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Il Cuore di Gesù, la città dove trovare rifugio

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Il testo sul Sacro Cuore di Gesù che oggi voglio proporvi è di un certosino della certosa di Norimberga. Fu stampato nella cittadina tedesca da Kaspar Hochfeder nel 1480. Parole semplici su cui meditare con fervore.

Sei un luogo di rifugio, per farmi salvo: sii per me come una casa
Salmo 30,3

O Signore Gesù Cristo, sorgente inesauribile di amore e di grazia, mi lodo e Ti ringrazio per la ferita della tuo santissimo costato che hai ricevuto dopo la vostra morte; per allora, o Santo dei santi, era tuo lato destro così profondamente trafitto dalla lancia del soldato, che il punto del ferro penetrato attraverso il tuo petto anche a mezzo del Tuo cuore tenero, e da questa grande ferita cominciò a scorrere per noi il flusso di guarigione di sangue e di acqua che fertilizza la terra e salva il mondo. O spargimento benefico e meraviglioso di sangue dal costato di Gesù addormentato sulla Croce nel sonno della morte per la redenzione del genere umano! Flusso O più puro e dolce di acqua, proveniente dal seno del nostro Salvatore per lavare via tutte le nostre macchie!

Mosè, nel deserto, ha colpito la roccia, e ne uscì acqua fresca destinata solo per l’uso e le necessità del popolo di Israele e le loro greggi; ma quando il soldato Longino senza paura con la mano robusta ha colpito la roccia con la lancia, vale a dire che, quando si fendeva il diritto costato di Cristo, c’è venuto fuori, allora e sempre più, una misteriosa fonte d’acqua e di sangue da cui la nostra casta Madre, la santa Chiesa cattolica, disegna i suoi Sacramenti. Eva è stata chiamata la madre di tutti i viventi, e si è formata da una costola del marito, Adamo. La santa Chiesa militante è chiamata la madre di tutti coloro che vivono per fede, e lei è formata dal costato di Cristo suo Sposo.

O grande, preziosa e amorevole ferita del mio Salvatore, tu sei più profonda di tutti gli altri, e ha aperto così ampia che i fedeli possono entrare in Te !O ferita da cui sgorgano le benedizioni illimitate e senza fine, ferita del costato inflitto per ultimo, ma diventata comunque la più celebrata! Chiunque beve profondamente dalla fonte sacra e divina di questa ferita, o prende anche qualche goccia, si dimentica tutti i suoi mali, sarà liberato dalla sete di piaceri effimeri e vili, sarà infiammato con l’amore delle cose eterne e celesti , e riempito con la dolcezza indicibile dello Spirito Santo. Poi sarà portata nella sua anima “una fonte d’acqua che scaturisce in vita eterna” (Giovanni 4: 14).

Inserire, anima mia, entrare nel lato destro del Tuo crocifisso Signore. Inserisci attraverso questa ferita benedetta nel centro della amorevole Cuore di Gesù, trafitto per amore di te. Prendere tuo riposo nelle fessure delle rocce riparate dai tempeste del mondo. Entra nella tua Dio! Coperto con erba e fiori profumati, il cammino della vita è aperta davanti a te. Questo è il modo di salvezza, ponte che conduce al cielo.
Il Cuore di Gesù è la città di rifugio in cui siamo al sicuro dalla ricerca del nemico. E ‘la città di rifugio, che ci difende da l’ira di un giudice arrabbiato. Questo cuore è la fonte inesauribile l’olio della misericordia per i peccatori penitenti veramente. Questo Cuore è la sorgente del fiume divino spuntano in mezzo al Paradiso per irrigare la superficie della terra, per placare la sete del secco e arido cuore umano, per lavare via il peccato, per spegnere i fuochi empi della concupiscenza, alla regolare i voli della fantasia e di placare l’ardore della rabbia. Avvicinatevi poi e prendere la bozza di amore da questa fontana del Salvatore, in modo che tu possa più vivere a te stesso, ma in Colui che è stato crocifisso per te. Dare il tuo cuore a Lui, perché Egli ha aperto il suo cuore a te. Non dare il tuo cuore al mondo, ma a Cristo tuo Signore. Dategli non sapienza mondana invano, ma alla Sapienza eterna. Dove puoi tu riposare più serenamente, soffermarsi in modo più sicuro, o il sonno più dolce rispetto nelle piaghe di Cristo crocifisso per te?
O tutto glorioso e più amabile Gesù, Creatore del mondo misterioso e invisibile della grazia, ospite Tu dei cuori amorosi, ad esempio crocifisso di anime schiacciate sotto il peso della croce, Tu che contieni tutte le ricchezze e tutti i doni del Cielo; Gesù, nostro Re, Salvatore dei fedeli, che hai voluto che il tuo santo costato dovrebbe essere aperto dal punto di lancia spietata, umilmente e con fervore supplichiamo ad aprire per me le porte della tua misericordia, e mi soffre di entrare per la larga ferita di tuo fianco adorabile e santissima, nel tuo cuore infinitamente amorevole, in modo che il mio cuore può essere unito al Tuo cuore da un legame indissolubile di amore. Ferisci il mio cuore con il Tuo amore. Lasciate che lancia del soldato penetri il mio seno. Sia il mio cuore aperto a Te solo e chiuso al mondo ed al diavolo. Proteggi il mio cuore, e il braccio contro gli assalti dei suoi nemici per il segno della tua santa croce.

Amen.

Chartae Capituli Generalis Pro Provincia Tusciae

fig. 1- Copertina

Cari amici lettori, nell’articolo odierno voglio comunicarvi la pubblicazione di un’importantissimo volume, del quale vi riporto la brillante recensione dell’amica Giuliana Marcolini, giù coautrice di un libro di cui vi ho parlato da questo blog.

L’Autore di questo importante, impegnativo e specialistico lavoro è un monaco certosino che, secondo la consuetudine dell’Ordine, rimane nell’anonimato; l’argomento trattato, come si evince dal titolo, è l’edizione delle Carte prodotte dal Capitolo generale dell’Ordine certosino relative alla Provincia Tusciae dal 1701 al 1730; note anche come “Carte di Ferrara” o “Carte di Toscana”, sono conservate negli archivi della Grande Chartreuse, la casa madre dell’Ordine, situata a Saint-Pierre-de-Chartreuse, nei pressi di Grenoble.

Queste Chartae sono parte dell’intera documentazione prodotta durante le riunioni del Capitolo Generale, organo legislativo ed esecutivo supremo dell’Ordine certosino, indetto inizialmente ogni anno, ora ogni due, presso la Grande Chartreuse di Grenoble, e operante fin dal 1142. La pubblicazione delle Carte dei Capitoli Generali, a partire da quelle prodotte in epoca medievale era iniziata nel 1982 per volontà del grande studioso e grande esperto, anche per esperienza personale, del mondo certosino quale fu James Hogg, che le aveva inserite nella collana Analecta Cartusiana. Questa collana, l’unica raccolta internazionale di scritti dedicati alla storia e alla spiritualità dei certosini, era stata fondata dallo stesso Hogg nel 1970 e poi, dopo la sua morte nel 2018 e per volontà degli eredi, è entrata a far parte delle collezioni editoriali di carattere religioso di CERCOR (Centre européen de recerche sur les communautés, congrégations et ordres religieux); con l’acquisizione di questa collana, CERCOR è divenuto il polo europeo delle pubblicazioni relative al mondo certosino.

