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Un sermone per l’Ascensione

Cari amici, oggi si celebra la festività dell’Ascensione, ed ho deciso di offrirvi uno splendido sermone del Reverendo Padre Dom Andrè Poisson, concepito per commemorare questa festa liturgica del 1984. Il testo è alquanto lungo, gradevolissimo e vi consiglio di leggerlo e meditarlo!

Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto ritornerò e vi prenderò con me” (Gv 14,3)

La promessa di Gesù, che annuncia ai discepoli che Lui stesso s’impegna a preparare il posto che essi occuperanno vicino a Lui nei secoli a venire, trova eco nella nostra orazione propria di San Bruno. Rileggiamola attentamente, poiché essa apre delle prospettive molto ricche sullo svolgimento della nostra vita monastica, in piena consonanza con le proposte di Bruno stesso nelle sue lettere. Ecco questa orazione: Dio onnipotente ed eterno, Tu prepari nel cielo un posto per coloro che rinunciano al mondo; nel tuo immenso amore accogli la nostra umile preghiera: per l’intercessione del nostro padre San Bruno donaci di essere fedeli ai nostri impegni e di raggiungere attraverso una via sicura il termine che hai promesso a coloro che ti saranno restati uniti fino alla fine. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

* * * * * * *

Ciò che più colpisce in questa preghiera è il modo accentuato in cui essa è rivolta all’avvenire. Essa considera la nostra vocazione non sotto l’aspetto di una pienezza appagante del momento presente, ma nella prospettiva della durata, in cui il senso profondo non si manifesta che una volta ultimata la corsa. Ciò è vero per ogni vita cristiana, ma in modo assoluto nel caso di una vita monastica nel deserto: non riconoscere ad essa altra giustificazione soddisfacente che il termine che la disorienta. Sotto questa prospettiva diciamo che la nostra vocazione è innanzitutto escatologica: il mondo presente è una via che ci conduce al di là di esso. Viviamo senza aver da costruire nulla di stabile quaggiù. Ma, alla stessa maniera dei compagni di cui ci parla San Bruno in Calabria, noi dobbiamo prendere alla lettera la consegna donata da Gesù stesso: vivere in stato di veglia continuo, nell’attesa ininterrotta del ritorno delle nozze del nostro Maestro (A Raoul 4). Qualunque sia la solidità dei monasteri di pietra nei quali viviamo, alla fine “ non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura” (Eb 13,14). Non è il senso primo della vocazione di San Bruno, quando nel giardino della casa d’Adamo egli fu travolto dallo Spirito Santo? “Infiammato di divino amore, scrive egli molto tempo dopo,… abbiamo deciso di lasciare senza indugio il secolo fugace per metterci alla ricerca delle verità eterne” (A Raoul 13). Una ferita si è formata nel cuore del Maestro di Università di Reims, improvvisamente divenuto ardente d’amore per Dio. Eccolo scavalcare tutte le tappe transitorie di questo mondo mutevole, per partire alla ricerca dell’eternità, il solo dono che potrà fargli il Signore, divenuto ormai l’Unico che conta ai suoi occhi. Tale è la logica alla quale non si può sfuggire se ci si mette alla scuola di Bruno: desiderare d’incontrare Dio è lasciarsi divorare dalla sete d’eternità. Gli Statuti Rinnovati, al seguito del Concilio, sviluppano fino alla fine la portata di questa dimensione escatologica della nostra vocazione: “La nostra vita, essi dicono, mostra che i beni del cielo sono già presenti quaggiù; essa è un segno precursore della resurrezione e come un’anticipazione dell’universo rinnovato” (SR 34.3). Noi abbiamo fatto la scelta, in maniera irrevocabile, d’orientare la nostra vita verso la resurrezione, là dove noi saremo appagati dalla sola pienezza che valga: la contemplazione di Dio stesso. Tutta la nostra esistenza terrestre si trova, così, segnata dal sigillo della contemplazione diretta dal solo Bene e a causa di ciò noi diveniamo testimoni per il mondo a venire, portatori nella nostra esistenza di una realtà che è già un pregustare lo stato di resurrezione. Dio voglia che la testimonianza che ci chiede di dare al mondo, trasformi innanzitutto i nostri propri cuori!

* * * * * * *

L’orazione di San Bruno mette in evidenza una seconda dominante della nostra vita: la fedeltà. E’ una grazia che noi imploriamo umilmente, perfettamente coscienti del fatto di non potervi far fronte con le sole nostre forze. Il testo dell’orazione parla di “fedeltà ai nostri impegni”. Bisognerebbe dare a queste parole un significato giuridico rigoroso e vedervi il pensiero stretto di non mancare alla lettera alla nostra formula di professione o di donazione? Ciò sarebbe, mi sembra, restringere in maniera indebita il senso di una preghiera di cui l’orientamento è tutto spirituale. L’impegno fondamentale che abbiamo preso è quello di seguire San Bruno nella sua scelta di “lasciare il secolo fugace” e di “mettersi alla ricerca delle realtà eterne” ( A Raoul 13). Bruno stesso ci orienta in questa direzione nella lettera ai suoi fratelli della Certosa. Anche se non bisogna forzare il senso dei consigli che a loro dona, mi sembra che egli attiri chiaramente la loro attenzione sulla sollecitudine con la quale essi devono vegliare, al fine di non far decadere la qualità della loro vita religiosa, raggiunta per grazia di Dio e per la loro generosità. La sua intenzione è assai chiara quando egli s’indirizza ai conversi. Egli conclude il paragrafo che è loro destinato con questo avvertimento: “Restate, miei fratelli, là dove siete pervenuti e fuggite come la peste la schiera malsana dei laici incostanti” (Ai suoi figli della Certosa 2.4), i quali potrebbero nuocervi molto se voi vi lasciaste influenzare dai loro esempi. Questi sono, punto per punto, la negazione di ciò che fa la qualità eccezionale dell’obbedienza contemplativa dei conversi della Certosa: un’obbedienza ammirabile, ma portatrice di vero frutto solamente se si renderà capace di essere fedele a sé stessa nel corso degli anni. Diversamente, essa non condurrà i fratelli al luogo che Dio ha loro preparato nel cielo. Si scopre un orientamento analogo alla fine del canto d’azione di grazie indirizzato da Bruno ai suoi figli, avendo raggiunto la tranquillità del porto più nascosto. Che bisogno ha lui di ricordare loro che “nessuno che abbia goduto di questa buona sorte così desiderabile e l’abbia persa… non ne abbia provata una pena continua…” (id.1.4) se non perché li vede esposti al pericolo? La nostra vita nel deserto è bella, è attraente, ma mette a nudo le fragilità del nostro cuore, nella misura in cui mette alla prova le inclinazioni legittime della nostra natura. Gli Statuti lo ricordano: “La santa vocazione che ci hanno trasmesso i nostri Padri ci impegna su una via molto alta: il rischio di mancare è tanto più grande per noi, non tanto forse per errori manifesti, quanto per l’inclinazione naturale dell’abitudine” (SR 33.1). Riconoscere che noi siamo continuamente esposti è una forma di saggezza. Senza di essa ci mancherebbe una visione realista della vita nella quale ci siamo impegnati. Non per crearci delle vane inquietudini, ma per ricevere da Dio, nella fiducia, la fedeltà di cui noi abbiamo bisogno. E perché non considerare questo dono, ininterrottamente rinnovato dal Padre dei cieli, come un anticipo di ciò che ci donerà in cielo?

