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Gli Effetti della Grazia (II)

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Eccovi, cari amici, la seconda parte della meditazione sugli effetti della Grazia.

Gli Effetti della Grazia

(parte seconda)

La timidezza spirituale, che è una forma insidiosa e mascherata dell’amore di sé, è solo smascherata e respinta per la luce della grazia. La delusione di non potere niente e non valere niente, diventa gratitudine, lascia evidente che dobbiamo consegnarci a Dio stesso. Così entriamo nel rapporto perfetto che deve unire la creatura perduta ed il Salvatore che la trova e la salva. Siamo i beneficiari senza alcun merito da parte nostra, mentre Egli è il donatore ed il dono inestimabile. “Che cosa possiedi, che non l’abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevuto?” (I Cor 4,7).

Il nostro ardore vile a cercare la considerazione e le grazie degli uomini, ha la fonte nella nostra mancanza di interesse per le meraviglie che la Grazia vuole operare in noi e la nostra cecità, davanti alla dignità di figli di Dio. La gelosia e l’ambizione che avvelenano la vita dell’uomo non hanno altra radice che l’ignoranza dei suoi privilegi divini. L’orgoglio e la vanità non sono basati su un apprezzamento esagerato, ma su un apprezzamento insufficiente per ciò che è nostro, se lo vogliamo accettare. C’è un senso di inferiorità che è un insulto a Dio ed un grave pericolo per l’anima. La psicoanalisi parla della repressione degli istinti, ma ignora il rifiuto delle ispirazioni divine, i cui effetti sono infinitamente più dannosi all’essere razionale. È questo complesso che conduce l’anima a piegarsi al mondo materiale, dopo su se stessa e, infine, ad atrofizzarsi. Urge strappare questo germe della morte che è il disprezzo del nostro vero destino e del dono di Dio. “Spogliatevi dell’uomo vecchio, quello del precedente comportamento che si corrompe inseguendo seducenti brame, rinnovatevi nello spirito della vostra mente e rivestitevi dell’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità della verità” (Ef 4, 22-24).

Dobbiamo obbedire e sottometterci: è la legge di tutta la creazione mentre non è inclusa nell’ordine della grazia. Ma il messaggio di salvezza che ci viene detto è il rimedio per tutte le forme di miseria. Impariamo a vivere secondo l’esempio dello Spirito: se questo sembra una schiavitù agli uomini che non conoscono la chiave del suo essere, noi sappiamo che questo è la libertà più pura. “Vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio. Egli dice infatti: Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho aiutato” (II Cor 6, 1-2).

Ma se in realtà noi siamo privilegiati, la gratitudine ci costringe, dal momento che abbiamo questa consapevolezza, a confessarLo davanti a tutti. Quando Dio è accusato e offeso dalle bestemmie a causa dei mali che gli errori degli uomini hanno attratto al nostro mondo, spetta a noi, che siamo Suoi figli, lodarLo per la sua infinita bontà e misericordia. Ciò che è in gioco è l’onore del Padre nostro, che è costantemente ignorato e offeso. Questo pensiero è un tormento, ma è anche una scintilla che accende l’anima e la spinge a darsi completamente. Così l’uomo vuole, almeno secondo le sue forze, dare gloria a Dio per tutta la creazione. Non c’è più nobile passione né più ardente di questa impazienza del figlio di rendere gli onori che sono dovuti al Padre, l’impazienza di agire e soffrire per dare la vita affinché Lui riceva ciò che gli altri gli rifiutano. Tale liberalità è una ricchezza infinita e in questo senso si dice: “Infatti a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza. Ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha” (Mt 25,29).

(Un certosino)

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“Fecondità”

“Fecondità”

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Ancora un brano per voi, tratto dal libro “Intimidade com Deus” dall’originale francese” Parole de dieu et vie divine”.

Il sermone che vi offro oggi è un estratto intitolato “Fecondità”, uno scritto pregno di spiritualità.

Il Figlio di Dio ci ha liberato. È la fede che ci dà questa libertà che solo i figli di Dio possono ricevere e da quale loro vivono. Cristo non ci ha lasciato solo parole semplici, ci ha lasciato la certezza che se continuiamo uniti a Lui, saremo i vincitori nella Sua vittoria divina. «Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!» (Gv 16,33).

Consegniamoci a Lui nella semplicità dei nostri cuori. Le insidie ed i veleni del secolo non avranno potere su di noi. Se ci conserviamo semplici, niente potrà annegare nelle nostre anime il soffio di Dio. Gesù ha vinto per sempre lo spirito del mondo. Chi si consegna a Lui e si fonde con Lui in un solo spirito, raccoglie già i frutti della sua conquista. «Chiunque crede in lui non sarà deluso» (Rm 10,11).

