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La Nube della non-conoscenza 27

NUBE

CAPITOLO 27

Chi dovrebbe impegnarsi in questo lavoro di grazia.

Per prima cosa ti voglio indicare chi deve darsi al lavoro contemplativo, e poi quando e come, e infine con quale moderazione. Se mi domandi chi deve assumersi questo lavoro, ecco la mia risposta: tutti coloro che hanno veramente abbandonato il mondo cori decisione per dedicarsi non alla vita attiva, ma alla vita contemplativa. Sono proprio costoro che dovrebbero impegnarsi in questo lavoro di grazia, chiunque essi siano, peccatori incalliti o meno.

La Nube della non-conoscenza 26

NUBE

CAPITOLO 26

Senza una grazia del tutto speciale o una lunga pratica nella grazia comune, la contemplazione si rivela un lavoro molto faticoso. E in questo lavoro qual è il compito dell’anima, aiutata dalla grazia, e quello di Dio.

Perciò lavora sodo, almeno per il momento, e picchia a più non posso su quest’alta nube della non-conoscenza. Ti riposerai più tardi. È un lavoro duro, è inutile nasconderlo, per chiunque voglia intraprendere la strada della contemplazione. Sì, è davvero un lavoro faticoso, a meno che non sia reso più agevole da una grazia del tutto speciale o dal fatto che ormai uno vi si è abituato da lungo tempo. Ma in che cosa consiste la fatica che accompagna questo lavoro? Certo, non in quel devoto slancio d’amore che sgorga senza sosta dall’animo del contemplativo, non per sua propria virtù, ma per mano di Dio onnipotente. Egli, infatti, è sempre pronto a suscitare questo forte desiderio in ogni anima volonterosa, che fa tutto il possibile, e già da molto tempo, per prepararsi adeguatamente a un simile lavoro. Ma in che cosa consiste, allora, questa fatica? Senz’altro nel soffocare il ricordo di tutte le creature che Dio ha creato e nel ricacciarle sotto quella nube d’oblio di cui abbiamo già parlato. Qui sta tutta la fatica, poiché essa è opera dell’uomo, anche se è aiutato dalla grazia di Dio. Quello invece a cui si è fatto cenno prima, lo slancio d’amore, è opera di Dio, e di lui solo. Continua, dunque, a fare la tua parte; ti assicuro che egli non mancherà di fare la sua. Su, datti da fare, e in tutta fretta! Vediamo come te la cavi. Non vedi che è lì ad aspettarti? Vergognati! Basta che tu ti metta a lavorar sodo per un momento, e ben presto ti accorgerai che il tuo lavoro non è così immane e difficile. Infatti, anche se all’inizio, quando la tua devozione è ancora scarsa, risulta difficile e arduo da compiere, tuttavia in seguito, una volta che la tua devozione sarà giunta a buon punto, quel che prima era così duro e gravoso diventerà soave e leggero. Può darsi che in certi momenti tu non abbia più niente da fare,. o comunque pochissimo, dal momento che Dio, talvolta compirà egli stesso tutto il lavoro. Non sempre però, né per lungo tempo, ma quando vuole lui e come vuole lui. In questo caso, sarai tutto contento di lasciargli fare a modo suo. A questo punto può anche darsi che, di tanto in tanto, egli emani un raggio di luce spirituale cosa da trapassare la nube della non-conoscenza che sta tra te e lui, e ti sveli parte dei suoi segreti, dei quali l’uomo non ha né il permesso né la facoltà di parlare. Allora sentirai ardere in cuore la fiamma del suo amore più di quanto io non riesca a dire in questo momento. Non mi arrischio infatti a parlare, con la mia lingua carnale così balbuziente, di quel lavoro che spetta a Dio, e a lui solo; e in definitiva, se anche potessi farlo, non lo farei ugualmente. Ma del lavoro che spetta all’uomo, quando si sente stimolato e aiutato dalla grazia, di questo parlo volentieri, poiché è meno rischioso che parlare del lavoro di Dio.

