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La vita interiore di F. Pollien cap.I

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO I

NECESSITA’ DEL CONCORSO

334. L’accordo necessario. – 335. È Dio che opera. – 336. Con la sua volontà di beneplacito. – 337. In noi. – 338. E il volere. – 339. E il fare.

334. L’accordo necessario. – Nel libro precedente ho visto soprattutto, quantunque alquanto imperfettamente, l’azione di Dio, la sua venuta, il suo cammino, il suo fine, i suoi modi; ma, da parte mia e per la mia corrispondenza, non ho considerato altro che il modo di tenermi aperto ad essa. Insistendo sulle impressioni di gioia o di pena provate al suo contatto, segnalando le deviazioni della negligenza e dell’agitazione, non ho avuto altro fine che di premunirmi contro ciò che mette in pericolo di chiudere la via. Ho dunque appreso come bisogna aprire e tenere aperto. Se egli vuole agire da solo, basta quest’apertura. Quante operazioni assicura già questo lavoro! … Le più misteriose e le più feconde. Ma là ove debbo andare, ove mi è impossibile andare senza di lui, e dove egli vuole essere con me, non basta più la sola apertura di accettazione; occorre il concorso di operazione. Come stabilire questo indispensabile concorso? Come conservarlo? Lo vedremo ora.

335. È Dio che opera. – Chi voglia penetrare un po’ i misteri della vita interiore deve sempre ritornare a san Paolo, il grande teologo ridisceso dal terzo cielo. Quantunque egli si dichiari incapace di rivelarne i segreti (cf. 2Cor 12, 2-4), tuttavia ogni sua parola sembra risuonare come un’eco delle profondità eterne. È Dio, egli dice, che secondo la sua volontà di beneplacito suscita in voi il volere e il fare (cf. Fil 2, 13). È Dio che opera. Queste parole dell’apostolo hanno una profondità di senso infinita. Egli non dice soltanto: È Dio che ci dà i mezzi per volere e per fare; ma con più energia dice: E’ Dio che opera. San Paolo non considera qui semplicemente la grazia, mezzo posto da Dio a mia disposizione, e che vedrò in seguito (nn. 495ss), ma l’operazione stessa di Dio nella sua sorgente essenziale. È Dio che opera, lui stesso. È lui, dice l’apostolo: Deus. Non vi è nulla di vivente, se non ciò che egli penetra e vivifica.

336. Con la sua volontà di beneplacito. – Come opera Dio? Con la sua volontà di beneplacito, dice l’apostolo. La sua bontà, la volontà di far del bene alle sue creature sono la causa determinante delle operazioni vitali ch’egli vuol compiere in esse. Nell’opera creatrice fece ciò che volle, in cielo e in terra, nel mare ed in tutti gli abissi (cf. Sal 134, 6). Nell’opera di provvidenza, con la quale regge ciò che ha creato, e in quella molto intima di santificazione, con cui vivifica le anime, non prende consiglio che dalla sua volontà (cf. Ef 1, 11). Egli ci ha predestinati all’adozione di suoi figliuoli per mezzo di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà (cf. Ef 1, 5). Le svariate operazioni della santità sono tutte attribuite all’unico e medesimo Spirito di Dio, che ripartisce a ciascuno i suoi doni secondo il suo beneplacito (cf. 1Cor 12,11).

337. In noi. – Dove opera Dio? In noi. Si tratta dunque di un’operazione personale. Ciò che Dio opera in me, lo fa per me e non lo fa che in me e con me. Egli vuole costruire l’edificio della mia vita secondo il piano della mia vocazione tracciato da lui. Questo piano è assolutamente personale, perché ciascuno riceve il proprio dono (n. 269). Dio dirige attentamente in ciascuno le operazioni della costruzione eterna, secondo le esigenze e le proporzioni della vita di ognuno. Quest’operazione è intima. È la vita interiore, la vita divina che Dio cerca di edificare. Egli vuole giungere fino alle più intime potenze dell’anima e far circolare la linfa soprannaturale nelle profondità più recondite del mio essere. Gli strumenti di questa azione possono essere esterni. Ho dimostrato (n. 289) infatti che Dio si serve di tutte le creature, spirituali e materiali, come strumenti delle sue operazioni. Comunque sia il suo strumento, l’operazione divina mira sempre all’interno; là essa giunge quando non è ostacolata.

