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Semplificazione della vita emotiva

Semplificazione della vita emotiva

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Ancora una meditazione elaborata da un certosino, che ci esplica con parole semplici la potenza dell’amore. Sorseggiamola ed assimiliamo lentamente, parole spontanee che sembrano ci accarezzino l’anima.

Le grandi cose sono semplici, e la vera vita, la vita di unione, è la più semplice di tutti. L’anima è imprigionata in un incantesimo divino, incapace di desiderare nulla di buono creato, immobilizzato nella gioia dell’amore divino. Una pace incomprensibile risultante da questa indifferenza e questo equilibrio in cui il cuore è cementata.

Per molto tempo ancora, mentre la trasformazione non viene attivata, l’anima unita al suo Dio, almeno in apparenza, fa errori rivelando lacune e dimostrando le proprie debolezze.  Ma quegli stessi “difetti” contribuiscono a percorrere la  strada verso il progresso d’amore, e portando nell’anima una vera umiltà, aiutando ad alimentare la fiamma che purifica e trasforma il cuore del contemplativo. Le sue debolezze, non lo stupiscono né lo fermano, così come  le sue virtù: Perché si arriva al crocevia tra due infiniti: l’infinità della sua miseria  e l’ infinita della  misericordia divina. “L’abisso chiama l’abisso” (Salmo 42,8). In fondo a questa doppia conoscenza l’anima è una fonte inesauribile di umiltà, di abbandono e di amore.

Un certosino

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Un omelia per la Quaresima

copertina Palavras do silencio

In occasione del giorno in cui inizia la Quaresima, cari amici voglio donarvi una magnifica omelia, di “un certosino”. Essa fu realizzata in occasione della Quaresima del1993, e destinata alla propria comunità monastica, nella certosa brasiliana di Medianeira ed ora da me estratta dal libro “Palavras do Deserto”. Io la trovo davvero stupenda.

Quaresima 1993

Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione” (Mt 26,41)

Carissimi fratelli:

All’inizio della Quaresima, la Sacra Liturgia – tradizionalmente – ci invita al percorso che conduce alla Santa Pasqua attraverso il deserto, il deserto della preghiera e della tentazione. Tutti gli uomini sono infatti impegnati in questo brano del Vangelo che ci offre la visione di Gesù di fronte alla tentazione; ma chi può negare che il monaco solitario sia particolarmente interessato per l’insegnamento di questo brano evangelico?

La nostra vocazione, in modo efficace, è una sequela di Gesù nel deserto, dopo Abramo, Mosè, Elia, Giovanni Battista, Antonio, Pacomio, Giovanni Cassiano, Benedetto e molti altri. Per tutti loro, la solitudine è stata una risposta ad una chiamata di Dio. Tale cammino, “a secco ed arido” (1.4), non è un desiderio spontaneo della natura. Questo è molto chiaro nel brano del Vangelo che ci dice: “Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo” (Lc 4,1-2). È lo Spirito che invita al deserto. Solo Gesù fu battezzato nell’acqua e nello Spirito. Lo stesso Spirito Santo, prendendo possesso di Lui in un modo speciale, lo conduce al deserto. Deserto: pienezza di intimità con il suo Padre celeste. Solitudine: luogo d’incontro intimo. I grandi solitari del passato si ritirarono, come Gesù, per mettersi davanti al Padre e trovare il Padre e la propria identità filiale, ed anche la sua missione: scoprire e ammirare l’infinito amore del Padre. Ma il Vangelo aggiunge una parola sorprendente che, nella tradizione monastica, non è passato inosservato. Il testo di San Matteo: “Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo” (Mt 4,1). Una verità sconcertante che dobbiamo accettare così com’è, misteriosa com’è. Subito dopo il suo battesimo, il Padre manda il Figlio al deserto pieno dello Spirito Santo per combattere il diavolo.