Statuti delle monache dell’Ordine Certosino (cap. 6)

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CAPITOLO 6
A guardia della clausura

1 Fin dall’inizio l’intenzione dell’Ordine è stata quella di dare alla nostra assoluta consacrazione a Dio un’espressione visibile e un sostegno con una chiusura molto rigorosa. Quanto bisogna evitare di uscire senza seria necessità è evidente nel fatto che il priore di Chartreuse non varca mai i limiti del suo deserto. Poiché un Ordine religioso impone la stessa osservanza a tutti i suoi professi, noi che abbiamo adottato la forma di vita della Certosa – da cui il nostro nome di Certose – non ammettiamo facilmente eccezioni su questo punto. Se però la necessità ci obbliga a farlo, dobbiamo sempre chiedere il permesso al Reverendo Padre, salvo i casi urgenti o previsti dagli Statuti. (St 6.1)
3 Normalmente le persone esterne che devono circolare nella clausura sono accompagnate da una suora. Evitiamo il luogo dove sono. Se è necessario attraversarli, li salutiamo gentilmente e ci incamminiamo in silenzio. A meno che la priora non dia un permesso eccezionale, le monache non lavorano con fratelli o operai.
4 Le porte di accesso alla recinzione devono essere chiuse, sotto la responsabilità della porta, che sarà preferibilmente una conversa. Non fa entrare o uscire nessuno senza il permesso della priora.
5 La porta sarà a servizio di tutti; avrà un atteggiamento religioso ed eviterà ogni pettegolezzo: così il suo esempio gioverà al secolare. Se pensa di dover accogliere qualcuno o allontanarlo, lo farà con gentilezza, ma in poche parole. (St 13.6)
6 Tuttavia, una chiusura rigorosa sarebbe un’osservanza farisaica se non fosse il segno di quella purezza di cuore a cui è promessa solo la visione di Dio. Per riuscirci è necessaria una grande rinuncia, soprattutto per quanto riguarda l’istintiva curiosità che la natura ha per le vicende umane. Non lasciamo che la nostra mente corra per il mondo alla ricerca di novità e novità: la nostra parte è invece quella di rimanere nascosta nel segreto del volto di Dio. (St 6,4; 13,1)
7 Dobbiamo quindi evitare libri o periodici secolari capaci di turbare il nostro silenzio interiore. Sarebbe particolarmente contrario allo spirito dell’Ordine permettere ai giornali che parlano di affari politici di entrare nei nostri chiostri. Le priore cercheranno anche di persuadere le loro sorelle ad essere molto riservate riguardo alle letture secolari. Ma un tale invito, per essere compreso, richiede una mente matura e controllata, capace di assumersi fedelmente tutte le conseguenze per la parte migliore che ha scelto: sedersi ai piedi del Signore per ascoltare la sua parola. (St 6,5; 13,11)
8 Eppure l’unione con Dio non restringe il cuore, ma lo dilata; gli permette di portare in Dio le aspirazioni ei problemi del mondo, nonché le grandi intenzioni della Chiesa, di cui è normale che le monache abbiano una certa conoscenza. Tuttavia, la nostra sollecitudine per i fratelli, se è vera, si esprimerà non con soddisfazioni concesse alla curiosità, ma con un’intima comunione con Cristo. Spetta a ciascuna ascoltare lo Spirito per discernere ciò che può ammettere nel suo interno senza turbare il colloquio con Dio. (St 6,6; 13,10)
9 Se ci capita di apprendere qualche notizia dal mondo, stiamo attenti a non trasmetterla; piuttosto, lasciamo questi rumori esterni dove li abbiamo sentiti. Spetta alla priora far conoscere alle sue monache ciò che non dovrebbero ignorare: la vita della Chiesa anzitutto e le sue necessità. (St 6,7; 13,4)
10 Se per casa passano persone dell’Ordine o di altre parti, non si deve cercare di parlare con loro senza reale bisogno. Perché la suora, attaccata seriamente alla solitudine, desiderosa di silenzio e di pace, non guadagna nulla facendo o ricevendo visite senza motivo. (St 6,8; 14,9)
11 Sta scritto: Onora tuo padre e tua madre. Per accogliere i nostri genitori e i nostri cari, moderiamo la severità della nostra recinzione ogni anno per due giorni, consecutivi o meno. Altrimenti, se la carità di Cristo non ci impone davvero di fare un’eccezione, evitiamo di far visita agli amici e di parlare con le persone del mondo. Sappiamo che Dio è degno di questo sacrificio, più utile agli uomini delle nostre parole. (St 6,9; 13,7)
12 Se i nostri parenti più prossimi, in circostanze eccezionali, richiedono la nostra presenza al loro
lato, ricorderemo che scegliendo la solitudine per Dio abbiamo voluto donarci liberamente a Lui in modo completo e definitivo. Il nostro affetto li assiste così in modo più profondo, perché confidiamo che il Signore stesso poi si prenderà cura di loro per noi.
14 Non riceviamo nessuno in albergo per ritiri, ad eccezione di coloro che aspirano alla vita certosina. Queste possono, se lo desiderano e se la priora lo ritenga utile, stare dentro la clausura per un periodo non superiore a un mese, una o due volte.
16 Più prezioso della solitudine esteriore, il carisma della castità è un dono di Dio che libera il cuore in modo eccezionale e incoraggia ciascuno di noi, affascinato da Cristo, a dedicarsi interamente a Lui. Questa grazia non lascia spazio alla ristrettezza di cuore o all’egoismo, ma, in risposta all’amore inesprimibile che Cristo ci ha mostrato, deve dilatare la nostra anima nell’amore, e farle sentire un invito irresistibile a sacrificarsi sempre più completamente. Per questa verginità spirituale che è silenzio e semplicità quando è divenuta possesso di Dio, annunciamo queste misteriose feste di nozze da lui istituite per manifestarsi pienamente nel secolo futuro, in cui la Chiesa ha Cristo come unico Sposo. (St 6,15; 13,14)

