla rivelazione dell’ultima cena agli apostoli (haec est vita aeterna ut cognoscant te solum Deurn verum, et quem misisti Jesum Christum) – è l’atto supremo verso il quale converge, come a suo punto finale, lo sforzo ascensionale della grazia e dell’uomo: si può dire che in certo senso essa definisce il cristiano; è il fiore ed il frutto al quale tende la totalità dell’ordine della natura e della sopra natura: perché nella visione di Dio consiste la completezza finale ed il finale coronamento della natura umana.
E questa visione, anche se totalizzata soltanto nell’altra vita, non è senza rapporto con la vita presente: la fede, infatti, è una incoatio di questa visione futura: e quanto più essa si approfondisce tanto più questa incoatio si fa penetrante: gli occhi interiori della fede sono già, in certo modo, un inizio degli occhi interiori della gloria.
L’orientazione del pensiero umano verso l’atto supremo della contemplazione costituisce il motivo dinamico più vitale della più alta meditazione filosofica.
Ma un secondo problema si impone subito alla riflessione: la Chiesa è il Corpo mistico di Cristo e una multitudo ordinata: la vita religiosa, anche se vita personale, dialogo interiore di ciascun anima con Dio, è tuttavia anche espressione collettiva di adorazione e di amore: non avrà anche la contemplazione questa espressione collettiva? Non vi sarà una vocazione in tal senso? Un ordine che esprima nella sua totale purità – quanto è possibile in questo mondo – questo atto immacolato di ‘visione’? Che sia depositario, per dir così, di questo assoluto primato della contemplazione? Che abbia per unico scopo l’esercizio puro di questo unum necessarium?
Se si medita la vita di San Bruno – collocata all’albeggiare, quasi del 1000 – si trova la risposta di questo problema.
C’è sempre una ragione profonda, che lo Spirito Santo persegue, nella genesi di un grande movimento religioso: non che mancassero, al tempo di San Bruno, Ordini votati alla contemplazione: pure la Certosa ha qualcosa di nuovo, nella totalità della sua concezione: qui la contemplazione ha valore totale, per se stesso: non è unita a nessun altro valore: lo stesso apostolato, in quanto azione esterna, è eliminato in radice: l’unico scopo dell’Ordine, il punto unico di convergenza che ne collega tutte le strutture liturgiche, architettoniche, temporali, è costituito da questo atto di adorazione e di lode perenne che deve fluire di notte e di giorno come sacro profumo e sacra testimonianza resa dall’anima a Dio.
Nessun interesse, anche buono e santo, deve disturbare questo interesse unico: Dio solo: dall’alba al tramonto, dal tramonto all’alba ogni certosino per proprio conto e la Certosa nella sua totalità esprima con energia di amore questa lode che non si allenta: come se si prolungasse sulla terra la schiera beata delle gerarchie angeliche: l’ultima, perché infima, gerarchia di angeli tocca la cima di questa ultima, perché suprema, gerarchia di oranti!
Concezione grandiosa che lascia incantati chi la medita e chi la esperimenta.
E se la Chiesa avesse bisogno attivo di un Certosino? Ecco San Bruno guidare, in certo senso, come consigliere attivo di Urbano II la Chiesa di Dio; eccolo vicino a Cardinali, a Vescovi, a Principi; guida che traccia linee concrete nella storia del suo tempo; che si interessa di guerre e di paci, di concili e di riforme; ma si tratta sempre di attività di margine: la novità assoluta della Certosa sarà in questo deserto totale della natura e della storia perché su questo distacco anche visibile dalle cose e dagli uomini si possa costituire una città strana: la piccola silenziosa fatta di piccole case di solitari che esprimono individualmente e collettivamente il massimo di orazione ed il massimo di amore!
Piccola città del deserto, che ha per protettore il Battista e per Regina Maria!”

La solitudine di Dio

 

Le Masson, Innocent

Ecco a voi uno splendido brano scritto da Dom Innocent Le Masson, nel quale egli ci descrive la relazione tra la solitudine e Dio.