Noi siamo nulla e nulla possiamo per noi stessi. Non meritiamo la fede in Dio, né la fedeltà al suo amore. Riceviamo gratuitamente i doni eterni così come i doni di ogni giorno. Per tutto il tempo ci è data gratuitamente la forza per respingere il nemico che vuole contrastare l’azione divina. È il Figlio che lavora in noi la nostra liberazione, in noi e per noi. È Lui che vuole conquistare le anime e glorificare il Padre. «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga» (Gv 15,16).

Corrisponderemo al Suo amore se ci sforziamo sempre di più per dare questi frutti che Cristo ci promette. Ciò richiede che la nostra vita sia tutta animata dalla fede e che questa fede sia in noi la fonte di una fiducia illimitata e una ferma volontà di obbedire alla legge dell’amore. Credere in Dio con tutto il cuore e fidarsi di Lui senza riserve, è il segreto dell’amore.

L’amore che nasce così, non è una tenerezza egoista per noi stessi, ma una partecipazione all’amore infinito. La carità vuole aprire continuamente nell’uomo nuovi spazi alla vita divina e la sua unica preoccupazione è quella di preparare la venuta di Cristo in tutti i percorsi della creazione. «Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore» (Gv 15,9-10).

Questa è la condizione per installarci nella carità di Cristo e siamo salvati da essa: «come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore» (Gv 15,10). E non temiamo che questa vita sia stretta e limiti, in alcun modo, l’orizzonte del cuore e dello spirito. Al contrario, nella misura in cui diamo posto a Dio e che la sua carità cresce nella nostra anima, scompaiono le preoccupazioni meschine. Ci liberiamo, contemporaneamente, dell’orgoglio e del senso di inferiorità, che sono due forme, opposte solo in apparenza, dello stesso attaccamento a noi stessi.

La parola di Gesù non mette nessun ostacolo né causa qualche disturbo, al contrario, la fiducia che essa fa nascere nella nostra anima, la dilata e la purifica. La gioia irradia da un cuore pieno d’amore, la gioia che ci rende in grado di lavorare e ci sacrificare, che ci dà l’iniziativa, la costanza e la sincerità. La gioia che dà più sicurezza ai giudici e rafforza lo sguardo, che apre l’anima alla compassione, alla simpatia, e la rende in grado di essere utile agli altri quando necessario. Perché l’amore è il dono di se stesso e vita per gli altri, e la maggior prova d’amore è il sacrificio della nostra vita per la persona amata. È stato il Salvatore stesso che ha stampato questa caratteristica nell’amore, affinché riconosciamo il Suo amore, fonte e modello del nostro amore. «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 12-13).

L’amore fa l’anima audace e pronta ad agire, entusiasta per il bene e appassionata per la giustizia. Il valore e la dignità dell’uomo crescono nella misura in cui diventa più profonda la vita spirituale. La pace coinvolge in una sorta di atmosfera soprannaturale l’uomo ispirato da quest’amore e si riversa su coloro che da lui si avvicinano. «La pietà è utile a tutto, portando con sé la promessa della vita presente come di quella futura» (I Tm 4,8). In effetti, la vita interiore assicura l’equilibrio delle parti più profonde dell’essere, i cui benefici si fanno sentire nell’anima come nel corpo. I nostri doveri di stato, lungi dal soffrire con questo, cominciano ad essere adempiuti con una nuova facilità, una viva coscienza del loro valore, una cura più delicata nella sua perfezione. La vita di fede ci adatta a tutte le situazioni, ci rende pronti al sacrificio e ci rende sensibili ad assaporare con gratitudine tutte le forme di gioia. «Dio creò perché fossero presi con animo grato dai fedeli e da quelli che hanno conosciuto la verità. Infatti, ogni cosa creata da Dio è buona, e niente è da disprezzare, qualora venga preso con animo grato, giacché viene santificato per mezzo della parola di Dio e della preghiera» (ITm 4, 3-5).

Pertanto, non è impossibile che l’uomo diventi realmente simile a questa idea divina, all’immagine da cui è stato creato ognuno di noi. L’amarezza e la rassegnazione egoista che gli anni lasciano in molte anime non entrano nell’anima che vive della fede, la sua gioventù viene costantemente rinnovata dall’amore eterno.

«Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome.

Benedici il Signore, anima mia; non tenere in oblìo nessuno dei suoi benefici.

Egli ha perdonato tutte le tue colpe, ti ha guarito da ogni malattia, ha strappato dalla fossa la tua vita; della sua grazia e misericordia ti ha incoronato, ha saziato d’ogni bene la tua età; s’è rinnovato come di aquila il tuo vigore giovanile» (Sl 103, 1-5)

Ottimismo

Ottimismo

tramonto e certosini

 

Il brano che ho scelto oggi per voi, è tratto dal libro”Intimidade com Deus” dall’originale francese” Parole de dieu et vie divine”. I testi in esso contenuti sono una raccolta di scritti elaborati da un certosino.Il sermone che vi offro oggi è un estratto intitolato “Ottimismo”, una vera perla di saggezza che infiammerà la nostra Fede.