Tutte le pubblicazioni riguardanti l’edizione delle Chartae Capitulorum Generalium sono contrassegnate dal numero 100 di «Analecta Cartusiana» ed il volume qui recensito è il 76° della serie.

Il testo di questa pubblicazione consta di 515 pagine, articolato in più parti:

Prefazione, pp. 3-14:

L’autore della Prefazione, Giovanni Malpelo, scrive che, partendo dal presupposto che ogni carta d’archivio è uno spiraglio privilegiato da cui gettare uno sguardo verso la Storia, e sottolineando in particolare l’importanza degli archivi ecclesiastici per comprendere i rapporti tra Stati e Chiesa nei vari momenti storici, afferma che la trascrizione delle Chartae Capituli Generalis pro Provincia Tusciae certosina ci offre una lettura che va oltre la conoscenza della vita nelle certose italiane comprese in tale circoscrizione geografica durante il secolo XVIII, ma ci fa intravedere come l’Ordine si sia posto in relazione con lo spirito dell’epoca; epoca che la storiografia odierna vede contrassegnata dal termine “rivoluzione”, identificabile in molti campi, da quello politico a quello industriale fino a quello culturale, e che ha dato inizio alla “modernità”.

Anche i Certosini, pur nella loro beata solitudo, avendo chiaramente percepito che al di fuori del loro desertum vi era allora un mondo che andava mutando rapidamente avevano scelto di inserire nello stemma dell’Ordine Certosino, o meglio, in quello della Grande Chartreuse, la Casa madre, il motto Stat crux dum volvitur orbis: la terra si muove, si agita, muta, si ‘rivoluziona’ ma la croce di Cristo è la realtà immobile e immutabile cui ogni certosino di ogni certosa aspira ad identificarsi.

Questa aspirazione alla fedeltà alla più grande espressione della religiosità cattolica ed alla volontà di mantenerla immutata nel tempo universalmente in ogni certosa in qualunque situazione geografica e politica prende forma tangibile nelle Chartae Capituli Generalis, le cui pagine riportano fatti, notizie, disposizioni che si rivolgono in modo immutato nel tempo e universale nella territorialità del mondo certosino. Come esempio concretamente esplicativo Malpelo ci segnala che nelle Chartae di tutti i Capitoli generali “si fa memoria e si menzionano i fratelli defunti nell’anno di qualsiasi certosa di provenienza presente nel mondo (i cosiddetti obiit). Quest’abbraccio universale si ripete poi quasi in ogni parte delle Chartae”.

Introduzione, pp. 15-58:

L’Autore (un monaco certosino) ci ricorda che le Chartae Capitulorum Generalium contengono i suffragi per i vivi e per i morti che le singole Case dovevano assolvere, le disposizioni sui cambiamenti di ufficio e le ordinanze con valore di legge emanate per tutto l’Ordine o per gruppi di monasteri. Pur di “un’appassionante monotonia”, data una struttura monolitica ed invariata nella forma espressiva ed un testo costituito da frasi stereotipate e ripetute, la lettura di queste Carte ci fa ‘intravedere’ come, nel corso del tempo e dei momenti storici, quel ‘mondo’ che i singoli monaci pensavano di aver abbandonato, in realtà sia penetrato nella trama della loro quotidianità. I grandi problemi che scuotevano l’Europa e le prospettive generali della Christianitas nei confronti degli Stati riuscivano a penetrare la clausura certosina e questo è chiaramente visibile attraverso i numerosi suffragi per singoli e comunità estranee al mondo certosino che i monaci erano tenuti ad assolvere. Questo, però, è chiaramente leggibile solo nelle Carte più antiche; l’Autore ci propone una tavola sinottica (vedi nel testo pp. 24-26) in cui vengono messi a confronto gli “obblighi” di suffragi in epoca medievale e quelli del XVIII secolo e si può notare come in questi ultimi scompaiono dal primo posto gli obblighi di suffragi per “Principi e sacerdoti secolari”, e compaiono quasi al termine dell’elenco. Chiaro sintomo del fatto che i Certosini, in questo secolo di grandi ‘rivoluzioni’, hanno sentito la necessità di rafforzare il loro ‘distacco’ della loro realtà dal mondo esterno.

L’intero corpus delle Chartae Provinciae Tusciae consta di nove tomi manoscritti in lingua latina, composti da fascicoli di varie dimensioni, che contengono carte o estratti di carte relative ai ‘verbali’ redatti durante i Capitoli generali tenutisi alla Grande Chartreuse dal 1462 al 1796, contenenti le relazioni dei visitatori delle varie certose della Provincia Tusciae con le notizie specifiche di ogni certosa e le eventuali decisioni prese in seno al Capitolo sia riguardo ad una specifica certosa sia riguardo a disposizioni di carattere normativo generale; le copie di questi verbali, dopo il Capitolo, venivano consegnate ai Visitatori che le portavano poi ai vari priori delle singole certose della Provincia.

Benché già note da tempo nella letteratura specializzata certosina, le Chartae Provinciae Tusciae, conservate negli archivi della Grande Chartreuse in nove volumi (Ms 1 Cart 24), non sono state finora oggetto di studio particolareggiato.

La consultazione diretta della serie ne ha rilevato l’importanza per la storia dell’Ordine certosino e per la conoscenza del suo sviluppo in quelle regioni dell’Italia centro-settentrionale, Toscana, Emilia-Romagna e Veneto, che costituivano il territorio della storica Provincia Tusciae; da qui la decisione di progettare una pubblicazione della trascrizione di tutti i volumi manoscritti di dette Chartae nella collana «Analecta Cartusiana», cominciando dalle Carte del XVIII secolo, cioè i volumi 7-9 (con documentazione dal 1701 al 1789) dato che i primi sei (con documentazione dal 1462 al 1700) sono attualmente in fase di restauro e si potrà procedere alla loro trascrizione e pubblicazione al termine dell’operazione, in ragione di un tomo a stampa per ogni volume manoscritto, rendendoli così facilmente disponibili all’approfondimento degli studiosi della ‘certosinità’.

Trascrizione delle “Chartae Capituli Generalis pro Provincia Tusciae ab anno 1701 usque ad annum 1730 (manoscritto Grande Chartreuse 1 Cart 24 Volume 7) (pp- 59-438)

La trascrizione del volume manoscritto 7 delle Chartae Capituli Generalis pro Provincia Tuscia occupa la quasi totalità dell’intero testo in recensione; il volume contiene le carte di 30 Capitoli Generali tenutisi annualmente dal 1701 al 1730 ed è formato da 30 fascicoli composti ognuno di un numero di carte scritte variabile.