* * * * * * *

Rimane, da considerare, un’ultima dimensione della nostra vita. L’orazione di San Bruno la evoca in maniera abbastanza discreta, ma mi sembra utile soffermarci, poiché essa rappresenta una componente importante del nostro equilibrio. L’orazione termina con questa richiesta: “Donaci di raggiungere il premio che Tu hai promesso a coloro che ti saranno rimasti fedeli fino alla fine”. La realtà evocata qui è vicina alla fedeltà di cui abbiamo appena parlato, ma differisce da essa : è la perseveranza, in altre parole, la capacità d’assumere un ritmo di vita umanamente abbastanza piatto, per lunghi periodi, in cui la monotonia della cella e del deserto non è spezzata da nulla d’importante. Generalmente, la vita certosina si dispiega con una cadenza lenta nel corso degli anni, i quali si accumulano senza fare rumore. E’ questa durata che diviene strumento d’incontro con Dio. Il testo latino dell’orazione impiega una formula quasi intraducibile, ma tuttavia eloquente: “perseverantibus in te”: “coloro che restano in te”. Rimanere in Dio senza fare rumore, “rientrare in sé stessi e lì dimorarvi”, dice San Bruno, “la pace che ignora il mondo”, egli riprende un po’ più in là (A Raoul 6). Percepiamo una dimensione preziosa della nostra esistenza e, tuttavia, ci fa male parlarne. Le permanenze nel deserto degli amici che Dio si riserva e di cui la Bibbia ci parla sono solitamente contraddistinte dal numero simbolico 40. Israele dimora 40 anni nel deserto; Mosè 40 giorni nella nuvola sul Sinai; la marcia di Elia nel deserto verso l’Oreb dura 40 giorni. Allo stesso modo Gesù, prima di essere tentato, rimane 40 giorni in preghiera nel deserto. Ciò rappresenta sempre l’idea di una permanenza molto lunga, utile, in cui Dio è l’unico sostegno di colui che egli attira a Sé. Queste lunghe permanenze sono apparentemente vuote. La durata si giustifica da sé stessa: non è importante ciò che si fa, ma ciò che si diviene, la disponibilità che si acquisisce ad incontrare l’Altissimo. Quest’interminabile durata non è, in fondo, la maniera più vera, più radicale di mettere in pratica il progetto di Bruno: “lasciare il secolo fugace”? Lasciarlo, non solamente nei suoi segni esteriori, ma là dove è più solidamente radicato, cioè in noi stessi? Lasciarlo, passando al vaglio del tempo, senza pietà, tutta la sostanza del nostro cuore che, alla fine, si trova sradicata fin nella sua più intima profondità. Potrebbe essere diverso per dei servitori che attendono il ritorno del loro Maestro senza saper né il giorno né l’ora? Essi divengono, poco a poco, pura attesa: essi non son più che “ricerca delle realtà eterne”, ricerca ardente e, tuttavia, certa di non approdar mai a nulla di veramente valido quaggiù, ma sicura d’essere appagata un giorno dall’unico raggio di luce che risplenderà nell’istante in cui il Maestro svelerà il suo volto. Amen.

(Ascensione 1984)

Dom Lanspergio e la Madre Buona

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Eccoci giunti al mese di maggio, il mese dedicato alla Madonna. Una devozione speciale, che ha spinto molti monaci certosini a dedicare a Maria, meditazioni, testi e orazioni.

Oggi vi propongo una deliziosa preghiera concepita da Dom Giovanni Giusto Lanspergio. L’autore, era un grande amante della Madonna, che vedeva come madre.

A seguire un delizioso video con l’audio del suggestivo canto Ave Maris Stella.

“O Maria, permettimi di guardarti, riverire e amare come mia Madre Buona”:

 

Tante quante sono le gocce d’acqua nel mare, le stelle nel cielo, gli spiriti benedetti tra gli innumerevoli eserciti di angeli, le foglie in tutti gli alberi, i fili d’erba sulla terra; tante volte dal profondo del mio cuore, ti saluto, o nobilissima, preziosissima, bellissima, gloriosissima e molto dignitosa Madre di Dio, potentissima Regina del cielo, molto amabile e dolcissima Maria, Sovrana Signora dell’ universo, e ti saluto in unione dell’Amore e per il Cuore del tuo diletto Figlio e di tutti coloro che Ti amano; e in onore di questo amore incomparabile per cui il Figlio di Dio ti ha scelto, amato e onorato come sua degna Madre e si è donato a te per essere il tuo unigenito Figlio, permettimi di guardarti, riverire e amare come mia Buona madre, e di offrirmi e di dare a Te per essere nel rango dei tuoi figli, sebbene infinitamente indegni. Ti prego, Santissima Madre di Dio, di accogliermi in questa veste e di assicurare davanti a Dio che sono tutto tuo, mia dolcissima e fedelissima Madre, mia Gioia e mia Corona ”.

Così sia.

 

Buon mese mariano!

Ave Maris Stella

«Ave maris stella,
Dei Mater alma
atque semper virgo
felix coeli porta.

Sumens illud ave
Gabrielis ore
funda nos in pace
mutans Evae nomen.

Solve vincla reis,
profer lumen caecis,
mala nostra pelle,
bona cuncta posce.

Monstra te esse matrem,
sumat per te preces
qui pro nobis natus
tulit esse tuus.

Virgo singularis
inter omnes mitis,
nos culpis solutos
mites fac et castos.

Vitam praesta puram,
iter para tutum
ut videntes Jesum
semper collaetemur.

Sit laus Deo Patri,
summo Christo decus,
Spiritui Sancto
tribus honor unus.

Amen

Una triste ricorrenza

Quel triste 23 aprile 1903

Oggi 29 aprile, in occasione della ricorrenza di un ignobile anniversario che riguarda l’espulsione subita dai certosini della Grande Chartreuse in questo triste giorno del 1903, voglio proporvi un documento eccezionale.

Ma prima una premessa, cosa accadde nelle settimane precedenti quel mercoledì 29 aprile?

La Camera dei Deputati, nonostante qualche velata opposizione, il 26 marzo si era opposta alla richiesta di autorizzazione a continuare a svolgere vita monastica fattagli pervenire dalle autorità dell’Ordine, con una lettera del Priore Generale Dom Michel Baglin.

E di conseguenza, dal 31 marzo fu deciso di inviare in Inghilterra il Noviziato presente nella Grande Chartreuse. Successivamente gli anziani e gli ammalati furono distribuiti tra le varie case all’estero. La produzione del liquore fu spostata a Tarragona, in Spagna. Dodici Padri e dieci Fratelli decisero di rimanere nella Grande Chartreuse fino alla fine.

Lo stesso 31 marzo, la prima camera del tribunale civile di Grenoble nominò il signor Henri Lecouturier, arbitro commerciale a Parigi, liquidatore dei beni dei certosini. Il giorno seguente, mercoledì primo aprile fu notificato al RP Generale, il primo diniego di autorizzazione, in secondo luogo fu indicato il tempo di quindici giorni concesso alla comunità per sciogliersi e lasciare i locali. L’11, dopo la deliberazione, i certosini, in piena conformità con le risoluzioni del Capitolo generale decisero: sarebbero rimasti e avrebbero ceduto solo alla violenza!

Ma ecco il documento di cui vi parlavo, una lettera dal tono vibrante del Reverendo Padre Dom Michel Baglin destinata al Primo Ministro Emile Combes.

Il 14 aprile, alle quattro del pomeriggio, padre Dom Michel, priore della Grande Chartreuse e Generale dell’Ordine, ha così consegnato al signor Urbain Poncet, avvocato presso la Corte d’appello di Grenoble, la lettera da lui inviata a Emile Combes.

Questa lettera fu pubblicata la sera seguente e la mattina seguente dai giornali:

Signor Presidente del Consiglio, scadranno i termini che gli agenti della sua amministrazione credevano di poter fissare per la nostra permanenza alla Grande Chartreuse. Ora, primo, hai il diritto di sapere che non abbandoneremo il posto di penitenza e intercessione dove è piaciuto alla Provvidenza di collocarci. La nostra missione qui è soffrire e pregare per il nostro caro Paese: solo la violenza fermerà la preghiera sulle nostre labbra.

Purtroppo, nei giorni difficili in cui regna l’arbitrio, è necessario prevedere le contingenze più tristi; e poiché, nonostante la giustizia delle nostre richieste, è possibile che un colpo di forza improvvisamente ci disperda e addirittura ci butti fuori dalla nostra patria, vorrei dirti oggi che ti perdono, a nome mio personalmente e in il nome dei miei colleghi, le varie procedure, così poco degne di un capo di governo, che avete impiegato nei nostri confronti. In altri tempi, l’ostracismo non disdegnava, come fa oggi, armi apparentemente leali.

Tuttavia, crederei che sto venendo meno al dovere della carità cristiana se, al perdono che ti concedo, non aggiungessi un consiglio salutare insieme a un avvertimento serio. Il mio doppio carattere di sacerdote e religioso mi autorizza indiscutibilmente a rivolgermi a entrambi, per fermarvi, se avete ancora qualche traccia di cautela, nell’odiosa e inutile guerra che state conducendo contro la Chiesa di Dio.

