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Mistero Pasquale e solitudine

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In occasione della Santa Pasqua, voglio farvi giungere i miei più cordiali e sinceri auguri di pace, salute, gioia e serenità. Una splendida meditazione di un certosino,è il contenuto dell’articolo che ho scelto per voi, spero che la sua lettura possa riempirvi il cuore di gioia.

B u o n a   P a s q u a

Mistero Pasquale e solitudine

Presentare il mistero della solitudine come un incontro glorioso con Dio è eccitante, ma non rimaniamo con le sole parole. Per Gesù il mistero pasquale, è compiuto una volta per sempre. Il suo incontro con Dio era pieno fin dal primo momento e la sua rottura con il mondo fu definitiva, per noi non è la stesso: un livello di realtà esterna, il nostro passaggio da questo mondo al Padre, c’è ma con speranza; Quanto a noi, vediamo che la seduzione del mondo strofina le spalle con la purezza della risurrezione. L’esperienza quotidiana ci ricorda che una parte di noi stessi è ancora bloccato nel peccato, legati da molteplici contingenze di questo mondo, siamo legati disordinatamente a ciò che amiamo. Ogni giorno, quindi, dobbiamo approfondire la solitudine, vivere il mistero pasquale e passare da questo mondo al Padre, attraversando il nostro interiore.Questa Pasqua quotidiana condotta principalmente nella nostra osservanza monastica, nello sforzo ascetico e nella preghiera personale. Questa Pasqua ci dona il senso profondo della nostra vocazione. Pasqua non è un obiettivo, ma un punto permanente di partenza, una rinnovata scoperta di chiamata di Dio che ci invita a lasciare tutto: la casa di nostro padre, il nostro ambiente conosciuto per andare dopo di Lui alla terra che ci ha dimostrato.In queste condizioni, è normale che la nostra osservanza rimane marcata con il sigillo dell’infinito. Il suo unico significato è quello di stampare in tutta la nostra esistenza quell’aspetto di passaggio continuo del contingente per l’eterno, il relativo all’assoluto, dal molteplice all’Unico. Non è questo il momento di mostrare come questi propositi si realizzano nei principali aspetti della nostra vita esteriore: effettiva separazione dal mondo, la stabilità, il silenzio, la penitenza, etc. La cosa importante è far notare come tutte queste cose non hanno senso se non sono per noi un riflesso della chiamata di Dio per giungere a Lui, superando qualsiasi considerazione inferiore. Tuttavia, vorremmo rimanere sulla superficie del mistero se ridurremo la nostra solitudine alle semplici dimensioni che ho appena citato: l’osservanza ed il nostro sforzo personale. Il nostro vero passaggio dal mondo al Padre si realizza in Cristo e per Lui. È soprattutto l’intimo mistero della Chiesa, a cui apparteniamo, che si realizza senza sosta tra tutti i suoi membri, e che dovremmo sentire come il centro di risonanza magnetica spirituale. La vita della Chiesa è costantemente la Pasqua di Cristo quotidiana, estesa fino ai confini del mondo, realizzata in tutti gli uomini e che trova un’espressione privilegiata nella nostra solitudine. Inoltre, il mistero pasquale è l’Eucaristia che celebriamo quotidianamente, l’Eucaristia è messa a nostra disposizione dal Signore per farci assimilare questa esperienza come se la avessimo vissuta noi in prima persona la Pasqua dal momento della cena fino alla Ascensione alla destra del Padre Nostro. Il nostro autentico ingresso in solitudine, la nostra comunione è dunque sempre rinnovata nel passaggio di Gesù sempre disponibile in questo Sacramento. Con Lui, ogni giorno ci separiamo dal mondo per penetrare nel seno di Dio. Essere come Gesù risorto, nascosto da occhi umani può essere straziante, ma è ciò che ci permette di essere presenti a coloro che amiamo, tutta la Chiesa, per tutta la creazione in un modo simile a come lo è il Signore. Quando ha annunciato ai suoi discepoli che spariva dai loro occhi, mentre insisteva sul fatto che sarebbe stato con loro, in modo più profondo, più intimo: “Vado e tornerò a voi” (Gv 14,28). Anche noi, se ci lasciamo assimilare dalla ” solitudine-immagine di Dio”, noi diciamo: “E ‘opportuno che io vada, se non vado, non potrò venire a voi il Consolatore; se me ne vado, lo manderò” (Gv 16.7). Con Cristo e in Lui ci è concesso di poter comunicare agli altri lo Spirito confortante, lo Spirito di amore e di verità. Così si dovrebbe concludere l’itinerario pasquale del solitario. La sua cella, il suo deserto diventano manifestazione visibile di Dio segno che vi dà il benvenuto in sé. Incontro che si realizza nello Spirito per il Figlio per la gloria del Padre e che si irradia su ogni creatura. Tali viste sono contenute in un paio di frasi brevi, ma in poche parole non possono esaurire la ricchezza contenuta. La nostra solitudine, considerata sotto il bagliore, lo splendore della Resurrezione di Salvatore, è un mistero che contempliamo incessantemente con amore e vivere nella fede.