338. E il volere. – Che cosa opera Dio in noi? Due cose, dice san Paolo; e non sono più i due risultati della purificazione e della santificazione, precedentemente definiti (n. 295), ma sono due cose relative all’azione che dovrà condurre ad altri effetti ben più alti. Dio opera prima il volere e poi il fare. Opera il volere; ecco il primo risultato dell’azione preveniente del beneplacito divino, che determina, vivifica e mette in atto le mie potenze. Ciò che san Paolo chiama il volere, è il primo movimento della mia azione. Esso non sarà un moto di vita soprannaturale, né una vera azione della pietà attiva, se non in quanto avrà ricevuto l’impulso dall’azione del beneplacito. Il punto di partenza della vita divina, la prima sorgente della vita soprannaturale si trova dunque nell’azione preveniente di Dio. I veri frutti della pietà attiva cominciano solo col fermentare della linfa divina. Ciò che si produce senza quest’influsso non può essere che un volere umano, sterile, morto.

339. E il fare. – Inoltre, l’azione di beneplacito opera il fare fino al perfetto compimento. Questo è infatti il senso della parola di san Paolo: Perficere. L’anima, che è la vita del corpo, si trova tutta intera in tutto il corpo e in ciascuna delle sue parti. Così Dio, che con la sua azione vuol essere la vita dell’anima mia, è tutto intero in tutte le mie azioni ed in ciascuna di esse. Come il corpo e ogni singolo membro hanno vita nella proporzione in cui sono vivificati dall’anima, così tutte le mie azioni e ciascuna di esse ricevono la vita divina solo in quanto l’azione di Dio le investe. La mia azione è regolata, in tutta la sua estensione, dall’azione concorrente di Dio ed è sostenuta, condotta, vivificata, mantenuta, perfezionata da essa. La mia vita in generale, come ogni atto particolare, ha quella misura di perfezione e di vitalità soprannaturale che le viene dall’operazione del beneplacito divino. Per conseguenza, io percorro i cinque gradi di ascesa della pietà, in quanto le operazioni di Dio possono agire in me e vivificarmi per condurmi verso le altezze.

La vita interiore di F. Pollien libro III

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

LIBRO TERZO

CONCORSO DELLE DUE VOLONTA’

333. Sapendo che Dio regola la mia azione mediante le leggi ed i consigli della sua volontà significata, e che io devo compiere i miei atti in conformità ai suoi voleri e desideri; sapendo, inoltre, qual è la sua azione e come io debba sottomettermi ad essa per mezzo dell’accettazione, mi resta da vedere in quale ordine ed in quali condizioni queste due parti, i disegni di Dio e la mia pietà, si debbano unire. Sono anzitutto sicuro che Dio fa incessantemente concordare la parte stabile delle sue determinazioni e la parte sempre mobile delle sue operazioni. Egli è uno e indivisibile. Uno in se stesso e uno in quello che da lui emana. Quanto sarebbe bello contemplare nella loro vivente realtà gli accordi costanti della sua condotta e delle sue leggi! Ma occorrerebbero delle vedute molto estese di applicazione, e io qui debbo limitarmi a meditare solo i principi. Il mio sguardo perciò si accontenterà di ricercare i grandi tratti delle armonie divine. Ma, se Dio è uno, io sono invece composto, per natura e per la corruzione del peccato, e sono costantemente inclinato alla divisione. Il problema di ciò che chiamo: « il concorso delle due volontà » non è dunque da parte di Dio, ma totalmente da parte mia. E poiché le due parti considerate fin qui separatamente, circa la mia corrispondenza verso Dio, sono l’una attiva e l’altra passiva, occorre che io impari a unire indissolubilmente la pietà ttiva e quella passiva allo scopo di comprendere, volere e attuare il cammino della pietà una e totale. Nell’ordine del fine ho visto come l’insubordinazione della mia soddisfazione alla gloria di Dio produca il godimento umano, che dev’essere combattuto e distrutto, e come la sottomissione del mio essere all’Essere di Dio, della mia felicità alla sua, della mia vita alla sua, stabilisca la base della vita cristiana che bisogna edificare. Nell’ordine del lavoro, l’indipendenza della mia azione da quella di Dio produce il movimento umano, che dev’essere anch’esso combattuto e distrutto; la subordinazione invece della mia attività a quella di Dio costituirà il movimento cristiano che bisogna attuare. L’oggetto di questo libro sarà dunque: annientare l’indipendenza e indicare l’accordo.

