“La monachella di San Bruno”

LA MONACHELLA DI SAN BRUNO

(1875-1953)


In questo articolo, voglio narrarvi la storia di Mariantonia Samà meglio nota come la monachella di San Bruno. Ella nacque il 2 marzo del 1875, a Sant’Andrea dello Ionio, in provincia di Catanzaro figlia unica fu cresciuta solo dalla madre poiché il padre Bruno morì prima della sua nascita. La sua infanzia fu caratterizzata da una profonda povertà, insieme alla madre viveva in un tugurio senza luce, acqua e pieno di umidità. Mariantonia seguiva la mamma nel lavoro dei campi, malvestita, scalza e spesso malnutrita, in condizioni di estrema miseria tipiche delle popolazioni dei paesini montani calabresi alla fine dell’Ottocento. All’età di circa dodici anni, Mariantonia dopo aver accompagnato la madre a fare il bucato al fiume, nel ritornare a casa, tormentata dalla sete decide come suo solito di abbeverarsi ad una pozza d’acqua. Dopo esser tornata a casa la bambina cominciò a stare male, come paralizzata contorcendosi e bestemmiando per circa un mese. Fra tutti coloro che assistono ai tormenti della poverina, si diffonde l’idea che essa bevendo in quella pozza d’acqua sia diventata indemoniata. Nonostante varie preghiere e suppliche la bambina non guarisce, e così dopo alcuni anni, una colta baronessa del luogo, Enrichetta Scoppa, decide di portare a sue spese la piccola Mariantonia alla Certosa di Serra San Bruno per farla esorcizzare.

Agli inizi del 1500, verso l’anno 1505, a Serra avvenne un lietissimo evento, ossia il ritrovamento nella chiesa di S. Maria del Bosco del corpo di San Bruno, le cui reliquie furono portate solennemente in processione, il martedì di Pentecoste. Da allora in Calabria si era diffuso il suo culto come taumaturgo e liberatore degli indemoniati, chiamati anche ossessi o spirdati. Gli esorcismi avvenivano pubblicamente con lunghi riti collettivi che si svolgevano il lunedì e il martedì dopo Pentecoste nel laghetto in mezzo al quale si trova la statua di San Bruno penitente, poco lontano dalla Certosa. Nel mese di giugno del 1894, Mariantonia accompagnata dalla mamma viene trasportata, all’interno di una cassa sorretta da quattro uomini, attraverso i sentieri di montagna da Sant’Andrea a Serra in un estenuante tragitto della durata di otto ore. La comitiva con l’inferma giunse a Serra circa a mezzogiorno, e dopo averla immersa ripetutamente nelle acque del laghetto miracoloso senza ottenere risultati, si incamminò fermandosi davanti all’ingresso della certosa. Cominciarono i rituali per l’esorcismo, che proseguirono per circa cinque ore alla presenza del priore don Pio Assandro, il quale decise di far prendere dall’altare maggiore il busto reliquiario contenente le ossa di San Bruno per sistemarlo davanti alla portineria dove era situata Mariantonia. A quel punto succede il miracolo: Mariantonia alla vista del busto argenteo di  San Bruno, si solleva da sola, abbraccia la statua gridando “San Bruno mi ha fatto la grazia!” a seguito del prodigio la popolazione esulta e provvede a bruciare i vestiti e la cassa che aveva trasportato la ragazza. Essa fa ritorno a Sant’Andrea percorrendo la strada per Soverato che simbolicamente, nei casi di liberazione dal demonio, significava abbandonare la strada vecchia e intraprenderne una nuova. Dopo la guarigione la ragazza visse in salute per due anni, poi fu afflitta da una grave forma di artrosi che la costrinse di stare a letto, coricata sulla schiena, con le gambe rattrappite e le ginocchia levate. L’ennesimo prodigio è rappresentato dal fatto che la poverina visse in quella posizione per sessant’anni, fino alla morte avvenuta nel 1953. Durante questo lungo periodo a  Mariantonia rimase solo l’uso delle mani per sgranare il rosario e mangiare qualcosa con le dita, la poverina all’età di 34 anni perse la madre ma non rimase sola poiché le persone del paese si avvicendavano per assisterla. Ogni mattina riceveva la comunione e tre volte al giorno, mattina, mezzogiorno e sera, c’era nella sua casetta la recita del rosario in latino insieme con le visitatrici, fu venerata come una santa ed alla gente che gli chiedeva intercessioni, grazie e miracoli Mariantonia dava speranza e fiducia con la sua voce flebile e dolce. La baronessa Scoppa, aveva donato il suo palazzo alle Suore Riparatrici del Sacro Cuore, le quali elessero loro consorella con voti privati Mariantonia  che da allora con il capo coperto dal velo nero della congregazione fu chiamata la Monachella di San Bruno. Le Suore Riparatrici del Sacro Cuore, alle quali la baronessa Scoppa aveva lasciato il suo palazzo di Sant’Andrea, la elessero loro consorella con voti privati, e da allora la sua testa fu coperta con il velo nero della congregazione e Mariantonia fu chiamata la Monachella di San Bruno. Il 27 maggio 1953, all’età di 78 anni ella si spense tra lo stupore del popolo che la acclamò subito come una santa, alla luce del fatto che il suo corpo risultò prodigiosamente senza piaghe da decubito, e la sua pelle appariva fresca e liscia. Fu portata in processione per le strade del paese, poi la salma rimase esposta al pubblico fino al 29 maggio, quando fu tumulata nella Cappella delle Suore Riparatrici del Sacro Cuore, per loro espresso desiderio. Dopo la sua morte le testimonianze delle grazie ottenute dai fedeli si moltiplicarono, la segnalazione di prodigi come la bilocazione, il profumo di rose o gelsomino, l’intercessione in situazioni difficili e le guarigioni miracolose si ripeterono.