(Un certosino)

 

La morte di Gesù

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Crocifissione Bartolomeo Cesi (certosa di Bologna)

In occasione di questo Venerdi santo, voglio offrirvi un estratto da un omelia di un certosino, che ci illustra in maniera semplice ma profonda il significato ed il senso della sofferenza.
La morte di Gesù in modo così tragico e disumano, a prima vista, è un fallimento, senza alcun sostegno, da parte del Padre. Ma in realtà esegue il compimento salvifico che rivela l’amore nell’obbedienza e la solidarietà con noi. Il Padre non protegge il Figlio al momento della sua Passione, ma lascia che Egli manifesti fino alla fine la sua fedeltà alla missione ricevuta e la sua incrollabile fiducia nel Padre. Nella risurrezione di Gesù avremo la pienezza della rivelazione. Gesù rivela quanto il Padre lo ama e gli dà la sua fiducia; nella sua obbedienza al Padre, Gesù rivela il suo amore filiale e lo offre al Padre anche a nostro nome; e così ci rende figli come Lui, figli del Padre, attraverso l’azione del suo amore che è lo Spirito Santo. In altre parole, dall’alto della croce Gesù proclama: “Chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv 14,9). Egli proclama più che con le parole, lo proclama silenziosamente nel suo atteggiamento. Il Padre ha così grande fiducia nel Figlio che lo consegna a noi e per noi; ed il Figlio riceve e percepisce questa fiducia e la fa sua. “Chi ha visto me ha visto il Padre…Io sono nel Padre e il Padre è in me” (Gv 14).
Dal momento della morte di Gesù, ciò che nella vita umana era stupidità diventa un valore supremo, perché tutta la sofferenza unita alla sofferenza di Gesù diventa redentrice, diventa il percorso che ci purifica e ci porta alla risurrezione. A nessuno piace soffrire. La nostra reazione e la nostra difesa naturale davanti alla sofferenza e la rinuncia, è spontanea e comprensibile. Però quando ci svegliamo o quando siamo aperti e vigili, la nostra fede ci fa scoprire una ricchezza nella sofferenza: il dolore ricevuto come un dono di Dio è l’inizio della risurrezione; poi cominciamo a risorgere, trasformiamo ciò che è odioso in valore di salvezza e offerta d’amore.
È stato scritto che quando Dio ci sottomette alla sofferenza con la sua mano sinistra, la sua mano destra è già occupata a tenerci ed a sostenerci, ed il suo cuore occupato a rafforzarci ed a consolarci. Il suo disegno è sempre un disegno di amore per noi, un piano che ci conduce ad una fioritura a quello per cui siamo stati creati: per sempre figli di Dio, chiamati alla sua vita, alla sua luce, al suo amore, alla sua gioia.
Riconoscere nella morte di Gesù e nel silenzio del Padre, in questo dolorosissimo momento, il segno più eloquente dell’amore divino e della misericordia del Padre per noi, è una grande grazia che può e deve illuminare la nostra vita e la nostra filiale e umile partecipazione alla passione di Gesù e nel suo valore salvifico.
La fedeltà del Padre a suo Figlio va oltre la morte; di esso la risurrezione sarà il segno toccante. Un segno che vale anche per noi nelle nostre prove. La fedeltà e la vicinanza del Padre ci è garantita e promessa, come lo è stato per Gesù. La prova è sempre un segno di benedizione. Per quale motivo? Perché Colui che nella sua morte appare agli occhi umani sfigurato e senza bellezza, al punto da costringere gli spettatori a deviare il volto, come è scritto in Isaia (servo sofferente 53,2-3), rivela pienamente la bellezza e la forza dell’amore divino, proprio sulla croce, che purifica e salva l’umanità (Vita Consacrata di Giovanni Paolo II, nº 24).

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Gli Effetti della Grazia (II)

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Eccovi, cari amici, la seconda parte della meditazione sugli effetti della Grazia.

Gli Effetti della Grazia

(parte seconda)

La timidezza spirituale, che è una forma insidiosa e mascherata dell’amore di sé, è solo smascherata e respinta per la luce della grazia. La delusione di non potere niente e non valere niente, diventa gratitudine, lascia evidente che dobbiamo consegnarci a Dio stesso. Così entriamo nel rapporto perfetto che deve unire la creatura perduta ed il Salvatore che la trova e la salva. Siamo i beneficiari senza alcun merito da parte nostra, mentre Egli è il donatore ed il dono inestimabile. “Che cosa possiedi, che non l’abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevuto?” (I Cor 4,7).