Sulla pietà

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Eccovi un altra meditazione su un dono dello Spirito Santo, che si aggiunge a quelli già trattati: la pietà

La pietà

Il dono della pietà è quello di comportarsi nei rapporti con Dio come un bambino amorevole si comporta con suo padre, a cui sa che è immensamente amato e caro. Sono meravigliosi gli effetti di questo dono. Nulla può disturbare una persona pia, perché è sicura dell’amore e dell’onnipotenza di suo Padre celeste. Sa che, alla fine, tutto ciò che accade si concluderà a maggior gloria di Dio e in un maggiore beneficio per lei stessa.

Per questo il suo cuore è sempre traboccante di gratitudine. Non cessa di ripetere: “Grazie, caro Padre… Quello che fai è quello che amo e voglio sempre amare… Non la mia volontà, Dio mio, ma la tua…” Questo abbandono è accompagnato da una piena fiducia nel futuro. Perché temere? La persona sa quanto il Padre la ama e quanto Egli è fermo nel mandarle con la prova a cui la sottomette, l’aiuto necessario per accettarla. Quindi non si preoccupa di nient’altro che amare con tutto il suo cuore e con tutte le sue forze nel momento presente.

Lo Spirito Santo vuole concederci molti altri doni, per esempio, la bontà che ci porta al desiderio di voler tutti i tipi di bene agli altri. Facciamo un gran silenzio ed apriamo ampiamente i nostri cuori, per dare oggi l’opportunità allo Spirito Santo di distribuire a ciascuno di noi il dono di cui abbiamo più bisogno! Così la nostra comunità sarà veramente rinnovata e sarà un invito per molti altri giovani a camminare anche alla santità. Per questo, chiediamo ancora la grazia di raggiungere i frutti della pazienza e della longanimità, così necessari per affrontare con coraggio tutte le prove di questa vita.

(Un certosino)

La vita interiore di F. Pollien cap.X

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO X

FIAT

329. Guardare la prova in faccia. – 330. Masticare l’aloe. – 331. Evitare le supposizioni dell’immaginazione. – 332. Gettare ogni mia preoccupazione in Dio.

329. Guardare la prova in faccia. – Poiché la sofferenza è il più frequente e più potente modo dell’azione divina, è bene considerarla più da vicino. Un’altra pratica, molto utile, per arrivare ad accettarla santamente, è di guardare in faccia il suo lato più spiacevole ed accettarlo in anticipo. Io mi attengo, dice Giuseppe De Maistre, alla mia eterna massima di supporre sempre il male e stupirmi del bene. Quando sono minacciato da qualche prova, lascio che la mia immaginazione si monti, che la mia sensibilità si esasperi nel timore, e sono portato istintivamente a sperare l’esito più favorevole. Mi lascio trasportare dai calcoli della mia soddisfazione, senza pensare a riposarmi nella volontà di Dio, che dovrebbe essere la mia sola regola; se il male che temo mi accade, ne soffro cento volte di più, perché l’ho centuplicato coi timori dai quali mi sono lasciato trasportare. Se sapessi riposarmi nella volontà di Dio, la prova mi troverebbe calmo e forte. Ora, il vero mezzo per riuscire in ciò consiste appunto nell’accettare, in una situazione presente, il lato più spiacevole, se così piace a Dio. Quando, di fronte ad una prova, ho coraggiosamente misurato con lo sguardo il lato più nero; quando, scandagliando il mio cuore giungo a sentire che, con la grazia di Dio, esso è pronto a tutto; quando il mio sacrificio è pienamente compiuto in tutta la larghezza che Dio vorrà mettere nella sua azione; quando costato in me l’energica risoluzione di prendere il calice dalle mani di Dio e berlo interamente fino alla feccia, senza esitazione né riserva; se soprattutto insisto su questa vista del calice, fino a non tremare più, allora posso esser certo che nulla ha più potere su di me. Sento allora veramente che l’amore è forte come la morte (cf. Ct 8, 6). Né il timore né l’inquietudine né il turbamento hanno ormai alcun potere su di me. Io sono, mi mantengo nell’uguaglianza d’animo e in una sicurezza di cuore imperturbabili (n. 222).

330. Masticare l’aloe. – Un giovane studente di quindici anni, al quale i compagni avevano fatto il brutto scherzo d’introdurgli dell’aloe in bocca mentre dormiva, ne concepì un tale sdegno che giurò di vendicarsene. Non trovando altra vendetta degna di lui, comprò dell’aloe e si condannò per otto giorni a masticarne costantemente, finché non ne senti più il gusto. Venite ora, disse loro, questo sapore non mi fa più paura. Se sapessi masticare il mio aloe!… ossia, guardare in faccia una pena fino a diventarmi indifferente!… Questo è il più aspro e il più dolce dei rimedi. L’anima che ha masticato il suo aloe, che ha previsto una sofferenza fino a non sentirne più orrore, è pronta a tutto, distaccata da tutto, indifferente a tutto. Credo che nessuno sappia veramente che cosa sia la pace, finché non è passato per questa via. Nessuno conosce così bene qual forza dia all’anima il riposo nella volontà di Dio.