Dopo cinquant’anni, dal 3 agosto 2003 i sacri resti di Mariantonia Samà sono stati traslati dalla Cappella delle Suore, alla Parrocchia dei Santi Pietro e Paolo, a S. Andrea dello Ionio. Nella stessa chiesa con una cerimonia solenne in data 5 agosto 2007, venne annunciata l’apertura dell’inchiesta diocesana per la canonizzazione della serva di Dio Mariantonia Samà, mentre il 2 marzo del 2009 ne è stata formalizzata la chiusura. Pertanto l’intera documentazione è ora a Roma presso la Congregazione per le Cause dei Santi, nell’attesa la invochiamo.

Preghiera
Signore Gesù, che hai voluto chiamare la tua serva Mariantonia a seguirti da vicino sulla via della croce vivendo immobile a letto per sessanta anni, concedimi di poterti amare anche nelle dure prove della vita.
Ti prego umilmente di voler glorificare questa tua serva e di accordarmi, per sua intercessione, la grazia particolare che ti chiedo… Amen.
Pater, Ave, Gloria

Padre Antonio Costa (medaglia d’oro al valor militare)

Padre Antonio Gabriele Costa

(medaglia d’oro al valor militare)


Padre Costa nacque a Massa Lombarda il 9 marzo 1898, quarto di dieci figli. Papà Angelo faceva il “corriere” fra Massa Lombarda e Lugo con un carretto trainato da un asino. Spesso lo accompagnava la moglie Annunziata, essi facevano il percorso due volte la settimana per rifornire i tabaccai dei generi di monopolio. Egli fece enormi sacrifici, riuscendo così a mantenere decorosamente la propria numerosa famiglia. Il piccolo Antonio era dotato di acuta intelligenza e rivelò ben presto, notevoli capacità nello studio. Papà Angelo e mamma Annunziata educarono i propri figli ispirandosi ai principi cristiani, e conservando la bella abitudine di recitare, tutti assieme, ogni sera il Santo Rosario. A tutto ciò Antonio aggiungeva, preghiere e letture, svolte in solitudine che lo portarono alla decisione presa a soli dodici anni di entrare in seminario ad Imola. Ma la sua massima aspirazione era la vita claustrale, e come egli disse ambiva “trascorrere la vita tra le mura di un romitaggio, lungi da ogni consorzio umano, per attendere con più intensità alla preghiera, alla penitenza”. Nonostante le opposizioni di parenti ed amici, egli volle recarsi nell’eremo di Camaldoli dove il 18 luglio 1915 entrò in convento soffrendo per l’abbandono dei suoi cari. I monaci lo accolsero fraternamente, ed egli si trovò a suo agio tanto da rimanervi quattro anni, ma le privazioni e le penitenze della regola camaldolese gli parevano ancora troppo poco, poiché dato il suo fervido amore e zelo per il Signore Padre Antonio voleva dare di più. Decise così di farsi certosino, e fu accolto nella certosa di Vedana, la durissima vita dei certosini essenzialmente contemplativa ed interamente dedicata alla preghiera era adeguata alla sua tempra. Padre Costa disse: “I certosini, ben con ragione, si possono appellare sepolti vivi essendo completamente segregati dal mondo e dai mondani  in conversazione col cielo”. La permanenza a Vedana duro però soltanto alcuni mesi, poiché malgrado la sua gioia il suo fisico non resse al rigore della severa regola certosina, ed il priore, solo dopo aver consultato un medico, decise di esentarlo dalla dura disciplina monastica che lo avrebbe ucciso, e lo convinse a ritornare a casa. Tornato malvolentieri a Massa Lombarda, Antonio trovò occupazione presso il Credito Romagnolo e si impegnò attivamente, nella comunità cattolica locale per tre anni. Trascorso questo tempo Antonio si riprese fisicamente, ed in perfetta salute si rese conto che poteva ritornare in certosa per poter esaudire definitivamente il suo sogno. I certosini lo accolsero calorosamente ed Antonio trascorse quattro anni di noviziato nella certosa spagnola di Montalegre, fino al 6 gennaio 1928 giorno in cui pronunciò i voti, prendendo il nome di Gabriele. Poi dopo soli nove mesi, il 22 settembre 1928 nella cattedrale di Barcellona, Dom Gabriele venne ordinato sacerdote. Tornando in Italia egli fu ospite di varie case certosine tra cui Pavia, poi giunse nel 1938 alla certosa di Farneta dove vi rimase fino alla tragica morte. Nel convento toscano egli ricoprì l’incarico di Procuratore, riuscendo a contemplare la vita monastica con la direzione dei fratelli conversi e dei diversi lavoratori che frequentavano Farneta. Grazie a questo incarico Dom Gabriele nei suoi numerosi viaggi, riuscì nel 1941 a ritornare a Massa Lombarda ed abbracciare per l’ultima volta i suoi amati genitori. Poi i tragici mesi che seguirono l’8 settembre del 1943, resero come abbiamo visto nell’articolo precedente la certosa di Farneta protagonista del terribile eccidio, rea di esser stato rifugio di carità e d’amore, per tutti quegli oppressi dalle difficoltà e dai dolori, che chiedevano assistenza e conforto. Il povero Padre Costa, fu costretto dai nazisti a vestirsi con abiti borghesi e dato il suo incarico di Procuratore fu ripetutamente sottoposto ad interrogatorio, ma riuscì a non dare ai suoi aguzzini nessuna informazione. Il 10 settembre, come gli altri suoi confratelli, una raffica di mitra pose termine alla vita di Dom Gabriele, che molti anni prima aveva trascritto il contenuto di un suo sogno nel quale gli si diceva “Sarai un martire certosino”, quel maledetto giorno il profetico sogno premonitore si era avverato. Per onorare la figura di Padre Costa il Presidente della Repubblica gli ha concesso la medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione: «Dopo aver reso alla lotta di liberazione servizi veramente eminenti costituendo, ed in se stesso impersonando, un importante centro di raccolta, vaglio e trasmissione informazioni e dando, con cristiana pietà, asilo nel Monastero di Farneta a molti perseguitati dalla furia tedesca, cadeva, per delazione, nelle mani delle SS. germaniche. Duramente interrogato e sottoposto a tortura manteneva nobile ed esemplare contegno, molti salvando col silenzio e dando, con la sua eroica morte, nobile esempio di fedeltà alla Religione ed alla Patria..». L’Amministrazione Civica di Massa Lombarda gli ha inoltre intitolato una strada ed ha fatto incidere il suo nome in una delle steli del monumento ai Caduti della Resistenza. La Comunità Cattolica massese, ha fatto porre una lapide commemorativa nella Chiesa Arcipretale della Conversione di San Paolo, ed ora auspica la beatificazione di questo martire della carità.