Il nostro ardore vile a cercare la considerazione e le grazie degli uomini, ha la fonte nella nostra mancanza di interesse per le meraviglie che la Grazia vuole operare in noi e la nostra cecità, davanti alla dignità di figli di Dio. La gelosia e l’ambizione che avvelenano la vita dell’uomo non hanno altra radice che l’ignoranza dei suoi privilegi divini. L’orgoglio e la vanità non sono basati su un apprezzamento esagerato, ma su un apprezzamento insufficiente per ciò che è nostro, se lo vogliamo accettare. C’è un senso di inferiorità che è un insulto a Dio ed un grave pericolo per l’anima. La psicoanalisi parla della repressione degli istinti, ma ignora il rifiuto delle ispirazioni divine, i cui effetti sono infinitamente più dannosi all’essere razionale. È questo complesso che conduce l’anima a piegarsi al mondo materiale, dopo su se stessa e, infine, ad atrofizzarsi. Urge strappare questo germe della morte che è il disprezzo del nostro vero destino e del dono di Dio. “Spogliatevi dell’uomo vecchio, quello del precedente comportamento che si corrompe inseguendo seducenti brame, rinnovatevi nello spirito della vostra mente e rivestitevi dell’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità della verità” (Ef 4, 22-24).

Dobbiamo obbedire e sottometterci: è la legge di tutta la creazione mentre non è inclusa nell’ordine della grazia. Ma il messaggio di salvezza che ci viene detto è il rimedio per tutte le forme di miseria. Impariamo a vivere secondo l’esempio dello Spirito: se questo sembra una schiavitù agli uomini che non conoscono la chiave del suo essere, noi sappiamo che questo è la libertà più pura. “Vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio. Egli dice infatti: Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho aiutato” (II Cor 6, 1-2).

Ma se in realtà noi siamo privilegiati, la gratitudine ci costringe, dal momento che abbiamo questa consapevolezza, a confessarLo davanti a tutti. Quando Dio è accusato e offeso dalle bestemmie a causa dei mali che gli errori degli uomini hanno attratto al nostro mondo, spetta a noi, che siamo Suoi figli, lodarLo per la sua infinita bontà e misericordia. Ciò che è in gioco è l’onore del Padre nostro, che è costantemente ignorato e offeso. Questo pensiero è un tormento, ma è anche una scintilla che accende l’anima e la spinge a darsi completamente. Così l’uomo vuole, almeno secondo le sue forze, dare gloria a Dio per tutta la creazione. Non c’è più nobile passione né più ardente di questa impazienza del figlio di rendere gli onori che sono dovuti al Padre, l’impazienza di agire e soffrire per dare la vita affinché Lui riceva ciò che gli altri gli rifiutano. Tale liberalità è una ricchezza infinita e in questo senso si dice: “Infatti a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza. Ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha” (Mt 25,29).

(Un certosino)

Gli Effetti della Grazia (I)

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Vi propongo una nuova meditazione di un certosino, riguardante gli effetti della Grazia. Essendo essa molto lunga, ho optato di proporvela dividendola in due articoli.

Gli Effetti della Grazia

(parte prima)

Tutto si rinnova in noi da quando troviamo nel Figlio di Dio una gioventù eterna. San Giovanni ci dà la certezza, con il suo sguardo d’aquila egli guarda la fonte di tutta la luce e ci dice: “la vita si è manifestata e noi l’abbiamo veduta e ne diamo testimonianza e vi annunziamo questa vita eterna che era presso il Padre e che si è manifestata a noi” (I Gv 1,2). Il discepolo amato ci comunica ciò che ha visto con le parole semplici e trasparenti, ci mostra la verità essenziale e chiunque vive in essa, vede aprire la strada che porta alle profondità di Dio. Le circostanze di questo mondo ci fanno fermare solo, se smettiamo di prestare attenzione all’essenziale. La ragione umana, incapace di concentrarsi sull’Unico bene necessario per le nostre anime redente, non può illuminare i percorsi interiori. Solo la fede li scopre in una confessione sincera della nostra totale impotenza. L’umiltà fedele fa nascere tutte le fonti di grazia. Dal momento in cui smettiamo di bloccare il suo ingresso nella nostra anima a causa del peccato, la luce divina penetra tutto il nostro essere. La sua misura non è uguale alla nostra, e la sua libertà infinitamente generosa è il segreto di Dio. “Farò misericordia a chi voglio fare misericordia, avrò pietà di chi voglio avere pietà” (Rm 9,15). “Sono stato trovato da quelli che non mi cercavano, sono divenuto manifesto a quelli che non mi interrogavano” (Rm 10,20).