Ma quanto ci conosce Gesù?

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Oggi cari amici, voglio farvi conoscere un monaco certosino olandese, autore di numerosi scritti sulla vita certosina e non solo. Vi proporrò alcuni dei suoi testi, ma dapprima conosciamolo meglio.

Tarcisio Jan Geijer, nacque il 9 giugno del 1907 a Leyde (Paesi-Bassi). Egli fece la professione solenne presso la certosa di La Valsainte in Svizzera, il 15 agosto del 1929. Per le sue enormi qualità, svolse le mansioni di coadiutore dal 1934 al 1940, anno in cui partì per raggiungere la certosa di Pleterije. Dal 1944 al 1945, Dom Geijer fu rettore e dal 1945 al 1946 svolse i compiti di Procuratore, in seguito dal 1946 al 1947 fu Maestro dei Novizi. Dal 1947 fu trasferito alla certosa di Calci a Pisa, dove fu Maestro dei Novizi fino al 1961, successivamente giunse a Serra San Bruno dove rimase dal 1961 al 1964. Alla metà di quest’anno, fu nominato coadiutore della certosa di Vedana, dove rimase fino al 1977, per poi fare ritorno alla certosa di Pleterije, dove si spense la sua vita terrena il 27 novembre del 1992, quando aveva l’incarico di Vicario. Come vi dicevo, egli ha scritto molti testi, diversi destinati ai novizi del quale è stato un egregio Maestro.

Vi propongo in questo articolo uno dei suoi scritti, ovvero una stupenda riflessione sulla conoscenza che Gesù ha di ciascuno di noi:

Ogni anima può dire: Gesù mi conosce e mi ama non in modo generico ed astratto, ma nella concretezza dei miei bisogni, dei miei desideri, della mia vita; e per lui conoscermi ed amarmi significa farmi buono, avvolgermi sempre più nella sua grazia, santificarmi.

Appunto perché mi ama, Gesù mi chiama per nome: mi chiama, quando nell’orazione, mi apre nuovi orizzonti di vita spirituale, oppure mi fa conoscere meglio i miei difetti, la mia miseria; mi chiama quando mi rimprovera o purifica mediante la sofferenza e quando mi consola e mi incoraggia infondendomi nuove forze e fervore; mi chiama quando mi fa sentire il bisogno di maggiore generosità, quando mi chiede dei sacrifici o mi concede delle gioie e più ancora quando desta in me un più profondo amore per lui.

