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La Nube della non-conoscenza 74

NUBE

CAPITOLO 74

Un’anima particolarmente portata a fare questo lavoro non può leggere o parlare o sentire qualcun altro leggere o parlare del contenuto di questo libro, senza provare una vera e propria consonanza con il fine a cui tende questo stesso lavoro; vi si ripete la raccomandazione del prologo.

Se ti sembra che questa maniera di lavorare non sia adatta alle tue disposizioni spirituali e fisiche, puoi pure metterla da parte e, in seguito al consiglio di un buon padre spirituale, prenderne un’altra in tutta sicurezza e senza alcun biasimo. In tal caso ti pregò di scusarmi, perché avrei voluto esserti di aiuto con questo scritto dettatomi dalla mia semplice scienza: questa, e non altra, era la mia intenzione. Pertanto, leggi questo libro da cima a fondo per due o tre volte, e più lo leggerai, meglio è, perché sarai in grado di comprenderlo sempre di più. E così una frase che magari ti era assolutamente incomprensibile alla prima o alla seconda lettura, poco dopo ti sembrerà facilissima. Sì, mi sembra impossibile che un’anima particolarmente portata a un simile lavoro possa leggere o parlare, o sentire qualcun altro leggere o parlare di questo argomento, senza provare subito dentro di sé una vera e propria consonanza con il fine a cui tende l’insegnamento che ti ho trasmesso. Se dunque hai l’impressione che questo lavoro ti fa del bene, ringrazia Dio di tutto cuore e, per l’amore di Dio, prega per me. Fa’ come ti dico! E ti prego, per l’amore di Dio, di non far vedere a nessuno questo libro, a meno che si tratti di qualcuno che sia adatto alla contemplazione, secondo quanto tu stesso puoi trovare più indietro, là dove ho spiegato quali uomini debbano intraprendere questo lavoro e quando debbano cominciarlo. Se fai vedere il libro a una persona del genere, allora ti prego di raccomandarle di spendere tutto il tempo necessario per esaminarlo fino in fondo. Vi può essere, magari, qualche argomento, all’inizio come in mezzo, lasciato in sospeso e non completamente sviluppato là dove si trova. Ma se non è trattato compiutamente in quel posto, lo sarà più avanti o comunque alla fine. Così, se uno dovesse prendere in esame solamente una parte e non l’altra, potrebbe facilmente cadere in errore: ecco perché ti prego di fare come ti dico. E se c’è una particolare questione che, secondo te, andrebbe trattata in modo più chiaro, fammi sapere qual è, e anche la tua opinione in proposito; da parte mia farò di tutto per spiegarmi con più completezza e secondo il mio limitato sapere. Non è stato affatto nelle mie intenzioni che i ciarloni, gli adulatori, i falsi modesti, i pettegoli o i maldicenti è ogni sorta di mettimale vedessero questo libro. Non è per essi che ho scritto. Per questo vorrei che ne facessero a meno loro e anche tutti quegli uomini, dotti o ignoranti, che sono semplicemente curiosi. Se fossero anche buone persone, eccellenti nella vita attiva, questo libro non fa per loro.

Statuti delle monache dell’Ordine Certosino (cap. 18)

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CAPITOLO 18

Lavoro

1 Le monache, nella linea propria della loro vocazione, sono soggette alla legge divina del lavoro ed evitano l’ozio che gli antichi chiamavano il nemico dell’anima. Con gioiosa umiltà accettano tutti i compiti imposti dalle necessità di una vita povera e solitaria, avendo cura tuttavia di ordinare tutto al servizio della contemplazione di Dio, alla quale sono interamente devoti. (St 5,1)