331. Evitare le supposizioni dell’immaginazione. – Ciò fu praticato dai santi. San Giovanni della Croce raccomanda questa pratica. Essa suppone nell’anima una vera energia; tuttavia, non è altro che una conclusione logica del principio meditato in questa seconda Parte, sulla volontà di Dio, regola della mia condotta. Non bisogna però confonderla con un’altra pratica, giustamente biasimata dagli autori spirituali, che consiste nel rappresentarsi mali immaginari, esagerandoli e domandandosi se si potrebbero sopportare, per rendersi conto se veramente si ama Dio più di ogni cosa. Questi non sono che sogni dannosi dell’immaginazione. Nel caso nostro, nulla di simile. Bisogna cominciare col ridurre al silenzio l’immaginazione e la sensibilità, per far appello alla fredda ragione ed alla volontà energica. Non si tratta di supposizioni immaginarie, ma di una situazione attuale che bisogna misurare ad occhi asciutti; di un esito probabile che bisogna accettare con volontà calma. E’ la volontà di Dio che debbo stringere colle due braccia della mia intelligenza e della mia volontà, senza che alcuna cosa possa separarmene. « Chi, esclama san Paolo, ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Proprio come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore » (Rm 8, 35-39). Sono persuaso, dice san Paolo. Come aveva calcolato tutte queste cose a mente fredda!… Com’è calmo e sicuro del suo trionfo!… Il grande apostolo poteva parlare per esperienza, perché aveva attraversato tutti questi ostacoli. Mio Dio! datemi la stabilità della sua certezza.

332. Gettare ogni mia preoccupazione in Dio. – La pietà passiva consiste, dunque, nella viva sottomissione al beneplacito divino. È soprattutto per questa via che si forma in me la pietà integrale, ed è principalmente per essa che incomincio a vedere, ad amare e a ricercare Dio in tutte le cose, poiché in esse vi è l’azione della sua volontà. Se dunque desidero progredire, debbo portare la mia attenzione su questo punto di sottomissione pratica. I miei occhi, dice il salmista, sono sempre rivolti al Signore (cf. Sai 24, 15). « Allora, obietta sant’Agostino, che ne fai dei tuoi piedi, se non guardi innanzi a te? Il Signore, risponde il profeta, trarrà dal laccio i miei piedi ». Mio Dio! quando avrò questa pienezza e questa perfezione di conformità ad ogni vostro volere? Quando saprò abbandonarmi come un fanciullo fra le braccia del beneplacito divino « senza dilettarmi più nel fare e nel volere le cose, ma lasciarle volere e fare da Dio per me, come a lui piacerà, gettando in lui ogni mia preoccupazione, poiché, dice l’apostolo (cf. 1Pt 5, 7), egli stesso avrà cura di me? E notate che egli dice: Ogni nostra preoccupazione, sia quella che abbiamo nell’accettare gli eventi, come quella di volere o di non volere… No, Signore, io non voglio alcun evento perché li lascio scegliere a voi, e vi benedirò per qualunque vostra scelta. O Teotimo, quanto è eccellente questa occupazione della nostra volontà, quando essa abbandona la cura di volere e di scegliere gli effetti del beneplacito divino, per lodare e ringraziare questo stesso beneplacito, di tali effetti! ».

 

La vita interiore di F. Pollien cap.IX

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO IX

GRAZIE

325. Modo di dire il grazie. – 326. Il fiume di gioia. – 327. Il dolore estinto. – 328. Meravigliosa forza di progresso.

325. Modo di dire il grazie. – Come bisogna accettare la sofferenza? Con riconoscenza; non però con gioia poiché questa spesso non dipende da me. Dio la dà come ricompensa, mentre la riconoscenza dipende sempre da me. A prima vista, e per un’anima che vi sia stata abituata dalla fede, può sembrare difficile giungere fino al sentimento di gratitudine sotto la stretta del dolore. In realtà, credo che sia più facile dire un grazie risoluto, anziché pazientare gemendo.