Di fronte alla sua chiamata il mio atteggiamento deve essere quello della pecorella affezionata, che sa riconoscere la voce del suo Pastore e sempre lo segue”

La Nube della non-conoscenza 25

NUBE

CAPITOLO 25

Durante la contemplazione l’anima perfetta non si interessa di nessuna persona in particolare.

Naturalmente non intendo dire che in questo lavoro il contemplativo debba avere un particolare riguardo nei confronti di chicchessia su questa terra, amico o nemico, parente o estraneo. Questo, infatti, non può assolutamente avvenire nella contemplazione perfetta, quando ogni cosa, tranne Dio, deve essere rigettata nell’oblio più completo. Ma quel che voglio dire è che, grazie a questo lavoro, egli sarà reso così virtuoso e caritatevole, che anche quando scenderà dalle sue altezze per conversare o pregare per il suo prossimo, si mostrerà sollecito in egual misura verso il suo amico come verso il suo nemico, verso gli estranei come verso i parenti. Sì, e talvolta più verso i suoi nemici che verso i suoi amici. Non è che per fare questo egli smetta di contemplare, il che sarebbe peccato grave. Ma di tanto in tanto è bene che discenda in fretta dalle sue altezze, per soddisfare le esigenze della carità. In questo lavoro d’amore non ha tempo di considerare chi è amico o nemico, parente o estraneo. Non voglio negare che a volte, e anche frequentemente, sente un affetto più intenso verso alcuni piuttosto che verso altri: si tratta di una cosa del tutto legittima, e per molte ragioni. È la carità stessa che lo richiede. Anche Cristo, infatti, sentiva un affetto più intenso verso Giovanni e Maria e Pietro, piuttosto che verso molti altri. Ma quando uno tutto preso da questo lavoro, allora, qualsiasi persona gli è ugualmente cara, poiché non trova altro motivo d’amore se non Dio stesso. Così che egli ama tutti come se stesso, in maniera piena e  semplicemente per amore di Dio. Tutti gli uomini sono sulla via della perdizione in Adamo, ma quelli che testimoniano con le opere il loro desiderio di salvezza sono salvati in virtù della passione di Cristo, e di nessun altro. Ora, in maniera non troppo dissimile, un’anima dedita totalmente alla contemplazione, e quindi unita a Dio in spirito, fa tutto il possibile (ne è prova questo stesso lavoro) per rendere gli altri perfetti come lei. Se un membro del nostro corpo e malato, tutte le altre membra ne risentono e soffrono con lui; se invece un membro è sano, gioiscono con lui tutte le altre membra. La stessa cosa vale spiritualmente per le membra della santa chiesa. Cristo, infatti, è il nostro capo, e noi. siamo le membra, sempre se restiamo nella carità. E chiunque vuol farsi discepolo perfetto di nostro Signore, deve compiere ogni sforzo in questo lavoro spirituale per la salvezza, di tutti coloro che per natura sono a lui fratelli e sorelle, cosa come nostro Signore diede la sua vita sulla croce. E non la diede solo per i suoi amici più intimi o per i suoi parenti più prossimi, per tutta l’umanità in generale, senza alcuna particolare attenzione nei confronti dell’uno o dell’altro. Cosicché quanti intendono rinunciare al peccato e invocare la misericordia di Dio saranno salvati in virtù della passione di Cristo. Quanto è stato detto a proposito dell’umiltà e della carità vale anche per tutte le altre virtù. Queste, infatti, sono tutte veramente racchiuse in quel piccolo slancio d’amore a cui si è già fatto cenno.

La Nube della non-conoscenza 24

NUBE

CAPITOLO 24

Che cos’è la carità, e come è veramente e perfettamente contenuta nella contemplazione.

