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Collaborazione nell’opera divina (2)

prostrazione

Sulla nostra piccolezza e la cura delle piccole cose
Parte seconda

Ci sono cristiani che si credono pronti per grandi sacrifici e volentieri svolgerebbero compiti eroici, ma trascurano i piccoli compiti come se essi fossero indegni di loro. Chi alimenta un’illusione simile, si perde miseramente perché nulla è insignificante alla luce dell’amore. Tutti gli atti animati dalla carità sono una nobiltà divina. Dimentichiamo troppo spesso che il Figlio di Dio e sua Madre hanno vissuto nascosti la maggior parte della loro vita, impegnati nei compiti più comuni e umili, e che nemmeno per un attimo hanno lasciato di rendere al Padre la pienezza della Sua gloria. Prima di insegnarci, Gesù ci ha dato l’esempio: «Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto» (Lc 16,10).
Chi disprezza il dettaglio, non ci vuole molto tempo a cadere nelle debolezze più gravi e, talvolta, anche a perdere poco a poco la nozione di peccato. Se tutti i discepoli di Gesù avessero osservato i Suoi precetti su questa fedeltà, Giuda non avrebbe commesso il suo crimine sotto la minaccia che è la controparte della promessa che abbiamo appena citato: «Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto» (Lc 16,10).
Non c’è nulla di sacro nella vita dell’anima che non può essere profanato: per più in alto che essa sale, si può sempre cadere. Ma, al contrario, non c’è nulla di profano nell’anima che non può essere santificato: lo dimostra l’esperienza dei santi che abbiamo l’obbligo di imitare.
Tra le persone pie ci sono delle anime che vogliono raggiungere gradi elevati di preghiera e credono di avere il diritto, in un certo senso, alla più intima unione, semplicemente perché osservano più o meno i comandamenti di Dio. Non sono consapevoli dell’alto concetto esagerato che fanno di se stesse, che è appunto un ostacolo alle vere grazie, di cui non hanno nemmeno l’ombra. Sarebbe necessario che una nuova purificazione le facesse confessare, prima, con sincerità che non hanno né il merito né il valore e dipendono in ogni momento della misericordia divina. «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare» (Lc 17,10).
Quando Dio diventerà per noi l’unica realtà, l’ardore e la certezza viva traboccheranno sull’ambiente in cui viviamo con tale forza che rapirà le anime. Perché nessun uomo, nessuna creatura può impedire questa influenza, questa donazione spontanea di un’anima fervente verso tutti coloro che hanno bisogno di sostegno, di salvezza e di aiuto. Il Maestro vuole che l’amore irradii dal cuore dei suoi. «Ma io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede. E tu, quando sarai tornato, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22, 32). Queste parole sono state dette a Pietro, ma sono rivolte a ciascuno di noi, perché nessuno può tenere per sé i tesori che gli sono stati affidati, se sono veramente spirituali. L’ultimo di noi ed il più nascosto ha una missione da quale non può schivarsi. La Verità vuole che le nostre azioni la manifesti, che tutto il nostro comportamento la faccia, che il nostro stesso essere, vivendo del suo amore, dia testimonianza. Guai a colui che si vergogna della sua fede, perché il Signore si vergognerà di lui. Dobbiamo combattere per Dio e per i Suoi diritti inalienabili, costi quel che costi. Il Salvatore predisse la sanguinosa storia della sua Chiesa: «Ma prima di tutto ciò vi prenderanno con violenza e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti ai loro re e ai loro governatori, a causa del mio nome. Allora avrete occasione di dare testimonianza. Ritenete per sicuro che non vi dovete preoccupare di quello che direte per difendervi; io stesso vi darò linguaggio e sapienza, così che i vostri avversari non potranno resistere né controbattere…Sarete odiati da tutti per causa del mio nome. Eppure, nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime!» (Lc 21, 12-15; 17-19)

(Un certosino)

Collaborazione nell’opera divina (1)

monache

Ancora una nuova meditazione di un certosino, riguardante la: “Collaborazione nell’opera divina”. Essendo essa molto lunga, ho optato di proporvela dividendola in due articoli. Un grazioso e dolce invito a collaborare…