Anche il testo di queste carte, come quello di tutte quelle prodotte durante ogni Capitolo generale, era impostato prima della riunione generale in Grande Chartreuse. I fascicoli erano composti da 6 fogli in 4°, piegati al centro (12 carte); sul primo recto veniva scritto il nome della provincia (Provincia Tusciae, Provincia Sancti Brunonis, Provincia Picardiae, ecc.) cui il documento era indirizzato. Si preparavano poi i dati generali e sempre fissi fin dal primo Capitolo: il titolo e la data del Capitolo generale, la data della Settuagesima, la lista delle SS. Messe dello Spirito Santo e della Beata Vergine per varie intenzioni e la parte finale del documento con le generalità, e le disposizioni per le singole certose. I defunti (per i quali quella certa certosa aveva l’impegno di celebrare i suffragi) il cui obitus era già pervenuto alla Gran Certosa erano trascritti secondo l’ordine che si era codificato nel XVIII secolo, che vedeva in primis i visitatori, seguiti dai convisitatatori, dai monaci semplici, dai monaci diaconi, dai conversi, e, nel caso di un monastero femminile, dalle monache certosine, poi veniva l’elenco dei sacerdoti secolari, i secolari e per ultime le Donne. Ricordiamo che nelle carte più antiche, l’elenco dei defunti vedeva come prima voce i principi e i sacerdoti secolari, seguiti dai priori e monaci certosini (si veda nel testo la esplicativa tabella sinottica della situazione alle pp. 24-26).

È da rilevare che in questo volume 7 le Carte prodotte dal Capitolo generale dal 1715 al 1724 furono affidate a Dom Daniele Campanini, priore della certosa di Ferrara dal 1703 al 1725, convisitatore della Provincia Tusciae dal 1715 al 1720 e visitatore della stessa dal 1721 al 1725 e che in questi periodi fu presente ai vari Capitoli tenutisi nella Grande Certosa, perché le portasse alle certose della Provincia Tusciae; personaggio di grande spessore religioso e culturale, dom Campanini era già stato priore della Casa ferrarese dal 1692 al 1698 e fu committente per la sua Casa di varie importanti opere d’arte celebrative della ‘certosinità’.

A seguito della trascrizione di tutte le Carte del volume 7, l’Autore ha predisposto otto Appendici (pp. 439-496), con notizie ricavate da varie fonti di carattere certosino, utili per agevolare la consultazione del testo stesso e fornire molti dati ed informazioni inediti di particolare interesse per l’approfondimento della storia dell’ordine nel XVIII secolo:

Appendice I. Elenco dei fascicoli dei volumi 7, 8 e 9 delle Chartae Tusciae

Appendice II. Liste dei Priori della Provincia Tusciae secolo XVIII (fino alle soppressioni)

Appendice III. Lista dei Visitatori e Convisitatori della Provincia Tusciae secolo XVIII

Appendice IV. Lista dei Reverendi Padri, Priori della Gran Certosa XVIII secolo (fino alle soppressioni (tratta da La Grande Chartreuse per un charteux, Bellegarde 1984, pp. 292-293)

Appendice V. Lista dei Vicari della Gran Certosa XVIII (desunta dalle Chartae Provincia Tusciae)

Appendice VI. Elenco delle Ordinanze, Ammonizioni ed Esortazioni promulgate dai Capitoli Generali nel secolo XVIII, desunte dalle Chartae Provincia Tusciae

Appendice VII. Le Case della Provincia Tusciae (da Monasticon Cartusiense, IV, 4: Provincia Tusciae, «Analecta Cartusiana» 185/4/4, 2010)

Appendice VIII. Trascrizione del Manoscritto Grande Chartreuse 6/ITAL/11.

A corredo dell’intera pubblicazione si segnala una significativa e ricca Bibliografia, di riferimento (pp. 13-14) e specialistica (pp. 50- 58).

I documenti d’archivio sono lo strumento oggettivamente più efficace per la conoscenza e l’interpretazione della ‘storia’ di qualunque realtà che lo studioso attento e ‘curioso’ utilizza con particolare entusiasmo. Ma non sempre è possibile la consultazione diretta delle fonti, come nel caso della documentazione prodotta dall’Ordine Certosino che, nel suo eremitismo estremo, precludeva e preclude il contatto fisico diretto con le sue realtà; ecco che allora iniziative editoriali come quella che ha preso l’avvio con l’esperienza di «Analecta Cartusiana», di cui questo volume è un significativo esempio, sono preziosissimi strumenti per la conoscenza e l’interpretazione del mondo certosino.

Attraverso queste pubblicazioni riusciamo, infatti, a percepire quanto il mondo certosino non fosse così ‘impermeabile’ alla realtà esterna alle sue mura quanto si poteva ritenere e nel contempo, ci rendono possibile entrare in un mondo a noi totalmente precluso, conoscerne la sua struttura e le sue modalità di perpetuazione e mantenimento nel tempo di quella ideologia religiosa che ne determinò la nascita.

Giuliana Marcolini

fig. 2- Frontespizio Chartae

Nell’esprimere gratitudine all’amica Giuliana Marcolini, la quale ha redatto tale recensione che ho voluto ospitare su Cartusialover al fine di renderne nota tale pubblicazione e diffonderla a voi tutti.

Vi inoltro il link dove poter acquistare online questo prezioso volume, disponibile all’approfondimento di chiunque voglia studiare gli argomenti in esso illustrati.

https://www.i6doc.com/en/book/?gcoi=28001100197820

Dialogo con San Bruno 4

6 dialogo

Proseguono le domande del certosino giornalista a San Bruno in questa immaginaria intervista. Apprezziamo la domanda e la risposta esaustiva.

Cos’era per te la solitudine?

CG – Padre, per grazia di Dio condividiamo la tua vocazione al deserto. Sappiamo che, come te, anche noi dobbiamo santificarci nella solitudine. Ma poiché lo Spirito Santo ti ha illuminato, come Fondatore, sui misteri di quella solitudine, vuoi dirci qualcosa di cos’era per te la solitudine?

SB – Avrai già notato che nelle mie lettere quasi non mi soffermo sulla solitudine materiale, per quanto essa sia la base e la condizione della solitudine spirituale. Preferisco esaminare la solitudine spirituale di questo elemento così importante del nostro carisma vocazionale.

E la prima cosa che scopro è che la solitudine è un dono gratuito di Dio. Se ci ha chiamati perché l’ha voluto e ci ha portato nel deserto, la solitudine profonda e stabile è una grazia divina ordinata per la realizzazione dei disegni di Dio su di noi.

Perciò ora non posso dirti di meno di quanto dissi ai primi figli: “Rallegratevi della felice fortuna che vi è data e dell’abbondanza della grazia di Dio su di voi. Rallegratevi di aver raggiunto il tranquillo e sicuro rifugio di un porto nascosto” (Lettera ai monaci della Certosa).

