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Fratello João de la Espada

Fratello João de la Espada

Professo di Jerez

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Voglio proporvi questa vita esemplare di un Fratello converso della certosa spagnola di Jerez, strettamente legata alla Settimana di Passione che stiamo per vivere.

Ancora più che il bisogno di solitudine, l’amore per la sofferenza portò questo giovane ad abbandonare il mondo e racchiudersi in un chiostro. «Lì, almeno, dice, di certo incontrerò privazioni, il sacrificio in una forma o nell’altra.» Ciò è quello che determinerà il suo ingresso alla certosa di Jerez.

Era una di quelle anime semplici ai quali il Signore riserva le grazie speciali. La sua pietà libera da ogni affettazione mondana aveva qualcosa di angelico. I suoi inizi furono ammirevoli, con entusiasmo e buona volontà. Si consegnò totalmente al puro amore di Gesù; lì a fare il suo costante studio e l’unico scopo della sua vita.

«Il mio unico desiderio, diceva al Padre Priore, è quello di diventare non solo un santo, ma un grande santo. Ma come ci si arriva?

– Mio figlio, bisogna volerlo, e volerlo molto. Non accontentarsi di semplici aspirazioni, in altre parole, pagare con la sua propria persona. In pratica, ci sarebbe molto da fare, ma con la grazia si ottiene tutto. È inutile avere le massime del Vangelo in bocca, se non hai allo stesso tempo i pensieri del Salvatore nel tuo spirito, i suoi affetti nel tuo cuore, i suoi esempi davanti ai tuoi occhi.»

Sotto questo impulso energico, il Fratello camminava con un cuore aperto, con tutta la semplicità, scegliendo sempre quello che era più piccolo e più punibile. «Non posso vederlo, diceva un vecchio monaco converso, senza sentirmi spinto al bene; il suo fervore si eleva continuamente contro la mia stanchezza.»

È nell’esercizio di questa vita umile e nascosta, che Dio gli impose il sacrificio dell’impotenza ferendolo con un cancro alla gamba: un male orribile da vedere, che lo lasciò durante quattro anni in mezzo a dolori indicibili, e che consunse il suo sacrificio mettendogli il sigillo di una pazienza angelica. Era felice di essere associato alla Passione, – ricordiamo che era il suo sogno da diciotto anni, – e lui amava dire: «che gli altri siano elevati, stimati, applauditi, poco importa a me; non vedo altro che Gesù e la sua croce.» E adesso: «Bisogna fare buon viso alla sofferenza, senza il quale Dio non mi avrebbe inviato.» Da questa teoria elementare alla pratica, c’è spesso una grande distanza, così difficile è l’arte della sofferenza. Questa scienza il nostro malato ne possedeva in un grado eminente e la conservò fino alla fine.

Sdraiato nel suo letto, incapace di girarsi a destra o a sinistra, con la testa su una roccia come un cuscino, nelle sue mani il crocifisso ed il rosario, non si stancava di ripetere la parola di Gesù nell’Orto degli Ulivi: «Che sia fatta la tua volontà, oh Dio mio, e non la mia!»

Quando il chirurgo gli disse di amputare la gamba in cancrena per salvare la sua vita, il paziente si accontentò di rispondere: «Dalla vita, è da molto tempo che io sono staccato. Ma perché avrò un’altra opportunità di soffrire per amore di Cristo, puoi procedere con l’intervento chirurgico.» Il medico procedette al taglio dell’arto senza pietà e, contrariamente a quanto ci si aspettava, il paziente spirò poco dopo. Cessò di soffrire allo stesso tempo in cui smise di vivere, il 7 marzo 1663 all’età di 66 anni.

Fratello Jeronimo Durban

Ancora una vita esemplare di un fratello donato certosino, questa storia viene dalla certosa di Vall de Cristo, di cui possiamo ammirare una ricostruzione virtuale molto interessante.