Abbiamo parlato dell’umiltà, di come essa è tutta racchiusa, in maniera vera e perfetta, in quello slancio d’amore così piccolo e cieco che va a colpire l’oscura nube della non-conoscenza, dopo aver soppresso e rigettato, nell’oblio ogni altra cosa. Questo vale, tuttavia, per tutte le virtù, e in particolare per la carità La carità, infatti, consiste unicamente (e tu non dovresti intenderla in altro modo) nell’amare Dio in se stesso, al di sopra di ogni creatura, e nell’amare il prossimo come se stessi, per amore di Dio. Ora, che nella contemplazione si debba amare Dio in se stesso, al di sopra di ogni creatura, mi sembra abbastanza evidente: come ho già detto prima, in sostanza questo lavoro non è nient’altro che un puro anelito diretto a Dio in se stesso, e a lui solo. Sì, l’ho chiamato puro anelito, perché in quest’opera chi sta diventando vero contemplativo non pretende né una riduzione della pena, né un aumento della ricompensa, ma per dirla in breve, non chiede altro che Dio. Cosicché non gli importa più niente se è afflitto o contento: la sua unica preoccupazione è che sia fatta la volontà di colui che egli ama. Ecco come in questo lavoro si arriva ad amare Dio in se stesso, al di sopra di ogni creatura e in maniera perfetta. Chi compie alla perfezione il lavoro, non permetterà mai che il semplice ricordo di una creatura, fosse anche la più santa che Dio abbia mai creato, venga ad occupare la sua attenzione. Nella contemplazione si realizza in maniera perfetta anche il secondo aspetto della carità, quello relativo al prossimo. Che ciò sia vero non ci vuol molto a dimostrarlo. Infatti il perfetto contemplativo non tiene in particolare considerazione nessun uomo in quanto tale, parente o estraneo, amico o nemico che sia. Tutti gli uomini sono suoi fratelli in egual misura e nessuno gli è estraneo; tutti gli uomini sono suoi amici e nessuno è suo nemico: ecco come la pensa. E giunge al punto di considerare come suoi amici carissimi proprio quelli che gli fan del male o che lo fanno soffrire, e si sente spinto ad augurar loro lo stesso bene che si augura all’amico più caro.

Statuti delle monache dell’Ordine Certosino (cap.5)

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CAPITOLO 5
Il silenzio

1 Dio ci ha condotti nel deserto per parlare ai nostri cuori; ma solo chi ascolta in silenzio percepisce il soffio della brezza leggera in cui si manifesta il Signore. Sperimentando il silenzio, ne conosciamo i frutti. All’inizio ci vuole uno sforzo per tacere; ma se gli siamo fedeli, a poco a poco, dal nostro stesso silenzio nasce in noi qualcosa che ci attrae a più silenzio. È per ottenere questo che è prescritto di non parlare tra di noi senza permesso. (St 4.3; 14.1)
2 Essendo il silenzio di primaria importanza nella vita certosina, dobbiamo osservare questa regola con grande attenzione. Tuttavia, nei casi dubbi, non previsti dagli Statuti, ciascuna giudicherà con saggezza, secondo la propria coscienza e secondo le necessità, se le è concesso di parlare e fino a che punto. (St 14,3)
3 Le monache, quando saranno autorizzate a parlare, modereranno il numero e la portata delle loro parole, per rispetto dello Spirito Santo che abita in loro e per carità verso le compagne. Si può infatti credere che una conversazione prolungata inutilmente rattristi di più lo Spirito e provochi più dissipazione di poche parole, dette senza permesso ma subito interrotte. Spesso una conversazione utile all’inizio diventa rapidamente inutile e finisce per essere colpevole. (St 14,4)
4 Le monache possono parlare di ciò che è utile per il loro lavoro, ma con poche parole brevi e senza alzare la voce. (St 14.2) Riguardo alle persone che entrano nella clausura, si eviterà anche ciò che potrebbe dar luogo all’occasione di un colloquio con loro.
5 Quando più suore sono insieme, la capogruppo, e nessun altro, risponde a chi si fa avanti. (St. 14,5)
6 Quando le monache si incontrano, cedono con gentile sollecitudine e con un umile cenno del capo, poi continuano il loro cammino, tacendo. (St 14,6)
7 Nelle domeniche, nelle solennità e nei giorni di ritiro, le monache laiche osservano un silenzio più rigoroso e tengono maggiormente la cella. (St 14,7)
8 Ogni giorno, tra l’Angelus serale e l’Angelus mattutino, in tutta la casa deve regnare il silenzio assoluto e nessuno può romperlo se non per una necessità davvero urgente. Perché la notte, secondo gli esempi della Scrittura e il sentimento degli antichi monaci, è particolarmente favorevole al raccoglimento e all’incontro con Dio. (St. 14,7)
9 L’anima del solitario sia come un lago tranquillo, le cui acque sgorgano dalle più pure profondità dello spirito; nessun rumore dall’esterno viene ad agitarli e, come uno specchio limpido, riflettono l’unica immagine di Cristo. (St. 13.15)

La Nube della non-conoscenza 23

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CAPITOLO 23

Dio risponde e provvede in modo spirituale a favore di coloro che per amor suo dimenticano se stessi.

