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Gli Effetti della Grazia (I)

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Vi propongo una nuova meditazione di un certosino, riguardante gli effetti della Grazia. Essendo essa molto lunga, ho optato di proporvela dividendola in due articoli.

Gli Effetti della Grazia

(parte prima)

Tutto si rinnova in noi da quando troviamo nel Figlio di Dio una gioventù eterna. San Giovanni ci dà la certezza, con il suo sguardo d’aquila egli guarda la fonte di tutta la luce e ci dice: “la vita si è manifestata e noi l’abbiamo veduta e ne diamo testimonianza e vi annunziamo questa vita eterna che era presso il Padre e che si è manifestata a noi” (I Gv 1,2). Il discepolo amato ci comunica ciò che ha visto con le parole semplici e trasparenti, ci mostra la verità essenziale e chiunque vive in essa, vede aprire la strada che porta alle profondità di Dio. Le circostanze di questo mondo ci fanno fermare solo, se smettiamo di prestare attenzione all’essenziale. La ragione umana, incapace di concentrarsi sull’Unico bene necessario per le nostre anime redente, non può illuminare i percorsi interiori. Solo la fede li scopre in una confessione sincera della nostra totale impotenza. L’umiltà fedele fa nascere tutte le fonti di grazia. Dal momento in cui smettiamo di bloccare il suo ingresso nella nostra anima a causa del peccato, la luce divina penetra tutto il nostro essere. La sua misura non è uguale alla nostra, e la sua libertà infinitamente generosa è il segreto di Dio. “Farò misericordia a chi voglio fare misericordia, avrò pietà di chi voglio avere pietà” (Rm 9,15). “Sono stato trovato da quelli che non mi cercavano, sono divenuto manifesto a quelli che non mi interrogavano” (Rm 10,20).

Perché Egli ci ha scelto? Perché ci ha preferito tra milioni di altri? Questa grazia solo può essere il segno di un grande amore. “Predestinandoci ad essere suoi figli adottivi, tramite Gesù Cristo, secondo il benevolo disegno della sua volontà” (Ef 1,5). Questo Padre che ci ha dato il suo Figlio, potrà effettivamente rifiutarci qualcosa? “Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?” (Rm 8,32).

Il Figlio ha offerto il suo sangue e la sua vita. Potrebbe darci più perfetta prova del suo amore? E tra i beni del suo cuore ci ha dato la sua amata Madre, quella che l’angelo ha lodato per la sua fede, affinché ci trasmettesse tutte le ricchezze della grazia. E ci chiede soltanto in cambio che crediamo in Lui e nel Padre, che crediamo nella virtù del suo prezioso sangue versato per noi, nel valore dei suoi sacramenti, nella vita della Chiesa, sua Sposa, e nel potere della preghiera. “Qualsiasi cosa chiediate al Padre nel nome mio, nel mio nome ve la darà. Chiedete e riceverete, in modo che la vostra gioia sia completa” (Gv 16, 23-24).

Anche se siamo deboli e miserabili, abbiamo una strada aperta e sicura; per guarire la nostra anima, ci è offerto un rimedio efficace: la preghiera. Dio conosce le nostre necessità, ma aspetta la nostra umile richiesta e la nostra supplica per il suo aiuto. Abbiamo bisogno di pregare! Non come un torrente di parole, ma con il più semplice impulso interiore: invocare il nome di Dio con fiducia durante il lavoro quotidiano può essere sufficiente. Ciò che importa è la nostra volontà filiale di appoggiarci nel Padre e lo sforzo delicatamente insistente per elevare a Lui una preghiera piena di fede. Questa perseveranza tocca infallibilmente il cuore di Dio. “Infatti chi chiede riceve; chi cerca trova; a chi bussa sarà aperto” (Mt 7, 8). Niente resiste all’anima che confida nell’amore del Padre. Egli stesso si arrende alla speranza fedele, all’abbandono che invoca la Sua bontà infinita. Lo Spirito stesso ci ispira questa condotta e ci rivela questi segreti di potere e d’amore. “È Dio che opera tutto in tutti. Ma tutte queste cose è l’unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole” (I Cor 12, 6.11).

Egli non parla di opere sovrumane o di cura straziante, ma di raccoglimento, di verità interiore, di umiltà e dolcezza e, soprattutto, parla di fiducia e filiale abbandono. “Non vi angustiate, dunque…Ora il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste altre cose vi saranno date in sovrappiù” (Mt 6, 31-33).