Con questo voglio ricordarti ora quanto segue: se la solitudine è una grazia di Dio, dobbiamo esserne grati. Se è ordinata alla nostra vocazione, dobbiamo custodirla con amore preferenziale; essendo una grazia, è evidente che non possiamo conquistarla con le nostre forze; essendo un dono di Dio, è inutile impiegare tecniche umane; infine, essendo grazia vocazionale, è necessario coltivarla con la preghiera, per conservarla, vivificarla, per non lasciarla sprecare o lasciarla sterile a causa della vostra incuria.

Sì, “avete paura di perdere per colpa vostra quella fortuna inestimabile, quel desiderato bene, se non volete rimpiangerlo per tutta la vita» (ib.).

Durante la mia permanenza nel mondo, mi piaceva essere realistico perché la realtà è parte della verità. Ora che sono in paradiso, non voglio nasconderti una realtà che fa parte della solitudine, per quanto tu la sappia.

La solitudine, ti dicevo prima, vissuta con la pace, la gioia e il silenzio che le sono propri, ci permette di vivere con Dio, di stare con Lui senza vederlo, per quanto questo è possibile sulla terra.

Ma quella stessa solitudine ha anche le sue ore buie e dolorose, dure e austere. E che, come dice Guigo, che cito, “esige uno spirito che sia padrone di sé”, cioè uno spirito che sappia e voglia accettare le conseguenze di una scelta coraggiosa, che ha la sua origine nella chiamata di Dio e che è disposto ad accontentarsi di Dio.

Sì, a volte la solitudine è dura. Ma non siate sorpresi di questo: è la durezza della croce. Il deserto, l’esodo dalla sua vita, è stato duro anche per Gesù, e non parlo solo del deserto della Quarantena.

Ma se apprezzi l’essere “soldati di Cristo”, “atleti di Dio”, allarga il tuo cuore e accetta, con gioia, le dure ore della solitudine. Solo con questa generosa accoglienza si può ricevere la ricompensa promessa: «la pace che il mondo non conosce e la gioia nello Spirito Santo» (Lettera a Raul). È questa gioia e questa pace che fanno vivere appieno la vostra solitudine, sono loro che portano al compimento della vostra vocazione.

Mistero Pasquale, Mistero Trinitario (2)

crocifissione

Oggi, venerdì santo, il giorno in cui i cristiani commemorano la passione e la crocifissione di Gesù Cristo, ecco per voi la seconda parte del testo “Mistero Pasquale, Mistero Trinitario”.

Il mistero di Cristo, che è il mistero di Dio che si dona a noi, è nascosto ai nostri occhi superficiali. Solo Dio può farsi capire. Quante volte nel Vangelo (Lc 18,32; Mc 8,17; ecc) sta scritto: “E non capivano quello che diceva…”; i suoi occhi erano chiusi ed anche le sue orecchie, soprattutto quando si trattava di predizioni della passione e morte.

Solo nella preghiera profonda possiamo capire, perché la preghiera è amore, l’amore è comprensione dall’interno. C’è, per così dire, un’incapacità di percepire il disegno misterioso di Dio, ancor più particolarmente riguardo alla vulnerabilità di Dio in Cristo e in se stesso (perché è amore), Dio senza difesa, come Dio nella sua passione. Dio in Gesù diventa vulnerabilità, perché è amore.

Posso dire che mi ci sono voluti 50 anni di vita religiosa per raggiungere la soglia del mistero e capirne un po’, molto poco la sua profondità. La passione e la morte di Gesù rivelano l’amore del Padre per Gesù, l’amore del Padre per noi, l’amore di Gesù per il Padre e l’amore divino del Redentore per noi.

Ecco, io vengo a fare la tua volontà, o Dio”.

Gesù rivela lo Spirito Santo, rivela il suo amore per il Padre, il Padre rivela la sua fiducia in Gesù. E resterà per sempre che l’ultima e decisiva espressione di questo amore divino e tenero è l’esaurimento di un povero uomo svuotato del suo sangue: rivelazione della vulnerabilità di Dio. In quel momento della morte di Gesù, si rivela ciò che è vissuto eternamente in Dio.

È difficile capirlo senza amore; se l’amore è assente dal nostro cuore, non c’è possibilità di comprensione. È lì che possiamo vivere la nostra partecipazione al mistero pasquale, il nostro ‘passaggio’ nella notte dei sensi, nel buio della tomba, dove dobbiamo lasciare le nostre forze (immaginazione, intelligenza, memoria, volontà), nella tomba da cui possiamo uscire luminosi con Gesù. Solo la Parola di Dio può illuminarci, trasformarci e rivelarci ciò che è superiore alla nostra intelligenza.

Il mistero pasquale ci supera e non penetra nella conoscenza umana, come dice l’Apostolo (Ef 3,19), è la rivelazione definitiva della Santissima Trinità.

San Tommaso d’Aquino definisce “Conoscenza per connaturalità”. È l’amore che fa conoscere Dio, la conoscenza conduce all’amore. Non si può conoscere Dio senza amarlo. Chi non lo ama è perché non lo conosce.

Ciò che si rivela nel mistero pasquale è un mistero che esiste in Dio, prima della creazione del mondo. L’esaurimento di Dio nell’incarnazione. Esaurimento totale del Padre nel Figlio e del Figlio nel Padre. Il ruolo del Crocifisso Risorto consiste proprio nel rivelare in modo drammatico e definitivo la Passione del Padre.

Gesù soffre, perché già nella Santissima Trinità c’è una passione d’amore che ha condotto il Verbo al seno a Maria e l’uomo Gesù alla morte di croce.

Si nota la difficoltà di spiegare l’incomprensibile, l’inspiegabile (al di sopra della conoscenza umana). Le parole si moltiplicano per cercare di concepire l’inconcepibile. Dio soffre o non soffre? Risposta: Dio ama.

Il mistero pasquale può essere compreso solo nell’amore e attraverso l’amore.

Mistero Pasquale, Mistero Trinitario

-Ultima_Cena_di_Ottavio_Semino

Ultima cena (Ottavio Semino) certosa Pavia

Cari amici, eccoci giunti anche quest’anno al Triduo pasquale. Ebbene ho scelto per voi un testo del 1989 tratto da un’omelia di un padre priore certosino rivolto alla sua comunità e sul quale vi invito a meditare. Ho diviso il testo in due parti che saranno pubblicate oggi giovedì santo e domani venerdì santo.

Cari fratelli,

Il mistero pasquale si presenta ancora una volta agli occhi dei cristiani, e soprattutto alla loro meditazione, alla loro celebrazione festiva. Un mistero che implica soprattutto un’azione potente e un gesto grandioso di Dio stesso, attraverso il quale il Padre ci salva, attraverso un apparente fallimento – un apparente fallimento della missione di Gesù. È un annuncio silenzioso e meraviglioso di Dio: non c’è empietà umana che possa porre un limite all’amore infinito di Dio. Com’è bello prolungare la nostra meditazione su questa verità! Il peccato umano non pone limiti a Dio. La grandezza e la potenza di Dio si manifestano nel suo amore sovrano. La passione di Gesù, la sua morte e risurrezione insegnano che l’amore di Dio è, e sarà sempre, il più grande.