L’eccidio di Farneta

L’ECCIDIO DI FARNETA


In occasione della celebrazione della “Giornata della memoria”, voglio narrarvi il sanguinoso episodio accorso ai monaci certosini. Durante la seconda guerra mondiale, la certosa di Farneta fu protagonista di una violenta rappresaglia condotta dall’esercito nazista. I monaci, avevano generosamente dato ospitalità all’interno del proprio eremo ad ebrei e perseguitati politici di ogni nazionalità e religione. Nonostante ciò riuscirono ad avere un buon rapporto anche con le truppe tedesche, le quali spesso si avvalevano del contributo da interprete del padre maestro del noviziato, don Pio Egger, svizzero-tedesco, anche al di fuori del monastero. Nei pressi della certosa  si trovava un reparto di rifornimento della 16°divisione “Reichsführer SS”, e spesso dei soldati erano soliti bussare alla porta del convento per chiedere del cibo, ma si insospettirono per alcune presenze ritenute “non permesse dalle leggi germaniche”. Fu così che nella notte tra il 1° ed il 2 settembre del 1944, bussò al portone il sergente Edoardo Florin che essendo noto all’anziano fratello converso portinaio Michele Nota lo convinse facilmente ad aprire il convento. A seguito di questo stratagemma, una pattuglia armata fece violentemente irruzione negli ambienti monastici, cominciando a rastrellare ogni angolo del convento e ad arrestare sia i religiosi, che i numerosi civili che si erano rifugiati presso di loro. Tutti i prigionieri furono tenuti in una stanza della portineria, poi l’indomani mattina un primo gruppo con il priore Dom Martino Binz e don Pio Egger furono trasferiti con un camion a Nocchi nel capannone di un vecchio frantoio, e furono poi raggiunti la sera stessa dai i restanti prigionieri provenienti dalla certosa. Per alcuni giorni quel luogo divenne teatro di efferate scene di violenza a carico dei reclusi, e solo la mattina del 6 settembre il gruppo dei monaci certosini venne diviso in due scaglioni. Un primo gruppo del quale facevano parte il padre priore Don Martino Binz, (65 anni) il procuratore don Gabriele Costa, il maestro dei novizi don Pio Egger, nonché il novizio Mons. Bernardo Montes de Oca (49 anni)già vescovo di Valencia in Venezuela, furono condotti a Massa Carrara in attesa di essere giustiziati. Il giorno seguente furono costretti ad affrontare un lungo percorso a piedi, di fronte al quale il priore Binz e Don Bernardo opposero resistenza ed a seguito di ciò furono uccisi a colpi di mitraglia. Il tragico destino del restante gruppo di sfortunati certosini si delineò, la domenica mattina del 10 settembre, allorquando la ferocia nazista si abbatté sui prigionieri che vennero uccisi con un colpo alla testa dopo essere stati impiccati con del filo spinato. In totale i certosini trucidati furono 12, ai due già citati se ne aggiunsero altri 10:

  • padre Gabriele Maria Costa italiano,  Procuratore (46 anni)
  • padre Pio Maria Egger, svizzero, maestro dei Novizi (39 anni)
  • padre Adriano Compagnon, francese  (70 anni)
  • padre Benedetto Lapuente, spagnolo (70 anni)
  • fra Adriano Clerc, svizzero (74 anni)
  • fra Alberto Rosbach, tedesco (74 anni)
  • fra Giorgio Maritano, italiano (62 anni)
  • fra Michele Nota, italiano (56 anni)
  • fra Bruno D’Amico, italiano (60 anni)
  • fra Raffaele Cantero, spagnolo (47 anni)

Ma il bilancio delle vittime  del cosiddetto eccidio di Farneta, annovera anche 40 civili in maggioranza ebrei, che furono uccisi in quei terribili giorni. I restanti certosini che formavano la comunità monastica certosina, in parte furono rinchiusi nella caserma Dogali di Carrara, e oggetto di inaudite violenze fino a che le S.S. non abbandonarono il paese, e furono liberati. Altri conversi, ritenuti utili come manovalanza, furono deportati a Berlino in Germania, e liberati solamente nel febbraio del 1945. Dopo questi tristi eventi, lentamente i superstiti della comunità certosina si ricostituirono, ritrovandosi nella certosa di Farneta, dove la vita claustrale ricominciò a svolgersi regolarmente. A memoria dell’eccidio del 1944, dieci anni dopo, il comune di Lucca volle apporre una lapide sulla porta del convento con una breve iscrizione:

“Nei tristi giorni della servitù, vi fu chi cercò salvezza dalla incombente minaccia di morte fra queste mura, che solo conoscono la pietà e la vita dello spirito, ma ogni speranza fu travolta e alla cecità della violenza si aggiunse la beffa  del lusinghevole inganno e del cinico tradimento”

Nel decennale della Liberazione il Comune di Lucca e il Comitato cittadino

Tutti i monaci certosini barbaramente uccisi, furono insigniti della medaglia d’oro al valor civile, con la sola eccezione di Padre Antonio Costa a cui fu conferita la medaglia d’oro al valor militare.