Continua….nel prossimo articolo

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Aldilà dell’Assoluto

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Una volta che i limiti dei certosini sono ammessi, ci incontriamo finalmente all’interno della vita certosina stessa. Allora cominciano le sorprese, anche se si sa in anticipo cosa troverebbe nella vita di una comunità. Le persone vengono con le prospettive di un profondo isolamento per lanciarsi nella vita della pura divinità. Allora, ci troviamo arrestati nella rete multipla di obblighi di una vita familiare. Immaginiamo di trovare solo i santi attorno a noi, ma invece scopriamo con orrore il regno della mediocrità. Peggio di tutto questo, ci rendiamo conto che l’Assoluto stesso è scomparso. Nulla rimane di ciò che ci ha portati a questo posto. Sarà, per caso, un segno che abbiamo sbagliato la strada o si tratta di un nuovo gioco di Dio che si lascia scoprire in un momento irriflessivo?

L’ingresso in una famiglia

Non si tratta di vivere insieme come estranei, dal momento che siamo così pochi a vivere nello stesso deserto in cui siamo attratti dallo stesso ideale. Chi non vuole fare ingresso nella vita di famiglia sarà rifiutato da essa e presto constaterà che la sua vita familiare sarà radicalmente minata. Se vuole davvero continuare la ricerca dell’Assoluto, non c’è altra soluzione che affrontare questa vita familiare ed inserirsi in essa con lealtà, onestà e con tutto il cuore.

Questa esigenza sociale si manifesta molto rapidamente rivelando la profondità della vocazione certosina. Nessuno può cercare efficacemente Dio fuori delle vie del Vangelo, ossia, delle vie della carità. Sarebbe invano una ricerca dell’Assoluto che volesse allontanarci, in ogni modo, dall’amore dei nostri fratelli. Allora, gli insegnamenti di Gesù e del discepolo prediletto sono formali: la carità che unisce i figli di Dio è la stessa che unisce il Padre ed il Figlio. Entrare nella famiglia certosina è entrare direttamente nella famiglia divina, varcando con Gesù risorto il velo sul sentiero che porta alla presenza di Dio. Ma nella vita certosina quest’immagine umana della famiglia divina è limitata, ridotta, e ha senso solo all’interno della grande famiglia dei figli di Dio: il Corpo mistico di Cristo, la sua Chiesa. Non si può sottovalutare la rivoluzione di valori che spesso questo provoca nella mentalità del novizio. Essendo venuto a perdersi nell’Assoluto che lo aveva affascinato totalmente, egli scopre improvvisamente che quest’Assoluto è molto diverso da quello che immaginava. L’Assoluto è un’immagine che noi facciamo di Dio: la realtà di Dio è il Figlio, che è nel seno del Padre, che ci è stato rivelato quando Egli ci ha detto che il Padre amava il Figlio e che i due ci amano e verranno a noi. Infatti, una scelta crocifiggente deve essere fatta: o l’Assoluto che ci riempe e ci racchiude in noi stessi, oppure il rapporto che ci dilata all’infinito, però a costo di una lontananza e, allo stesso tempo, di un’apertura a tutti coloro che ci circondano, qualsiasi siano le affinità che abbiamo per loro.

2° Il regno della mediocrità

Assolutamente non è necessario aver vissuto a lungo tra i certosini per rendersi conto che non mancano le piccole miserie della vita, che le solite povertà della natura umana sono presenti, anche se ognuno fa un vero sforzo verso la perfezione, il cui modello è il Padre. Questo non è una novità. La storia dimostra che le cronache di antichi certosini o gli archivi dell’Ordine sono il riflesso delle comunità in cui i personaggi di grande santità o distinzione sono molto rari. È in una nuvola grigia, senza rilievo, che accade la vita della maggior parte dei certosini. Le controversie con i vicini, piccoli eventi all’interno della comunità.

Una conoscenza più approfondita delle anime permette lentamente scoprire che questi elementi esterni deludenti nascondono, molto spesso, tesori della vita interiore, generosità e un’autentica ricerca di Dio. Tuttavia, non si può negare che tali gioielli sono spesso inseriti in pietre poco attraenti.

Potrebbe capitare di essere diverso per quanto riguarda l’Assoluto? Non è forse il salvataggio di un vicinato pericoloso al fuoco? Questo mette in evidenza tutti i difetti, tutte le scabrosità, tutte le miserie che, in altre circostanze, si annegherebbero in una marea di banalità circostante. Voler affrontare la luce di Dio equivale a esporsi, deliberatamente, a vedere esplodere alla luce del giorno tutti questi difetti, tutte queste cose meschine. Prima essi appaiono agli occhi degli altri, e dopo, quando la luce è purificata, appaiono agli occhi di se stesso. In primo luogo scopriamo la mediocrità degli altri, poi la nostra.

È il rischio che si corre quando si punta in alto, cioè, trovarsi sempre più lontano dal termine, e così soffrire intensamente.

Ad un livello più prosaico, è necessario considerare anche il prezzo della rottura con il mondo. Nella misura in cui la solitudine è efficace, essa ci priva di un gran numero di contributi, che introdurranno all’interno della comunità una spinta o un rinnovamento che la mascherano o cercano di attenuarla in certo modo.

