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Fratello Cristoforo Cerezo

Fratello Cristoforo Cerezo

Professo di Miraflores

Converso

Proveniente da una famiglia spagnola, non meno distinta dalla nobiltà del sangue che dallo spirito cristiano di cui ciascuno dei suoi membri era animato, il bambino era cresciuto all’ombra della casa paterna dove tutto gli diceva di Dio. La sua prima educazione era richiesta dalla condizione e dalla sollecitudine dei suoi genitori. La purezza dei suoi costumi, la dolcezza della sua natura, la sua modestia e la sua grande pietà lo hanno fatto amare da tutte le brave persone. Quando raggiunse l’età in cui sentiva il bisogno di dirigere il futuro, il giovane Cerezo esitò, ansioso e tremante per aver preso una decisione sbagliata, proprio come aveva raccolto gli echi di strane voci che non corrispondevano perfettamente alle sue aspirazioni. Il padre e la madre, infatti, giustamente orgogliosi del loro primogenito, avevano deciso di trovare in ogni modo un partito vantaggioso degna di questo nome. Tanto a loro stupore, quando hanno appreso dalla bocca del loro stesso figlio che, non amando il mondo, e non sentendosi per nulla attratto dalla vita familiare, aveva deciso di chiudersi nella Certosa di Miraflores, lì volle prendere gli abiti di fratello converso. Non poterono difendersi da un primo movimento di rivolta al pensiero di vedere chiuso in un chiostro, quell’amato figlio, sul quale riponevano parte delle loro speranze. Ma sentendo che ogni opposizione sarebbe stata inutile, e temendo, d’altra parte, di contrastare le vie della Provvidenza, i due reprimevano il loro disgusto e dicevano generosamente: Fiat!