Perché Egli ci ha scelto? Perché ci ha preferito tra milioni di altri? Questa grazia solo può essere il segno di un grande amore. “Predestinandoci ad essere suoi figli adottivi, tramite Gesù Cristo, secondo il benevolo disegno della sua volontà” (Ef 1,5). Questo Padre che ci ha dato il suo Figlio, potrà effettivamente rifiutarci qualcosa? “Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?” (Rm 8,32).

Il Figlio ha offerto il suo sangue e la sua vita. Potrebbe darci più perfetta prova del suo amore? E tra i beni del suo cuore ci ha dato la sua amata Madre, quella che l’angelo ha lodato per la sua fede, affinché ci trasmettesse tutte le ricchezze della grazia. E ci chiede soltanto in cambio che crediamo in Lui e nel Padre, che crediamo nella virtù del suo prezioso sangue versato per noi, nel valore dei suoi sacramenti, nella vita della Chiesa, sua Sposa, e nel potere della preghiera. “Qualsiasi cosa chiediate al Padre nel nome mio, nel mio nome ve la darà. Chiedete e riceverete, in modo che la vostra gioia sia completa” (Gv 16, 23-24).

Anche se siamo deboli e miserabili, abbiamo una strada aperta e sicura; per guarire la nostra anima, ci è offerto un rimedio efficace: la preghiera. Dio conosce le nostre necessità, ma aspetta la nostra umile richiesta e la nostra supplica per il suo aiuto. Abbiamo bisogno di pregare! Non come un torrente di parole, ma con il più semplice impulso interiore: invocare il nome di Dio con fiducia durante il lavoro quotidiano può essere sufficiente. Ciò che importa è la nostra volontà filiale di appoggiarci nel Padre e lo sforzo delicatamente insistente per elevare a Lui una preghiera piena di fede. Questa perseveranza tocca infallibilmente il cuore di Dio. “Infatti chi chiede riceve; chi cerca trova; a chi bussa sarà aperto” (Mt 7, 8). Niente resiste all’anima che confida nell’amore del Padre. Egli stesso si arrende alla speranza fedele, all’abbandono che invoca la Sua bontà infinita. Lo Spirito stesso ci ispira questa condotta e ci rivela questi segreti di potere e d’amore. “È Dio che opera tutto in tutti. Ma tutte queste cose è l’unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole” (I Cor 12, 6.11).

Egli non parla di opere sovrumane o di cura straziante, ma di raccoglimento, di verità interiore, di umiltà e dolcezza e, soprattutto, parla di fiducia e filiale abbandono. “Non vi angustiate, dunque…Ora il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste altre cose vi saranno date in sovrappiù” (Mt 6, 31-33).

Continua….nel prossimo articolo

Aldilà dell’Assoluto

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Una volta che i limiti dei certosini sono ammessi, ci incontriamo finalmente all’interno della vita certosina stessa. Allora cominciano le sorprese, anche se si sa in anticipo cosa troverebbe nella vita di una comunità. Le persone vengono con le prospettive di un profondo isolamento per lanciarsi nella vita della pura divinità. Allora, ci troviamo arrestati nella rete multipla di obblighi di una vita familiare. Immaginiamo di trovare solo i santi attorno a noi, ma invece scopriamo con orrore il regno della mediocrità. Peggio di tutto questo, ci rendiamo conto che l’Assoluto stesso è scomparso. Nulla rimane di ciò che ci ha portati a questo posto. Sarà, per caso, un segno che abbiamo sbagliato la strada o si tratta di un nuovo gioco di Dio che si lascia scoprire in un momento irriflessivo?

L’ingresso in una famiglia

Non si tratta di vivere insieme come estranei, dal momento che siamo così pochi a vivere nello stesso deserto in cui siamo attratti dallo stesso ideale. Chi non vuole fare ingresso nella vita di famiglia sarà rifiutato da essa e presto constaterà che la sua vita familiare sarà radicalmente minata. Se vuole davvero continuare la ricerca dell’Assoluto, non c’è altra soluzione che affrontare questa vita familiare ed inserirsi in essa con lealtà, onestà e con tutto il cuore.