C’è una scelta fondamentale da fare: o scegliere Dio e accettare che la perfezione proviene principalmente dall’interiore, o lasciare aperte alcune porte al mondo, in modo che altri mezzi umani, che non sono i mezzi del deserto, intervengono al loro modo. La solita scelta dei certosini è la prima opzione. Accettarla deliberatamente e con piena coscienza è un vero sacrificio, è un ingresso alla solitudine estremamente costoso. Si tratta, infatti, di accettare consapevolmente vedere un sogno diventare parte delle loro disponibilità umane, affinché Dio possa fluire all’interno. Un ambiente così, solo conviene alle anime che hanno già acquistato un certo livello di maturità umana e la capacità di autonomia personale nella loro attività spirituale ed intellettuale.

Andare definitivamente al di là dell’Assoluto

La scoperta della mediocrità, prima negli altri e poi in sé, è una direzione ancora più sconcertante verso la luce. La santità, la perfezione, le virtù, tutte queste nozioni che, anche inconsapevolmente, interpretiamo come riflessi dell’Assoluto dentro di noi, a poco a poco svaniscono. Tutto ciò che può fare me stesso il centro, un nucleo di cristallizzazione autonoma, tutto questo deve scomparire al fine di rimanere in conformità con il Cristo risorto. Tutto è pura relazione con il Padre. Anche nella Sua umanità, Egli ha acquistato i titoli della divinità, è stato privo di ogni ricchezza creata, al fine di essere nient’altro che pura relazione.

Questa è la direzione a cui il monaco deve rivolgersi gradualmente, prima nella sua vita interiore, e dopo in tutte le sue attività, tanto nella cella, come nella comunità. Imparare a non concentrarsi su se stesso, ma concentrarsi su essere preso dal movimento dell’amore divino, che non ha né inizio né fine, né obiettivo né principio, né limite né confine, consegnato al soffio dello Spirito, senza sapere da dove viene e dove va.

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Queste poche riflessioni permettono di indovinare le scoperte sempre più sconcertanti di un’anima che accetta di essere guidata dalla luce divina. Tuttavia, questa evoluzione, che costringe ad oltrepassare infinitamente ciò che in un primo momento sembrava l’ideale più attraente, è l’opera di Dio. Sembra che Egli ci ha ingannati, poiché ci porta dove non vogliamo andare. Ma in realtà, Egli ci rivela gradualmente una verità che non siamo in grado di ricevere fin dall’inizio. L’amore di Dio è l’unica garanzia del certosino, è la sua unica forza in un percorso in cui appunto si tratta di perdere tutte le riserve, di non avere più in sé qualsiasi fonte di potere o giudizio autonomo. Bisogna credere nell’Amore e consegnarsi ad esso.

Un certosino

Le vie dell’Assoluto

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Dal momento che si è parte, effettivamente, dell’Ordine Certosino, si scopre che la scelta radicale per Dio deve necessariamente segnare, con il suo sigillo, tutta questa esistenza umana sensibile, socievole, fragile ed instabile che è in ognuno di noi, rendendo la scoperta ancora più difficile. Noi esploreremo questo argomento in dettagli. Basta notare come si deve esprimere questa scelta puramente spirituale in modo radicale, nello spazio e nel tempo in cui si svilupperà l’esistenza del certosino.

I «limiti» del certosino

Gli storici, che sanno come sono nati i certosini nel Medioevo, hanno fatto una scoperta che li ha scioccati. Hanno constatato, infatti, che i certosini nel momento in cui decidevano sulla fondazione di una casa in un certo luogo, iniziavano dalla definizione dei “limiti” del luogo, allontanando il monastero certosino dal resto del mondo, senza importarsi molto se tali limiti erano nei terreni appartenenti ai certosini. Il chiaro obiettivo era di acquistarli o di ricevere i privilegi che gli permetessero di escludere dal terreno tutte le altre abitazioni. Quindi era una condizione considerata essenziale dai primi certosini. Il monastero deve essere il centro dell’autentica solitudine, la rottura tra i certosini ed il mondo deve essere chiaramente marcata. Poi, un altro confine era tracciato per determinare, con rigore, i limiti che i monaci non dovevano attraversare se volessero rimanere fedeli allo spirito della solitudine. Il novizio che fa la professione sa che deve impegnarsi a rispettare questi limiti, che sono il suo deserto, la sua solitudine.