Ugo di Chàteauneuf

Da oggi vogliamo cominciare a descrivere quei personaggi, che hanno avuto una importanza fondamentale per la nascita dell’Ordine certosino. Sono figure, che hanno favorito l’iniziativa di San Bruno con donazioni finalizzate alla nascita dei primi insediamenti certosini.

  • S.Ugo di Chàteauneuf vescovo di Grenoble
  • Urbano II
  • Ruggero I di Sicilia

S. UGO DI CHATEAUNEUF

VESCOVO DI GRENOBLE


Nacque nel 1053 a Chàteauneuf d’Isère, nel Delfinato, in Francia, da una famiglia di conti appartenenti alla nobiltà francese. Il padre, Odilone di Chàteauneuf, era un soldato che si sposò due volte, dal secondo matrimonio nacque Ugo. La madre conduceva una vita ritirata e si occupava unicamente dell’educazione dei figli iniziandoli ad una vita di elemosina, di preghiera e di digiuno ella si dedicò successivamente ad opere di carità e di penitenza a seguito del ritiro del marito ottantaduenne Odilone alla Grande Chartreuse su consiglio del figlio Ugo. Questi, cominciò i suoi studi a Valence, e poi a Reims dove ebbe come maestro di Filosofia e Teologia Bruno di Colonia. Divenne poi canonico della cattedrale di Valence, mettendo in mostra le sue virtù tanto da essere notato dal Legato Pontificio in Francia che lo volle come suo consigliere nella lotta contro la simonia. Nel 1080, Ugo a soli 27 anni fu scelto per essere eletto vescovo della diocesi di Grenoble, egli reagì inizialmente con stupore ma poi fu consacrato a Roma da papa Gregorio VII, e Matilde di Canossa provvide al necessario per la cerimonia, donandogli  il pastorale e dei libri. Ugo resse la diocesi di Grenoble afflitta da enormi problemi con grande impegno, ma dopo soli due anni visibilmente avvilito si ritirò a Chaise-Dieu, abbazia cluniacense, nella diocesi di Clermont, dove per un anno professò la regola benedettina. Non appena Gregorio VII seppe della fuga di Ugo gli ordinò di ritornare nella sua diocesi per combattere con maggiore energia i disordini del clero. Nonostante l’amore verso la contemplazione, Ugo obbedì al pontefice e per 50 anni rimase al suo posto difendendo gli oppressi, con preghiere, esortazioni e sinodi, trasformando radicalmente le condizioni della diocesi assegnatagli. Egli difese strenuamente i diritti della Santa Sede, nel 1112 contro l’imperatore Enrico V, e nel 1130 scomunicando l’antipapa Anacleto II. Nonostante questa sua intensa attività, durante il suo lungo mandato episcopale, Ugo rimpianse sempre la solitudine della vita monastica a cui dovette rinunciare, e chiese ai tanti pontefici che si susseguirono – Vittore III, Urbano II, Pasquale II, Gelasio II, Callisto II, Onorio II e Innocenzo II -, di essere dispensato dall’incarico di vescovo. Avendo superato i settant’anni, si rivolse ad Onorio II appellandosi alla veneranda età ed alle difficili condizioni fisiche, ma il pontefice gli rispose lapidariamente: Per il bene del vostro popolo, preferisco voi, vecchio e malato, a qualsiasi altro, anche se giovane e in buona salute”. Ugo rimase così, per altri due anni a capo della diocesi di Grenoble ed esattamente fino al 1 aprile del 1132, giorno della sua morte. Vogliamo ora occuparci dell’incontro fatale, che ebbe nel 1084, con il suo antico professore di Teologia Bruno, canonico di Colonia, il quale aveva deciso in accordo con sei suoi discepoli di separarsi dalla corruzione del mondo per ritirarsi in eremitismo. Ebbene quando Bruno ed i suoi amici si recarono dal vescovo di Grenoble Ugo, egli collegò quella visita improvvisa con un sogno fatto la notte precedente l’incontro, nel quale sette stelle indirizzavano sette pellegrini in un luogo dove Dio fabbricava un tempio. Questo sogno il vescovo lo collegò con la visita dei sette viandanti che gli chiedevano un luogo idoneo dove poter esercitare la loro missione. Sbalordito per quel prodigio, Ugo indicò e donò loro un luogo impervio tra i boschi : il “Deserto di Certosa” dove in seguito fu eretta la Grande Chartreuse consacrata il 2 settembre 1085. Questo luogo, situato in una zona montana e boschiva a 1175 metri di altitudine, in origine si chiamava Calma Trossa, si trasformò prima in Charme Trousse, poi in Chartrousse, ed infine Chartreuse. Quindi Bruno lo latinizzò e divenne Cartusia, sono queste le origini del nome dell’ordine. Ugo divenne un grande amico dei certosini, essendo attratto dalla loro vita solitaria, ed era sua abitudine recarsi spesso a trovarli. Si narra che era sua consuetudine trattenersi con i monaci più del previsto e che talvolta  Maestro Bruno doveva  ricordargli : “Ite ad oves vostras “ ovvero lo esortava a ritornare in sede a curare il suo gregge. Si narra che fu molto caritatevole rifiutando le rendite della sua diocesi, e in un anno di carestia Ugo vendette addirittura l’anello e il calice d’oro per soccorrere i mendicanti, ed avrebbe venduto persino i suoi cavalli se l’amico Bruno non l’avesse dissuaso ricordandogli che gli equini erano l’unico mezzo per raggiungere le aree remote della sua circoscrizione vescovile. Sempre prodigo verso le comunità monastiche, egli nel 1108 fa insediare un gruppo di eremiti a 940 m slm sopra Voreppe nel Isere, nel sud, ai piedi del massiccio della Grande Chartreuse. Desiderosi di vivere separati dal mondo, per essere uniti nella preghiera, vogliono tornare alla regola di San Benedetto, senza integrarsi nella vita delle parrocchie. Nasce così l’ordine di Chalais nato seguendo la regola di San Benedetto da Norcia, i monaci costruirono l’ Abbazia di Nôtre-Dame de Boscodon che diverrà Casa principale dell’Ordine all’inizio del XIII secolo, allorché l’abbazia-madre, Chalais, verrà assorbita dalla Grande Chartreuse e diverrà una certosa. Nel 1116 Ugo già prodigo con i certosini, donò loro un ulteriore possedimento per avviare la realizzazione del convento di Ecouges. La sua vita la trascorse conducendo digiuni, penitenze, e veglie notturne ricalcando il rigore monastico certosino, ciò gli comportò dolorose sofferenze allo stomaco ed alla testa che lo accompagnarono fino al giorno della sua morte. Ugo morì il 1 aprile del 1132, e fu poi canonizzato da Innocenzo II il 22 aprile del 1134 a Pisa. Le sue spoglie mortali, conservate nella cattedrale di Grenoble, furono bruciate dagli ugonotti nel 1562, la sua memoria liturgica è il 1 aprile, mentre per l’ordine certosino le celebrazioni avvengono il 22 aprile.