C’è un ottimismo sacro che è un bene per l’anima illuminata dalla fede. L’ideale è per essa una possibilità immediata, nonostante gli sforzi eroici che esso esige, e l’anima cammina verso le altezze luminose dove Dio la conduce e la aspetta.

È stato per elevarci che il Salvatore si è messo umilmente all’ultimo posto. “Conoscete la benevolenza del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi dalla sua povertà” (II Cor 8, 9) Consapevoli del favore senza prezzo che ci è stato fatto, possiamo dire con l’Apostolo: “La vita che ora io vivo nella carne, la vivo nella fede, quella nel Figlio di Dio che mi amò e diede se stesso per me” (Gal 2,20).

Non possiamo concepire qualcosa di più bello o più utile al cuore di questa certezza divina: Dio garantisce che la Sua verità e la Sua giustizia vinceranno.

Qualunque sia la difficoltà che dobbiamo affrontare in futuro, lo Spirito di Dio non ci permetterà di perdere il coraggio: combatteremo con pazienza e la nostra perseveranza raggiungerà la gloria di Dio. “Chi ha orecchi ascolti quello che dice lo Spirito alle chiese: al vittorioso farò mangiare la manna nascosta…e un nome nuovo, che nessuno conosce se non chi lo riceve” (Apo 2, 17).

Nella misura in cui ci interiorizziamo, l’anima conosce con maggiore chiarezza l’azione che Dio ha su di essa. Per più lontani che ancora siamo dalla visione celeste, godiamo già della presenza divina e sentiamo che la nostra vita è nelle mani di Dio. “Perché Egli non è lontano da ciascuno di noi” (At 17, 27).

Nonostante i molti legami che ci legano alla terra e nonostante il peso della caduta, i cui effetti sono continuamente sentiti, dobbiamo essere ottimisti a causa della grazia di Cristo che ci ha comunicato l’abbondanza dei Suoi meriti e ha voluto essere il nostro amico ed il nostro fratello, la vita della nostra vita. Il Primogenito della creazione è la luce degli uomini. È stato Lui che il Padre ci ha inviato per cambiarci con la pienezza della Sua grazia, come Egli stesso dice: “Io sono venuto perché le mie pecore abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 10). “Io sono la Vita” (Gv 6).

La fede rende presente questa verità inebriante, ci rende idealisti e ottimisti in un senso nuovo e profondo che la banalità delle parole non può esprimere. È condizione necessaria e sufficiente per questo, che la fede sia vissuta in tutta la sua logica soprannaturale, come principio di una realtà quotidiana e divina: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?” (Rom 8, 31-32).

Ci sono molte anime che sognano con questa vita e la desiderano, ma non hanno il coraggio di consegnarsi completamente e così aprire le sue fonti interiori. Per proprio a causa dei suoi diritti di Creatore, Dio non può lasciare di chiedere un dono senza riserve: non possiamo offrirgli solo la metà del nostro cuore. Ma se l’anima non ha il coraggio necessario, è perché si basa sulle proprie forze, che saranno sempre insufficienti nel regno soprannaturale.

Solo la grazia può farla fiorire e può fecondarla dal tocco dello Spirito Santo. Ognuno di noi soffre nella prigione del suo egoismo e della sua debolezza e, per questo, le ore di buio sono una realtà per tutti. Ma quando il cuore si soffoca sotto il peso evidente della sua impotenza, quando l’orizzonte chiuso della natura sembra costringerci alla disperazione, la nostra miseria deve diventare la nostra medicina ed il prezioso pegno della misericordia divina. Rallegriamoci con il nostro nulla, che costringe il Padre a non lasciarci consegnati a noi stessi. La consapevolezza di questi due assoluti, il nulla dell’uomo ed il tutto di Dio, dà all’anima una nuova direzione, un nuovo impulso che è l’unico che può salvarla. Dal momento in cui capiamo il senso di queste parole di Cristo in tutta la sua pienezza, abbiamo la strada aperta davanti a noi: “Voi siete servi inutili” (Lc 17,10). “Ti basta la mia grazia” (II Cor 12,9).

Se Dio mi rifiutasse il suo sostegno solo per un attimo, so che la mia caduta sarebbe immediata. È per questo che tutta la mia saggezza è quella di contare solo su di Dio. Questa sproporzione infinita tra la creatura ed il Creatore è l’ordine che mi rassicura, è tra questi due estremi che salta il lampo di pura certezza. “So privarmi ed essere nell’abbondanza. In ogni tempo e in tutti i modi, sono stato iniziato…Tutto posso in Colui che mi dà forza” (Fil 4, 12-13).