Così, su vostro urgente invito e sulla produzione di un documento di cui non dovreste, a quanto pare, ignorare la manifesta falsità, una Camera francese ha condannato l’Ordine di cui Nostro Signore mi ha stabilito come Capo. Non posso accettare questa frase ingiusta; Non lo accetto; e, nonostante il mio sincero perdono, chiedo la revisione, secondo il mio diritto e mio dovere, da parte dell’infallibile Tribunale di Colui che è costituito nostro Giudice Sovrano. Pertanto, – presti particolare attenzione alle mie parole, signor Presidente del Consiglio, e non abbiate fretta né di sorriderle, né di considerarmi un fantasma di un’altra epoca, – di conseguenza verrete con me davanti a questo Tribunale di Dio. Là, niente più ricatti, niente più artifici di eloquenza, niente più effetti tribunali o manovre parlamentari niente più documenti falsi o una maggioranza compiacente; ma un giudice calmo, giusto e potente, e una sentenza senza appello, contro la quale né tu né io possiamo protestare.

A presto, Signor Presidente del Consiglio!

Non sono più giovane e tu hai un piede nella tomba. Preparati, perché il confronto che ti sto annunciando ti riserverà emozioni inaspettate. E, per quest’ora solenne, conta più su una sincera conversione e una seria penitenza che sulle capacità e sui sofismi che risparmiano i tuoi fugaci trionfi.

E poiché il mio dovere è restituire il bene per il male, pregherò, o, per dirla meglio, noi certosini, di cui avete decretato la morte, continueremo a pregare il Dio delle misericordie, che perseguitate così stranamente nei suoi servi , affinché ti conceda il pentimento e la grazia di salutari riparazioni.

 Signor presidente del Consiglio, sono il vostro umilissimo servitore.

Fratello Michel Baglin, Priore della Grande Chartreuse.

Dom Michel Baglin

Quello che accadde il 29 aprile del 1903 resta una pagina tristissima della storia dell’Ordine certosino.

Ma cosa accadde poi ai protagonisti principali di questa vicenda?

Combes Dom Baglin

                       Emile Combes                                                          Dom Michel Baglin

Ebbene, Emile Combes morì il 25 maggio del 1921, mentre Dom Miche Baglin terminò i suoi giorni terreni piamente il 20 gennaio del 1922. Ebbe dunque tutto il tempo di pregare per l’anima dello sfortunato uomo che lo aveva preceduto nell’aldilà ed al quale, come abbiamo visto nella lettera che vi ho proposto, aveva preso appuntamento davanti alla Corte del Sovrano Giudice. Entrambi in breve tempo sono apparsi davanti a Dio, il persecutore e la sua vittima.

Possa Dio averli ammessi per l’eternità a godere della Sua Luce.

Il canto dei certosini VIII

coro dei fratelli

coro dei fratelli

Prosegue oggi l’approfondimento sul canto certosino, estratto dal testo scritto da Dom Benoit du Moustier Lambres, quindi fonte fedele, ed esplicativo sul canto dei certosini.

Ecco a voi l’ottavo capitolo….

LE CHANT DES CHARTREUX

Dom BENOIT-M. LAMBRES, O. Cart. (certosa di La Valsainte)

VIII

LA VERSIONE CERTOSINA ATTRAVERSO GLI ANNI

La versione certosina del cosiddetto canto “gregoriano” è stata mutuata, nel I secolo, da quella donataci dal Mss. del ramo Aquitania della tradizione universale, ed è più particolarmente legato al mss. a seconda delle due metropoli di Lione e Vienne.

Il mss. Gli stessi certosini accusano, sin dall’inizio, solo lievi differenze tra loro. Tuttavia, questi risultano essere significativi e consentono di classificare i mss. A33, Mi e un graduale senza dimensione, proveniente dalla vecchia Chartreuse de Portes e risalente alla prima metà del XIV sec. (e forse anche il graduale di Loches ms. 16) come formazione di una famiglia la cui origine sembra essere collocata nella Certosa di Portes.

Verso la fine del XII sec., Il mss. denotano un certo numero di correzioni tendenti ad una più assoluta unificazione della versione certosina. Non ci è stato dato di trovare il ms. essendo servito da prototipo per il textus receptus così sviluppato. Le correzioni, anche se generalmente non molto radicali, non erano sempre migliorative, e le versioni primitive, spesso visibili sotto i graffi del ms. A33, S, Ma e altri, sono spesso più vicini ai migliori mss. precartusiani. Il textus receptus , dalla sua fissazione intorno al 1200, fu copiato e successivamente stampato, con forse ineguagliabile accuratezza. Le edizioni attualmente in uso – risalgono all’ultimo quarto del XIX secolo. – riprodurlo ancora con sorprendente accuratezza. Così sentiamo affermare a Solesmes che, se conosciamo un manoscritto di un canto certosino, li conosciamo tutti.

Fanno eccezione, però, le “correzioni” che, verso la fine del XVII secolo, furono introdotte dallo zelo smodato dei certosini dell’epoca per adeguare i loro testi liturgici alla Vulgata. Queste correzioni del testo hanno portato abbastanza spesso ad alterazioni melodiche, generalmente non molto gravi. Queste modifiche testimoniano talvolta nei loro autori di un significato “gregoriano” sorprendente per questo periodo. I due cambiamenti veramente radicali sono stati effettuati con notevole senso musicale e ritmico.

La prima riguarda l’Offertorio Confortamini, che, in rito certosino, compare il venerdì del IV tempo di Avvento, e, in quello romano, il mercoledì.

La parte Ecce enim Deus noster retribuet judicium: ipse veniet et salvos nos faciet è diventata nei nostri libri: Ecce Deus vester ultionem adducet retributionis: ipse veniet et salvabit vos, con un adattamento di grande successo della melodia primitiva . Il secondo cambiamento radicale riguarda il Deus Introit, dum egredereris, il mercoledì di Pentecoste. I “correttori” del XVII secolo. ha ritenuto necessario completare il testo aggiungendo: terra mota est, caeli distillaverunt, che ha richiesto uno spostamento dell’Alleluia e una creazione metodica per le parole aggiunte, il tutto eseguito con gusto.

Nello stesso periodo compare per la prima volta un libro di cori certosino, in esso si abbandona il vecchio raggruppamento di note in figure neumatiche: è il Salterio del 1673, seguito nel 1674 da un Graduale nella stessa notazione. D’ora in poi, fino alle edizioni di Montreuil attualmente in uso comprese, le note saranno sempre taglienti e sommate tra loro senza distinzione di neumi.

Il grande colpevole delle innovazioni sembra essere stato il generale dell’Ordine Dom Innocent Le Masson (I675-I703). Non comprendendo nulla della composizione e del ritmo gregoriano, intraprese una radicale revisione del canto certosino per allinearlo alle idee del suo tempo sulla quantità nella lingua latina. Riuscì a far stampare alla Correrie de la Maison-Mere un Antiphonarium Diurnum (I689), il cui Monitum annunciava queste correzioni volte a “non ferire le orecchie degli stranieri che frequentavano gli Uffici”! Nelle intonazioni e nei finali, le penultime note (e anche i antepenultime) sono stampate come doppie note; Inoltre, la quantità di note è stata spostata per abbinare lo sviluppo melodico alle sillabe lunghe e accentate. Nel graduale del 170I si trovano alterazioni dello stesso tipo.

Fortunatamente, il senso della tradizione era più forte tra i Priori ceh componevano il Capitolo Generale che solo nel Generale dell’Ordine: alle innovazioni musicali di Dom Le Masson non è stato permesso di sopravvivere a lui. Dopo la sua morte, furono stampati quaderni contenenti la vecchia versione di tutti i passaggi “corretti”, con l’ordine di ritagliarli e incollarli sulle sfortunate innovazioni.

Il Collegio ha sempre professato avversione per i nuovi Uffici, e, se ha ammesso nuove feste, ha generalmente provveduto a conferire loro il corrispondente Ufficio del Comune. Così anche san Bruno dovette accontentarsi della Messa e dell’Ufficio dei Confessori Comuni, compresi gli inni. Questo gli assicurava canzoni di ogni bellezza e puro sapore gregoriano; inoltre, i testi venerabili di questo Ufficio si rivelano alle anime meditative come mirabilmente adatti al Santo Fondatore.