Attività delle monache di clausura

2 Per le monache di clausura, oltre ai vari lavori manuali, l’insieme degli obblighi che derivano dal loro stato costituisce materia del loro servizio, principalmente la celebrazione del culto divino e degli studi sacri. (cfr St 5,1) Nella cella, per non sprecare la loro vita dedicata a Dio, le monache si dedicano con ardore e discrezione a studi che gli convengono: non per soddisfare la voglia di imparare o di pubblicare libri, ma perché una lettura sapientemente ordinata dà all’anima più forza e fornisce supporto per la contemplazione. È un errore credere che si possa trascurare lo studio della Parola divina, o poi abbandonarlo, e tuttavia raggiungere facilmente l’intima unione con Dio. Cercando dunque il midollo del senso più che la schiuma delle parole, scrutiamo i misteri divini con la sete di conoscenza che nasce dall’amore ed a sua volta lo ravviva. (St 5.2)
3 Attraverso il lavoro manuale, la monaca pratica l’umiltà e riduce tutto il suo corpo alla servitù per raggiungere meglio la stabilità interiore. (St 5.3)
4 Nei tempi previsti (cfr 41,9), si applica alle opere veramente utili; non è opportuno sprecare in occupazioni vane o superflue il tempo prezioso che ci è stato dato per glorificare Dio. Ma questo periodo della giornata non è affatto escluso il beneficio della lettura e della preghiera. (St 5.3)
5 La suora di clausura normalmente rimane nella cella per il lavoro a lei affidato. Tuttavia, se la priora ritiene che ci sia un motivo sufficiente per rimuoverla dalla cella, non rifiuterà di aiutarla. Non appena questo obbligo cessa, deve ritornare al silenzio della cella a cui è particolarmente chiamato.
6 In ogni momento, la priora può ordinarle di compiere un lavoro o un servizio utile al bene comune: lo accoglie volentieri, nella gioia della carità, perché nel giorno della sua professione ha chiesto di essere accolta come umile serva di tutti. Ciascuna potrà misurare l’autenticità della sua vita solitaria dal modo sollecito, sereno e gioioso con cui aderisce alla volontà di Dio e della sua priora, e dall’amore vero ed efficace che manifesta agli altri. Ma il lavoro affidato a una monaca di clausura deve sempre lasciarle sufficiente libertà d’animo e non dare adito a preoccupazioni per il profitto o per il ritardo da osservare. Alla solitaria, più attenta a mantenere lo sguardo sulla meta che sul lavoro, è necessario fornire i mezzi per tenere sempre all’erta il cuore. (St 5.5)
7 La suora resta libera di organizzare il suo tempo di lavoro nella cella sotto lo sguardo di Dio, secondo la sua coscienza e le sue attitudini. In uno spirito di disponibilità ai bisogni della comunità e d’accordo con la priora, si è assicurata di rimanere fedele alla grazia propria della sua vocazione alla preghiera. Ciascuna salvaguarderà la sua solitudine e la sua libertà interiore nel pieno rispetto delle scelte delle sue sorelle in questo ambito, senza preoccuparsi delle loro attività. (cfr. St 5,5)

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La Nube della non-conoscenza 73

NUBE

CAPITOLO 73

A somiglianza di Mosè, Bezaleel e Aronne, che si occuparono dell’Arca dell’Alleanza, simbolo della contemplazione, noi arriviamo in tre maniere diverse a questa grazia della contemplazione.

Secondo l’Antico Testamento, i tre uomini che più si occuparono dell’Arca furono Mosè, Bezaleel e Aronne. Mosè imparò da nostro Signore, là sul monte, come doveva essere fatta. Bezaleel la realizzò e la costruì nella valle, seguendo il modello che era stato mostrato sul monte. Aronne, infine, ebbe il compito di custodirla nel tempio, e poteva vederla e toccarla tutte le volte che lo voleva. Questi tre esempi ci indicano le tre diverse maniere con cui giungiamo alla grazia della contemplazione. A volte vi arriviamo solo per grazia, e allora siamo simili a Mosè, il quale, nonostante la difficile salita e il duro lavoro sul monte, non poteva vedere l’Arca se non raramente, solo quando a nostro Signore piaceva mostrargliela, e non come ricompensa per tutto il suo lavoro. Altre volte vi arriviamo in forza della nostra stessa penetrazione spirituale, con l’aiuto e l’assistenza della grazia, e allora siamo simili a Bezaleel, il quale non era in grado di vedere l’Arca prima ancora di averla fatta con le sue stesse mani, seguendo il modello mostrato a Mosè sul monte. Infine, noi vi arriviamo grazie all’insegnamento di qualcun altro, e allora siamo simili ad Aronne, il quale aveva l’incarico di custodire l’Arca che Bezaleel aveva precedentemente realizzato e costruito con le sue stesse mani; egli aveva altresì la facoltà di vederla e toccarla tutte le volte che lo voleva. Vedi, amico spirituale, per quanto il linguaggio sia infantile e improprio, in questo lavoro io faccio la parte di Bezaleel, anche se sono una creatura miserabile e assolutamente indegna di insegnare agli altri: ecco quindi che io costruisco e depongo in qualche modo nelle tue mani questa specie di arca spirituale. Ma se vuoi diventare un Aronne, devi lavorare ancor meglio di me, e in maniera più eccelsa; ciò significa che non devi mai smettere un momento di attendere alla contemplazione, per il tuo bene e anche per il mio. Fa’ come ti dico, te ne prego, per l’amore di Dio onnipotente. E dal momento che siamo tutt’e due chiamati da Dio a diventare contemplativi, ti scongiuro, per l’amore di Dio, di colmare da parte tua quel che manca in me.