Sulla volontà e la perseveranza

Parte prima

La cosa più necessaria alle anime desiderose di servire Dio è la perseveranza. Si inizia al mattino con un entusiasmo che diminuisce lentamente, in modo che a mezzogiorno le risoluzioni del mattino sono abbandonate del tutto. Spesso la causa è il peso del corpo che opprime lo spirito. Ed il rimedio per questo è abituarsi a riprendere il contatto con Dio durante la giornata, il senso della sua presenza. Che una fervente invocazione la rinnovi: «Gesù, mio Dio, io credo e spero in Te; Ti amo e quello che sto facendo in questo momento, lo faccio per amore di te». Nulla può essere perso: tutte le occasioni possono essere approfittate per alimentare questa vita interiore e divina. Dio ci chiede solo ciò che Egli stesso ci ha dato – la grazia di poter dare. Quello che Egli vuole è un cuore umile e un’ardente preghiera che implori il suo aiuto con sincerità. Egli provvede tutto ai nostri bisogni, con grazie sufficienti ed anche sovrabbondanti, in modo che nessun ostacolo potrà spaventarci: non c’è niente che abbia potere contro la bontà. «Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla» (l Cor 10,13).

Dobbiamo collaborare come se tutto dipendesse da noi. Prima di tutto, dobbiamo evitare di asservirci alle nostre tendenze e ai nostri gusti, perché la vita spirituale non è una ricerca di un piacere sensibile, ma una paziente sottomissione del sensibile allo spirituale. Dio ci ha dato il cuore e il sentimento affinché li mettiamo al servizio del vero amore. Ciò che non oltrepassa il sensibile ha poca nobiltà, non è degno del Dio della verità. È necessario che il cuore manifesti la sua sincerità attraverso le opere e sia provato nel fuoco del sacrificio. Il vero amore è radicato nella volontà: è dalla volontà che l’amore guida tutte le persone ragionevoli e ne determina la sua azione. Quando il nostro desiderio si sottomette perfettamente a Dio e corrisponde a Lui, tutto il nostro essere si pone in armonia con la sua idea eterna. Da qui l’insistente esortazione del Signore: «Avete solo bisogno di costanza, perché dopo aver fatto la volontà di Dio possiate raggiungere la promessa» (Eb 10,36).

È un pericolo per tutte le anime che desiderano il progresso, la cui intenzione è ancora imperfetta, perdersi nei dettagli della vita quotidiana, fermarsi in questa contabilità morale, che è ingannevole quando ci soddisfa e, spesso, quando ci lascia insoddisfatti. Al contrario, per volare a Dio in un impulso libero e diretto, non basta una forte volontà: è necessario che la grazia ci liberi dalla cura di noi stessi e che lo Spirito ci porti al di là del rispetto umano. «Obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, con semplicità di spirito, come a Cristo, e non servendo per essere visti, come per piacere agli uomini, ma come servi di Cristo, compiendo la volontà di Dio di cuore, prestando servizio di buona voglia come al Signore e non come a uomini» (Ef 6, 5-7).

La nostra ferma volontà di collaborare con Dio, di fare fruttificare i Suoi migliori doni, è tuttavia indispensabile: Egli non vuole santificarci senza di noi. Noi dobbiamo fruttificare al cento per cento il talento che ci è stato affidato. Non è senza una lotta che saremo fedeli alla grazia, né senza sforzo che noi verremo a vivere alla presenza di Dio. Solo il servo fedele dà la prova del suo amore. «Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone» (Mat 25, 22-23).

Se vogliamo vivere in modo soprannaturale, non dobbiamo accordarci con qualsiasi tirchieria: solo si può servire Dio con tutto il cuore, solo uno spirito aperto è in grado di riflettere la Sua luce. Mentre la pusillanimità accompagna la fede, è un segno che questa è ancora legata agli elementi della natura; e quando la vita interiore è profonda, non cessa di creare nell’anima un’audacia equilibrata, la libertà di guardare e l’ampiezza dello spirito, senza le quali non si può concepire una fioritura di forze nella grazia. «Corro per la via dei tuoi comandamenti, perché hai dilatato il mio cuore» (Sl 119, 32).

Questo è il motivo per cui le anime fedeli hanno una carità comprensiva e delicata, si sentono a loro agio ovunque e si soddisfanno di tutto. Nessun sacrificio è troppo grande per loro e nessun servizio da fornire è troppo piccolo: non c’è legno da cui non facciano produrre la fiamma luminosa dell’amore. «Nella gloria e nel disonore, nella cattiva e nella buona fama…Afflitti, ma sempre lieti; poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto» (II Cor 6, 8.10).