Uno slancio di generosità, poiché questo non si fa bene se non in un impeto del cuore: Mio Dio, grazie! e basta. Non v’è alcun bisogno di insistere, di ripetersi, quasi si dubitasse di sé e di lui. Le parole che sgorgano dal cuore si ripetono tanto meno quanto più sono sincere. Se la vostra amicizia mi rende qualche servizio, un semplice le grazie, che testimoni la mia riconoscenza per la vostra generosità, non basterà, alla vostra beneficenza ed alla mia riconoscenza? Quante cose dice una sola parola del cuore tra amici! Lo stesso avviene tra l’anima e Dio, quando egli la previene coi suoi doni di dolcezza e più ancora di dolore. Mio Dio, grazie! Quanto è eloquente questo grido del cuore! esso dice pienamente al mio Signore, che ho riconosciuto la sua azione ed ho compreso la sua intenzione.

326. Il fiume di gioia. – Non è necessario ripetere questo grido del cuore, quasi a volerne far scaturire, a viva forza e d’un tratto, uno stato di gioiosa riconoscenza. Un po’ di calma gli darà modo, e meglio ancora, di produrre i suoi effetti. E quali effetti! Esso, sgorgando, fa un’apertura in profondità tali, che mai avrei creduto a tanta immensità del mio essere. I sensi, qui, non hanno parte alcuna. Da queste profondità finora sconosciute, e che il grazie mi rivela, sento scaturire da una fessura misteriosa una sorgente anch’essa sconosciuta, che, or con un solo getto e ora lentamente, riempie le mie più intime capacità. L’anima è inondata di un’acqua così saporosa, di una gioia sì dolce, sì penetrante, sì calma da non potersi paragonare a nessuna gioia esteriore.Chiunque beve l’acqua delle gioie esteriori avrà ancora sete; mentre, chi berrà l’acqua delle profondità non avrà mai sete. Ma l’acqua data da Dio, diventerà, in chi la beve, una fontana zampillante fino alla vita eterna (cf. Gv 4, 13). E’ il grazie che la fa scaturire. « Chi ha sete venga a me e beva. Chi crede in me, come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno » (Gv 7, 38). Niente è da paragonarsi a questa dolcezza; dopo averla gustata, si comprenderà bene l’ebbrezza dei santi nelle tribolazioni (cf. 2Cor 7, 4). In essi vi erano i torrenti d’acqua viva. Bevevano al torrente; per questo erano così trionfanti (cf. Sal 109, 7). Il primo grazie non farà certo scorrere questo fiume di gioia, ma ciò che in principio è solo un impercettibile filo, non tarderà a diventare ruscello, torrente, fiume. « O voi tutti assetati venite all’acqua » (Is 55, 1).

327. Il dolore estinto. – Un altro effetto di questo grazie è di rendere l’anima invulnerabile al dolore così accettato. Il corpo continua a soffrire, se il dolore è fisico, ma l’anima gode. L’acqua che l’inonda la eleva al disopra della regione in cui soffrono i sensi. L’anima ha ricuperato come una parte del dono primitivo dell’impassibilità. Se il dolore è puramente interno, come un affronto, una calunnia, un’umiliazione, ecc., il sentimento della sofferenza è come soppresso. Se resta un’amarezza, questa è gradevole perché è proprio essa che reca la gioia.Il grazie è come il legno che Dio mostrò a Mosè e che, gettato nelle acque amare, le cambiò in dolci (cf. Es 15, 25). Ecco che io sono in pace nella mia amarezza. L’amarezza mi è dolce fin dall’istante in cui essa mi apre la fonte sigillata, le cui acque fanno germogliare in me come un paradiso di delizie (cf. Ct 4, 12). Si forma così un non so qual meraviglioso miscuglio di amarezza e di dolcezza, di gioia e di sofferenza, in cui l’amarezza dà origine alla dolcezza e questa si conserva nell’amarezza. Questa gioia è la sola vera, perché ogni gioia che non nasce e non si conserva nell’amarezza è poco durevole, mentre questa è forte e vivificante e fa scorrere la vita fino al midollo delle mie ossa. Mai si corrompe, mai corrompe; essa è forza e vita. Il mio dovere diventa allora la mia gioia, e l’accettazione riconoscente della sofferenza diventa così il vero mezzo per non soffrire. Godere della sofferenza è il grande segreto dei santi (n. 207).