Indubbiamente, se avremo un vero desiderio e ci sforzeremo, almeno per quanto sta a noi e con l’aiuto della grazia e della direzione spirituale, di conformare il nostro amore e il nostro modo di vivere a quello di Maria, nostro Signore non mancherà di rispondere in maniera spirituale anche per noi, oggi e sempre, nell’intimo del cuore di coloro che dicono o, pensano male di noi. Con questo non intendo dire che per tutto il tempo che passiamo in questa vita piena di affanni, non avremo più detrattori o criticoni, come li ebbe invece Maria. Dico piuttosto che se non presteremo orecchio alle loro critiche e non lasceremo a metà il nostro interiore lavoro spirituale a causa delle loro parole e dei loro pensieri — seguendo così l’esempio di Maria —, allora nostro Signore risponderà a essi in spirito, se avranno parlato o pensato senza pregiudizi, così che nel giro di pochi giorni si vergogneranno delle loro parole e dei loro pensieri. E come risponderà per noi in spirito, così indurrà altri in maniera tutta spirituale a darci il necessario per vivere: cibo, vestiti, e cosa via, sempre se vedrà che noi non abbiamo alcuna intenzione di smettere di amarlo per attendere a queste cose. Questo dico per confutare l’errore di quanti sostengono che non è giusto mettersi a servire Dio nella vita contemplativa, se prima non ci si è assicurati il necessario per il proprio sostentamento. Essi dicono: «Aiutati che Dio ti aiuta». In realtà sparlino di Dio, e lo sanno bene. Infatti, chiunque tu sia ad aver abbandonato con tutta sincerità il mondo per volgerti a Dio, sta’ pur certo che egli ti manderà, indipendentemente dai tuoi sforzi personali, l’una o l’altra di queste due cose: una gran quantità di beni o la forza fisica e la pazienza spirituale per sopportare. Che importa quale delle due si ottiene? Per il vero contemplativo non c’è alcuna differenza. Per chi ha dei dubbi a questo proposito, si dovrà dire che ha in cuore il diavolo che gli impedisce di credere, oppure non si è ancora convertito cosa sinceramente come dovrebbe, per quanto possano essere ingegnose e pie le scuse da lui addotte. Perciò, tu che ti proponi di diventare un contemplativo al pari di Maria, accetta di buon grado di essere umiliato dall’incomparabile grandezza e perfezione di Dio (questa è l’umiltà perfetta), piuttosto che dalla tua miseria personale (questa è l’umiltà imperfetta). In altre parole, fissa in maniera speciale la tua attenzione più sull’eminenza di Dio che sulla tua pochezza. A quelli che possiedono l’umiltà perfetta non manca assolutamente niente, né di materiale né di spirituale. Essi, infatti, hanno Dio, in cui sta tutta la pienezza, e chi possiede lui, come questo libro va continuamente dicendo, non ha bisogno di nient’altro in questa vita.

La Nube della non-conoscenza 22

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CAPITOLO 22

L’amore meraviglioso di Cristo per Maria, che rappresenta tutti i peccatori sinceramente pentiti e chiamati alla grazia della contemplazione.