Sarebbe meschino vedere questo come una sorta d’istinto di proprietà o di voglia di potere dei certosini. Anche se i problemi dei limiti gli hanno causato molte volte processi giudiziari o contestazioni dei loro vicini, è necessario vedere in questo un tenace desiderio di allontanarsi, la chiara espressione della loro sensazione di aver scelto Dio e nient’altro che Dio. È veramente il fuoco dell’Assoluto brillando nella loro vita, in un modo molto esigente. Entrare definitivamente in Dio e racchiudersi in Lui, non solo nello spirito, ma anche nel corpo. I limiti dei Certosini sono il segno concreto di essere racchiuso in Dio. Come dice San Paolo: «La vostra vita è nascosta con Cristo in Dio». Questa è l’intenzione del certosino: essere nascosto, forzare gli altri a rispettare il suo anonimato e dimenticarlo. Ma è anche imporre a se stesso la missione di non muoversi come vuole, di non andare più avanti e indietro a piacimento. Egli è ancorato in Dio, anche fisicamente, nella sua libertà fondamentale di essere umano che dispone di tutta la terra che gli viene offerta dal Creatore.

Il senso dei voti

È evidente che i voti religiosi non sono una prerogativa dei certosini. Ma forse siamo vicini ad un tempo in cui solo i certosini avranno ancora uno stile di vita corrispondente all’atteggiamento spirituale che abitava nei ambienti monastici dove sono nati i voti quindici secoli fa. I voti, nel suo senso più profondo, si modelleranno fedelmente sulle strutture della vita certosina.

Le prime origini dei voti monastici sono oscure. Sembra, tuttavia, che essi sono nati spontaneamente per rispondere all’instabilità di molti monaci, come l’instabilità nella vocazione o nel pellegrinaggio da un monastero ad un altro. I voti sono, in qualche modo, una sorta di limite, nel senso che abbiamo parlato nel paragrafo precedente. Essi segnano una rottura nella vita del monaco, in modo che egli è costretto a rimanere fisso in Dio, per un atto perfettamente libero che egli assume quando entra nel monastero, fissato dalla sua professione di fede. Senza voler negare le esagerazioni legali che si svilupparono attorno alla nozione di voto, è necessario trovare in essa la sua ispirazione profonda. I suoi autori non avevano, probabilmente, la conoscenza della sua creazione, ma seguivano un’ispirazione molto pura.

L’intenzione di colui che pronuncia i suoi voti monastici è quella di fare un dono di sé, davvero assoluto, a Dio. La seduzione dell’Assoluto richiede che si imprima in sé qualcosa che ricordi quest’Assoluto, che ci prepari ad incontrarLo di nuovo. Questa è la scelta che ci ha portati ad abbandonare tutto per Lui, vogliamo che Lui lasci il suo segno sul nostro essere interiore. È necessaria, quindi, una rottura con il mondo esterno: il voto di stabilità che corrisponde in ogni persona alla esistenza materiale e concreta dei limiti. Soprattutto è necessario segnare, in modo molto chiaro ed efficace, la rottura tra la fuga da Dio, verso cui siamo attratti con tutto il nostro peso, e la volontà di un amore sempre fedele a Dio: il voto di obbedienza.

Per chi osserva le cose dal di fuori, il monaco è, quindi, racchiuso in una rete di obblighi che lo legano e lo paralizzano. Così è il modo in cui le cose si presentano a volte, è necessario ammetterlo. Ma in realtà, è esattamente l’opposto. I voti sono la linea di demarcazione insormontabile fra il campo dell’Assoluto, la zona in cui si desidera che Dio regni senza contestazione, e tutto il resto: i voti sono la porta di accesso alla libertà divina.

I paragoni

Al fine di comprendere meglio il senso della rottura radicale impressa dalla solitudine del certosino, può essere illuminante confrontarla con altre forme di solitudine.

L’eremita: Questo è certamente l’uomo della solitudine nell’essenza e la storia ci offre molti esempi – l’uomo della disponibilità a tutti i tipi di ulteriori evoluzioni. Egli diventerà il fondatore di un’abbazia cenobitica, predicherà, diventerà vescovo, pastore di anime. Sarà profondamente toccato dall’Assoluto, ma non percepirà la chiamata a gettarsi in Lui in modo radicale e definitivo. La sua solitudine potrà, infatti, perseguirlo per tutta la vita, ma potrà anche essere solo un passo verso un’altra vocazione alla quale il Signore lo chiama.

Il camaldolese: Figlio di San Benedetto, egli mette la sua solitudine in un contesto più o meno analogo a quello dell’eremita. Non è altro che un modo di lodare Dio, tra molti altri. Non si deve dimenticare, per esempio, che gli apostoli della Polonia sono stati i primi camaldolesi. Per loro non c’è stato alcun inconveniente nel diventare insegnanti, predicatori, ecc. Tra di loro si troveranno anche i solitari, i segregati. Ma di per sé, la vocazione del camaldolese non implica necessariamente la scelta di dedicarsi in modo esclusivo e radicale a Dio.

Il solitario: Egli gode, materialmente, di una solitudine spesso profonda. Infatti, essa è fragile e soggetta ad un accumulo di contingenze che sfuggono totalmente al suo controllo. Se ritenuto in concreto, il solitario è sempre dipendente da una comunità monastica, canonica, parrocchiale, in cui si inserisce, ma da cui dipende tanto spiritualmente quanto materialmente. Cioè, è una situazione molto fragile, anche se a volte, offra condizioni eccezionalmente favorevoli.