Questa esigenza sociale si manifesta molto rapidamente rivelando la profondità della vocazione certosina. Nessuno può cercare efficacemente Dio fuori delle vie del Vangelo, ossia, delle vie della carità. Sarebbe invano una ricerca dell’Assoluto che volesse allontanarci, in ogni modo, dall’amore dei nostri fratelli. Allora, gli insegnamenti di Gesù e del discepolo prediletto sono formali: la carità che unisce i figli di Dio è la stessa che unisce il Padre ed il Figlio. Entrare nella famiglia certosina è entrare direttamente nella famiglia divina, varcando con Gesù risorto il velo sul sentiero che porta alla presenza di Dio. Ma nella vita certosina quest’immagine umana della famiglia divina è limitata, ridotta, e ha senso solo all’interno della grande famiglia dei figli di Dio: il Corpo mistico di Cristo, la sua Chiesa. Non si può sottovalutare la rivoluzione di valori che spesso questo provoca nella mentalità del novizio. Essendo venuto a perdersi nell’Assoluto che lo aveva affascinato totalmente, egli scopre improvvisamente che quest’Assoluto è molto diverso da quello che immaginava. L’Assoluto è un’immagine che noi facciamo di Dio: la realtà di Dio è il Figlio, che è nel seno del Padre, che ci è stato rivelato quando Egli ci ha detto che il Padre amava il Figlio e che i due ci amano e verranno a noi. Infatti, una scelta crocifiggente deve essere fatta: o l’Assoluto che ci riempe e ci racchiude in noi stessi, oppure il rapporto che ci dilata all’infinito, però a costo di una lontananza e, allo stesso tempo, di un’apertura a tutti coloro che ci circondano, qualsiasi siano le affinità che abbiamo per loro.

2° Il regno della mediocrità

Assolutamente non è necessario aver vissuto a lungo tra i certosini per rendersi conto che non mancano le piccole miserie della vita, che le solite povertà della natura umana sono presenti, anche se ognuno fa un vero sforzo verso la perfezione, il cui modello è il Padre. Questo non è una novità. La storia dimostra che le cronache di antichi certosini o gli archivi dell’Ordine sono il riflesso delle comunità in cui i personaggi di grande santità o distinzione sono molto rari. È in una nuvola grigia, senza rilievo, che accade la vita della maggior parte dei certosini. Le controversie con i vicini, piccoli eventi all’interno della comunità.

Una conoscenza più approfondita delle anime permette lentamente scoprire che questi elementi esterni deludenti nascondono, molto spesso, tesori della vita interiore, generosità e un’autentica ricerca di Dio. Tuttavia, non si può negare che tali gioielli sono spesso inseriti in pietre poco attraenti.

Potrebbe capitare di essere diverso per quanto riguarda l’Assoluto? Non è forse il salvataggio di un vicinato pericoloso al fuoco? Questo mette in evidenza tutti i difetti, tutte le scabrosità, tutte le miserie che, in altre circostanze, si annegherebbero in una marea di banalità circostante. Voler affrontare la luce di Dio equivale a esporsi, deliberatamente, a vedere esplodere alla luce del giorno tutti questi difetti, tutte queste cose meschine. Prima essi appaiono agli occhi degli altri, e dopo, quando la luce è purificata, appaiono agli occhi di se stesso. In primo luogo scopriamo la mediocrità degli altri, poi la nostra.

È il rischio che si corre quando si punta in alto, cioè, trovarsi sempre più lontano dal termine, e così soffrire intensamente.

Ad un livello più prosaico, è necessario considerare anche il prezzo della rottura con il mondo. Nella misura in cui la solitudine è efficace, essa ci priva di un gran numero di contributi, che introdurranno all’interno della comunità una spinta o un rinnovamento che la mascherano o cercano di attenuarla in certo modo.

C’è una scelta fondamentale da fare: o scegliere Dio e accettare che la perfezione proviene principalmente dall’interiore, o lasciare aperte alcune porte al mondo, in modo che altri mezzi umani, che non sono i mezzi del deserto, intervengono al loro modo. La solita scelta dei certosini è la prima opzione. Accettarla deliberatamente e con piena coscienza è un vero sacrificio, è un ingresso alla solitudine estremamente costoso. Si tratta, infatti, di accettare consapevolmente vedere un sogno diventare parte delle loro disponibilità umane, affinché Dio possa fluire all’interno. Un ambiente così, solo conviene alle anime che hanno già acquistato un certo livello di maturità umana e la capacità di autonomia personale nella loro attività spirituale ed intellettuale.

Andare definitivamente al di là dell’Assoluto

La scoperta della mediocrità, prima negli altri e poi in sé, è una direzione ancora più sconcertante verso la luce. La santità, la perfezione, le virtù, tutte queste nozioni che, anche inconsapevolmente, interpretiamo come riflessi dell’Assoluto dentro di noi, a poco a poco svaniscono. Tutto ciò che può fare me stesso il centro, un nucleo di cristallizzazione autonoma, tutto questo deve scomparire al fine di rimanere in conformità con il Cristo risorto. Tutto è pura relazione con il Padre. Anche nella Sua umanità, Egli ha acquistato i titoli della divinità, è stato privo di ogni ricchezza creata, al fine di essere nient’altro che pura relazione.