Superate queste difficoltà, Cerezo interruppe gli abbracci dei suoi parenti e partì improvvisamente per Miraflores, dove aveva già fatto alcune visite. Significa che fu ammesso senza esame. Imparare la vita del converso non è, come è necessario, un gioco di bambini. Coloro che, in virtù della loro nascita, sono preparati per questo, hanno da tempo riconosciuto che la dimostrazione è lunga e laboriosa. Incomparabilmente più scortese, sarà per un candidato rimasto, come il nostro, un medium scelto, in cui il lavoro manuale è solo una piacevole distrazione. Non andremo così lontano da affermare che il giovane Cerezo non ha avuto nulla da soffrire in questo improvviso passaggio di una vita libera e aperta a un regime austero del chiostro. Vedere se stessi con sangue nobile nelle vene, sempre relegati all’ultimo posto e applicati alle opere più umili, per non fare altro che obbedire quando si sente che uno è nato per comandare, tutto ciò implica lotte, a volte violente. Felice, tre volte felice, l’anima che trionfa dei suoi primi ostacoli! Niente potrebbe spaventare il nostro aspirante. Diversi viaggi compiuti a Miraflores e diverse conversazioni intime con il priore avevano consentito di iniziare a poco a poco la conoscenza degli statuti e dei numerosi dettagli dell’osservanza. Era ben consapevole di ciò che conteneva l’umile stato di conversazione. E lì si alzò allegramente, con la più completa dimenticanza di se stesso. Il gusto per le cose sante, cancellando tutto ciò stima per i beni e i piaceri della vita presente, lo fece adempiere, senza ripugnanza, agli esercizi mortificanti che quotidianamente ringiovaniscono il vigore dell’anima. Divenne in breve tempo il più gentile dei confratelli. Pieno di dolcezza e compiacimento, aveva una perfetta amenità nel tono della voce e dei modi, ha fatto tutto per tutti, passando indifferentemente da un’obbedienza all’altra. Questa costanza dell’anima gli meritava innumerevoli grazie, all’ombra delle quali avanzava rapidamente sui sentieri della santità. Con questo profondo disprezzo di se stesso, l’amato Fratello si unì a un’obbedienza cieca. Il suo stesso giudizio, lo identificò perfettamente con la volontà dei suoi superiori, e solo da loro vide e agì. Discutere di un ordine formale, solo per smettere di pesare i termini, gli sembrava incompatibile con l’obbedienza religiosa. Allo stesso tempo, non voleva, né sapeva come obbedire. Il trionfo era la sua minima preoccupazione. Le difficoltà che lo hanno costretto a fermarsi, non riusciva a trovarli da nessuna parte. Dal momento in cui un superiore parlava, non era più in grado di eseguire le sue prescrizioni. Inoltre, nulla gli sembrava impossibile. Seguendo questa via così semplice e così certa, il fratello Cristoforo aveva raggiunto un altissimo grado di preghiera. In effetti, non ha mai perso di vista la presenza di Dio. Giorno e notte, nella Chiesa, durante le sue ore di lavoro, camminava senza sforzo sulle alture, dove era impossibile seguirlo. Aveva, a intervalli, questi impulsi sublimi, attraverso i quali brillava la bellezza della sua anima. Ad esempio, durante l’assistenza al santo sacrificio. La sua felicità era di aiutare ogni mattina, come molte messe che gli era stato permesso di fare. La semplice vista di Gesù immolato sull’altare lo mandava in estasi. Unendo la sua preghiera piena di lacrime e bruciando con amore alla voce della vittima tre volte più santa, ha evocato l’eterno Padre per abbassare lo sguardo sul suo divino Figlio e avere pietà dei poveri peccatori. La carità del buon Fratello non era solo interiore; si è tradotto in atti. Gli indigenti della regione erano i suoi amici privilegiati. Da tutti i lati, si accalcarono verso la porta del monastero. C’era sempre pane in abbondanza per ognuno. Anche i pazienti erano, da parte del portiere, – lo stesso fratello Cerezo, – oggetto di delicate attenzioni. Disposizioni e rimedi, li distribuiva con equità irreprensibile, li accompagnava sempre dai suoi consigli pii e saggi che raddoppiavano il prezzo di una buona opera. Tuttavia, un’epidemia di peste si diffuse in Spagna e fece innumerevoli vittime in ogni angolo del regno. I sobborghi di Miraflores furono particolarmente colpiti. L’amato Fratello raddoppiò il suo zelo nell’esercizio del suo ufficio, moltiplicando le elemosine in proporzione ai bisogni. E il suo nome era in ogni bocca; i poveri lo conoscevano ovunque. Raggiunto, a sua volta, da questo inesorabile male, offrì spontaneamente a Dio il sacrificio della sua vita. Dopo alcune ore di sofferenza, il santo converso, martire della carità, andò a riposare in eterno (26 giugno 1599). Preghiamo per lui.

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Fratello Francisco Justo

Fratello Francisco Justo

Professo della certosa di Porta Coeli

fratello pastore

 

Proprio come il suo nome, era infatti anche lui “giusto“. Egli nacque in Spagna. I suoi genitori erano poveri coltivatori, privi di doni di fortuna, ma ricchi di beni dal cielo. Dio, che si diletta nell’ esaltare gli umili, lancia una predilezione su di lui. Docile agli insegnamenti ed agli esempi della sua famiglia, il piccolo è stato notato per la sua modestia e la sua pietà. Impegnato a portare i greggi, trascorreva, sin da piccolo, i suoi giorni nei campi e si dava alla preghiera prima di conoscerne i segreti. Cosa curiosa, la certosa di Porta Coeli, situata ad una giornata di viaggio da lì, ha parlato al suo cuore. Ogni volta che pensava o sentì il suo nome pronunciato, sentiva un movimento indifendibile. Guidato dalla curiosità o, per dire di più, con un tocco di grazia, diresse il suo bestiame in quella direzione, senza preoccuparsi molto dell’angoscia che avrebbe provocato nei suoi genitori. Arrivò alle prime ore del mattino, vicino le mura del monastero. Il suono della campana lo incantò e lo attrasse Dopo aver affidato il suo gregge a un compagno, chiamò il fratello portinaio. “Lasciami”, dice, “lasciami entrare”. “Cosa ti porta a questa ora?” “Voglio vedere, voglio capire cosa sta succedendo qui”. Il giovane pastore partecipò all’ufficio e si ritrovò trasformato!