Gli unici uffici (e messe) relativamente recenti nel repertorio certosino sono quelli dell’Immacolata Concezione (I864), del Santissimo Nome di Gesù (I597), della Santissima Trinità (Messa II70 / 80, Ufficio 1582), del Sacro Cuore di Gesù (1783) e la Trasfigurazione (I582). Si noti che la Messa e l’Ufficio del Santo Nome di Gesù erano composti interamente da brani del repertorio antico. Le Messe del Sacro Cuore e dell’Immacolata Concezione contengono spesso adattamenti ben fatti di antiche melodie. Gli adattamenti della Messa della Trasfigurazione avrebbero un disperato bisogno di raffinamento. La stessa osservazione vale per gli adattamenti di antiche melodie ai testi delle Messe votive introdotti nel secolo scorso. Le revisioni ad codicum fidem, supportate da una seria documentazione, sono in corso dall’inizio di questo secolo. I loro risultati stanno iniziando a tradursi in pratica corale.

L’amore e la croce 2

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Ecco per voi il seguito del testo di un certosino.

Il Monte Calvario

L’amore e la croce

La vita secolare ha le sue croci; l’eremo ha la sua, e il deserto che ti ripara dal secolo è la terra preferita del sacrificio: è la replica dell’Eden. Dove un giardino di delizie, la steppa; dove un albero frondoso, la Croce; l’uomo si è perso nel paradiso terrestre, si riscatta nel deserto. La Croce è il vero albero della vita. Salendo il pendio dell’Eremo si sale al Calvario. Non drammatizzare nulla; Non c’è inganno peggiore dell’inflazione verbale o sentimentale che spesso nasconde realtà squallide. Non poche generosità non sono eroiche se non nell’immaginazione, e fantasticano su un ideale insostenibile, un sogno più della vita. La croce del monaco è molto semplice e molto modesta, anche se pesante. La gente lo considera ridicolo. Non l’hanno mai considerato. D’altra parte, ognuno sente solo il proprio peso, l’unico che fa male. Cosa toccherai? Dio sa. Senza rimedio sarai crivellato dalle mille e una battuta d’arresto della vita normale. È la più banale delle croci, pesante perché non suscita in nessuno interesse né compassione: è la sorte comune. Affidare il tuo dolore a un altro, implorare la tua pietà, allevia non poco. Non cercarlo. Il tuo atteggiamento interiore di accettazione e oblazione è sufficiente per dare dignità a queste sciocchezze. Perderesti molto ribellandoti, persino sfogandoti. Tutto ciò che è doloroso, fisicamente, moralmente, spiritualmente, qualunque sia lo strumento, gli uomini, gli eventi, le cose, anche se tu ne sei la causa, ha valore di croce per lo spirito di fede. È sufficiente che tu accetti e offri le dolorose conseguenze dei tuoi errori o fallimenti. La Chiesa chiama il disastroso errore di Adamo “felice colpa”. La miglior penitenza è sopportare per amore gli effetti fastidiosi dei tuoi deliri. Fallo così, godrai sempre della pace. Le rinunce imposte dai voti portano infinità di sofferenze: disagio di povertà, isolamento dalle creature, ripugnanza del corpo e dello spirito nell’ascetismo. Tutto questo, in pratica, prende un’aria, a volte divertente, a volte compiacente. Piccoli benefici per l’amor proprio. Solo la fede trasfigura tanta banalità e ne garantisce l’eterno contraccolpo. Possa il Signore ricaricare la tua croce. In tanti modi sa mettere alla prova il meraviglioso strumento che è la sensibilità! Come l’autore, lo colpisce con l’arte divina. L’eremita non dovrebbe esserne infastidito. Non è venuto nell’ eremo per assomigliare a Cristo crocifisso? Dio ci prende sempre sul serio. A volte vorrai incolparlo. Basta uno sguardo al crocifisso per soffocare le tue critiche, senza annullare le tue sofferenze. Se ami intensamente, vorrai essere disteso sulla Croce. Un tale desiderio è una cima. Non dispiacerti di vederti lontano da lei. Va bene non ribellarsi mai o scappare. Gesù stesso non è salito al Calvario in trionfo; non perderlo di vista. San Paolo ti dice “Rifletti su chi ha sopportato una tale contraddizione da parte dei peccatori, per non stancarti dello scoraggiamento” (Eb 12,3). Non fidarti dell’entusiasmo della stampa. È facile scrivere sublimità. La Sacra Scrittura è più realistica, è più consapevole del povero cuore umano. Il Dio che l’ha ispirato è anche quello che ci ha plasmati, e le nostre lamentele, piene di amorevole conformità, non possono dispiacergli quando sono rivolte a lui: “Venite a me, voi tutti stanchi e oppressi, e io vi darò sollievo” (Mt 11, 28). I nostri gemiti trovarono un’eco nel Cuore da cui sgorgava una parola così ricca. Non dobbiamo mai lamentarci di Dio con gli uomini, ma non gli dispiace quando gli facciamo lievi rimproveri. Indossa le tue croci senza vantarti. Né la grazia che ti sostiene, né la vivacità della tua corrispondenza toglieranno il loro sguardo doloroso. La natura continuerà a piagnucolare, proverà lo stesso orrore di ciò che la lacrima e lo spezza, la stessa voglia di scacciare ciò che le dà fastidio. La Croce non sarebbe più la Croce se cessasse di affliggere. Solo la parte spirituale della tua anima potrà gioire, anche se quella gioia non si troverà in se stessa: è un dono di Dio. L’eremita deve pregare molto. Diffida della tua debolezza; Non siete più coraggiosi degli Apostoli che protestarono quando Gesù profetizzò loro: “Sarete scandalizzati per causa mia proprio così notte “(Mt 26,31). E così è stato. La tua unica certezza è che Gesù ha pregato per te perché la tua fede non venga meno (Lc 22,32). Sii umile, non anticipare la grazia; Prendi le croci della Providenza come meglio puoi, prima di chiederne di più pesanti. Il pericolo lontano non spaventa. Quanti sono paralizzati dalla sua vicinanza! Questo però richiede l’amore della Croce. La rassegnazione è il più piccolo grado di adesione alla Volontà di Dio. Manca di calore e di spinta; se ne va come un residuo di rimpianto. La fede nella saggezza, potenza, bontà di Dio non agisce con tutta la sua forza nell’anima. Una cosa è accettare ciò che Dio dispone; un altro, accoglierlo , per amarla positivamente. con lui, nella chiara visione del bene della Croce. Non sei tu che a darti quella illuminazione dinamica: meditando attentamente la Passione ti prepari, la preghiera assidua e la generosità nei sacrifici ordinari il Signore a concederti quella grazia. Tuttavia, trascinerai senza dubbio l’umiliazione di un indicibile avversione della Croce. Non scappare nemmeno al primo allarme, né urlare al cielo per un graffio. Confronta la tua croce con la somma delle sofferenze che la lotta per la vita infligge alle persone del mondo. La tua codardia ti farà arrossire. È a Gesù ea nessun altro che devi confessare il tuo poco valore, a meno che tu non possa più. È l’unico che può darti un aiuto efficace. La fiducia non essenziale delle nostre delusioni è spesso verme dell’amor proprio. Cerchi un derivato umano, o implori l’approvazione della nostra impazienza, forse è tanta ammirazione per la nostra tenacia. Impara a non diffondere prove ordinarie. Se Cristo è davvero tuo amico, ti basta. È lui che ti mette alla prova, pensi che gli piacerà essere controllato dagli uomini? Ti affiancherai ad anime silenziose e serene, di quelle che, scosse dalla sofferenza, non parlano mai di se stesse; sono pieni di comprensione compassionevole per le lacrime degli altri. I grandi anacoreti dell’antichità danno questa impressione. Il deserto insegna a portare la croce da solo, seguendo Gesù e come lui. Il Cireneo credeva di aiutarlo, quando fu Gesù a iniettargli la sua forza. San Benedetto ti ha avvertito: “Senza l’aiuto di nessuno … con il solo vigore delle sue mani e delle sue braccia”. È austero, ma è necessario adattarlo. Dio ritira la sua mano nella misura in cui ci appoggiamo a quella dell’uomo. Sulla Croce Gesù non ha voluto il minimo aiuto, il minimo sollievo, né quello di sua Madre. Non possiedi, beh è vero, la sua forza divina, ma lui è lì per sostenerti. La tua croce è una sua scheggia e lui la porta più di te. La croce è il pane quotidiano dell’eremita. “Senza apparenza né bellezza”, scriveva Guigo il certosino, “è così che si deve adorare la verità”. Ma lo indossa così sorridente che sembra non averne nessuna. Le sue lacrime sono per il Signore, che è colui che le fa scorrere: “Hai un racconto della mia vita errante, metti le mie lacrime nella tua fiala” (Sal 55,9).