Dio per natura ed essenza è solo e solitario. In effetti, è impossibile che ci siano più Dio; e la solitudine di Dio non è ostacolata dalla presenza delle tre Persone della Santissima Trinità.

Questo mistero ci mostra solo ciò che è l’incessante opera e l’occupazione della solitudine divina,

cioè, la generazione del Figlio dal Padre per azione, comprensione e processione dello Spirito Santo con l’azione della volontà, occupazioni perfettamente solitarie, perché nulla di ciò che è stato creato collabora. Troviamo, quindi, nella stessa Essenza Divina il modello della solitudine istituita dal nostro Santo Padre Bruno.

Troviamo, infatti, la separazione di tutte le creature e la fuga da uno sterile tempo libero, per opera di quella immutabile attività attraverso la quale sempre si contempla e si ama Dio, ciò costituisce l’eterna operazione ed occupazione di questa solitudine divina; poi c’è la continua permanenza in questa solitudine: infatti, tutto ciò che Dio opera fuori di ciò, lo fa senza uscire da se stesso e senza interrompere mai quella operazione che gli è propria e che è solitaria.

Dio anche nella sua essenza, è anche solo nelle sue operazioni, ci governa e ci da soccorso. Queste occupazioni solitarie di Dio, per Egli naturali, ci insegnano quali devono essere le nostre occupazioni in solitudine: conoscere e volere rettamente, cioè, intendere ed amare con cuore puro: Dio ha anche la assoluta necessità di rimanere costantemente nella sua solitudine, perchè Egli è immutabile, e pertanto non puo che essere un solitario, sempre assorto nella contemplazione.

Nella solitudine della Essenza Divina è possibile ottenere la ragione fondamentale per cui l’uomo ha bisogno della pratica della solitudine. Non esito a vedere in questo bisogno una caratteristica della immagine e somiglianza divina che onora l’uomo. Per essa, infatti, l’uomo è incoraggiato a raccogliersi in sé stesso e produrre, in solitudine, frutti che in qualche modo riflettono quelli che Dio produce nella sua solitudine.

Dom Innocent Le Masson “Disciplina. lib.I,c.IV, p.13”

Collaborazione nell’opera divina (2)