Qui il Vangelo ci mostra un altro aspetto del deserto, luogo privilegiato del combattimento, della tentazione, come è anche un luogo di preghiera, d’incontro intimo con il Padre e di comunione con Dio. I nostri Statuti non lasciano questa verità senza sottolinearla: il solitario “passerà per la prova di una dura lotta (…) e sarà provato come oro nel fuoco” (1.3.2). Qui la tradizione monastica riceve la verità del Vangelo e la conferma per la vita e per l’esperienza. Sappiamo che ci sono molte prove e tentazioni nel deserto; e quello che dicono i Vangeli e la Tradizione, a tal scopo, siamo in grado di confermarlo con la nostra povera esperienza quotidiana. In un altro luogo dello Statuto, possiamo leggere una lunga citazione da San Giovanni Cassiano, in cui spiega il mistero che dobbiamo imitare: “Gesù, Figlio di Dio, si è degnato di offrire a noi nella sua persona l’esempio vivente della nostra vocazione quando, da solo nel deserto, si consegnò alla preghiera e vinceva il tentatore con le armi dello Spirito” (1.2.10 San Giovanni Cassiano, col 10 n.6).

Tutto questo cari fratelli, per farci ricordare e farci rendere sempre più consapevoli della dimensione della nostra solitudine. Il diavolo non è il frutto di una fertile e illusoria immaginazione dei tempi passati che l’uomo moderno potrebbe trascurare. È sempre il tentatore ed il bugiardo che cerca di allontanarci dell’amore del Padre, della croce di Gesù e delle ispirazioni dello Spirito Santo. Si tratta di um combattimento invisibile, ma molto reale. Nel Vangelo, uno degli aspetti più essenziali del mistero della nostra Redenzione è il combattimento personale di Gesù contro il nemico di ogni bene. È questa lotta che il monaco riceve e vive nel cuore. Dobbiamo essere attenti a questo aspetto della nostra vita. L’unica forza che può permetterci di trionfare è la vita stessa di Gesù risorto, la sua preghiera in noi e per noi, la partecipazione dello Spirito Santo, la grazia divina.

Si deve imparare a svelare la presenza e la tentazione del diavolo. Sapere anche rispondergli. È già stato notato che questo è il più grande insegnamento che Gesù ci lascia nella narrazione delle sue tentazioni. Secondo la tradizione spirituale, non si discute con il tentatore. Il dialogo che ci dice Luca è un modello. Gesù non discute. Dà risposte brevi, che sono parole di Dio, portatori dello Spirito Santo. Il nemico è sconfitto dalla Parola di verità, che ci spinge alla fiducia nel Padre celeste e all’obbedienza filiale. Se, pertanto, ci capita di trovarci in disturbo interiore, in insinuazione allettante, quando entrare nel nostro cuore la richiesta per il  male o la considerazione di un bene inferiore e fuorviante, sosteniamoci nella Parola di Dio e rifiutiamo ogni dialogo con quello che vuole sedurci attraverso un dialogo inutile e ambiguo, come l’ha fatto con Eva nel paradiso terrestre. Il dialogo con il diavolo è sempre pericoloso e l’inizio del consenso è l’inizio della piacevole accettazione, ma peccaminosa.

Ed il Vangelo di Luca, dopo aver narrato il triplice episodio della tentazione, conclude così: “il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato”; alcune traduzioni dicono: “Fino ad un altro momento” (Lc 4,13). Si tratta, secondo alcuni Santi Padri, dell’agonia di Gesù nell’orto del Getsemani, agonia nella quale Gesù ci lascia un altro insegnamento sulla tentazione e come superarla. Ascoltiamo Matteo: “E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedèo, cominciò a provare tristezza e angoscia. Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me» E avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!». Poi tornò dai discepoli e li trovò che dormivano. E disse a Pietro: «Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me? Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (26, 37-41). Qui abbiamo un altro insegnamento che la tradizione monastica non ha mai mancato di trasmettere: il monaco è esposto in modo permanente alla tentazione; la sua ascesi di debolezza, una debolezza che solo la perseverante preghiera può prendere umilmente nella lotta invisibile. “Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione”. La mancanza di vigilanza e la negligenza nella preghiera, fa si che i discepoli non possano affrontare la tentazione né la propria debolezza; lasciano Gesù da solo nel suo combattimento.