328. Meravigliosa forza di progresso. – Niente è forse tanto efficace per il progresso spirituale dell’anima mia quanto questo grazie. Niente reca la vita con tanta abbondanza ed impetuosità, fino alle più recondite profondità, e apre pienamente la via a Dio quanto il grazie. Questa pratica sola basterebbe a santificarmi in breve tempo; sarebbe la garanzia delle virtù e la condizione del loro progresso. Se sapessi!… se volessi!… Ma quanto è abile il demonio a eccitare la sensibilità… Come sa bene esagerare le esigenze della natura!… Arriva così a inaridire, con un solo colpo, la sorgente delle gioie più sostanziali, dei progressi più rapidi e dei meriti più preziosi. Crudele malfattore! col pretesto di risparmiarmi le pene della strada, mi spoglia, mi crivella di ferite e mi lascia mezzo morto sulla via (cf. Lc 10, 30). Ecco ciò che guadagno a voler fuggire la sofferenza. Oh, i tesori di un buon grazie! …

«Oh Vergine, fra tutte unica e dolce»

statua della Vergine diBenifassa

Statua della Vergine di Benifaca

Eco per voi una splendida omelia di un certosino dedicata alla Vergine su cui poter meditare.

È così che Maria è chiamata in un inno che recitiamo ogni giorno. Vorrei meditare per un momento l’esempio della sua mitezza.

Il Vangelo ci dice che i miti possiedono la terra, ma dice anche che i violenti conquistano il cielo. Il paradosso scompare se comprendiamo che l’uomo spirituale fa regnare la mitezza in tutte le sue azioni verso gli altri e la violenza nella prontezza e chiarezza con cui egli obbedisce alle chiamate dell’amore. È esattamente il contrario di ciò che l’uomo carnale fa, esteriormente egli è brutale verso gli altri e interamente imperfetto per quanto riguarda la giustizia e la passione per la verità.

La violenza degli uomini spirituali è inseparabile dalla loro dolcezza, e rapidamente se ne va se non si sa rinunciare decisamente alla menzogna che si nasconde in ogni scusa o debolezza personale. Tagliare la discussione interiore con un sì o un no: questa sincerità senza moderazione con noi stessi, alla quale il Signore ci invita, si tratta di una condizione da soddisfare prima di tutto, affinché l’anima sia liberata e conquisti il meraviglioso privilegio della mitezza.

Questa virtù che distingue la Vergine Santa da tutte le altre donne, è essenziale. Notiamo, in primo luogo, che la mitezza di Maria è come una replica della mitezza di Dio. La Vergine è uno specchio chiaro così libero da ogni forma di se stessa, che l’essenza divina si riflette in essa, senza alcuna macchia. Gli attributi dell’essenza sono riuniti in Maria, riflessi nella sua umiltà. Ecco perché la Vergine Immacolata è oggetto di contemplazione: la sua purezza corrisponde all’atto puro ed è Lei che lo rivela a noi.

La mitezza è in realtà un atteggiamento puramente divino. La violenza è l’atto di un’autorità che si sente troppo debole. Dio non ha bisogno di schiacciare gli esseri per imporsi. La mitezza di Dio non è altro che la sua onnipotenza; la mitezza di Maria, che è obbedienza piena , si mescola in certo senso con quella di Dio. Abbandonare senza lotta le richieste dell’amore di sé, acconsentire pacificamente a ciò che Egli ci chiede, è ciò che ci rende come la Vergine Maria ed eredi dei suoi fascini ed i suoi poteri. Perché Dio non rifiuta nulla, nulla può negare a chi gli ha consegnato tutto il cuore.

La mitezza verso le creature è fatta di pazienza e rispetto per loro. Qualcuno ha detto che la mitezza è la corona delle virtù cristiane, ed è un po’ più di una virtù. Si tratta infatti di una grazia singolare che penetra tutta la persona, tutta la sua vita, che si estende anche agli esseri inferiori all’uomo, alle cose inanimate. Una persona mite non apre una porta o non muove un mobile dello stesso modo che un’altra priva di mitezza. La saggezza è mite, l’intelligenza è mite, perché è necessario rispettare l’oggetto per comprenderlo. E la mitezza, è intelligente perché penetra nell’intimo degli esseri che si avrebbero chiuso alla violenza e alla brutalità. La mitezza è verginale, la mitezza è materna, e senza di essa nessuna azione sulle anime può essere profonda o efficace.

Abbiamo detto che è fatta di pazienza e rispetto. Ma prima di pazienza. Un’anima, infatti, non conserverà l’attraente mitezza, se non è determinata ad abbandonare spesso il suo diritto, a soffrire ogni giorno e, talvolta, crudelmente. Ma è anche vero che la mitezza disarma tutti gli avversari e toglie l’amarezza del dolore. Le nostre sofferenze sono fatte in gran parte di rivolte, di mancanza di delicatezza e di abbandono.