Nei momenti di buio, quando la miseria dell’anima è completa, una forza superiore ci viene in aiuto e completa la rinuncia liberatrice; lo Spirito stesso è responsabile per purificare e preparare l’anima per lo sposalizio divino.

Solo Dio può calmare la nostra sete, perché Egli stesso l’ha messa dentro di noi fin dall’inizio, come un istinto soprannaturale che solo Lui è l’oggetto. Né le delizie né i successi di questo mondo possono soddisfare la nostra sete. Il cuore dell’uomo non è tenuto a lungo con le creature, sembra che gli piacciono solo le cose nuove, perché è fatto per l’eternità: “Tu ci hai creati per te, mio Dio, ed il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te” (Sant’Agostino).

La necessità del divino arde nella profondità più segreta della nostra anima, dove solo Dio può penetrare, dove Egli stesso abita, pronto a soddisfare il desiderio che suscita. “Allora la pace di Dio, che sorpassa ogni preoccupazione umana, veglierà, in Cristo Gesù, sui vostri cuori e sui vostri pensieri” (Fil 4,7). In realtà, non è la pace che si allontana da noi, ma sì, noi ci separiamo da essa e siamo infedeli ad essa. Ma l’uomo solo raggiunge la felicità nella misura in cui rinuncia sinceramente a cercarla da solo e si spegne davanti alla gloria divina. Mentre vogliamo la nostra soddisfazione, questa ci sfugge; ma se sacrifichiamo il nostro amore di sé, siamo in armonia con la volontà del Padre e la nostra anima unita a Dio trova la gioia che non può esistere al di fuori di Lui.

Mio Signore e mio tutto! Rendergli fedelmente omaggio qui sulla terra a tutti i costi è già glorificarlo nell’eternità e tutta la nostra felicità pura e perenne è in questa glorificazione. “Cosa che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore di uomo, ciò che Dio ha preparato per quelli che lo amano” (I Cor 2, 9).

Il vero ottimismo è quello che non dubita della bontà e del valore della vita, perché l’unione con l’essere divino ispira rispetto e l’amore per tutto ciò che è stato creato.

Eleviamo i nostri cuori! Questa fiducia è perfettamente lucida, realistica, razionale, nel significato profondo di questi termini. La fiducia mette da parte i sogni e le chimere, con più sicurezza di ogni prudenza naturale. La presenza in cui si basa è più reale di noi.

Il cammino migliore è quello che parte dal mio “essere miserabile” allo splendore infinito: io non sono più di un punto di partenza e la fede mi dice di rinunciare a me stesso per arrivare a Dio. Il Verbo stesso illumina il nostro cammino, ci rafforza e ci incoraggia in tutti i nostri passi. Lucerna pedibus meis verbum tuum. “Lampada per i miei passi è la tua parola” (Sl 117, 105).

 

 

Sull’Esaltazione della Santa Croce

Sull’Esaltazione della Santa Croce

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Questa festa, che in Oriente è paragonata a quella della Pasqua, si collega con la dedicazione delle basiliche costantiniane costruite sul Golgota e sul Sepolcro di Cristo e in ricordo del ritrovamento della croce di Gesù da parte di sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, avvenuto, secondo la tradizione, il 14 settembre del 320.

Per tale occasione voglio offrirvi questa deliziosa omelia rivolta da un priore certosino alla propria comunità. Sublimi parole che ci inducono alla riflessione.

Omelia

La croce è il segno del sacrificio divino e della riconciliazione del cielo e della terra. È anche il simbolo dell’unione che la carità deve realizzare in mezzo a noi, come il Signore ha chiesto alla vigilia della Passione che ha voluto soffrire per consumarci nella unità: ut sint ipsi consummati in unum.

Questa comunione tra di noi, può essere raggiunta solo attraverso il progresso della nostra vita spirituale e nella misura in cui ci allontaniamo da tutto ciò che è esterno, al fine di essere uniti a Dio. Un uomo in uno stato di grazia, in effetti, è come un mondo in cui al centro Dio non cessa di essere presente. Ma questa realtà si presenta alla coscienza solo parzialmente e imperffetamente e si presenta al mondo esterno ancora più incompleta e insufficiente. Ogni creatura umana è, quindi, un enigma, una parola divina velata, mentre si manifesta attraverso la carne, il linguaggio e l’azione.