Davvero dolce era l’amore tra nostro Signore e Maria. Ella lo amava tanto, ma ancor più grande era il suo amore per lei. Chiunque si mettesse a esaminare attentamente il rapporto stabilito tra loro due, non secondo quanto può riferire un ciarlatano qualsiasi, ma secondo la testimonianza che deriva dal racconto del vangelo, in cui non vi può essere niente di falso, troverebbe che l’amore di Maria per Cristo era così vivo che nessuna cosa al di sotto di Lui riusciva a soddisfarla o ad allontanare il suo cuore da Lui. Colei di cui stiamo parlando, è la stessa Maria che non volle essere consolata dall’angelo, quando cercava il Signore al sepolcro tutta piangente. Nonostante le dolci e amorevoli parole degli angeli: «Non piangere, Maria; colui che cerchi, nostro Signore, è risorto; potrai averlo e vederlo vivo in tutta la sua bellezza tra i suoi discepoli in Galilea, così come aveva preannunciato», ella non smise di piangere. Infatti pensava che chiunque intende veramente cercare il Re degli angeli, non vuol fermarsi a dei semplici angeli. Che c’è ancora? Indubbiamente chi esamina con attenzione i racconti evangelici riguardanti Maria, vi può trovare molti altri episodi meravigliosi di amore perfetto, scritti sul suo conto a nostra edificazione e in così stretta armonia con l’insegnamento di questo libro, come se fossero stati redatti a tal proposito. E certamente è così. Chi ha orecchie per intendere, intenda. E se qualcuno vuol vedere scritto nel vangelo quell’amore meraviglioso e particolare che nostro Signore aveva verso Maria, figura di tutti i peccatori abituali sinceramente pentiti e chiamati alla grazia della contemplazione, costui troverà che nostro Signore non permise a nessuno, uomo o donna che fosse, e nemmeno a Marta, di pronunciare una sola parola contro la sorella; anzi, si mise a difenderla lui stesso. Ancora, rimproverò Simone il lebbroso nella sua stessa casa per aver pensato male di lei. Questo sì che è un grande amore; un amore davvero impareggiabile.

Le ricette dei certosini (7)

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Prosegue la rubrica “Le ricette dei certosini”, ecco per voi, in questo mese, altri tre gustosi consigli culinari, scelti per voi da un antico ricettario certosino.

Poi Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo.»

Genesi 1:29

Zuppa di verdure

Ingredienti
Una zucca piccola

2 Carote piccole

2 Porri

100 Gr Bietola

100 Gr Spinaci

1 gambo di Sedano

1 Patata media

1 Cucchiaio Olio

1 Cucchiaino Sale

1 Pizzico di Pepe nero

Svolgimento

Lavare accuratamente tutte le verdure da utilizzare, zucche, porri, carote, bietole, spinaci, sedano. Si possono aggiungere patate. Tutto molto ben tritato. 53 Lasciare sul fuoco finché tutto è tenero. Aggiungere sale, pepe e un filo d’olio.

Funghi Empanadas.

Ingredienti
1 Kg Funghi

1 Cucchiaio Olio

1 spicchio di Aglio

1 rametto di Prezzemolo

1 Limone

A piacimento Pepe o peperoncino

Panini di Vienna

Svolgimento

I ceppi dei funghi vengono rimossi e lavati e sciacquati bene nell’acqua; poi scolateli e fateli asciugare, spezzettandoli e saltandoli nell’olio a fuoco vivace; si aggiunge poi prezzemolo tritato con aglio, sale, pepe e succo di limone. Così preparati si lasciano cuocere per venti o trenta minuti. Nel frattempo si prendono dei panini viennesi e si tagliano a metà, per il lungo; si tolgono loro le briciole e si friggono nell’olio, ma poco senza tostarli. Fatto ciò, si imbottiscono, mettendo un cucchiaio di funghi cotti in ogni metà e versandoci sopra il condimento preparato in anticipo. Pietanza semplice, ma gustosa!

Torta Flan con Semola.

Ingredienti

1/2 L Latte

100 Gr Zucchero

50 Gr Burro

1 cucchiaino di Sale

1 fialetta di Acqua Fiori d’arancio

100 Gr Semola

4 Uova.

Svolgimento

Far bollire il latte; aggiungere lo zucchero, il burro, il sale, l’acqua di fiori d’arancio e il semolino; Cuocere per dieci minuti a fuoco basso, mescolando continuamente con una spatola di legno. A cottura ultimata, lasciate raffreddare un po’ sul tavolo. Mettere le uova dopo averle aperte e sbattute. Amalgamare bene il tutto, quindi versarlo prima in una teglia unta. Cuocere a bagnomaria per circa mezz’ora.

il cibo in cella