Il capitolo della tentazione di Gesù nel deserto, anche se il deserto è considerato nella tradizione profetica come un luogo ideale d’incontro con Dio (cfr Dt 32, 10 e Os 2,16) e di intimità filiale con il Padre, offre con l’agonia di Gesù nel Getsemani, un unico insegnamento che è come una teologia riassunta della vita di Gesù e della sua opera redentrice attraverso la sofferenza e la preghiera: la battaglia invisibile. È anche l’immagine della nostra vita: Dio non garantisce una vita facile, né pane invece di pietre. È attraverso la prova e la preghiera che il monaco deve capire il senso della sua nuova vita in Cristo, della sequela di Cristo e la sua unione nell’opera redentrice del Signore.

Le tre tentazioni di Gesù, ed anche la sua agonia pasquale, hanno come punto finale l’accettazione umile, luminosa ed amorevole della volontà del Padre, anche della sofferenza e dell’umiliazione, l’accettazione filiale e fiduciosa ottenuta attraverso la preghiera.

Tutto questo non si riduce alle categorie del sforzo umano. Anche ci esige la vigilianza e la preghiera. È la nostra umile corrispondenza alla grazia divina. La Certosa non è il luogo dei grandi lampi spirituali. Mai è stata. Sappiamo anche che l’Ordine ha una avversione contro ogni manifestazione di singolarismo nella vita spirituale. La ragione è semplice: fin dai tempi più antichi, molti sono stati ingannati dalla loro immaginazione e dal loro desiderio indiscreto di si diventare visibilmente devoti. Direi che è il luogo della perseveranza nella vigilanza e nella preghiera. Il monaco è continuamente esposto alla tentazione, soprattutto se lascia la preghiera indebolire o la vigilanza addormentare. È attribuito al grande Abate Poemen questo apoftegma: “La grande prodezza dell’uomo spirituale consiste nel contare sulla tentazione fino alla morte”; e, d’altro canto, Antonio Abate diceva: “Sopprimi la tentazione e nessuno sarà salvato”. La tentazione è un aspetto della pedagogia divina: contribuisce a radicare l’anima nel bene, per farla crescere in amore – frutto della volontà e non della sensibilità. Frutto anche di una umile perseveranza nel bene e della sfiducia in noi stessi. Dio la permette per renderci più consapevoli della nostra debolezza di peccatori, per distaccarci della propria volontà, farci perdere la fiducia in noi stessi e farci contare solo sulla grazia divina. Ciò è essenziale nella vita spirituale. È così che il cuore si purifica e si unisce a Dio. Altro cammino è la costruzione sulla sabbia della immaginazione e dell’irreale. Dio vuole da noi questa accettazione della sua pedagogia, il frutto del suo amore. Accettazione umile, che è espressione autentica e non illusoria del nostro desiderio di Lui, della nostra preghiera, autentica espressione del nostro desiderio di crescere secondo la sua volontà e non la nostra. Lui sa di cosa abbiamo bisogno.

Vegliare e pregare per non cadere in tentazione.

Vegliare e pregare per crescere nella fiducia in Dio.

Vegliare e pregare affinché Egli cresca in noi e ci possieda totalmente.

Ricorda il cammino che ti ha fatto compiere il Signore tuo Dio in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti, per provarti, per conoscere ciò ch’è nel tuo cuore” (Dt 8,2).

Ricordati del Signore tuo Dio, poiché lui ti ha dato la forza (Dt 8,18).

Vegliamo, dunque, e preghiamo per non cadere in tentazione; ma, al contrario, percepiamo e conosciamo la pedagogia dell’amore divino nella prova.

Amen.