La Nube della non-conoscenza 72

NUBE

CAPITOLO 72

Il contemplativo non può giudicare un altro in base alla sua esperienza.

Da tutto questo puoi ben capire che l’uomo a cui è dato di giungere alla contemplazione perfetta e di farne esperienza, ma solo dopo un enorme lavoro e in rare occasioni, può facilmente cadere in errore se si mette a parlare, a pensare o a dar giudizi sugli altri uomini in base alla sua esperienza personale, perché ritiene che anch’essi non vi possano giungere che raramente e dopo un enorme lavoro. Allo stesso modo, l’uomo in grado di contemplare quando vuole, può facilmente cadere in errore se giudica gli altri prendendo come metro se stesso e dicendo che anch’essi sono in grado di contemplare quando vogliono. Lascia perdere tutto questo: no, non è certamente così che si deve ragionare. Infatti, quando a Dio piace e se lui vuole, può darsi che quelli che in un primo momento raggiungono la contemplazione solo di rado, e dopo un enorme lavoro, in seguito possano arrivarci quando vogliono e tutte le volte che a loro piace. Un esempio a questo proposito l’abbiamo ancora in Mosè, il quale dapprima non poteva vedere la forma dell’Arca se non raramente e dopo un enorme lavoro, là sul monte; ma in seguito era in grado di vederla nella valle tutte le volte che lo voleva.

Dialogo con San Bruno 4

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Proseguono le domande del certosino giornalista a San Bruno in questa immaginaria intervista. Apprezziamo la domanda e la risposta esaustiva.

Cos’era per te la solitudine?

CG – Padre, per grazia di Dio condividiamo la tua vocazione al deserto. Sappiamo che, come te, anche noi dobbiamo santificarci nella solitudine. Ma poiché lo Spirito Santo ti ha illuminato, come Fondatore, sui misteri di quella solitudine, vuoi dirci qualcosa di cos’era per te la solitudine?

SB – Avrai già notato che nelle mie lettere quasi non mi soffermo sulla solitudine materiale, per quanto essa sia la base e la condizione della solitudine spirituale. Preferisco esaminare la solitudine spirituale di questo elemento così importante del nostro carisma vocazionale.

E la prima cosa che scopro è che la solitudine è un dono gratuito di Dio. Se ci ha chiamati perché l’ha voluto e ci ha portato nel deserto, la solitudine profonda e stabile è una grazia divina ordinata per la realizzazione dei disegni di Dio su di noi.

Perciò ora non posso dirti di meno di quanto dissi ai primi figli: “Rallegratevi della felice fortuna che vi è data e dell’abbondanza della grazia di Dio su di voi. Rallegratevi di aver raggiunto il tranquillo e sicuro rifugio di un porto nascosto” (Lettera ai monaci della Certosa).

Con questo voglio ricordarti ora quanto segue: se la solitudine è una grazia di Dio, dobbiamo esserne grati. Se è ordinata alla nostra vocazione, dobbiamo custodirla con amore preferenziale; essendo una grazia, è evidente che non possiamo conquistarla con le nostre forze; essendo un dono di Dio, è inutile impiegare tecniche umane; infine, essendo grazia vocazionale, è necessario coltivarla con la preghiera, per conservarla, vivificarla, per non lasciarla sprecare o lasciarla sterile a causa della vostra incuria.

Sì, “avete paura di perdere per colpa vostra quella fortuna inestimabile, quel desiderato bene, se non volete rimpiangerlo per tutta la vita» (ib.).