C’era una volta la “certosa di Bagheria”

C’era una volta la “certosa di Bagheria”

Oggi ci occupiamo di una “certosa”, che non ha nulla a che fare con i conventi dell’Ordine certosino ma che per la sua storia bizzarra vogliamo segnalarvi come aneddoto. La certosa di Bagheria, uno dei siti più belli e raffinati del patrimonio artistico e culturale della Sicilia, fino a poco tempo fa era diventato ricettacolo di sporcizia e ritrovo per tossicodipendenti. Dopo 60 anni di abbandono si è deciso di restaurarla e riaprirla al pubblico, ciò ha rappresentato un fatto storico estremamente importante per la città di Bagheria. Ma che cosa era la “certosa di Bagheria”?

A Bagheria, cittadina a soli 13 km da Palermo, troviamo palazzo Butera che è il più antico edificio della città, fatto costruire dal principe palermitano Giuseppe Branciforti nel 1658, come residenza estiva. Nel 1797, Ercole Michele Branciforti Pignatelli, avendo una forte predilezione per l’Ordine di San Bruno, fece costruire nella pineta retrostante il castello, un’originale “Certosa”, un edificio neoclassico che raccoglieva in un bizzarro museo, figure in cera di monaci certosini a grandezza naturale. Il principe, nella sua “Certosa”, volle ritrarre con statue in cera imbottite di paglia e stoppa e con statue in legno alcuni celebri personaggi del tempo, vestiti con sai monacali bianchi, eseguiti dal Ferretti. All’ingresso dell’edificio un converso con una brocca in mano dava il benvenuto ai visitatori con fare affabile, mentre un altro monaco tirando la cordicella di una campana avvisava i fratelli della visita. Attraversando un  piccolo corridoio, si potevano ammirare un cane San Bernardo, un orso ed un pescecane imbalsamati, e si potevano raggiungere le varie celle. Le pareti del corridoio erano adornate con quadri ed incisioni di grande valore, tra cui vari ritratti come quello dello stesso Branciforti. Giunti nelle celle impreziosite dalla presenza di affreschi del pittore Velasquez, vi erano, nella prima stanza a destra la raffigurazione di un moro intento a servire il pranzo all’ammiraglio inglese Orazio  Nelson, in compagnia della sua amante Maria Carolina. Continuando vi era la statua di un vecchietto che puliva il pavimento. Nella seconda e terza cella si ricordava l’amore infelice tra Comingio ed Adelaide, protagonisti di un melodramma, che secondo la leggenda pur essendo molto innamorati non riuscirono ad ottenere la dispensa papale per sposarsi perché parenti prossimi. Nella quarta stanza c’era una cucina in muratura dove un monaco cucinava due uova in un tegamino, mentre sulle pareti erano appesi antichi utensili da cucina, in una stanza adiacente un altro monaco era raffigurato un certosino con una pala ed una cesta. In un’altra cella vi era il conte Ruggero il Normanno che leggeva un libro. Proseguendo nel percorso, in una grande sala erano raffigurate le statue in cera di tre illustri personaggi intorno ad un tavolo, essi erano il principe Ercole Michele Branciforti, il re di Francia Luigi XVI, e Ferdinando I di Borbone.  Nell’ultima stanza vi era la rappresentazione della morte del principe Caramanico a seguito di un ordine impartitogli dal primo ministro Acton.  Si narra che Ferdinando I, in occasione della sua visita alla Certosa, nel vedersi ritratto con la faccia di cera e molto rassomigliante, ne rise a crepapelle. Negli antichi registri dei visitatori della Certosa troviamo le firme di rinomate personalità e di illustri scrittori che hanno celebrato l’importanza storica ed artistica del luogo. Le statue che adornavano la Certosa, vennero distrutte o trafugate, e anche le antiche suppellettili che si trovavano dentro scomparvero nel tempo. La Certosa cominciò la sua lenta decadenza negli anni ´50, con il passare degli anni ospitò prima una stalla, poi divenne meta di tossicodipendenti o piccoli ladruncoli. Negli anni ´80 la Certosa rischiò seriamente di crollare sotto l’incuria del tempo. Si decise quindi di “inscatolarla” per evitare il crollo totale dei soffitti, negli ultimi anni i lavori di restauro sono riusciti a recuperare l’intero fabbricato.