Un omelia per il Santo Natale

Un omelia per il Santo Natale

copertina Palavras do silencio

In occasione della ricorrenza del Santo Natale, cari amici voglio donarvi una magnifica omelia, di “un certosino” e destinata alla propria comunità monastica, realizzata in occasione del giorno di Natale del 1995, ed estratta dal libro “Palavras do silencio”. Parole che accarezzeranno la nostra anima, in questo giorno di gioia per la nascita di Nostro Signore Gesù Cristo.

 

PUER NATUS EST

“Tu che siedi sui cherubini, rifulgi, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi”

(Sl 80, 2 e 4)

“In quei giorni uscì un editto di Cesare Augusto che ordinava il censimento di tutta la terra”

(Lc 2,1)

Oggi possiamo chiaramente vedere che il decreto dell’imperatore romano è stato una provvidenza divina. Maria e Giuseppe andarono a Betlemme, al momento in cui “si completavano i giorni del parto della Vergine Maria”. È stato così che Dio ha voluto apparire personalmente nella nostra storia umana. Lui che siede sui cherubini. Anche se questo sia un evento marginale nel grande mistero dell’Incarnazione del Verbo Divino, non lascia di essere per noi un insegnamento molto profondo. Il più grande evento della storia della umanità si realizza durante un viaggio ed una estrema semplicità, nella povertà e nel silenzio di una grotta per gli animali. “Non c’era posto per loro all’albergo”. Aveva tanti altri modi Dio per far nascere suo Figlio…È necessario approfittare di questo insegnamento. Quante volte ci accade non diamo agli eventi provvidenziali il suo valore, la sua importanza, mentre trasmettono a noi una volontà di Dio sempre piena d’amore. E quante volte anche noi vogliamo apparire ed anche sembrare qualcosa che non siamo e manifestare la nostra singolarità.

Gesù nasce povero e sconosciuto, e ci insegna la felicità che ci porta l’abbandono filiale alla divina provvidenza. Dobbiamo imparare a contemplare ciò che Dio fa per noi, anche se non siamo in grado di capire tutto. Dio ha il suo piano d’amore e di tenerezza. Una mangiatoia è un insegnamento di grande valore. Dobbiamo imparare ad ammirare ciò che Dio fa. È sempre bello, anche se non abbiamo l’accesso alla piena comprensione.

Non è nel subbuglio della città né dell’albergo che Gesù nascerà. Se ricerchiamo il luogo scelto da Dio per apparire, troveremo una stalla, un nascondiglio scavato nella roccia. Gesù nascerà nel silenzio, nella solitudine, nell’intimità della sua madre e del suo padre adottivo. Raccoglimento totale ed accoglienza totale nell’intimità dell’amore verginale di Maria e Giuseppe e, allo stesso tempo, nella totale indifferenza. Ecco come il Figlio dell’Altissimo appare sulla terra per salvare coloro che tante volte vogliono apparire e sembrare anche qualcosa che non sono. Che lezione a tutti noi!

“La gloria del Signore avvolse dei pastori di luce” (Lc 2,9).

“Oggi vi è nato un Salvatore” (Lc 2,11).

Dio ha cercato gente semplice, povera, lavoratori, di notte, per rivelare al mondo intero l’evento che avvia la proclamazione evangelica. La gioia dell’incarnazione redentrice arriva in primo posto a quei pochi cuori semplici e umili. Questo anche può alimentare la nostra meditazione. A noi, anche Gesù si rivela nel mezzo delle cose normali di ogni giorno. Abbiamo bisogno delle stesse disposizioni di semplicità ed apertura di cuore, per poter capire quello che Dio vuole dirci. Spesso il Signore nella sua bontà ci invia segni che, visti dagli occhi umani, non significano niente.