Durante la mia permanenza nel mondo, mi piaceva essere realistico perché la realtà è parte della verità. Ora che sono in paradiso, non voglio nasconderti una realtà che fa parte della solitudine, per quanto tu la sappia.

La solitudine, ti dicevo prima, vissuta con la pace, la gioia e il silenzio che le sono propri, ci permette di vivere con Dio, di stare con Lui senza vederlo, per quanto questo è possibile sulla terra.

Ma quella stessa solitudine ha anche le sue ore buie e dolorose, dure e austere. E che, come dice Guigo, che cito, “esige uno spirito che sia padrone di sé”, cioè uno spirito che sappia e voglia accettare le conseguenze di una scelta coraggiosa, che ha la sua origine nella chiamata di Dio e che è disposto ad accontentarsi di Dio.

Sì, a volte la solitudine è dura. Ma non siate sorpresi di questo: è la durezza della croce. Il deserto, l’esodo dalla sua vita, è stato duro anche per Gesù, e non parlo solo del deserto della Quarantena.

Ma se apprezzi l’essere “soldati di Cristo”, “atleti di Dio”, allarga il tuo cuore e accetta, con gioia, le dure ore della solitudine. Solo con questa generosa accoglienza si può ricevere la ricompensa promessa: «la pace che il mondo non conosce e la gioia nello Spirito Santo» (Lettera a Raul). È questa gioia e questa pace che fanno vivere appieno la vostra solitudine, sono loro che portano al compimento della vostra vocazione.

La Nube della non-conoscenza 71

NUBE

CAPITOLO 71

Alcuni riescono ad avere l’esperienza della contemplazione perfetta solo nell’estasi, altri invece quando vogliono e nelle normali condizioni di vita spirituale.

Certi ritengono la contemplazione una materia così difficile e pericolosa che, affermano, non vi si può arrivare senza aver fatto in precedenza una gran mole di lavoro e una fatica enorme. Dicono, inoltre, che la si ottiene raramente, e solo in un momento d’estasi. A costoro voglio rispondere, misero come sono, dicendo che tutto dipende dalla volontà e dal beneplacito di Dio, oltre che dalla capacità e predisposizione dell’anima in ordine alla grazia della contemplazione e del lavoro spirituale di cui sto parlando. Indubbiamente ci sono alcuni che senza una lunga e impegnativa preparazione spirituale non vi possono arrivare. E quand’anche giungano alla pienezza della contemplazione, tutto ciò non capita che raramente, e grazie a una chiamata tutta particolare da parte di nostro Signore: è quella che noi chiamiamo «estasi». Ci sono altri, però, che hanno l’animo così sensibile all’azione della grazia, e hanno una tale familiarità con Dio durante la contemplazione, che possono immergervisi quando vogliono e nelle normali condizioni di vita: si trovino seduti o in cammino, in piedi o in ginocchio. E in tutto questo tempo rimangono nel pieno possesso delle loro facoltà fisiche e spirituali, e possono farne uso, se lo desiderano; naturalmente incontrano delle difficoltà, ma niente affatto eccessive o insormontabili. Prototipo degli uni è Mosè; degli altri Aronne, il sacerdote del Tempio. Infatti la grazia della contemplazione è raffigurata nell’Antico Testamento dall’Arca dell’Alleanza, e i contemplativi sono raffigurati da coloro che più dovevano occuparsi dell’Arca, come la storia ci insegna. Ed è perfettamente corretto paragonare questa grazia e questo lavoro all’Arca, perché come l’Arca conteneva tutti i gioielli e le reliquie del Tempio, così questo piccolo atto d’amore diretto verso la nube della non-conoscenza contiene dentro di sé tutte le virtù dell’anima umana, che è il tempio spirituale di Dio. Mosè, prima ancora di poter vedere l’Arca e di sapere in qual modo doveva essere fatta, salì con lungo sforzo e grande fatica fin sulla cima del monte, e restò lì a lavorare in una nube per sei giorni, aspettando il settimo giorno perché Dio acconsentisse a mostrargli la maniera di costruire l’Arca. Il lungo lavoro di Mosè e la sua visione tardiva, stanno a indicare coloro che non riescono ad arrivare alla perfezione di questa opera spirituale, senza un previo lavoro lungo e faticoso. E anche se vi arrivano, ciò capita loro raramente, e solo se Dio acconsente a dischiudere il loro cuore all’estasi contemplativa. Ma quello che Mosè poteva vedere solo in rarissime occasioni, e dopo un lungo sforzo e una grande fatica, Aronne l’aveva sempre a sua disposizione, in virtù del proprio ufficio, dal momento che poteva vedere l’Arca nel Tempio al di là del velo, ogniqualvolta voleva entrarvi. Aronne sta a indicare tutti coloro di cui ho parlato prima, i quali in base alla loro penetrazione spirituale e all’assistenza della grazia, possono pervenire alla meta della contemplazione perfetta tutte le volte che lo vogliono.