prostrazione

Sulla nostra piccolezza e la cura delle piccole cose
Parte seconda

Ci sono cristiani che si credono pronti per grandi sacrifici e volentieri svolgerebbero compiti eroici, ma trascurano i piccoli compiti come se essi fossero indegni di loro. Chi alimenta un’illusione simile, si perde miseramente perché nulla è insignificante alla luce dell’amore. Tutti gli atti animati dalla carità sono una nobiltà divina. Dimentichiamo troppo spesso che il Figlio di Dio e sua Madre hanno vissuto nascosti la maggior parte della loro vita, impegnati nei compiti più comuni e umili, e che nemmeno per un attimo hanno lasciato di rendere al Padre la pienezza della Sua gloria. Prima di insegnarci, Gesù ci ha dato l’esempio: «Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto» (Lc 16,10).
Chi disprezza il dettaglio, non ci vuole molto tempo a cadere nelle debolezze più gravi e, talvolta, anche a perdere poco a poco la nozione di peccato. Se tutti i discepoli di Gesù avessero osservato i Suoi precetti su questa fedeltà, Giuda non avrebbe commesso il suo crimine sotto la minaccia che è la controparte della promessa che abbiamo appena citato: «Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto» (Lc 16,10).
Non c’è nulla di sacro nella vita dell’anima che non può essere profanato: per più in alto che essa sale, si può sempre cadere. Ma, al contrario, non c’è nulla di profano nell’anima che non può essere santificato: lo dimostra l’esperienza dei santi che abbiamo l’obbligo di imitare.
Tra le persone pie ci sono delle anime che vogliono raggiungere gradi elevati di preghiera e credono di avere il diritto, in un certo senso, alla più intima unione, semplicemente perché osservano più o meno i comandamenti di Dio. Non sono consapevoli dell’alto concetto esagerato che fanno di se stesse, che è appunto un ostacolo alle vere grazie, di cui non hanno nemmeno l’ombra. Sarebbe necessario che una nuova purificazione le facesse confessare, prima, con sincerità che non hanno né il merito né il valore e dipendono in ogni momento della misericordia divina. «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare» (Lc 17,10).
Quando Dio diventerà per noi l’unica realtà, l’ardore e la certezza viva traboccheranno sull’ambiente in cui viviamo con tale forza che rapirà le anime. Perché nessun uomo, nessuna creatura può impedire questa influenza, questa donazione spontanea di un’anima fervente verso tutti coloro che hanno bisogno di sostegno, di salvezza e di aiuto. Il Maestro vuole che l’amore irradii dal cuore dei suoi. «Ma io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede. E tu, quando sarai tornato, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22, 32). Queste parole sono state dette a Pietro, ma sono rivolte a ciascuno di noi, perché nessuno può tenere per sé i tesori che gli sono stati affidati, se sono veramente spirituali. L’ultimo di noi ed il più nascosto ha una missione da quale non può schivarsi. La Verità vuole che le nostre azioni la manifesti, che tutto il nostro comportamento la faccia, che il nostro stesso essere, vivendo del suo amore, dia testimonianza. Guai a colui che si vergogna della sua fede, perché il Signore si vergognerà di lui. Dobbiamo combattere per Dio e per i Suoi diritti inalienabili, costi quel che costi. Il Salvatore predisse la sanguinosa storia della sua Chiesa: «Ma prima di tutto ciò vi prenderanno con violenza e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti ai loro re e ai loro governatori, a causa del mio nome. Allora avrete occasione di dare testimonianza. Ritenete per sicuro che non vi dovete preoccupare di quello che direte per difendervi; io stesso vi darò linguaggio e sapienza, così che i vostri avversari non potranno resistere né controbattere…Sarete odiati da tutti per causa del mio nome. Eppure, nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime!» (Lc 21, 12-15; 17-19)

(Un certosino)

Collaborazione nell’opera divina (1)

monache

Ancora una nuova meditazione di un certosino, riguardante la: “Collaborazione nell’opera divina”. Essendo essa molto lunga, ho optato di proporvela dividendola in due articoli. Un grazioso e dolce invito a collaborare…

Sulla volontà e la perseveranza

Parte prima

La cosa più necessaria alle anime desiderose di servire Dio è la perseveranza. Si inizia al mattino con un entusiasmo che diminuisce lentamente, in modo che a mezzogiorno le risoluzioni del mattino sono abbandonate del tutto. Spesso la causa è il peso del corpo che opprime lo spirito. Ed il rimedio per questo è abituarsi a riprendere il contatto con Dio durante la giornata, il senso della sua presenza. Che una fervente invocazione la rinnovi: «Gesù, mio Dio, io credo e spero in Te; Ti amo e quello che sto facendo in questo momento, lo faccio per amore di te». Nulla può essere perso: tutte le occasioni possono essere approfittate per alimentare questa vita interiore e divina. Dio ci chiede solo ciò che Egli stesso ci ha dato – la grazia di poter dare. Quello che Egli vuole è un cuore umile e un’ardente preghiera che implori il suo aiuto con sincerità. Egli provvede tutto ai nostri bisogni, con grazie sufficienti ed anche sovrabbondanti, in modo che nessun ostacolo potrà spaventarci: non c’è niente che abbia potere contro la bontà. «Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla» (l Cor 10,13).