Che tristezza, invece, vedere alcune anime pie fermate alla minima difficoltà, si direbbe che preoccupate a fare una montagna da ogni piccola collina, costantemente preoccupate con se stesse e sempre pronte a giudicare che fanno del male a loro! C’è bisogno di una scossa di coraggio per rimuoverle, finalmente, da questa miseria. Che loro guardino Gesù e sua Madre nelle sue sofferenze indicibili, e così le loro piccole difficoltà si dissolveranno come gocce d’acqua nell’oceano! La grazia di Dio cambia il segnale a tutte le cose: solo essa ha il potere di dare un valore positivo per il male che noi supportiamo ed il potere di farci accettarlo con amore. «Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia…Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo» (Eb 12, 1-3).

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Mistero Pasquale e solitudine

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In occasione della Santa Pasqua, voglio farvi giungere i miei più cordiali e sinceri auguri di pace, salute, gioia e serenità. Una splendida meditazione di un certosino,è il contenuto dell’articolo che ho scelto per voi, spero che la sua lettura possa riempirvi il cuore di gioia.

B u o n a   P a s q u a

Mistero Pasquale e solitudine

Presentare il mistero della solitudine come un incontro glorioso con Dio è eccitante, ma non rimaniamo con le sole parole. Per Gesù il mistero pasquale, è compiuto una volta per sempre. Il suo incontro con Dio era pieno fin dal primo momento e la sua rottura con il mondo fu definitiva, per noi non è la stesso: un livello di realtà esterna, il nostro passaggio da questo mondo al Padre, c’è ma con speranza; Quanto a noi, vediamo che la seduzione del mondo strofina le spalle con la purezza della risurrezione. L’esperienza quotidiana ci ricorda che una parte di noi stessi è ancora bloccato nel peccato, legati da molteplici contingenze di questo mondo, siamo legati disordinatamente a ciò che amiamo. Ogni giorno, quindi, dobbiamo approfondire la solitudine, vivere il mistero pasquale e passare da questo mondo al Padre, attraversando il nostro interiore.Questa Pasqua quotidiana condotta principalmente nella nostra osservanza monastica, nello sforzo ascetico e nella preghiera personale. Questa Pasqua ci dona il senso profondo della nostra vocazione. Pasqua non è un obiettivo, ma un punto permanente di partenza, una rinnovata scoperta di chiamata di Dio che ci invita a lasciare tutto: la casa di nostro padre, il nostro ambiente conosciuto per andare dopo di Lui alla terra che ci ha dimostrato.In queste condizioni, è normale che la nostra osservanza rimane marcata con il sigillo dell’infinito. Il suo unico significato è quello di stampare in tutta la nostra esistenza quell’aspetto di passaggio continuo del contingente per l’eterno, il relativo all’assoluto, dal molteplice all’Unico. Non è questo il momento di mostrare come questi propositi si realizzano nei principali aspetti della nostra vita esteriore: effettiva separazione dal mondo, la stabilità, il silenzio, la penitenza, etc. La cosa importante è far notare come tutte queste cose non hanno senso se non sono per noi un riflesso della chiamata di Dio per giungere a Lui, superando qualsiasi considerazione inferiore. Tuttavia, vorremmo rimanere sulla superficie del mistero se ridurremo la nostra solitudine alle semplici dimensioni che ho appena citato: l’osservanza ed il nostro sforzo personale. Il nostro vero passaggio dal mondo al Padre si realizza in Cristo e per Lui. È soprattutto l’intimo mistero della Chiesa, a cui apparteniamo, che si realizza senza sosta tra tutti i suoi membri, e che dovremmo sentire come il centro di risonanza magnetica spirituale. La vita della Chiesa è costantemente la Pasqua di Cristo quotidiana, estesa fino ai confini del mondo, realizzata in tutti gli uomini e che trova un’espressione privilegiata nella nostra solitudine. Inoltre, il mistero pasquale è l’Eucaristia che celebriamo quotidianamente, l’Eucaristia è messa a nostra disposizione dal Signore per farci assimilare questa esperienza come se la avessimo vissuta noi in prima persona la Pasqua dal momento della cena fino alla Ascensione alla destra del Padre Nostro. Il nostro autentico ingresso in solitudine, la nostra comunione è dunque sempre rinnovata nel passaggio di Gesù sempre disponibile in questo Sacramento. Con Lui, ogni giorno ci separiamo dal mondo per penetrare nel seno di Dio. Essere come Gesù risorto, nascosto da occhi umani può essere straziante, ma è ciò che ci permette di essere presenti a coloro che amiamo, tutta la Chiesa, per tutta la creazione in un modo simile a come lo è il Signore. Quando ha annunciato ai suoi discepoli che spariva dai loro occhi, mentre insisteva sul fatto che sarebbe stato con loro, in modo più profondo, più intimo: “Vado e tornerò a voi” (Gv 14,28). Anche noi, se ci lasciamo assimilare dalla ” solitudine-immagine di Dio”, noi diciamo: “E ‘opportuno che io vada, se non vado, non potrò venire a voi il Consolatore; se me ne vado, lo manderò” (Gv 16.7). Con Cristo e in Lui ci è concesso di poter comunicare agli altri lo Spirito confortante, lo Spirito di amore e di verità. Così si dovrebbe concludere l’itinerario pasquale del solitario. La sua cella, il suo deserto diventano manifestazione visibile di Dio segno che vi dà il benvenuto in sé. Incontro che si realizza nello Spirito per il Figlio per la gloria del Padre e che si irradia su ogni creatura. Tali viste sono contenute in un paio di frasi brevi, ma in poche parole non possono esaurire la ricchezza contenuta. La nostra solitudine, considerata sotto il bagliore, lo splendore della Resurrezione di Salvatore, è un mistero che contempliamo incessantemente con amore e vivere nella fede.