Tutto il lavoro della carità paziente consiste nel decifrare questi enigmi e nel trovare il suo senso letterale sotto l’espressione disturbata e balbettata. Se fossimo più fedeli alla vita della grazia in noi, in ogni anima in cui è presente questa stessa grazia ci rallegrerebbe e sarebbe per noi una fonte di pace e di felicità. La vita di raccoglimento e la gioia spirituale fanno di più che renderci benevoli ed indulgenti; creano e mantengono nel nostro spirito uno stato di armonia che gli permette di vibrare all’unisono con il divino, ovunque esso si fa sentire. È Dio stesso, vivo in noi, che sorprende Dio nel nostro prossimo e gli sorride.

Per parlare e agire, gli uomini cercano di sfuggire alla loro solitudine e si sforzano di costruire relazioni tra loro. Questi rapporti esterni, tra di noi certosini, sono ridotti a poco, anche se non eliminati: una saggezza sulla base di esperienze secolari, ha fissato nella nostra regola il limite delle ricreazioni che, per inciso, dobbiamo approfittare per non essere estranei gli uni agli altri e cercare di mantenere buone relazioni con delicatezza. Ma questo non si ottiene senza grande sforzo, perché mentre ci troviamo di fronte al di fuori, traduciamo nelle nostre parole e nei nostri gesti una piccola parte della verità divina presente in noi, traduzione miserabile che è sempre, in qualche misura, un tradimento e spesso ci mette gli uni contro gli altri, piuttosto che avvicinarci.

Gli uomini mondani, cioè, superciali – ed anche noi siamo mondani nella misura in cui siamo superficiali – non riescono a capirsi l’uno l’altro: i terribili conflitti che lacerano il mondo sono il risultato della mancanza di vita interiore. Se vogliamo salvare l’amicizia spirituale tra di noi, se vogliamo preservare la pace e la gioia che il Signore ci ha dato, dobbiamo dimenticare gli uni agli altri, dobbiamo dimenticare noi stessi per ritrovarci in Dio, perché solo in Lui torniamo a ritrovarci ed a unirci veramente.

Un punto importante a questo proposito è distinguere l’essenziale dall’ accidentale. Diciamo che la buona volontà e la vita della grazia – entrambe di vitale importanza – possono manifestarsi in un’anima in molti modi. C’è una vita di fede e di amore comune a tutta la Chiesa di Cristo; c’è, d’altra parte, gli entusiasmi e le preferenze individuali, accidentali, che possono essere legittime e benefiche per certe anime. Ma voler imporle a tutti, indignarsi perché molti perdono l’interesse in loro, è un errore di apprezzamento le cui conseguenze sono rovinose per la carità. Spostare il suo accento è rompere l’armonia che esiste solo negli spiriti che hanno l’istinto e la passione per l’essenziale.

Questa posizione interiore, dell’anima risoluta verso il centro divino, le richiede molti sacrifici. È necessario privarci di molte soddisfazioni personali e sensibili. Corrispondendo alla vocazione certosina, rinunciamo alla tenerezza umana e la continuità di questa rinuncia è una condizione dell’amicizia religiosa, perché si tratta di una condizione di vita interiore. Però non solo ogni sentimento appassionato deve

essere rigorosamente escluso; ma anche ogni attaccamento ai nostri gusti individuali – anche se sembrano spirituali – quando ci racchiudono in un cerchio stretto, impedendo che la grazia di Dio ci inondi con quella libertà infinita che Dio richiede, che vuole mantenere tra noi e Lui, in mezzo alla solitudine.

Quando si tratta di sperimentare lo spirito della nostra vocazione, e di precisare le condizioni in cui dobbiamo vivere in modo che essa sia una comunione tra noi e l’unità divina, cadiamo sempre nella pratica della solitudine e del silenzio. Una certa capacità di silenzio esteriore e interiore è condizione indispensabile perché le anime possano raccogliersi e ritrovarsi nel cuore di Gesù e Maria. Questa conversazione senza parole, questa amicizia nel lasciar andare tutto ciò che non è Dio, è una pratica molto sublime, molto dolce, che dobbiamo tenerla come un tesoro. Che la croce ed il segno della croce siano per noi un costante invito per tornare al centro della carità eterna, con un consenso senza riserve al sacrificio liberatorio.

Il fardello leggero

Il fardello leggero

certosino in chiostro

Ancora una omelia, di un anonimo certosino, che ci indica come vincere i nostri conflitti e le nostre sofferenze interiori. Una vera delizia!

La precisione dello sguardo interiore e la chiara consapevolezza di ciò che ci viene chiesto, sono cose della massima importanza per l’anima che si sforza di raggiungere la perfezione, perché il desiderio di elevarci a Dio sarà presto distrutto dalla mancanza di coraggio, se le prospettive del progresso spirituale sono distorte. Ed esse sono distorte spesso per l’importanza data alle difficoltà, agli ostacoli creati dalla natura, agli inevitabili conflitti nel cammino di ascensione spirituale. È alla luce della fede che dobbiamo considerare e pesare gli elementi del nostro destino: la realtà, come ci ha mostrato Gesù Cristo, ci dà solo di scegliere tra la luce e le tenebre, tra Dio, che è l’Essere, ed il suo avversario, a chi può restare solo il nulla. Non ci lascia abbandonati in una alternativa incerta: non c’è più sicura scelta né più semplice di quella dell’amore. “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente” (Lc 10, 27).