La Nube della non-conoscenza 70

NUBE

CAPITOLO 70

Come cominciamo a giungere più prontamente alla conoscenza delle realtà spirituali se mettiamo a tacere i nostri sensi, così cominciamo a giungere più prontamente alla suprema conoscenza di Dio, per quel tanto che è possibile avere per grazia su questa terra, se facciamo a meno delle nostre facoltà spirituali.

Perciò lavora alacremente in questo «niente» e in questo «nessun posto», e lascia da parte i tuoi sensi e la loro maniera di operare: in verità ti dico che questo tipo di lavoro non lo si può nemmeno concepire per mezzo di essi. Con gli occhi puoi solo farti un’idea apparente di una determinata cosa, è cioè se è lunga o larga, grande o piccola, quadrata o rotonda, vicina o lontana, colorata o meno. E con le orecchie puoi solo coglierne il rumore o il suono; con il naso, la puzza o il profumo. Con il gusto puoi sapere se è acre o dolce, conservata sotto sale o fresca, amara o gradevole; con il tatto, se è calda o fredda, dura o tenera, soffice o ruvida. Ma, a dire il vero, queste qualità e questi attributi non li possiede né Dio, né alcun’altra cosa spirituale. Perciò, lascia da parte i tuoi sensi, e non lavorare con essi né all’interno né all’esterno di te stesso. Si sbagliano di grosso e operano contro l’ordine naturale delle cose, quanti vogliono diventare contemplativi, e quindi operatori spirituali nel più intimo di se stessi, e nonostante questo pensano di dover vedere o sentire o annusare o gustare o tastare le realtà spirituali in visioni esterne o interne al loro essere. Per natura i sensi sono ordinati in tal modo che gli uomini possono aver conoscenza, per mezzo di essi, di tutte le cose materiali ed esteriori; ma non possono certo giungere alla conoscenza delle realtà spirituali, se si servono dei sensi. Nella misura in cui ne riconosciamo i limiti, i sensi possono arricchire la nostra conoscenza. Per esempio, quando leggiamo o sentiamo parlare di certe cose, e ci rendiamo conto che i nostri sensi non sono assolutamente in grado di darci informazioni sulle loro qualità e sui loro attributi, allora possiamo veramente esser certi che si tratta di realtà spirituali e non materiali. Sotto un profilo spirituale, avviene allo stesso modo per quel che riguarda le nostre facoltà intellettuali, allorché ci sforziamo di conoscere Dio stesso. Per quanto grande possa essere la conoscenza e la comprensione di tutte le cose spirituali create, l’uomo non può mai giungere per mezzo dell’intelligenza alla conoscenza di una realtà spirituale non creata, qual è Dio stesso. Ma se riconosce il suo limite, allora sì che può giungere a una simile conoscenza. Quanto infatti limita l’intelligenza umana, non è altro che Dio, e lui solo. Ecco perché s. Dionigi disse: «La più perfetta conoscenza di Dio si ottiene con la non-conoscenza». In verità, chiunque farà passare i libri di Dionigi, troverà che le sue parole confermano chiaramente tutto quanto io ho detto o dirò ancora, dall’inizio di questo libro fino alla fine. Altrimenti non lo citerei nemmeno a questo punto, né lui né nessun altro dottore. Una volta gli uomini ritenevano di fare un atto di umiltà nel non dir niente di propria testa che non fosse sorretto da citazioni scritturali o dotte. Ma ora questa pratica è diventata un mezzo per mettere in mostra la propria abilità ed erudizione. A te tutto ciò non servirebbe a niente, ed è per questo che me ne astengo. Chi ha orecchie per intendere, intenda; e chi si sente mosso a credere, creda: non c’è altra alternativa.