Il mistero pasquale è un mistero trinitario che possiamo chiamare eterno. Tutto è già vissuto e condiviso in Dio eternamente. La sofferenza immane e disumana di Gesù è una manifestazione umana, esteriore, storica dell’infinita tenerezza in cui Dio vive eternamente. Una cosa è certa: la dimensione trinitaria della croce di Gesù, della sua passione e risurrezione, in cui il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono coinvolti in modi diversi, ma veri.

A proposito, i nostri Statuti ci invitano alla preghiera contemplativa, all’umile tensione contemplativa di una vita silenziosa, dove il nostro cuore partecipa alla pienezza del mistero in cui Cristo, crocifisso e risorto, ritorna al seno del Padre.

Sì, il mistero dell’amore di Gesù martire, morto e risorto, lo possiamo comprendere solo nella preghiera. Bisogna ricordare che un minimo grado di intimità con Gesù e con il Padre può essere raggiunto solo attraverso la partecipazione alle sue sofferenze, conformandosi alla sua morte (Fil 3,10). Non si tratta necessariamente di camminare alla ricerca della sofferenza, ma di saper accogliere con saggezza, con coraggio, con fede, con amore, la piccola sofferenza che avviene nella nostra vita, perché ci unisce – con la preghiera in modo speciale – a Gesù nel suo mistero pasquale, nella sua obbedienza al Padre attraverso le mille mediazioni umane e le circostanze impreviste e, talvolta, previste della nostra vita quotidiana.

Sì, il mistero pasquale, il mistero trinitario in cui il Padre ha compassione perché il Figlio soffre, ci insegna che la sofferenza ha in sé il suo significato e la sua soluzione, alla luce della passione e della risurrezione, opera del divino Spirito Santo. La sofferenza con fede ci fa scoprire la ragione della sofferenza, la preghiera illumina il cuore e comprendiamo che non siamo capaci, dopo il peccato, di camminare con Dio e di progredire nella santità, senza sofferenza, senza rinuncia, senza croce. È chiaro, quindi, perché la sofferenza cessa di essere un problema per i Santi e diventa una grazia, come dice l’Apostolo: «A voi è stata data la grazia non solo di credere in Cristo, ma anche di soffrire per lui» (Fil 1, 29). È un onore per noi essere trattati dal Padre come ha trattato l’amato Figlio, non è solo un onore, è la manifestazione di un amore di predilezione.

Alla luce della fede che ci viene dal mistero pasquale, dall’ingiusta sofferenza del Figlio di Dio e dalla tenerezza del Padre che lo accompagna nella sua passione e lo risuscita, siamo convinti che non c’è preghiera inutile, per quanto miserabile possa essere, né c’è un problema senza soluzione, né contraddizione o sofferenza che non sia per il nostro bene, che non sia partecipazione al mistero pasquale, attraverso il nostro inserimento – attraverso il battesimo e l’Eucaristia – nel mistero pasquale del Signore Gesù, mistero trinitario della nostra salvezza e santificazione.

CONTINUA…

Il digiuno grato a Dio del certosino (parte seconda)

5

Ecco per voi la seconda parte del sermone di un certosino sul digiuno.

La domanda allora sorge qui: davanti a Dio, cosa aggiunge la materialità dell’astenersi dal mangiare qualcosa? Ebbene, con la Morale della Chiesa, va detto che, nella sua essenza, nulla di nuovo accresce l’intenzione interiore del digiuno, perché, con quella determinazione della volontà, si è già generato un cosciente “atto umano”, accompagnato da quell’atto con una morale concreta. L’esempio di Abramo che decise di immolare suo figlio, ma che gli fu detto di non farlo alla fine, e che fu computato come tale; e l’esempio di colui che aveva solo fortemente desiderato una donna ed era già stato considerato peccato, parla da sé di questa realtà (cfr Gen 22,10-13; Mt 5,28). Nel caso di voler fare vera penitenza, per la virtù essenziale, il penitente richiede solo il fatto di essere stato sincero nel rinnegare se stesso per amare il Signore. Tuttavia, il fatto di rinnovare tale abnegazione di fronte alle difficoltà sorte, mettendo in pratica la privazione del mangiare, fa moltiplicare gli atti interiori (gli “atti umani”), e in questo sta il suo merito, come i moralisti spiegare. Ma seguiamo l’insegnamento del Pastore di Erma perché, stando nelle nostre mani, possiamo aggiungere la suddetta materialità: “Farai così: una volta che ciò che è scritto sarà compiuto, il giorno in cui digiunerai non assaggerai nulla, se non per essere pane e acqua; e del cibo che avevi programmato di mangiare, calcola il costo corrispondente per quel giorno e dallo a una persona bisognosa. E così praticherai l’umiltà, affinché chi riceve il tuo atto di umiltà possa saziare la sua anima e pregare per te il Signore”. Nella Comunità Monastica certosina, dove pratichiamo l’elemosina in comune attraverso i responsabili della nostra fraternità, forse non è nelle mani di ciascuno fare quel “calcolo del cibo che si proponeva di mangiare” e darlo ai poveri, ma sì, è offrire a Gesù solidarietà a tanti nostri fratelli e sorelle che oggi non mangeranno, e chiedere a Dio per loro, nella nostra preghiera, il nostro pane quotidiano. Se lo faremo, ci saranno rivolte le ultime parole del Pastore: “Se dunque farete il digiuno come vi ho comandato, il vostro sacrificio sarà gradito a Dio e sarà iscritto a vostro credito; e il servizio così svolto è buono e gioioso e gradito al Signore” (Confronto 5, L, 1-4; III, 4-9).Immersi in questa realtà delle disposizioni interiori, ci stupiamo che i nostri Statuti affermino, ad esempio, che «i novizi si abituano gradualmente alle astinenza e ai digiuni dell’Ordine, in modo che tendano al rigore dell’osservanza con prudenza e sicurezza, sotto la direzione del Maestro”(16,5). Sì, nei casi di penitenza corporale, il Superiore deve vigilare non solo sulla forza fisica dei monaci che Dio gli ha affidato, ma anche su qualcosa di non meno importante: affinché tale osservanza penitenziale traspaia per il suo spirito evangelico e non farisaico . “Così – prosegue il testo precedente degli Statuti – impareranno a reprimere le opere della carne, e a portare nel loro corpo la mortificazione di Gesù, perché anche in loro si manifesti la vita di Gesù” (Idem.) Questo è lo spirito al quale dobbiamo aspirare in tutti i nostri atti penitenziali. San Paolo VI, nella sua celebre Enciclica: “Pœnitemini”, n.10, diceva a tutto il Popolo di Dio che la Chiesa: “soprattutto insiste affinché le virtù della penitenza si esercitino nella fedeltà perseverante ai propri doveri. accettando le difficoltà derivanti dal proprio lavoro e dalla convivenza umana e dalla paziente tolleranza delle prove della vita terrena”. Ma, oltre a ciò, ha aggiunto, la Chiesa «invita tutti i cristiani indistintamente a rispondere al precetto divino della penitenza con qualche atto volontario, al di là delle rinunce imposte dal peso della vita quotidiana». Per concludere, e come sintesi di tutta questa dottrina e pratica di penitenza, ascoltiamo ancora una volta ciò che la nostra stessa Regola di vita, come voce speciale di Dio per noi, ci dice al riguardo: «Cristo ha sofferto per noi, dandoci l’esempio, in modo che possiamo seguire le loro orme. Cosa che facciamo già, accettando le fatiche e le angosce della vita, già abbracciando la povertà con la libertà dei figli di Dio e rinunciando alla nostra volontà. Secondo la tradizione monastica, è anche nostra responsabilità seguire Cristo quando digiuna nel deserto, punendo il nostro corpo e riducendolo in servitù, affinché la nostra anima brilli del desiderio di Dio”. E poco dopo: «Ciò che il Signore non può offrire per l’osservanza comune, lo deve supplire in altro modo, rinnegando se stesso e portando ogni giorno la croce» (16,1 e 3). Il Padre di ogni dono perfetto benedica con il suo Spirito lo sforzo di ciascuno di seguire così Cristo, e la Vergine Maria, rifugio dei peccatori, ci insegni e ci aiuti ad assomigliare sempre più al suo Figlio portando la croce di ogni giorno.. , per il suo amore e per la salvezza dei nostri fratelli, affinché anche noi possiamo essere un giorno coeredi nel Regno del suo Figlio prediletto. Così sia.