Questa è la direzione a cui il monaco deve rivolgersi gradualmente, prima nella sua vita interiore, e dopo in tutte le sue attività, tanto nella cella, come nella comunità. Imparare a non concentrarsi su se stesso, ma concentrarsi su essere preso dal movimento dell’amore divino, che non ha né inizio né fine, né obiettivo né principio, né limite né confine, consegnato al soffio dello Spirito, senza sapere da dove viene e dove va.

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Queste poche riflessioni permettono di indovinare le scoperte sempre più sconcertanti di un’anima che accetta di essere guidata dalla luce divina. Tuttavia, questa evoluzione, che costringe ad oltrepassare infinitamente ciò che in un primo momento sembrava l’ideale più attraente, è l’opera di Dio. Sembra che Egli ci ha ingannati, poiché ci porta dove non vogliamo andare. Ma in realtà, Egli ci rivela gradualmente una verità che non siamo in grado di ricevere fin dall’inizio. L’amore di Dio è l’unica garanzia del certosino, è la sua unica forza in un percorso in cui appunto si tratta di perdere tutte le riserve, di non avere più in sé qualsiasi fonte di potere o giudizio autonomo. Bisogna credere nell’Amore e consegnarsi ad esso.

Un certosino

Le vie dell’Assoluto

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Dal momento che si è parte, effettivamente, dell’Ordine Certosino, si scopre che la scelta radicale per Dio deve necessariamente segnare, con il suo sigillo, tutta questa esistenza umana sensibile, socievole, fragile ed instabile che è in ognuno di noi, rendendo la scoperta ancora più difficile. Noi esploreremo questo argomento in dettagli. Basta notare come si deve esprimere questa scelta puramente spirituale in modo radicale, nello spazio e nel tempo in cui si svilupperà l’esistenza del certosino.

I «limiti» del certosino

Gli storici, che sanno come sono nati i certosini nel Medioevo, hanno fatto una scoperta che li ha scioccati. Hanno constatato, infatti, che i certosini nel momento in cui decidevano sulla fondazione di una casa in un certo luogo, iniziavano dalla definizione dei “limiti” del luogo, allontanando il monastero certosino dal resto del mondo, senza importarsi molto se tali limiti erano nei terreni appartenenti ai certosini. Il chiaro obiettivo era di acquistarli o di ricevere i privilegi che gli permetessero di escludere dal terreno tutte le altre abitazioni. Quindi era una condizione considerata essenziale dai primi certosini. Il monastero deve essere il centro dell’autentica solitudine, la rottura tra i certosini ed il mondo deve essere chiaramente marcata. Poi, un altro confine era tracciato per determinare, con rigore, i limiti che i monaci non dovevano attraversare se volessero rimanere fedeli allo spirito della solitudine. Il novizio che fa la professione sa che deve impegnarsi a rispettare questi limiti, che sono il suo deserto, la sua solitudine.

Sarebbe meschino vedere questo come una sorta d’istinto di proprietà o di voglia di potere dei certosini. Anche se i problemi dei limiti gli hanno causato molte volte processi giudiziari o contestazioni dei loro vicini, è necessario vedere in questo un tenace desiderio di allontanarsi, la chiara espressione della loro sensazione di aver scelto Dio e nient’altro che Dio. È veramente il fuoco dell’Assoluto brillando nella loro vita, in un modo molto esigente. Entrare definitivamente in Dio e racchiudersi in Lui, non solo nello spirito, ma anche nel corpo. I limiti dei Certosini sono il segno concreto di essere racchiuso in Dio. Come dice San Paolo: «La vostra vita è nascosta con Cristo in Dio». Questa è l’intenzione del certosino: essere nascosto, forzare gli altri a rispettare il suo anonimato e dimenticarlo. Ma è anche imporre a se stesso la missione di non muoversi come vuole, di non andare più avanti e indietro a piacimento. Egli è ancorato in Dio, anche fisicamente, nella sua libertà fondamentale di essere umano che dispone di tutta la terra che gli viene offerta dal Creatore.

Il senso dei voti

È evidente che i voti religiosi non sono una prerogativa dei certosini. Ma forse siamo vicini ad un tempo in cui solo i certosini avranno ancora uno stile di vita corrispondente all’atteggiamento spirituale che abitava nei ambienti monastici dove sono nati i voti quindici secoli fa. I voti, nel suo senso più profondo, si modelleranno fedelmente sulle strutture della vita certosina.

Le prime origini dei voti monastici sono oscure. Sembra, tuttavia, che essi sono nati spontaneamente per rispondere all’instabilità di molti monaci, come l’instabilità nella vocazione o nel pellegrinaggio da un monastero ad un altro. I voti sono, in qualche modo, una sorta di limite, nel senso che abbiamo parlato nel paragrafo precedente. Essi segnano una rottura nella vita del monaco, in modo che egli è costretto a rimanere fisso in Dio, per un atto perfettamente libero che egli assume quando entra nel monastero, fissato dalla sua professione di fede. Senza voler negare le esagerazioni legali che si svilupparono attorno alla nozione di voto, è necessario trovare in essa la sua ispirazione profonda. I suoi autori non avevano, probabilmente, la conoscenza della sua creazione, ma seguivano un’ispirazione molto pura.