È vero che abbiamo bisogno di esercitare violenza su noi stessi e, se vogliamo, spogliarci di ogni violenza, ma in modo più generale e più profondo. Il rispetto e la pazienza che, all’esempio di Maria e Dio, dobbiamo mantenere nelle nostre relazioni con le creature, ci manca in relazione a noi stessi. Ci vuole grande pazienza con la nostra anima, per non parlare del corpo. L’aumento di scarico di energia naturale non potrebbe aggiungere un pollice alla nostra altezza, l’ha detto il Signore; e trasforma poco il carattere, sempre piuttosto basso, di cui siamo dotati per nascita o per istruzione.

Ma colui che riconosce francamente quello che è – e quindi perde la tentazione di criticare gli altri, nonostante la necessità di ricominciare ogni giorno i suoi sforzi, senza guardare il risultato, solo perseverando per Dio e basandosi sulla Sua bontà – può più di essere perfezionato. Riesce ad abbandonarsi, a consegnarsi a Dio, al quale l’umiltà nell’amore dà più gloria di tutte le vittorie. Ognuno deve rispettare la sua anima, figlia e sposa di Dio; deve accogliere l’azione dello Spirito Santo come meglio piace a Lui. L’anima è così delicata che solo Dio può toccarla.

Chiediamo alla Vergine Maria di comunicarci la sua mitezza: è lei che ci riserva a Dio e ci rende casti nel senso più alto, cioè, liberati da ogni resistenza e pronti per la venuta dello Sposo.

Virgo singularis

Inter omnes mitis

Nos culpis solutos

Mites fac et castos.

Amen.

La vita interiore di F. Pollien cap.VIII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VIII

GIOIE E PENE

321. Difficoltà ad accettare bene la consolazione. – 322. Distaccarsene. – 323. Difficoltà nell’accettare bene la sofferenza. – 324. Nulla chiedere, nulla rifiutare.

321. Difficoltà ad accettare bene la consolazione. – Occorre considerare, più da vicino e separatamente, i due modi dell’azione divina, e vedere come l’uno e l’altro debbano essere accettati. Sono ambedue assai difficili a prendersi bene. Non dico: a prendersi; giacché la consolazione si accoglie facilmente. Ho già visto (n. 299) che la natura stessa non ha troppa difficoltà a riconoscere in essa un sorriso di Dio. Ma altro è riconoscere il sorriso, altro comprenderlo, prenderlo bene ed utilizzarlo. Veramente non saprei se sia più facile accettare soprannatu­ralmente una consolazione o una sofferenza. Infatti, allorché Dio manda una dolcezza, non è facile vedere innanzitutto la mano che la dona, amarla come operazione divina e vedere il frutto spirituale che Dio vuole produrre per mezzo di essa. Facilmente sono riconoscente a Dio per la gioia che mi manda; sono sensibile a questa, ne godo e mi riposo in essa. Ma l’azione divina, il disegno di vita di cui questa gioia non è che uno strumento, il frutto di progresso che ne deve risultare, non sono forse misteri troppo elevati per la mia bassezza che non sa sollevare fin là né il suo occhio, né la sua riconoscenza? M’arresto al mezzo e perdo di vista il fine.

Eviterò questo disordine abituandomi a non desiderare tanto la consolazione, poiché essa non è Dio, ma semplicemente, un suo strumento; a non cercarla direttamente, a sopportarne generosamente la privazione, a riceverla con semplicità, a gioirne senza agitazione, a perderla senza rammarico, tenendo lo sguardo sempre fisso all’unico necessario, la gloria santa, a cui ogni consolazione deve tendere.

322. Distaccarsene. – San Giovanni della Croce va oltre. Egli si sforza di convincere che le consolazioni non sono Dio, ma uno strumento nelle sue mani, per produrre le ascensioni misteriose della sua gloria. Più lo strumento passa veloce, più l’effetto spirituale resta solo, puro e completo. Così egli consiglia di rinunziarvi subito, anche quando si è assolutamente certi che vengono da buona sorgente. In tal modo non si correrà mai il rischio di attaccarsi ad esse, anziché a Dio, né di essere ingannati da false attrattive del demonio. Comportarsi così nella consolazione suppone molta energia nella mortificazione. Tuttavia, lasciare a Dio la cura di darmela o di togliermela a suo piacere, secondo il consiglio di san Francesco di Sales, suppone forse altrettanta forza e più umiltà. La forza più calma è ben lungi dall’essere la più facile, poiché deve essere più sostenuta. In questa calma prolungata, l’umiltà deve essere più illuminata, per sventare le seduzioni e le illusioni della ricerca personale in ciò che aggrada alla natura. I due consigli tendono allo stesso fine e la loro differenza caratterizza i due santi. Forse è bene aggiungere che il consiglio d’energia conviene a certe anime, quello di dolcezza a certe altre.