(Un certosino)

Il digiuno grato a Dio del certosino

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Per questo periodo di Quaresima, voglio offrirvi questo sermone di un certosino, il quale ci riferisce del digiuno grato a Dio. Ho diviso in due parti il testo alquanto lungo, ma molto prezioso. Vi invito a leggerlo ed a meditare su queste sublimi parole.

Seguiamo Cristo quando digiuna nel deserto, castigando il nostro corpo e riducendolo in servitù, perché l’anima nostra risplenda del desiderio di Dio” (St. Cart 16,1) .

In questa vita non c’è niente di così bello o di riempire il cuore, come camminare nella verità. Non siamo certo noi a dirlo, ma Gesù stesso: «Se rimarrete fedeli alla mia Parola, sarete veramente miei discepoli e conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8, 31-2) . Tutti vogliamo camminare come camminò Cristo e, per questo, vogliamo accompagnarlo con alcuni segni di penitenza esteriore e preghiere finalizzate alla propria conversione, perché, ripetiamo, non c’è niente di più bello che camminare nella verità, e, applicandolo alla penitenza, deve essere vero, affinché il giorno in cui la pratichiamo, a: “Giorno santo in cui l’uomo si umilia davanti al suo Signore e Padre. Un giorno gradito al Signore” (Is 58,5). Nell’Antico Testamento vediamo che c’erano giorni e tempi di penitenza, ma Gesù si lamentava di quei giorni dicendo: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me” (Mt 15,8). Il momento storico in cui viviamo corrisponde a quello di cui il Salvatore disse: “Verranno giorni in cui lo sposo sarà loro tolto; allora (i miei discepoli) digiuneranno” (Mt 9,15). La nostra Madre Chiesa pone un’enfasi speciale sul fatto che la penitenza mostrata dal digiuno va oltre la materialità stessa del digiuno. È in questa prospettiva che vorremmo rinnovarci nel santo coraggio di cui abbiamo bisogno per aspirare all’autentica penitenza che il Signore si aspetta da noi. Iniziamo queste modeste riflessioni dicendo che, prima dell’Incarnazione del Figlio di Dio, nell’antico popolo di Israele, alcuni non coglievano il significato profondo e il valore dei “giorni santi” di penitenza – diciamo qui, alcuni, non tutti -, e credevano che tutto il loro valore risiedesse nel negare il cibo del corpo in misura maggiore o minore. Più è stato negato, più valore ha avuto; se MENO, allora MENO. In un simile proposito, tutto dipendeva dalla materialità, cioè dalla lettera, non dallo spirito. Per questo non ci sorprendono le lamentele del Signore attraverso la voce dei Profeti o, a volte, quelle di Gesù stesso, sulla vacuità del contenuto essenziale della penitenza praticata con così poco fondamento interiore. Oggi viviamo nella “pienezza del tempo” in cui godiamo del “Mistero di Cristo”, quindi, prima di tutto, dobbiamo ascoltare lo stesso Redentore dell’Uomo che ci dice esattamente cosa si aspetta Dio quando ci chiede di digiunare. “Quando digiuni, non fare la faccia triste, come gli ipocriti, che si sfigurano il viso affinché gli uomini possano vedere che stanno digiunando; in verità vi dico che hanno già ricevuto la loro paga. Quando invece digiuni, profumati il capo e lavati la faccia, perché il tuo digiuno sia visto non dagli uomini, ma dal Padre tuo che è là, in segreto; E il Padre vostro, che vede nel segreto, vi ricompenserà» (Mt 6,16-18). Chi sonda i cuori va dritto al cuore dei suoi figli. Vediamo prima di tutto in quale direzione volgiamo i nostri cuori. Se cerchiamo di onorarlo solo con le nostre labbra, essendo il nostro cuore lontano, o lo cerchiamo (cfr Mc.6,6-7). Già il Precursore ci invitava a convertirci (cfr Mc 1,15). La stessa parola: “con-vertire“, ci sta già parlando di volgersi verso… Dio. Abbiamo parlato del pericolo di non comprendere bene la mortificazione nell’Antico Testamento, ma la verità è che finché le radici del “vecchio uomo” rimangono nella nostra carne, dobbiamo tutti fare in modo che non crescano nelle pieghe del il nostro cuore, infettando anche le stesse opere di virtù che pratichiamo. Non saremo noi a mettere i punti sulle i. Ascolteremo insieme un autore della seconda generazione cristiana, Erma, nella sua celebre opera: “Il pastore”, scritta in Italia nell’anno 150 della nostra era. Dice questo dell’astinenza: “Vi insegnerò cos’è un digiuno completo, gradito al Signore: Dio non vuole un digiuno vano come quello (puramente materiale); perché digiunando così, per Dio, non farai nulla per la santità. Invece, offri a Dio un digiuno come questo: non fare nulla di male nella tua vita e servi il tuo Signore con cuore puro; osserva i suoi comandamenti camminando nei suoi precetti e nessun desiderio malvagio salirà nel tuo cuore. Crede in Dio. Se fai questo e temi Dio ed eviti tutte le azioni malvagie, vivrai per Dio. Se fai questo, farai un grande digiuno gradito a Dio. Erma pensieroso se il suo interlocutore ha capito bene, se ha visto non solo l’importanza delle disposizioni interiori, ma anche quale sarà il vero digiuno, ripete ancora: “Questo digiuno (di astenersi dal cibo) è buono se si osserva il comandamenti del Signore. Così, dunque, il digiuno che farai lo realizzerai così: prima di tutto, guardati da tutte le cattive parole e da tutti i cattivi desideri, e pulisci il tuo cuore da tutte le vanità di questo mondo; se lo farai, questo sarà il digiuno perfetto per te”. Quale chiarezza evangelica, fratelli, traspare in questa mostra. Lascia qui semplicemente espresso, in che cosa consiste l’astinenza e in che cosa consiste il digiuno perfetto: L’anima che vuole offrire a Dio una penitenza, deve proporsi, con grande determinazione del suo cuore, di bandire da sé ogni desiderio che dispiace a nostro Signore. E questo, contraddicendo non poco il suo orgoglio e autostima. Chi agisce in questo modo, secondo l’espressione di Erma, pratica un “digiuno perfetto”. “Un digiuno veloce…!” Che bella espressione!