Beato Odone da Novara

BEATO ODONE (ODDO) DA NOVARA

(1100-1198)


Odone nacque a Novara nel 1100, della sua origine familiare e della sua infanzia non si hanno notizie certe. Cominciò la sua vita monastica, prima entrando come novizio nella Grande Chartreuse, ed in seguito spostandosi nella certosa di Casotto, dopo qualche anno insieme ad un gruppo di altri monaci fu inviato in Moravia per costituire, nel 1160, la nuova certosa di Zice (Seitz). Qui Odone, scrisse anche alcuni “Sermones”, e vi rimase fino al 1189 quando fu poi inviato alla certosa di Jurkloster ricoprendo l’incarico di Priore, ma purtroppo, a causa di incomprensioni sorte con alcuni monaci, l’anno seguente nel 1190, fu costretto a recarsi a Roma dal pontefice Clemente III invocandolo di dirimere la questione. Nel frattempo il vescovo della diocesi pertinente, decise di espellere i certosini per nove anni da Jurkloster. Odone dopo l’incontro con il papa, decise di fare ritorno in Piemonte alla certosa di Casotto, ma prima di partire per il lungo viaggio, pensò di riposarsi a Tagliacozzo (L’Aquila) in Abruzzo presso un convento di benedettine. La badessa Adoisia, parente di Clemente III era alla ricerca di una guida spirituale per il monastero dei SS. Cosma e Damiano, ragion per cui, dietro approvazione del Pontefice convinse Odone a rimanere a Tagliacozzo. Nei dieci anni di permanenza a Tagliacozzo, Odone visse come un’anacoreta in una piccola cella fatta costruira per le sue esigenze nei pressi del monastero, continuando nelle pratiche della regola certosina, assistendo tuttavia le monache prendendosi cura della conduzione della chiesa del convento.  I documenti risalenti al periodo trascorso in Abruzzo, descrivono il beato come un monaco, piccolo di statura, pallido e macilento, che portava il cilicio, e che indossava un abito di rozza lana. Morì il 14 gennaio del 1198, e fu sepolto all’interno del monastero benedettino, dopo questa data i miracoli si sommarono a quelli già fatti in vita, ciò spinse Papa Gregorio IX nel 1240, dopo soli quaranta anni dalla sua morte, in occasione della traslazione del corpo all’interno della chiesa di SS.Cosma e Damiano, a cominciare il processo informativo sulle opere prodigiose di Odone. Nella chiesa, vi fu quindi una cappella dedicata al beato Oddone, ed in essa era collocato il sarcofago dello stesso beato, prima che le ossa venissero raccolte nell’urna della lipsanoteca. Il culto verso costui si diffuse nel corso dei secoli, e la devozione, soprattutto a Tagliacozzo, aumentò, allorquando gli abitanti scamparono miracolosamente ad un tremendo terremoto accorso il 14 gennaio del 1784 giorno della celebrazione del santo certosino. Successivamente papa Pio IX ne approvò il culto ed il titolo di beato il 31 maggio 1859, fissando al 14 gennaio il giorno della sua celebrazione.

PREGHIERA

Signore, concedi a tutti coloro che celebrano la festa del Beato Odone, che hanno fisso lo sguardo dell’anima nella contemplazione della tua gloria, e che,dopo aver perseverato nella fede in questa vita, risplenda in noi la luce della tua presenza nella patria celeste.

Dom André Poisson

Come abbiamo visto nel precedente articolo, Papa Giovanni Paolo II, nel 1984, scrisse una lettera a Dom André Poisson, generale dell’Ordine certosino in quell’epoca, ma chi era costui?

Etienne Poisson nacque nel 1923 in Francia nei pressi di Angers. Dopo gli studi superiori egli frequentò la celebre “Ecole Polytechnique” di Parigi, e fu in questi anni che maturò la sua vocazione monastica. Etienne scelse la vita monastica certosina entrando nel 1946 alla Grande Chartreuse, scegliendo il nome di André, per poi ricevere il 2 febbraio del 1948 la professione solenne. Nel 1954, fu ordinato sacerdote ed in seguito amministratore del convento, fu inoltre incaricato di realizzare un museo, sorto nel 1957 presso la Correrie, al fine di canalizzare i flussi turistici lontano dalla quiete della certosa. Nel 1967 Dom André, fu eletto priore della Grande Chartreuse e generale dell’ordine certosino, egli riuscirà a  svolgere questa duplice importante funzione per ben trenta anni esercitandola brillantemente. Da subito, egli si impegnò in collaborazione con tutti i membri dell’ordine ad un “aggiornamento” delle osservanze monastiche, che furono oggetto di studio e rielaborazione come richiesto dal Concilio Vaticano II (1962-1965). Tali studi dettero vita agli Statuti Rinnovati del 1971, a cui fece seguito la lettera Optimum partem” che il Papa Paolo VI volle inviare come compiacimento a Dom André Poisson. Nel 1984, in occasione delle celebrazioni del nono centenario della fondazione dell’ordine, egli oltre a ricevere il già menzionato messaggio dal pontefice Giovanni Paolo II, operò attraverso diverse omelie a tracciare un preciso profilo di San Bruno e del senso della vita eremitica dei certosini. Dom André, nel corso del suo lungo ministero, e grazie al suo operato assistette ad una enorme espansione geografica dei conventi certosini, difatti nel 1971 concluse l’incarico avuto tempo addietro di realizzare una certosa negli Stati Uniti, la certosa di Vermont. Nel 1983 fu la volta della  creazione di una certosa in Brasile, poi prima di terminare il suo mandato si impegnò nella progettazione della certosa di Cordoba in Argentina e della certosa di Corea in Asia. Inoltre l’impegno di Dom Andrè Poisson si rivolse anche al ramo femminile, dando loro degli statuti appositi, permettendo così alle monache di poter trascorrere una vita più solitaria, grazie a delle vere celle, come si può verificare nei monasteri di Benifaçà e soprattutto nei nuove Certose di Notre-Dame di Reillanne e di Dego. Nel 1997 Dom André si dimise dalla funzione di generale dell’ordine, diventando per due anni priore della certosa statunitense del Vermont, e per i successivi due anni cappellano della certosa femminile di Vedana. Nel 2001 egli si ritirò nella Grande Chartreuse dove morì il 20 aprile del 2005. Abbiamo citato in questo articolo solo alcune delle  attività da lui svolte, Dom André Poisson ci ha inoltre lasciato degli scritti che ci possono aiutare a comprendere la sua spiritualità fatta di amore, bontà e misericordia, vogliamo citare tra gli altri: Il mio cuore cerca il tuo volto, oppure La carne e il sangue del Figlio.