Un certosino

La seduzione dell’Assoluto

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Da oggi,vi proporrò tre meditazioni sulla vocazione, in tre articoli, uno a settimana. I titoli dei testi saranno i seguenti:

  1. LA SEDUZIONE DELL’ASSOLUTO

  2. LE VIE DELL’ASSOLUTO

  3. AL DI LÀ DELL’ASSOLUTO

Le seguenti riflessioni, scritte da un certosino, possono certamente chiarire a tutti coloro che desiderano impegnarsi con tutto il proprio essere al servizio di Dio, anche in un diverso tipo di vocazione.

Ecco dunque, spiegata da un certosino una breve introduzione sul significato della vocazione come dono speciale di Dio.

MEDITAZIONE SULLA VOCAZIONE

Per diventare un certosino o una certosina, non basta solo voler esserlo, non basta essere accolto fraternamente o avere una buona formazione. Solo diventa un certosino/a colui o colei che, nel profondo della sua anima, sente una chiamata che è più potente di qualsiasi contraddizione che abbia dentro di sé e nei suoi dintorni. La vocazione certosina è opera di Dio. La partecipazione umana nella opera di Dio forse è più indispensabile in essa che in qualsiasi altro progetto, ma l’uomo sa che, se dipende solo dalle sue proprie risorse, egli resta totalmente incapace di farla.

Quindi ci sono diverse fasi da seguire: in primo luogo, una chiamata. Questa, esclusivamente interiore, cerca la sua realizzazione attraverso mezzi esterni, istituzionali, collegati ad una struttura la cui rigidità può stupire. Una volta che la decisione è presa, la scoperta della vita certosina concreta entra in un universo in cui i paradossi sono spesso difficili da accettare.

LA SEDUZIONE DELL’ASSOLUTO

Solo chi conosce è in grado di capire. La chiamata di Dio è una prova che va oltre gli argomenti e le parole. Quando Dio si manifesta, non c’è possibilità di confusione, è indubbiamente Egli stesso, anche se non si trovano i mezzi per esprimerlo. Trattiamo adesso di ciò che chiameremo “L’Assoluto”, a causa della mancanza di un termine migliore. Questo termine ha le sue imperfezioni, come tutti i termini utilizzati per parlare di Dio, però la differenza di questo detto “Assoluto” con tutto ciò che è già noto alla nostra scala contingente, è che esso evoca chiaramente il carattere di una profonda manifestazione di Dio. È Egli, e nessun altro! Egli si fa riconoscere immediatamente, anche senza mai essere stato trovato precedentemente. Egli non è paragonabile a nulla visto prima. Si presenta, certamente, come la perfezione che in un istante seduce il cuore, provocando una sete che nulla potrà saziare, tranne l’Assoluto. Colui che sperimenta questo fatto avvia una ricerca persistente per ottenerLo. Non c’è dubbio che i mezzi saranno sempre inadeguati ad un obiettivo di questa portata, ma egli farà tutto ciò che dipende da sé per raggiungerlo.

Donarsi a Dio per Egli stesso.

Per il certosino/a, che si impegna in questa ricerca, il mondo si presenta fin dall’inizio come la scoperta di un luogo già noto, anche senza averlo visto prima. Sembra che egli istintivamente trova le parole che rispondono a questa ricerca impegnata. C’è una sorta di connaturalità tra ciò che gli è stato detto e ciò che egli voleva dire a se stesso. Donarsi a Dio per ciò che Egli è. Vivere solo per Lui. Rinunciare a tutto ciò che non è Dio e trovare solamente in Lui la pienezza di ciò che si sta cercando. Non solo si vede questo nelle formule scritte, ma si ha la sensazione che esse sono vissute, anche se il quadro sembri un po’ meschino e disordinato.

Una rottura radicale con il mondo

L’Ordine Certosino associa, inseparabilmente, queste formule inebrianti di unione con Dio solamente, alle esigenze di separazione totale da quello che il linguaggio monastico tradizionale chiama il “mondo”. Non c’è in questo, nonostante alcune false interpretazioni, né manicheismo, né pessimismo, neanche disprezzo per ciò che è parte del mondo. Il mondo è l’umanità insieme impegnata in questa opera grandiosa di cooperare con l’azione di Dio, il Creatore. È l’uomo che tende a Dio attraverso lo specchio multiforme delle creature. È l’uomo religioso che illumina il volto del Padre in Cristo attraverso le mille forme di apostolato. Tutto questo è buono, tutto questo è un riflesso di Dio, ma nulla di questo è Dio. La scelta di Dio implica una conseguenza le cui richieste sono certamente indiscutibili, che è quella di allontanarsi da tutto ciò che non è Egli, perché le sue più belle opere sono nulla in confronto con Egli; Egli è il prescelto.