CONTINUA….

Dialogo con San Bruno 3

6 dialogo

Proseguono le domande del certosino giornalista a san Bruno in questa immaginaria intervista. Apprezziamo la domanda e la risposta esaustiva.

CG – Padre, prima mi avevi detto che avevi un’anima sentimentale. Me lo vuoi spiegare? È perché a volte mi lascio trasportare dai sentimenti.

SB – Per favore, non fraintendere quell’espressione. Tutto il vero amore è sentimentale, in quanto agisce su un essere per natura pieno di sentimenti.

Se guardi bene, Dio stesso ci ha mostrato i suoi “sentimenti” per noi in modo molto sensibile e pieno d’amore: lo ha mostrato donandoci ciò che più amava, il proprio Figlio. E hai già visto nel Vangelo che il Figlio ci ha mostrato ugualmente la grandezza del Suo amore attraverso tutti i sentimenti propri dell’essere umano.

Te lo dico perché tu non escluda sentimenti d’amore e le sue diverse manifestazioni nella tua vita umana e certosina. Il nostro essere umano e divino non deve fare a meno di ciò che Dio ha posto in lui. Devi contare su questo nel tuo cammino verso Dio.

Ma attenzione! Non far consistere tutto in “sentimenti”, né lasciarti trasportare da un amore puramente sentimentale. In questo modo non andresti molto lontano.

No, figlio mio, la vita contemplativa, il cammino di santità che ho percorso e che tu devi percorrere, non consiste nel lasciarsi guidare dai sentimenti, né nel formulare teorie sublimi, né nell’avere belle idee, né cercare meravigliose ricette di santità, né immaginare questo o quello… È qualcosa di molto più semplice: consiste nel cercare ed impiegare i mezzi più semplici, più adatti ed efficaci per raggiungere Dio, così come siamo: corpo e anima.

Per questo ho lasciato scritta quella frase che fa piacere a molti, ma che non tutti lo fanno: «Nella solitudine, l’anima pratica un ozio molto laborioso e riposa in un’attività tranquilla» (Lettera a Raul).

E perché non ci fossero dubbi su quello che volevo dire, ho subito aggiunto: “Qui, per la fatica del combattimento, Dio premia i suoi atleti con la desiderata ricompensa, che è «la pace che il mondo ignora e la gioia nel Spirito Santo» (Ib.).

Potresti già conoscere l’avvertimento che ci ha lasciato Sant’Ambrogio: “La grazia dello Spirito Santo non ammette dilazioni”. Egli non le ha acconsentite in me né te le ammetterà. Dopo aver ascoltato la chiamata, è urgente dare la risposta e procedere con essa. E dobbiamo entrare nel combattimento e diventare “atleti di Dio”.

Ciò implica: entrare con coraggio in questo movimento radicale che ci conduce all’Assoluto e lasciamoci dominare dalla forza dell’Amore, e presentandoci completamente vuoti di tutto, affinché non rimanga in noi altro che il “desiderio di Dio”.

CG – Ma perché?

SB – Perché solo questo desiderio, mosso dall’amore, dà forza all’anima per abbandonare ricchezze e grandezza, gli onori e gli amici, i successi e le vanità del mondo.

La mia vocazione, quella santità di cui mi interroghi, ha cominciato a realizzarsi quando ho preso la ferma decisione di «abbandonare presto il mondo, per conquistare l’eterno e ricevere l’abito monastico” (Lettera a Raul).

Sì, dal momento in cui ho fatto questo proposito, sono stato – ed è questa la rivelazione del mio segreto – sedotto da Dio per sempre, dalla sua immensa Bontà, vissuta da me come la pienezza suprema dell’amore, della pace e della gioia. E quella Bontà è stata per me quel fuoco che, come divorò l’anima del profeta Geremia, divorò la mia anima, ma di cui non potevo né volevo prescindere.

Questa è stata la grazia di Dio per me, o meglio per la nostra vita contemplativa: un orientamento totale a Dio; non per le sue opere o creature, né per le sue meraviglie, anche dentro di noi; solo per Lui, che ci ha affascinato con il suo amore e “ci ha portato nel deserto per unirci a Sé in un amore intimo”.

Quindi, se vuoi essere santo, lasciati santificare. Questo significa: lasciati dominare dalla forza dell’amore e della bontà di Dio.

Non è pensare troppo a te stesso che sarai in grado di progredire in santità, ma amando con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le tue forze l’unico Amore, l’unico Bene degno di questo Nome.

In questo amore, in questa vita d’amore nel deserto, è la nostra santificazione, la nostra vocazione.

In questa esperienza Dio ci fa comprendere, in qualche modo, che vuole essere totalmente nostro e ci insegna ad essere totalmente Suo. Da questo sentimento nasce in noi il desiderio di Dio di cui ti ho parlato. Un desiderio veemente, immenso, una fame profonda e insaziabile che non si sazia di nessun dono di Dio, ma dell’autore di tutti i doni.

È questo desiderio, che diventa così ardente, che ci spinge a perseguirLo con fervore in tutto ciò che facciamo. Non misuriamo ciò che otteniamo, solo ciò che ci manca. Ciò che ci nutre è la Bontà di Dio, ma sperimentiamo che non possiamo esaurirla. Sentiamo la sua infinita grandezza, ma vediamo che non possiamo abbracciarla. Lo sentiamo vicino a noi e siamo scontenti di non poterci immergere in Lui. E per quanto il desiderio sia un fuoco divorante, non possiamo smettere di essere ciò che siamo. Dio attiva il desiderio, facendoci capire che vuole essere nostro, e riattiva la nostra attività per amare quella Bontà eterna; e per amarla ci fa conoscere qualcosa della sua grandezza infinita; ci immerge nella sua immensità. E più gustiamo, più vogliamo gustare ciò che ci dona, perché sentiamo che la sua Bontà è immensa, incomprensibile, insondabile, infinita.

Tutto questo si comprende benissimo dentro… ma non si può ancora entrare.

Vuoi un modo efficace per raggiungere questo obiettivo, finché dura il tuo pellegrinaggio nel deserto? Sì? Quindi eccolo qui:

Cerca Dio con tutto l’ardore del tuo cuore.

Cerca quello sguardo puro che ferisce d’amore lo Sposo.