Fratello Jeronimo Durban

Poca ricchezza e molta virtù, ecco ciò che distingueva la famiglia Durban. Avremmo difficilmente trovato nella città di Valencia (Spagna) un posto più umile e più onesto allo stesso tempo. Queste persone valorose educavano la loro piccola famiglia nella pietà e nel timore di Dio. I bambini, costretti a bastare a se stessi, perpetuano le pie tradizioni della loro casa.Colui, a cui dedichiamo questo racconto, era mirabilmente dotato sia nello spirito come nel cuore. Fu, molto dispiaciuto, di accontentarsi dell’educazione comune data ai figli dei lavoratori. Ma, in cambio, fece progressi veloci nella scienza della salvezza. Troppo giovane, amava la preghiera, fuggiva dal gioco e andava in Chiesa. Appena trascorsa l’infanzia, provò questa attrazione misteriosa per le cose sante, che è uno dei tratti distintivi più comuni della vocazione religiosa. Nel corso degli anni l’attrazione fu definita e non avendo il minimo dubbio rispetto i disegni di Dio su di lui, parte per Vall de Cristo. Egli aveva le competenze richieste e soddisfaceva le condizioni indispensabili per essere ammesso tra i conversi. Ma questa situazione non si adattava bene alla sua umiltà, egli si considerava felice di essere collocato nell’ultimo posto della famiglia. Nessuno può decidere di salire più in alto. Questo è il motivo per cui Jerome Durban rimase donato tutta la vita.

Il buon fratello non ha mai lasciato il suo ruolo. Aveva una benevolenza estrema verso tutti, buono e paziente anche per gli animali. Era ammirato dalla comunità per il suo amore per l’osservanza, per la semplicità dei suoi modi, per il suo solito linguaggio riservato. Il suo esterno, però, si distingueva al punto che lo chiamavano Padre Jeronimo, Dom Jeronimo. L’abitudine del raccoglimento, la lettura di autori spirituali, la meditazione, lo familiarizzavano con i segreti della vita interiore. I suoi confratelli, attratti dal fascino della sua conversazione ed il buon odore dei suoi esempi, cercavano con emozione la sua presenza.

Da infanzia, si notava in lui una grande pietà per la Santa Vergine. Questa devozione non faceva altro che crescere nel corso degli anni. Nel chiostro, il Fratello Durban era notato come un devoto servo di Maria. Questa buona Madre lo ricompensò visibilmente. Colpito da un cancro nella lingua, intorno all’età di sessant’anni, il pio donato soffrì per un lungo tempo dolori lancinanti, in grado di esaurire la pazienza del più provato degli uomini. Dopo aver ricevuto gli ultimi sacramenti, pronunciò alcune parole piene di unzione e cantò le misericordie del Signore. Poi, avvertito della sua fine vicina, accese alcuni ceri che aveva in serbo per questa solenne occasione. Dopo recitò il Pater, l’Ave, il Credo, la Salve Regina e si addormentò nel sonno dei giusti alla stessa ora. Era il 26 dicembre dell’anno 1601.

Fratello Manuel della Purificazione

Fratello Manuel della Purificazione

Donato di Paular

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Oggi vi propongo un’altra storia di vite esemplari di fratelli certosini, quella di oggi riguarda un “donato“. Una storia affascinante!

I genitori di Manuel della Purificazione erano semplici coltivatori di abitudini profondamente cristiane. Quando raggiunse l’età per poter essere utile, suo padre lo portò ai lavori nel campo. Questa vita così austera e modesta sorrideva all’anima candida e risplendente del bambino. Molto presto sentì nascere una potente attrazione alla solitudine; la sua vocazione si disegnava nel corso degli anni.

E fu proprio per trovare un modo più favorevole a questa sua necessità interiore, che il giovane Manuel entrò come un “famiglio” nella Certosa di Paular. Presentivano, osservando l’inizio della sua vita in Certosa, che non si sarebbe fermato in questa così bella strada. Il Priore, dopo un attento esame, scoprì in lui i segni indubbi di uno appello della grazia e gli offrì l’abito religioso. Il fratello accettò la proposta, ma alla condizione che la donazione fosse il suo primo e ultimo passo. «Salire più in alto, disse lui, fare professione, mai lo consentirò. Se sapessi come sono indegno di questo favore eccezionale!». Il Priore evitò, prudentemente, di insistere.