I pastori devono scoprire un segno di una straordinaria semplicità: trovare il bambino avvolto in fasce e giacente in una mangiatoia. Nessuna manifestazione eclatante. Un fatto così banale è il segno della nostra salvezza. È nato il Salvatore. Un neonato, avvolto in fasce, non è un grande segno. L’umiltà divina! Niente di più semplice e naturale. Ma loro, i pastori, sono chiamati alla scoperta del divino nell’umano semplice e umile. Ed anche noi. Il nostro sguardo di fede deve andare al di là di quello che gli occhi vedono: scoprire ed ammirare la tenerezza divina. Spesso il nostro giudizio vacilla e si trova sulla superficie delle cose, soprattutto avverse. Un velo pesante ed opaco ci impedisce la scoperta della “ampiezza della carità” (Statuti 35,1). Abbiamo bisogno di un giudizio finemente sintonizzato e di un cuore aperto (apertura seguita nella fedeltà alla preghiera), per scoprire la vera misura e la proporzione delle cose banali della nostra vita. Molte volte loro sono una Parola di Dio e noi La ignoriamo. L’azione di Dio nel mondo e le opere della divina Provvidenza, sfuggono dal cuore che neglige il raccoglimento interiore.

Se ci fermiamo davanti alla grotta di Betlemme, capiremo la bellezza di ciò che Dio fa e come lo fa – come Lui si rivela. Ed il piccolo sforzo che dobbiamo fare per avere un cuore aperto a ciò che Dio fa con tanto amore ci porterà la calma e la serenità di chi si riconosce amato da Dio. Anche se si tratta di collaborare nel desiderio supremo di Dio che Egli vuole realizzare nel nostro cuore: la nostra unione intima con Gesù nell’amore. Per quanto umile e nascosta che sia l’esistenza del monaco, l’amore e la pace, l’abbandono filiale che regna nel suo cuore è un bene all’umanità. Si trata di una partecipazione silenziosa, ma feconda, nella proclamazione angelica: “Oggi vi è nato un Salvatore”. Si tratta di un messaggio traboccante di gioia. Leggiamo in San Luca: “I pastori dicevano a tutti quello che videro e udirono. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano” (Lc 2, 18). È di questa gioia, di questa proclamazione che ogni uomo cammina essenzialmente bisognoso, anche quando intende essere pienamente soddisfatto.

Carissimi fratelli: il nostro raccoglimento, il nostro silenzio, la nostra lode proclamano che è nato per noi oggi un Salvatore. La nostra carità fraterna, il nostro silenzio, la nostra preghiera, la nostra fedeltà alla tradizione monastica e, poi, alla nostra vocazione, tutto questo proclama silenziosamente che Dio esiste, Dio ci ama, Dio ci salva. È nato per noi il Salvatore. La nostra vita monastica è proclamazione.

Il mistero del Santo Natale che i pastori proclamano e si rallegra “tutti quelli che udirono” (Lc 2,18), ci impone – anche a noi – un debito ed un obbligo con gli altri uomini e donne del nostro tempo. Noi che abbiamo visto la luce di Cristo ed abbiamo ricevuto il Salvatore, siamo obbligati, per la grandezza della grazia data a noi, non solo a ringraziare e lodare Dio come fecero i pastori di Betlemme, ma come loro, a far conoscere la buona notizia dell’amore di Dio che ci salva. Questo faremo, non proclamando la sua venuta con le parole – non è la nostra vocazione nella Chiesa – ma rivelando nelle nostre vite. Il Verbo divino nasce in noi ogni giorno nella nostra umile fedeltà, come nella grotta di Betlemme, e dobbiamo manifestarlo attraverso la nostra testimonianza nella lode, nel silenzio e nelle umili opere della nostra reciproca carità fraterna. Non abbiamo il diritto di dubitare che una vita come la nostra sia una testimonianza eloquente che è nato per noi un Salvatore. Si tratta di una proclamazione che non ci appartiene: appartiene alla grande proclamazione della Chiesa; appartiene alla Luce che è la Chiesa – Lumem Gentium – luce del Mondo; appartiene alla manifestazione divina. È un’epifania! È di questa manifestazione che ogni uomo e donna camminano bisognosi senza saperlo. La risposta alla loro angoscia è nel nostro cuore, nella nostra vita silenziosa.