«Silentio et solitudini» Giovanni Paolo II

Lettera di Giovanni Paolo II al Reverendo Padre

14 maggio 1984

«Silentio et solitudini»

di Giovanni Paolo II

Al diletto figlio ANDREA POISSON

Ministro Generale dell’Ordine Certosino

«Attendere al silenzio e alla solitudine della cella» è, come è noto, la più importante applicazione e vocazione dell’Ordine Certosino, al quale tu presiedi .

I suoi membri, seguendo la singolare chiamata di Dio, sono passati «dalla tempesta di questo mondo al sicuro e quieto riposo del porto», per vivere solo di Dio.

L’Ordine Certosino si sforza di condurre tale «vita nascosta con Cristo» (Cf. Col. 3,3) con lodevole energia e fermezza, già da novecento anni.

Ciò va giustamente messo in luce in questo tempo in cui si celebra la memoria della sua fondazione. Infatti S. Bruno, uomo eminente, iniziò con alcuni compagni questa forma di vita separata dal mondo nel luogo chiamato Certosa in diocesi di Grenoble, verso il 24 giugno dell’anno 1084, giorno dedicato a S. Giovanni Battista, «il più grande tra i profeti ed eremita», che i Certosini onorano come celeste patrono dopo la Beatissima Vergine Maria.

Commemorando un così felice avvenimento uniamo la nostra gioia alla vostra e congratulandoci con tutto il cuore di una così perseverante fedeltà, vogliamo approfittare di questa circostanza per esprimere a tutta la Famiglia Certosina la nostra particolare stima e il nostro paterno amore.

Fin dai primi secoli della Chiesa, come è noto, vissero degli eremiti dediti alla preghiera e al lavoro nel deserto, uomini «che lasciato tutto, avevano abbracciato una vita celeste»; da loro prese origine la stessa vita religiosa.

I loro esempi provocarono l’ammirazione degli uomini e incitarono molti all’esercizio della virtù. S. Girolamo, tanto per citare un testimone fra molti altri, esaltò con parole ardenti questa vita nascosta dei monaci: «O deserto, ornato dei fiori di Cristo! O solitudine, dove nascono le pietre con cui si costruisce la città del gran Re, secondo la visione dell’Apocalisse! O eremo, dove si gusta più familiarmente Dio!».

Più volte i Romani Pontefici approvarono e lodarono questa vita segregata dal mondo, e recentemente, per quanto riguarda voi, Pio XI nella Costituzione Apostolica «Umbratilem» e Paolo VI nella Lettera che ti mandò per il Capitolo Generale .

Anche il Concilio Vaticano II esaltò questa vita solitaria, con cui gli abitatori del deserto seguono più da vicino Cristo dedito alla contemplazione sul monte, e ne afferma la misteriosa fecondità promanante nella Chiesa .

Infine il nuovo Codice di Diritto Canonico ribadisce con forza questa verità dichiarando che: «Gli Istituti interamente dediti alla contemplazione hanno sempre un posto eminente nel Corpo mistico di Cristo» (can. 674).

Tutto questo si addice a voi, diletti monaci e monache dell’Ordine Certosino, che, estranei al rumore del mondo, «avete scelto la parte migliore» (Cf. Lc. 10,41).

Pertanto, nel rapido scorrere degli avvenimenti che afferrano gli uomini del nostro tempo, bisogna che voi, rifacendovi continuamente allo spirito originario del vostro Ordine, restiate saldi, con volontà incrollabile, nella vostra santa vocazione.

Il nostro tempo infatti sembra aver bisogno dell’esempio e del servizio di questa vostra forma di vita.

Gli uomini di oggi, divisi fra opinioni divergenti e spesso turbati dal fluttuare delle idee, indotti persino in pericoli di ordine spirituale dalla pubblicazione di una moltitudine di scritti, e soprattutto dai mezzi di comunicazione che hanno un grande potere sugli animi ma che talora sono in opposizione con la dottrina e la morale cristiane, hanno bisogno di ricercare l’assoluto, e di vederlo in certo modo provato da una testimonianza di vita.

Dare loro questa testimonianza è vostro compito.

E anche i figli e le figlie della Chiesa che si dedicano ad attività apostolica devono, tra le realtà fluttuanti e transitorie del mondo, appoggiarsi sulla stabilità di Dio e del suo amore, che vedono testimoniata in voi, che in modo speciale ne siete partecipi in questo pellegrinaggio terreno.

La Chiesa stessa, che come Corpo mistico di Cristo ha tra i suoi principali compiti il dovere di offrire incessantemente il sacrificio di lode alla divina Maestà, ha bisogno della vostra pia sollecitudine, con cui quotidianamente «persistete nelle veglie divine».

Bisogna tuttavia riconoscere che la vostra vita eremitica in questi tempi, in cui forse si dà troppa importanza all’attività, non è sufficientemente compresa né giustamente stimata, soprattutto di fronte alla mancanza di tanti operai nella vigna del Signore.

Contro siffatte opinioni va affermato che i Certosini, anche in questo nostro tempo, devono salvaguardare integralmente l’autentica fisionomia del loro Ordine.

Questo è perfettamente conforme alla norma del nuovo Codice di Diritto Canonico, che, pur rammentando l’urgente necessità dell’apostolato attivo, protegge il carattere specifico della vocazione dei membri degli Istituti puramente contemplativi. Questo anche a motivo del servizio che essi offrono al Popolo di Dio, che «stimolano con il proprio esempio e dilatano con una misteriosa fecondità apostolica» (Cf. can. 674).

Pertanto, se per tale motivo i membri della vostra Famiglia «non possono essere chiamati a prestare l’aiuto della loro opera nei diversi ministeri pastorali» (can. 674), non deve essere svolta da voi, se non straordinariamente, nemmeno quell’altra forma di apostolato, consistente nell’accogliere persone esterne desiderose di trascorrere qualche giorno nella sacra solitudine dei vostri monasteri, perché questo non concorda con la vostra vocazione eremitica.