L’amore e la croce 1

genuflesso in devozione

Ho scelto per voi amici di Cartusialover, un testo concepito da un certosino, sul senso profondo della croce e dell’amore che dobbiamo nutrire per essa, e per il suo significato essenziale. Essendo il testo molto lungo ho preferito dividerlo in due articoli. Ecco a voi il primo dei due. Vi invito alla riflessione ed alla meditazione.

… Per vivere per Dio, sono stato crocifisso con Cristo” (Ga 2,19).

Il Monte Calvario

L’amore e la croce

La croce è sospesa sull’eremo: è un monito. Tutto qui fiorisce all’ombra della croce e in essa vieni a ripararti.

Bene, è immediatamente per attirare la tua attenzione su di esso. Il mondo da cui vieni non gli dà un volto migliore che ai tempi di san Paolo: follia per alcuni, scandalo per altri (1 Cor 1,23). E anche chi lo predica non lo fa senza grande timidezza.

La vita dell’eremita ha senso solo alla sua luce. Cristo vi avverte: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce quotidiana e mi segua” (Lc 9,23). Dovrai soffrire ogni giorno e soffrire volentieri. Sei debole e sensibile come ogni uomo e quella prospettiva non è del tutto piacevole. Anche per un’anima generosa, l’unica attrazione della croce è il suo rapporto con Gesù.

Il Figlio di Dio si è incarnato per soffrire. Il suo primo atto cosciente nel momento stesso del suo concepimento fu quello di offrirsi come vittima per espiare i nostri peccati: “Sacrifici e offerte non volevi ma hai formato un corpo per me. Gli olocausti e le espiazioni per i peccati non ti sono piaciuti ; poi ho detto: Guarda, io vengo … per fare la tua volontà, o Dio “(Eb 10,51).

Quella volontà era che lui soffrisse e versasse tutto il suo sangue per noi. Lo dirà dopo: (Vita mia) “nessuno me lo toglie, lo offro io stesso … tale è l’ordine che ho ricevuto dal Padre mio” (Gv 10,18).

Gesù entra pienamente nei disegni paterni e, conformando perfettamente la sua volontà a quella del Padre, sceglie positivamente di soffrire: “Invece della gioia che gli è stata proposta, ha sopportato la croce” (Eb 12,2), cioè tutta una vita di lavoro e di dolore, del corpo, del cuore e dell’anima: tutto in lui è stato trafitto dall’amarezza della Croce.

Grazie a questo tremendo sacrificio siamo ciò che siamo soprannaturalmente, “santificati mediante l’offerta del corpo di Gesù Cristo” (Eb 10,10), (Pie 2,21-25). Non è necessario insegnare all’eremita che “il discepolo non è al di sopra del maestro, né il servo al di sopra del suo Signore” (Mt 10,24). Se corri il rischio di dimenticarlo, ascolta San Pietro: “Se facendo del bene devi soffrire e sopportarlo con pazienza, questo è gradito a Dio. Perché questo è ciò che sei stato chiamato a fare, perché anche Cristo ha sofferto per te, lasciandoti un esempio perché tu possa seguire i suoi passi, colui che non ha commesso alcuna colpa “(1 Pie 2,20-21). Anche se fosse innocente, dovrebbe conformarsi al suo Maestro, anche se la sua sofferenza non era di alcuna utilità per nessuno o per niente. Per la sua struttura, il cristiano è crocifisso, e il motivo è quello di san Paolo: “Con Cristo sono crocifisso, perché non vivo più, è Cristo che vive in me” (Ga 2,19), e “Cristo vuole continuare la sua passione nelle sue membra “(Col 1,24). Esaminati: la croce è profondamente impressa nella tua carne e nella tua anima da tutti i sacramenti, fin dal Battesimo in cui ti hanno detto al momento della firma: “Ricevi il segno della Croce sulla fronte e sul cuore” (Rituale). Era una salvaguardia e un programma di vita. La conferma ha aggiunto una precisione: la Croce è il tuo copione di combattimento: “Ti segno con il segno della Croce e ti confermo con il crisma della salute”. L’Eucaristia, la Penitenza, rivitalizzano quel segno per ricordarvi che tutto, nell’ordine della grazia, vi è giunto per mezzo della Croce; quella, quindi, è una benedizione, ma anche un peso, e che sarai giudicato in base ad essa.

Continua…

Dal libro di Dom Dysmas de Lassus 4

Ecco per voi il quarto paragrafo del capitolo “Piccola radiografia della bugia” sulla menzogna, e tratto dal libro “Risques et dérives de la vie religieuse”, di Dom Dysmas de Lassus.

Niente può giustificare la menzogna

L’affermazione sembrerà eccessiva ad alcuni, eppure lo è merita di essere difesa: nella vita ordinaria, nulla può giustificare la menzogna. L’obiezione che verrà subito in mente a molti lettori è classica: se i nazisti vengono a chiedere a qualcuno se sta nascondendo ebrei in casa sua, ed è vero, ha il diritto di dire loro di no. Giusto. Questo è un diritto di autodifesa che può consentire alle persone di uccidere se attaccate e di mentire di fronte a una seria minaccia. Se un terrorista viene a dare fuoco a una chiesa e chiede al parroco se sa dove sono i fiammiferi perché ha dimenticato l’accendino, il parroco non deve dirgli la verità. Ma non possiamo trasporre nella vita ordinaria ciò che si applica a situazioni eccezionali. Quindi potremmo chiarire un po ‘l’affermazione dicendo: a parte il caso dell’autodifesa, nulla può giustificare la menzogna. Perché ? Una rapida indagine mostra che poche persone hanno pensato a questa domanda: perché è sbagliato mentire? La risposta sta in due assi principali:

  • Mentire distrugge la relazione perché distrugge la fiducia..
  • Mentire non rispetta la persona con cui stai parlando.

Come si può vedere, questa risposta è a livello puramente umano e naturale e può essere compresa da chiunque.

A livello soprannaturale, dovremmo aggiungere che Dio è Verità, che ogni parola che ci dice è vera, e che Gesù è venuto e morto per testimoniare la verità. Una semplice domanda: supponiamo di sapere che in Rivelazione ci sono delle bugie (anche per salvare il dolore), quale sarebbe la conseguenza? Il crollo totale della nostra fede, perché non avremmo più modo di sapere cosa è vero e cosa è falso, e se le promesse di Dio non sono un’illusione. Dobbiamo menzionare qui una dolorosa realtà. Le persone che hanno vissuto in comunità dove si praticava la cultura della menzogna e che ne sono uscite, spesso hanno anche perso la fiducia in Dio: Io non posso più pregare. Non so più se credo in Dio. Queste parole l’autore di questa riga ha sentito e sono così tristi. Uomini, donne che hanno voluto dare la vita a Dio con tutto lo sfogo d’amore di una vocazione, e quell’effusione d’amore si spezza a causa della contro-testimonianza in cui spesso le bugie sono la chiave di volta. Se queste persone che affermano di essere rappresentanti di Dio mentono così, che merito dovremmo dare all’Iddio che servono? La domanda è giusta e la risposta è terribile. Si trova in San Giovanni: Gesù parla del diavolo e dice: Quando dice una menzogna, la tira fuori da sé, perché è bugiardo e padre di menzogne. Se vogliamo prendere sul serio questo testo, la menzogna, quando è diventata una cultura, ci rende figli del diavolo. Ciò che Cristo ci chiede e ci mostra è chiaro: la tua parola sia “sì”, se è “sì”, “no”, se è“ no”. Per di più viene dal Male. A maggior ragione, se la nostra parola è “sì” quando è “no”, viene dal Maligno.