(Un certosino)

 

La morte di Gesù

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Crocifissione Bartolomeo Cesi (certosa di Bologna)

In occasione di questo Venerdi santo, voglio offrirvi un estratto da un omelia di un certosino, che ci illustra in maniera semplice ma profonda il significato ed il senso della sofferenza.
La morte di Gesù in modo così tragico e disumano, a prima vista, è un fallimento, senza alcun sostegno, da parte del Padre. Ma in realtà esegue il compimento salvifico che rivela l’amore nell’obbedienza e la solidarietà con noi. Il Padre non protegge il Figlio al momento della sua Passione, ma lascia che Egli manifesti fino alla fine la sua fedeltà alla missione ricevuta e la sua incrollabile fiducia nel Padre. Nella risurrezione di Gesù avremo la pienezza della rivelazione. Gesù rivela quanto il Padre lo ama e gli dà la sua fiducia; nella sua obbedienza al Padre, Gesù rivela il suo amore filiale e lo offre al Padre anche a nostro nome; e così ci rende figli come Lui, figli del Padre, attraverso l’azione del suo amore che è lo Spirito Santo. In altre parole, dall’alto della croce Gesù proclama: “Chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv 14,9). Egli proclama più che con le parole, lo proclama silenziosamente nel suo atteggiamento. Il Padre ha così grande fiducia nel Figlio che lo consegna a noi e per noi; ed il Figlio riceve e percepisce questa fiducia e la fa sua. “Chi ha visto me ha visto il Padre…Io sono nel Padre e il Padre è in me” (Gv 14).
Dal momento della morte di Gesù, ciò che nella vita umana era stupidità diventa un valore supremo, perché tutta la sofferenza unita alla sofferenza di Gesù diventa redentrice, diventa il percorso che ci purifica e ci porta alla risurrezione. A nessuno piace soffrire. La nostra reazione e la nostra difesa naturale davanti alla sofferenza e la rinuncia, è spontanea e comprensibile. Però quando ci svegliamo o quando siamo aperti e vigili, la nostra fede ci fa scoprire una ricchezza nella sofferenza: il dolore ricevuto come un dono di Dio è l’inizio della risurrezione; poi cominciamo a risorgere, trasformiamo ciò che è odioso in valore di salvezza e offerta d’amore.
È stato scritto che quando Dio ci sottomette alla sofferenza con la sua mano sinistra, la sua mano destra è già occupata a tenerci ed a sostenerci, ed il suo cuore occupato a rafforzarci ed a consolarci. Il suo disegno è sempre un disegno di amore per noi, un piano che ci conduce ad una fioritura a quello per cui siamo stati creati: per sempre figli di Dio, chiamati alla sua vita, alla sua luce, al suo amore, alla sua gioia.
Riconoscere nella morte di Gesù e nel silenzio del Padre, in questo dolorosissimo momento, il segno più eloquente dell’amore divino e della misericordia del Padre per noi, è una grande grazia che può e deve illuminare la nostra vita e la nostra filiale e umile partecipazione alla passione di Gesù e nel suo valore salvifico.
La fedeltà del Padre a suo Figlio va oltre la morte; di esso la risurrezione sarà il segno toccante. Un segno che vale anche per noi nelle nostre prove. La fedeltà e la vicinanza del Padre ci è garantita e promessa, come lo è stato per Gesù. La prova è sempre un segno di benedizione. Per quale motivo? Perché Colui che nella sua morte appare agli occhi umani sfigurato e senza bellezza, al punto da costringere gli spettatori a deviare il volto, come è scritto in Isaia (servo sofferente 53,2-3), rivela pienamente la bellezza e la forza dell’amore divino, proprio sulla croce, che purifica e salva l’umanità (Vita Consacrata di Giovanni Paolo II, nº 24).