Carissimi fratelli, mentre ci avviciniamo oggi dal bambino Gesù, l’apparizione della bontà del Padre, quando contempliamo il presepe eloquente di povertà e silenzio, quando meditiamo questo grande mistero dell’incarnazione di Dio in mezzo a noi, rinnoviamo la nostra lode e ringraziamento a Dio per tanto amore, rinnoviamo il nostro desiderio di lasciarci salvare e amare da Dio e, in terzo luogo, rinnoviamo il nostro desiderio e l’impegno di essere fedeli alla nostra proclamazione silenziosa dell’amore divino attraverso la nostra umile fedeltà alla vocazione, sempre più consapevoli che il mondo attuale in cui viviamo e con cui siamo solidali, ha bisogno urgente e terribilmente di questo annuncio gioioso che non ci appartiene: “È nato per noi oggi un Salvatore”. Senza minimamente sottovalutare la proclamazione verbale della Chiesa, facciamo fedelmente la nostra parte silenziosa, come la nostra vocazione, nella gioia. E che tutta la nostra umile vita monastica proclami alla nostra società vuota e angosciata: “È nato per noi oggi un Salvatore.”

Alleluia!

Un omelia per Ognissanti

Un omelia per Ognissanti

copertina Palavras do silencio

Creati per conoscere e amare Dio

Creati per la contemplazione di Dio

Cari amici, ho scelto per voi oggi nella ricorrenza liturgica di “Ognissanti”, un’omelia di un certosino, della certosa brasiliana di Medianeira ed estratta dal libro “Palavras do Deserto”.

A voi questa splendido testo in questo giorno di festa.

Dopo ciò apparve una gran folla, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua; stava ritta davanti al trono e davanti all’Agnello; indossavano vesti bianche e avevano palme nelle loro mani.

Tutti gridavano a gran voce: “La salvezza appartiene al nostro Dio che siede sul trono e all’Agnello!”. (Apo 7, 9-10)

Con queste parole, San Giovanni ci fa partecipare, attraverso una descrizione molto limitata e, in effetti ridotta, la visione che ha avuto dell’assemblea dei santi che celebriamo oggi. E l’evangelista continua poco dopo: “Si prostravano davanti al trono per adorare Dio dicendo: Amen! Lode e gloria, sapienza e grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio, per i secoli dei secoli. Amen!” (Apo 7, 12).

È così che la celebrazione liturgica di oggi ci invita a sollevare la mente ed il cuore a questa folla di uomini e donne che hanno seguito il Signore qui sulla terra e hanno lavato le loro anime nel Sangue di Gesù. E la Chiesa ci dice oggi: “Rallegriamoci tutti nel Signore, celebrando la festa di Tutti i Santi” (Introito della Messa).

Il punto chiave della festa di oggi è la gioia. Gioia, perché vediamo uomini e donne come noi, che sono passati per questo mondo alle prese con le difficoltà e le tentazioni simili alle nostre, hanno partecipato della fonte di ogni santità, che è il Dio Altissimo stesso: la Santità divina, attraverso il sangue di Cristo.

Il grande panorama che San Giovanni offre alla nostra ammirazione è composto da persone come noi, che hanno dovuto lottare contro le passioni e le tendenze disordinate come le nostre, prima di raggiungere la pienezza della carità, cui germe è stato dato anche a noi, nel santo battesimo.