Pasqua 2021

simone_peterzano Resurrezione (certosa Garegnano)

Nell’augurarvi una serena e gioiosa Pasqua, piena di luce e speranza, voglio offrirvi un sermone capitolare concepito dal Priore Generale Dom Andrè Poisson rivolto alla sua comunità nel giorno di Pasqua del 1984. Un testo alquanto lungo, ma davvero delizioso, che è destinato al coincidente rinnovo dei voti di alcuni confratelli. Parole semplici ma edificanti per il nostro spirito.

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CONFIDARE IN DIO

Se uno è inCristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco, ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio,… E’ stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo” (2Cor 5,17-19)

Era nei vostri desideri che il rinnovamento dei voti avesse luogo lo stesso giorno di Pasqua, come era già accaduto al tempo della vostra prima professione. Così, volete sottolineare quanto il vostro impegno, nella vita monastica, sia una maniera d’assumere, nella vostra esistenza, il mistero pasquale il più pienamente possibile. Il testo che ho appena citato, mostra che per San Paolo, come per tutta la tradizione, la Pasqua del Signore è innanzitutto un dono di Dio: dono ricevuto attraverso Gesù dalle mani del Padre; dono che, a sua volta, ci trasforma nella misura in cui noi ci rendiamo disponibili ad accoglierlo. Io vorrei riflettere con voi su questi temi.

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Le poche parole raccolte dalla bocca di Gesù, durante la Passione, dopo il Getsemani fino al suo ultimo sospiro, ci forniscono dei punti di riferimento sicuri grazie ai quali noi possiamo ritrovare il movimento profondo del suo cuore, mentre Egli si offre in sacrificio. La preghiera nel giardino degli ulivi ci mostra il Signore annientato dalla prospettiva del calice che gli è offerto. La sua prima reazione è quella di domandare di esserne liberato. E’ veramente troppo! Poi, in un secondo tempo si riprende e accetta la volontà del Padre. Niente di stoico o di rigido in questo atteggiamento: si tratta esclusivamente di fiducia nel Padre e di amore per Lui. Nessun dubbio: è il Padre che dona al suo Figlio amato il calice da bere. E’ il Padre che ha inviato il suo Unico sulla terra a bere il calice. Ritroviamo una successione di sentimenti analoghi in Gesù, negli ultimi istanti che precedono la sua morte, ma essi s’esprimono allora con un’intensità spaventosa: “Mio Dio, mio Dio perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46). Poi, al termine di un silenzio drammatico, spirando, Egli gridò a gran voce: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito.” (Lc 23,46). Non siamo noi là, al centro di questo dramma d’amore che è il mistero Pasquale? Gesù è l’Agnello caricato del peccato del mondo: Egli è il Servitore trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità, poiché Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori (cf. Is 53,5 e 4). Ancor di più, per riprendere le parole di San Paolo:” Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore” (2Cor 5,21). Il Figlio dell’Uomo è identificato con il peccato: ciò significa che Egli è stato stabilito nemico di Dio. Osiamo appena dire “il nemico totale di Dio”, poiché la pienezza del peccato del mondo è sopra di Lui. Ma, tuttavia, non è ciò che spiega il grido di angoscia quando si é sentito abbandonato dal Padre? Il Verbo fatto carne é andato fino alla fine della sua corsa: “per mezzo di Lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra”, (Col 1,16) tutto ciò fa totalmente corpo con Lui. E nel silenzio schiacciante, che segue l’appello disperato del Crocifisso, si compie il mistero della salvezza, nel cuore stesso di Dio. Al di là di tutte le iniquità e di tutti i peccati, il Padre ama il Figlio, con la stessa dilezione che era prima della creazione del mondo. Gesù riceve la sicurezza invincibile di potersi abbandonare, in tutta fiducia, nelle braccia del Padre. E in questa certezza Egli spira: Egli consegna il suo Spirito. Tutto si trova ormai “riconciliato da Lui e per mezzo di Lui, sulla terra e nei cieli, poiché Egli ha stabilito la pace con il sangue della sua croce” (Col 1,20). Visto in questa prospettiva, il mistero pasquale è la manifestazione della tenerezza infinita del Padre che si piega spontaneamente verso il suo Figlio Prediletto, oppresso dal peso della morte, che è il peccato del mondo, ma un Figlio di cui il cuore è sempre rimasto trasparente alla Volontà divina. Gesù ha ricevuto, come dono perfettamente gratuito, questa tenerezza eterna, accordata dal Padre in eredità a suo Figlio fatto carne e a tutti coloro che fino alla fine dei tempi erediteranno la pienezza della sua vita.

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Noi tutti qui presenti facciamo parte di coloro che, in maniera ben esplicita, hanno ricevuto l’appello ad ereditare, ogni giorno della loro esistenza terrestre, il mistero della Pasqua del Signore, del suo Passaggio al Padre, ricevuto come un dono della sua tenerezza. Noi dobbiamo viverlo come battezzati, ma ad un titolo più preciso e più completo, come consacrati a Dio attraverso la professione monastica. Ancora oggi voglio ricorrere a San Bruno affinché ci aiuti a comprendere l’appello che ci indirizza lo Spirito Santo e ci aiuti a lasciarci trasformare da Lui. Il pensiero del nostro beato Padre si modella, in effetti, meravigliosamente sulla maniera in cui noi abbiamo contemplato il mistero della Pasqua: è questo mistero che costituisce l’essenziale della nostra vocazione, l’accoglienza dell’Amore del Signore nel silenzio e nella solitudine. I due cantici di rendimento di grazie di Bruno, il quale scrive ai suoi fratelli della Certosa, hanno precisamente per oggetto la proclamazione della sua allegrezza davanti alla bontà del Signore nei loro confronti. “Rallegratevi, miei carissimi fratelli, della vostra beata sorte e dell’abbondanza di grazie che Dio vi ha prodigato” (1.3). E continua spiegando loro che questa beata sorte consiste “nell’essere entrati in possesso del riposo e della sicurezza, poiché essi hanno potuto gettare l’ancora nel porto più nascosto” (id.). E questo appare come un dono puramente gratuito dell’Altissimo, dal momento che tutti coloro che moltiplicano gli sforzi per giungere al medesimo fine “non vi sono ammessi poiché ad ognuno di loro il cielo non l’ha accordato” (1.4). Essere ammessi ad impegnarsi in maniera definitiva a seguire Bruno nel deserto è veramente una generosità gratuita del Signore. E’ allo stesso modo, in un senso rigoroso, un dono pasquale, un passaggio dalla morte alla vita, una liberazione dal peccato per incontrare la tenerezza del Padre. E’ sorprendente, in effetti, veder Bruno riprendere, nella sua lettera a Raoul, i termini che egli impiegava scrivendo ai suoi fratelli: “sfuggire ai flutti agitati del mondo per passare al riposo e alla sicurezza del porto” (cf.1.3 e A Raoul 9). Ciò che egli presenta ai suoi fratelli come l’ideale della loro solitudine è, allo stesso tempo, se si crede alla lettera a Raoul, la liberazione da tutti i pesi del peccato, quando si viene al Signore dolce e umile, affinché ci sollevi da tutti i fardelli. Entrare nella beata solitudine di cui parla Bruno è una conversione del cuore ricevuta da Dio, in maniera tutta gratuita, che ci stabilisce nella pace del suo amore. Sono pressappoco le stesse prospettive che si manifestano quando Bruno dice ai suoi benamati fratelli laici “la sua gioia di veder per essi, che non sanno né leggere né scrivere, Dio l’Onnipotente scrivere nei loro cuori l’amore e la conoscenza della sua legge santa” (cf. 2.2). Ancora si tratta di un dono della tenerezza del Padre che mette per pura bontà, i conversi della Certosa, al riparo dalle molteplici tentazioni alle quali essi potrebbero vedersi esposti e che loro dona la grazia di lasciarsi guidare da Lui in tutta confidenza. Se, dunque, noi vogliamo essere fedeli alla grazia della nostra vocazione, gettiamo innanzitutto gli occhi su Gesù risuscitato, che è il vero modello di ciò che noi dobbiamo essere: al di là di tutta la cattiva semenza gettata nei nostri cuori, accogliamo la tenerezza di Dio grazie alla quale noi lasceremo morire in Lui tutti i nostri desideri troppo umani.