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Gli Effetti della Grazia (II)

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Eccovi, cari amici, la seconda parte della meditazione sugli effetti della Grazia.

Gli Effetti della Grazia

(parte seconda)

La timidezza spirituale, che è una forma insidiosa e mascherata dell’amore di sé, è solo smascherata e respinta per la luce della grazia. La delusione di non potere niente e non valere niente, diventa gratitudine, lascia evidente che dobbiamo consegnarci a Dio stesso. Così entriamo nel rapporto perfetto che deve unire la creatura perduta ed il Salvatore che la trova e la salva. Siamo i beneficiari senza alcun merito da parte nostra, mentre Egli è il donatore ed il dono inestimabile. “Che cosa possiedi, che non l’abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevuto?” (I Cor 4,7).

Il nostro ardore vile a cercare la considerazione e le grazie degli uomini, ha la fonte nella nostra mancanza di interesse per le meraviglie che la Grazia vuole operare in noi e la nostra cecità, davanti alla dignità di figli di Dio. La gelosia e l’ambizione che avvelenano la vita dell’uomo non hanno altra radice che l’ignoranza dei suoi privilegi divini. L’orgoglio e la vanità non sono basati su un apprezzamento esagerato, ma su un apprezzamento insufficiente per ciò che è nostro, se lo vogliamo accettare. C’è un senso di inferiorità che è un insulto a Dio ed un grave pericolo per l’anima. La psicoanalisi parla della repressione degli istinti, ma ignora il rifiuto delle ispirazioni divine, i cui effetti sono infinitamente più dannosi all’essere razionale. È questo complesso che conduce l’anima a piegarsi al mondo materiale, dopo su se stessa e, infine, ad atrofizzarsi. Urge strappare questo germe della morte che è il disprezzo del nostro vero destino e del dono di Dio. “Spogliatevi dell’uomo vecchio, quello del precedente comportamento che si corrompe inseguendo seducenti brame, rinnovatevi nello spirito della vostra mente e rivestitevi dell’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità della verità” (Ef 4, 22-24).

Dobbiamo obbedire e sottometterci: è la legge di tutta la creazione mentre non è inclusa nell’ordine della grazia. Ma il messaggio di salvezza che ci viene detto è il rimedio per tutte le forme di miseria. Impariamo a vivere secondo l’esempio dello Spirito: se questo sembra una schiavitù agli uomini che non conoscono la chiave del suo essere, noi sappiamo che questo è la libertà più pura. “Vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio. Egli dice infatti: Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho aiutato” (II Cor 6, 1-2).

Ma se in realtà noi siamo privilegiati, la gratitudine ci costringe, dal momento che abbiamo questa consapevolezza, a confessarLo davanti a tutti. Quando Dio è accusato e offeso dalle bestemmie a causa dei mali che gli errori degli uomini hanno attratto al nostro mondo, spetta a noi, che siamo Suoi figli, lodarLo per la sua infinita bontà e misericordia. Ciò che è in gioco è l’onore del Padre nostro, che è costantemente ignorato e offeso. Questo pensiero è un tormento, ma è anche una scintilla che accende l’anima e la spinge a darsi completamente. Così l’uomo vuole, almeno secondo le sue forze, dare gloria a Dio per tutta la creazione. Non c’è più nobile passione né più ardente di questa impazienza del figlio di rendere gli onori che sono dovuti al Padre, l’impazienza di agire e soffrire per dare la vita affinché Lui riceva ciò che gli altri gli rifiutano. Tale liberalità è una ricchezza infinita e in questo senso si dice: “Infatti a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza. Ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha” (Mt 25,29).