È confortante pensare che in cielo, in questa folla gioiosa, impregnata nell’amore divino e nella lode, contemplando il volto divino, ci sono persone con cui conviviamo da qualche tempo qui sulla terra e alle quale continuiamo uniti in una profonda amicizia, o uniti dal vincolo di sangue o d’affetto. Siamo tutti – come loro – chiamati alla pienezza della vita in Cristo. La vocazione monastica è una conferma e approfondimento della grazia del battesimo (Giovanni Paolo II, Vita Consacrata n.30). La nostra vocazione ci offre una maggiore urgenza di cercare qui sulla terra il volto divino, che un giorno vedremo faccia a faccia, come i Santi Lo contemplano oggi nella gioia, nella lode, nell’esultanza raggiante e beatificante. Vedere Dio significa essenzialmente trovare e sperimentare l’amore divino nello strato più profondo del nostro essere umano, dove l’amore e la conoscenza sono un solo atto, una solo esperienza, una partecipazione ineffabile nella vita divina attraverso la visione immediata delle Persone divine della Santissima Trinità, senza confusione. Questa intimità con Dio e la partecipazione nella Sua vita si diventano possibili agli esseri umani, per la misericordia di Dio che perdona il peccato e purifica l’anima sicuramente nell’amore. E così il cielo è, prima di tutto, uno stato, nonostante se va detto, è anche un luogo. Ammirevole vocazione dell’uomo! “Cosa che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore di uomo, ciò che Dio ha preparato per quelli che lo amano” (I Cor 2,9).

Tale “vocazione” (chiamato a vedere Dio) rivela e risplende il mistero e la grandezza dell’uomo. Con questo in mente e alle vigilie di essere martirizzato – cioè, completare il suo percorso pasquale con Cristo nella sequela di Cristo – S. Ignazio di Antiochia

scriveva ai Romani (6): “Quando arrivare lassù è che allora sarò veramente uomo.” Sì, la vita eterna dà all’uomo la realizzazione delle possibilità ricevute gratuitamente nel santo battesimo: perfetta felicità nell’amore e azione, realizzazione del piano divino della Creazione che è la glorificazione di Dio, come una immagine viva e come figli adottivi in Cristo, nell’amore dello Spirito Santo.

Torniamo a coloro che hanno già ricevuto questo dono completamente gratuito e gratificante. A un certo momento della sua visione sublime della liturgia celeste, un anziano, che accompagnava Giovanni, gli disse: “Quelli che sono vestiti di bianco, chi sono e donde vengono?” (Apo 7, 13). Risposta: “Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello” (7, 14).

Carissimi fratelli, molti dei quali che ora veneriamo, che contemplano la faccia di Dio nell’amore, non hanno avuto l’opportunità di realizzare grandi opere, ma hanno compiuto il meglio possibile, e con amore, i doveri della loro vocazione. Hanno avuto errori e colpe, furono sconfitti qua e là dalla pigrizia, hanno avuto reazioni superbe, d’autogiustificazione e d’amore di sé, forse hanno commesso peccati gravi, hanno mai avuto l’illusione di essere santi o meglio degli altri, ma si hanno fidato della misericordia di Dio. Tutti hanno conosciuto, in maggiore o minore grado, la malattia, la tribolazione, l’umiliazione dei proprie difetti e peccati, momenti difficili in cui tutto gli costavano. Hanno sofferto fallimenti e hanno avuto dei successi per la grazia di Dio. Hanno pianto, forse, ma hanno sperimentato, come noi, le parole di Gesù: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e stanchi, e io vi darò sollievo” (Mat 11, 28)

I beati, che hanno già raggiunto la visione di Dio sono molto diversi tra loro, sicuramente; ma possiamo raccogliere dalla loro vita um insegnamento essenziale per noi: l’importanza della preghiera nella vita. Tutti i Santi sono persone che hanno pregato molto e hanno perseverato nella preghiera. Nella loro perseveranza nella preghiera e, come risultato da questa, Dio gli apparve – nella fede, nell’aridità, nel buio – come l’unica realtà ad essere conosciuta, voluta, amata e servita. Questa luce su Dio, che è il dono dell’intelligenza e della saggezza, è sicuramente il punto in comune fra tutti i Santi. Continuiamo lo stesso cammino di fede e sappiamo dove ci porta. Le verità conosciute sono le stesse di loro e costituiscono la nostra gioia: di loro, nella visione; la nostra, nella fede; di loro, nel godimento; la nostra, nella speranza. “Tutto è grazia”, diceva Santa Teresinha, riferendosi al suo quotidiano umile ed insignificante come carmelitana. Questo serve anche a noi. Tutto è grazia! Dagli eventi più banali a quelli che scuotono e scrollano, da quelli che ci allietano a quelli che ci rattristano, dobbiamo – come i Santi – vedere un’opportunità, una chiamata, un segno della grazia, una offerta divina.