Dio ci offre la luce, e solo la luce. “Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che ora vi annunziamo: Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Se diciamo che siamo in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, mentiamo e non mettiamo in pratica la verità” (1 Gv 1, 5-6). Questa luce che ci illumina è il suo spirito ed il suo amore: è ciò che portiamo in noi nel tempo e nell’eternità. È il fuoco che il Figlio è venuto per accendere sulla terra, garantendoci che il suo unico desiderio è che “bruci e infiammi i cuori”. Se ci diamo a questa fiamma, lasceremo di essere strani a Dio e non saremo più conteggiati nel numero dei suoi servi, ma in quello dei suoi amici e confidenti. “Voi siete miei amici se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa ciò che fa il padrone. Vi ho chiamati amici, perché tutto quello che ho udito dal Padre mio ve l’ho fatto conoscere” (Gv 15, 14-15).

Se ascoltiamo le parole di Gesù, non potremo peccare. Perché chi vive nella luce non può perdersi, Dio gli serve come guida. Non perché noi consideriamo la perfezione come qualcosa nostra, come un bene acquisito. Al contrario, noi abbiamo difetti e siamo estremamente deboli, lo sappiamo meglio che mai, perché siamo liberi dalla menzogna che ci portava gli illusi: “Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa” (I Gv 1, 8-9).

L’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo, ci ha lavati nel suo sangue, ci ha santificati e ci ha divinizzati. “Abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto. Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati” (I Gv 2, 1-2).

Se viviamo nella verità, fuggiamo dal peccato e la pura carità ci fa sentire la sua urgenza. Pretendere di acquistare l’intimità con Dio a scapito del prossimo non sarebbe più di una illusione: le parole di Dio risuonano costantemente nel nostro cuore attento: “Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questi” (Mar 12, 31).

Amiamo il Padre e non possiamo smettere di amare il prossimo in Lui. Chi non ama il prossimo, in realtà non ama Dio e non ha la vita in se stesso, è già in preda a morte. “Se uno dice: “Io amo Dio” e poi odia il proprio fratello, è mentitore” (I Gv 4, 20). Ma se amiamo Dio ed amiamo gli uomini in Lui, conosciamo la pace divina. Non c’è posto nel nostro spirito per l’inquietudine ed il dubbio. Per colui che ha fede, questi termini sono equivalenti e designano Dio stesso: la vita è luce ed il amore è verità. La verità ci rende liberi ed il sole della giustizia dissipa le tenebre in cui la nostra anima indeboliva in cattività. “Egli ci ha strappati dal dominio delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo amato Figlio” ( Col 1, 13).

La nostra vita ci diventa ogni giorno più sicura nella luce divina. Noi già non abbiamo paura dei conflitti e delle sofferenze interiori. Protetto da questa pace, il nostro amore si espande liberamente. “Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo! Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, prodigandovi sempre nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore” (I Cor 15, 57-58).

È la fede che ci rivela questo mistero inesauribile, il mistero dell’amore: siamo chiamati a vivere con Dio in una intimità più profonda di ogni pensiero, perché apparteniamo a Lui per una scelta eterna. È stato in questi termini che il Figlio ha pregato per noi: “E ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse. Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me ed essi hanno osservato la tua parola” (Gv 17, 5-6).

Un certosino

La vita interiore di F. Pollien Capitolo VII

La vita interiore di F. Pollien Capitolo VII

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VII

IL DISORDINE

Adesione a me stesso

116. L’appropriazione. – 117. La ricerca di me stesso. – 118. L’umano. – 119. Gloria mea nihil est.

116. L’appropriazione. – Aderendo alle creature, trattengo in me qualcosa di esse e lascio in esse qualcosa di me. In tal modo tolgo a Dio una parte della mia vita ed una parte delle cose che devono servirmi per lui. Ciò che tolgo a Dio delle creature, ciò che ripartisco della mia vita è per appropriarmelo; di qui nasce lo spirito proprio, l’amore proprio, e l’interesse personale. Ciò che del mio spirito e delle sue vedute s’arresta in me senza risalire più in alto, forma lo spirito proprio. Ciò che della mia volontà e dei suoi affetti si arresta in me senza andare fino a Dio, produce l’amor proprio. Ciò che delle mie forze e delle loro azioni si riposa in me senza andare oltre, costituisce l’interesse personale.