Pochi giorni dopo, vi fece ritorno, chiedendo lil santo abito. Gli fu prontamente dato e subito i monaci potettero vedere che il buon fratello Francisco apparteneva alla razza di quelle anime semplici che vanno a Dio e non si ritirano indietro in presenza del dovere. Sempre ultimo, non si lamentava mai, trovava invece che la sua povera persona era oggetto di una troppa attenzione. Svolgeva alla perfezione qualsiasi obbedienza, passava da un lavoro all’altro, al minimo segno dei superiori, egli si applica ovunque con lo stesso entusiasmo. Divenne molto qualificato come fabbro, avrebbe dovuto costarlo più di una volta per cambiare questa obbedienza da parte di un’altra per cui non sentiva né attitudine né gusto. La forgia, il giardino, il lavoro della terra, ecc., Tutto era indifferente a lui. Quanto meno l’umile conteggio per se stessi, più Dio si prende cura di loro e trovandoli morbidi e malleabili, morti a tutti, fa grandi cose con loro. A seguito di una imprudenza per il troppo zelo, il buon fratello contrasse una grave malattia che lo condusse prematuramente al riposo eterno. La sua morte avvenne il 4 settembre del 1528. Una prece per questa anima santa.

Fratello Pedro Geinoz

Fratello Pedro Geinoz

Donato di La Valsainte

Abito Fratello Donato

Pedro Geinoz, di origine svizzera, faceva il falegname nella ‘Valle de la Gruyère’. Un uomo retto, di carattere dolce, natura aperta, un cristiano senza paura, era come coloro che non transigono mai con la coscienza. Abitando ad alcune ore dal monastero, trascorreva le sue domeniche con i «buoni Padri». Ogni volta che ci andava, tornava con alcune strane impressioni. Erano i primi tocchi della grazia. Egli non sospettava, per ora; ma non cessava di ascoltare. La voce dall’Alto diventava ogni giorno più distinta, e egli la percepiva come: «Non è in La Valsainte che Dio ti chiama, come ha già chiamato molti dei tuoi compagni? Se questa è la tua volontà, ti rifiuterai di seguirla?» Questo dubbio divenne per lui un tarlo, Geinoz tornò alla Certosa con la ferma intenzione di non fare ritorno.

Ricevette l’abito santo e fece la donazione con un entusiasmo ammirevole e una soddisfazione visibile. Ben presto si distinse per una serie di rare qualità e insolite virtù.

Come istruzione, possedeva solo una piccola formazione dei giovani della sua condizione. Il Dio della scienza si impegnò a completarla. In poco tempo, il buon fratello acquistò conoscenze prodigiose, delle quali non sapeva nemmeno una parola un paio di mesi prima. Si direbbe, a sentirlo, che era un dottore della ‘Sorbonne’. Che ammirazione nella scuola di un tale maestro!

Egli, nella sua semplicità, sembrava molto naturale. Non cambiò nulla delle sue abitudi. Lo testimonia il seguente fatto…Colpito da una malattia che lo faceva soffrire molto, chiese al Vicario di indicargli un palliativo efficace.

«Ah! egli dice, se solo potessi dedicarmi a qualsiasi occupazioni…diventare utile!

A cosa pensi, Fra Pedro? Hai ancora fede? Invece di perdere tempo a lamentarti, gettati ai piedi del Bambino Gesù e pregaLo di guarirti.»

Il povero uomo non chiese più niente. Si prostrò davanti al tabernacolo e con la voce piena di lacrime esclamò:

«Signore Gesù, il Vicario disse che non ho più fede. Per dimostrargli il contrario, restituisci la mia salute, senza la quale non sarò più di una bocca inutile.»

E Pedro Geinoz si alza guarito!

Morì ancora giovane, in un incidente, schiacciato da un oggetto di legno il 29 novembre del 1642.