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Voi vi domandate forse: perché insistere su queste verità che non sono poi tanto nuove per noi? Perché? Perché, anche se le conosciamo con la nostra intelligenza, sappiamo quanto ci costa trasferirle nella realtà della nostra vita. Senza dubbio noi non ci troviamo, in generale, nelle circostanze così drammatiche della passione di Gesù, ma tuttavia il nostro cuore ha talvolta l’impressione di dover subire una sorta d’agonia quando gli è domandato di rinunciare a tutta la sicurezza che gli viene da sé stesso o a dei piccoli mezzi, che egli controlla, di abbandono cieco e senza difesa all’amore di un altro, anche se quest’altro è Dio in persona. Lanciarsi senza riserve in questo atteggiamento di fiducia implica, da parte nostra, una conversione talmente radicale, che esitiamo a fare il passo. Nonostante tutte le luci della fede, che noi accettiamo volentieri, il nostro cuore, per esempio, non riesce a consegnarsi senza riserve a Dio, lasciandosi attrarre dal sentimento intimo d’essere amato senza misura. Le esperienze umane ci hanno insegnato così bene la prudenza, una certa diffidenza, il timore dei rischi incontrollati, da non riuscire a liberarci da queste abitudini ormai radicate nei nostri cuori quando ci rivolgiamo al Padre dei cieli. E finiamo, così, con il consegnargli la nostra fiducia col contagocce. Come potrebbe Egli, di ritorno, farci dono totale di Sé stesso, vedendoci incapaci di accoglierlo? Un altro esempio delle deformazioni che ci paralizzano è l’immensa difficoltà che incontriamo di fronte alla prospettiva di dover rinunciare a costruire da soli la nostra vita, con la nostra sola industria e il nostro solo sforzo, per riceverla invece come il Dono di un Amore che implica un impegno totale da parte nostra. Noi tremiamo all’idea di prendere come modello Gesù e di non essere più nient’altro che un accoglimento senza limite di una trasfigurazione in cui tutte le nostre tenebre diventerebbero luce. Sarebbe così bello… ma bisognerebbe donare tutto.

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Per concludere, facciamo un piccolo sforzo di lealtà. Non crediamo di esserci sdebitati con Dio accontentandoci di ammirare gli splendori della sua gloria, nel mistero pasquale. Questa sarebbe una contemplazione puramente sterile se noi non vi scorgessimo un appello a seguir Gesù, sul cammino che Lui ci ha tracciato quando è passato da questo mondo al Padre. Che il dono ricevuto da Lui, in questo giorno, porti frutto nella nostra vita, in modo da poter imparare, anche noi, a dire in tutta verità: Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito. Amen.

Pasqua 1984 (Per un rinnovo dei voti)

Dal libro di Dom Dysmas de Lassus 3

Risques-et-derives-de-la-vie-religieuse

Ecco per voi il terzo paragrafo del capitolo “Piccola radiografia della bugia” sulla menzogna, e tratto dal libro “Risques et dérives de la vie religieuse”, di Dom Dysmas de Lassus.

Come perdiamo il senso della verità

Non idealizziamo: chi di noi può affermare di vivere interamente nella verità? C’è, però, un semplice criterio per vedere dove iniziamo a varcare i confini di ciò che diventa serio: che le bugie ci sfuggono, che non abbiamo il coraggio di dire sempre la verità, quella è umano. Ma finché lo conosciamo, finché lo percepiamo come un cammino di conversione, il progresso rimane possibile, e soprattutto il senso della verità non è stato raggiunto o solo in superficie. Nel momento in cui inizi a giustificare la menzogna, entri in una spirale che può portare a profonde perversità. Va anche ricordato che il principe delle bugie sa il fatto suo e che sa benissimo che una piccola bugia giustificata è la sua prima vittoria. È stata fatta una breccia, basterà allargarla gradualmente, come insegna l’esperimento della rana. Un gruppo di ricerca ha eseguito un esperimento su una rana. La presero e la gettarono in una pentola di acqua bollente. La rana ovviamente ebbe un riflesso salvifico e saltò immediatamente fuori dalla padella. È uscita un po ‘intontita, forse un po’ bruciata, ma viva. Poi hanno preso la stessa rana e l’hanno messa in una pentola di acqua fredda. Hanno iniziato a riscaldare l’acqua molto lentamente. E la rana è stata cotta! Perché in nessun momento una soglia improvvisa lo fece reagire. A poco a poco rimase sbalordita finché non perse coscienza del pericolo. Così è con le bugie. Iniziamo con una piccola bugia che giustifichiamo. Se quella è giustificata, perché non dovrebbe esserla anche quello un po’ più grande? Sappiamo che una bugia tira l’altra. Finalmente arrivi a giustificare qualsiasi cosa. Nemo repente fit pessimus. Nessuno diventa molto cattivo all’improvviso. Più prosaicamente, un noto proverbio dice: chi ruba un uovo ruba un bue. Per quanto riguarda la giustificazione delle bugie, un altro proverbio dice: a forza di non vivere come pensiamo, finiamo per pensare come viviamo. E così, abituandoti a giustificare piccole bugie, finisci per perdere il senso della verità. Abbiamo davanti a noi un terribile esempio di questo fenomeno di progressione. All’epoca dei dibattiti sull’aborto, quarant’anni fa, si parlava di situazioni di disagio. Voci avevano annunciato che l’aborto sarebbe stato considerato normale e che sarebbero seguite l’eutanasia e l’eugenetica. Erano stati accusati di esagerazione, persino di fanatismo. Oggi vediamo che erano profetici.

Dom Poisson su l’Annunciazione

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LA TENEREZZA VERSO DIO

La tenerezza verso Dio, più è giusta, più è utile”. (lettera a Raoul le Vert)

Nel giorno in cui si celebra l’Annunciazione del Signore, vi propongo un’eccellente sermone capitolare di Dom André Poisson concepito il 25 marzo del 1984.

Nell’anno delle celebrazioni del nono centenario della fondazione dell’Ordine, egli operò attraverso diverse omelie a tracciare un preciso profilo di San Bruno e del senso della vita eremitica dei certosini. Un testo corposo e illuminante.

Il racconto dell’Annunciazione del Signore non ci sorprende più, senza dubbio, perché l’abbiamo troppo sentito, letto, meditato. L’abitudine ci ha fatto perdere il riflesso d’ammirazione e di adorazione che noi dovremmo avere in presenza di Dio, il quale, con un solo movimento, ci svela la profondità della sua tenerezza e ci confida tutta l’intimità della sua vita divina, fino ad inserirla nel tessuto della razza umana. La fraternità, così stabilita, tra il Figlio dell’Altissimo e ciascuno di noi è un mistero infinito, ma noi non siamo esposti, nello stesso tempo, a fare il punto di partenza di una familiarità con Dio che dimentichi la rottura totale, la distanza infinita che intercorre tra noi e il Santissimo? Domandiamo a San Bruno di aiutarci a risvegliare in noi l’attitudine del suo cuore, fatta d’ammirazione senza limite, di rispetto e, nello stesso tempo, di sete bruciante di un incontro beatificante, attitudine che deve accendere nei nostri cuori la possibilità d’intimità con Dio che ci è donata nel suo Figlio divenuto nostro fratello. Bruno ci confida tutti questi sentimenti quando, al termine di un lungo sviluppo in cui ha tentato di convincere il suo amico Raoul d’essere fedele ai suoi impegni, egli non può più contenere lo slancio del suo cuore e si lascia sfuggire qualche fiamma di fuoco che lo divora di fronte al Bene senza eguali che è il suo Dio tanto amato. Cerchiamo di ritrovare lo svolgersi del pensiero di Bruno, poi vi vedremo un modello d’adorazione e finalmente scopriremo, per riprendere la parola stessa di Bruno, l’utilità di questa via per gli altri.