Contro tale appropriazione indebita, contro questo « proprio », i santi hanno scritto terribili anatemi. Gli autori mistici, soprattutto, ci rivelano, a questo riguardo, pensieri di una profondità terrificante, in cui si vede meglio ciò che sia il tutto di Dio e l’obbligo essenziale, assoluto, di riferirgli ogni cosa. Egli è il Signore che ama la giustizia e non può tollerare il minimo furto nel sacrificio.

117. La ricerca di me stesso. – Lo spirito proprio, l’amor proprio e l’interesse personale ripiegandosi su di me, riempiono e occupano nella soddisfazione egoista le mie potenze interiori e le mie risorse esteriori di vita. Invece di eccitarmi alla vista, all’amore e alla ricerca di Dio, mi immergono completamente nella vista, nell’amore e nella ricerca di me stesso. Soddisfarmi nelle creature fino a dividere, trascurare, dimenticare, ferire e calpestare la gloria di Dio, è la tendenza della natura viziata. Con le parole ricerca di me stesso intendo significare il veleno della pietà, la sorgente dei miei difetti, la causa dei miei peccati, la ragione del male, che mi distoglie dalla legge della mia creazione.

Il male in sé non consiste nella soddisfazione stessa; questa viene da Dio, e niente di ciò che viene da Dio può essere cattivo in se stesso. Il male non consiste nemmeno nel prendere la soddisfazione per me, poiché essa è creata per me, ma consiste invece nel modo alterato con cui la cerco e ne uso. Infatti io la prendo come se fosse la mia felicità, mentre ho visto che nessuna creatura può essere sorgente di questa felicità, la quale non si trova che in Dio e non nasce che dalla sua gloria. Pretendo in tal modo attribuirle un compito che non è affatto suo. Inoltre, non contento di metterla al posto della mia vera felicità, l’antepongo e la preferisco alla gloria divina. Il male consiste dunque in questo spostamento e disordine di valori.

118. L’umano. – Questo spostamento e questo disordine prendono anche il nome di: umano. E’ questa una parola assai significativa, che bisogna precisare meglio. Gli autori spirituali quando parlano dell’umano in contrapposizione col divino, intendono sempre un disaccordo, per cui l’uomo si allontana da Dio e vive per se stesso, spostando e sconvolgendo un po’ qualcosa che appartiene al suo fine, alla sua vita e ai suoi mezzi; in sostanza è il disordine esteso a tutto.

Circa il fine, io sposto l’oggetto della mia felicità cercandola nelle creature; in tal modo sconvolgo il piano divino anteponendo alla gloria di Dio il falso piacere.

Circa la via, invece di lasciarla in Dio, io trasporto in me il centro d’iniziativa e di direzione dei miei progetti, determinazioni e operazioni; attingo da me e non da Dio, e preferisco obbedire ai miei istinti naturali, in un movimento separato e indipendente dall’azione di Dio e dalle sue leggi; ascolto e seguo me stesso invece di ascoltare e seguire Dio.

Circa i mezzi, mi isolo dalle risorse soprannaturali, ponendo piuttosto fede nelle mie industriosità e operosità, alle quali la fantasia ricorre, senza corrispondenza né sottomissione alla grazia.

L’umano, dunque, per contrapposizione al divino, è l’azione o lo stato del mio essere allontanato da Dio, privo di sottomissione a lui, che cerca fuori di lui o pone al disopra di lui, qualche interesse che falsifica il suo fine, la sua via, i suoi mezzi.

L’espressione « umano, umana » conserva parecchie volte, in quest’opera, il suo significato ordinario, per designare ciò che appartiene alla natura dell’uomo e che è buono. A scanso di equivoci, la parola sarà stampata in corsivo tutte le volte che vorrà significare lo sviamento con cui l’uomo si separa da Dio.

119. Gloria mea nihil est. – « E’ vero, dice san Francesco di Sales, che quello che noi facciamo per la nostra salvezza è anche fatto per il servizio di Dio, purché riferiamo la nostra salvezza alla gloria divina come fine ultimo. È vero altresì dire che il nostro Salvatore non ha operato in questo mondo se non per la nostra salvezza, come fine prossimo, ma l’ha riferita, come fine ultimo, alla gloria del Padre suo. Infatti egli stesso disse di non essere venuto a cercare la sua gloria, ma quella di colui che l’aveva mandato, e protestò che, se egli avesse cercato la sua gloria, questa sarebbe stata un nulla, qualora la gloria di Dio non fosse stata il suo fine principale ». Qual è il bene creato che possa uguagliarsi alla gloria umana del Salvatore? Ora, se questo bene, eminente fra tutti, non fosse, come egli dichiara, che pura vanità e un nulla fuori della gloria del Padre suo, che cosa bisogna dire di tutti gli altri interessi della creatura, guardata, ambita, o presa fuori della gloria di Dio? Vanità, nulla, disordine.