Senza dubbio i numerosi e rapidi mutamenti della società contemporanea, le nuove teorie psicologiche che influenzano gli animi soprattutto dei giovani, e la tensione nervosa di cui tanti oggi soffrono, possono far sorgere difficoltà nelle comunità certosine, specialmente tra coloro che si trovano ancora nel periodo di formazione.

Perciò dovete comportarvi con prudenza e fermezza – non trascurando però ogni sforzo per comprendere le difficoltà dei giovani – in modo da conservare il vostro autentico carisma nella sua integrità, senza deviare dai vostri collaudati Statuti.

Solo una volontà infiammata d’amore di Dio e disposta a servirlo strenuamente in una vita austera segregata dal mondo, aiuterà a superare gli ostacoli.

La Chiesa è con voi, diletti figli e figlie di S. Bruno, e si attende grandi frutti spirituali dalle vostre preghiere e dalle vostre austerità che sostenete per amore di Dio.

Abbiamo già avuto occasione di dire, parlando della vita consacrata a Dio: «L’importante non è ciò che fate, ma ciò che siete». Ciò sembra applicarsi in modo specialissimo a voi che vi astenete dalla vita attiva.

Mentre dunque commemorate le origini del vostro Ordine, certamente vi sentirete spinti ad aderire con rinnovato ardore dell’animo e con gioia spirituale alla vostra sublime vocazione.

E infine, sia segno dell’amore che ci ha dettato questa Lettera, e pegno di abbondanti grazie del Cielo, la Benedizione Apostolica che di tutto cuore impartiamo nel Signore a te diletto figlio e a tutti i monaci e le monache dell’Ordine Certosino.

Dal Vaticano, 14 maggio 1984, anno sesto del nostro Pontificato.

Joannes Paulus pp.II 

Beato Airaldo

BEATO AIRALDO

(1132-1146)

Airaldo, figlio del conte Guglielmo I di Borgogna(detto l’Ardito), fratello di papa Callisto II, di Raimondo di Borgogna, re di Castiglia e di Enrico conte del Portogallo. Nonostante la nobiltà della sua famiglia, egli rinunciò ad una fulgida carriera politica, abbandonando onori e ricchezze per dedicare la sua vita alla clausura monastica. Airaldo abbracciò l’austera vita certosina, entrando nella certosa di Portes, nella quale si distinse fin dal suo noviziato per lo zelo con cui condusse la vita monastica che lo portò, in poco tempo, a ricevere l’ammirazione dei monaci più anziani.

Ben presto Airaldo divenne un esempio per tutti, diventando dapprima priore della comunità di Portes e successivamente, nel 1132 diventando vescovo di San Jean de Maurienne. Nonostante quest’ultimo prestigioso incarico, egli mantenne l’umiltà della severa regola certosina, continuando ad osservare i digiuni e le penitenze tipiche della vita eremitica, coniugandola egregiamente con le attività della sua carica vescovile. Fu vicino ai poveri, aiutandoli con molteplici attività caritatevoli, durante tutta la sua vita e alleviando le sofferenze dei più deboli. Airaldo, morì serenamente  il 2 gennaio del 1146, e dopo il suo funerale si susseguirono eventi miracolosi e prodigiose guarigioni aumentando la sua fama di santità al punto che il suo epitaffio fu il seguente: “Qui giace Airaldo, monaco di Portes, onorato dal Pontificato, e luminare della Chiesa padre dei poveri, glorioso per la sua santità e per i suoi molti miracoli”. Il corpo del santo Vescovo fu oggetto di culto per diversi secoli, e nonostante le difficoltà sopraggiunte durante il periodo della Rivoluzione Francese, il ricordo della santità di Airaldo giunse fino al giorno 8 gennaio del 1863, quando il papa Pio IX confermò ufficialmente il culto ecclesiastico, stabilendo per il 2 gennaio il giorno della sua celebrazione. Nelle raffigurazioni iconografiche Airaldo, è rappresentato con un libro in mano, simbolo della saggezza, e dinnanzi ad un crocefisso in riferimento agli studi sulla meditazione e sulla passione di Cristo.

PREGHIERA

Signore: tu ti sei degnato di chiamare alla vita monastica
il Beato vescovo Ayraldo, e lui con la sua vita ci ha insegnato
ad amarti, concedici, rinunciando alle tentazioni
del mondo, di poter essere in grado di raggiungere il Regno dei cieli.

Auguri di Buon Natale

AUGURI DI BUON NATALE

E

FELICE ANNO NUOVO

DA

CARTUSIALOVER

Nell’augurarvi di trascorrere un sereno Natale ed un felice anno nuovo, colgo l’occasione di ringraziare tutti coloro che hanno apprezzato il contenuto delle pagine di questo blog. In pochi mesi, sono stati numerosissimi i visitatori che mi hanno testimoniato la validità di questo progetto, che con articoli settimanali vuole affiancare il precedente sito.

In attesa di ritornare nei primi giorni del 2010 con nuovi articoli, che spero soddisfino il nostro comune interesse per l’Ordine certosino, vi offro delle immagini natalizie.

Realizzate all’interno della “mia” certosa di San Martino di Napoli, oggi museo, la quale ospita all’interno degli ambienti un tempo destinati ad essere le cucine dei monaci, una ricca collezione di presepi napoletani settecenteschi, in tema con il Santo Natale.

Il presepe Cuciniello, che prende nome da Michele Cuciniello il collezionista che donò allo Stato la sua raccolta di circa ottocento tra ‘pastori’, animali e accessori, e che volle personalmente seguire la messa in scena ed il montaggio dell’intero presepe, inaugurato nel 1879.

il mendicante di G. Sammartino

Nel Coro dei Padri vi è una splendida Natività, eseguita nel 1642 dal pittore bolognese Guido Reni.