Statuti delle monache dell’Ordine Certosino (cap. 17)

monaca certosina

CAPITOLO 17

La Cellària

1 La priora affida le monache laiche alla cellària, scelta tra le professe solenni. Come Marta, questa ha molte preoccupazioni e fastidi, ma non deve per questo abdicare completamente, tanto meno avere un’avversione per il silenzio e il riposo della cella; al contrario, nella misura in cui gli affari della casa lo consentono, ritorna costantemente nella cella come porto tranquillo e sicuro dove può, con la lettura, la preghiera e la meditazione, calmare il tumulto interiore provocato dalle preoccupazioni temporali e riporre il segreto del suo cuore alcuni pensieri salutari che può comunicare, con dolcezza e prudenza, alle sorelle di cui è responsabile. (St 26.1)
5 Il clima di preghiera che si respira nella casa dipende in gran parte dal modo in cui è organizzata la vita materiale. Per quanto riguarda le monache di clausura, l’ufficio della cellària consiste nel lasciar loro andare liberamente nel riposo della contemplazione. Non parla con loro né entra nelle loro celle senza permesso. Può, tuttavia, scambiare qualche parola con loro sulla soglia di casa. Ma deve fare molta attenzione a non diffondere i rumori del mondo in casa. (St 26,5)
6 Per le suore laiche, la cellària è prima di tutto un esempio: perché i fatti conducono più delle parole, e prenderanno volentieri il loro modello dalla cellària se lei stessa imita Cristo. Il suo ruolo si esercita soprattutto nel campo del lavoro: si prende cura delle obbedienze e si preoccupa di non sovraccaricare le sorelle. Affinché abbiano tempo sufficiente per il ritiro in cella, la durata del loro lavoro non dovrebbe normalmente superare le sette ore. Per quanto riguarda la salute delle converse, la cellaria si mostrò attenta e piena di carità. (St 26.6)
7 Ogni monaca è responsabile della ‘propria obbedienza; la sua legittima autorità, nelle funzioni a lei affidate, riceverà l’appoggio della cellària. Quest’ultima deve essere consultata e le sue decisioni devono essere seguite; ma, per quanto possibile, lascerà alle monache la libertà d’azione necessaria per consentire loro di svolgere il loro compito al meglio delle loro capacità. Se vuole introdurre un cambiamento nella loro obbedienza, non lo farà senza averle ascoltati o almeno avvertiti. (St 26.7)
8 La cellària, come le altre superiori della casa, avrà cura di non abusare del suo ufficio concedendosi dispense o oggetti superflui che non vorrebbe concedere ad altri. (St 26.8)
11 Quando la cellària abbandona la procura, rinuncia a tutte le cure ed a tutti gli oggetti superflui, per seguire Cristo nella sua spogliazione nel deserto. (St 26.12)

La Nube della non-conoscenza 69

NUBE

CAPITOLO 69

La sensibilità dell’uomo cambia meravigliosamente nell’esperienza spirituale di questo «niente» prodotto «in nessun posto».

Quando un uomo fa l’esperienza spirituale di questo «niente» in «nessun posto», la sua sensibilità subisce delle mutazioni sorprendenti. Non appena comincia a posarvi lo sguardo, egli trova che tutti i peccati personali che ha commesso nel corpo e nello spirito fin dalla nascita, vi sono segretamente dipinti sopra a tinte fosche. E per quanto cerchi di distogliere la propria attenzione, i suoi peccati gli appaiono sempre dinanzi agli occhi, finché, dopo molto lavoro estenuante, molti sospiri dolorosi e molte lacrime amare, non li abbia in gran parte cancellati. In un simile travaglio interiore talvolta gli sembra di star a osservare l’inferno, perché ormai dispera di pervenire, attraverso questa sofferenza, alla perfezione del riposo spirituale. Molti sono quelli che giungono fino a questo punto nel loro cammino spirituale, ma poi, siccome sentono che la loro sofferenza è troppo grande e che non ricevono alcun conforto, tornano indietro a considerare le cose materiali. E cercano delle consolazioni mondane ed esteriori per compensare quelle spirituali che a quel punto non hanno ancora meritato, ma che avrebbero senz’altro ottenuto se avessero perseverato. Chi invece persevera, prova di tanto in tanto un certo qual conforto e ha una certa qual speranza, di perfezione, perché comincia a sentire e a vedere che, con l’aiuto della grazia, molti dei suoi peccati personali commessi in passato vengono in gran parte cancellati. Nonostante tutto, si sente ancora immerso nella sofferenza, ma ora pensa che un bel giorno questa svanirà, perché va diminuendo sempre più. Pertanto, quel «niente» non lo chiama più inferno, ma purgatorio. A volte non vi trova scritto sopra alcun peccato particolare, ma in quei momenti gli sembra che il peccato sia come un blocco massiccio di cui non sa assolutamente nulla, se non che si tratta, in fondo, di se stesso. Allora quel «niente» lo si può chiamare come la radice e la pena del peccato originale. A volte crede di essere in paradiso o in cielo, per via delle svariate e meravigliose dolcezze, e delle innumerevoli consolazioni, gioie e virtù benedette che vi può trovare. Altre volte, infine, gli sembra che quel «niente» sia Dio stesso; tale è la pace e il riposo che vi trova. Sì, pensi pure quello che vuole: troverà sempre la nube della non-conoscenza tra sé e Dio.