Cerca la tua santificazione attraverso un grande amore per Dio e per i tuoi fratelli.

6 copertina tonda

Dialogo con San Bruno 2

6 dialogo

Proseguono le domande del certosino giornalista a San Bruno in questa immaginaria intervista. Apprezziamo la domanda e la risposta esaustiva.

Qual’è il segreto della tua santità?

CG – Caro Padre: siamo convinti che le esigenze di questa vocazione ci guidano alla santità. Perdona la mia audacia, ma vorrei conoscere il segreto della tua santità, il ritmo profondo della tua anima. È una lezione che mi starebbe molto bene. Vuoi rispondermi?

SB – Nella Lettera al mio amico Raul, che conosci bene, ti ho lasciato alcuni elementi, attraverso i quali puoi soddisfare i tuoi desideri. Tuttavia, poiché attualmente sono, grazie a Dio, libero dal pericolo di vanità, ti spiego un po’ di quello che vuoi sapere.

Ricorda che in quella Lettera ti ho lasciato un “Canto di solitudine”; cioè l’esperienza personale della mia vita nel deserto, del mio incontro con Dio.

E credi a quello che ti sto dicendo, non erano belle frasi o figure retoriche che ho cercato di offrire al mio amico, che volevo vedere con me, vivendo la stessa vita. Ho voluto dargli un riassunto dei frutti che il contatto con Dio nel deserto lascia nell’anima e illustrarlo con alcune figure bibliche.

In un secondo paragrafo ricordo al mio amico – e ora anche a te – il processo della mia conversione e vocazione come un fatto che ha segnato tutta la mia vita e che è sempre rimasto vivo nel mio spirito, come il giorno in cui ci siamo incontrati insieme nel giardino della casa di Adam.

Poi, in un terzo paragrafo, puoi trovare la “chiave” per scoprire il segreto del mio cuore.

Mi interroghi, infatti, sul segreto della mia santità, quello che chiami “motore” o “ritmo” della mia anima.

E cosa potrebbe essere se non Dio, l’unico Bene? Esiste – ti chiedo anche io – esiste un bene paragonabile a Dio? C’è qualche altro bene al di fuori di Dio? “Davanti all’incomparabile splendore di questo Bene, ogni anima che desidera la santità arde nel fuoco dell’amore”. Questo è stato il mio segreto; il motore del mio cuore; il ritmo della mia anima.

Ma se questo non è abbastanza per te, ammettendo la tua fiducia filiale, ti dirò di più.

Dio mi ha donato un’anima ardente ed effusiva e, allo stesso tempo, dotata di grande sensibilità. Puoi dimostrarlo vedendo, ad esempio, l’affetto che mostro al mio amico e ai figli lontani, nonostante gli anni passati.

E siccome “dall’abbondanza del cuore, la bocca parla”, io non ho dubbi nell’esprimere queste qualità usando il linguaggio dell’amore umano. Non dimenticare che “la grazia non distrugge la natura, ma la perfeziona”.

Perciò: parlo degli innamorati del deserto, dello sguardo sereno che ferisce d’amore lo Sposo, dello sguardo puro che vede Dio, delle figure bibliche femminili che rivelano tenerezza e affetto – Rachele, la Sunamita, Maria di Betania… Con questo modo di procedere e queste figure ho voluto esprimere la profondità del mio incontro con Dio in solitudine, della mia unione con Lui.

Prima ho menzionato il mio soggiorno nel giardino di Adam, così importante per la mia vita. Ora aggiungo che, in un momento di quel colloquio, la Grazia ha toccato con forza il mio cuore e ho notato che in quell’istante lui è stato diventato prigioniero di Dio per sempre. Sì, mi sono donato a Lui e non ho mai voluto recuperare ciò che avevo dato: tutto il mio essere.

Chiudi la porta alle inquietudini

certosino e sole che sorge

In questo articolo, voglio condividere con voi il testo di un certosino, il quale ci invita a non farci turbare dall’ansia e dalle preoccupazioni. Egli ci esorta con parole semplici ma profonde ad abbandonarci al volere di Dio. Meditiamo!

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L’ “inquietudine” pesa sullo spirito, sul cuore, su ogni anima. Avvelena l’esistenza. Qualunque cosa tu debba fare. Qualunque siano le tue responsabilità materiali o spirituali, non intrappolare la tua anima e non permettere mai che l’irrequietezza ti disturbi. Tutto quello che devi fare nella religione è la Sua opera. Fai ciò che puoi generosamente, sapendo che il successo dipende solo da Lui, non dalle tue capacità. Se non cerchi la tua gloria in nulla, vivrai in una pace immutabile, anche se hai ancora molto da fare. C’è solo una cosa da temere: il peccato. Le vie di Dio non sono le nostre. Gesù trionfa sul fallimento. Nulla è cambiato in venti secoli. Siate diligenti, e mettetevi i mezzi: è la volontà di Dio. Ma sii persuaso che nulla avrà successo se non Lui. Se Lui non lo vuole, accetta il fallimento, così come tutte le sue umilianti e spiacevoli conseguenze. Allora sarai libero. Fai ciò che Dio vuole: questo è ciò che conta; non avere successo. È così rassicurante pensare che il Padre ha nelle sue mani il mondo ed i cuori di tutti gli uomini! Tutto accade perché Lui vuole; non si fa nulla che Egli non permetta. Perché preoccuparsi di vane preoccupazioni? Metti in atto ciò che è in tuo potere, ma in tempo utile. Rifiutatevi di riflettere sul momento che appartiene a Dio: preghiera, lettura, grande silenzio da Compieta a Prima. In caso contrario, la serenità della tua anima è finita. Contemplate la mirabile calma di Gesù davanti a un compito che abbraccia l’intera terra e l’intero genere umano. Illumina con poche parole. Salva con l’immobilità e il silenzio della Croce. Ogni umana prudenza non invaliderà la sua parola: «Quando sarò elevato da terra, tutto attirerò a me» (Gv 12,32). Gli Apostoli, i grandi “convertitori”, i santi non hanno mai sacrificato, in fretta, il loro colloquio con Dio. Hanno affidato tutto alla sua Provvidenza, e non hanno mai dubitato di Lui. Sono ammirevoli le realizzazioni, anche temporanee, dei veri contemplativi, così come l’idea sterile dell’agitazione di affari che non gli sono ordinati. Il puro amore di Dio è un filtro. Espellerà dalla tua anima non solo tutto ciò che le è contrario, ma anche ciò che non la nutre. Si opporrà a qualsiasi rumore capace di soffocare o alterare la Sua voce: “Dum medium silentium tenerent omnia, et nox in suo cursu medium iter haberet, omnipotens sermo tuus, Domine, from coelis to regalibus sedibus venit“: “Un silenzio avvolse tutto, e , nel cuore della notte la sua carriera, la tua Parola onnipotente, Signore, è venuta dal trono regale dei cieli” (Sap 18,14-15). Dio viene quando tutto dorme sulla terra, tutto ciò che è della terra.