La vita interiore di F. Pollien Capitolo VI

La vita interiore di F. Pollien Capitolo VI

LA VITA INTERIORE

semplificata e ricondotta al suo fondamento

Dom François Pollien

copertina libro

CAPITOLO VI

IL DISORDINE

Adesione al creato

113. La sosta. – 114. L’adesione. – 115. Il riposo.

113. La sosta. – Ho considerato or ora l’ordinamento della mia vita secondo il piano divino; bisogna adesso vederne la disgregazione causata dal disordine umano.

La vita è un viaggio che conduce a Dio, un transito in questo mondo attraverso le creature (n. 5). Per andare a Dio devo passare per le creature e servirmi di esse. E’ necessario però che io le sorpassi per trovare Dio solo al disopra di esse, e aderire a lui solo al disopra di tutto ciò che non è Dio. Se so passare servendomi delle creature, il mio pellegrinaggio terreno si compie secondo l’ordine divino.

Ma ecco il disordine. Invece di passare, io mi indugio, mi discosto, mi arresto. M’indugio nelle creature, mi allontano da Dio e mi fermo in me.

In che consiste il disordine? In un ritardo, in uno sviamento, in una sosta della mia vita, che in tutto o in parte non si eleva fino a Dio. Quand’anche una sola particella del mio essere o della mia attività non raggiunge, almeno indirettamente, il fine della gloria di Dio e della mia felicità; quando qualche parte di me non è riferita al fine totale e vero, si ha il disordine. Esso è più o meno accentuato, secondo la natura e l’estensione dell’allontanamento. La sublimità del fine al quale sono chiamato non mi permetterà giammai di stare fuori e sotto di esso. Se vi resto, causo una lesione alla mia vita, un’ingiuria a colui che ne è l’autore, il direttore e il consumatore.

114. L’adesione. – Da dove proviene il disordine? Sempre da un medesimo punto: il piacere creato. Sono fatto per essere felice; un bisogno intenso di felicità è nelle mie facoltà. Nel mio viaggio quaggiù, vicino a Dio che tuttavia non vedo, poiché cammino per fede e non per chiara visione (cf. 2Cor 5, 7), in mezzo alle creature che vedo e il cui piacere mi colpisce, mi lascio ingannare da ciò che vedo e dimentico ciò che non vedo. Invece di mantenere l’attività del mio cammino con l’olio della dolcezza posta a mio servizio, mi lascio attrarre dalla sua stessa dolcezza. Il fascino di queste inezie mi fa perdere di vista il bene, e la vertigine causata dalla passione sconvolge il buon ordine della mia anima (cf. Sap 4, 12).

Il piacere, che doveva far scorrere l’anima attraverso il creato, per elevarla a Dio, ora diventa invece un vischio che attacca l’anima alle creature. Sono ora arrestato da quelle stesse cose che dovevano maggiormente contribuire alla rapidità della mia ascesa. Invece di dare la mia adesione solo in Dio, come dovrei, la inquino con le creature, diventando simile alla macchina che si trascura di pulire, per cui, allorché in essa si mette l’olio, si produce un tale insudiciamento da rallentare ed arrestare il movimento della macchina.

115. Il riposo. – Gli affetti disordinati rallentano fatalmente il cammino, il quale termina naturalmente in una sosta. A misura che ci si lascia prendere, la seduzione del piacere diventa più attraente e il cammino verso Dio si rallenta a causa del peso dei piaceri aggiunto a quello del dovere. D’altra parte, le luci dall’alto si attenuano nella proporzione in cui crescono i falsi barlumi dal basso. Per la logica delle sue influenze, questo duplice fenomeno determina un bisogno di riposo in me, per gioire di ciò che è piacevole e sgravarmi di ciò che è arduo.

Ora, qualunque sia la creatura che mi attrae talmente da addormentarmi; per quanto nobile e soprannaturale io la supponga, anche se si trattasse dei più eminenti doni di Dio, tuttavia, non essendo Dio, ma solo suo dono, il mio movimento vitale non è più diretto verso Dio e, di conseguenza, il mio cammino verso di lui è arrestato (n. 305). Qualunque sia l’attività impiegata in questo piacere, essendo essa diretta al mio egoismo, io mi trovo sempre più immerso negli sviamenti del disordine. La gioia, gustata in questo modo, non è quella del giusto (n. 44), né quella che proviene dalla ragione, ma è quella dell’uomo animale, della natura corrotta, del mondo maledetto e spesso anatemizzato da Dio e dai suoi santi. E allorché, come ciò avviene di frequente, il disordine si produce sotto forma di dispiacere, la causa è da individuarsi nel piacere falsamente cercato e non soddisfatto.