Il nostro aspirante fece la sua donazione il 2 febbraio 1644 e fu donato per tutta la sua vita. Che bella anima era nascosta sotto questa corteccia rude! La sua pietà, più illuminata del solito tra le persone in questa condizione, prendeva le forme più diverse, senza perdere il suo profumo. La preghiera e la mortificazione erano le due ali che lo avevano elevato sopra la terra; questo luogo dove molto spesso restano inerti i religiosi in contatto forzato con le persone e le cose dall’esterno. Per quanto riguarda l’obbedienza egli era indifferente e passava da una all’altra senza mostrare la minima ripugnanza. Un lavoratore infaticabile, non lo avrebbero mai trovato senza occupazione. E vedendolo trascorrere tutta la giornata, si potrebbe dire che solo sognava con il rumore degli affari. Schiavo dell’obbedienza, lui non sapeva cosa era ragionare. Con un ordine o solo con un segno dei suoi superiori, si sarebbe lanciato ciecamente nelle braccia della morte.

Il segreto di ciò che viene chiamato ‘il modo giusto’, il caro Fratello lo trovava ai piedi del tabernacolo. Era lì che lui si ritirava appena aveva un momento libero. Cosa succedeva, allora, fra quest’anima dritta e Colui che dichiarò deliziarsi particolarmente con i semplici? Non proveremo a dirlo.

Sappiamo che i donati non sono soggetti all’astinenza di cibi grassi. Se, oggi, tutti la mantengono, è perché tutti vivono nella clausura. Ma prima non era così. I pasti dei fratelli donati con carne, erano preparati al di fuori, in un appartamento privato, dove loro andavano al tempo regolamentato. Il nostro buon Fratello, come si può ben pensare, apparteneva al piccolo numero di coloro che preferivano seguire sempre il regime della comunità.

Tuttavia, giunse il momento in cui le infermità premature, paralizzando le sue forze, costrinsero il servo di Dio a rassegnarsi a soffrire. Lui soffrì molto, ma con una pazienza ammirevole che causò l’ammirazione di tutti. Morì l’11 gennaio 1668, con la sicurezza tranquilla e la fede serena di un vero religioso.

 

Fratello Denis Héron Professo della Grande Chartreuse

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Questo buon Fratello venne al mondo a Parigi. Quali circostanze lo portarono tra le montagne della Grande Chartreuse? Non lo sappiamo.

Tutto quello che possiamo dire è che pronunciò i voti il 29 giugno 1629.

C’era nella natura assolutamente illetterata di quest’uomo, il fare di un contemplativo. Solo la gravità della sua postura ed il suo modo di camminare, denotavano una profonda anima unita a Dio. Le sue pratiche trasmettevano una unzione che penetrava fino al fondo dell’anima. Era meraviglioso sentirlo – lui, che sapeva solo leggere – spiegare i misteri della nostra santa religione. Lo faceva con un’affascinante semplicità, non senza protestare la sua ignoranza, ma sempre con discernimento ed a volte con calore. Alcuni teologi attratti dalla curiosità, si divertivano a parlare in sua presenza sulle questioni più astratte della mistica. Egli partecipava volentieri alla discussione e lasciava i maestri entusiasti con la saggezza delle sue risposte.

Gli affidarono l’incarico di infermiere. Era esattamente l’uomo adatto per i malati. Il suo zelo intelligente, la sua devozione infaticabile, l’attenzione come di una madre, la sua puntualità che nulla la faceva cambiare e, soprattutto, la sua pietà, a proposito delle sue esortazioni, lo fecero diventare un custode di infermi eccezionale.

Le belle qualità del Fratello Héron, non meno che la sua conoscenza della farmacia, attraevano a lui una vasta clientela. Il Reverendo Padre, che lo apprezzava molto, pensò che non avrebbe dovuto rifiutargli il permesso di poter dare consulenze agli estranei. Venne anche autorizzato a visitare i pazienti in campagna. Il nostro infermiere dispensava ai piedi di ognuno lo stesso zelo e la stessa dedizione. Questa esistenza tumultuosa mai alterava la pace della sua anima. Al di fuori del monastero, come nella cella, viveva solo per Dio.

Il caro Fratello aveva sette anni di professione religiosa quando soccombé sotto il peso del lavoro. Si spense dolcemente il 19 febbraio 1636, lasciando la Grande Chartreuse permeata della sua carità e, ancora di più, del profumo delle sue virtù.

Lo scriba del Reverendo Padre, Dom Agostino Joyeulx, poi eletto priore della Certosa di Parigi, dichiarò di aver visto diverse volte il santo Fratello trasfigurato al momento della comunione.