323. Difficoltà nell’accettare bene la speranza. – Se troppo facilmente mi lascio ingannare dalla gioia, con più facilità mi scoraggio e mi irrito e mi lamento nel dolore. Basta spesso un piccolo dispiacere per abbattermi, una leggera amarezza per disgustarmi. Se mi capita una prova più crocifiggente, sono schiacciato. Pianta esile che paventa i colpi del vento e della pioggia, del sole e del freddo! L’abitudine del piacere ha causato all’anima mia un temperamento delicato, incapace a sopportare la minima pena. Per questo, le operazioni purificatrici di Dio, invece di produrre in me frutti di progresso, non servono, per colpa mia, che ad aumentare il mio male.

Oppure, m’inasprisco, mi irrito, insorgo contro il dolore. Se lo subisco, è troppo spesso a malincuore, mormorando, senza riflettere che in tal modo, ricalcitrando, respingo Dio e la sua sollecitudine. Terribile abitudine di vedere tutto coi sensi, di apprezzare tutto alla stregua della mia soddisfazione! Giungo perfino a misconoscere la paternità divina, a respingerla, talora a insultarla, poiché la mormorazione non è forse un insulto all’amore? Oh quanti sforzi di questo amore ho reso sterili finora!… Quante volte l’ho respinto, nel momento in cui veniva a me sotto la sua veste più rigida, ma non meno misericordiosa!… Mio Dio, se vi avessi compreso!… vi comprenderò meglio d’ora innanzi?…

324. Nulla chiedere, nulla rifiutare. – Ogni sofferenza, da qualunque parte arrivi, viene da Dio. Venendo da Dio, ha il compito di purificare, liberare ed elevare. È l’inviata di Dio, perciò debbo accoglierla bene e lasciare compiere l’opera sua. Accettarla è tutto il mio dovere. Non bisogna mai domandarla. Chiedere le prove, è sempre una presunzione, e per conseguenza un pericolo, a meno che si tratti di una particolare ispirazione dello Spirito Santo, la quale raramente è data prima del quinto grado della pietà. « Non domandate né rifiutate alcuna cosa » è la massima favorita di san Francesco di Sales, che ben può servire di motto al cristiano nel suo cammino attraverso le consolazioni e le desolazioni.

D’altronde, vi è un tratto molto lungo da percorrere prima di giungere all’accettazione totale, amorosa, riconoscente, di tutto ciò che Dio manda, senza mai nulla rifiutare (n. 315). Non sono io ordinariamente occupato nell’allontanare tutte le sofferenze? Non è forse questa una delle grandi cure della mia vita? Quante precauzioni e quanti mezzi adopero per fuggire il dolore! In nessun’altra cosa mi mostro così abile e premuroso. Non dico che sia male risparmiarsi certe sofferenze. Adoperare per questo i mezzi che Dio ha stabilito a tale fine, può anche essere un atto di virtù (n. 87). Per quanto sta da me, debbo preservare il mio essere da lesioni funeste; la cura della mia salute fisica e spirituale è un dovere. È bene anche rimuovere certe sofferenze, le quali, pur senza recarmi grave danno, sono tuttavia un vero ostacolo, per lo stordimento che possono causare alle mie migliori facoltà. Vi sono dunque sofferenze contro le quali posso e debbo premunirmi. Se però desidero soffrire, ho migliaia di occasioni, anche senza nulla chiedere a Dio. Quando ricordo san Francesco di Sales che non si accostava mai al fuoco, per sentire il freddo come Dio glielo mandava, oppure lasciava che le mosche insanguinassero la sua fronte calva, senza scacciarle; e san Benedetto Labre, che conservava gl’insetti parassiti, ecc., comprendo qual campo infinito sia aperto all’accettazione pura e semplice delle sofferenze di ogni giorno. È bene tuttavia ricordare che l’amore alla sofferenza è proporzionato al grado di elevazione dell’anima, e che, salvo casi eccezionali, solo le anime giunte alla santità sono capaci di affrontare le sofferenze eroiche.