La Nube della non-conoscenza 68

NUBE

CAPITOLO 68

«In nessun posto» materialmente, significa «dappertutto» spiritualmente; il nostro uomo esteriore chiama «niente» il lavoro di cui parla questo libro.

Allo stesso modo va inteso l’invito che un altro ti potrebbe rivolgere, di raccogliere le tue facoltà e i tuoi sensi nell’intimo di te stesso e di adorare Dio dentro di te. Quantunque questo sia certamente del tutto giusto e vero, e nessuno potrebbe dire cosa più assennata, se ben la si comprende, io invece per paura che tu abbia a intendere in maniera fisica, e quindi sbagliata, queste parole, non ti dico assolutamente di far così. Questo è quanto voglio da te: che tu non sia in alcun modo dentro di te. E di conseguenza, voglio che tu non sia nemmeno fuori di te stesso, né sopra, né dietro, né da una parte, né dall’altra. «Ma allora», mi dirai, «dove devo stare? A quanto pare, da nessuna parte!» Ebbene, sì, hai pienamente ragione: è così che ti voglio. Perché quando non sei in nessun posto materialmente, sei dappertutto spiritualmente. Pertanto sta’ ben attento, perché il tuo lavoro spirituale non sia ancorato a nessun posto materiale. In questo caso, dovunque si trovi l’oggetto su cui stai coscientemente applicando la tua intelligenza, è proprio lì che ti trovi in spirito, in modo così vero e reale come il tuo corpo si trova nel luogo dove tu sei materialmente. E anche se i tuoi sensi non vi possono trovar nulla di cui nutrirsi, perché secondo loro tu non stai facendo assolutamente niente — proprio così! —, continua a fare questo «niente», se non altro per amore di Dio. Perciò, non smettere in alcun modo, ma lavora alacremente in questo «niente», con desiderio sempre vigilante e volontà ferma di possedere Dio, che nessun uomo può conoscere. Ti dico, in verità, che preferirei essere in questo «nessun posto» fisicamente, a lottare con questo cieco «niente», piuttosto che essere un signore così potente da poter essere fisicamente dappertutto, se solo lo volessi, intento a godere allegramente di tutto come fa un padrone con le proprie cose. Lascia perdere questo «dappertutto» e questo «tutto», in cambio di questo «nessun posto» e di questo «niente». Che importa se le tue facoltà intellettuali non riescono a scandagliare questo «niente»? Io lo amo ancor di più! È una cosa così eccelsa in se stessa, che non la si può comprendere in alcun modo. Questo «niente» è più facile sentirlo per esperienza che vederlo, perché è completamente cieco e oscuro agli occhi di coloro che solo da poco si son messi a guardarlo. Ma a voler parlare più correttamente, l’anima che ne fa esperienza è accecata dalla sovrabbondanza di luce spirituale, piuttosto che dall’oscurità o dall’assenza di luce fisica. Chi è che allora lo chiama «niente»? Il nostro uomo esteriore, di certo, e non quello interiore. Il nostro uomo interiore lo chiama «tutto», perché per mezzo suo impara a conoscere la ragione di tutte le realtà, materiali e spirituali, senza considerare in particolare ogni singola cosa in se stessa.