Cadere definitivamente in Dio

Parliamo di una seduzione dell’Assoluto. È certamente questo. Le parole di Geremia vengono in mente: “Mi hai sedotto, Signore, ed io mi sono lasciato sedurre”. La gioia di incontrare Dio rende più facile prendere tutte le decisioni, anche se vengono prese in modo riflessivo, calmo e ben giustificato. Ci rendiamo conto che non ci sono altre soluzioni; è necessario fare un passo enorme per impegnarci in modo totale con Dio. È necessario saltare nel vuoto, credere nell”Assoluto e allontanarsi da tutto ciò che non è Egli.

4° Risorgere con Cristo

Solo Gesù, con la sua morte e risurrezione, ha potuto realizzare questo sogno in modo completo e radicale: rispondere con tutto il Suo essere alla chiamata di Dio, entrare in Lui e ritrovarsi pienamente nel Suo seno. Scegliere la vita certosina è quello di inserirsi, in un modo particolarmente espressivo ed efficace, nella Risurrezione del Salvatore. C’è una morte di cui non sempre siamo pienamente consapevole all’inizio, ma che cancellerà totalmente i suoi effetti sull’uomo. C’è anche la nascita ad una nuova vita che ci mette veramente nell’intimità di Dio.

Un certosino

Alla fonte

Alla Fonte

FONTE

Il brano che ho scelto oggi per voi, è tratto dal libro Intimidade com Deus” dall’originale francese ” Parole de dieu et vie divine”. I testi in esso contenuti sono una raccolta di scritti elaborati da un certosino. Un sermone da gustare in tutta la sua ricchezza, dissetiamoci dunque alla fonte!

“Sentire o leggere ciò che gli altri affermano circa l’unione dell’anima con Dio eleva senza dubbio lo spirito, ma può lasciarci molto lontano dalla realizzazione. Succede anche che molte anime disposte a perseguire questo fine, perdono il coraggio dopo una serie di sconfitte e rinunciano ad avanzare per il regno delle promesse divine. Alcune di loro si rassegnano, allora, alla mediocrità della vita interiore: poiché la perfezione sembra essere decisamente fuori dalla nostra portata, perché continuare a lottare invano? Si confortano con l’idea che gli altri, dopo alcuni tentativi, eccessivi per le loro forze, hanno conosciuto l’amarezza della delusione. Può anche accadere che queste riflessioni ci diano la sensazione di essere informati e prudenti e ci facciano rimpiangere il sacrificio inutile di anime presuntuose. Non abbandoniamo totalmente la pietà, ma limitiamo il nostro orizzonte; e la voce della coscienza, che non può essere soddisfatta con questa limitazione, è asfissiata dalle distrazioni.

In realtà, non possiamo pensare che un’offerta incompleta sia degna della maestà divina, della sua purezza e della sua semplicità, e che l’Amore assoluto accetti l’offerta di un’anima divisa. È a noi che si rivolgono queste lamentele: “Ascolterete, ma non comprenderete; guarderete, ma non vedrete. S’è indurito infatti il cuore di questo popolo: sono diventati duri di orecchi; e hanno serrato gli occhi in modo da non vedere con gli occhi, non sentire con le orecchie, non comprendere con il cuore e convertirsi” (Mat 13, 14-15).

Queste parole sembrano dure in bocca di un Dio: ma è proprio a causa della sua infinita misericordia, perché vuole condividere con noi l’ardente carità che trabocca dal suo cuore, che ci rimprovera per la nostra tiepidezza, e ancora di più per la nostra rassegnazione. Per più severamente che ci parli, mai ci abbandona più di quanto noi lo abbandoniamo. Dio è sempre vicino a noi come una fonte interiore da cui nasce la grazia e là ci aspetta, nel più intimo di noi. Nonostante i nostri compromessi precari tra l’amore divino e l’amore di sé, non cessa mai di attrarci a Lui per offrirci la totalità delle sue ricchezze. Così come l’unità divina è la madre degli esseri, così tutta la vita aspira all’unità e tutto l’amore alla totalità.

Se, da questo momento, volessimo sentire la parola di Dio e lasciare il nostro cuore rispondere al suo appello, avremmo aperto davanti a noi un cammino che conduce senza deviazioni verso l’alto. È Dio stesso che ci incita a percorrerlo ed è per questo che ci svela i suoi segreti. Potessimo noi sentirlo, infatti, nel silenzio di una sottomissione umile e un’attenzione filiale.

Il suo linguaggio è più chiaro che tutta la luce creata; il suo unico scopo è quello di fare saltare su di noi la scintilla di una risposta ardente. Se si presenta talvolta con la durezza di un diamante, è per penetrare fino al fondo del cuore, l’oggetto dell’eterno desiderio. Ma è la pazienza divina che più dobbiamo ammirare, la condiscendenza del Verbo che prende la forma di uno schiavo per conquistare il nostro amore: “Ecco il mio servo che io ho scelto; il mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto; la canna infranta non spezzerà, non spegnerà il lucignolo fumigante” (Mat 12, 18-20).