(Un certosino)

Gli Effetti della Grazia (I)

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Vi propongo una nuova meditazione di un certosino, riguardante gli effetti della Grazia. Essendo essa molto lunga, ho optato di proporvela dividendola in due articoli.

Gli Effetti della Grazia

(parte prima)

Tutto si rinnova in noi da quando troviamo nel Figlio di Dio una gioventù eterna. San Giovanni ci dà la certezza, con il suo sguardo d’aquila egli guarda la fonte di tutta la luce e ci dice: “la vita si è manifestata e noi l’abbiamo veduta e ne diamo testimonianza e vi annunziamo questa vita eterna che era presso il Padre e che si è manifestata a noi” (I Gv 1,2). Il discepolo amato ci comunica ciò che ha visto con le parole semplici e trasparenti, ci mostra la verità essenziale e chiunque vive in essa, vede aprire la strada che porta alle profondità di Dio. Le circostanze di questo mondo ci fanno fermare solo, se smettiamo di prestare attenzione all’essenziale. La ragione umana, incapace di concentrarsi sull’Unico bene necessario per le nostre anime redente, non può illuminare i percorsi interiori. Solo la fede li scopre in una confessione sincera della nostra totale impotenza. L’umiltà fedele fa nascere tutte le fonti di grazia. Dal momento in cui smettiamo di bloccare il suo ingresso nella nostra anima a causa del peccato, la luce divina penetra tutto il nostro essere. La sua misura non è uguale alla nostra, e la sua libertà infinitamente generosa è il segreto di Dio. “Farò misericordia a chi voglio fare misericordia, avrò pietà di chi voglio avere pietà” (Rm 9,15). “Sono stato trovato da quelli che non mi cercavano, sono divenuto manifesto a quelli che non mi interrogavano” (Rm 10,20).

Perché Egli ci ha scelto? Perché ci ha preferito tra milioni di altri? Questa grazia solo può essere il segno di un grande amore. “Predestinandoci ad essere suoi figli adottivi, tramite Gesù Cristo, secondo il benevolo disegno della sua volontà” (Ef 1,5). Questo Padre che ci ha dato il suo Figlio, potrà effettivamente rifiutarci qualcosa? “Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?” (Rm 8,32).

Il Figlio ha offerto il suo sangue e la sua vita. Potrebbe darci più perfetta prova del suo amore? E tra i beni del suo cuore ci ha dato la sua amata Madre, quella che l’angelo ha lodato per la sua fede, affinché ci trasmettesse tutte le ricchezze della grazia. E ci chiede soltanto in cambio che crediamo in Lui e nel Padre, che crediamo nella virtù del suo prezioso sangue versato per noi, nel valore dei suoi sacramenti, nella vita della Chiesa, sua Sposa, e nel potere della preghiera. “Qualsiasi cosa chiediate al Padre nel nome mio, nel mio nome ve la darà. Chiedete e riceverete, in modo che la vostra gioia sia completa” (Gv 16, 23-24).

Anche se siamo deboli e miserabili, abbiamo una strada aperta e sicura; per guarire la nostra anima, ci è offerto un rimedio efficace: la preghiera. Dio conosce le nostre necessità, ma aspetta la nostra umile richiesta e la nostra supplica per il suo aiuto. Abbiamo bisogno di pregare! Non come un torrente di parole, ma con il più semplice impulso interiore: invocare il nome di Dio con fiducia durante il lavoro quotidiano può essere sufficiente. Ciò che importa è la nostra volontà filiale di appoggiarci nel Padre e lo sforzo delicatamente insistente per elevare a Lui una preghiera piena di fede. Questa perseveranza tocca infallibilmente il cuore di Dio. “Infatti chi chiede riceve; chi cerca trova; a chi bussa sarà aperto” (Mt 7, 8). Niente resiste all’anima che confida nell’amore del Padre. Egli stesso si arrende alla speranza fedele, all’abbandono che invoca la Sua bontà infinita. Lo Spirito stesso ci ispira questa condotta e ci rivela questi segreti di potere e d’amore. “È Dio che opera tutto in tutti. Ma tutte queste cose è l’unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole” (I Cor 12, 6.11).