Ai Santi certamente tutto si presentava con il suo vero significato, cioè, manifestazione dell’amore divino, l’opera della sua misericordia, la parola di Dio che ci dice: Figlio mio, dammi il tuo cuore, come io ti do il mio amore. Sì, la preghiera e l’amore divino sono sicuramente la grande luce che ha illuminato la vita, il percorso e il cuore dei Santi. Molti diversi tra loro, hanno avuto in questa terra una caratteristica in comune: alla luce della fede, hanno vissuto nella carità e nella fedeltà alla preghiera. È anche questa luce e questa fede nell’amore che ci fa vivere e perseverare nella preghiera, come è la nostra vocazione.

Pertanto, rallegriamoci ed esultiamo nella celebrazione dei Santi, meravigliati della visione e della gioia divina! Siamo chiamati a condividere la stessa gioia, la stessa pienezza. Il segreto di questa gustosa conoscenza del nostro destino si trova nello stesso amore che ci unisce tra noi e ci unisce a loro. È Dio stesso! È solo Dio che ci ha creato solo per questo: conoscerLa ed amarLo.

Insiste la Scrittura nel dire che Dio è un Dio nascosto, un Dio velato alla nostra intelligenza, un Dio che non si offre completamente alla nostra conoscenza; solo l’amore può avvicinarci a Dio, dissipare le tenebre e illumina il cuore, come illumina la visione dei Santi nella Gerusalemme celeste.

Che il Nostro Signore, nella sua infinita misericordia, illumini anche il nostro cuore con la stessa luce d’amore, una luce che riscalda e conforta, una luce che indica la strada e solleva i sentimenti sempre più generosi, una luce, infine, che ci fa scoprire – anche da lontano – la bellezza della nostra vocazione alla santità e la bellezza della nostra destinazione finale. Conoscere e amare Dio come Egli è. Solo la luce dell’amore, che è lo Spirito Santo, è in grado di creare in noi le capacità e lo spazio per conoscere le profondità di Dio. La conoscenza piena di luce e d’amore, riservata a coloro che hanno perseverato nella fede e nella preghiera, come i Santi.

Amen.

Felice in solitudine

Felice in solitudine

Felice in solitudine

Il testo che sottopongo alla vostra attenzione, è stato scritto da “un certosino”, che apre il suo animo esternandoci la sua gioia interiore, che pare non avere limiti. Semplicemente meraviglioso!!!

Felice in solitudine

Senza il figlio che tanto desideravo;

senza baci di una donna per compagna;

alle prese ogni giorno con l’austero

Così la solitudine mi ha inchiodato.

E Dio mi rende felice in altro modo.

Dentro pareti di rigorosa clausura

il cielo e la terra mie frontiere,

nella routine monastica e grave,

solo con l’avventura di fede.

E Dio mi rende felice in altro modo.

Come una nube che vola solitaria,

bella parabola del grano,

così vivo nella mia cella senza testimone,

nessun altro divertimento che la mia preghiera.

E Dio mi rende felice, e io lo benedico.

Pulso con il mio corpo consacrato

come pietra scolpita alla cava;

in attesa dell’Eterna Primavera

ansimando così tanto come sognavo.

E Dio mi rende felice in altro modo.

Domo il cuore con la castità,

l’umanità senza alcuna difficoltà;

in silenzio nella mia cella, in attesa

senza nulla che ammorbidisca la mia solitudine.

E Dio mi rende felice, eccome!!!

Un certosino