Che nessun ostacolo venga, da parte nostra, ad indebolire la Parola di Dio: lasciamola risuonare fino al fondo della nostra coscienza: anche in noi, essa farà fiorire le sue meraviglie divine. “Ecco, Dio è la mia salvezza; attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza” (Is 12, 2-3). È dal Figlio che dobbiamo avvicinarci, se vogliamo calmare la sete che tormenta la nostra anima. Egli viene al nostro incontro ed è Egli stesso che ci chiede di bere, tanto all’ombra dal raccoglimento come al sole ardente della nostra giornata. E così che l’anima comincia a soddisfare i desideri divini, sente queste parole: “Dammi da bere, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva” (Gv 4, 10).

È offerta di Dio, infatti! Basta confessare la nostra indigenza per ricevere il dono della misericordia. Il cuore divino conosce tutte le nostre necessità e fa raggiungere a noi l’onda della carità: ci invita a bere senza riserve per rinfrescare e guarire la nostra anima. Quest’acqua che sgorga dalle profondità divine ci rende sempre più permeabili alla sua purezza e meglio in grado di ricevere la sua abbondanza, come noi uccidiamo la nostra sete. “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. Colui che crede in me, come disse la Scrittura: Dal suo ventre sgorgheranno fiumi di acqua viva” (Gv 7, 37-38).

Ci liberiamo dai legami egoistici e parziali che ci attaccano alle creature, allentiamo il nostro cuore di ciò che è temporale ed effimero, queste sono le condizioni per il nostro risveglio spirituale. La conoscenza angosciante della nostra miseria ci tira le soddisfazioni di un ora per farci desiderare ardentemente la verità eterna, la pienezza divina. “Colui invece che beve dell’acqua che gli darò io, non avrà mai più sete; ma l’acqua che gli darò diverrà in lui una sorgente di acqua che zampilla verso la vita eterna” (Gv 4, 14).

Se beviamo, quindi, alla fonte del paradiso interiore, mai più cercheremo di placare la nostra sete nei ruscelli della terra, affinché il nostro il Salvatore non si lamenti di noi: “essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non tengono l’acqua” (Ger 2, 13). Facciamo attenzione a questo tempo di grazia, che, chissà, può suonare per l’ultima volta. “Oggi, se udirete la sua voce, non indurite i vostri cuori” (Eb 4,7).

Che lo Spirito non ci consideri di essere lento o sordi alla sua chiamata! Non lasciamo addormentare in noi l’idea di questa gloria che ci invita, di questa Buona Notizia che Dio ci annuncia in ogni momento, di questo Verbo d’amore che cerca, con la ‘violenza’ divina, rivelarsi al nostro cuore. “La parola di Dio, infatti, è viva ed energica e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino all’intimo dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4, 12). Lasciamo Dio agire, che Egli sia è il nostro destino e la nostra fortuna!

La verità che il suo amore ci impone, si svilupperà nei nostri cuori quando la nostra fede riceverà il seme eterno. “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano” (Lc 11, 28). “Consacrali nella verità. La tua parola è verità!” (Gv 17,17)”.

Un certosino

La monaca certosina, la verginità ed il suo ruolo apostolico.

La monaca certosina, la verginità ed il suo ruolo apostolico.

certosina in orazione

Recentemente, papa Francesco rivolgendosi alle religiose dedite alla vita consacrata, si è espresso sul ruolo della donna nella Chiesa. A tal proposito, voglio proporvi questo breve testo, redatto da un certosino, riguardante la figura della monaca certosina da sempre diaconessa.

“Il concetto del ruolo della donna e, soprattutto della vergine, appare con diverse nozioni di importanza in questo nostro mondo spesso disorientato nei suoi valori, al ritmo del relativismo e della dissolutezza di ogni epoca storica. In Certosa, la monaca vergine rimane ciò che ha sempre significato per la Chiesa: queste vergini claustrali e consacrate che si coprono con un velo sono come Maria, fonti di vita e di bellezza per conservare e coltivare dentro di sé la vita divina. Lontano dagli sguardi del mondo, imitano la vita nascosta del Signore – che ha vissuto nel seno di Maria e durante i 30 anni che ha preparato la salvezza del mondo. Abbandonando una società in cui ognuno cerca di “apparire”, i monaci certosini e le monache si sforzano di “scomparire”, in attesa che il Signore riceva questa prova. L’unica cosa che si fa nei nostri monasteri è amare Cristo con tutte le nostre forze. Sappiamo che l’abbondanza di questo infinito amore ci sarà dato se siamo fedeli e si riverserà su tutte le anime che ne hanno bisogno. Non c’è un solo certosino che non si consideri, in questo senso, un missionario; non c’é nessuna vergine certosina che non abbia il sentimento della sua maternità spirituale e che non possa dire con Cristo: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore” (Lc 4, 18-19).