L’intenzione di colui che pronuncia i suoi voti monastici è quella di fare un dono di sé, davvero assoluto, a Dio. La seduzione dell’Assoluto richiede che si imprima in sé qualcosa che ricordi quest’Assoluto, che ci prepari ad incontrarLo di nuovo. Questa è la scelta che ci ha portati ad abbandonare tutto per Lui, vogliamo che Lui lasci il suo segno sul nostro essere interiore. È necessaria, quindi, una rottura con il mondo esterno: il voto di stabilità che corrisponde in ogni persona alla esistenza materiale e concreta dei limiti. Soprattutto è necessario segnare, in modo molto chiaro ed efficace, la rottura tra la fuga da Dio, verso cui siamo attratti con tutto il nostro peso, e la volontà di un amore sempre fedele a Dio: il voto di obbedienza.

Per chi osserva le cose dal di fuori, il monaco è, quindi, racchiuso in una rete di obblighi che lo legano e lo paralizzano. Così è il modo in cui le cose si presentano a volte, è necessario ammetterlo. Ma in realtà, è esattamente l’opposto. I voti sono la linea di demarcazione insormontabile fra il campo dell’Assoluto, la zona in cui si desidera che Dio regni senza contestazione, e tutto il resto: i voti sono la porta di accesso alla libertà divina.

I paragoni

Al fine di comprendere meglio il senso della rottura radicale impressa dalla solitudine del certosino, può essere illuminante confrontarla con altre forme di solitudine.

L’eremita: Questo è certamente l’uomo della solitudine nell’essenza e la storia ci offre molti esempi – l’uomo della disponibilità a tutti i tipi di ulteriori evoluzioni. Egli diventerà il fondatore di un’abbazia cenobitica, predicherà, diventerà vescovo, pastore di anime. Sarà profondamente toccato dall’Assoluto, ma non percepirà la chiamata a gettarsi in Lui in modo radicale e definitivo. La sua solitudine potrà, infatti, perseguirlo per tutta la vita, ma potrà anche essere solo un passo verso un’altra vocazione alla quale il Signore lo chiama.

Il camaldolese: Figlio di San Benedetto, egli mette la sua solitudine in un contesto più o meno analogo a quello dell’eremita. Non è altro che un modo di lodare Dio, tra molti altri. Non si deve dimenticare, per esempio, che gli apostoli della Polonia sono stati i primi camaldolesi. Per loro non c’è stato alcun inconveniente nel diventare insegnanti, predicatori, ecc. Tra di loro si troveranno anche i solitari, i segregati. Ma di per sé, la vocazione del camaldolese non implica necessariamente la scelta di dedicarsi in modo esclusivo e radicale a Dio.

Il solitario: Egli gode, materialmente, di una solitudine spesso profonda. Infatti, essa è fragile e soggetta ad un accumulo di contingenze che sfuggono totalmente al suo controllo. Se ritenuto in concreto, il solitario è sempre dipendente da una comunità monastica, canonica, parrocchiale, in cui si inserisce, ma da cui dipende tanto spiritualmente quanto materialmente. Cioè, è una situazione molto fragile, anche se a volte, offra condizioni eccezionalmente favorevoli.

Un certosino

La seduzione dell’Assoluto

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Da oggi,vi proporrò tre meditazioni sulla vocazione, in tre articoli, uno a settimana. I titoli dei testi saranno i seguenti:

  1. LA SEDUZIONE DELL’ASSOLUTO

  2. LE VIE DELL’ASSOLUTO

  3. AL DI LÀ DELL’ASSOLUTO

Le seguenti riflessioni, scritte da un certosino, possono certamente chiarire a tutti coloro che desiderano impegnarsi con tutto il proprio essere al servizio di Dio, anche in un diverso tipo di vocazione.

Ecco dunque, spiegata da un certosino una breve introduzione sul significato della vocazione come dono speciale di Dio.

MEDITAZIONE SULLA VOCAZIONE

Per diventare un certosino o una certosina, non basta solo voler esserlo, non basta essere accolto fraternamente o avere una buona formazione. Solo diventa un certosino/a colui o colei che, nel profondo della sua anima, sente una chiamata che è più potente di qualsiasi contraddizione che abbia dentro di sé e nei suoi dintorni. La vocazione certosina è opera di Dio. La partecipazione umana nella opera di Dio forse è più indispensabile in essa che in qualsiasi altro progetto, ma l’uomo sa che, se dipende solo dalle sue proprie risorse, egli resta totalmente incapace di farla.