Egli non parla di opere sovrumane o di cura straziante, ma di raccoglimento, di verità interiore, di umiltà e dolcezza e, soprattutto, parla di fiducia e filiale abbandono. “Non vi angustiate, dunque…Ora il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste altre cose vi saranno date in sovrappiù” (Mt 6, 31-33).

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Aldilà dell’Assoluto

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Una volta che i limiti dei certosini sono ammessi, ci incontriamo finalmente all’interno della vita certosina stessa. Allora cominciano le sorprese, anche se si sa in anticipo cosa troverebbe nella vita di una comunità. Le persone vengono con le prospettive di un profondo isolamento per lanciarsi nella vita della pura divinità. Allora, ci troviamo arrestati nella rete multipla di obblighi di una vita familiare. Immaginiamo di trovare solo i santi attorno a noi, ma invece scopriamo con orrore il regno della mediocrità. Peggio di tutto questo, ci rendiamo conto che l’Assoluto stesso è scomparso. Nulla rimane di ciò che ci ha portati a questo posto. Sarà, per caso, un segno che abbiamo sbagliato la strada o si tratta di un nuovo gioco di Dio che si lascia scoprire in un momento irriflessivo?

L’ingresso in una famiglia

Non si tratta di vivere insieme come estranei, dal momento che siamo così pochi a vivere nello stesso deserto in cui siamo attratti dallo stesso ideale. Chi non vuole fare ingresso nella vita di famiglia sarà rifiutato da essa e presto constaterà che la sua vita familiare sarà radicalmente minata. Se vuole davvero continuare la ricerca dell’Assoluto, non c’è altra soluzione che affrontare questa vita familiare ed inserirsi in essa con lealtà, onestà e con tutto il cuore.

Questa esigenza sociale si manifesta molto rapidamente rivelando la profondità della vocazione certosina. Nessuno può cercare efficacemente Dio fuori delle vie del Vangelo, ossia, delle vie della carità. Sarebbe invano una ricerca dell’Assoluto che volesse allontanarci, in ogni modo, dall’amore dei nostri fratelli. Allora, gli insegnamenti di Gesù e del discepolo prediletto sono formali: la carità che unisce i figli di Dio è la stessa che unisce il Padre ed il Figlio. Entrare nella famiglia certosina è entrare direttamente nella famiglia divina, varcando con Gesù risorto il velo sul sentiero che porta alla presenza di Dio. Ma nella vita certosina quest’immagine umana della famiglia divina è limitata, ridotta, e ha senso solo all’interno della grande famiglia dei figli di Dio: il Corpo mistico di Cristo, la sua Chiesa. Non si può sottovalutare la rivoluzione di valori che spesso questo provoca nella mentalità del novizio. Essendo venuto a perdersi nell’Assoluto che lo aveva affascinato totalmente, egli scopre improvvisamente che quest’Assoluto è molto diverso da quello che immaginava. L’Assoluto è un’immagine che noi facciamo di Dio: la realtà di Dio è il Figlio, che è nel seno del Padre, che ci è stato rivelato quando Egli ci ha detto che il Padre amava il Figlio e che i due ci amano e verranno a noi. Infatti, una scelta crocifiggente deve essere fatta: o l’Assoluto che ci riempe e ci racchiude in noi stessi, oppure il rapporto che ci dilata all’infinito, però a costo di una lontananza e, allo stesso tempo, di un’apertura a tutti coloro che ci circondano, qualsiasi siano le affinità che abbiamo per loro.

2° Il regno della mediocrità

Assolutamente non è necessario aver vissuto a lungo tra i certosini per rendersi conto che non mancano le piccole miserie della vita, che le solite povertà della natura umana sono presenti, anche se ognuno fa un vero sforzo verso la perfezione, il cui modello è il Padre. Questo non è una novità. La storia dimostra che le cronache di antichi certosini o gli archivi dell’Ordine sono il riflesso delle comunità in cui i personaggi di grande santità o distinzione sono molto rari. È in una nuvola grigia, senza rilievo, che accade la vita della maggior parte dei certosini. Le controversie con i vicini, piccoli eventi all’interno della comunità.