(un certosino)

 

Alla Veglia di Pentecoste

Alla Veglia di Pentecoste

certosino e crocifisso

In questa vigilia di Pentecoste, voglio offrirvi questa meravigliosa omelia realizzata da un certosino, e rivolta alla sua comunità monastica. Vogliate meditare su queste pregnanti parole, affinchè il nostro cuore possa aprirsi per poter ricevere la discesa dello Spirito Santo.

Lo Spirito Santo, da cui possiamo e dobbiamo ricevere in questa festa una nuova pienezza, se siamo preparati ad accoglierlo, egli è uno spirito d’infanzia. È Lui che concede ai nostri cuori il potere di riconoscerci figli di Dio, che ci dà l’amore e la fiducia nel nostro Padre del cielo, come dice San Paolo. Questa qualità di figli di Dio è ciò che ci distingue dai pagani, è proprio ciò che ci rende cristiani.

Se cerchiamo di dire esattamente che cosa è l’atteggiamento filiale, verificheremo che è fatto di sottomissione, di libertà e di gioia. Dico in primo luogo la sottomissione, perché in realtà non si può essere veramente figlio di Dio, se non si possede soprattutto la generosità dell’obbedienza. Dobbiamo, in modo particolare, eliminare i nostri gusti, le nostre idee uniche, per conformarci con quello che la Chiesa impone, o con quello che la vita cristiana esige. Lo dobbiamo fare con coraggio, senza pensare o guardare dietro. Quando si pratica, anche solo una volta, un buon sacrificio di questo tipo, sappiamo bene quanta indipendenza interiore ci può succedere.

Davvero, l’infanzia spirituale è fatta anche di libertà, la libertà che è la figlia della sottomissione, dell’abbandono semplice e generoso. Ubi Spiritus, ibi libertas – dice ancora San Paolo. Dove è lo Spirito Santo, è la libertà, essenzialmente interiore, che consiste di non essere attaccati all’amore di sé. Ciò si acquisisce solo dalla dedicazione e dal raccoglimento. Il vostro lavoro e la vostra preghiera costantemente tendono a liberare voi e raggiungerete questa indipendenza tanto più veloce, quanto più fedeli sarete all’uno ed all’altro.

Ed infine lo Spirito Santo è uno spirito di gioia, perché ci sentiamo felici quando vediamo cadere le nostre catene. La maggiore tristezza dell’uomo è quella di sentirsi arrestato in una prigione che non si può aprire perché ha il nome ‘egoismo’; è in esso che l’uomo è chiuso. Ma ogni atto di obbedienza, di umiltà, di carità, libera il cuore e sentiamo che risuona nel cielo, come il battito d’ali di un uccello la cui gabbia è stata appena aperta. Tutti voi conoscete questa gioia; ognuno di voi ha ricevuto una gran parte di essa. Ed avete il desiderio di comunicarla agli altri, siano loro i più cari, la famiglia che avete lasciato nel mondo, o gli sfortunati che spesso soffrono senza sapere perché.

Bene! L’unico modo per irradiare la consolazione nei cuori degli altri è rendere il vostro cuore un centro di fiducia e di amore, è lasciare vivere in voi il cuore di Cristo. In una famiglia o in una comunità, è già molto se l’esterno è calmo e sereno; perché una figura scoraggiata sovraccarica l’atmosfera intorno a se. Ma questa influenza è niente rispetto alla luminosità di un’anima in cui Dio vive. Lo spirito dell’uomo ha inventato ed ha costruito centri di energia che diffondono la forza su tutta la terra. Quando questo spirito è pieno di luce e di amore divino, pieno dello Spirito di Dio, non è naturale che scintilli all’infinito?

Siamo solidali uni con gli altri, dipendiamo da coloro che lottano e soffrono con noi, religiosi o laici, collaboriamo, costruiamo insieme la Città di Dio. In un certo senso si tratta di un onere, perché sappiamo che le anime aspettano il nostro aiuto, ma è una fonte di resistenza perché, in cambio di tutto ciò che diamo, riceviamo il centuplo. L’unico modo, infatti, per ricevere l’abbondanza della grazia è dare tutto quello che si ha.

Chiediamo allo Spirito Santo questa pazienza, questa disponibilità ad abbandonare tutto ciò che ci viene chiesto e questa gioia soprannaturale, che sono i segni della sua presenza e le condizioni del suo regno in noi, e che Lui faccia di noi fonti di vita per tutti gli uomini come fece con Maria, sua sposa, piena di grazia.

Un certosino

(brano tratto da libro “Silencio com Deus”)