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Bruno moltiplica le dimostrazioni per convincere Raoul che il Signore desidera vederlo entrare nella via monastica, come si è un giorno solennemente impegnato a fare. Ed ecco che Bruno si lancia in un ultimo argomento: “Amerei vedere il tuo amore convinto di una cosa, egli dice a Raoul. Monsignore l’arcivescovo ha grande fiducia nei tuoi consigli e volentieri si appoggia ad essi. E’ facile dar dei consigli che non sempre sono giusti o utili e il pensiero dei servizi che tu gli rendi non deve impedirti di donare a Dio la tenerezza che tu gli devi. Questa tenerezza, più è giusta, più è utile” (16). Come non accorgersi che, scrivendo queste righe, Bruno parla per esperienza? Lui stesso, dopo aver solennemente promesso di rivestire l’abito monastico, si è visto alle prese con una scelta temibile: egli era legittimamente eletto arcivescovo di Reims e, conoscendo perfettamente questa chiesa, egli sapeva che poteva apportare molto alle anime di cui facevano parte. Non era un servizio giustissimo e utilissimo al Signore quello di salire sulla sedia episcopale di Reims? Egli non è certo alla leggera che ha rifiutato e le tracce della lotta interiore, impegnata nel suo cuore, vi sono impresse per sempre. L’argomento che ha convinto Bruno è chiaro. Da una parte un servizio autentico, ma esposto al rischio, quasi inevitabile, di non essere sempre perfettamente giusto o utile. Dall’altra, la fedeltà ad un appello di puro amore ricevuto e accettato, di cui è certo che, nel suo slancio profondo, non può essere che giusto e utile. Noi siamo un po’ sconcertati di veder Bruno insistere molto su queste nozioni di giustizia e di utilità. Possiamo noi, in poche parole, circuire ciò che questo rappresentava per lui? Anche se è un po’ rischioso trattare troppo brevemente un soggetto tanto delicato, diciamo che, forse, per Bruno è giusto ciò che è conforme alla natura profonda dell’essere considerato. Un consiglio è giusto se risponde onestamente al senso vero della questione posta. Un po’ più in là egli dirà che è giusto amare il bene poiché ciò è inscritto nella natura dell’uomo. Allo stesso modo, è utile ciò che è proficuo, ciò che fa portare un frutto autentico all’opera considerata. Un consiglio è utile se orienta verso un agire benefico per coloro che ne riceveranno gli effetti. Amare il bene, per l’essere umano, è utile poiché è l’unica vera felicità consona alla sua natura più profonda. Queste due nozioni, soprattutto quella d’utilità, sono fondamentali per Bruno. Egli, dunque, non esita; una sola scelta è possibile, per lui come per Raoul: il massimo del giusto e dell’utile, il dono completo d’amore a Dio. Egli continua: “Sì: cosa c’è di così utile, o in altre parole cosa c’è nella natura umana di così profondamente radicato e di così profondamente consono che d’amare il bene? Ed esiste un essere, oltre a Dio, di una bontà paragonabile alla sua? Cosa dico: esiste altro bene al di fuori di Dio?” . Bruno dà così una giustificazione serrata della sua scelta. Il cuore dell’uomo è, per natura, destinato ad amare il bene. Questo è la sua giustizia fondamentale e la sua utilità massima. Bruno parte da questa affermazione, della quale sa che non può che essere accettata dal suo corrispondente, senza che sia necessario appellarsi alla Parola di Dio o ai filosofi. Bisogna, d’altra parte, concepire il bene di cui parla Bruno come una realtà metafisica astratta? Ciò non sembrerebbe per niente conforme al genio eminentemente pratico e concreto del nostro Beato Padre. I termini che egli impiega, qualche istante più tardi, mostrano che bisognerebbe, senza dubbio, per essere fedele al suo pensiero, considerare maggiormente la bellezza piuttosto che la bontà di Dio. Egli parla in effetti di “l’ineguagliabile fulgore, lo splendore e la bellezza…di questo bene”. E Bruno, in qualche riga, brucia tutte le tappe. Bisogna amare questa bellezza sovrana del bene. Nessun essere può reggere il confronto con Dio, in questo campo. Andiamo fino alla fine: solo Dio è il Bene. Solo Dio è la bellezza. Arrivati a questo punto, la dimostrazione cambia all’improvviso: o piuttosto diviene incandescente poiché non è più che uno slancio del cuore. Le parole di Bruno sono trasparenti. Egli confida: “Davanti a questo bene di cui l’incomparabile fulgore, lo splendore e la bellezza si lasciano presentire, l’anima santa è bruciata dal fuoco dell’amore

“Tutto il mio essere – egli dice – ha sete del Dio forte, del Dio vivente; quando verrò e vedrò il suo volto?”

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Quale messaggio ci indirizza, così, Bruno? Ciò che egli espone, con tale convinzione, a Raoul non è, in fondo, l’itinerario proposto a chiunque è chiamato a vivere per Dio solo? All’inizio vi è la possibilità di consacrarsi ad una attività, per buona che sia, esposta di certo per natura a delle imperfezioni, ma finalmente legittima. Questa può essere un’attività esteriore, ma allo stesso modo può anche essere un’attività interiore, un orientamento, per esempio, della vita di preghiera verso fini diversi da quelli di rimettersi totalmente all’amore di Dio solo, l’unico Bene; allora un’attrazione profonda del cuore verso quest’ ultima via, manifesta un richiamo non equivoco dello Spirito Santo. Scegliere questo cammino radicale implica, dunque, di rinunciare a tutto ciò che vi è di positivo, di benefico per sé o per gli altri in tutte le cose. Non è presunzione voler volare così alto? Non è tradire i bisogni degli altri rinunciando ad aiutarli per rifugiarsi nel silenzio della pura adorazione? Tale è la questione bruciante posta da Bruno. Egli stesso ha dovuto affrontarla e la risposta non è stata dubbiosa nel suo cuore. La sua scelta – “la più giusta e la più utile,” egli dice – è di lasciarsi sedurre, tanto quanto possibile, da Dio. E, tuttavia, quanto è paradossale la maniera in cui Bruno formula la sua risposta! Alla fine in cosa sbocca “l’anima santa” di cui ci parla? Non in un incontro con il Bene folgorante di cui l’incomparabile fulgore brucia l’anima di fuoco d’amore, ma in una domanda. “Quando verrò e vedrò il suo volto?” La sola meta che egli propone non è un possesso felice, ma una sete intensa, una brama di fronte ad un Bene che la supera infinitamente, un vuoto che, alla fin fine, scava sempre più in profondità colui che lancia il suo appello nel fondo del cuore. Per usare le parole di Bruno, Dio non attira colui che ha sedotto verso ciò che, in termini puramente umani, noi potremmo considerare come la più grande inutilità, un’ingiustizia completa di fronte agli altri e, forse, anche di fronte a noi stessi?

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Non è la stessa maniera di vedere di Bruno. Ricordiamoci le sue parole: “Questa tenerezza che tu devi a Dio, più è giusta più è utile” e, qualche istante più tardi: “Cosa c’è di così utile e di così giusto che amare il bene?” E’ chiaro che, per Bruno, tutto è questione d’Amore: la tenerezza verso Dio, amare il Bene. E anche questione d’amore reciproco, d’amore condiviso, poiché egli precisa un po’ più in là che si tratta di anelare al Dio vivente, questo Dio di cui il proprio Amore risveglia nel cuore il richiamo che lo mette in movimento. La sete, la brama di cui noi parlavamo sono, dunque, veramente reali, ma sono l’impressione di un amore che si dilata. Inoltre, tutto il contesto di giusto ed utile, nel quale si situano i propositi di Bruno, ci mostra che si tratta di una relazione d’amore che ingloba gli altri. E’ certo che per lui essere bruciato dal fuoco dell’amore del solo Bene è ciò che vi è di più profittevole per coloro di cui noi ci sappiamo responsabili. La preghiera d’intercessione più efficace, ovvero la maniera più utile di sovvenire ai bisogni degli altri, è di abbandonarsi in tutta verità alla sete di Dio, se si è ricevuto questo appello. Questo significa, per Bruno, che noi dobbiamo puramente e semplicemente dimenticare coloro per i quali preghiamo, al fine di essere loro utili? Non penso. Tutto il contesto delle sue lettere ci dice il contrario: lo si sente attento a coloro che ama, nella misura in cui è tutto donato a Dio. Ciò raggiunge l’intenzione profonda del nostro testo di oggi: non sarebbe certamente giusto, per Bruno, pensare che possa essere intermediario tra Dio e i suoi fratelli, scacciando dal suo cuore il ricordo di questi ultimi. Per lui amare implica una presenza vivente, sia essa la tenerezza verso il solo Bene o il servizio affettuoso a coloro che gli sono affidati.

Amen.

(Annunciazione 25 marzo 1984)