Una conoscenza più approfondita delle anime permette lentamente scoprire che questi elementi esterni deludenti nascondono, molto spesso, tesori della vita interiore, generosità e un’autentica ricerca di Dio. Tuttavia, non si può negare che tali gioielli sono spesso inseriti in pietre poco attraenti.

Potrebbe capitare di essere diverso per quanto riguarda l’Assoluto? Non è forse il salvataggio di un vicinato pericoloso al fuoco? Questo mette in evidenza tutti i difetti, tutte le scabrosità, tutte le miserie che, in altre circostanze, si annegherebbero in una marea di banalità circostante. Voler affrontare la luce di Dio equivale a esporsi, deliberatamente, a vedere esplodere alla luce del giorno tutti questi difetti, tutte queste cose meschine. Prima essi appaiono agli occhi degli altri, e dopo, quando la luce è purificata, appaiono agli occhi di se stesso. In primo luogo scopriamo la mediocrità degli altri, poi la nostra.

È il rischio che si corre quando si punta in alto, cioè, trovarsi sempre più lontano dal termine, e così soffrire intensamente.

Ad un livello più prosaico, è necessario considerare anche il prezzo della rottura con il mondo. Nella misura in cui la solitudine è efficace, essa ci priva di un gran numero di contributi, che introdurranno all’interno della comunità una spinta o un rinnovamento che la mascherano o cercano di attenuarla in certo modo.

C’è una scelta fondamentale da fare: o scegliere Dio e accettare che la perfezione proviene principalmente dall’interiore, o lasciare aperte alcune porte al mondo, in modo che altri mezzi umani, che non sono i mezzi del deserto, intervengono al loro modo. La solita scelta dei certosini è la prima opzione. Accettarla deliberatamente e con piena coscienza è un vero sacrificio, è un ingresso alla solitudine estremamente costoso. Si tratta, infatti, di accettare consapevolmente vedere un sogno diventare parte delle loro disponibilità umane, affinché Dio possa fluire all’interno. Un ambiente così, solo conviene alle anime che hanno già acquistato un certo livello di maturità umana e la capacità di autonomia personale nella loro attività spirituale ed intellettuale.

Andare definitivamente al di là dell’Assoluto

La scoperta della mediocrità, prima negli altri e poi in sé, è una direzione ancora più sconcertante verso la luce. La santità, la perfezione, le virtù, tutte queste nozioni che, anche inconsapevolmente, interpretiamo come riflessi dell’Assoluto dentro di noi, a poco a poco svaniscono. Tutto ciò che può fare me stesso il centro, un nucleo di cristallizzazione autonoma, tutto questo deve scomparire al fine di rimanere in conformità con il Cristo risorto. Tutto è pura relazione con il Padre. Anche nella Sua umanità, Egli ha acquistato i titoli della divinità, è stato privo di ogni ricchezza creata, al fine di essere nient’altro che pura relazione.

Questa è la direzione a cui il monaco deve rivolgersi gradualmente, prima nella sua vita interiore, e dopo in tutte le sue attività, tanto nella cella, come nella comunità. Imparare a non concentrarsi su se stesso, ma concentrarsi su essere preso dal movimento dell’amore divino, che non ha né inizio né fine, né obiettivo né principio, né limite né confine, consegnato al soffio dello Spirito, senza sapere da dove viene e dove va.

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Queste poche riflessioni permettono di indovinare le scoperte sempre più sconcertanti di un’anima che accetta di essere guidata dalla luce divina. Tuttavia, questa evoluzione, che costringe ad oltrepassare infinitamente ciò che in un primo momento sembrava l’ideale più attraente, è l’opera di Dio. Sembra che Egli ci ha ingannati, poiché ci porta dove non vogliamo andare. Ma in realtà, Egli ci rivela gradualmente una verità che non siamo in grado di ricevere fin dall’inizio. L’amore di Dio è l’unica garanzia del certosino, è la sua unica forza in un percorso in cui appunto si tratta di perdere tutte le riserve, di non avere più in sé qualsiasi fonte di potere o giudizio autonomo. Bisogna credere nell’Amore e consegnarsi ad esso.

Un certosino