Dobbiamo collaborare come se tutto dipendesse da noi. Prima di tutto, dobbiamo evitare di asservirci alle nostre tendenze e ai nostri gusti, perché la vita spirituale non è una ricerca di un piacere sensibile, ma una paziente sottomissione del sensibile allo spirituale. Dio ci ha dato il cuore e il sentimento affinché li mettiamo al servizio del vero amore. Ciò che non oltrepassa il sensibile ha poca nobiltà, non è degno del Dio della verità. È necessario che il cuore manifesti la sua sincerità attraverso le opere e sia provato nel fuoco del sacrificio. Il vero amore è radicato nella volontà: è dalla volontà che l’amore guida tutte le persone ragionevoli e ne determina la sua azione. Quando il nostro desiderio si sottomette perfettamente a Dio e corrisponde a Lui, tutto il nostro essere si pone in armonia con la sua idea eterna. Da qui l’insistente esortazione del Signore: «Avete solo bisogno di costanza, perché dopo aver fatto la volontà di Dio possiate raggiungere la promessa» (Eb 10,36).

È un pericolo per tutte le anime che desiderano il progresso, la cui intenzione è ancora imperfetta, perdersi nei dettagli della vita quotidiana, fermarsi in questa contabilità morale, che è ingannevole quando ci soddisfa e, spesso, quando ci lascia insoddisfatti. Al contrario, per volare a Dio in un impulso libero e diretto, non basta una forte volontà: è necessario che la grazia ci liberi dalla cura di noi stessi e che lo Spirito ci porti al di là del rispetto umano. «Obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, con semplicità di spirito, come a Cristo, e non servendo per essere visti, come per piacere agli uomini, ma come servi di Cristo, compiendo la volontà di Dio di cuore, prestando servizio di buona voglia come al Signore e non come a uomini» (Ef 6, 5-7).

La nostra ferma volontà di collaborare con Dio, di fare fruttificare i Suoi migliori doni, è tuttavia indispensabile: Egli non vuole santificarci senza di noi. Noi dobbiamo fruttificare al cento per cento il talento che ci è stato affidato. Non è senza una lotta che saremo fedeli alla grazia, né senza sforzo che noi verremo a vivere alla presenza di Dio. Solo il servo fedele dà la prova del suo amore. «Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone» (Mat 25, 22-23).

Se vogliamo vivere in modo soprannaturale, non dobbiamo accordarci con qualsiasi tirchieria: solo si può servire Dio con tutto il cuore, solo uno spirito aperto è in grado di riflettere la Sua luce. Mentre la pusillanimità accompagna la fede, è un segno che questa è ancora legata agli elementi della natura; e quando la vita interiore è profonda, non cessa di creare nell’anima un’audacia equilibrata, la libertà di guardare e l’ampiezza dello spirito, senza le quali non si può concepire una fioritura di forze nella grazia. «Corro per la via dei tuoi comandamenti, perché hai dilatato il mio cuore» (Sl 119, 32).

Questo è il motivo per cui le anime fedeli hanno una carità comprensiva e delicata, si sentono a loro agio ovunque e si soddisfanno di tutto. Nessun sacrificio è troppo grande per loro e nessun servizio da fornire è troppo piccolo: non c’è legno da cui non facciano produrre la fiamma luminosa dell’amore. «Nella gloria e nel disonore, nella cattiva e nella buona fama…Afflitti, ma sempre lieti; poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto» (II Cor 6, 8.10).

Che tristezza, invece, vedere alcune anime pie fermate alla minima difficoltà, si direbbe che preoccupate a fare una montagna da ogni piccola collina, costantemente preoccupate con se stesse e sempre pronte a giudicare che fanno del male a loro! C’è bisogno di una scossa di coraggio per rimuoverle, finalmente, da questa miseria. Che loro guardino Gesù e sua Madre nelle sue sofferenze indicibili, e così le loro piccole difficoltà si dissolveranno come gocce d’acqua nell’oceano! La grazia di Dio cambia il segnale a tutte le cose: solo essa ha il potere di dare un valore positivo per il male che noi supportiamo ed il potere di farci accettarlo con amore. «Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia…Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo» (Eb 12, 1-3).

Continua….nel prossimo articolo