Quindi ci sono diverse fasi da seguire: in primo luogo, una chiamata. Questa, esclusivamente interiore, cerca la sua realizzazione attraverso mezzi esterni, istituzionali, collegati ad una struttura la cui rigidità può stupire. Una volta che la decisione è presa, la scoperta della vita certosina concreta entra in un universo in cui i paradossi sono spesso difficili da accettare.

LA SEDUZIONE DELL’ASSOLUTO

Solo chi conosce è in grado di capire. La chiamata di Dio è una prova che va oltre gli argomenti e le parole. Quando Dio si manifesta, non c’è possibilità di confusione, è indubbiamente Egli stesso, anche se non si trovano i mezzi per esprimerlo. Trattiamo adesso di ciò che chiameremo “L’Assoluto”, a causa della mancanza di un termine migliore. Questo termine ha le sue imperfezioni, come tutti i termini utilizzati per parlare di Dio, però la differenza di questo detto “Assoluto” con tutto ciò che è già noto alla nostra scala contingente, è che esso evoca chiaramente il carattere di una profonda manifestazione di Dio. È Egli, e nessun altro! Egli si fa riconoscere immediatamente, anche senza mai essere stato trovato precedentemente. Egli non è paragonabile a nulla visto prima. Si presenta, certamente, come la perfezione che in un istante seduce il cuore, provocando una sete che nulla potrà saziare, tranne l’Assoluto. Colui che sperimenta questo fatto avvia una ricerca persistente per ottenerLo. Non c’è dubbio che i mezzi saranno sempre inadeguati ad un obiettivo di questa portata, ma egli farà tutto ciò che dipende da sé per raggiungerlo.

Donarsi a Dio per Egli stesso.

Per il certosino/a, che si impegna in questa ricerca, il mondo si presenta fin dall’inizio come la scoperta di un luogo già noto, anche senza averlo visto prima. Sembra che egli istintivamente trova le parole che rispondono a questa ricerca impegnata. C’è una sorta di connaturalità tra ciò che gli è stato detto e ciò che egli voleva dire a se stesso. Donarsi a Dio per ciò che Egli è. Vivere solo per Lui. Rinunciare a tutto ciò che non è Dio e trovare solamente in Lui la pienezza di ciò che si sta cercando. Non solo si vede questo nelle formule scritte, ma si ha la sensazione che esse sono vissute, anche se il quadro sembri un po’ meschino e disordinato.

Una rottura radicale con il mondo

L’Ordine Certosino associa, inseparabilmente, queste formule inebrianti di unione con Dio solamente, alle esigenze di separazione totale da quello che il linguaggio monastico tradizionale chiama il “mondo”. Non c’è in questo, nonostante alcune false interpretazioni, né manicheismo, né pessimismo, neanche disprezzo per ciò che è parte del mondo. Il mondo è l’umanità insieme impegnata in questa opera grandiosa di cooperare con l’azione di Dio, il Creatore. È l’uomo che tende a Dio attraverso lo specchio multiforme delle creature. È l’uomo religioso che illumina il volto del Padre in Cristo attraverso le mille forme di apostolato. Tutto questo è buono, tutto questo è un riflesso di Dio, ma nulla di questo è Dio. La scelta di Dio implica una conseguenza le cui richieste sono certamente indiscutibili, che è quella di allontanarsi da tutto ciò che non è Egli, perché le sue più belle opere sono nulla in confronto con Egli; Egli è il prescelto.

Cadere definitivamente in Dio

Parliamo di una seduzione dell’Assoluto. È certamente questo. Le parole di Geremia vengono in mente: “Mi hai sedotto, Signore, ed io mi sono lasciato sedurre”. La gioia di incontrare Dio rende più facile prendere tutte le decisioni, anche se vengono prese in modo riflessivo, calmo e ben giustificato. Ci rendiamo conto che non ci sono altre soluzioni; è necessario fare un passo enorme per impegnarci in modo totale con Dio. È necessario saltare nel vuoto, credere nell”Assoluto e allontanarsi da tutto ciò che non è Egli.

4° Risorgere con Cristo

Solo Gesù, con la sua morte e risurrezione, ha potuto realizzare questo sogno in modo completo e radicale: rispondere con tutto il Suo essere alla chiamata di Dio, entrare in Lui e ritrovarsi pienamente nel Suo seno. Scegliere la vita certosina è quello di inserirsi, in un modo particolarmente espressivo ed efficace, nella Risurrezione del Salvatore. C’è una morte di cui non sempre siamo pienamente consapevole all’inizio, ma che cancellerà totalmente i suoi effetti sull’uomo. C’è anche la nascita ad una nuova vita che ci mette veramente nell’intimità di Dio.

Un certosino